venerdì, 5 giugno 2020
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Venerdì, 05 Giugno 2020

Die Lange Nacht der Kirchen, ovvero la lunga notte delle chiese, è un’iniziativa nata in Germania nei primi anni del nuovo millennio e quasi subito allargatasi alla vicina Austria, dove ha incontrato un notevole successo. È una specie di “notte bianca” che vede coinvolte non città o quartieri, ma parrocchie e comunità cristiane (cattoliche, protestanti o ortodosse, l’approccio è ecumenico) che per una notte tengono aperti i propri edifici di culto dove vengono organizzate iniziative a cavallo tra spiritualità e cultura. Un modo – nell’intenzione degli organizzatori – di rinsaldare il contatto tra le chiese e gli scampoli di società in cui sono inserite. E un’occasione data soprattutto ai lontani per fermarsi a riflettere sulle grandi questioni dell’esistenza e sul messaggio cristiano. Un invito a tutti a entrare in chiesa, insomma: in Austria l’anno scorso sono state 340mila le persone che lo hanno fatto, partecipando alla nottata tenutasi a fine maggio.

Dall’Austria l’idea è passata anche più a sud, in Alto Adige ma non solo. Nel 2016 l’associazione di promozione culturale Bellunolanotte ha iniziato a proporre il format a livello locale, cioè in diocesi di Belluno Feltre, partendo da quattro chiese, poi la stessa associazione è riuscita a coinvolgere un numero crescente di diocesi: nell’edizione 2019 erano quasi 90, dal Veneto alla Sicilia, con 150 chiese che hanno aperto i battenti nella notte. Nella giornata e nella serata odierne il tutto si ripeterà, anche se ovviamente l’edizione 2020 è all’insegna delle misure anti Covid, per cui «La lunga notte delle chiese» riguarderà in- stallazioni, presentazioni e attività varie trasmesse online, nella modalità divenuta quasi ovunque sostitutiva degli incontri a rischio assembramento. Una versione minimale ma che pure ha un suo impatto e permette comunque di non interrompere un’esperienza che si stava mostrando in crescita. Il tema conduttore di quest’anno è la «Bellezza», con una domanda in particolare a fare da spunto di riflessione: «Da quale bellezza mi lascio ferire?».


Al via la quinta edizione, anche se «virtuale» causa Covid-19, di una manifestazione partita da Belluno e allargatasi a decine di diocesi lungo tutta la Penisola. Arte e spiritualità per riflettere e contemplare

Le iniziative in programma sono raccolte sul sito lunganottedellechiese.com. Diversi i concerti – in genere materiale d’archivio che viene riproposto – ma al centro delle proposte è l’arte figurativa. Si va dalla visita guidata della Basilica Benedettina di Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, chiesa del VI secolo onusta di storia e fede, i cui “segreti” vengono svelati da don Francesco Duonnolo in un video registrato; alla scoperta della cupola della Cattedrale di Piacenza affrescata dal Guercino (in diretta stasera sulla piattaforma Zoom, con obbligo di iscrizione preventiva); alla contemplazione della «Madonna in trono, bambino e angeli musicanti» nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Castelsardo (provincia di Sassari, diocesi di Tempio Ampurias), opera del Maestro di Castelsardo, importante artista iberico di fine Quattrocento. La «Lunga notte delle chiese» gode del patrocinio del Pontificio Consiglio della cultura, del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, del Senato della Repubblica e delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, oltre che del Comune di Belluno.

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Venerdì, 05 Giugno 2020

Tornano le Messe anche in carcere. Lo prevede una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) che autorizza le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione dei detenuti a partire dallo scorso 1° giugno. Una ripresa fortemente auspicata dai cappellani delle carceri, che si sono fatti interpreti delle richieste dei detenuti. Sono previste restrizioni e “particolari cautele”, soprattutto per le distanze tra le persone. Più severe di quelle fuori dal carcere. Una severità molto netta per le celebrazioni, in istituti dove peraltro nelle celle a causa del sovraffollamento le distanze di sicurezza non possono certo essere rispettate. Il documento cita il protocollo tra presidente del Consiglio e Conferenza episcopale italiana, sottolineando che le misure previste dovranno essere applicate «con le ulteriori accortezze che la specificità degli istituti penitenziari prevede». Il Dap, nella circolare inviata ai Provveditori regionali, sottolinea come «la ripresa del-l’attività religiosa esige particolari cautele». In particolare bisognerà «valutare l’idoneità degli spazi a disposizione per le celebrazioni, stabilendo - sulla base delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali - il numero di persone che potranno assistervi».

Ricordiamo che tranne pochi casi, le cappelle in carcere sono generalmente molto piccole. Proprio per questo la circolare invita le direzioni delle carceri a valutare «in accordo con l’autorità sanitaria, l’opportunità di consentire lo svolgimento delle celebrazioni in spazi aperti adeguatamente predisposti». Comunque, avverte il Dap, «dovranno essere evitati contatti interpersonali, assicurando una distanza minima di almeno due metri». Durante le Messe dovranno essere indossate le mascherine, mentre «l’accesso dei detenuti dovrà avvenire in modo scaglionato, evitando assembramenti e contatti con porte e maniglie». E ancora «sarà evitato l’utilizzo di sussidi per i canti o di altro tipo», mentre «si ometterà lo scambio del segno della pace».

Prima dell’ingresso nel luogo della celebrazione «i cappellani saranno invitati ad un controllo delle generali condizioni di salute». Potranno inoltre «accedere in aiuto ai cappellani, in numero minimo indispensabile» anche diaconi e suore ma solo dopo aver sottoscritto una dichiarazione sullo stato di salute e sui contatti a rischio. La circolare è giunta anche a tutti i cappellani, assieme a un messaggio dell’Ispettore generale, don Raffaele Grimaldi. «Vi scrivo ancora una volta per incoraggiare il vostro servizio pastorale, per dirvi ancora grazie per non aver abbandonato il gregge a voi affidato; so che continuamente tutti voi non avete fatto mancare la vostra presenza nell’istituto, anche se il vostro ministero lo avete vissuto lontano dai detenuti». Si assicura la massima attenzione, in contatto col Dap, «per cercare di rendere meno complicata e più serena e agevole la vostra missione accanto ai detenuti». Don Raffaele riconosce le difficoltà denunciate da alcuni cappellani ma chiede di «avviare un dialogo costruttivo con le vostre Direzioni e con l’area sicurezza». Aggiungendo che questo però, «non significa non far sentire la nostra voce e stare inermi davanti ad ingiustizie e chiusure ». E comunque, conclude, «il nostro ministero non è solo rinchiuso nella Messa, ma è fatto anche di dialoghi personali con i ristretti, con le loro famiglie, gli operatori del carcere e con il grande popolo della polizia penitenziaria che ha bisogno di vicinanza e di incoraggiamento. Siamo uomini della consolazione che asciugano le lacrime di cuori smarriti».

