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Martedì, 11 dicembre 2018

L'abito appoggiato sulla stessa parete del martirio di Kolbe

Nel giorno in cui la Chiesa festeggia la Madonna di Loreto il 10 dicembre scorso una delegazione di frati cappuccini italiani, guidata dal rettore del Santuario di San Giovanni Rotondo e vicario provinciale, padre Francesco Dileo, e dal responsabile dei Gruppi di preghiera della Polonia, padre Roman Rusek, accompagnata dal cappuccino Piotr Cuber, guardiano del Convento dei Frati Minori Conventuali dell’Immacolata di Harmenenze, è entrata nel campo di concentramento di Auschwitz con l’abito che Padre Pio indossava il 20 settembre 1918, quando ricevette il dono delle stimmate permanenti.
Il saio - come si evince da un ampio reportage pubblicato in questi giorni sul sito dell’emittente Tele Padre Pio - è stato poggiato sulla parete esterna della cella in cui, il 14 agosto 1941, è morto il martire polacco san Massimiliano Kolbe (appartenente all’ordine dei frati minori conventuali). Proprio qui si è svolto un primo momento di preghiera. Quindi l’abito, racchiuso in una teca di plexiglas, è stato riposto nel furgone con cui è stato trasportato in Polonia, mentre la delegazione giunta da San Giovanni Rotondo si è recata all’interno della cella in cui è stato ucciso Kolbe, portando solo un reliquiario contenente una pezzuola con cui Padre Pio tamponava la doppia ferita del costato. Anche in questo angolo dell’ex campo di concentramento si è svolto una breve ma intensa momento di preghiera.

Il viaggio del saio fino al monastero di santa Faustina Kowalska

Nei giorni scorsi, in coincidenza con il periodo in cui si celebra la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, la peregrinatio del saio ha toccato altre significative località polacche: Stettino, dove c’è uno dei porti più grandi della nazione; la storica Poznan; la capitale Varsavia; Terliczka, dove sorge un santuario intitolato a san Pio da Pietrelcina, e Harmenenze, nei pressi di Auschwitz, dove nel 1994 i frati minori conventuali hanno fatto edificare una chiesa intitolata all’Immacolata.

Ora l’abito del frate del Gargano proseguirà la sua peregninatio raggiungendo il nuovo Santuario della Divina Misericordia, edificato a Cracovia accanto al monastero in cui è vissuta santa Faustina Kowalska, Santuario della Madonna nera di Czestochowa, a Jasna Góra, nella Slesia, dove ci sarà una Veglia di preghiera, presieduta dall’arcivescovo della città polacca Waclaw Tomasz Depo. Il momento di preghiera durerà tutta la notte tra l’11 e il 12 dicembre. Poi il saio sarà riportato a San Giovanni Rotondo.





Martedì, 11 dicembre 2018

Il Sinodo dei vescovi si è chiesto come accompagnare i giovani nelle scelte di vita. Riflettere sul contesto attuale e verificare lo stile con cui in esso si pone la Chiesa sono stati passi importanti per rispondere a questa domanda, con il desiderio di rimanere accanto ai giovani, favorendo il loro compimento personale e quindi la loro felicità. Al punto n.69 il documento finale del Sinodo riporta una citazione tutt’altro che pacifica di papa Francesco: «Tante volte nella vita perdiamo tempo a domandarci: 'Ma chi sono io?'. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: ' Per chi sono io?'». Ci siamo chiesti chi è più urgente si confronti con queste parole. I giovani forse? Parrebbero rivolte a loro, ma come educatori incontriamo quotidianamente ragazzi coi piedi per terra che non perdono tempo in domande vuote. È raro chiedersi 'per chi' si vive. Tuttavia, le comunità cristiane e le città contemporanee non pullulano di giovani che si domandano chi siano realmente. Le parole del Santo Padre, allora, sembrano orientare la Chiesa stessa, così che, se ha interrogativi da diffondere, siano quelli giusti. I meno inutili, i più capaci di lasciare intravvedere il tesoro nascosto nel campo di ciascuno. Come dissodare il terreno? In effetti, molte prediche o catechesi sono percepite dai giovani come un parlare sterile, lontano dalla concretezza della vita quotidiana. Sono loro stessi ad andarsene quando seminiamo 'domande fondamentali' che non conducono da nessuna parte, o peggio, quando crediamo di avere tutte le risposte.

Gioele ha 21 anni e lavora sui treni merci: fa orari impossibili, ma ha un buon contratto e il mondo ferroviario era una passione fin da bambino. Talvolta ha l’impressione di sprecare il suo tempo, ad esempio quando dopo un turno di notte si trova la giornata vuota, mentre amici e familiari sono al lavoro o in università. Anche andare a dormire gli sembra un delitto. Gioele non si chiede in astratto chi sia e per chi sia, ma ha ben chiara la differenza tra sé e le voci che gli chiedono un maggiore equilibrio tra lavoro e riposo, tra impegno e tempo libero, tra tempo in casa e fuori casa. La ragazza, gli amici, il lavoro lo muovono a qualsiasi ora, con una generosità semplice e insieme creativa. Ha ragione papa Francesco: se la domanda fosse ' per chi tu sei?', immediatamente apparirebbe alla Chiesa un ordine di priorità che molti giovani, come Gioele, si sono già dati, magari risultando ad adulti di eccessivo buon senso troppo liberi, nottambuli, poco presenti in casa e alle ritualità della cortesia borghese. La loro mappa è fatta di persone, non di luoghi obbligati. Il loro smartphone è presenza costante a gruppi di genere molto diverso: presenza spesso leggera, ma anche fedele e puntuale nel bisogno. Cogliere la bontà di questo modo largamente diffuso di essere al mondo significa per la Chiesa porre altre domande giuste: che ne fai del patrimonio di legami in cui sei inserito? Che profilo di te vi emerge? Dove sei te stesso e quando invece reciti una parte? Quali ambienti ti danno respiro e dove trovi che manca l’aria? La certezza di fondo è che il Regno di Dio già avanza in ciò che 'fa vivere'. Non solo, ma che il metodo di Gesù sia questo: non un insegnamento di verità esterne, ma l’incontro con un altro sguardo su ciò che si è già, e che inizia a fiorire se lo sguardo è quello giusto.

In effetti, la storia di Gioele e di molti altri ragazzi pone l’interrogativo su cosa impegni la Chiesa quando si occupa di pastorale giovanile e vocazionale. La vita è già in corso: non la generano né la strutturano le nostre iniziative. Esse toccano una percentuale irrisoria dei battezzati e del loro tempo. Prioritario è dare un nuovo nome a processi positivi in corso, fossero anche minimali: riconoscere nei nostri interlocutori il bene come bene, indicarlo e coltivarlo. Alla base di tanta insicurezza e al fondo di molte adolescenze bruciate sta un mancato incontro con chi chiama il meglio per nome e apre gli occhi a chi ne è inconsapevole portatore. È la svolta nel discernimento: sarebbe masochismo puro abbandonare ciò che rende preziosi. In un tempo che esalta il merito costruendo contesti, prima educativi e poi lavorativi, simili a campi di battaglia, c’è una malattia, una degenerazione della competitività: se viene meno il paolino gareggiare nello stimarsi a vicenda, allora gli altri divengono semplicemente avversari, ogni battuta d’arresto una sconfitta, ogni secondo posto una tragedia. È in questo senso che l’incontro coi poveri costituisce, come fu ad esempio nell’abbraccio di san Francesco al lebbroso, una liberazione della capacità di decidere. Abbracciare la fragilità, ospitare l’inquietante consapevolezza che i limiti non contraddicono il compimento, semplicemente sblocca. «Fragilità: una parola così bella, così umana e allo stesso tempo così rinnegata dagli uomini. Mai accettata. L’ho scoperta essere un dono, un’amica, una confidente, una consolatrice, una forza». A scriverlo è Matilde, un’eccellenza: così la considerava il suo liceo, e la classifica oggi l’università. Rischiando di imprigionarla: «I professori ti conoscono da anni e tu sei quel dieci... e ho sempre pensato che se anche fossi voluta crollare non ne avrei avuto il diritto. No, non puoi perché deluderesti chi ti vede sempre al cento per cento e punta su di te a occhi chiusi». Occhi chiusi che annientano anche i migliori, dopo aver scartato chi entro parametri predefiniti non dimostra talento.

Vocazione è parola rivoluzionaria in un tempo che non ci sa vedere in relazione. Riguarda giovani connessi gli uni agli altri, ma spesso senza alcuna vertigine per ciò che li accomuna e per quanto è già loro possibile. Il Sinodo, al n.78 del documento finale, dopo aver specificato che la vocazione non è la recita di un copione già scritto, suggerisce alla Chiesa una purificazione dell’immaginario e del linguaggio religioso, «ritrovando la ricchezza e l’equilibrio della narrazione biblica». Ma quale storia biblica è semplicemente equilibrio? Vocazione è sempre interruzione di un ordine già dato, invisibile, ma ormai soffocante. L’irruzione di una nuova coscienza di sé – dono della voce e di uno sguardo altrui – riscatta il tempo perso e tanti errori fatti, di ogni esperienza mostra il guadagno, rende gloriose anche le ferite. Ogni vicenda biblica, a partire da quella di Gesù – paradigma di tutte le altre – è il contrario di una retta via, di una fedeltà acritica, di un procedere di successo in successo, senza spazio per crisi e ripensamenti. La fragilità – dobbiamo testimoniarlo – è il tratto fondamentale delle più solide e feconde scelte di vita. Non c’è 'per sempre' che sia statica ripetizione, accomodamento, sicurezza nel proprio 'stato': la Bibbia è esodo continuo, creazione sempre in corso. Gli psicologi parlerebbero di resilienza, ma una Chiesa più obbediente alle Scritture avrà parole, immagini e storie sempre nuove per descrivere cammini in cui ciascuno diventa ciò che è. Saranno i suoi stessi figli a offrirgliele. Le loro sono, infatti, traiettorie personali, ma in cui la dimensione comunitaria fa la differenza. Carla, attratta dal Vangelo, pronta a dare tutto e a seguire Gesù senza riserve, ha iniziato un’esperienza in un istituto religioso femminile. Lascia dopo qualche mese: «Ho trovato relazioni funzionali, mi è mancata la freschezza di uno stare insieme nuovo; ho visto trattamenti diversi riservati alle superiore: questa non è la vita nuova che mi aspettavo, la vedo mondana».

Una Chiesa generativa, quindi madre, è cambiata dalle generazioni che fa crescere. Se ai giovani manca la percezione di una simile efficacia delle proprie scelte, più difficilmente avvertiranno l’essere cristiani come chiamata a incidere in un mondo già occupato e concluso. Forse nella Chiesa di domani si parlerà meno di stati di vita e più di vocazioni radicali di sequela, se siamo disposti a lasciarci interpellare dai giovani. Questa generazione, infatti, ci rivela che in ogni scelta a non esser mai scontato è il battesimo e a far la differenza è il diventare, passo dopo passo, dei veri cristiani.





