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News dall'Azione Cattolica Italiana

Giovedì, 21 Settembre 2017

Risonanze sull’icona biblica che accompagnerà il triennio - Mc 16,1-8

di  Marco Ghiazza* - Vorrei condividere qualche risonanza su questa Parola che la Presidenza Nazionale ha individuato come riferimento per il cammino di questo triennio e che ha riportato come titolo degli “Orientamenti”.
Già questo di per sé costituisce una provocazione: è la Parola che orienta le nostre scelte e le nostre azioni? È la Parola che anima e alimenta la nostra Passione Cattolica?

PASSATO IL SABATO: il tempo della speranza
Questa pagina si apre con una indicazione di tempo che può divenire atteggiamento, modo di porsi e di stare in mezzo agli altri: “Passato il sabato”.
Non un sabato qualunque, ma “quel” sabato, quello che noi chiamiamo, nel linguaggio dei riti, Sabato Santo.
Il Sabato Santo è quel giorno che sintetizza tante condizioni: il silenzio, l’attesa ed anche la paura. Può diventare rimando pure a quella strana – e talvolta falsa – prudenza di chi non si decide mai e si ripara dietro a formule evasive: “Non è opportuno”.
Il Sabato Santo è il giorno dello scoraggiamento, talvolta della rassegnazione.

Il Vangelo ci annuncia che il Sabato è “passato”. Siamo chiamati ad abitare questo tempo con questa consapevolezza: che l’attesa non sarà senza compimento; che la paura può essere superata; che la pigrizia non può più travestirsi da prudenza. Che nessuno di noi è chiamato allo scoraggiamento, né alla rassegnazione. È anche questo il nostro “#futuropresente”.

Ci sono persone che vivono il Sabato Santo come una condizione, uno stato di vita.
Il 30 aprile Papa Francesco ha detto: “Cari ragazzi, giovani e adulti di Azione Cattolica: andate, raggiungete tutte le periferie! Andate, e là siate Chiesa, con la forza dello Spirito Santo”.
Ecco: siamo chiamati a raggiungere quanti sono nell’ombra del Sabato con l’atteggiamento di chi crede che quel Sabato sia già stato raggiunto dalla luce. La nostra non è arroganza, ma è la missione di aprire, anche oggi, “sentieri di speranza”.
Sì: se il Sabato Santo è ancora presente nelle vicende che affrontiamo, crediamo che però non ne rappresenti l’esito.

Come disse Gabriel Garcia Marquez – citato dal Papa durante il viaggio in Colombia – “…davanti all’oppressione, il saccheggio e l’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né diluvi né pestilenze, né fame né cataclismi, e nemmeno le guerre infinite lungo secoli e secoli hanno potuto ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accelera”

“Passato il sabato”: ecco la fonte profonda del nostro impegno, dell’azione, della “passione cattolica”; ecco il nostro modo di leggere la storia e di abitare il tempo.

LE DONNE VERSO IL SEPOLCRO: dal “tra noi” al “con tutti e per tutti”
Il tempo della nuova creazione, il tempo dell’aurora segnalati dal giorno e dall’orario in cui Marco ricorda il cammino di tre donne verso un sepolcro: Il primo giorno – ovvero il “giorno uno” della Genesi - al levar del sole.
Le tre donne sono un’immagine, persino un ammonimento.
Nel corso di un appuntamento dedicato al discernimento, ci troviamo di fronte a tre donne che si pongono domande.
Sono, dunque, le nostre “patrone”? Non esattamente.
Ma rischiano di divenire le nostre icone, l’immagine che ci descrive.

“Dicevano tra loro”, tra loro.
Il discernimento può talvolta essere confuso con questo parlare “tra noi”, che finisce per essere un parlarci addosso.
Attenzione: le donne (i discepoli) diventano comari se si incontrano per la lamentela e non per la ricerca.
È vero: le fatiche esistono; talvolta appaiono insormontabili, insuperabili, al di sopra delle nostre capacità e della nostra sopportazione, come il masso che le donne temevano di dover spostare con le sole loro forze.
È questo fare riferimento anzitutto a noi stessi e alle nostre capacità che ci rende comari.
Nel guardare a noi stessi i sassolini diventano massi, perché quando lo sguardo si restringe, le proporzioni cambiano.

Nella preghiera noi coltiviamo, custodiamo questa fiducia e questo stupore: il masso è già stato rotolato. Anche in questo il Signore ci precede. La sua Grazia “fa nuove tutte le cose” e ce le ridona.

Così le nostre domande si trasformano: non ci chiediamo tanto come e con quali forze “far rotolare le pietre”; piuttosto, come discepoli-missionari, ci domandiamo come annunciare ad ogni uomo – a partire dai più oppressi dai pesi della vita – che “le pietre sono state rotolate” da un Amore capace di vincere la morte.

Ecco il discernimento: non un parlare “tra noi”, quanto il contemplare insieme la forza della Risurrezione e, alla luce della Pasqua, rileggere la storia.

VI PRECEDE: abitare la Galilea
Quindi una voce: “Non è qui” e “Vi precede” “lo vedrete”
“Non è qui”. Sono, al tempo stesso, le parole più complesse e più affascinanti.
Descrivono un’assenza e, lo sappiamo per esperienza, nessuno di noi accetta facilmente di non poter vedere, incontrare la persona o le persone alle quali è particolarmente affezionato.
Il Vangelo non vuole alimentare la nostalgia, ma la ricerca.
Così “Non è qui” non diventa la parola che condanna alla mancanza, ma diviene lo sprone per abbandonare ogni presunzione, ogni arroganza, ogni pretesa di fissare – come tentò di fare Davide – una dimora stabile per il Signore. “Non è qui” è la parola che definisce i “credenti inquieti”, coloro che non si stancano di cercare il Signore della vita e della storia.