Tutto questo don Raffaele ha spiegato al nuovo direttore del Dap, Dino Petralia, in un recentissimo incontro. Con la richiesta di autorizzare al più presto l’ingresso in carcere anche dei volontari, magari cominciando dal 23 giugno, giornata che ricorda san Giuseppe Cafasso, patrono dei cappellani.





Giovedì, 04 Giugno 2020

L'arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, monsignor José H. Gomez, ha ricevuto una telefonata da papa Francesco, in cui il Pontefice ha annunciato le sue preghiere e la sua vicinanza alla Chiesa e al popolo degli Stati Uniti in questo momento di agitazione. Lo rende noto in un comunicato la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, rilanciato anche da VaticanMedia.

L'arcivescovo Gomez ha condiviso questa notizia con i vescovi statunitensi nella speranza che "possano consolarsi e acquisire
forza nell'incoraggiamento del Santo Padre". "Papa Francesco ha espresso la sua gratitudine ai vescovi - si legge nel comunicato - per il loro tono pastorale nella risposta della Chiesa alle manifestazioni in tutto il Paese e nelle loro dichiarazioni e azioni dopo la morte di George Floyd e ha assicurato ai vescovi le sue continue preghiere e vicinanza nei giorni e nelle settimane a venire". Dal Papa "preghiere speciali" per l'arcivescovo Bernard A. Hebda e la Chiesa locale di Saint Paul e Minneapolis.

L'arcivescovo Gomez, a nome della Conferenza episcopale, ha espresso gratitudine a Papa Francesco per "le sue forti parole
di sostegno che sono state espresse anche durante l'udienza generale di mercoledì mattina in cui ha detto che "non si può tollerare, né chiudere su qualsiasi tipo di razzismo" e, a sua volta, ha assicurato al Santo Padre le preghiere" dei vescovi Usa.

Intanto oggi migliaia di persone hanno affollato Minneapolis per la prima commemorazione funebre pubblica di George Floyd, morto dopo essere stato soffocato brutalmente a terra da quattro agenti bianchi mentre rantolava "non riesco a respirare" durante un arresto per il presunto spaccio di una banconota falsa da 20 dollari.

"Ho visto molti americani di origine ed età differenti marciare insieme e alzare la loro voce insieme, siamo ad un punto di svolta", ha detto il reverendo newyorchese Al Sharpton, noto leader nella lotta per i diritti civili, poco prima di ricordare la vittima in un discorso emozionante nel grande santuario della North Central University, presenti i famigliari e il loro avvocato.

La cerimonia arriva all'indomani della svolta nelle indagini, con la procura che ha aggravato l'imputazione per l'ex agente Derek Chauvin da omicidio colposo a omicidio volontario e ordinato l'arresto dei suoi tre colleghi accusandoli di complicità. Come chiedevano la famiglia e i manifestanti che hanno infiammato l'America. E che adesso, nonostante i 10 mila arresti eseguiti finora, continuano a scendere in piazza più pacificamente per chiedere riforme contro le iniquità razziali e gli abusi delle forze dell'ordine, mentre il Senato si appresta a votare l'abolizione della stretta al collo e la Virginia a rimuovere la statua del generale sudista Robert E. Lee. I quattro poliziotti devono comparire davanti al tribunale nelle prossime ore.

Dall'autopsia intanto è emerso che Floyd era positivo al coronavirus ma asintomatico: per crudele ironia della sorte, è sopravvissuto alla pandemia ma non è sfuggito alla brutalità della polizia.

Quello di oggi non è che il primo omaggio a Floyd, il 'gigante buono' figlio del Sud. Domani il suo corpo sarà portato a Raeford, in North Carolina, dove è nato, per una camera ardente e una cerimonia privata per la famiglia. Cerimonia analoga lunedì in Texas a Houston, dove è cresciuto e ha vissuto gran parte della sua vita prima di trasferirsi cinque anni fa in Minnesota. Il giorno dopo infine è in programma nella stessa città un funerale con 500 persone. Seguirà una cerimonia di sepoltura privata. A Houston ci sarà anche Joe Biden. La sua presenza striderà con l'assenza del presidente Donald Trump, blindato alla Casa Bianca, osteggiato dal capo del Pentagono Mark Esper sull'uso delle truppe contro i manifestanti e accusato duramente dall'ex segretario alla Difesa James Mattis in un intervento su The Atlantic. "Donald Trump è il primo presidente nella mia vita che non tenta di unire il popolo americano, neppure finge di tentare. Invece tenta di dividerci", ha scritto l'ex generale evocando una leadership "immatura" e schierandosi con i manifestanti. Mattis ha condannato l'uso dell'esercito contro le proteste, definendo "abuso di potere esecutivo" lo sgombero della folla davanti alla Casa Bianca per una "bizzarra photo-op" del commander in chief con la Bibbia. E ha invitato a "respingere e a richiamare alle loro responsabilità chi ha cariche pubbliche e deride la nostra costituzione".

Trump ha reagito stizzito su Twitter: "Probabilmente l'unica cosa che io e Barack Obama abbiamo in comune è che entrambi abbiamo avuto l'onore di licenziare Jim Mattis, il generale più sopravvalutato del mondo". In realtà Mattis è un ufficiale molto stimato, non solo nelle forze armate, e non è l'unico ex generale che critica la gestione delle proteste da parte del presidente. Anche tutti i quattro ex presidenti, da Jimmy Carter a Barack Obama, hanno voltato le spalle al tycoon, denunciando il razzismo e schierandosi con i dimostranti. Ed oggi pure la senatrice Lisa Murkovski ha detto di condividere le parole di Mattis: "Penso che siano vere, oneste, necessarie e tardive", ha osservato, lasciando intendere che potrebbe non sostenere la rielezione di Trump.





Giovedì, 04 Giugno 2020

I vescovi delle due Commissioni della Cei, per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, e dell'Ecumenismo e il dialogo, hanno elaborato un messaggio per la celebrazione della 15ª Giornata nazionale per la Custodia del Creato che si terrà il 1° settembre 2020. Il titolo è Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà (Tt 2,12)
Per nuovi stili di vita
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Di seguito pubblichiamo il testo integrale:


In occasione della 15a Giornata nazionale per la Custodia del creato le preoccupazioni non mancano: l’appuntamento di quest’anno ha il sapore amaro dell’incertezza. Con san Paolo sentiamo davvero «che tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino a oggi» (Rm 8,22).
Solo la fede in Cristo ci spinge a guardare in avanti e a mettere la nostra vita al servizio del progetto di Dio sulla storia. Con questo sguardo, saldi nella speranza, ci impegniamo a convertire i nostri stili di vita, disponendoci a «vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12).