Martedì, 11 dicembre 2018

C’è quello imponente e ricco ispirato all’arte del ’700 napoletano, ci sono quelli ambientati in un carcere o in una cappella, uno custodito in una ampolla di vetro, altri realizzati con il corallo rosso, con il cotone tessuto all’uncinetto, con i bottoni e i rocchetti di filo, con i legnetti raccolti sulla spiaggia. Ma anche con le conchiglie, con le foglie di mais o il bambù, con le grucce per gli abiti e perfino con le spezie.

Grandi e con numerosi personaggi, o piccoli ed essenziali, tutti raccontano la bellezza e il mistero di un Dio che si fa bambino: sono i “100 presepi in Vaticano”, in mostra nella Sala San Pio X in via dell’Ospedale, a pochi passi da piazza san Pietro. Dopo 42 anni, infatti, la tradizionale esposizione internazionale ideata da Manlio Menaglia si è trasferita da piazza del Popolo a via della Conciliazione, sotto l’egida del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

Fino al 13 gennaio, dalle 10 alle 20, è possibile visitare gratuitamente i 126 presepi arrivati dall’Italia e da tanti Paesi, tra cui la Germania, la Croazia, Israele, il Messico, la Colombia, El Salvador, il Nicaragua e la Cina. Con stili e materiali diversi, ognuno racconta quell’episodio che ha cambiato la storia del mondo, intrecciandolo con le tradizioni locali e arricchendolo dei colori del proprio popolo.

Lo sguardo allora può posarsi sui dettagli di un rione nostrano, stupirsi davanti alle marionette che danno vita all’opera proveniente dal Guatemala, ammirare come i bastoncini per il gelato e le cannucce per le bibite possano disegnare una scena tipica di Taiwan.

«Fare il presepio non è alternativo al dover vivere concretamente la fede: non c’è alternativa tra farlo o non farlo», ha detto l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Fisichella ha inaugurato l’esposizione insieme al cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, a Mariacarla Menaglia, direttrice della “Rivista delle Nazioni”, che ha organizzato l’evento fino ad oggi, e a Miroslava Rosas Vargas, ambasciatrice di Panama presso la Santa Sede, che con il Coro “Soñero Sostenibile” della Fao Staff Coop, il “Coro giovanile della Comunità Shalom” e un gruppo di ballerini in abiti tradizionali ha portato il saluto del Paese che a gennaio accoglierà papa Francesco per la Giornata Mondiale della Gioventù.

«Siamo chiamati a fare il presepio perché ci ricorda come vivere da credenti e come essere, anche da credenti, capaci di gesti, di segni di fratellanza e solidarietà», ha spiegato sempre Fisichella, sottolineando che queste «opere di arte e di fede ci aiutano a vivere il Natale» e sono «un segno con cui i cristiani dicono al mondo, ad ogni uomo e ad ogni donna, che c’è speranza, che non ci si può fermare a quello che si vede, ma che bisogna guardare al futuro con coraggio, consapevolezza e audacia». Nessuna offesa dunque o mancanza di riguardo verso chi non professa la stessa fede. Solo «un messaggio di pace, di dialogo, di accoglienza che invita tutti a lavorare perché il mondo possa essere migliore», ha ribadito il presidente del dicastero che ha invitato a superare «il rischio sempre presente di strumentalizzare i simboli religiosi». «Contempliamo il presepe – è stato il suo invito – laddove c’è e rimbocchiamoci le maniche per far vivere questa tradizione dove non c’è».

Del resto, ha concluso il cardinale Rodriguez Maradiaga, «senza presepe, il Natale sarebbe una festa vuota».





Lunedì, 10 dicembre 2018

Ricorda la data perfettamente. «Era il 6 settembre 1971. Come dimenticarla...». Perché suor Lucia Maule c’era sulla soglia dell’istituto Effetà a Betlemme quando entrarono i primi alunni. «Erano in ventidue. Avevano dai 3 ai 7 anni. Oggi come allora erano poverissimi». E tutti sordi. «In quasi mezzo secolo abbiamo aiutato centinaia di ragazzi a nascere una seconda volta. E lo abbiamo fatto sui passi di Cristo. Lui che è la Parola per eccellenza ci ha fatto strumenti per ridare la parola ai bambini della Palestina che non l’avevano». Quella di suor Lucia è una vita “in missione” accanto ai più fragili. Originaria di Monticello di Fara, in provincia di Vicenza, ha 75 anni. E appartiene alla congregazione delle Maestre di Santa Dorotea. «È parte del nostro carisma l’attenzione ai non-udenti», racconta.

Arrivata in Palestina nel 1969 con una specializzazione per l’insegnamento ai ragazzi sordi, ha visto sorgere l’istituto voluto da Paolo VI che lo concepì come un segno di carità concreta dopo il suo viaggio in Terra Santa del 1964 dove rimase colpito dall’alta incidenza della sordità fra i piccoli della Palestina. «La congregazione stava realizzando una sua casa a Betlemme e intendeva affiancarla a un’opera: pensavamo a una scuola o a una casa di preghiera per i giovani». Poi ecco il progetto del Papa di Concesio. Le suore donarono la struttura appena costruita a Montini che a sua volta la riconsegnò alle religiose incaricandole di realizzare il suo sogno. «Abbiamo riadattato lo stabile e la scuola è cominciata». Niente lingua dei segni, però. «Al centro c’era e c’è la lettura labiale – dice suor Lucia –. È un percorso più faticoso ma favorisce l’integrazione dei ragazzi nella società, perché hanno la possibilità di comprendere chi hanno accanto».

Quei ventidue bambini degli esordi sono oggi centosessantasette che frequentano dal nido al liceo. «Ancora ho in mente i primi esercizi. Erano giochi per la respirazione, per ampliare i polmoni di chi non aveva mai emesso un suono». E prosegue: «Che gioia quando i ragazzi mi avvicinavano la mano al collo per sentire le vibrazioni di una lettera e poi provavano a ripeterla». Una volta suor Lucia portò in aula un canarino. «Mi serviva per raccontare le azioni quotidiane e per insegnare ai bimbi a dire “mangiare“ o “bere”». Qualche genitore malignava: come possono quelle suore italiane far parlare i nostri figli in arabo? «Avevano ragione a essere scettici. È stato un miracolo che ancora si ripete», sostiene la religiosa. Dopo una parentesi in Siria e Giordania, suor Lucia non si è più allontanata da Effetà. «Volevo fare la missionaria in Brasile per evangelizzare i ragazzi. Il Signore ha stabilito altro e ne sono più che felice ». Per molti ex studenti è un riferimento. «Pensi che una piccola, giunta muta all’istituto, è adesso una funzionaria del ministero dell’Interno palestinese e un’altra è ispettrice nelle scuole statali». Lo scorso 14 ottobre era in piazza San Pietro per la canonizzazione di Paolo VI. «È stata una gioia immensa. E qui a Betlemme la festa continua: Montini è il Papa che ci ha voluto a fianco di questi ragazzi. Ed è per i nostri studenti un secondo padre: il padre che ha dato loro la voce e la possibilità di inserirsi nel mondo».


COME SOSTENERE LA SCUOLA DEI BAMBINI SORDI DI PAOLO VI

Un gesto concreto di solidarietà per celebrare la canonizzazione di Paolo VI, il primo Papa pellegrino in Terra Santa che a Betlemme nel 1964 volle si realizzasse un istituto pontificio specializzato nell’educazione e nella riabilitazione audiofonetica di bambini sordi. La scuola Effetà da quasi 50 anni accoglie ogni giorno oltre centosessanta bambini di varie religioni e di diverse zone della Palestina. Ad Effetà entrano bambini sordi, isolati, emarginati ed escono ragazzi autonomi, capaci di relazionarsi con la società ed affrontare coraggiosamente il futuro. “Avvenire” insieme con la Fondazione Giovanni Paolo II invitano ad aiutare i bambini di Betlemme in ricordo di Paolo VI. È possibile sostenere i ragazzi di Effetà attraverso:

- Bonifico bancario intestato a Fondazione Giovanni Paolo II utilizzando il seguente Iban IT04I0539005458000000092116 (ricorda di inserire anche il tuo indirizzo nel campo causale)
- Bollettino su conto corrente postale n. 95695854 intestato a Fondazione Giovanni Paolo II, via Roma, 3 - 52015 Pratovecchio Stia (AR). Causale: “Per i bambini di Effetà Betlemme”
- Carta di credito o PayPal sul sito www.sostienieffeta.org

Fai un gesto di solidarietà con la tua parrocchia o associazione, con i tuoi familiari o amici. Facendo una donazione hai diritto alle agevolazioni fiscali previste dalla legge. I dati saranno trattati ai sensi dell’art. 13, Regolamento Europeo 679/2016 (c.d. “GDPR”).







Domenica, 09 dicembre 2018

«Siete privilegiati di appartenere ad un popolo che sente vivamente sua l’identità mariana». Con queste parole l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, si è rivolto alle tantissime persone che ieri pomeriggio hanno gremito la Cattedrale di Carpi durante la celebrazione eucaristica per il riposizionamento della statua dell’Assunta in Duomo, a sei anni dal sisma. «Il ritorno della statua dell’Assunta nella sua “casa” – ha proseguito – rappresenta la conclusione dell’opera di restauro di questa Cattedrale, dopo il devastante terremoto del maggio 2012. Mi congratulo con il vostro pastore e con voi per l’affetto che vi unisce alla Madonna assunta, la cui storia è intimamente legata alla storia religiosa e civile della vostra città, oltre che a quella della Cattedrale.

È una presenza materna, discreta ma tanto senti- ta, che da ben cinque secoli accompagna la vita di voi carpigiani. Maria ha sempre vegliato su di voi e ha protetto il vostro territorio». Una constatazione suggellata dal fatto che un evento «decisamente mariano» – ha chiosato Gallagher – si realizzi nella solennità dell’Immacolata Concezione.

Parole di affetto e vicinanza che hanno commosso i fedeli. Il ritorno della statua dell’Assunta in Cattedrale rappresenta uno degli eventi più importanti in questo Anno pastorale: le oltre 7.000 persone che da settembre hanno fatto visita, nel palazzo vescovile, alla scultura riportata al suo antico splendore, sono l’autentica testimonianza di quanto i carpigiani sentano vicina la statua della Madonna. Commissionata dal principe Alberto III Pio e realizzata a Parigi dall’intagliatore carpigiano Gaspare Cibelli, la scultura in legno di tiglio, che le cronache raccontano essere giunta a Carpi dentro una cesta e portata in solenne processione per la prima volta nel 1516, è considerata la più interessante e significativa opera lignea del territorio emiliano.

Nel suo intervento il vescovo Francesco Cavina ha sottolineato come la presenza di Gallagher sia un ulteriore segno, dopo la visita pastorale del Papa e del segretario di Stato, «della grande vicinanza e attenzione della Santa Sede alla popolazione della nostra terra che è stata gravemente ferita, ma con tenacia e forza ha saputo reagire e, sostenuta dallo sguardo premuroso e rassicurante della Vergine, rialzarsi».