“Vi precede”: ecco perché a ragione parliamo di una Chiesa “in uscita”.
Il Risorto ci precede: è bene collocarci nell’atteggiamento che questa indicazione ci suggerisce.
Non ci sono più “precursori”, come fu per Giovanni il Battista e come alle volte capita di sentirci, in quella “responsabilità” - talvolta presunzione - di “portare Dio” quasi fosse una nostra proprietà.
Non ci sono precursori ma uomini e donne che condividono il loro essere stati raggiunti dall’amore di Dio.
Non precursori, ma cercatori.
Non portatori, ma contemplatori di un Dio perennemente all’opera nella Galilea di ciascuno.

“Lo vedrete”. Vedere Dio è stata sempre una delle massime aspirazioni di ogni uomo.
Fu la richiesta di quei Greci che avvicinarono Filippo e scoprirono che Dio si manifesta nella piccolezza di un seme e nel donarsi fino in fondo.
Ma non si tratta forse tanto di vedere Dio con gli occhi del mondo.
Rischieremmo di idolatrare le circostanze così come ci si presentano; rischieremmo di fare di qualcosa che abbiamo prodotto il nostro Dio: magari per “sentirlo” più vicino a livello emotivo; tanto vicino da essere controllabile; tanto simile alla nostra vita da non stimolare più alcun cambiamento, nessuna conversione.
Non si tratta di vedere Dio con gli occhi del mondo, quanto piuttosto di guardare il mondo con gli occhi di Dio.
Ecco perché si torna in Galilea, nella terra della ferialità, con lo sguardo purificato dalla Passione e rinnovato dalla Pasqua: per “fare di Cristo il cuore del mondo”, come recita un’antifona.

Come dicono gli Orientamenti 2017-2020: “Andare in Galilea non significa certo, “andare fisicamente” ma riscoprire il Battesimo come sorgente viva. Così come … e là lo vedrete non indica una vista fisica, bensì una profonda esperienza interiore: non si può credere che Gesù è risorto finché non lo si sperimenta nella propria esistenza”.
Ogni casa è Galilea, luogo in cui il Risorto si rende presente a coloro che custodiscono uno sguardo contemplativo.
Come raccontava il père Aimé Duval: “A casa mia la religione non aveva nessun carattere solenne: ci limitavamo a recitare quotidianamente le preghiere della sera tutti insieme. Però c’era un particolare che ricordo bene, e me lo terrò a mente finché vivrò. Le orazioni erano intonate da mia sorella e, poiché per noi bambini erano troppo lunghe (duravano circa un quarto d’ora), capitava spesso che lei a poco a poco accelerava il ritmo, ingarbugliandosi e saltando le parole, finché mio padre interveniva intimandole severamente: “ Ricomincia da capo!”. Imparai allora che con Dio bisogna parlare adagio, con serietà e delicatezza. Mi rimaneva vivamente scolpita nella memoria anche la posizione che prendeva mio padre in quei momenti di preghiera. Egli tornava stanco dal lavoro dei campi, con un gran fascio di legna sulle spalle. Dopo cena s’inginocchiava per terra, appoggiava i gomiti su una sedia e la testa fra le mani, senza guardarci, senza fare un movimento né dare il minimo segno d’impazienza. Ed io pensavo:”Mio padre, che è così forte, che governa la casa, che sa guidare i buoi, che non si piega davanti al sindaco, ai ricchi, ai malvagi… mio padre davanti a Dio diventa come un bambino. Come cambia aspetto quando si mette a parlare con Lui! Dev’essere molto grande Dio, se mio padre gli s’inginocchia davanti! Ma dev’essere anche molto buono, se si può parlargli, senza cambiarsi il vestito!”... Al contrario, mia madre si sedeva in mezzo a noi, tenendo in braccio il più piccolo. Recitava anche lei le orazioni dal principio alla fine, senza perdere una sillaba, ma sempre a voce sommessa. E intanto non smetteva un attimo di guardarci, uno dopo l’altro, soffermando più a lungo lo sguardo sui più piccoli. Ci guardava, ma non diceva niente. Non fiatava nemmeno se i più piccoli la molestavano, nemmeno se infuriava la tormenta sulla casa. Ed io pensavo: “Dev’essere molto semplice Dio, se gli si può parlare tenendo un bambino in braccio e vestendo il grembiule. Ma dev’essere anche una “persona” molto importante, se mia madre quando gli parla non fa caso neppure al temporale!”.  Le mani di mio padre e le labbra di mia madre m’insegnarono ad amare Dio”.

Le mani di mio padre; le labbra di mia madre… e potremmo, vorremmo dire: la premura del mio presidente; la discreta vicinanza del mio assistente; le intuizioni dei ragazzi; il coraggio dei giovani; la responsabilità degli adulti; la fiducia degli anziani… mi insegnarono e mi insegnano ad amare Dio.

E, amando Dio, ad amare con lui e in lui questa vita; ad amarne le dinamiche, le relazioni buone e persino le tensioni.
Mi insegnano a “gettare il ponte sul mondo”, secondo l’espressione di don Primo Mazzolari in uno scritto – a mio modesto giudizio attualissimo – sul ruolo dell’Azione Cattolica nella parrocchia.
Mi insegnano ad “amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all’amore, poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore dell’Amore. Ci impegniamo perché noi crediamo all’Amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basta per impegnarci perpetuamente” (don P. Mazzolari, “Impegno con Cristo”).

Uscire per fuggire?
Usciamo anche noi, come nella conclusione di questa pagina.
Ma non lo facciamo più pieni di spavento, ma di coraggio.
Non più muti, ma desiderosi di “vivere la dolce e confortante gioia di evangelizzare. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno dall’Azione Cattolica” (Papa Francesco, 27 aprile 2017).
Questo è ciò di cui ha bisogno l’Azione Cattolica.