Vicinanza, gratitudine, lungimiranza
Siamo in un anno drammatico: la pandemia da Covid-19 ha portato malattia e morte in tante famiglie, ha messo in luce la nostra fragilità, ha ridimensionato la pretesa di controllare il mondo ritenendoci capaci di assicurare una vita migliore con il consumo e il potere esercitato a livello globale. Sono emerse tante contraddizioni nel nostro modo di concepire la vita e le speranze del futuro. Si è visto un sistema socio-economico segnato dall’inequità e dallo scarto, in cui troppo facilmente i più fragili si trovano più indifesi. Alle tante persone colpite negli affetti come nel lavoro desideriamo esprimere tutta la nostra vicinanza, nella preghiera come nella solidarietà concreta.
L’emergenza sanitaria ha anche messo in luce una capacità di reazione forte della popolazione, una disponibilità a collaborare. Tanti medici e operatori sanitari pronti a spendersi con generosità (in alcuni casi fino al dono della vita) per la cura dei malati; tanti lavoratori pronti a fare la loro parte - in condizioni spesso onerose - per consentire la prosecuzione della vita quotidiana anche in emergenza; tante famiglie pronte a stravolgimenti nella loro esistenza, restando a casa per cooperare all’azione comune; tanti uomini e donne che hanno pagato prezzi pesanti per la loro prossimità solidale ai più fragili: a tutti e a tutte la nostra gratitudine, per un impegno condiviso che è sempre risorsa fondamentale nell’emergenza. Abbiamo toccato con mano tutta la nostra fragilità, ma anche la nostra capacità di reagire solidalmente ad essa. Abbiamo capito che solo operando assieme - anche cambiando in profondità gli stili di vita - possiamo venirne a capo. Ne è prova anche la solidarietà che si è venuta a creare verso i nuovi poveri che bussano alla porta della nostra vita.
Abbiamo compreso il valore della lungimiranza, per non farci trovare nuovamente impreparati dall’emergenza stessa; per agire in anticipo, in modo da evitarla. Per questo adesso è tempo di ripensare tanti aspetti della nostra vita assieme, dalla coscienza di ciò che più vale e le dà significato, alla cura della stessa vita, così preziosa, alla qualità delle relazioni sociali ed economiche: davvero la pandemia ha evidenziato tante situazioni di vuoto culturale, di mancanza di punti di riferimento e di ingiustizia, che occorre superare. Non ultimo, in un contesto di incertezza e fragilità, diventa fondamentale ricostruire un sistema sanitario fondato sulla centralità della persona e non sull’interesse economico. Il suo smantellamento ha creato le condizioni per un impoverimento sociale.

Un pianeta malato
Cominciamo col guardare al nostro rapporto con l’ambiente; «tutto è connesso» (LS 138) e la pandemia è anche il segnale di un «mondo malato», come segnalava papa Francesco nella preghiera dello scorso 27 marzo. La scienza, provata nella sua pretesa di controllare tutto, sta ancora esplorando i meccanismi specifici che hanno portato all’emergere della pandemia. Essa appare, oltre che per ragioni sanitarie non ancora spiegate, anche come la conseguenza di un rapporto insostenibile con la Terra. L’inquinamento diffuso, le perturbazioni di tanti ecosistemi e gli inediti rapporti tra specie che esse generano possono aver favorito il sorgere della pandemia o ne hanno acutizzato le conseguenze. Questa emergenza ci rimanda, insomma, anche all’altra grande crisi: quella ambientale, che pure va affrontata con lungimiranza. Gli ultimi mesi hanno evidenziato la profondità e l’ampiezza degli effetti che il mutamento climatico sta avendo sul nostro pianeta. Se «nulla resterà come prima», anche in quest’ambito dobbiamo essere pronti a cambiamenti in profondità, per essere fedeli alla nostra vocazione di «custodi del creato».
Purtroppo, invece, troppo spesso abbiamo pensato di essere padroni e abbiamo rovinato, distrutto, inquinato, quell’armonia di viventi in cui siamo inseriti. È l’«eccesso antropologico» di cui parla Francesco nella Laudato si’. È possibile rimediare, dare una svolta radicale a questo modo di vivere che ha compromesso il nostro stesso esistere? Cominciamo con l’assumere uno sguardo contemplativo, che crea una coscienza attenta, e non superficiale, della complessità in cui siamo e ci rende capaci di penetrare la realtà nella sua profondità. Da esso nasce una nuova consapevolezza di noi stessi, del mondo e della vita sociale e, di conseguenza, si impone la necessità di stili di vita rinnovati, sia quanto alle relazioni tra noi, che nel nostro rapporto con l’ambiente. A cinque anni dalla promulgazione della Laudato si’ e in questo anno speciale dedicato alla celebrazione di questo anniversario (24 maggio 2020 – 24 maggio 2021), occorre che nelle nostre Diocesi, nelle parrocchie, in tutte le associazioni e movimenti, finalmente ne siano illustrate, in maniera metodica e capillare, con l’aiuto di varie competenze, le molteplici indicazioni teologiche, ecclesiologiche, pastorali, spirituali, pedagogiche. L’enciclica attende una ricezione corale per divenire vita, prospettiva vocazionale, azione trasfiguratrice delle relazioni con il creato, liturgia, gloria a Dio.

Impegni per le comunità: un orizzonte ecumenico
A conclusione del Convegno ecumenico «Il tuo cuore custodisca i miei precetti» (Milano, 19-21 novembre 2018), voluto dalla Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo e promosso dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della CEI, assieme alle Chiese cristiane che sono in Italia, si è giunti a formulare alcune indicazioni per le nostre comunità. Possono diventare riferimenti per le iniziative pastorali in questo periodo:
• comunicare la bellezza del creato;
• denunciare le contraddizioni al disegno di Dio sulla creazione;
• educare al discernimento, imparando a leggere i segni che il creato ci fa conoscere;
• dare una svolta ai nostri atteggiamenti e abitudini non conformi all’ecosistema;
• scegliere di costruire insieme una casa comune, frutto di un cuore riconciliato;
• mettere in rete le scelte locali, cioè far conoscere le buone pratiche di proposte eco-sostenibili e promuovere progetti sul territorio;
• promuovere liturgie ecumeniche sulla cura del creato in particolare per il «Tempo del Creato» (1° settembre – 4 ottobre);
• elaborare una strategia educativa integrale, che abbia anche dei risvolti politici e sociali;
• operare in sinergia con tutti coloro che nella società civile si impegnano nello stesso spirito;
• le Chiese cristiane sappiano promuovere scelte radicali per la salvaguardia del creato.
In che misura le nostre comunità sono sensibili a queste necessità impellenti per evitare il peggioramento della situazione del creato, che pare già al collasso? Gli stili di vita ci portano a riflettere sulle nostre relazioni, consapevoli che la famiglia umana si costruisce nella diversità delle differenze. Proponiamo alcune opposizioni su cui riflettere nelle nostre comunità come invito urgente a nuove relazioni: accettare/omologare; accogliere/escludere; dominare/servire. Queste scelte risultano essere propositive per uno stile di vita in cui prevalga il senso sul vuoto, l’unità sulla divisione, il noi sull’io, l’inclusione sull’esclusione.