«La Madonna stessa si è fatta solidale con il suo popolo nel periodo del terremoto che ha sconvolto la diocesi – ha aggiunto il vescovo di Carpi –, per insegnarci cosa significa risorgere dalle macerie e mostrarci la via della vita. Il sisma ci ha fatto riscoprire una modalità nuova della presenza della Vergine perché ha riportato alla luce la sua bellezza antica e ciò costituisce un richiamo per tutti noi a ritrovare la fede limpida e forte di un tempo, a ripulire la nostra anima della polvere dell’abitudine, a combattere i tarli che hanno indebolito la vita cristiana, a liberarci dalle toppe di stucco con cui abbiamo creduto di curare le ferite esistenziali e a liberarci della vernice dell’ipocrisia».





Sabato, 08 dicembre 2018

Sulla scrivania del suo studio ha appunti, lettere, libri. E nel lungo tavolo di fronte una parte è dedicata ai quotidiani. Un angolo l’ha riservato ad “Avvenire”. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, lo prende in mano. Le finestre si affacciano su piazza 4 Novembre, nel cuore di Perugia, che lui spesso attraversa a piedi o guidando da solo l’auto. «“Avvenire” è un quotidiano che appartiene a tutti, non ai vescovi – spiega l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve –. È uno strumento che la Chiesa italiana mette a disposizione dell’intero Paese. E, come diceva Giovanni Battista Montini, oggi san Paolo VI, che l’aveva voluto con tenacia, intende essere “un giornale che cerca di affermarsi come testimonianza sincera e moderna d’un cattolicesimo vivo”. In questi giorni “Avvenire” compie cinquanta anni: è un traguardo prestigioso e un punto di partenza. Per questo ritengo più che mai attuale un’intuizione del teologo svizzero Karl Barth che invitava ciascun cristiano ad avere in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale».

Eminenza, qual è oggi il ruolo del quotidiano dei cattolici italiani?
Qualcuno potrebbe pensare che nell’era di Internet e delle reti sociali un giornale di carta sia superato. Non penso che sia così. Proprio adesso che siamo inondati di informazioni di cui spesso non conosciamo le fonti o l’attendibilità e che addirittura sono costruite ad arte sulla menzogna e sulle falsità creando un’autentica spirale di disinformazione, c’è bisogno di un porto sicuro, di un riferimento saldo. “Avvenire” è un’opportunità. La Chiesa italiana è ricca di sensibilità, attenzioni, visioni. Non è sinonimo di “pensiero unico”. “Avvenire” mi sembra che sia uno specchio di questa ricchezza. Un quotidiano che non dà spazio alle grida, che «cerca con umiltà la verità», come ha evidenziato papa Francesco ricevendo lo scorso maggio il personale del giornale. Lo definirei un’agorà, come è chiamata anche una sezione del giornale, ossia un luogo d’incontro in cui ogni cattolico si senta a casa e in cui anche chi è “lontano” possa considerarlo sempre aperto benché con la sua chiara identità. Eppure celebriamo il mezzo secolo anche con un filo di amarezza…

Quale amarezza?
Si sta prospettando da diverse settimane il taglio ai contributi pubblici per l’editoria e il pluralismo. Sarebbe uno sbaglio vararlo perché penalizzerebbe non solo “Avvenire”, ma anche numerose altre testate fra cui quelle diocesane. Testate che danno voce ai territori, che sono espressione di comunità vive e che rappresentano una pluralità di visioni. Soprattutto, si tratta di testate, come “Avvenire”, che non hanno come scopo il profitto ma che sono un servizio.

Qualcuno sostiene che la Cei sia all’opposizione dell’attuale governo gialloverde.
La Chiesa italiana parla e dialoga con tutti. Perché è una comunità di fedeli in Cristo e non certo un partito politico. Quindi non può stare all’opposizione di alcun governo. Oggi come in passato siamo “voce critica” ma al tempo stesso accogliamo le iniziative che riteniamo opportune e che sono a favore del bene comune. Tutto ciò che viene fatto concretamente per l’Italia, per i poveri, per la famiglia, per i giovani e per il lavoro ha sempre il nostro incoraggiamento. Ovviamente non bisogna cercare scorciatoie demagogiche o alimentare aspettative illusorie. Soprattutto non bisogna soffiare sul fuoco del conflitto sociale e occorre affrontare in positivo le questioni dei migranti e dell’Europa.

L’Italia è in rotta con l’Europa?
Penso e spero di no. Ho letto alcune dichiarazioni apprezzabili del presidente del Consiglio Conte. D’altra parte il rapporto tra il nostro Paese e l’Europa è stato sempre un rapporto intenso. Un legame antico e fecondo, prima di tutto religioso-culturale e più recentemente politico. Rinnegare l’Europa significa rinnegare noi stessi e le nostre radici cristiane. Proprio per questo, però, l’Unione Europea non può ridursi a parametri, bilanci, decisioni varate a tavolino. Deve essere accanto alla gente, favorire la condivisione, la fraternità sociale, sostenere chi è in difficoltà. L’ho detto anche pochi giorni fa: auspico un’Europa come famiglia di famiglie, come luogo di solidarietà e carità, come comunità di popoli in pace che supera gli egoismi e i rancori nazionali. Ovvero, un’Europa unita, pacificata e solidale.

La Chiesa italiana è in prima linea nell’accoglienza dei profughi ed è intervenuta anche quando le navi sono state lasciate in mare o bloccate in porto.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: la Chiesa cattolica, da sempre, si prende cura dei poveri, degli “scarti” e degli ultimi. I poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa «per diritto evangelico» come disse Paolo VI. Ed è in virtù di questo «diritto evangelico» che la Chiesa italiana si muove con cura e compassione verso coloro che scappano dalla povertà, da guerre, carestie, fame, persecuzioni. Perché accogliere un profugo significa salvare una vita. Pertanto in nome del Vangelo chiediamo di non porre ostacoli, anche di natura legislativa, all’accoglienza e al primo aiuto dei migranti che bussano alle nostre porte o che giungono nelle nostre coste, magari salvati in mezzo al mare. Aggiungo che l’accoglienza va fatta con carità, grande responsabilità e, come ha sottolineato il Papa, secondo le possibilità effettive che possono essere garantite. Mi dicevano alcuni vescovi africani durante il Sinodo sui giovani che le continue partenze svuotano i loro Paesi di molte potenzialità. Per questo motivo vanno incentivate, e non ridotte, le forme di cooperazione internazionale. Un orizzonte che la Cei ha ben chiaro da molto tempo, come testimonia il progetto “Liberi di partire, liberi di restare”.

Il fenomeno migratorio sarà anche all’ordine del giorno l’Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo che si terrà nel novembre 2019 a Bari. Perché lo ha voluto?
È un progetto che coltivo fin da quando sono stato nominato presidente della Cei e che è stato fatto proprio dai confratelli vescovi. Il Papa ha accolto il nostro progetto di radunare in Italia i vescovi dei Paesi che si affacciano sul grande mare per pregare insieme e per confrontarci su angosce e speranze delle nostre genti. Da prete fiorentino mi sono ispirato alla visione profetica di Giorgio La Pira che proprio 60 anni fa aveva voluto i Colloqui mediterranei e che era solito definire il Mediterraneo come una sorta di «grande lago di Tiberiade» che accomunava la «triplice famiglia di Abramo». Si tratta di un incontro unico nel suo genere perché non sarà certo un summit politico e neanche un convegno di intellettuali. Ma sarà un incontro di vescovi che provengono tre continenti diversi: Europa, Asia e Africa.

Perché la scelta di Bari come sede dell’evento?
Perché Bari è un grande porto del Mediterraneo e una porta dell’Europa in grado di unire Occidente e Oriente in un abbraccio di «pace, amicizia e solidarietà fra i popoli». E poi perché proseguiremo nel cammino già tracciato da papa Francesco quando nello scorso luglio, proprio a Bari, ha incontrato i capi delle Chiese del Medio Oriente lanciando un grande messaggio di pace.

Quali temi in agenda per l’Incontro del prossimo anno?
Davanti agli occhi, e soprattutto nel cuore, abbiamo le tante situazioni di estrema instabilità politica e di forte criticità dal punto di vista umanitario. Dalla Libia alla Siria, dall’Iraq a Israele, solo per esemplificare, il Mediterraneo è teatro di conflitti e tragedie, di scelte disperate e di minacce. Fra le emergenze c’è anche quella migratoria. Osserviamo con viva apprensione un fenomeno che vede migliaia di persone fuggire dalle regioni povere dell’Africa, affrontare in condizioni indicibili la traversata del deserto, per finire profughi in mare e spesso morirci. Di fronte a uno scenario così preoccupante, il mondo politico e le organizzazioni internazionali sembrano incapaci di ricercare soluzioni adeguate. Allora mi sono posto il problema di che cosa possa fare la Chiesa per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana, sempre più calpestata. Incontrando uomini di cultura, vescovi, politici attenti e studiosi, abbiamo maturato la convinzione di un segno forte che la Chiesa debba lanciare per tentare di fermare la violenza e riportare tutti al bene della riflessione e della pacifica soluzione delle controversie.

Ha citato La Pira. È possibile rilanciare la presenza dei cattolici sulla scena politica?
È auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica. Ma è un impegno che spetta senza dubbio ai laici. Laici che, però, non solo devono essere adeguatamente formati nella fede, ma sono chiamati ad assumere come bussola dei loro comportamenti quella «visione martiriale» della politica evocata da papa Francesco. La politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all’opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del «martirio quotidiano». Come pastore ho il dovere di ricordare e suggerire ai laici di servirsi di quel tesoro prezioso che è la Dottrina sociale della Chiesa. Un tesoro a disposizione dell’umanità intera, ma che non è ancora stato compreso appieno. Se fosse stato veramente recepito, avremmo superato quella sterile divisione del passato tra i cosiddetti “cattolici del sociale” e i “cattolici della morale”. Dobbiamo tornare all’unità del messaggio evangelico e capire fino in fondo che la difesa della vita e della famiglia è collegata inscindibilmente con la cura dei poveri, degli ultimi e degli scarti della società.

Allora come comportarsi?
Ci sono già tantissime esperienze sul territorio a livello associativo o anche singole esperienze. Ricevo continuamente lettere di incontri, anche piccoli, di uomini e donne di buona volontà che hanno a cuore il bene comune della propria città, provincia o regione. Esperienze che forse andrebbero messe in rete in una sorta di Forum civico. Occorrono giovani laici cattolici, trentenni e quarantenni, che sappiano cucire reti di solidarietà e di cura. E che soprattutto sappiano essere il sale della terra. Sappiano cioè parlare e dialogare con tutti coloro – senza distinzione di fede e cultura – che hanno veramente a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa. Senza creare nuovi ghetti e nuovi muri.