*Assistente centrale dell’Azione Cattolica dei Ragazzi – Lectio tenuta al Convegno dei Presidenti e Assistenti diocesani unitari e regionali di Ac, Bologna, 9 settembre 2017



Mercoledì, 20 Settembre 2017

Testimoni di fede e di speranza

di Caterina Pozzato* - «In modo inatteso la figura di don Francesco ha messo in comunicazione generazioni diverse» afferma Giovanni Grandi nella prefazione al libro di Mario Ravalico Don Francesco Bonifacio. Assistente dell’Azione cattolica fino al martirio (Ave, Roma 2016). È successo proprio questo ai vicentini partecipanti, dal 6 al 12 agosto scorso, al campo mobile da Trieste a Crassiza sulle orme del Beato Bonifacio. Di più: due associazioni diocesane sono state messe in stretta comunicazione attraverso terre di confine.
Ventun persone dai trenta ai sessantasei anni hanno camminato fianco a fianco, accompagnati dai responsabili dell’Ac triestina – giovani, adulti, unitari – che li hanno aiutati con generosità, con cura e con passione ad incontrare il passato e il presente di una terra di confine dove l’intreccio di storie di culture diverse si respira nell’aria e si coglie negli accostamenti architettonici, una terra teatro di vicende drammatiche e di belle esperienze di fede.
Il vice adulti triestino, Erik Moratto, e sua moglie Paola ci hanno fatto incontrare la “scontrosa grazia” di Trieste, città crogiolo di esperienze culturali e religiose, come testimoniano le sue straordinarie chiese, da San Giusto, la cattedrale dove don Francesco fu ordinato, alla preziosa chiesa greco ortodossa di San Nicolò, da quella Valdese, alla grande Sinagoga, segni di una presenza vivace di popolazioni che il grande porto commerciale attirava. L’esperta Francesca ci ha introdotti nel drammatico contesto storico che queste stesse popolazioni hanno vissuto tra l’armistizio del ‘43 e i primi anni Cinquanta, contesto nel quale si situa anche la drammatica vicenda di don Francesco, assassinato e fatto sparire. La Risiera di San Sabba e le foibe ne sono l’emblema. Ma Trieste e l’Istria sono anche cordialità, calore e sapore: la presidenza di Trieste, guidata da Gianguido, ci ha fatto apprezzare la cucina triestina nella storica osteria da Libero. Davvero un buon inizio, favoriti anche dal borino che ha fatto la sua comparsa al momento opportuno, in vista di un percorso da fare a piedi.
Passati a Muggia, accolti da don Andrea nella parrocchia dell’antica pieve, è stato compito del giovane Giulio, del consiglio diocesano triestino, guidarci lungo i meravigliosi sentieri, tra Slovenia e Croazia, sul lungomare da Capodistria a Strugnano e sulla Parenzana. Paesaggio stupendo, olivi e vigneti e abbondanza di piante da frutto; gente cordiale: vicentini, triestini e istroveneti parlano un’unica lingua. Ci siamo sentiti a casa, e non solo per la lingua. Come dimenticare la stupita curiosità delle persone semplici di Tribano, pronte a dialogare con gli ospiti del nuovo ostello, la vivacità della comunità italiana che ci ha ospitato a Buie con tutti gli onori, la disponibilità del parroco di Buie ad accoglierci nella chiesa di San Giorgio a Tribano e a raccontare la vita della sua gente e delle sue comunità?
Da Pirano, passando per Tribano, Buie, l’incantevole Grisignana fino a Crassiza, la parrocchia dove don Francesco ha svolto il suo prezioso ministero negli ultimi anni, dal 1939 alla morte, tappa per tappa, accompagnati da Mario e Giuliana, abbiamo conosciuto i luoghi della giovinezza, della formazione, della vocazione, del servizio pastorale e associativo, del martirio di don Francesco.
La narrazione appassionata di Mario e la bellezza dei luoghi hanno suscitato in noi una ricchezza di emozioni, sentimenti, stati d’animo, riflessioni.
Rimanere, andare e gioire, i tre verbi di papa Francesco, sono la cifra della vita di don Francesco, che ha avuto il coraggio di rimanere nei suoi luoghi, lì dove era stato mandato, nonostante la consapevolezza del pericolo, è uscito per andare nelle contrade a cercare i ragazzi: se non venivano alla parrocchia di Crassiza per la lontananza aveva lui cura di andare di luogo in luogo a incontrarli. E tutto faceva sempre col sorriso.
E poi altri due verbi: custodire e portare frutto. Don Francesco ha sicuramente portato frutto, non solo in vita per le relazioni che ha saputo curare, l’attenzione alle giovani generazioni e l’impegno a far nascere e crescere circoli di azione cattolica. A distanza di anni il suo sorriso è ancora vivo nella memoria di quanti lo hanno incontrato e la sua opera rivive nella passione di chi cerca con tenacia la verità. Ma sicuramente ha portato frutto perché ha custodito la fede, i ragazzi e i giovani, la sua Azione cattolica. Doveva crederci proprio tanto a quest’associazione, patria dell’anima. Ora il testimone passa a noi: noi dobbiamo portare frutti, saporiti, si spera, come quelli delle piante istriane, noi siamo chiamati a custodire come uomini e come cristiani la bellezza del territorio in cui viviamo, le persone, specialmente i più piccoli e i più fragili, le relazioni. “Non c’è qualità di persone che possa venir esclusa dal nostro amore” dice don Francesco nell’ultima omelia pochi giorni prima del martirio.
Un’ultima risonanza: la lunga preparazione del campo, a cura di quattro amici, e poi l’esperienza del cammino ci hanno fatto fare pratica di alta sartoria, “sartoria delle relazioni”.

*Presidente diocesano dell’Azione Cattolica Vicentina



Martedì, 19 Settembre 2017

Ruolo di «Avvenire» e impegno dell’Azione Cattolica

di Matteo Truffelli*- Caro direttore, desidero ringraziarti per la significativa ed efficace campagna di informazione che Avvenire ha condotto in questi mesi in merito al dibattito sullo ius culturae. La carrellata di volti, nomi, storie e speranze con cui quotidianamente i lettori del giornale hanno potuto confrontarsi, e a cui giustamente avete scelto di dedicare l’intera prima pagina dell’edizione domenicale, ha rappresentato, innanzitutto, un esempio di buon giornalismo. Un contributo serio e circostanziato alla formazione di un’opinione pubblica libera e informata. Non è poco. Come in tanti altri ambiti della vita del nostro Paese, ma forse in questo in maniera particolare, si avverte sempre più forte, infatti, l’incidenza sulla società italiana di campagne di disinformazione e di tentativi di manipolazione della realtà che per ragioni ideologiche - o, peggio, per scopi tristemente strumentali - sfruttano la paura e il senso di smarrimento che è legittimo provare di fronte ai grandi cambiamenti della nostra epoca.