Roma, 24 maggio 2020






Giovedì, 04 Giugno 2020

«Ti avevamo detto di chiudere la chiesa, perché non l'hai fatto?», gli urlarono. Rispose con semplicità: «La Casa di Dio non si può chiudere».
Le minacce di morte se avesse continuato a celebrare l'Eucaristia non fecero desistere don Ragheed Ganni che voleva ad ogni costo, anche quello della sua vita, obbedire al comando del Signore: «Fate questo in memoria di Me». Dopo aver celebrato la Messa domenicale il 3 giugno 2007 viene seguito all’uscita dalla sua chiesa dello Spirito Santo a Mosul e ucciso da un comando di uomini del Daesh, il sedicente Stato Islamico. Assieme a lui vennero assassinati tre giovani diaconi Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho e Gassan Isam Bidawed. I killer poi collocano attorno ai loro corpi delle auto cariche d'esplosivo, perché nessuno potesse avvicinarsi. Solo a tarda sera, la polizia di Mosul riuscì a disinnescare gli ordigni e a raccogliere i corpi.

"Quando tengo in mano l'ostia, è Cristo che tiene me e tutti noi uniti nel suo amore". Don Ragheed Ganni, iracheno di Karemlesh, un villaggio della Piana di Ninive, aveva 33 anni quando offrì la sua testimonianza nella veglia del Congresso eucaristico italiano di Bari, la sera del 28 maggio 2005, che aveva come tema la frase dei 49 martini di Abitene, trucidati durante la persecuzione di Diocleziano "Senza la domenica non possiamo vivere". "I terroristi - aveva detto don Ragheed in quell'intervento a Bari, riportato da Vatican News - pensano di ucciderci fisicamente o almeno spiritualmente, facendoci annegare nella paura. Per le violenze dei fondamentalisti contro i giovani cristiani, molte famiglie sono fuggite. In tempi tranquilli si dà tutto per scontato e si dimentica il grande dono che ci è fatto. Attraverso la violenza del terrorismo, noi abbiamo scoperto che l’Eucaristia, il Cristo morto e risorto, ci dà la vita. E questo ci permette di resistere e sperare".

Chiusa nel 2019 la fase diocesana per la beatificazione di Ragheed Ganni
Ragheed era nato a Karemlesh il 20 gennaio 1972. Laureato in ingegneria all’università locale nel 1993, dal 1996 al 2003 aveva studiato teologia a Roma all'Università Pontificia San Tommaso d'Aquino, conseguendo la licenza in teologia ecumenica. Oltre all'arabo, parlava correntemente italiano, francese e inglese.

Era corrispondente dell'agenzia internazionale Asia News, del Pontificio Istituto Missioni Estere. Il 22 aprile 2017, nella celebrazione in memoria dei nuovi martiri nella Basilica di San Bartolomeo a Roma, Papa Francesco ha indossato la stola rossa di don Ganni.

Il primo marzo 2018 la Congregazione per le Cause dei Santi ha approvato l’avvio della causa di beatificazione per lui e i suoi diaconi, chiesta dal vescovo caldeo di Detroit monsignor Francis Kalabat. Il 27 agosto 2019 si è chiusa la fase diocesana della causa. La Chiesa caldea ne fa memoria accanto al loro vescovo, monsignor Paulos Faraj Rahho, rapito il 29 febbraio 2008 e e trovato senza vita due settimane dopo.

Il video di Aiuto alla Chiesa che soffre sulla testimonianza di don Ragheed Ganni





Giovedì, 04 Giugno 2020

«Dinanzi a questa bellissima icona ci inginocchiamo per invocare da Maria tutto ciò che ci è necessario per la nostra vita, guardando a Lei come Madre, Maestra e Modello». Ancora una volta la Chiesa italiana ha voluto elevare la propria invocazione a Maria in questo tempo di pandemia.

Lo ha fatto stasera dal Santuario di Santa Maria della Vena a Piedimonte Etneo, provincia di Catania e diocesi di Acireale, con una nuova tappa del pellegrinaggio mariano rappresentato dal Rosario per l’Italia promosso da Avvenire. Tv2000, InBlu radio, Sir, Fisc e Corallo d’intesa con la segreteria generale della Cei. A chiedere alla Vergine protezione e sostegno per il nostro Paese è stato il vescovo di Acireale Antonino Raspanti, vicepresidente della Cei per il Sud. Il Rosario, trasmesso ieri sera da Tv2000 e da InBlu radio, è stato recitato davanti all’immagine della Vergine Glicofilusa, che mostra Maria nel tenero atteggiamento di poggiare la propria guancia a quella di Gesù bambino che tiene in braccio. Un’icona di stile orientale.

A Lei la comunità del Santuario - e tutti coloro che hanno seguito la trasmissione alla televisione e alla radio - ha «affidato il Papa, i vescovi, i presbiteri e i diaconi perché sappiano guidare il popolo santo di Dio». Ma non è mancato il pensiero per «i fratelli e le sorelle che sono piagati nel corso e nello spirito, soprattutto quanti, a motivo del virus, sono ancora in fase di cura, perché guariti possano tornare alla loro quotidianità». Un ritorno alla vita che, purtroppo, per molti non ci sarà: per le vittime e i loro familiari non è mancata l’invocazione a Maria «consolatrice degli afflitti».

Dunque «a Lei, aiuto dei cristiani – ha aggiunto ancora il vicepresidente della Cei per il Sud – affidiamo la nostra Nazione, in questo momento così drammaticamente delicato, perché con la lungimiranza di quanti ci governano e l’apporto di tutti, sulla scia dei nostri padri, sappiamo affrontare le sfide attuali e superarle con apporti intelligenti e costruttivi».

Anche in questa dodicesima tappa del Rosario per l’Italia, ogni lettura per ciascuno dei cinque Misteri gloriosi è stata accompagnata da un breve commento che questa volta sono stati tratti da scritti del venerabile monsignor Giovanni Battista dell’Oratorio (al secolo Giovanni Battista Arista, religioso della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri) che, ha ricordato Raspanti nella sua introduzione alla preghiera, «è stato il secondo vescovo di Acireale, di cui, il prossimo mese di settembre, si compiranno i cento anni dalla morte e che auspichiamo poter annoverare al più presto tra i beati della Chiesa».