Quali sono le priorità per il nostro Paese?
Il lavoro precario e la disoccupazione; il fortissimo decremento delle nascite, la famiglia attaccata dalle ideologie, la famiglia che si spezza e la famiglia sola nel vortice quotidiano; i giovani abbandonati e i giovani costretti a lasciare l’Italia per lavoro. Per un decennio abbiamo affrontato il tema dell’educazione e della vita buona del Vangelo; ma alla luce del recente Sinodo dei vescovi si aprono nuove prospettive. E poi un pensiero particolare per le popolazioni terremotate – occorre fare di tutto per incentivare la rinascita, finora si è fatto troppo poco – e per il nostro Mezzogiorno dimenticato e devastato dalla cronica mancanza di lavoro e dalla criminalità. In ogni diocesi che ho visitato, ho toccato con mano la speranza rappresentata dai tanti “talenti” diffusi sul territorio: persone serie, oneste e competenti che hanno desiderio di donare se stessi e di mettersi in gioco. Ma ho anche visto la disperazione sui volti di chi vive il deserto morale del mondo contemporaneo: un deserto di relazioni interpersonali, di individualismo, di nichilismo e tanta solitudine. Anche questo necessita di risposte. La nostra prima risposta, come pastori, è Gesù Cristo.





Sabato, 08 dicembre 2018

Nella nuova moschea di Orano, il Gran muftì Djaber entra accompagnato dalle autorità cattoliche e dai familiari dei diciannove martiri d’Algeria mentre sotto le volte arabesche salgono in canto i versetti del Corano che parlano di Gesù e di Maria, Dio misericordioso. Fuori datteri e mandorle sono offerti dalle donne avvolte nei veli tradizionali algerini come segno augurale.

È un clima di armonia e festa quello che segna un evento significativo non solo per la storia di questo Paese nordafricano. L’onore degli altari per le vite donate fino all’effusione del sangue di questa piccola e radicata Chiesa algerina sono iniziati qui, con questo abbraccio di fratellanza e di riconciliazione da un passato ancora bruciante che ha lacerato il tessuto di questo Paese e che ha visto mietere dalla stessa violenza musulmani e cristiani.

Mentre si scambiano i saluti ai margini dell’incontro in moschea, Mustafà Djaber dice chiaramente il significato di questo gesto: «I martiri cristiani sono stati uomini di pace e di buona fede che avevano una missione ben determinata nel diffondere la pace tra le persone». «Questa – dice il muftì ad Avvenire – è la beatificazione di uomini di Chiesa che sono stati uccisi durante la grande tragedia nazionale e a questo avvenimento noi assistiamo pieni di gioia. È un segno del vivere insieme. Un simbolo di costruttori di pace. E con questa celebrazione noi vogliamo dire a tutto il mondo che cristiani e musulmani possono fare buone cose insieme e non abbiamo nessun dubbio del valore che questa può aggiungere alla nostra vita comune».

«Non bisogna dimenticare che gli imam trucidati per non aver rifiutato la fatwa nel decennio nero della guerra tra islamisti e forze militari degli anni Novanta in Algeria sono stati centinaia», ricorda l’ambasciatore italiano ad Algeri, Pasquale Ferrara.

Il vescovo di Orano, Jean Paul Vasco, è il successore della stessa congregazione del vescovo martire Pierre Claverie. Prima di seguire la delegazione verso il monte Murdjaio che sovrasta la seconda capitale d’Algeria per la celebrazione di beatificazione, tiene a sottolineare: «Stiamo vivendo un momento importante, soprattutto perché condiviso. Noi vogliamo che questo momento in moschea e la beatificazione siano in continuità, siano una sola cosa».

Al rito della beatificazione, ai piedi della bianca statua di Notre-Dame de Santa Cruz che veglia sull’azzurro golfo di Orano dalla fine della peste del 1846, fedeli e iman siedono gli uni accanto agli altri. In più di mille sono saliti quassù e non solo i cattolici hanno voluto collaborare alla realizzazione della testimonianza di fraternità.

«La Chiesa ha chiamato per nome diciannove nuovi beati. Tutti, pur consapevoli del rischio che li assediava, decisero coraggiosamente di restare al loro posto fino alla fine; in essi si sviluppò una forte spiritualità martiriale radicata nella prospettiva di sacrificare se stessi e offrire la propria vita per una società riconciliata e di pace», dice nell’omelia in francese il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi presiedendo la celebrazione come inviato speciale di papa Francesco.

Accanto ai nomi dei martiri il vescovo di Orano ricorda anche il giovane Mohamed colpito insieme al vescovo Claverie dall’esplosione che li ha uccisi e ha letto il suo testamento nel quale esprime la sua scelta di non abbandonare il vescovo. «Con questa beatificazione vorremmo dire all’intera Algeria solo questo: la Chiesa non desidera altro se non servire il popolo algerino, testimoniando amore verso tutti». Perché «questa è la nostra missione di cristiani – precisa Becciu – seminare ogni giorno il seme della pace evangelica, per gioire dei frutti della giustizia».

Il postulatore della causa, Thomas Georgeon, rileva come per la Chiesa di Algeria sia certamente «un incoraggiamento nel modo di vivere e di essere Chiesa qui in un Paese musulmano e mostra come questo compiuto dai martiri vent’anni fa continui anche oggi». Una presenza che si mostra in forma umile e semplice come riprende il vescovo di Orano: «Da più di cinquant’anni vuole testimoniare una fraternità vissuta. Vogliamo far comprendere il senso della nostra presenza qui». Al termine della Messa donata al cardinale Becciu la stola usata dal vescovo Claverie.

Leggi anche: Viaggio a Tibhirine





Sabato, 08 dicembre 2018

Sono 19 i martiri algerini che oggi salgono agli onori degli altari. Tra loro il vescovo di Orano monsignor Pierre Claverie, sei suore e i sette monaci di Tibhirine. Tutte le vittime furono uccise “in odio alla fede” tra il 1994 e il 1996. Il rito è programma alle 13 presso il Santuario di Notre-Dame de Santa Cruz di Orano. Presiede l’inviato del Papa il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.

È una mattina gelida e nebbiosa sulle alture di Medea. E il monastero di Tibhirine, nonostante la sua mole imponente, si cela tra queste brume autunnali, gonfie di vapori. Sfumano i contorni delle montagne dell’Atlas e le nebbie rendono questo luogo come sospeso nel tempo. Sembra di essere nella scena finale di “Uomini di Dio”, il film di Xavier Beauvois, che ha portato sullo schermo con straordinaria efficacia la vicenda drammatica dei sette monaci trappisti di Notre Dame de l’Atlas rapiti e uccisi nel 1996, durante il decennio funesto del terrorismo in Algeria. In silenzio, scortati dai loro rapitori erano spariti nella nebbia che avvolge un sentiero di montagna innevato. La loro fine la si lascia solo intuire. È un “ad-Dio”, come scrive il priore Christian de Chergé, il compimento di una «vita donata - in anticipo - a Dio e questo Paese» e per questo poche settimane prima del suo rapimento nel diario aveva anticipato: «La nostra morte è inclusa nel dono, non ci appartiene».

Dei sette martiri furono recuperate solo le teste mozzate dai carnefici. I loro cippi bianchi tra i cipressi giacciono oggi qui in tutta la loro nudità nel giardino del monastero accanto alla sorgente d’acqua el Margouma, che continua a irrigare e a rendere fertile quest’angolo di terra e alle tombe dei loro confratelli che qui vissero e morirono durante i sessant’anni anni di presenza trappista su queste alture, a un centinaio di chilometri a sud della capitale Algeri.

Proprio i sette monaci trappisti dell’Atlas, portati via dal monastero arrampicato sul monte, che era diventato luogo spirituale per eccellenza non solo per i cristiani (qui si tenevano gli incontri del Ribât es-Salâm, esperienza di dialogo e amicizia con i musulmani), rappresentano l’emblema di quel martirio d’Algeria che oggi si avvia agli altari. Perché a Tibhirine è una testimonianza collettiva a vocazione universale che gli assassini hanno voluto mettere a tacere. Per questo, dopo il ritrovamento dei resti dei monaci sul ciglio della strada verso Notre Dame de l’Atlas, quando il testamento di fratel Christian si trasforma in una delle pagine spirituali più alte del XX secolo, il priore di Tibhirine diventa il portavoce non solo dei compagni massacrati con lui - i fratelli Christophe Lebreton, Luc Dochier, l’anziano medico del corpo e dell’anima che aveva curato qui quasi seicentomila algerini, Michel Fleury, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard e Paul Favre-Miville - ma anche di tutti gli altri martiri d’Algeria.

Le porte azzurre delle loro celle disadorne sono rimaste come allora. I mantelli bianchi per la preghiera appesi davanti all’entrata della cappella. Il chiostro con l’albero d’arance piantato da fratel Luc. La pagina in arabo aperta sul passo del Vangelo delle Beatitudini su cui hanno informato alla lettera tutta la loro vita per divenire riconosciuti Ibn al bald “figli di questa terra” nella “casa dell’islam”. A condurci nel monastero è Felicité Moizard, una dei quattro consacrati della comunità “Chemin de neuf”, la comunità francese a vocazione ecumenica ispirata dal rinnovamento carismatico ed impregnata dalla spiritualità ignaziana, che da due anni abita qui. «I monaci hanno vissuto con semplicità la convivenza con l’altro nella vita di tutti i giorni. Nella perseveranza dell’amore si diventa come pozzi che irrigano il deserto, si diventa costruttori di ponti. Vogliamo così continuare a vivere la loro eredità». Nella sala del capitolo ci riuniamo per un frugale pasto con i frati ospiti davanti alle finestre che si spalancano sulle terrazze di meli della valle dell’Atlas.

«Proprio qui – ci dice padre Eugenie Lehemabre – nell’incalzare del clima di violenza i monaci avevano preso la decisione comune di restare. La scelta di solidarietà fino alla fine in nome del Vangelo e nella ricerca di quell’umanità plurale in cui riconoscere l’altro come fratello è la testimonianza che rende possibile l’amicizia fraterna e rispettosa di uomini e donne diversi». «Cacciati da un luogo, andremo in un altro» - si spiegava il beato Christian de Chergé. Ecco perché Tibhirine non si tratta proprio di un luogo, ma di un luogo possibile. Luogo possibile persino tra stranieri, dove ci conduce quella sete che non si spegne, forse mai, in nessun luogo, appunto, e che ci fa sfiorare il tetto dell’esistenza, il suo senso. È questa la Tibhirine oggi da ricordare, da abitare.

Leggi l'intervista al cardinale Becciu





Venerdì, 07 dicembre 2018

Chi scrive è una donna che ha attraversato gli anni ’70 convinta delle rivendicazioni del femminismo ugualitarista che sulla scia del decennio precedente misurava la questione femminile sul possesso del proprio corpo, sul diritto alla piena autodeterminazione e sulle uguali possibilità di accesso al lavoro e di trattamento economico.