E così diventa facile confondere le acque, mischiando notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale e accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza e primordiali affermazioni sul diritto all’egoismo. Quando invece, anche se sembra paradossale dirlo, per poter capire cosa c’è in ballo quando parliamo di ius culturae e di ius soli temperato basterebbe che ci aiutassimo tutti insieme a fare una cosa semplice: guardare la realtà che abbiamo attorno, cercando di leggerla con semplicità, profondità e sincerità.

Sono tre caratteristiche, queste ultime, che come tutti sappiamo appartengono in maniera esemplare ai bambini, e che troppo spesso perdiamo diventando adulti. Non a caso, sono proprio loro, i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri giovani a insegnarci a vivere senza timori e senza pregiudizi la presenza in mezzo a noi di altri bambini e ragazzi provenienti dall’Africa, dal Sud America, dall’Asia. Sono loro i primi a domandarci perché questi loro coetanei devono rimanere diversi da loro, non possono essere e sentirsi italiani, europei, cittadini della città in cui vivono. Come presidente di un’associazione diffusa su tutto il territorio italiano, dalle grandi città ai piccoli paesi di montagna, lo posso dire con tranquillità: i tanti gruppi di ragazzi, giovanissimi e giovani che animano le nostre parrocchie, i nostri quartieri e nostri paesi sono già pieni di migliaia di “non cittadini”, di figli di questa o di altre terre che desiderano crescere, formarsi, fare amicizia, innamorarsi e trovare il proprio posto nel mondo qui, in Italia, o forse domani in un altro Paese, esattamente come tutti i figli di genitori italiani. È per questo che l’assemblea nazionale dell’Azione cattolica dello scorso aprile ha accolto la richiesta proveniente dai ragazzi dell’Acr di inserire, tra le proprie scelte, quella di impegnarsi a sostegno della possibilità che sia riconosciuta «la cittadinanza italiana a tutti i bambini che sono nati e vanno a scuola in Italia, anche se figli di genitori stranieri». Lo vogliamo fare, innanzitutto, contribuendo a offrire a tutti, piccoli e grandi, occasioni e strumenti per formarsi un’opinione su questo tema senza accontentarsi di stereotipi e falsità. Ti sono grato, perciò, perché le pagine di Avvenire hanno offerto davvero un buon servizio in questo senso.

*Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana – Testo indirizzato al direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio e pubblicato sul quotidiano nell’edizione di martedì 19 settembre 2017.



Lunedì, 18 Settembre 2017

“Conversazioni a Spello”. L’intervento di Ferruccio de Bortoli

“Senza una discussione meno formale e più approfondita di quello che è accaduto in questi ultimi anni, il mondo cattolico dimostra nei fatti di subire, anziché contribuire a formare secondo gli insegnamenti evangelici, i provvedimenti che una società moderna non può non affrontare”. È un passaggio dell’intervento su Cattolici, politica e società” tenuto da Ferruccio de Bortoli, già direttore del Il Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore, oggi presidente della Casa Editrice Longanesi, alla prima edizione delle “Conversazioni a Spello, volute dall’Azione cattolica italiana, con la collaborazione dell’amministrazione della cittadina umbra, allo scopo di offrire occasioni di dibattito culturale, religioso e sociale presso Casa San Girolamo: casa di spiritualità dell’Ac italiana, luogo privilegiato per la formazione alla fede e al dialogo con il mondo. Un impegno per cattolici: “La difesa dei valori repubblicani. Ridare sostanza a un senso di cittadinanza inaridito da nuove forme di egoismo e di individualismo rese devastanti dalla Rete”.

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Se dovessi dare un titolo più giornalistico a questa mia conversazione – che non ha alcuna ambizione al di là della testimonianza personale – lo farei così. L’Italia del futuro ha bisogno più che mai dei cattolici, peccato che troppi cattolici impegnati soprattutto in politica, abbiano lo sguardo rivolto al passato. Insomma, non raramente i cattolici sono i peggiori nemici di se stessi. Alcuni inseguono il miraggio della ricostituzione di un partito unico – e mi riferisco per essere chiari ai cattolici della maggioranza del Pd – ben sapendo che la Dc era un aggregatore pluralista di anime diverse. Era il collante indispensabile nell’era delle ideologie contrapposte. E il ritorno al proporzionale, di per sé sciagurato, non la fa resuscitare. Fa resuscitare altri, per esempio Berlusconi, ma non lo scudo crociato. E, dunque, alcune utopie centriste – e mi riferisco qui, per essere preciso, soprattutto ai cattolici di Ap – appaiono più segnate dal timore di perdere un relativo potere, personale o di gruppo, piuttosto che dalla preoccupazione di difendere un insieme di valori condivisi. Il leader del Pd insegue, senza dirlo, il sogno di una ricostituzione della Dc. La figura di La Pira è tra i suoi riferimenti identitari, sentimentali. Ma com’è distante la concezione dell’uso del potere fra i due sindaci di Firenze! Il partito della nazione altro non è che un’evoluzione, seppur riverniciata di scoutismo 2.0, del partito unico dei cattolici. Ma la Democrazia cristiana sapeva includere, dialogare e portare al naturale compromesso le diverse componenti della società. La mediazione è l’essenza intima dell’arte di governo. Va bene coltivare una preferenza maggioritaria, come ha fatto anche Veltroni prima di Renzi, ma gli esecutivi di coalizione non sono una maledizione, sono la normalità della politica europea. La Dc, pur con i suoi difetti e le sue colpe, non fu mai dominata da pensieri unici e da leadership personali. Ebbe cavalli di razza e correnti organizzate, non regni assoluti e dispotici. La sintesi politica, la composizione di interessi diversi – e almeno questo dovremmo imparare dalla storia dell’impegno dei cattolici in politica – è espressione dell’intelligenza e del rispetto delle idee dell’altro, non la tendenza antropologica all’inciucio, parola orribile da estirpare dal vocabolario politico. Perché il compromesso, tra parti diverse anche distanti, era più facile nel Novecento delle ideologie, delle idee in lotta anche violenta, e lo è meno oggi in una società indubbiamente più aperta e informata? Questa è una domanda che rimane senza risposte. E colpisce, nell’attualità di questi giorni, la dominanza dei rancori sull’elaborazione dei progetti e il rilancio delle idealità. Soprattutto nel centro sinistra. Uno schieramento che si divide pur nella certezza che fra qualche mese dovrà porsi il problema delle alleanze. Impegnato a far perdere il proprio ex collega piuttosto che battere l’avversario. I cattolici in politica dovrebbero essere i portatori del dialogo e della comprensione delle ragioni, quando ci sono, dell’altro. Assistiamo invece a una deriva settaria. Non è una storia del Novecento, è il risultato di una visione personalistica della politica.