Una figura molto amata e cara alla diocesi di Acireale, che guidò dal 1907 al 1920, dopo esserne stato anche vescovo ausiliare dal 1904 al 1907. E proprio da uno scritto di monsignor Arista, dichiarato venerabile da Benedetto XVI nel 2007, commentando l’Assunzione in cielo della Vergine, dice che «Maria è l’unica creatura a cui Dio resta debitore. Debitore della sua carne e del suo sangue, debitore di tutte quelle cure che gli prodigò da Betlemme al Calvario». A Lei dunque ancora una volta i cattolici del nostro Paese si rivolgono chiedendo aiuto, consolazione, sostegno e accompagnamento in un momento difficile.

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Mercoledì, 03 Giugno 2020

Ai 30mila che hanno fruito nelle settimane di quarantena della possibilità di leggere gratis la nostra edizione digitale è stato proposto di proseguire la lettura online del quotidiano con 4 mesi di abbonamento – fino a settembre – il cui ricavato viene destinato integralmente all’iniziativa qui di seguito?. Si può scegliere se abbonarsi donando 5, 10 o 20 euro, soluzione questa scelta dalla grande maggioranza dei sottoscrittori. L’offerta vale anche per chi non aveva aderito alla proposta di lettura gratuita: per abbonarsi all’edizione digitale per 4 mesi e sostenere il progetto di Caritas Brescia basta cliccare qui , o scrivere ad abbonamenti@avvenire.it o chiamare il Servizio clienti (800.82.00.84).

Ripartire senza lasciare nessuno indietro in una delle terre più colpite dal Covid 19. A partire dai nonni, la generazione martire del coronavirus che rischia di non risollevarsi. La diocesi di Brescia ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane durante i mesi del corona virus (2.500 decessi tra cui 13 sacerdoti, e ancora il 31 maggio risultava la provincia con più contagi della regione più problematica). Eppure non ha mai fatto mancare il sostegno alla propria gente. Ha tenuto aperte le mense per i poveri per aiutare i senza dimora e i nuovi bisognosi con operatori, volontari e l’aiuto dei ragazzi del servizio civile che hanno scelto di rimanere al proprio posto. Si è prodigata con le parrocchie, tra l’altro destinando il Centro pastorale Paolo VI all’accoglienza delle persone dimesse dagli ospedali e che non potevano rientrare a casa. Oggi la diocesi lombarda, famosa per aver sempre portato solidarietà in tutto il mondo, ha bisogno di aiuto e il nostro giornale le si mette al fianco insieme ai suoi lettori. La Chiesa di Brescia ha iniziato a darsi da fare per la ripartenza avviando prima di Pasqua, su indicazione del vescovo Pierantonio Tremolada, «Do.Mani alla speranza», il Fondo di solidarietà diocesana che va a sostenere le povertà cosiddette di prima soglia (i senza dimora e i più poveri cui la crisi ha tolto i proventi da lavori saltuari o irregolari), le famiglie, il mondo del lavoro e i servizi agli anziani soli. Sono infatti i nostri padri e le nostre madri a costituire la fascia nascosta della società più fragile davanti all’epidemia dal punto di vista sanitario e sociale, e che sta pagando un prezzo altissimo in termini di isolamento, paura e allentamento delle relazioni sociali. Li ha scoperti la Caritas diocesana, diretta da don Maurizio Rinaldi, che durante l’emergenza è stata soverchiata dalle domande di beni primari assicurando molti servizi alle parrocchie. Ma non ha trascurato l’ascolto, attivando un servizio per il supporto psicologico. Sono stati i numeri di emergenza a rivelare le paure dei più fragili – i “vecchi” – e le difficoltà a rielaborare una situazione pesante. Ed è sempre la Caritas bresciana a sottolineare la situazione di forte disagio che stanno ancora vivendo parecchi over 65. In particolare, i sottoscrittori di nuovi abbonamenti digitali ad “Avvenire” per 4 mesi potranno sostenere con l’intera quota corrisposta il progetto bresciano per aiutare gli anziani in condizione di solitudine. Nella cornice del fondo diocesano, il progetto specifico per la terza età si chiama «Salute sicura». «Per molti – spiega il vicedirettore Marco Danesi – la casa è diventata un rifugio e, come ci segnalano alcune parrocchie, anche in questa fase di relativa ripresa gli anziani faticano a uscire di casa. Finora le reti di supporto sono riuscite ad assicurare loro tutto il necessario, dalla spesa ai farmaci». Ora bisogna tornare a vivere, ma molti non se la sentono. «Abbiamo preso atto – prosegue Danesi – che la componente più anziana delle comunità è stata segnata da solitudine e paura, molti nonni non si sono più fatti vedere, in isolamento e in autoisolamento con contatti limitati a qualche parente. Tanti hanno subìto lutti che hanno peggiorato la situazione psicologica. C’è chi è riuscito a mantenere un rapporto con la comunità e chi invece per la paura e la depressione è sparito dai radar. Per riagganciarli vogliamo avviare un progetto sperimentale partendo dal controllo della situazione sanitaria di ciascuno per recuperare le relazioni attraverso le persone che vanno in visita, chiedendo loro di fare da ponte con parrocchie, volontari e figure professionali». I nuovi abbonati di “Avvenire” digitale potranno sostenere il costo del personale che darà continuità a un progetto complesso e innovativo per costituire una rete che va dal vicinato ai volontari, al medico di base. La nuova solitudine domestica riguarda infatti molte persone nella variegata geografia bresciana, che spazia dalla bassa alla città, fino alle vallate prealpine. La Caritas sta individuando alcune parrocchie nelle diverse aree dove sperimentare questo metodo. La rete servirà come supporto nei mesi estivi e attutirà le conseguenze di un eventuale secondo isolamento se il virus tornasse a mordere Brescia.

Il progetto di Caritas Brescia è sostenuto da Avvenire, o meglio, dai lettori di Avvenire. Ai 30mila che hanno fruito nelle settimane di quarantena della possibilità di leggere gratis la nostra edizione digitale è stato proposto di proseguire la lettura online del quotidiano con 4 mesi di abbonamento – fino a settembre – il cui ricavato viene destinato integralmente all’iniziativa cui è dedicata questa pagina. Il progetto anziani della diocesi di Brescia, selezionato da Caritas Italiana, dipende dunque dal sostegno che i nuovi abbonati gli assicureranno. Alle prime email nelle quali si propone di sottoscrivere l’abbonamento solidale hanno aderito sinora oltre 1.600 nuovi lettori per un totale di circa 25mila euro, ma l’obiettivo è di estendere la generosità sino a includere anche altri progetti diocesani nati durante l’emergenza Covid. Si può scegliere se abbonarsi donando 5, 10 o 20 euro, soluzione questa scelta dalla grande maggioranza dei sottoscrittori. L’offerta vale anche per chi non aveva aderito alla proposta di lettura gratuita: per abbonarsi all’edizione digitale per 4 mesi e sostenere il progetto di Caritas Brescia basta cliccare qui , o scrivere ad abbonamenti@avvenire.it o chiamare il Servizio clienti (800.82.00.84).





