giovedì, 14 dicembre 2017
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L'incontro con Don Bruno Ferrero pervisto per sabato 14 ottobre è rinviato a data da destinarsi per motivi di salute del relatore






News dall'Azione Cattolica Italiana

Martedì, 21 Novembre 2017

Futuro Anteriore. Il Rapporto Caritas 2017

di Andrea Casavecchia* - Con la pubblicazione di “Futuro Anteriore. Rapporto 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia” la Caritas concentra l’attenzione sulla condizione di vulnerabilità che colpisce le nuove generazioni. Rispetto al passato si evidenzia la trasformazione storica per il Paese dello stivale: le povertà dopo il 2007, anno precedente alla crisi economica, riguardano più i giovani degli anziani.
Anche nel complesso la situazione non è felice. I dati Eurostat ci indicano che gli italiani a rischio di povertà e di esclusione sociale sono aumentati tra il 2010 e il 2015 di 2 milioni e 578 mila e hanno raggiunto il 28,8% della popolazione, contro il 23,3% dei poveri in tutta l’Unione europea. Quando si considera la grave deprivazione – le persone che non sono in grado di vivere in modo dignitoso – la situazione è ancora peggiore: mentre nello stesso lasso di tempo la porzione di popolazione nei paesi UE si è ridotta (-6,7%) in Italia è aumentata del 63,7%, più di 7 milioni di persone vivono in uno stato di grave indigenza.
Il rapporto mostra la diversificazione delle categorie sociali che sono colpite dal rischio di povertà: se prima si parlava di Mezzogiorno, di anziani soli, disoccupati e nuclei familiari numerosi, oggi si aggiungono i giovani con meno di 34 anni, le famiglie di cittadini stranieri, le famiglie con figli minori, i lavoratori poveri. Tra queste l’impatto dei giovani è impressionante: il 48,7% delle persone che vive in condizioni di povertà assoluta ha un’età compresa tra 0 e 34 anni. Le vulnerabilità dei giovani sono diverse.
Si riscontra un divario generazionale evidente: la povertà diminuisce all’aumentare dell’età. Le motivazioni sono diverse innanzitutto gli anziani hanno una casa propria e una pensione che li tutelano dai rischi economici più gravi; poi emerge una distanza nella disponibilità dei beni: la ricchezza di un capo famiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995, invece un capo famiglia over 65 in media ha visto aumentare la sua disponibilità del 60%. Emerge il timore che per la prima volta nella storia contemporanea i figli siano più poveri dei loro padri.
Una seconda vulnerabilità è l’assenza di mobilità generazionale. In Italia coloro che nascono all’interno di una categoria sociale tendono a rimanere all’interno di quella: istruzione, reddito, opportunità lavorative si tramandano tra le generazioni.
C’è poi l’abbandono scolastico e la povertà educativa, che coinvolge il 14,7% della popolazione giovanile. Secondo una rilevazione di BankItalia riportata nel Rapporto sono i giovani figli di migranti a evidenziare i livelli più elevati l’abbandono tra loro raggiunge il 31,3%.
Dopo si esamina il delicato rapporto tra giovnai e mercato del lavoro. Si sottolinea la difficoltà di inserimento lavorativo e il timore di una generazione perduta per il mondo della produzione: il tasso della disoccupazione per i giovani nel 2016 ha toccato il 37,8% in Italia contro il 18,7% di quello europeo. Un dato particolare è evidenziato per i Neet (i giovani che non studiano, non lavorano e non sono in apprendistato) agli sportelli Caritas si avvicinano maggiormente maschi 56,2% e cittadini stranieri 77,4%.
Un’ultima dimensione della vulnerabilità dei giovani riguarda le dipendenze: si sottolinea come il 23,1% sia fumatore, il 19,4% consuma alcol, il 34% tra i 15 e i 19 anni ha usato una sostanza psicoattiva illegale e almeno un giovane su due gioca d’azzardo.
Dal Rapporto Caritas osserviamo uno spaccato della popolazione giovanile di cui forse si parla poco. Ci richiama alla responsabilità di prenderci cura delle nuove generazioni per ridurre la vulnerabilità. Più che la scusa della crisi economica si dovrebbe iniziare a parlare di una nuova redistribuzione delle opportunità su base generazionale.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana

 



Sabato, 18 Novembre 2017

La prima Giornata mondiale dei poveri

Il 19 novembre 2017 si celebra la I Giornata mondiale dei poveri, voluta fortemente da Papa Francesco a conclusione del Giubileo della Misericordia, affinché tutta la comunità cristiana si senta chiamata a tendere la propria mano ai poveri, ai deboli, agli uomini e alle donne cui viene calpestata la dignità.

1. «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18). Queste parole dell’apostolo Giovanni esprimono un imperativo da cui nessun cristiano può prescindere. La serietà con cui il “discepolo amato” trasmette fino ai nostri giorni il comando di Gesù è resa ancora più accentuata per l’opposizione che rileva tra le parole vuote che spesso sono sulla nostra bocca e i fatti concreti con i quali siamo invece chiamati a misurarci. L’amore non ammette alibi: chi intende amare come Gesù ha amato, deve fare proprio il suo esempio; soprattutto quando si è chiamati ad amare i poveri. Il modo di amare del Figlio di Dio, d’altronde, è ben conosciuto, e Giovanni lo ricorda a chiare lettere. Esso si fonda su due colonne portanti: Dio ha amato per primo (cfr 1 Gv 4,10.19); e ha amato dando tutto sé stesso, anche la propria vita (cfr 1 Gv 3,16).
Un tale amore non può rimanere senza risposta. Pur essendo donato in maniera unilaterale, senza richiedere cioè nulla in cambio, esso tuttavia accende talmente il cuore che chiunque si sente portato a ricambiarlo nonostante i propri limiti e peccati. E questo è possibile se la grazia di Dio, la sua carità misericordiosa viene accolta, per quanto possibile, nel nostro cuore, così da muovere la nostra volontà e anche i nostri affetti all’amore per Dio stesso e per il prossimo. In tal modo la misericordia che sgorga, per così dire, dal cuore della Trinità può arrivare a mettere in movimento la nostra vita e generare compassione e opere di misericordia per i fratelli e le sorelle che si trovano in necessità.

2. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7). Da sempre la Chiesa ha compreso l’importanza di un tale grido. Possediamo una grande testimonianza fin dalle prime pagine degli Atti degli Apostoli, là dove Pietro chiede di scegliere sette uomini «pieni di Spirito e di sapienza» (6,3) perché assumessero il servizio dell’assistenza ai poveri. È certamente questo uno dei primi segni con i quali la comunità cristiana si presentò sulla scena del mondo: il servizio ai più poveri. Tutto ciò le era possibile perché aveva compreso che la vita dei discepoli di Gesù doveva esprimersi in una fraternità e solidarietà tali, da corrispondere all’insegnamento principale del Maestro che aveva proclamato i poveri beati ed eredi del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3).
«Vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,45). Questa espressione mostra con evidenza la viva preoccupazione dei primi cristiani. L’evangelista Luca, l’autore sacro che più di ogni altro ha dato spazio alla misericordia, non fa nessuna retorica quando descrive la prassi di condivisione della prima comunità. Al contrario, raccontandola intende parlare ai credenti di ogni generazione, e quindi anche a noi, per sostenerci nella testimonianza e provocare la nostra azione a favore dei più bisognosi. Lo stesso insegnamento viene dato con altrettanta convinzione dall’apostolo Giacomo, che, nella sua Lettera, usa espressioni forti ed incisive: «Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disonorato il povero! Non sono forse i ricchi che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? [...] A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (2,5-6.14-17).

3. Ci sono stati momenti, tuttavia, in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri. Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri!
Tra tutti spicca l’esempio di Francesco d’Assisi, che è stato seguito da numerosi altri uomini e donne santi nel corso dei secoli. Egli non si accontentò di abbracciare e dare l’elemosina ai lebbrosi, ma decise di andare a Gubbio per stare insieme con loro. Lui stesso vide in questo incontro la svolta della sua conversione: «Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Test 1-3: FF 110). Questa testimonianza manifesta la forza trasformatrice della carità e lo stile di vita dei cristiani.
Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita. Infatti, la preghiera, il cammino del discepolato e la conversione trovano nella carità che si fa condivisione la verifica della loro autenticità evangelica. E da questo modo di vivere derivano gioia e serenità d’animo, perché si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli. Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità» (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58).
Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce.

4. Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3; Lc 6,20). Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 25-45).
Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri. Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita.

5. Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata!
Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo. Dinanzi a questo scenario, non si può restare inerti e tanto meno rassegnati. Alla povertà che inibisce lo spirito di iniziativa di tanti giovani, impedendo loro di trovare un lavoro; alla povertà che anestetizza il senso di responsabilità inducendo a preferire la delega e la ricerca di favoritismi; alla povertà che avvelena i pozzi della partecipazione e restringe gli spazi della professionalità umiliando così il merito di chi lavora e produce; a tutto questo occorre rispondere con una nuova visione della vita e della società.
Tutti questi poveri – come amava dire il Beato Paolo VI – appartengono alla Chiesa per «diritto evangelico» (Discorso di apertura della II sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 29 settembre 1963) e obbligano all’opzione fondamentale per loro. Benedette, pertanto, le mani che si aprono ad accogliere i poveri e a soccorrerli: sono mani che portano speranza. Benedette le mani che superano ogni barriera di cultura, di religione e di nazionalità versando olio di consolazione sulle piaghe dell’umanità. Benedette le mani che si aprono senza chiedere nulla in cambio, senza “se”, senza “però” e senza “forse”: sono mani che fanno scendere sui fratelli la benedizione di Dio.

6. Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei Poveri, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i più bisognosi. Alle altre Giornate mondiali istituite dai miei Predecessori, che sono ormai una tradizione nella vita delle nostre comunità, desidero che si aggiunga questa, che apporta al loro insieme un elemento di completamento squisitamente evangelico, cioè la predilezione di Gesù per i poveri.
Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste. Questa Giornata intende stimolare in primo luogo i credenti perché reagiscano alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro. Al tempo stesso l’invito è rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza. Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione.

7. Desidero che le comunità cristiane, nella settimana precedente la Giornata Mondiale dei Poveri, che quest’anno sarà il 19 novembre, XXXIII domenica del Tempo Ordinario, si impegnino a creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto. Potranno poi invitare i poveri e i volontari a partecipare insieme all’Eucaristia di questa domenica, in modo tale che risulti ancora più autentica la celebrazione della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, la domenica successiva. La regalità di Cristo, infatti, emerge in tutto il suo significato proprio sul Golgota, quando l’Innocente inchiodato sulla croce, povero, nudo e privo di tutto, incarna e rivela la pienezza dell’amore di Dio. Il suo abbandonarsi completamente al Padre, mentre esprime la sua povertà totale, rende evidente la potenza di questo Amore, che lo risuscita a vita nuova nel giorno di Pasqua.
In questa domenica, se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto, avviciniamoci a loro: sarà un momento propizio per incontrare il Dio che cerchiamo. Secondo l’insegnamento delle Scritture (cfr Gen 18,3-5; Eb 13,2), accogliamoli come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a vivere la fede in maniera più coerente. Con la loro fiducia e disponibilità ad accettare aiuto, ci mostrano in modo sobrio, e spesso gioioso, quanto sia decisivo vivere dell’essenziale e abbandonarci alla provvidenza del Padre.