Molti cattolici in politica agiscono e pensano poi come se fossero ancora in maggioranza nel Paese. Non lo sono più da tempo. E così si comporta a volte la stessa Chiesa. O perlomeno ha dato l’impressione di crederlo nell’era ruiniana del collateralismo di centrodestra. Io credo che dalla constatazione realistica di essere minoranza nel Paese e di non dover attendersi atti dovuti dalla società civile – ovvero il riconoscimento di una rendita di posizione storica – possa nascere per il mondo cattolico un nuovo slancio, un rinascimento che, come è scritto nella Evangelii gaudium di Francesco, consenta di “iniziare processi più che possedere spazi”.

Un passaggio che è rimasto privo di un approfondito dibattito riguarda quelli che un tempo si chiamavano i valori non negoziabili, la formula è caduta in disuso, ma è stata accantonata con troppa superficialità. Quei valori relativi alla famiglia, ai diritti dei nascituri, alla dignità del fine vita, lo sono ancora? Sono ancora così essenziali? La risposta non può essere che positiva – sono cambiati solo i toni, non c’è più una crociata – ma se vi mettete nei panni del normale cittadino di ispirazione cattolica non lo è tanto. Le minacce di una società troppo secolarizzata e materialista, che attenta ai principi etici della vita, erano così incombenti ai tempi di Wojtyla e Ruini, da giustificare persino le posizioni più oltranziste, l’organizzazione del family day? Oggi quelle minacce sono scomparse o si sono solo attenuate? Una riflessione storica su quel periodo è necessaria, non è stato un periodo breve. È durato almeno un quarto di secolo. Se pensiamo all’intero arco della presenza cattolica in politica (tenendo conto dell’opposizione allo Stato liberale unitario, il non expedit, il patto Gentiloni, pur nella parentesi del Pd di Sturzo), il protettorato di Wojtyla e Ruini, è stato incomparabilmente lungo. E ha avuto come effetto collaterale, come ha scritto opportunamente Franco Monaco, la “marginalizzazione del laicato cattolico politicamente impegnato”. O l’esaltazione di alcune posizioni apparse anche utilitaristiche, come le ripetute investiture di personaggi politici da parte del mondo di Comunione e Liberazione. L’ultimo Meeting di Rimini sembra aver sancito comunque una svolta significativa: senza una discussione meno formale e più approfondita di quello che è accaduto in questi ultimi anni, il mondo cattolico dimostra nei fatti di subire, anziché contribuire a formare secondo gli insegnamenti evangelici, i provvedimenti che una società moderna non può non affrontare. E mi riferisco non solo alle unioni civili. È meno ostico difendere barriere valoriali – come secondo me la giusta opposizione alla stepchild adoption – se si è partecipi dell’evoluzione della società, anticipando posizioni di buon senso, come quella sul testamento biologico. Senza dare la sensazione di esprimere una resistenza storica che finisce per essere considerata ottusa, dogmatica, passatista. Così la critica all’atteggiamento cattolico di chiusura prevale sul confronto nel merito delle idee. E così si finisce nell’angolo, si è costretti a inseguire. Ecco un’altra domanda. Perché i cattolici danno quasi sempre l’impressione di inseguire, raramente di anticipare l’evoluzione della società dando l’impressione di essere aggrappati al passato? La riflessione sugli eccessi e sui limiti della globalizzazione appartiene di diritto alla sfera cattolica ma ciò non viene riconosciuto da tutti. Forse anche perché si paga il prezzo di un pregiudizio? Certamente, ma alla formazione del pregiudizio contribuiscono gli stessi cattolici. Il tema del rispetto dell’ambiente oltreché dell’uomo e dei suoi diritti universali è patrimonio indiscutibile della tradizione cattolica. L’apertura estremamente significativa di Francesco nell’enciclica Laudato si’ è rimasta confinata alla riflessione colta, non è penetrata, come ci si poteva aspettare, nella pratica quotidiana, ma chi può meglio dei cattolici interpretare questo bisogno ecologico dell’età contemporanea?

Un ulteriore tema è quello che riguarda la tragedia dell’immigrazione e la giusta difesa dei diritti universali di chi, disperato, è costretto a fuggire dalla propria terra, il Papa ha autorevolmente affermato il dovere evangelico dell’accoglienza e si è espresso per lo ius soli e lo ius culturae. Il mondo del volontariato cattolico – che è parte prevalente del capitale sociale italiano, autentica ricchezza nascosta del nostro Paese – ha dato e dà un esempio di umanità straordinario. Ma è sbagliato dare l’impressione che nella gestione dei flussi non vi sia un limite, che l’affermazione dello spirito evangelico faccia inevitabilmente premio sul rispetto delle regole. È un grande errore, con effetti controproducenti, sottovalutare le paure dei propri concittadini. A volte esagerate, non c’è dubbio. Non vi è stata mai una vera invasione. Ma non è giusto considerare alla stregua di pericolosi razzisti strati, per lo più poveri e a loro volta emarginati, di popolazione che esprimono paure e reagiscono di conseguenza. È un modo inconsapevole di alimentare le peggiori pulsioni sovraniste e razziste. Una novità di rilievo è stata la recente presa di posizione del presidente della Cei Gualtiero Bassetti che pur affermando che “la cultura della carità è l’antidoto agli egoismo” e “la dignità è sempre in calpestabile e inalienabile”, ha approvato le nuove regole per le ONG nei salvataggi in mare, e ha posto nella sostanza l’opera solidale di valore assoluto dell’accoglienza nell’ambito del rispetto di regole di convivenza civile che sono la premessa perché i diritti di chi viene salvato siano poi garantiti effettivamente.