Oggi la questione la porrei, più correttamente, sul piano della dignità: cosa è degno della donna, talmente degno da valere la pena essere la traiettoria sulla quale investire nella comunità ecclesiale e nella società per i prossimi anni? Per prima cosa ragionerei di comunità ecclesiale: la reciprocità del maschile e del femminile mi pare il punto d’osservazione e il nucleo generativo di ogni riflessione sulla dignità della donna che non può mai essere disgiunta da quella dell’uomo. Perché la comunità ecclesiale è il luogo nel quale impariamo la carità come dono-per-l’altro, è in essa che la questione della dignità della donna si fa più urgente ed anche di valenza esemplare, al modo del sale e del lievito.

In questa chiave di lettura mi piacerebbe che la logica vetero-marxista che legge la questione femminile alla luce dei rapporti di potere, fosse sostituita nella comunità ecclesiale da ciò che è davvero cristiano e quindi veramente umano, ovvero la logica della relazione simmetrica di reciprocità che non lavora tanto sull’uguaglianza come fatto da raggiungere, un’uguaglianza che non sostiene le differenze, quanto invece su ciò che nella comune umanità è il dono specifico del femminile o del maschile per l’altro.

La logica del servizio è lo specifico che come donne e uomini cristiani dobbiamo alla storia. In questo senso credo che nei prossimi anni dovremo affrontare con maggior serietà, in ambito teologico, una seria riflessione, come già si è iniziato, sugli studi di genere alla luce della ricca pagina di Genesi compiendo lo sforzo di intrecciare, per una reciproca purificazione, il teologare al modo maschile e al modo femminile. Un laboratorio permanente, scuola di ascolto e di creatività che possa offrire basi solide per ripensare sotto questo paradigma non tanto il posto della donna della Chiesa, ma una modalità di relazioni intra-ecclesiali rispettose del dono che il femminile e il maschile costituiscono nella specificità cristiana. Ritengo che se nei prossimi anni non modifichiamo il paradigma con cui affrontare la questione donna nella Chiesa, continuando seppur inconsciamente ad applicare le categorie del potere del femminismo egualitarista, la comunità cristiana rischierà di rinchiudersi nei ruoli, nelle funzioni, delle spartizioni di competenze e di insterilirsi anche nel suo essere-per-il-mondo.

Del resto, fermo questo paradigma da cui riposizionarsi, va detto che il “proprio” della donna, e qui il focus si allarga alla società intera, chiede un primo, primo perché basilare, livello di giustizia che consiste nell’approntare quelle strutture di natura politica grazie alle quali la donna possa veramente scegliere il modo di vivere la propria vita familiare e professionale. Non ci illudiamo: la prassi consolidata dell’aut-aut tra lavoro e maternità, tra lavoro e famiglia, se prolungata porterà a far implodere il sistema impresa. Sono convinta che nel corso dei prossimi decenni, la denatalità spinta porterà necessariamente, almeno per calcolo economico, a investire sulla maternità come valore sociale e di sviluppo.

E a proposito di maternità, non posso non pensare a come, se la pratica dell’utero in affitto non verrà messa al bando a livello internazionale, porterà ad un cambiamento radicale della percezione di sé della donna come persona smarrendo l’idea di sé come di unità corporeo-spirituale fin dal primo istante della fecondazione, una unità che affonda le radici nella trascendenza da cui attinge il proprio valore.

Va detto pertanto che l’esito dell’antropologia individualista centrata sull’autodeterminazione, antropologia soggiacente tante lotte femministe è, malgrado le intenzioni delle donne stesse e la loro consapevolezza, il corpo-oggetto, l’oggettificazione della persona ridotta a merce di mercato, l’ultima frontiera dell’alienazione. Ritengo pertanto che la frontiera sulla quale dovremo tenacemente non arretrare ed anzi, avanzare nei prossimi anni sia quella del corpo: un oggetto altro-da-me o manifestazione della totalità personale? Dopo 50 anni dal ’68 siamo tornati alla medesima questione che dobbiamo affrontare con un paradigma differente da quello di allora, anche dentro la Chiesa. In questo è essenziale la riflessione e la prassi della reciprocità personale che solo nella comunità cristiana è possibile illuminare pienamente e che deve tradursi in buone pratiche assunte in sistema culturale e giuridico insieme. Sulla donna dunque, sul suo “corpo” entro l’alleanza col maschile, ci giocheremo l’umano dei prossimi decenni.





Venerdì, 07 dicembre 2018

L’8 dicembre nella solennità dell’Immacolata Concezione celebriamo il dogma che vuole Maria preservata dal peccato originale, immune dall’esserne toccata sin dall’inizio del concepimento. Una verità di fede che nulla toglie all’umanità della Vergine, alla sua tenerezza materna cui guarda soprattutto chi soffre e si sente dimenticato.

La Vergine ferita nel santuario pugliese

Del resto, pesantissime sono state le prove cui Maria di Nazareth è stata sottoposta durante la sua esistenza terrena. Un carico di angoscia e dolore di cui l’arte si è fatta spesso interprete. Nel santuario dedicato alla Madonna della Grazia a Galatone, in provincia di Lecce ad esempio è custodito il dipinto della “Vergine con l’occhio nero”, visto il livido scuro che le circonda l’orbita destra. A dire il vero quella caratteristica non è frutto di una scelta pittorica, bensì della rabbia di Antonio Ciuccoli, incallito giocatore d’azzardo che, nel 1586, dopo l’ennesimo tracollo finanziario, trovò rifugio, ubriaco, nella cappella pugliese. Qui al culmine dell’ira, lanciò una pietra contro il quadro, danneggiandolo. La storia racconta poi che l’uomo fu condannato a morte per un omicidio non commesso. In ogni caso il quadro oggi rappresenta l’immagine visiva del patire innocente tanto che nei giorni scorsi la “Vergine con l’occhio nero” è stata uno dei “volti” della giornata contro le violenza sulle donne.

Così la invoca don Tonino Bello


La sofferenza di Maria accettata con la sapienza della fede ha ispirato e continua a ispirare santi e mistici, Tra loro “don Tonino Bello” (1935-1993) il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi che alla Vergine ha dedicato pagine bellissime, come questa:

Santa Maria, Vergine della notte,
noi t’imploriamo di starci vicino
quando incombe il dolore, irrompe la prova,
sibila il vento della disperazione,
o il freddo delle delusioni o l’ala severa della morte.
Liberaci dai brividi delle tenebre.
Nell’ora del nostro calvario,
Tu, che hai sperimentato l’eclissi del sole,
stendi il tuo manto su di noi,
sicché, fasciati dal tuo respiro,
ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà.
Alleggerisci con carezze di Madre la sofferenza dei malati.
Riempi di presenze amiche e discrete
il tempo amaro di chi è solo.
Preserva da ogni male i nostri cari
che faticano in terre lontane e conforta,
col baleno struggente degli occhi,
chi ha perso la fiducia nella vita.
Ripeti ancora oggi la canzone del Magnificat,
e annuncia straripamenti di giustizia
a tutti gli oppressi della terra.
Se nei momenti dell’oscurità ti metterai vicino a noi
le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto.
E sveglieremo insieme l’aurora.





Venerdì, 07 dicembre 2018

Il prefetto delle cause dei santi inviato del Papa a Orano luogo del rito. «Di fronte alla violenza pur potendo andare via, questi fratelli scelsero di restare Con loro la Chiesa offre la sua logica della misericordia a tutta l’Algeria» «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» ( Gv 15,13). Tutto è pronto in Algeria per la beatificazione dei diciannove martiri che hanno donato la loro vita per questo popolo. Domani, solennità dell’Immacolata Concezione, a celebrarne a Orano la cerimonia sarà il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.

Eminenza, è la prima volta che un rito di beatificazione collettiva di 19 martiri avviene in un Paese a maggioranza islamico. Pare proprio di sì, ed è davvero interessante che un Paese musulmano si sia reso disponibile perché sia celebrata dalla Chiesa cattolica una cerimonia come questa.

Che importanza ha questo fatto?
È senz’altro un evento di rilievo non solo per la piccola Chiesa locale, ma anche per i tanti che in questo Paese non hanno dimenticato il vescovo Pierre Claverie e i suoi diciotto compagni martiri. Il loro ricordo è ancora vivo e rimane impressa nella mente di tanti la scelta comune fatta dai monaci di Tibhirine e dagli altri religiosi e religiose di varie congregazioni di non abbandonare il popolo algerino proprio nell’ora più difficile, disposti a pagare la fedeltà a Dio con il dono della propria vita fino all’effusione del sangue.

Cosa avevano in comune questi 19 religiosi?
Il loro assassinio si è compiuto nel giro di due anni, dal 1994 al 1996, nel periodo buio del terrorismo nel Paese. L’ultimo a versare il suo sangue è stato il vescovo di Orano, monsignor Claverie. La loro storia e il loro martirio s’inseriscono nella sofferenza del popolo algerino di quegli anni di guerra fratricida in cui caddero vittime quasi centocinquantamila persone. Ognuno di questi religiosi e religiose è stato un testimone autentico dell’amore di Cristo e del suo Vangelo. Non avevano scelto di essere martiri, avevano soltanto scelto di rimanere laddove Dio li aveva chiamati. Non hanno sfuggito la violenza: l’hanno combattuta con le armi dell’accoglienza fraterna, della preghiera comunitaria, attraverso la relazione rispettosa vissuta giorno per giorno con i loro fratelli musulmani, da uomini e donne di fede, di preghiera, di dialogo, quali essi erano.

Come può essere definito il rilievo ecclesiale di questa causa collettiva?
L’importanza ecclesiale è nel significato del loro martirio. Questi nostri fratelli messi davanti alla domanda se restare o andare via davanti alla situazione di violenza imperante nel Paese hanno deciso liberamente di rimanere fedeli alla loro vocazione, seppure le sollecitazioni a partire erano state tante. «Le beatitudini sono innanzitutto il Vangelo del vivere insieme» scriveva nel suo diario padre Christian de Chergé, il priore della comunità dei sette monaci martiri di Tibhirine. Il martirio è “con” non “contro”. Nel suo stesso testamento scriveva che «l’Algeria e l’islam, per me, sono un corpo e un’anima».

La morte dei sette monaci cistercensi di Notre Dame de l’Atlas ha però ancora contorni oscuri in una vicenda che si svolge nell’intreccio tra forze brutali rivoltose e apparati statali poco chiari. Queste circostanze potranno ora essere definite?
Il ritrovamento delle teste decapitate dei monaci nel maggio 1996 provocarono un’emozione fortissima non solo nella piccola comunità cristiana e in moltissimi musulmani, ma nel mondo intero, specialmente in Francia. Il film a loro dedicato, Des hommes et des dieux (in italiano “Uomini di dio”) ha sconvolto milioni di spettatori. Perché la barbara uccisione di questi uomini di Dio, dediti alla preghiera e al lavoro, autenticamente fratelli dei loro vicini musulmani? La Chiesa ha riconosciuto il sacrificio della loro vita. È auspicabile che le autorità civili facciano luce sulla dinamica del loro assassinio.