8. A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera. Non dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dei poveri. La richiesta del pane, infatti, esprime l’affidamento a Dio per i bisogni primari della nostra vita. Quanto Gesù ci ha insegnato con questa preghiera esprime e raccoglie il grido di chi soffre per la precarietà dell’esistenza e per la mancanza del necessario. Ai discepoli che chiedevano a Gesù di insegnare loro a pregare, Egli ha risposto con le parole dei poveri che si rivolgono all’unico Padre in cui tutti si riconoscono come fratelli. Il Padre nostro è una preghiera che si esprime al plurale: il pane che si chiede è “nostro”, e ciò comporta condivisione, partecipazione e responsabilità comune. In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca.

9. Chiedo ai confratelli vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi – che per vocazione hanno la missione del sostegno ai poveri –, alle persone consacrate, alle associazioni, ai movimenti e al vasto mondo del volontariato di impegnarsi perché con questa Giornata Mondiale dei Poveri si instauri una tradizione che sia contributo concreto all’evangelizzazione nel mondo contemporaneo.
Questa nuova Giornata Mondiale, pertanto, diventi un richiamo forte alla nostra coscienza credente affinché siamo sempre più convinti che condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda. I poveri non sono un problema: sono una risorsa a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo.

Messaggio del Santo Padre Francesco
per la I Giornata mondiale dei poveri
Dal Vaticano, 13 giugno 2017
Memoria di Sant’Antonio di Padova

 



Mercoledì, 15 Novembre 2017

Il punto sul recente Convegno Toniolo

di Nadia Matarazzo* - Un continente ai confini dell’Europa, un’enorme sacca di povertà nell’economia mondiale, una terra da risollevare esportando la buona politica e l’arte dell’amministrazione. Queste sono solo alcune delle definizioni con le quali siamo abituati a identificare l’Africa, o per meglio dire le Afriche, che hanno più di tutto bisogno di una bonifica culturale: quella del nostro linguaggio, tuttora – il più delle volte inconsapevolmente – impregnato di una concezione coloniale dura a morire.
Lo scorso 10 novembre è stato celebrato il convegno dell’Istituto Toniolo di Diritto Internazionale della Pace, dedicato proprio ad approfondire gli scenari geopolitici e sociali africani, con lo scopo di iniziare a ragionare dei problemi del mondo a partire dai luoghi in cui essi originano.

La domanda intorno alla quale si è snodata la riflessione è stata “perché occuparsi di Africa?” e ciascuno dei relatori ha formulato una possibile risposta a partire da uno degli aspetti in gioco nel determinare il destino del gigante africano: il presidente nazionale, Matteo Truffelli, ha richiamato la necessità di emancipare il continente antico dagli stereotipi che lo circondano, ricordando che da quest’anno il Segretariato del Forum Internazionale di Azione Cattolica conta per la prima volta due rappresentanti africani; il presidente del comitato scientifico dell’Istituto Toniolo, Ugo De Siervo, ha sottolineato il ruolo dell’Africa in tutte le questioni cruciali nell’era della globalizzazione; il vicepresidente di Caritas, Paolo Beccegato, che ha moderato il tavolo, ha parlato dell’Africa come di una terra in cui convivono speranza e disperazione, e da cui si leva una grande istanza di umanità in cerca di risposte; Vincenzo Buonomo, ordinario di Diritto Internazionale dell’Università Lateranense, ha fatto luce sull’unicità della geopolitica africana, dilaniata da conflitti che in larga parte rappresentano l’eredità tossica del colonialismo europeo; padre Giulio Albanese, missionario comboniano della Fondazione Missio, ha ripercorso le traiettorie dello sfruttamento e delle sperequazioni economico-sociali responsabili di alcuni drammatici scenari africani, troppo spesso occultati dal silenzio mediatico; il presidente di FOCSIV, Gianfranco Cattai, ha offerto un’analisi critica della cooperazione internazionale, sottolineandone l’impotenza se le relazioni tra i popoli non si fondano innanzitutto su equità e giustizia; Mario Foschini, infine, dell’ufficio studi Coldiretti, ha rilevato la necessità di rispondere alla domanda di cooperazione nel campo delle politiche agricole con progetti concreti e orientati alle specificità di ciascun territorio.

Quello che emerge è uno scenario estremamente complesso e articolato, vittima di una stigmatizzazione che, colpevolmente, ne ha ridimensionato drasticamente la vivacità, abituandoci a pensare alle società africane come sempre bisognose di qualcosa, un qualcosa che tuttora si concretizza in interventi esterni di natura top down, soffocanti e complici perciò dell’appiattimento culturale nel quale l’Africa è stata relegata in gran parte del dibattito internazionale.

Ma torniamo al titolo di questo convegno, che mette in rilievo, su tutte, le questioni migratorie, tratto caratteristico degli scenari africani. Le migrazioni non avvengono soltanto dall’Africa, ma attraversano l’Africa in lungo e in largo: flussi di migranti e profughi ben più numerosi di quelli sui quali si accendono i riflettori europei sono invece quelli che percorrono moltissimi Paesi africani, alcuni dei quali affrontano numeri rispetto ai quali quelli registrati in Europa sono soltanto briciole sparute.  E proprio dai temi migratori viene una considerazione doverosa in questo tempo in cui la securitizzazione delle politiche di frontiera sembra inarrestabile: uno sguardo attento alla realtà di un bacino di partenza, come quello africano, mette in luce l’inefficacia di tutte quelle politiche che affrontano i flussi migratori come un problema da risolvere, là dove, invece, essi non sono altro che la conseguenza di una serie di problemi legati allo sfruttamento del sottosviluppo, alla povertà e alle sperequazioni economico-sociali. E la grande responsabilità dei cattolici è quella di contribuire alla realizzazione di un nuovo progetto culturale universale, che sappia mettere l’umano al centro dell’economia e della politica, così che ad ogni popolo sia data la possibilità di percorrere il proprio itinerario di sviluppo integrale.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana



Venerdì, 10 Novembre 2017

Una felice realtà: l’Azione Cattolica e le scuole per l'Europa in Bosnia

di Fabiana Martini - Ci sono segni che lasciano il segno. Come cicatrici pronte a ricordarti il passato in un presente che è già futuro, possibilità di vita che quel passato doloroso non ha del tutto ucciso. Amicizia che supera la sofferenza. Fiducia che supera la tragedia. Come le rose di Sarajevo: buche lasciate sull’asfalto dalle bombe e riempite di resina rossa per andare oltre ciò che è stato senza dimenticarlo. Come le scuole interetniche, oggi scuole per l’Europa: segno del coraggio della Chiesa Cattolica, che ancora sotto le bombe progettò quest’enclave di speranza e scommise sulla convivenza, così duramente provata dalla guerra; segno della vicinanza dell’Azione Cattolica alla Bosnia, una vicinanza che generò la candidatura dei bambini di Sarajevo al Premio Nobel per la Pace (in tutta Italia furono raccolte 134 mila cartoline), una storia di relazioni ancora vive e il concreto sostegno a quest’esperienza educativa, che in oltre vent’anni (partì nell’anno scolastico 1994/1995) ha formato 13226 mila studenti tra i 6 e i 18 anni più o meno così ripartiti: 70% di cattolici, 10% di musulmani, tra il 5 e il 7% di ortodossi e il resto protestanti o non religiosi. Una vicinanza che è stata ufficialmente e allegramente sancita durante l’incontro nazionale dell’Acr del 18 ottobre 1997, quando 50 mila ragazzi hanno cantato «mi smo s vama siamo con voi/puoi contare su di noi».

E l’Ac c’è stata, davvero, non solo in rappresentanza, ma attraverso l’incontro dei volti, delle mani e dei passi. E vuole esserci ancora. Per questo, due decenni dopo quell’evento, con un gruppo di ex responsabili nazionali siamo tornati a Sarajevo (ma anche a Tuzla e a Stup) con le nostre gambe per abbracciare i bambini e i ragazzi, le donne e gli uomini che ogni giorno danno corpo a quest’utopia, e dire che ci siamo e possono ancora contare su di noi.

Oggi più che mai è importante: oggi che le scuole sono 14 dislocate in 7 centri, tutte moderne e funzionali; oggi che lo Stato se ne fa carico, provvedendo alla retribuzione del personale educativo e amministrativo e a tutte le spese correnti; oggi che non c’è più la guerra. Perché, come ci ha ricordato mons. Pero Sudar, vescovo ausiliario di Sarajevo e instancabile promotore di quest’esperienza, «la convivenza è la chiave del futuro del mondo» e bisogna dimostrare che è possibile realizzarla. Come un tempo avveniva a Sarajevo.

Una convivenza vera, che non omologa, ma si fonda sulla reciproca disponibilità ad accettarsi e a rispettarsi nelle proprie differenze. Quella disponibilità che fa sì che nelle scuole cattoliche per l’Europa, quando arriva l’ora di religione, a ognuno venga garantita la sua confessione (e l’ora di etica ai non religiosi), per poi ritrovarsi tutti nell’ora di storia delle religioni. Quella disponibilità che fa sì che non si cancellino le ricorrenze cristiane o quelle musulmane, ma si festeggino entrambe. Quella disponibilità che fa sì che al termine del percorso di studi un giovane di Tuzla, dichiarato studente dell’anno 2017, dica: «In ogni uomo c’è qualcosa che merita attenzione e rispetto e, prima di dare un giudizio sull’altro, bisogna mettersi nei suoi panni». Questa disponibilità non è molto praticata e diffusa: l’Ecri, l’organismo antirazzismo del Consiglio d’Europa, nel terzo rapporto sulla Bosnia reso noto a fine febbraio ha sollecitato a mettere fine «con urgenza alla segregazione etnica in vigore nelle scuole del Paese», elemento che si coglie anche fuori dalle aule scolastiche, ma che è particolarmente grave si verifichi lì dove si costruisce il futuro di queste terre e dove si pongono le basi per una società inclusiva.

I bambini, del resto, sono tutti uguali: la differenza più grande che si può trovare è tra chi tifa per il Sarajevo e chi sostiene lo Zeljeznikar, tutti sono invece golosi di burek e sognano di fare le vacanze al mare. Come tutti i bambini sognano anche un futuro, ma per dare un futuro alla Bosnia, non solo ai quasi 5000 allievi che frequentano le scuole per l’Europa, occorre non abbandonare questo Paese e non abbandonare la speranza che vivere insieme da fratelli sia davvero possibile: per questo motivo la Fondazione Pro sapientia et clementia (www.katolickeskole-bih.com) ha pensato di istituire delle borse di studio destinate a giovani che fanno l’Università in Bosnia ed Erzegovina, dando la priorità a orfani di uno o entrambi i genitori, a ragazzi e ragazze provenienti da famiglie numerose o vittime di discriminazioni, a figli di disoccupati o in difficili condizioni economiche. Un’occasione che viene offerta a ciascuna e a ciascuno di noi per ripetere ancora una volta: «Mi smo s vama siamo con voi/puoi contare su di noi!».

* Chi desidera contribuire può versare il proprio contributo a:
Beneficiario: Zaklada Pro Sapientia et Clementia, Kaptol 7, 71000 Sarajevo, Bosnia Erzegovina
Coordinate bancarie: Intesa Sanpaolo banka dd Bosnia ed Herzegovina, Obala Kulina bana 9a, 71000 Sarajevo, Bosnia and Herzegovina
SWIFT: UPBKBA22
IBAN: BA391549212001729922
Reference number (optional): 871897



Giovedì, 09 Novembre 2017

Sinodo sui Giovani e Ac

di L. Alfarano, M. Tridente, don T. Drazza - Diventare protagonisti, pensare strade nuove, camminare assieme: è questo che la Chiesa ci invita a fare proponendo un Sinodo sui giovani, che si terrà nell’ottobre 2018. La data è solo il punto di arrivo di un percorso che intende coinvolgere non solo le conferenze episcopali ma tutti i giovani – cattolici, atei o di qualsiasi altra professione religiosa. In questa prima fase di riflessione, l’obiettivo è quello di raccogliere proposte, dubbi, critiche anche su una Chiesa che – forse a torto, forse a ragione – sembra a volte troppo distante dal mondo in cui viviamo. Come farlo? La Segreteria del Sinodo per intercettare la voce dei giovani propone un questionario online, ancora disponibile sul sito youth.synod2018.va (sotto il link documenti) fino al 30 novembre. Corri a dire la tua.