Mercoledì, 03 Giugno 2020

Riapre il Dispensario Pediatrico Santa Marta: dopo più di due mesi e mezzo di stop a causa dell'emergenza sanitaria, nel cuore del Vaticano, riprendono le cure mediche a supporto delle famiglie bisognose. Osservando tutte le precauzioni necessarie da oggi tornano i servizi rivolti in particolare ai bambini e alle donne in stato di gravidanza.

"Nel giro di pochi giorni tornerà tutto quasi come prima". Lo ribadiscono a Vatican News gli operatori del Dispensario Pediatrico Santa Marta a proposito della riapertura, sottolineando l'importanza dei servizi offerti alle famiglie bisognose soprattutto in questa fase di convivenza con il virus.

"Il Dispensario deve necessariamente offrire un segno di presenza", afferma la volontaria Valentina Giacometti. "Siamo vicini a quanti in questo momento vivono maggiormente le difficoltà economiche e sociali".

Arrivano da tutto il mondo le neo mamme che si rivolgono a questa istituzione, che rientra nel quadro delle attività dell'Elemosineria Apostolica. E se nei mesi scorsi è stato possibile fornire assistenza soltanto via telefono, da ora in poi gli accessi saranno regolati per evitare assembramenti.

In particolare, l'organizzazione si basa sulle telefonate per fissare appuntamenti affinché le persone non arrivino tutte nello stesso orario. La difficoltà più grande? Per Valentina è senza dubbio quella di non poter riabbracciare fisicamente i bambini. "Ma non importa - aggiunge - impareremo a comunicare con lo sguardo anche attraverso le mascherine".

Ragioni sanitarie impongono l'adozione di nuovi comportamenti, sebbene certe volte a malincuore quando si hanno di fronte i più piccoli. Nulla, però, è in grado di intaccare quel calore familiare e quell'atmosfera giocosa che hanno sempre contraddistinto questo ambiente dove medici specialisti seguono mamme e bambini durante tutta la loro crescita.

Il servizio 'Una culla per te' prosegue negli ambienti al piano terra per accompagnare le donne in attesa fino alla sala parto.

All'entrata del Dispensario, appena varcato l'ingresso vaticano del 'Perugino', il giardino in fiore rappresenta un chiaro messaggio di benvenuto. Sulla porta campeggia come sempre l'emblema del Dispensario: l'immagine della Sacra Famiglia. "La preghiamo costantemente - dice Valentina - affinché possa proteggere le famiglie che incontriamo nelle nostre attività".

Si guarda in modo particolare alle persone sprovviste della Tessera del Servizio Sanitario Nazionale. "La specificità del Dispensario - precisa Valentina - è quella di fornire assistenza medica soprattutto a quanti ne sono privi sul territorio italiano".

Molto spesso le famiglie arrivano grazie al passa parola e nel quadro della rete delle parrocchie. Ma per un primo colloquio e un appuntamento basta semplicemente collegarsi al sito internet e fare una telefonata al numero 06/69884906.






Mercoledì, 03 Giugno 2020

«Anche Gesù taceva». Sono le parole via twitter con cui Enzo Bianchi , ex priore di Bose, ha commentato la sua decisione di accettare il provvedimento della Santa Sede. «Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono». E ancora: «Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. Jesus autem tacebat sta scritto nel Vangelo». Riferimenti che raccontano la sofferenza profonda di un uomo di 77 anni che dopo aver dedicato tutta la vita alla costruzione di un progetto fondato sulla Parola, prende atto che è arrivato il momento di lasciarlo. Ma per permettere nuova crescita e nuovi sviluppi.

Una consapevolezza che Bianchi aveva già espresso lucidamente nel comunicato diffuso la settimana scorsa, all’indomani dell’annuncio del decreto della Segreteria di Stato: «Comprendo che la mia presenza possa essere stata un problema». Con un chiaro riferimento alle tensioni vissute negli ultimi mesi a Bose, per l’irrisolto problema dell’«esercizio dell’autorità». Ora però, la coraggiosa per quanto dolorosa accettazione del provvedimento vaticano, consente alla comunità di voltare pagina.

L’accordo raggiunto nella domenica di Pentecoste e perfezionato lunedì mette d’accordo tutti. Proprio alla luce dello spirito di fraternità che segna fin dalla fondazione – 55 anni fa – la vita di Bose, sarebbe sbagliato pensare che ci siano vincitori e vinti. L’ex priore Enzo Bianchi e i tre confratelli, a cui un decreto vaticano ha imposto l’allontanamento, hanno trovato l’intesa con il delegato pontificio, padre Amedeo Cencini. Nei prossimi giorni l’accordo sarà perfezionato. Bianchi ha accettato di allontanarsi da Bose a “tempo indeterminato” e raggiungerà la località che gli sarà indicata.

Dove andrà? Varie le ipotesi, in Italia ma anche all’estero. E potrebbe trattarsi anche di una sede non monastica. Per i due fratelli Goffredo Boselli e Lino Breda il periodo di lontananza sarà di cinque anni, ma in una località diversa. Stesso tempo di “assenza forzata”, ma con una destinazione ancora diversa, per Antonella Casiraghi, la sorella compresa nella stessa decisione vaticana. L’intera comunità riunita ha appreso lunedì sera la notizia con un sospiro di sollievo. Non tanto perché l’ex priore e gli altri confratelli abbiano scelto di allontanarsi secondo le indicazioni della Santa Sede, sulla base di un documento “approvato in forma specifica dal Papa”. Quanto per la possibilità che questa incomprensione possa essere ricomposta in tempi ragionevoli. Non si tratta infatti di un allontanamento permanente.

Nessun siluramento, nessuna volontà di “cacciare” Enzo Bianchi dalla realtà che lui stesso ha ideato e costruito. Ma la richiesta di un tempo di riflessione, in una località diversa, per permettere a tutti di ritrovare serenità e di ridefinire gli obiettivi connessi al carisma di Bose. La speranza di tutti è che questo periodo si possa chiudere, secondo le modalità e i tempi che saranno definiti con l’aiuto della Segreteria di Stato, per riavviare tutti insieme un percorso di fraternità di nuovo importante e sereno.

Ci vorrà probabilmente tempo per rimarginare una ferita che rischiava di danneggiare l’immagine di Bose, confondere i tanti amici della comunità e, soprattutto disorientare i fratelli delle diverse confessioni cristiane che ormai da decenni guardano alla piccola realtà del Biellese come a un faro di speranza nel segno dell’unità. Con questa volontà di pace si è mossa la Segreteria di Stato.