Era stata ventilata la possibilità che papa Francesco potesse recarsi in Algeria per questa beatificazione, perché poi non si è realizzata?
È prassi che per la celebrazione di beatificazioni il Santo Padre non partecipi personalmente e che invii un suo delegato. Così è anche questa volta. Tuttavia per manifestare la sua vicinanza al popolo algerino e dare rilievo all’evento ha deciso in maniera eccezionale di nominare il sottoscritto, nella mia qualità di prefetto della Congregazione delle cause dei santi, come suo inviato speciale, facendomi accompagnare da una missione pontificia e da una Lettera apostolica ad hoc.

Ma come può essere accolta questa beatificazione in un contesto musulmano come quello algerino nel quale non sono state ancora del tutto cicatrizzate le ferite degli anni del terrorismo?
Mi hanno riferito che c’è attesa da parte dei musulmani, specialmente di quelli che hanno conosciuto questi nostri fratelli e pertanto non penso che la celebrazione possa passare nell’indifferenza. La Chiesa è in una logica di misericordia e desidera offrirla all’intera Algeria nell’intento di aiutarla a medicare le ferite, rifiutando ogni fondamentalismo, rispettando la sofferenza delle cicatrici ancora numerose e promuovendo il dialogo. Nel ricevere in udienza i vescovi Paul Desfarges, di Algeri, e Jean Paul Vesco, di Orano, il Papa aveva insistito molto su questo punto e aveva sottolineato come il vescovo Claverie sia stato assassinato insieme a un giovane amico musulmano, per cui il sangue si è mescolato nell’amore a questo popolo.

E qual è ora l’aspettativa nella piccola realtà ecclesiale?
I 19 martiri con la loro vita donata rappresentano un’icona dell’identità della Chiesa d’Algeria incarnando fino alla fine la sua vocazione a essere sacramento della carità di Cristo per tutto il suo popolo. Essi hanno fecondato la presenza cristiana in questo travagliato Paese e sono anche ritenuti, con la loro testimonianza autorevole, strumenti di pace. Nel recente comunicato i quattro vescovi dell’Algeria hanno scritto che essi «ci sono donati come intercessori e come modelli di vita cristiana, di amicizia e di fraternità, d’incontro e di dialogo e il loro esempio può aiutare nella vita di ogni giorno». L’attesa di questa minuta ma fervente Chiesa in terra islamica è nell’essere confermati a continuare la testimonianza della fede in tale prospettiva, senza mire di proselitismo, ma nella condivisione, nella donazione totale, nell’umiltà del servizio.

Per lei cosa continuano a dire questi martiri nel tempo di oggi? Il loro messaggio è molto semplice: bisogna essere pronti ad andare fino alle estreme conseguenze del nostro essere cristiani. Di fronte al coraggio, alla coerenza di vita di questi martiri la nostra fede appare tiepida. Essi dunque ci interrogano sullo spessore e sulla qualità della nostra fede. Il loro è un messaggio di speranza, di fraternità, di sfida a quanti si servono della violenza per far avanzare le loro idee o modelli di società. Da qualunque parti arrivi, la violenza semina morte, false illusioni. I nostri martiri invece ci dicono che il dono totale di sé porta vita vera e spalanca le porte dell’eternità.





Giovedì, 06 dicembre 2018

Il presente e il futuro dell’Azione cattolica sono già inscritti nella sua storia. È «nell’educazione delle giovani generazioni», nel «contributo alla costruzione della nazione e della democrazia», nell’aiuto alla Chiesa perché si realizzi pienamente la «corresponsabilità laicale». Linee d’indirizzo, stelle polari, spiega il presidente nazionale Matteo Truffelli aprendo il convegno storico in corso presso l’Archivio storico della Presidenza della Repubblica a Roma, che si sono consolidate nei 150 anni di vita dell’associazione: dalle origini – in un tempo di lacerazione tra credenti e lo Stato nazionale – alla ricostruzione post-bellica sino ad arrivare ad oggi.

Un convegno che ha visto la presenza, all’inizio della seconda sessione iniziata nel pomeriggio, del capo dello Stato Sergio Mattarella. Un “ritorno a casa” per il presidente della Repubblica, che in Azione cattolica si è formato. E dell’associazione, ha ricordato Truffelli nel momento forse di massima emozione della due-giorni di convegno, è stato aderente e responsabile anche Piersanti Mattarella, il fratello del capo dello Stato ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980 mentre era presidente della Regione Sicilia.

A fare da filo conduttore all’appuntamento che chiude le celebrazioni per i 150 anni dell’Ac è la «doppia cittadinanza» dell’associazione nel Paese e nella Chiesa, formula cara agli storici e che ieri è stata ripresa da Raffaele Cananzi, ex presidente nazionale ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il secondo governo Amato. È toccato proprio a lui presiedere la sessione “Il laicato associato nella storia della Chiesa”, aperta alla presenza di Mattarella. I due, tra l’altro, sono stati “compagni di banco” in Parlamento durante la stagione ulivista e fianco a fianco anche nell’esperienza di governo. Per diversi aspetti è anche all’impegno istituzionale del capo dello Stato che l’Ac guarda per ritrovare le ragioni dell’impegno sociale e politico dei laici credenti. Come se Mattarella, con le doti di «saggezza, coraggio e mitezza», rappresentasse un modello diverso per affrontare le sfide di questo tempo, a partire dalla sfida dell’Europa, che l’Ac sente particolarmente come dimostra il recente appello firmato insieme ad Acli, Sant’Egidio, Istituto Sturzo, Fuci, Cisl e Confcooperative. Nonostante il contesto storico del convegno, il desiderio di rilanciare il protagonismo dei cattolici sull’attuale scena pubblica emerge da gran parte degli interventi.

Per certi versi, il richiamo al presente e al futuro è quasi più forte dei richiami al passato. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, nel suo messaggio non solo «esprime compiacimento per l’importante opera svolta in questi anni», ma avanza anche l’auspicio di «trovare motivi di speranza per il futuro, testimoniando i valori della fraternità e della solidarietà, per favorire nel Paese una sempre più incisiva coscienza etica ispirata al Vangelo e attenta ai bisogni dei più deboli». Presente alla sessione pomeridiana di ieri anche il segretario generale della Cei, il vescovo di Fabriano-Matelica Stefano Russo. E il filo rosso non cambia: gratitudine per il passato ma anche l’invito a riversare la memoria di tanti protagonisti della storia del Paese in un rinnovato impegno ecclesiale e civile.

Il convegno, ospitato in Palazzo Sant’Andrea nei pressi del Quirinale, si conclude questo venerdi con la sessione “L’Azione cattolica nella società di massa”, con gli interventi, in particolare, di Francesco Malgeri della Sapienza di Roma e di Giorgio Vecchio dell’Università di Parma. È la sessione di studi che indaga i rapporti tra Ac e il suo ruolo per l’emancipazione femminile, la fitta cinematografia che in qualche modo richiama i simboli e i valori dell’associazione negli anni 50-60, il rapporto tra formazione e sport sia in epoca fascista sia in epoca contemporanea. Le due sessioni di ieri avevano invece un taglio più tradizionale, inerenti il ruolo del laicato associato nella Chiesa (con la relazione introduttiva di Marta Vergotti dell’ateneo di Torino) e il rapporto tra Ac, politica e Stato (con gli interventi, tra gli altri, del docente della Iulm di Milano Guido Formigoni e di Paolo Trionfini dell’università di Parma, quest’ultimo direttore dell’Isacem, l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia che ha organizzato il convegno di studi).
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Giovedì, 06 dicembre 2018

«La crisi demografica che sembra condannare la popolazione italiana a un inesorabile e insostenibile invecchiamento; la povertà di prospettive per i giovani che scoraggia progetti di futuro e induce molti a trasgressioni pericolose e a penose dipendenze; le difficoltà occupazionali nell’età adulta e nell’età giovanile e le problematiche del lavoro; la solitudine il più delle volte disabitata degli anziani». Sono queste le «problematiche emergenti e inevitabili» che l’arcivescovo di Milano Mario Delpini addita nel suo Discorso alla città per la festa del patrono Ambrogio. Sfide «complesse», quelle messe in risalto nel testo dal titolo Autorizzati a pensare. Visione e ragione per il bene comune. Sfide di fronte alle quali, scandisce il presule, «evitare di ridurci a cercare un capro espiatorio», come «talora» si fa con «il fenomeno delle migrazioni e la presenza di migranti, rifugiati e profughi», trattati da molti come fossero «l’unico problema urgente».

Queste sfide, piuttosto, richiedono una «ragione per il bene comune», come ricorda il sottotitolo del Discorso, e una «visione di futuro». Ecco, dunque, un duplice richiamo: all’Europa «dei popoli e dei valori» dove costruire «una convivenza pacifica e solidale»; e alla «Costituzione della Repubblica italiana» quale «punto di riferimento fondamentale per la convivenza dei cittadini e la visione dei rapporti internazionali» di cui dispone il nostro Paese per orientare il suo ruolo «nel cantiere europeo al quale rimettere mano».

IL VIDEO INTEGRALE DEL DISCORSO ALLA CITTA'

In questo scenario si collocano le sfide identificate nel Discorso. E «la risorsa determinante» per affrontarle: la famiglia, il «fattore decisivo», la «cellula vivente», che «può tenere insieme le età della vita, la cura per il futuro, la pratica della solidarietà, la prossimità alle fragilità e rendere la città un luogo in cui sia desiderabile vivere, lavorare, studiare, diventare grandi, essere curati e assistiti». Certo, la famiglia non va lasciata sola. Perciò istituzioni e diocesi sono chiamate a cooperare. Sempre in questo scenario la comunità cristiana «desidera abitare la città per offrire il suo contributo e collaborare con tutte le istituzioni presenti nel comprendere il territorio, nell’interpretare il tempo, nel promuovere quell’ecologia globale che rende abitabile la terra per questa e per le future generazioni. In questo – sottolinea l’arcivescovo – faccio riferimento con affetto e gratitudine alle indicazioni di papa Francesco nella Laudato si’».

Vigilia della festa patronale. Era gremita, ieri sera, la Basilica di Sant’Ambrogio, per i primi Vespri, occasione nella quale l’arcivescovo di Milano offre il suo Discorso alla città e alla diocesi. Prima del rito Delpini ha incontrato i rappresentanti delle comunità cattoliche straniere. Quindi il Discorso nell’antica chiesa affollata di sindaci e amministratori pubblici. «Essere persone ragionevoli è un contributo indispensabile per il bene comune», afferma Delpini, chiamando quanti hanno a cuore la città e il Paese all’«esercizio pubblico dell’intelligenza».