Mercoledì, 08 Novembre 2017

Il programma del prossimo convegno dell’Istituto “Giuseppe Toniolo”

di Michele D’Avino* - «Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo», scriveva Plinio il Vecchio nel I secolo dopo Cristo. Eppure nella cultura dominante che la società occidentale ha sviluppato su questo grande continente non si può far a meno di riscontrare il permanere di luoghi comuni e pregiudizi senza tempo, che relegano i Paesi africani a periferia del mondo sviluppato, oggetto d’interesse non tanto per quello che vi accade, ma per quello che da essi arriva a noi. Migranti, richiedenti asilo e rifugiati innanzitutto.
Se è vero che i flussi migratori dal continente africano sono in costante aumento, la rappresentazione operata dai media è troppo spesso parziale e non coglie la reale portata del fenomeno, i suoi presupposti e le dinamiche in atto.
Occorre infatti uno sguardo ampio su quello che sta accadendo in Africa, non solo sul piano politico-istituzionale, ma anche su quello sociale ed economico. Il PIL medio registrato negli ultimi anni è tra quelli più alti su scala globale e il continente offre ancora vaste regioni ricche di materie prime solo parzialmente sfruttate. Inoltre il saldo positivo della bilancia demografica e la presenza di una popolazione attiva tra le più giovani del mondo candidano l’Africa tra i principali protagonisti delle sorti dell’intero pianeta nel prossimo futuro.
La rilevanza strategica del continente africano rischia però di piegarsi agli interessi particolari di pochi grandi investitori stranieri e alle politiche economiche di espansione messe in atto da Paesi  delle maggiori economie emergenti come Brasile, India e Cina, che già da anni stanno rafforzando su più fronti la propria presenza sul territorio africano. Molte Ong, come Human Rights Watch, hanno più volte denunciato speculazioni consumate a danno delle popolazioni locali, allontanate dai propri villaggi e senza più terra da coltivare.
Il continente africano sarà al centro del convegno promosso dalla Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica e dall’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” sul tema “L’Africa tra migrazioni, interessi esterni e nuovi scenari di cooperazione”, che si terrà a Roma, il prossimo 10 novembre, presso la Domus Mariae (dalle ore 16 alle ore 20).
I lavori, presieduti da Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto “Giuseppe Toniolo”, si apriranno con i saluti del presidente nazionale di Ac, Matteo Truffelli, e proseguiranno con quattro riflessioni affidate a voci autorevoli della comunità scientifica e del mondo del volontariato, con la moderazione di Paolo Beccegato, vice direttore di Caritas Italiana. Interverranno Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio Stampa della Fondazione Missio Italia, Vincenzo Buonomo, docente di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, Gianfranco Cattai, presidente nazionale di Volontari nel mondo-FOCSIV, Marco Foschini, Centro Studi dell’Area Economica di Coldiretti. È prevista inoltre la partecipazione di una delegazione del FIAC, il Forum Internazionale dell’Azione Cattolica.
«Acquista credibilità la convinzione che problemi epocali, come quello delle migrazioni dall’Africa all’Europa, non si risolvono se l’Ue non aiuta l’Africa a vincere le sfide del sottosviluppo rurale» ha avuto modo di affermare Foschini, in vista dei lavori del Convegno.
«In questa battaglia l’Italia può e deve giocare un ruolo di primo piano – ha sottolineato – perché ha un’esperienza importante e densa di sviluppo dal basso che vede i contadini, gli agricoltori locali, protagonisti attivi della trasformazione delle loro realtà. Le nostre Ong allo sviluppo hanno saputo trasferire e rendere partecipi le popolazioni rurali africane di questo spirito d’intrapresa, ma come “sistema Paese” non siamo riusciti ad andare oltre a “progetti pilota” dove talvolta ad una fase, ad esempio la formazione, non succede quella successiva della produzione agricola con gli strumenti adeguati. Ora, con una condivisione politica comunitaria, dobbiamo dimostrare di credere in quanto di meglio abbiamo saputo fare nel nostro cammino di sviluppo e andare oltre questi limiti, che non sono solo finanziari ma anche culturali, legati a visioni unilaterali e riduttive dello sviluppo umano integrale».
L’Africa sta cambiando e pone interrogativi nuovi che ci riguardano tutti, individui e popoli, singoli Stati e comunità internazionale. Il convegno sarà un’occasione preziosa per far maggior luce su questioni complesse e interconnesse come migrazioni, interne ed esterne, condizioni di vita delle popolazioni africane, rischi di “neo-colonizzazione” di multinazionali e di Paesi terzi, nuovi scenari di cooperazione e possibilità di coinvolgimento della comunità ecclesiale e della società occidentale, in una prospettiva di sviluppo sostenibile e governance globale, in attesa di un futuro più giusto per tutti.