Così tra il 6 dicembre 2019 e il 6 gennaio 2020 i visitatori apostolici – l’abate Guillermo Leon Arboleda Tamayo, suor M.Anne Emmanuelle Devéche, abbadessa di Blauvac e lo stesso padre Cencini – hanno ascoltato a lungo, spesso per intere giornate, tutti i membri della comunità. Anche sulla base della loro relazione, la Santa Sede ha emanato il decreto che, lo scorso 13 maggio, ha deciso l’allontanamento temporaneo di Enzo Bianchi e degli altri tre confratelli. Una decisione accolta dell’ex priore con profonda sofferenza. “Siamo disposti, nel pentimento, a chiedere e a dare misericordia”, aveva dichiarato mercoledì scorso in un comunicato. E misericordia, nell’ascolto paziente e nella disponibilità ad accogliere le sue considerazioni fino all’accordo finale, è stata impiegata con autentico spirito di fraternità senza ricorrere agli strumenti ultimativi del diritto canonico.

Sarebbe stato davvero spiacevole infatti che la decisione di perseverare nella non obbedienza fosse sfociata in un decreto di dimissioni dalla comunità da parte della Santa Sede. Scelta che, pur prevista dalle norme, nessuno ha mai davvero preso in considerazione. E alla fine la buona volontà dimostrata da entrambe le parti è stata premiata.

Bose ora può ripartire. Può mettere da parte le incomprensioni “per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità e la gestione del governo”, può ritrovare il clima fraterno e rimettere a punto le linee portanti per un processo di rinnovamento. Certo, le questioni sul tappeto sono tante e importanti, a cominciare dalla configurazione giuridica di Bose che, a oltre mezzo secolo dalla fondazione e nonostante la statura internazionale conquistata, è rimasta un’associazione privata di fedeli che dipende dal vescovo locale.





Mercoledì, 03 Giugno 2020

«Nelle mani di Maria metteremo il futuro del nostro Paese. Un futuro segnato dalle preoccupazioni perché il virus non è stato ancora sconfitto ed è sempre in mezzo a noi, come ci ricordano gli esperti e le autorità. Un futuro in cui la crisi economica rischia di ripercuotersi in maniera grave sulle famiglie. Un futuro che non può essere ancorato a logiche socio- economiche o politiche che hanno già mostrato limiti evidenti, emersi con ancora più chiarezza durante la pandemia ». Il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, invocherà l’intercessione della Vergine a nome di tutta la nazione. Lo farà stasera durante il Rosario per l’Italia, l’appuntamento “orante” promosso dai media Cei che questa volta fa tappa in un santuario della diocesi siciliana guidata dal vice-presidente della Cei. È il Santuario della Madonna della Vena, alle pendici dell’Etna, «a 750 metri sul livello del mare da cui si scorge anche un angolo del mar Ionio », racconta Raspanti. E da qui si pregherà per la «rinascita del Paese», sottolinea il vescovo. Una rinascita che deve essere «animata da uno spirito nuovo», aggiunge Raspanti. Perché «non è cosa buona che la “fase 2” si riduca soltanto alla voglia di riprendere a tutti i costi o di tornare alla normalità quasi dimenticando i giorni tristi che abbiamo vissuto e soprattutto le storture che piegano la nostra gente».

Eccellenza, il Rosario diventa come un trampolino?
Concluderemo il Rosario con la preghiera composta dal Papa per il tempo della pandemia. Ma, come rivelano già le parole pronunciate in questi giorni dallo stesso Francesco, nella nostra preghiera guarderemo anche avanti. C’è bisogno di un guizzo morale. Finora la nostra società è stata governata secondo un’impostazione che non ha dato risultati confortanti in termini di equità, di giustizia, di rispetto della dignità dell’uomo, di salvaguardia del creato. Ecco perché serve una riforma che incida nel profondo. È necessario ripensare il Paese. E ciò può avvenire solo con il concorso di tutti e non solo di una parte, come può essere quella politica. Se penso a quanto Maria ha detto a Fatima, la Madonna ha sempre mostrato interesse alla storia del mondo, al destino dei popoli, alla felicità dei suoi figli sulla terra. E sono sicuro che anche adesso la Madre di Dio farà arrivare in cielo le nostre suppliche.

Già è scattato l’allarme povertà post-Covid anche legato al dilagare della disoccupazione.
Era prevedibile. Da anni l’Italia fa i conti con fragilità economiche lampanti. Non basta soltanto l’immissione di denaro “fresco” per ripartire benché sia apprezzabile lo sforzo dei governanti italiani ed europei. Infatti non sono certo i soldi che possono andare a coprire l’atrofizzazione dell’attività di un uomo o di una donna. È il desiderio di agire delle persone che crea ricchezza. E non viceversa.

L’emergenza coronavirus come occasione per cambiare?
Certamente. Per questo, ad esempio, sono necessarie le semplificazioni, l’abbattimento con mano forte dei vincoli burocratici, la lotta alla corruzione e alla malavita che continua a speculare sulle nostre disgrazie, come la tragedia del Covid, e che si sta già attrezzando per cibarsi delle risorse in arrivo. Soltanto se saranno poste le condizioni affinché la nostra gente desideri progettare un domani con cuore nuovo e mente nuova, allora potremo davvero uscire dal tunnel. Altrimenti chiunque, a cominciare dai giovani, saranno come con il freno a mano tirato e non avranno il coraggio di scommettere su se stessi e sul Paese. Questo uccide la gioventù.

Quale ruolo della Chiesa italiana nella “fase 2”?
Tutto comincia dalla preghiera. All’apparenza essa è totale passività. In realtà pone l’uomo di fronte alla verità e gli consente di riconoscere la sua creaturalità. Poi lo illumina sui suoi compiti fra cui quello di restituire più ornato il creato che Dio ci ha donato. Inoltre il mistero dell’Incarnazione indica a ciascun credente ma anche alla società intera che noi cristiani siamo profondamente interessati alla vita delle nostre città e delle nostre nazioni. La comunità cristiana né può né vuole rimanere a guardare di fronte al cambiamento d’epoca che attraversiamo. Deve esserci, incoraggiando e formando i laici, ma anche favorendo il dialogo fra le diverse componenti del Paese così da non restare prigionieri di lobby o rivendicazioni di parte. È urgente ricucire se intendiamo costruire insieme la casa comune.

Nel Rosario di questa sera entreranno le sofferenze della pandemia ma anche le speranze di una ripartenza meno traumatica?
Ne saranno interpreti coloro che reciteranno le decine o leggeranno le meditazioni. Saranno ad esempio un medico, un volontario, una mamma incinta, una giovane religiosa. Nel rito vogliamo dare voce a chi è stato toccato dal dolore ma anche a chi può offrire un’iniezione di fiducia.