In tempi di slogan e di fake, di politica urlata che ingigantisce e strumentalizza paure e rancori, si tratta di un «invito», l’arcivescovo ne è consapevole, «forse un po’ provocatorio». Ma quanto mai prezioso. E offerto con quella stessa «intelligenza benevola» auspicata nel Discorso. Ad aprirlo un passo della Lettera di Giacomo che «interpreta le dinamiche conflittuali della comunità come l’emergere di passioni che rendono stolti», mentre «la possibilità della pace è offerta da una sapienza che viene dall’alto, da un’intelligenza benevola, da un pensiero che si ispiri alla vicinanza di Dio. C’è dunque anche la possibilità di pensare, siamo autorizzati a pensare». All’inizio Delpini richiama alcuni ambiti della vita pubblica e del rapporto fra istituzioni e cittadini che, per reazione alle loro degenerazioni, alimentano «il desiderio di una ragionevolezza diffusa». E sono parole chiare, quelle del presule, ad esempio dove denuncia il consenso costruito sulla paura e i pregiudizi, mentre i problemi complessi chiedono senso critico e realismo.

Delpini cita il Paolo VI della Populorum progressio e il Benedetto XVI della Caritas in veritate, critica la ragione ridotta a calcolo utilitario, auspica il contributo delle università e delle istituzioni culturali, ricorda come il «pensare» è «dare forma a una visione di futuro» e «riconoscere le priorità da perseguire» insieme. Si tratta di «propiziare il pensare condiviso», ad esempio promuovendo l’educazione civica e la conoscenza della Costituzione (perché non aprire i Consigli comunali, suggerisce il presule, leggendo e commentando qualche articolo della prima parte?). Nei percorsi di «riscoperta e valorizzazione del bene comune» quale fattore di «rigenerazione della cittadinanza», risulta preziosa la «sapienza evangelica» che «ci spinge a non considerare mai l’uomo a servizio della legge e delle regole, ma, al contrario, a comprendere che una legge giusta è sempre in favore dell’uomo e della sua libertà».





Martedì, 04 dicembre 2018

Come ogni anno l’8 dicembre la Chiesa celebra l’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, il dogma, cioè la verità di fede, per cui la Madonna non è stata “toccata” dal peccato originale, ne è stata preservata sin dal primo istante del suo concepimento.

Cosa vuol dire Immacolata Concezione

«Dio – sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica – ha scelto gratuitamente Maria da tutta l’eternità perché fosse la Madre di suo Figlio; per compiere tale missione è stata concepita immacolata». A proclamare il dogma fu l’8 dicembre 1854 papa Pio IX con la bolla “Ineffabilis Deus”. Un testo in cui si legge: «La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale».

Il Figlio addormentato in braccio alla Mamma

L’avvicinarsi della solennità, che sabato pomeriggio a Roma vedrà il consueto omaggio del Papa al monumento dedicato alla Vergine in piazza Mignanelli accanto a Piazza di Spagna, è anche occasione per riscoprire i tratti più delicati della maternità di Maria, rappresentati in decine di immagini e dipinti. Il Museo Poldi Pezzoli di Milano, ad esempio, custodisce la “Madonna con Bambino addormentato” che Andrea Mantegna ha realizzato verosimilmente tra il 1490 e il 1500. Vi si vede Maria che accarezza delicatamente il figlio che tiene in braccio appoggiandolo su un ginocchio.

Santa Teresina pregava così

La maternità di Maria ha ispirato nei secoli decine di santi e mistici. Come Santa Teesa di Lisieux:

“Io so bene, o Vergine piena di grazia,
che a Nazaret tu sei vissuta poveramente,
senza chiedere nulla di più.
Né estasi, né miracoli, né altri fatti straordinari
abbellirono la tua vita, o Regina degli eletti.
Il numero degli umili, dei piccoli,
è assai grande sulla terra: essi possono
alzare gli occhi verso di te senza alcun timore.
Tu sei la madre incomparabile
che cammina con loro per la strada comune,
per guidarli al cielo.
O Madre diletta, in questo duro esilio
io voglio vivere sempre con te
e seguirti ogni giorno.
Mi tuffo rapita
nella tua contemplazione e scopro
gli abissi di amore del tuo cuore.
Tutti i miei timori svaniscono
sotto il tuo sguardo materno
che mi insegna a piangere e a gioire”.





Mercoledì, 05 dicembre 2018

«Nessun invito è stato inviato alle coppie gay per San Valentino nel 2019» e «l’articolo pubblicato dalla redazione di Libero Quotidiano, che riprende quanto riportato da quello di Le Figaro, è quindi assolutamente privo di fondamento».

È una smentita secca e chiara quella che arriva dal Santuario di Lourdes riguardo a quanto rilanciato dal quotidiano milanese martedì scorso, sulla scia appunto di una pagina del quotidiano parigino uscita sabato 1 dicembre: la notizia che per la tradizionale festa degli innamorati, il 14 febbraio, il Santuario avrebbe rivolto un invito a venire nel luogo delle apparizioni di Maria a santa Bernadette anche a coppie di persone dello stesso sesso. «L’autore dell’articolo pubblicato da Le Figaro – si legge sempre nel comunicato – che si firma sotto pseudonimo, non ha mai contattato il Santuario, che ha intrapreso le opportune azioni per ripristinare la verità. Il Santuario di Lourdes si oppone fermamente a questa pratica pseudo-giornalistica di divulgazione di informazioni non verificate e menzognere, che portano a scrivere sulla base di voci riciclate, senza entrare in contatto con il soggetto principale di cui si parla».

Santuario che si riserva anche «di adire alle vie legali per ristabilire la verità». La pagina di Le Figaro da cui ha preso origine il caso (ripreso dal quotidiano italiano), trattava di una presunto calo dei pellegrini al Santuario e delle attività commerciali ad esso collegate, e delle strategie poste in atto per rivitalizzare l’afflusso dei devoti. «L’obiettivo del Santuario di Lourdes – precisa il comunicato – non è mai stato quello di “riempire le proprie casse”. Il Santuario è un’associazione religiosa senza scopo di lucro che non ha ambizioni finanziarie, tranne quella di poter continuare la sua missione di accoglienza di tutti i pellegrini che vi si recano per raccogliersi in preghiera, per chiedere una grazia, una conversione o una guarigione».

E «dopo 160 anni di storia, la Grotta di Lourdes rimane un Santuario cattolico. Il suo ministero pastorale pertanto è in pieno accordo con il magistero della Chiesa, soprattutto per quanto riguarda l’accoglienza benevola di tutte le persone».





Mercoledì, 05 dicembre 2018

C'è un luogo, a Roma, dove la sinodalità sta diventando prassi, esercizio quotidiano, vita vissuta: è la comunità di San Stanislao, a Cinecittà, che da tre mesi è guidata da Andrea Sartori, un diacono che abita nella canonica con la moglie Laura e quattro figli – tre maschi di 20, 19 e 17 anni e una bambina di 10 – e che vorrebbe incidere su una targa “Casa della fraternità”.

Alla Messa e alle confessioni pensa il viceparroco della vicina San Giuseppe Moscati (con un gruppetto di altri preti che stanno offrendo la loro disponibilità), mentre il lavoro pastorale viene portato avanti con un’équipe di diaconi. «Bisogna fare una storia sinodale, sperimentando la comunione con il popolo e con la comunità ministeriale», sottolinea il diacono che, con la sua famiglia, ha intravisto in questa vocazione il modo per «andare verso Dio e verso gli uomini».

Del resto, il servizio è un filo rosso che attraversa l’esistenza di Sartori e la tesse con quella di Laura, conosciuta durante un’esperienza di volontariato con ragazzi disabili. «Prima del matrimonio – racconta – entrambi volevamo andare in missione. Così, appena sposati, abbiamo deciso di partire con i salesiani per il Togo per tre mesi per studiare la realtà e poi, con in mano un progetto che abbiamo elaborato in Italia, siamo tornati in Africa per un anno: di giorno giravamo per la Savana per formare animatori sociali che potessero essere leader nelle microimprese e di sera stavamo in una casa famiglia con 24 bambini di strada».

Che il servizio fosse la sua dimensione, Sartori l’aveva già capito, ma non pensava affatto di diventare diacono. Nel 2003 però, su invito di alcuni sacerdoti, inizia l’iter e nel 2008 viene ordinato. «Vedevo questa figura solo come qualcuno che sta sull’altare, ma ora ho capito che il vero diacono porta Gesù in mezzo alla gente: quella goccia di acqua che metto nel calice, nel sangue di Cristo, è il segno dell’umanità che raccolgo e porto a Dio», spiega Sartori che ama definire il diacono come «la mano di Gesù che tocca, si sporca e tira fuori dalla tomba».

Per dare ulteriore concretezza al servizio, Andrea e Laura pensano di «trovare un monastero dove poter fare comunità» e cominciano a parlarne con i figli. Così, quando arriva la proposta di accompagnare la comunità di San Stanislao, capiscono «che Dio, che fa bene tutte le cose, aveva preparato il terreno e che quella era per noi la conferma di ciò che avevamo intuito».

Sebbene sia una tradizione documentata a Roma fin dal VII secolo, oggi la diaconia di Cinecittà rappresenta un unicum. Inizialmente c’è stata un «po’ di perplessità, un punto interrogativo che riguardava soprattutto il cosa sarebbe mancato, visto che siamo abituati ad avere un presbitero», osserva Sartori. Pian piano però le seimila anime di San Stanislao «hanno visto che la presenza eucaristica è rimasta e che, essendoci una famiglia, i giovani hanno dei coetanei con cui stare e i genitori si sentono compresi nelle fatiche e nelle difficoltà quotidiane».

«Come tutti i papà di famiglia, anche io, che ho 49 anni, mi alzo alle cinque per andare a lavoro, so cosa significa litigare o discutere perché uno dei figli avrebbe bisogno di un paio di pantaloni nuovi ma non si ha la possibilità di comprarli», confida Sartori che si sente ripagato di tutto quando «quelli che incontro mi dicono che vogliono tornare in Chiesa». Si respira “aria nuova” e, complice una giusta dose di curiosità, «in tanti si stanno avvicinando». «È bello che la gente voglia aiutare e non solo essere aiutata», rileva Sartori per il quale «la parrocchia non deve essere solo un centro di distribuzione, ma di comunione». Per questo, dal lunedì al venerdì «proponiamo l’adorazione eucaristica, perché una comunità prima prega e poi va in missione». Come il diacono che va per le strade, nelle case. Facendosi prossimo «per pregare, ascoltare, intuire quali sono le ferite e fasciarle».

IL DIACONATO PERMANENTE IN ITALIA

4.600 i diaconi permanenti in Italia (Fonte Petrosino)

87,4% ha una famiglia, 8,42% è celibe e lo 0,35% è vedovo

32,69% sono impiegati. Ci sono pure docenti, operai e negozianti

71,6& svolge ministero in parrocchia, il 15,4% in diocesi





Mercoledì, 05 dicembre 2018

Il Sinodo non è un evento bensì la tappa di un cammino. Per questo il frutto del Sinodo sui giovani non è tanto il documento finale, quanto ciò che di nuovo è germogliato nelle quattro settimane del tragitto comune e che potrà fiorire nelle diverse realtà locali che saranno capaci di dare carne e concretezza a questo processo. E la prima novità è che i giovani da 'oggetto' del Sinodo hanno saputo farsi soggetti, protagonisti di rinnovamento. Con le loro testimonianze fresche e appassionate, con le parole impregnate di vita e in tanti casi anche di ferite, coraggio e resilienza hanno aperto i lavori, ritmato il loro svolgimento, dilatato la formula sinodale. Veri maieuti di rigenerazione per tutta la chiesa. Grazie a loro, più che le parole scambiate e scritte ha assunto un ruolo cruciale, rigeneratore e autenticamente innovatore la dimensione metacomunicativa.