Questo passaggio della Cei dell’era di Francesco, così diversa dalle gestioni precedenti, credo sia stato estremamente importante per i cattolici impegnati in politica. C’è un limite all’accoglienza, come peraltro vi è anche nel Vangelo di Luca alla parabola del buon samaritano. E ciò è importante per sfatare il pregiudizio che il buonismo cattolico finisca per travolgere i già deboli impianti legislativi di una società a bassa legalità come la nostra. Se si allargano le braccia nell’intento lodevole di accogliere non si possono dimenticare diritti e paure degli strati più deboli della società. Non certo i poveri che beneficiano dell’infinita fonte di carità cristiana. Ma sono gli altri, la maggioranza invisibile, il ceto medio in declino, la classe operaia minacciata nella sua stessa esistenza che poi votano le proposte politiche più estreme e contrarie alla dottrina della Chiesa.

La questione dei migranti si lega inevitabilmente ai rapporti con l’Islam. Riprendo uno scritto di Giovanni Paolo II del 28 giugno 2003, la Ecclesia in Europa, nel quale il santo pontefice proponeva l’esigenza di un rapporto corretto e prudente con l’Islam, avendo coscienza del notevole divario con la cultura europea, che ha profonde radici cristiane. Il principio della libertà religiosa veniva ovviamente difeso. Ma si sottolineava “la frustrazione dei cristiani che accolgono credenti di altre religioni dando loro la possibilità di esercitarlo e si vedono rifiutare l’esercizio del culto cristiano nei loro Paesi”. Questa frase è di grande attualità e segnala il disagio di parte del mondo cattolico che nota non solo la scarsa reciprocità. Assiste alla persecuzione di chi ha la propria fede in tanti paesi musulmani, e rimane attonito di fronte al silenzio dei Paesi occidentali, alla distrazione o all’imbarazzo di governi formati anche da esponenti cattolici. E ancora: noi tutti siamo evidentemente favorevoli all’integrazione e al riconoscimento della cittadinanza dei musulmani. Le loro comunità sono già inserite nel tessuto socioeconomico. Ma pochi – e tra questi non certo i cattolici – incalzano queste comunità rimproverando loro l’atteggiamento neutrale se non giustificativo tenuto nei confronti del fenomeno terrorista. Un fenomeno che fa parte del loro album di famiglia, come si sarebbe detto un tempo, e non del nostro. Quando vogliamo affrontare, e lo dico ai cattolici impegnati in politica, questo spigoloso argomento? Dimostrarci aperti è un dovere evangelico; deboli e poco convinti delle nostre identità no.

E allora, in conclusione, quale dovrebbe essere un rinnovato ruolo dei cattolici in politica, tenendo conto che il partito unico non vi sarà più e la condizione di minoranza sarà difficilmente ribaltabile? A mio modesto giudizio c’è l’occasione storica di ridare sostanza a un senso di cittadinanza inaridito da nuove forme di egoismo e di individualismo rese devastanti dalla Rete. La difesa dei valori repubblicani, il rispetto delle istituzioni e della loro laicità può essere, come è accaduto anche in passato, una battaglia con i cattolici dei vari schieramenti in prima fila. Ma bisogna parlarsi e trovare nuovi piani di compromesso e non altri motivi di divisione. Riprodurre una rete di solidarietà sociale che, grazie alla forza del volontariato, può rappresentare una nuova forma di economia sociale e partecipata. Impegnarsi a rinnovare il tessuto dei corpi intermedi della società senza i quali non vi è comunità e forse, in prospettiva, nemmeno democrazia. Perdonare di meno se stessi, smettere di chiudere gli occhi sugli eccessi del potere curiale, ritrovare la bellezza evangelica delle parole che trasmettono i sentimenti. Grazie.

 

 



Sabato, 16 Settembre 2017

Don Tony Drazza intervistato dal settimanale «Credere»

Secondo l’assistente nazionale dei giovani dell’Azione Cattolica, alle nuove generazioni mancano modelli di adulti cui fare riferimento. «Per questo», dice, «sogno che le parrocchie siano luogo di incontro tra le diverse età della vita».Tra un anno, nell’ottobre 2018, si aprirà la 15ª Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che metterà a tema «i giovani, la fede e il discernimento vocazionale». In preparazione a questo importante evento ecclesiale, il settimanale «Credere» pubblicherà periodicamente storie che vedono protagonisti i giovani e chi si occupa di pastorale giovanile. Nel numero in edicola questa settimana, si parte con la bella intervista di Francesca D’Angelo al nostro don Tony.



