domenica, 20 giugno 2021
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La beatificazione del giovane magistrato ucciso dalla mafia

Rosario Livatino, il giudice credente e credibile


Domenica 9 maggio nella cattedrale San Gerlando di Agrigento il card. Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha presieduto la beatificazione del giovane magistrato, giudice del Tribunale della “Città dei templi”, ucciso da quattro sicari della mafia la mattina del 21 settembre 1990: non aveva ancora compiuto 38 anni. Il suo martirio ci ricorda che l’indipendenza del giudice - come ebbe lui stesso a dire - «non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta». Formatosi in Azione cattolica, la giovane biografia di Rosario Livatino testimonia un modo di essere Chiesa dentro le pieghe della storia, a servizio dell’umanità, radicato nel Signore. La festa sarà celebrata ogni 29 ottobre.

Di seguito vi riproponiamo un breve profilo del “giudice ragazzino” scritto da don Giuseppe Livatino, postulatore della fase diocesana del Processo di Canonizzazione del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino.

Quando viene assassinato da quattro giovani sicari la mattina del 21 settembre 1990, Rosario Livatino è un giovane giudice del Tribunale di Agrigento: non aveva ancora compiuto 38 anni.

Egli dimostra, fin dalla fanciullezza, un’intelligenza non comune e un’umanità profonda. Si dedica allo studio con zelo, non trascurando di “dare una mano” ai suoi compagni di classe in attesa di interrogazione sulle varie discipline, rinunciando spesso anche alla ricreazione.

Fin dagli anni di liceo, manifesta una straordinaria chiarezza di idee e una ferma determinazione nel perseguire le scelte di vita.

Il compagno di banco racconta che un giorno avrebbe dovuto affrontare il compito in classe di matematica (disciplina in cui aveva sempre riportato un invidiabile “dieci”), ma una febbre improvvisa gli rese difficile ogni ragionamento. Il compagno di classe si offrì immediatamente: «Rosario, copia il mio compito. Tu sei molto più bravo di me, ma… Meglio questo che niente!». Rosario rifiutò: «Grazie. Ma non sarebbe giusto». Quel giorno consegnò il foglio bianco,

Un altro episodio che attesta la sua determinazione nelle scelte di vita viene raccontato da un suo insegnante di religione, sacerdote, che gli chiese una piccola raccomandazione. Rosario aveva un profondo rispetto per queste due particolari categorie: i sacerdoti e gli insegnanti. Tuttavia, alla richiesta rispose sorridendo, ma in maniera determinata: «Ma lei, quando confessa, accetta raccomandazioni?».

Nei confronti dei genitori nutriva una vera e propria “venerazione”, ma essi nulla sapevano delle sue inchieste, dei rischi che correva il loro adorato figlio. Un giorno il papà affermò: «Se avessimo solo percepito i rischi che correva, avremmo preso carta e penna e gli avremmo fatto firmare le dimissioni dalla Magistratura». Ma aggiunse subito dopo: «Ma lui non avrebbe mai firmato».

Vista la sua delicata posizione e i rischi cui andava incontro, il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza aveva proposto l’assegnazione di una scorta con auto blindate. Rosario non indugiò un attimo: «Non posso coinvolgere padri di famiglia nel mio destino. Del resto, se vogliono, possono comunque usare il tritolo». In effetti, il 29 luglio 1983 a Palermo, in via Pipitone Federico, il capo dell’ufficio istruzione di Palermo, Rocco Chinnici, rimase vittima di un’autobomba. E, due anni dopo la morte di Livatino, con gli stessi mezzi furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Testimoni hanno raccontato che era l’unico magistrato a intrattenersi affabilmente con il personale del Palazzo di Giustizia: sempre pronto a salutarli e a chiedere notizie a ciascuno di loro sulla famiglia, le ferie.

Un altro interessante episodio è raccontato da un suo collega magistrato: «Ogni giorno, nelle pause di lavoro, capitava di incontrarci nei corridoi del Palazzo di Giustizia. Era normale, per noi, commentare i fatti legati al nostro lavoro, e a volte spettegolare su imputati, avvocati, e anche su colleghi magistrati. Dalla bocca di Rosario non uscì mai un commento, un giudizio. Per lui, il giudicare aveva una sola dimensione: quella, appunto, di rendere giustizia».

Nel corso di un regolamento di conti, un boss mafioso viene colpito a morte. A un ufficiale dei carabinieri tutto soddisfatto e gongolante accanto a quel corpo senza vita, Livatino dice: «Di fronte alla morte chi ha fede, prega; chi non ce l’ha, tace!».

Ogni mattina, prima di recarsi in ufficio, sostava in preghiera per qualche minuto nella Chiesa di San Giuseppe, accanto al Palazzo di Giustizia: era il suo modo di affidare al Signore il delicato lavoro cui era preposto.

Nelle sue piccole agendine scriveva: “S.T.D.”. Un’antica sigla, che si sviluppa in: “Sub tutela Dei”. Per oltre venti anni, questa frase era stata tradotta così: «Sotto la protezione di Dio», dimenticando che “tueor” riconduce anche a “sguardo”, quindi «Sotto lo sguardo di Dio». La riflessione diventa chiarissima leggendo ciò che ha scritto il Servo di Dio in una delle due conferenze tenute a Canicattì, quella su “Fede e diritto”, il 30 aprile 1986: «Il peccato è ombra. Per giudicare occorre la luce. E nessun uomo è luce assoluta». Da queste parole è facile il parallelismo con l’episodio raccontato dal libro della Genesi: «Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”» (Gen 3,9-10).

Livatino aveva ben compreso che per giudicare occorreva mantenersi il più possibile lontano dal peccato. Ecco la sua visione della professione di giudice: una visione quasi sacerdotale, per cui il «magistrato oltre che “essere” deve anche “apparire” indipendente, per significare che accanto ad un problema di sostanza, certo preminente, ve n’è un altro, ineliminabile, di forma».

E continuava: «L’indipendenza del Giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del Giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività».

Estremamente riservato e schivo ad ogni palcoscenico, non volle mai far parte di gruppi, associazioni o club-service. Pochissime le foto ritrovate, nessuna intervista rilasciata in 12 anni di attività come magistrato. Dalla sua bocca non uscì mai la benché minima indiscrezione sulle indagini svolte.

Quando entra in magistratura, manifesta da subito una profonda coerenza professionale e una preparazione invidiabile. Affronta, in qualità di sostituto procuratore, delicate inchieste che smascherano con largo anticipo gli intrighi della “Tangentopoli siciliana” e le strategie di Cosa nostra agrigentina, con la sua perniciosa capacità di infiltrazione nei vari settori della vita sociale, a partire dalla politica e dall’economia.

Ancora nella sua conferenza su “Fede e diritto” aveva così ben espresso la concezione deontologica della sua funzione: «Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare (…) Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio». Per chiosare: «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili».

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