*Direttore dell'Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”



Martedì, 07 Novembre 2017

Concluse le celebrazioni per i 500 anni della Riforma Luterana

di Matteo De Matteis e Valentina Soncini* - Il 31 ottobre 2017 si sono concluse le celebrazioni per i 500 anni della Riforma Luterana, le prime nella storia non contrassegnate da scontri o muri. Quali acquisizioni si possono evidenziare per continuare ad alimentare il gusto e l’attenzione al dialogo ecumenico tra fratelli nella fede? Partiamo da alcune domande che nascono nel cuore del credente. Perché ricordare il quinto centenario della Riforma Luterana? Perché il nostro papa Francesco ha partecipato alla celebrazione di un evento che ha “spaccato” la Chiesa?
Un primo motivo forse è questo: ci troviamo in un momento storico propizio per tentare di guarire le ferite[1]. Ci si presenta, cioè, un’occasione per porre fine ad atteggiamenti apologetici (meglio “polemici”?), sempre presenti da una parte e dall’altra, e per provare a gettare a quel momento della storia uno sguardo obiettivo, al fine di scoprire che alcune incomprensioni di allora sono già superate, alcune fratture possono essere ricomposte e che alcune questioni sollevate dai riformatori possono offrire spunti utili anche per la nostra fede cattolica oggi.

Quali sono stati finora i guadagni obiettivi del dialogo per un riavvicinamento tra luterani e cattolici?
Il primo grande passo è già avvenuto con la Dichiarazione congiunta tra la Federazione luterana mondiale e il vertice della Chiesa cattolica. Essa è stata non casualmente firmata ad Augusta (1999) dove circa 500 anni prima era stata promulgata la Confessione augustea con i principi del luteranesimo, falliti i tentativi di mediazione. Con questa dichiarazione sono state superate le condanne dottrinali che ci hanno divisi per quasi 500 anni, riguardo il punto delicatissimo della giustificazione per fede: ormai siamo tutti d’accordo che siamo salvi per fede e non grazie alle nostre opere.

In occasione del 500° anniversario è stato fatto anche un secondo passo con la firma nel 2016 di un’altra Dichiarazione Congiunta, ispirata a Gv 15,4: «Rimanete in me e io in voi». Al centro di questo testo si coglie la gratitudine per il cammino insieme che si sta delineando e il desiderio di essere segno dell’amore di Dio per ogni uomo, dal quale nasce l’intento di continuare anche a livello teologico un dialogo che superi ostacoli e ferite che ancora permangono. Si legge proprio al cuore del messaggio: «Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l’umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell’azione redentrice di Dio»[2].
Il primato della misericordia diventa ciò che unisce e manda insieme, questo è segno univoco dell’amore di Dio, è amore che nasce dalla stessa fede: l’amore testimoniato insieme rende credibili.
Questa seconda dichiarazione aggiunge nuovi passi alla prima, quella teologica. Il cammino avanza e diventa motivo di maggiore fraternità.

Il venir meno delle precomprensioni permette di accostarsi ora a Lutero con maggiore obiettività per trarne importanti insegnamenti teologici e spirituali. Innanzitutto, Martin Lutero ci ricorda di vigilare sul rapporto tra la fede e le opere, per non dimenticarci che la salvezza è un dono che non riusciremmo mai a meritare o a raggiungere da soli. È sempre ricorrente infatti la tentazione di mercanteggiare con Dio, cercando di ottenere credito ai suoi occhi attraverso le opere che compiamo (per esempio quando la nostra fede assume connotati superstiziosi o magici, quando adempiamo ai precetti solo per “ingraziarci” Dio, …).

Martin Lutero fu un uomo “sottomesso” alla Parola di Dio: è per noi uno stimolo a riflettere quanto la struttura ecclesiale, le scelte pastorali e lo stile comunitario siano coerenti con il Vangelo e scoprire invece cosa è stato contaminato da mondanità (come lo era la gestione delle indulgenze: lo scandalo che fece attivare la reazione di Lutero). Ebbe inoltre il merito di mettere la Bibbia nelle mani del Popolo, 500 anni prima che lo dicesse a tutti i cattolici il Concilio Vaticano II.

Tra le questioni inaugurate dai riformatori e aperte tuttora nel dibattito ecumenico, troviamo punti irrisolti relativi al legame con la tradizione apostolica e con i sacramenti. Un punto riguarda anche il sacerdozio non riconosciuto come sacramento dai luterani che invece riconoscono solo il sacerdozio comune. Dalla posizione dei luterani traiamo spunto noi cattolici per riflettere sui presbiteri. Sentiamo infatti il grande bisogno che i preti siano disponibili a consegnarsi al discernimento della Chiesa intera, per essere aiutati a ripensarsi, a recuperare uno stile più sinodale, a riconoscere il primato del sacerdozio comune del Popolo di Dio di cui essere ministri, a riconoscersi membri di un “corpo” che ha senso solo se in comunione al proprio vescovo… insomma, a ripensare l’esercizio del proprio ministero in obbedienza alle indicazioni dell’ultimo Concilio.

Infine, la rilettura della storia ci insegna che bisogna saper distinguere le intenzioni iniziali del monaco teologo Martin Lutero, dagli esiti finali del processo da lui innescato: egli intendeva proporre una riforma nella Chiesa, a causa dagli evidenti abusi nella pratica delle indulgenze, e anche una riflessione teologica sulle varie questioni che abbiamo sopra ricordato e che già altri avevano invocato. Gli eventi che ne seguirono furono influenzati anche dall’incapacità della Santa Sede di mettersi in dialogo, dall’irrigidimento dello stesso Lutero e dei suoi seguaci e dalla strumentalizzazione della vicenda ad opera dei politici del tempo. Dobbiamo riconoscere perciò a questo monaco agostiniano il merito di aver costretto la Chiesa a ricordarsi di essere semper reformanda, sempre bisognosa di riforma. Come ha dichiarato papa Francesco in un intervista a “La Civiltà Cattolica” prima del suo viaggio in Svezia nel 2016: «Quello che mi viene spontaneo da aggiungere adesso è semplice: andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma».