Venerdì, 15 Settembre 2017

Il prossimo 16 settembre a Casa San Girolamo

“Cattolici, politica e società”: è il tema che sarà affrontato da Ferruccio de Bortoli, già direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore, oggi presidente della Casa Editrice Longanesi, il prossimo 16 settembre a Spello. Si tratta della prima edizione delle “Conversazioni a Spello”, volute dall’Azione cattolica italiana e dal Comune di Spello per portare riflessioni di alto livello culturale, religioso e sociale nella cittadina umbra e per valorizzare la stessa Casa San Girolamo.
Questo luogo rappresenta, per la città di Spello, un patrimonio di grande valore storico e culturale e per l’Azione cattolica un “polmone spirituale” per la formazione alla fede e al dialogo con il mondo di oggi.
La stessa Azione cattolica sta valorizzando, dal 2010, l’antico monastero, con appuntamenti formativi e a carattere spirituale lungo il corso dell’anno, con proposte specifiche nei periodi di Avvento, Quaresima e per l’intera estate.
Il programma della giornata prevede l’accoglienza nel pomeriggio di sabato 16 settembre (ore 16); quindi una presentazione e visita della Casa con una sosta sulla tomba di Carlo Carretto (1910-1988), che qui visse numerosi anni, figura tra le più significative del cattolicesimo italiano tra pre e post Concilio. Alle 18 la relazione di de Bortoli. A seguire apericena. Per informazioni: http://casasangirolamo.azionecattolica.it/



Mercoledì, 13 Settembre 2017

I giovani di Azione Cattolica in discernimento

di L. Alfarano, M.Tridente, don T. Drazza - Il Sinodo che si terrà nel 2018 vuole essere il mezzo attraverso cui la Chiesa si avvicina sempre più ai giovani, proponendo come tema – caldissimo – quello del discernimento vocazionale. Anche il settore giovani di Azione Cattolica, durante i campi nazionali che si sono tenuti quest’anno ad Anagni e Fognano, ha suggerito ai molti partecipanti percorsi di discernimento, sia personale che comunitario: riflessioni accolte con entusiasmo, proprio perché nodo centrale della nostra vita, spesso bombardati da mille possibilità e dunque spaesati, in un mondo che non ha tempo per “elogiare la lentezza” del processo di discernimento. Perché riconoscere, interpretare, scegliere – i tre verbi suggeriti da Papa Francesco in Evangelii gaudium per un buon discernimento vocazionale – sono un compito che richiede tempo e silenzio per poter leggere la propria vita.



Lunedì, 11 Settembre 2017

Presidenti e Assistenti a Convegno, per l’Ac di oggi e di domani

Custodire, generare, abitare. Sono i tre verbi del futuro per un’Ac che ha voglia di mettersi al servizio del paese e della Chiesa. Con la sua storia, lunga ormai 150 anni. E con i suoi volti di giovani e adulti, passando per i ragazzi e gli anziani, intrisi di passione e sorriso per un impegno pastorale e sociale che implica però anche una ricerca personale e spirituale.
E così, dopo la XVI Assemblea nazionale dell’Azione cattolica italiana, segnate dall’incontro intenso e carico di significati con Francesco, lo scorso 30 aprile, ecco il primo appuntamento programmatico per il triennio 2017-2020. Un Convegno che ha visto i presidenti e assistenti diocesani unitari e regionali di Azione cattolica convergere a Bologna (8-10 settembre) per riflettere sul tema «Vi precede in Galilea». Custodire-generare-abitare.
Un Convegno che è iniziato con un momento pubblico organizzato dall’Isacem – lo stesso presidente Matteo Truffelli ha ribadito come non fosse un’appendice ma la prima parte del Convegno stesso – dove una folta platea ha ascoltato il racconto dell’Ac lungo i suoi 150 anni di storia. Il tema, Una storia lunga centocinquant’anni. L’Azione cattolica nella vita del Paese, è stato pensato nell’ambito delle celebrazioni per il secolo e mezzo di fondazione della più antica associazione laicale cattolica del paese. Raffaele Cananzi, presidente dell’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI (Isacem), ha ricordato le origini bolognesi dell’Ac, città di Giovanni Acquaderni (1839-1922), fondatore, assieme al viterbese Mario Fani, della prima Società della gioventù cattolica, nucleo originario dell’Ac. Cananzi ha sottolineato «il contributo, originale e fondamentale, dell’Ac alla vita ecclesiale e civile del paese», puntando in particolare sulla «formazione cristiana, non offuscata da integrismo», capace di sollecitare una cittadinanza attiva in grado di incidere sulla vicenda nazionale, anche «creando un dialogo fecondo tra credenti e non credenti».
Giampaolo Venturi, storico, ha tenuto invece una relazione sul fondatore, Giovanni Acquaderni, motore di numerose iniziative sociali, economiche, culturali, e poi fondatore nel 1867 della Società della gioventù cattolica italiana, con forti connotazioni spirituali senza rinunciare all’impegno sociale a favore delle classi meno fortunate della nascente nazione italiana.
Un ampio e dettagliato profilo dell’associazione laicale, dalla fondazione, nel 1867, fino ai tempi recenti, lo ha delineato Giorgio Vecchio, docente di Storia contemporanea dell’Università di Parma. L’Ac, attraverso il racconto dei volti e delle testimonianze, ha attraversato la vita nazionale, dal fascismo alla lotta resistenziale, dalla ricostruzione post-bellica al Concilio, fino al ’68, al terrorismo, per giungere all’oggi. Una ricostruzione, quella di Vecchio, che si sofferma sull’immagine di Vittorio Bachelet, presidente di Ac nel post-Concilio, ucciso dalle Brigate Rosse nel febbraio 1980 quando era vice presidente del Consiglio superiore della magistratura: «Quasi una crocefissione contemporanea – commenta lo storico –, un’offerta di sé in nome di un impegno laicale, da cristiano adulto, per il bene del nostro paese». Alla relazione di Vecchio è seguita quella di Paolo Trionfini, anch’egli storico, direttore Isacem, che si è concentrato sugli sviluppi della “forma associativa” dell’Ac dalle origini al ‘900.
Nei verbi che faranno da filo conduttore per il prossimo triennio, l’Ac non può dimenticare la memoria, che aiuta a vivere il presente e prepara un buon futuro. È lo stesso Truffelli a ribadirlo: «la nostra storia ci aiuta a capire che nei 150 anni di vita dell’Azione cattolica siamo stati fedeli alla nostra identità perché abbiamo saputo cambiare. Abbiamo saputo leggere e interpretare il tempo per stare dentro di esso». «La nostra storia ci insegna – continua Truffelli – l’arte e l’importanza del discernimento, del discernimento comunitario: capire come essere Ac oggi». L’Ac deve «porsi in ascolto della vita della propria realtà particolare per capire quali priorità assumere per il triennio, e attraverso quali modalità e quali scelte concrete lavorare per esse».
Perché «è questo che è richiesto ai cittadini di Galilea: la Galilea, ci ricordava mons. Mansueto Bianchi, è la terra “tipica del laico di Azione cattolica”, perché è la terra della contaminazione, la terra della pluralità, del velamento di Dio, la terra in cui non è facile distinguere con chiarezza immediata il bene, il giusto, la verità. Ma è anche il luogo della vita, la parabola della città. E proprio per questo è anche il luogo dove è iniziato il cammino di Gesù, il cammino della Chiesa, e perciò dove comincia il cammino di ogni cristiano».
L’Ac in cammino è un’Ac missionaria. «Cosa significa per l’Ac farsi più missionaria – conclude Truffelli – ? Non ci sono risposte facili. Dovremo capirlo insieme, in questi e nei prossimi anni. Battendo sentieri nuovi, esplorando nuove modalità e iniziative. E condividendo le esperienze fatte, per capire come farne patrimonio comune. Per cercare di spingere l’associazione occorre sporgersi in avanti, per farsi sempre più prossima alla vita delle persone».