Importanti studiosi, da Bateson a Watzlawick alla scuola di Palo Alto, hanno da sempre indicato come le parole veicolano i contenuti, ma sono la dimensione non verbale e relazionale a determinare il più profondo significato della comunicazione. Si parla di metacomunicazione quando l’aspetto relazionale influenza in modo determinante l’intelligibilità di quello verbale, rafforzandone, negandone o riorientandone il contenuto. È la metacomunicazione che consente di riconoscere, negoziare, contestare, riformulare la definizione della situazione. La metacomunicazione 'incornicia' la situazione riducendo la complessità e facilitando la sintonia tra gli interlocutori poiché fornisce un orizzonte di riferimento comune. L’attenzione si sposta dall’informazione e dai contenuti trasmessi alla relazione. Se dico a qualcuno 'sei proprio un pazzo!' sorridendo e strizzando l’occhiolino faccio due cose: suggerisco una interpretazione non letterale della mia frase, che diventa quasi un complimento; promuovo una definizione della relazione improntata alla benevolenza, all’ironia, alla familiarità affettuosa. E se l’altro sta al gioco, la relazione si rafforza.

Attraverso la metacomunicazione si ridefiniscono dunque, contemporaneamente, i ruoli, la situazione, la relazione. In situazione di dissimmetria di potere la metacomunicazione è spesso l’unico modo per portare alla luce, e ridefinire simbolicamente, strutture di ruoli e gerarchie. È perciò un comportamento comunicativo raffinato, che richiede grande competenza e controllo dell’emotività. Grazie all'interazione coi giovani, i padri sinodali hanno svolto un vero itinerario metacomunicativo, passando da una comunicazione molto istituzionale e un po’ ingessata a un’autoironia che si è espressa nelle barzellette sulla chiesa (e persino sul Santo Padre!) raccontate dal cardinal Sako in aula fino alla partecipazione di molti cardinali al ballo di gruppo finale nello spettacolo organizzato dei giovani, passando per i tanti momenti di condivisione, i pasti e i selfie insieme: senza voler promuovere l’illusione di una inappropriata simmetria, i padri hanno saputo entrare nel gioco della reciprocità cui i ragazzi li hanno invitati.

E questo si è riverberato anche nei rapporti degli stessi padri tra loro. Da parte dei giovani, rispetto alla definizione della situazione e dei ruoli non c’è stata una contestazione, una controaffermazione, bensì una negoziazione che senza rifiutare la 'cornice' di riferimento è riuscita a dilatarla. Non 'la chiesa e i giovani', ma i giovani nella chiesa. Il metamessaggio di riduzione di distanze e crescente fiducia reciproca è diventato via via più chiaro con lo scorrere dei giorni osservando i volti, gli sguardi, le ridotte distanze interpersonali, i sorrisi. Prendersi reciprocamente sul serio mentre si condivide una definizione della situazione (sinodo, cammino insieme) significa anche fare un salto nella relazione, oltre che rafforzare il frame. Il piano della metacomunicazione consente inoltre una sorta di rovesciamento delle parti: chi veniva sottoposto a valutazione, a giudizio (i giovani in questo caso), assume il ruolo di chi può emettere un parere e, se il caso, una critica. Da universo sconosciuto, indecifrabile e per lo più problematico il mondo dei giovani, degnamente rappresentato dai 34 uditori da tutto il mondo, si è man mano rivelato ricchissimo di risorse. Senza i loro apprezzamenti educatamente rumorosi, senza la loro parresía, senza la passione dei loro interventi molti temi delicati non avrebbero potuto essere affrontati con tanta lucida serenità e tanta misericordia. Il cambiamento è stato tangibile. Sono letteralmente mutate nel tempo sia la prossemica (la distanza interpersonale, la distribuzione nello spazio, la gamma delle situazioni spaziali) che la postura, molto meno rigida, che la mimica facciale, molto più espressiva, aperta, sorridente. Una danza relazionale che ha saputo inventare coreografie via via più armoniose.

La capacità di metacomunicare è un segno di maturità, equilibrio, consapevolezza di sé, degli altri, della situazione. Ha veramente colpito questa competenza in persone così giovani, capaci di 'comunicare sulla comunicazione' e gettare un po’ di scompiglio nella definizione della situazione 'sinodo', riportandola al suo significato originario: non una procedura della chiesa istituzione, ma un cammino comune della chiesa popolo, tutta insieme. Quali comportamenti siano appropriati in una situazione dipende dalla definizione della situazione che i partecipanti avvallano con la loro interazione: prima di questo Sinodo il comportamento 'barzellette in aula' non era certo contemplato. Così come il minipellegrinaggio, la passeggiata comunitaria sulla via Francigena fino alla tomba di Pietro per circa 8 chilometri proposta da monsignor Fisichella e presa dapprima come una boutade, ma poi organizzata con tutti i crismi, compresi zainetti e cappellini: una versione 'esperienziale' del Sinodo che ha dato ulteriore concretezza al 'camminare insieme' e arricchito i registri comunicativi pertinenti alla situazione. Senza le risate, le camminate, le cene insieme, non avrebbe avuto tanto successo lo spettacolo finale organizzato dai giovani uditori: lettura di poesie, esibizioni canore, sketches, inframmezzati da esibizioni al piano del cardinale Baldisseri, il segretario generale la cui capacità comunicativa si è 'scaldata' man mano che i lavori procedevano. I due impeccabili presentatori, un ragazzo e una ragazza da due diversi continenti, sono riusciti a confezionare un capolavoro di ironia sulle procedure e il principio di autorità, in un sovvertimento carnevalesco – nel senso antropologicamente più nobile e autentico del termine – dei ruoli culminato nell’invito, accolto da molti cardinali, a unirsi a un liberatorio e festoso ballo di gruppo finale. Ballo al termine del quale, con eleganza, i ragazzi hanno espresso il loro auspicio per la chiesa che desiderano: «E ora i padri e le madri sinodali possono tornare a casa».

Nessuna rivendicazione. La cornice festosa ha consentito licenze che altrimenti sarebbero suonate polemiche, mentre lì hanno fatto sorridere e, magari, pensare. Chissà, forse senza questo ballo finale molti placet sul ruolo delle donne nella chiesa non sarebbero stati accordati. È la via di una rivoluzione dolce, intelligente, propositiva che ha a cuore prima di tutto la qualità della relazione, senza la quale nessun contenuto può passare davvero.





Giovedì, 06 dicembre 2018

Sabato prossimo come ogni 8 dicembre la Chiesa celebra l’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, il dogma che attesta come la Madonna non sia stata “toccata” dal peccato originale, restandone preservata sin dal primo istante del suo concepimento.

Come di consueto nell'occasione il Papa a Roma rinnoverà il suo omaggio al monumento dedicato alla Vergine in piazza Mignanelli accanto a Piazza di Spagna.

La Madonna del Solletico

L’avvicinarsi alla solennità mariana ci offre ancora una volta l’occasione per riflettere sulla maternità della Vergine che nella vita quotidiana non poteva che essere contrassegnata anche dal buonumore. Ci aiuta l’immagine della Madonna di Casini, detta anche “Madonna del Solletico” di Masaccio conservata agli Uffizi di Firenze. Nel dipinto, databile intorno al 1426-27, si vede la Madonna che benedice con la mano destra il Bambino alzando due dita, ma il gesto finisce per fare il solletico al Figlio che sorride divertito.

L'omaggio del cardinale Pironio

La tenerezza materna di Maria ha sollecitato innumerevoli preghiere. Tra le quali, questa, del cardinale Eduardo Francisco Pironio (1920-1998), porporato argentino di cui nel 2006 è stata aperta la causa di beatificazione.

Maria, madre dei poveri e dei piccoli,
di quelli che non hanno nulla,
che soffrono solitudine
perché non trovano comprensione in nessuno.
Grazie per averci dato il Signore.
Ci sentiamo felici e col desiderio
di contagiare molti di questa gioia.
Di gridare agli uomini che si odiano
che Dio è Padre e ci ama.
Di gridare a quanti hanno paura: «Non temete».
E a quelli che hanno il cuore stanco:
«Avanti che Dio ci accompagna».
Madre di chi è in cammino,
come te, senza trovare accoglienza, ospitalità.
Insegnaci a essere poveri e piccoli.
A non avere ambizioni.
A uscire da noi stessi e a impegnarci,
a essere i messaggeri della pace e della speranza.
Che l’amore viva al posto della violenza.
Che ci sia giustizia tra gli uomini e i popoli.
Che nella verità, giustizia e amore
nasca la vera pace di Cristo
di cui come Chiesa siamo sacramento.





Martedì, 04 dicembre 2018

«Continuate a essere strumento di ricerca, proposta e partecipazione». Riprende le tre definizioni che il primo direttore di Avvenire, Leonardo Valente, utilizzò nell’editoriale del primo numero il 4 dicembre 1968 e che oggi sono richiamate nell’editoriale di prima pagina, il segretario generale della Cei e vescovo di Fabriano-Matelica Stefano Russo per indicare la strada di lavoro alla "famiglia" del nostro quotidiano.

Lo fa durante l’omelia della Messa di Natale (anticipata nel giorno dei 50 anni di "Avvenire" e concelebrata con don Ivan Maffeis, sottosegretario e direttore dell’Ufficio comunicazioni della Cei) sottolineando in particolare che «il nostro quotidiano è chiamato a vigilare, a guardare i segni dei tempi nello spirito del dialogo con il mondo». E lo ribadisce nel momento conviviale che ha voluto segnare questa data simbolo. «Voglio ringraziarvi – ha aggiunto il vescovo Russo – per lo sforzo che fate di essere un’espressione della Chiesa e della sensibilità cattolica, di essere una voce particolare nel mondo dei media», invitando a «non far venire mai meno la qualità che "Avvenire" ha saputo mettere in campo: come Chiesa italiana desideriamo che si vada avanti su questa strada».


Una festa, quella per i 50 anni di Avvenire, venata di tristezza per la morte avvenuta questa mattina di Luigi Nusiner, padre del direttore generale Paolo Nusiner.


Il direttore Marco Tarquinio nel suo indirizzo di saluto ha voluto esprimere gratitudine e ringraziamento per «questa presenza nel giorno dei nostri primi 50 anni, che abbiamo percorso seguendo il mandato di costruire unità nella Chiesa e nella società».

E in mattina alla redazione è giunta la visita – a sorpresa, e quanto mai gradita – dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che ha voluto ribadire il forte legame del giornale nazionale di ispirazione cattolica con la Chiesa ambrosiana nel cui grembo "Avvenire" ha visto la luce il 4 dicembre di 50 anni fa.






Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla - Atto normativo

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