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana

[1] Conferenza Episcopale Tedesca - Chiesa Evangelica in Germania, “Guarire le memorie, testimoniare Gesù Cristo. Una parola comune per il 2017”, Il Regno [5-2017]

[2] Dichiarazione Congiunta in occasione della Commemorazione Congiunta cattolico-luterana della Riforma (Lund, 31 ottobre 2016), https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2016/documents/papa-francesco_20161031_omelia-svezia-lund.html

 



Giovedì, 02 Novembre 2017

Il nuovo codice antimafia (i termini reali)

di Francesco Cananzi* - L’approvazione delle modifiche al codice antimafia è stata accompagnata da fortissime polemiche prima e dopo il voto parlamentare. Si è denunciata la cultura del sospetto e l’arretramento delle garanzie, l’incostituzionalità dell’impianto normativo, ancor più come rinnovato, invocando l’intervento del presidente Mattarella; infine si è contestata l’attribuzione alla magistratura di un ulteriore potere di controllo sull’economia del paese.
Sgombrerei subito il campo da equivoci, in merito al tema del controllo della magistratura sull’economia: credo che il legislatore abbia perso una occasione per esonerare la magistratura dalla gestione dei beni sequestrati e confiscati, attività che richiede molte energie e che ben più opportunamente andrebbe assegnata fin dal sequestro alla Agenzia per i beni confiscati, allo stato però priva delle necessarie risorse. La delega alla gestione di beni e imprese è prevista per legge e non è certo ricercata dai magistrati.
Quanto al resto delle novità legislative, occorre chiarire quali siano stati i termini reali, e non propagandistici, delle modifiche apportate dal Parlamento.
Il dibattito si è incentrato in particolare sul profilo dell’estensione delle misure personali – la sorveglianza speciale – e patrimoniali – il sequestro e la confisca – anche agli indiziati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei delitti fine di corruzione o, comunque, contro la pubblica amministrazione.
Va detto, circostanza questa che ha inquinato in modo irreversibile il dibattito, che l’originaria ipotesi di modifica consentiva di applicare la misura di prevenzione anche a chi fosse solo indiziato di corruzione e di altri delitti contro la pubblica amministrazione, senza la grave forma associativa.
Il dibattito sembra però essersi arrestato al primo testo, non si è aggiornato alla mediazione raggiunta in Parlamento, e poi approvata, che limita la misura di prevenzione patrimoniale e personale al solo caso dell’indiziato di appartenenza all’associazione di corruttori. Non credo che l’allarme lanciato da molti commentatori possa essere condiviso, in quanto i casi in cui sarà applicata una misura di prevenzione ad un indiziato di associazione per la corruzione saranno davvero limitatissimi.
E mi sembra che il messaggio del presidente Mattarella, inviato al premier Gentiloni, contenente un sollecito a monitorare l’applicazione della nuova disciplina, sia assolutamente saggio e teso a verificare in concreto quali e quante saranno le applicazioni della contestata ipotesi associativa.
Al tempo stesso va sgombrato il campo anche da un altro tema, quello dell’assenza, già preesistente, di adeguate garanzie. Il processo di giurisdizionalizzazione – vale a dire di riconduzione del procedimento di prevenzione in un ambito più garantito, quello proprio del processo penale – è in atto da alcuni decenni.
Si è concretizzato dapprima ad opera della giurisprudenza, nel consolidarsi di una cultura probatoria che esclude la riducibilità dell’indizio al mero sospetto. Ed ora questo processo viene portato a compimento proprio con le modifiche approvate, che introducono: la contestazione sommaria dei fatti ed una fase formale di ammissione delle prove, come nel dibattimento penale; l’impedimento legittimo del difensore, che determina il rinvio del procedimento; la pubblicità dell’udienza, già sancita dalla Corte costituzionale; la costituzione di sezioni apposite per la prevenzione, per favorire un alto grado di specializzazione dei giudici, proprio ai fini di quella cultura probatoria adeguata; infine, la natura prioritaria di tali procedimenti, anche per evitare tempi lunghi con conseguente ingiustificato congelamento dei beni. Insomma le innovazioni vanno proprio nella direzione di consolidare le garanzie.
Inoltre, già da prima, il sequestro e la confisca di prevenzione, che attenterebbero all’economia nazionale, richiedono l’accertamento della provenienza illecita dei beni o del denaro reimpiegato, da trarsi anche dalla sproporzione fra redditi disponibili e redditi dichiarati o prodotti, salva la prova contraria offerta dal sottoposto al procedimento.
L’impressione, alla fin fine, è che si sia fatto tanto rumore per nulla.
Lo hanno fatto i fautori della modifica, forse per propagandare una misura che, a parere di chi scrive, non produrrà effetti significativi: i corruttori ed i corrotti associati o seriali potevano già essere sottoposti alla misure di prevenzione, come pure quelli associati in odore di mafia.
Lo hanno fatto i detrattori della riforma, denunciando l’assenza di garanzie proprio quando il procedimento viene avvicinato di più a quello penale, ed anzi proprio approfittando di questa estensione per contestare l’impianto complessivo del sistema delle misure di prevenzione, che tanti risultati sta ottenendo nel serio contrasto alla criminalità organizzata, con maggiore agilità ed efficacia del processo penale, espropriando le mafie di quanto è per loro più caro, molto più della libertà personale, il denaro e le ricchezze.
Tanto rumore per nulla, dunque. Senza doversi nascondere, però, come l’azione combinata dei fautori e dei detrattori della riforma possa creare i presupposti per una crisi del sistema delle misure di prevenzione, specie patrimoniali, nato con la legge Rognoni-La Torre: crisi della quale questo paese non ha davvero alcun bisogno.