Il decalogo di mons. Sigismondi
A questo cammino in terre inesplorate, fecondo e pieno di speranza, ha fatto cenno l’assistente generale di Ac, mons. Gualtiero Sigismondi, che, in un’ampia e apprezzata relazione sul discernimento, ha elencato una sorta di decalogo che lo sorregga.
«Il discernimento è un esercizio alto di sinodalità che esprime il mistero della Chiesa: la comunione». E un vero discernimento esige lo sguardo fisso su Gesù. Tra i punti da annotare nella nostra agenda quotidiana del discernimento, ci sono: considerare gli altri superiori a se stessi e gareggiare nello stimarsi a vicenda; saper nutrire un po’ di diffidenza verso il proprio giudizio; cercare soluzioni condivise e puntare al massimo bene possibile, non al minimo indispensabile; individuare i fini e i mezzi necessari per raggiungerli. Inoltre: avere memoria del futuro senza cedere alla nostalgia né alle utopie, perché entrambe soffocano la profezia; avviare processi a lunga scadenza, senza farsi sopraffare dalla ricerca di risultati immediati; leggere la Parola di Dio tenendo la mano sul polso della vita; creare un’intesa che sia sintesi delle diverse esigenze e delle varie voci emerse.
Infine, alla base del discernimento c’è la preghiera. Senza la preghiera non c’è la concordia. E senza la concordia, non esiste Pentecoste.



Sabato, 09 Settembre 2017

Dalla riflessione di mons. Sigismondi

I Presidenti e Assistenti di Azione Cattolica riuniti per il Convegno di Bologna sono stati accompagnati a chiedersi e a comprendere cosa significhi e cosa si intenda per “discernimento comunitario”. Un discernimento che si collochi dentro la conversione missionaria del nostro tempo e guardi alla nostra storia associativa, aiutandoci a intendere la nostra responsabilità nei confronti del patrimonio di cui siamo custodi. Un patrimonio ricco, sostegno per l’Associazione nel suo “sporgersi in avanti” e nel continuare a capire come “restare fedele alla propria identità pur cambiando” (Matteo Truffelli). Chiamati - come e in quanto Azione Cattolica - a compiere questo “atto di intelligenza spirituale” che sopra ogni cosa ci consente di comprendere e mettere in pratica ciò che a Dio è più gradito. Mons. Gualtiero Sigismondi, a tal proposito, ha suggerito ai partecipanti un possibile decalogo per vivere il discernimento come un’arte:
1. Stimare gli altri superiori a se stessi gareggiando nel sopportarsi a vicenda nell’amore.
2. Saper nutrire un po’ di diffidenza verso il proprio giudizio.
3. Trovare soluzioni condivise cercando i punti di convergenza a partire da quelli di tangenza tendendo al massimo bene possibile e non al minimo indispensabile.
4. Coniugare analisi e sintesi: “non basta utilizzare il telescopio ma anche il microscopio” perché il tutto è più importante della parte.
5. Riconoscere che un’individuazione dei fini da sola non basta senza i mezzi concreti per raggiungerli.
6. Avere memoria del futuro interpretando “i sogni degli anziani e le visioni dei giovani” senza cedere la Parola alla nostalgia e all’utopia perché entrambe soffocano la profezia.
7. Avere l’umiltà di avviare processi a lunga scadenza senza lasciarsi superare dall’ossessione di raggiungere risultati immediati.
8. Imparare a tendere l’orecchio alla Parola di Dio e a sentire il polso del tempo e della vita.
9. Avere la serena consapevolezza che tutto concorre al bene.
10. Tenere insieme dottrina e pastorale.

Andiamo allora in Galilea abbandonando le nostre certezze e il nostro sentirci “evangelizzatori di professione” e accreditandoci non come portatori ma come cercatori di Cristo!

 



Giovedì, 07 Settembre 2017

Convegno dei Presidenti e Assistenti diocesani unitari e regionali di Azione Cattolica

All’inizio di questo triennio, in un tempo favorevole per la Chiesa, per il Paese e per la nostra associazione, grande importanza assume il Convegno dei Presidenti e Assistenti diocesani e regionali di Azione cattolica «Vi precede in Galilea». Custodire-Generare-Abitare, che si svolgerà a Bologna dall’8 al 10 settembre: un appuntamento per confrontarsi e riflettere insieme alla luce degli Orientamenti triennali dell’Ac che indirizzeranno il cammino associativo e le buone prassi da mettere in campo. Da segnalare, il pomeriggio di venerdì 8 settembre, presso l’auditorium Enzo Biagi della Salaborsa di Bologna, l’incontro pubblico Una storia lunga centocinquant’anni. L’Azione cattolica nella vita del Paese, promosso dall’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI, tappa del programma allestito per il centocinquantesimo di fondazione dell’associazione, che ebbe proprio a Bologna il luogo di origine dell’intuizione di Giovanni Acquaderni e Mario Fani.




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