*Magistrato e membro del Consiglio superiore della magistratura (CSM)



Lunedì, 30 Ottobre 2017

Conclusa la 48a Settimana Sociale. Le proposte dei cattolici italiani al Governo

di Alberto Ratti* - Si è conclusa ieri la 48a Settimana Sociale dei cattolici italiani – cominciata giovedì scorso – che quest’anno si è tenuta a Cagliari. Appuntamento fisso della Chiesa italiana, a cadenza pluriennale, le Settimane Sociali sono state sempre pensate come «riunioni di studio per far conoscere ai cattolici il vero messaggio sociale cristiano».
La prima Settimana si tenne a Pistoia nel 1907, su impulso del beato Giuseppe Toniolo.
Il tema su cui si è discusso e su cui i 1000 delegati si sono confrontati nell’arco delle giornate di Cagliari è stato quello del «lavoro che vogliamo», declinato nei quattro aggettivi che papa Francesco ha voluto indicare nella Evangelii gaudium al numero 192 per descrivere le condizioni attraverso le quali il lavoro può diventare l’attività nella quale «l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita»: libero, creativo, partecipativo e solidale. Sia il lavoro preparatorio sia il dibattito alla Settimana Sociale è stato organizzato in quattro ambiti: la denuncia, le buone pratiche, l’ascolto e la proposta. Durante le giornate, oltre a sottolineare le storture e i problemi che attanagliano oggi il lavoro, si è voluto valorizzare ciò che di buono nasce e cresce nei territori per iniziativa della società civile e delle imprese più sensibili e avanzate.
Gli esempi più virtuosi sono stati appositamente raccolti dai “Cercatori di LavOro”, progetto con il quale sono state censite 542 buone pratiche aziendali, amministrative e formative. Dopo un’attenta analisi delle pratiche segnalate, 402 sono emerse realmente sostenibili. Di queste, 309 provengono da realtà imprenditoriali, 40 dal mondo della scuola e 52 dalla pubblica amministrazione.
La Settimana Sociale si è aperta con il videomessaggio di papa Francesco, il quale ha condannato «la competizione e la meritocrazia», malattie che oggi attanagliano il mercato del lavoro e ha proposto un cammino graduale per quanto riguarda l’innovazione legata all’industria 4.0: «Nulla si anteponga al bene della persona e alla cura della casa comune, spesso deturpata da un modello di sviluppo che ha prodotto un grave debito ecologico. L’innovazione tecnologica va guidata dalla coscienza e dai principi di sussidiarietà e di solidarietà. Il robot deve rimanere un mezzo e non diventare l’idolo di una economia nelle mani dei potenti; dovrà servire la persona e i suoi bisogni umani».
A seguire le relazioni degli esperti e soprattutto i lavori nei tavoli e nei gruppi di approfondimento per i 1000 delegati da tutta la penisola, che hanno portato a formulare 4 proposte concrete presentate direttamente al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ospite di rilievo nella giornata di sabato 28 ottobre e ad altri membri del Governo e delle Istituzioni; gli ambiti delle 4 proposte sono la formazione e il lavoro, i Pir (Piani individuali di risparmio), gli appalti, l’Iva.
La prima proposta indirizzata al Governo serve a «rimettere il lavoro al centro dei processi formativi», con l’obiettivo di ridurre in misura più consistente la disoccupazione giovanile. Per fare questo «occorre intervenire con gli incentivi all’assunzione e in modo strutturale rafforzando la filiera formativa professionalizzante nel sistema educativo italiano».
La seconda proposta consiglia di «canalizzare i risparmi dei Pir (Piani individuali di risparmio) anche verso le piccole imprese non quotate che rispondono ad alcune caratteristiche di coerenza ambientale e imprese sociali».
La terza proposta chiede di ribaltare lo schema di assegnazione degli appalti che, nonostante la riforma del settore, continua per il 60% ad assegnarlo attraverso l’opzione del massimo ribasso: «Accentuare il cambio di paradigma del Codice dei contratti pubblici potenziando i criteri di sostenibilità ambientale, inserendo tra i criteri reputazionali i parametri di responsabilità sociale ambientale e fiscale» e «varando un programma di formazione delle Amministrazioni sul nuovo Codice».
L’ultima proposta, infine, si prefigge come ambito di azione quella che da molti addetti ai lavori è considerata la giungla dell’Iva, con aliquote che variano dal 4%, al 10%, al 22%: «Rimodulare le aliquote Iva per le imprese che producono rispettando criteri ambientali e sociali minimi, oggettivamente misurabili, a saldo zero per la finanza pubblica, anche per combattere il dumping sociale e ambientale».
A conclusione delle giornate, è stato sottolineato dal cardinale Bassetti, presidente della Cei, come la 48a Settimana Sociale abbia rappresentato un’edizione importante che ha consentito di «denunciare le storture e le ingiustizie che attraversano il mondo del lavoro; ascoltare e narrare l’esperienza e la condizione lavorativa, facendo emergere le buone pratiche, arrivando a individuare impegni, richieste e proposte». La presenza fra gli ospiti di esponenti del Governo fa ben sperare per la ricaduta concreta delle discussioni e dei documenti prodotti durante la Settimana.
In conclusione, l’immagine uscita da Cagliari è quella di cattolici italiani che non sognano l’impossibile e l’irrealizzabile, ma partendo dalle “buone pratiche” sparse sul territorio vogliono essere presenti e attivi per generare creatività attraverso lavoro e attraverso «imprese virtuose che non hanno come fine ultimo il puro profitto economico fine a se stesso, ma semmai sono fonte positiva di ricchezza condivisa ed inclusiva per tutti, in particolare gli scartati».

Per approfondire: http://www.settimanesociali.it/ 

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana



Domenica, 29 Ottobre 2017

La proposta Fiac. Per un giorno, cambia il tuo profilo sui social media

Il giorno in cui la Chiesa Cattolica celebra la festa di Tutti i Santi è il giorno migliore per fermarci a pregare con loro e ricordare gli innumerevoli uomini e donne di Azione Cattolica, sacerdoti assistenti che hanno dato una testimonianza totale di amore alla sequela di Gesù consegnandoci un’Ac scuola di santità come sfida anche per l’oggi. Quest’anno, il Fiac ci propone di festeggiare insieme la solennità dei Santi con lo sguardo rivolto al cammino intrapreso da tanti giovani verso il Sinodo a loro dedicato nel 2018. Come? Cambiando almeno per un giorno la vostra immagine del profilo sui social media con l’immagine di un testimone di Ac a cui si è particolarmente legati.

 




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