Perché la scelta del Santuario della Madonna della Vena?
Ospitato in borgo con appena una cinquantina di anime nel Comune di Piedimonte Etneo, ha radici nobili. Vuole la tradizione che il territorio rientrasse fra i possedimenti che papa Gregorio Magno aveva in Sicilia. Ma gli scavi archeologici hanno confermato la presenza dei monaci benedettini nell’area. Il suo nome è legato a una fonte d’acqua. Una mula si fermò nella zona e, scavando sulla terra con la zampa, scoprì una vena d’acqua. La nostra gente ritenne che quell’acqua fosse “benedetta” dal cielo. Anche questo attesta la vicinanza materna della Vergine al popolo. Come ha rimarcato il Papa, l’emergenza sanitaria ci ha fatto saggiare che non siamo invincibili. Abbiamo sperimentato le nostre debolezze e il nostro limite. Alla Madre ci rivolgiamo come sicuro rifugio e stella del mattino. Di un nuovo mattino per l’Italia.





Martedì, 02 Giugno 2020

Parrocchie a piccoli passi oltre l'emergenza. Sì, ma come?

Ogni settimana cambia lo scenario. Di poco, ma cambia. Nelle parrocchie sono i giorni della transizione, lenta e molto graduale: dopo la seconda domenica di Messe con il popolo, è ormai chiaro a tutti che questa è una fase necessaria ma temporanea, e che è ora di cominciare a pensare al futuro. Delle molte – e spesso belle – esperienze di uso delle tecnologie digitali durante la lunga quarantena cosa vale la pena conservare, come pratica e metodo, e cosa invece è bene archiviare per non delegare la vita comunitaria a strumenti utilissimi, certo, ma in emergenza? E qual è la lezione che i mesi alle spalle lasciano alla vita delle parrocchie per contenuti e stile? Esiste una saggia via intermedia tra la pastorale “tutta digitale” e quella ordinaria, al cui pieno recupero si vuole tornare presto ma senza dimenticare quel che si è imparato? Queste e molte altre sono le domande che accompagnano le prime settimane post–lockdown. Ci è indispensabile il racconto delle vostre scoperte e di ciò che state sperimentando in parrocchia, per condividerlo qui. Ecco alcune voci raccolte sul campo in questi giorni. Mandate le vostre segnalazioni a f.ognibene@avvenire.it.

Il vescovo di Mantova, Marco Busca: ora solo per anziani e malati

Un ampio uso dei media, in particolare il canale Youtube della diocesi: dalle catechesi per i ragazzi e le coppie di sposi ai messaggi rivolti a tutti i fedeli. E poi le Messe festive in diretta, anche su Telemantova. Nelle settimane del blocco causato dal coronavirus il vescovo di Mantova, Marco Busca, delegato per le comunicazioni sociali dei vescovi della Lombardia, si è servito molto delle nuove tecnologie. «Come Chiesa non ci possiamo sottrarre al loro impiego per un sospetto o un pregiudizio ideologico – spiega nel tracciare un bilancio della sua esperienza –. I giovani, in particolare, attraverso i social e la Rete, sanno esprimere dei livelli profondi di loro stessi. A fianco, certamente, di tutti gli effetti negativi che esistono nei media». Il vescovo ha celebrato la Messa in diretta streaming anche per l’Ascensione (24 maggio) e l’altro ieri, solennità di Pentecoste, per l’ultima volta. «Quasi tutte le diocesi lombarde hanno deciso di prolungare oltre il 18 maggio, giorno in cui si è potuto tornare alla liturgia con il popolo – spiega Busca –. Questo è avvenuto soprattutto per andare incontro agli anziani, che sono ancora timorosi nell’uscire di casa». A ciò si aggiunge il fatto che qualche fedele avrebbe potuto pensare di non trovare posto in chiesa, a causa degli spazi limitati. Tuttavia la scelta della Messa in diretta streaming «è stata una parentesi provvisoria e straordinaria dovuta all’emergenza, in attesa del ritorno alla normalità liturgica». In futuro rimarrà la possibilità della Messa in tv, come è sempre avvenuto, per malati e anziani. Nelle domeniche del blocco totale, il vescovo ha presieduto l’Eucaristia nella cappella del Seminario. Era inserito in una comunità reale, che partecipava alla liturgia. Due i suggerimenti del vescovo Busca per la nuova fase che le parrocchie stanno attraversando: per salvaguardare le caratteristiche della Messa in diretta occorre togliere dal canale la registrazione lasciando solo l’omelia. «Ho imparato che come comunicatori non ci si improvvisa». Per questo le diocesi lombarde hanno organizzato un corso online dal titolo «Pastorale digitale», in tre moduli, che inizia il 20 giugno. Giovanni Telò

L’arcivescovo di Lecce Michele Seccia: la paura si vince tornando al Cenacolo

«Dal 18 maggio lo streaming e le Messe alla presenza dei fedeli hanno camminato insieme in parallelo. Speriamo di esserci lasciati alle spalle il momento più brutto della pandemia. Le Messe sui social sono state una cosa bella, ora però, come ha auspicato papa Francesco, c’è bisogno di tornare in chiesa, di riprendere familiarità con i luoghi che rappresentano le comunità. Durante i settanta giorni di quarantena la Messa è stata celebrata ogni giorno dalla cappella del Seminario e trasmessa tramite Portalecce.it e in diretta tv dall’emittente locale Telerama. Io ho presieduto ogni domenica, oltre alla Lectio divina del martedì, mentre i sacerdoti si sono alternati durante la settimana. La risposta dei fedeli e la partecipazione online sono state notevoli. È stata un’esperienza di carità pastorale, un tentativo, spero ben riuscito, di alleviare la difficoltà di non poter partecipare di persona. Anche se l’Eucaristia in tv o su Internet non ha lo stesso valore sacramentale, per moltissimi questo servizio ha rappresentato l’olio della consolazione e il vino della speranza. Di questo olio e di questo vino si è nutrito il nuovo “monastero invisibile” che si è formato giorno per giorno grazie a Portalecce e ha pregato intorno all’altare, anche per i defunti di ogni parrocchia che non sono potuti entrare in chiesa prima di essere sepolti. I parroci e le comunità, oltre a essere baluardi di carità ora devono diventare anche sentinelle di speranza. Solo tornando nel cenacolo impareremo, come gli apostoli con Maria, a vincere la paura. È come se ci invitassero a cena: non si può vivere quel momento di fraternità restando ognuno a casa sua. Noi pastori dobbiamo esercitare la pazienza imparando a saper attendere: da un lato persiste la paura del contagio, dall’altro l’illusione che l’esperienza di Chiesa si possa sostituire con i media. La Chiesa si fa a tavola. E la tavola non è un luogo virtuale. Matteo Caione

Le storie

Porto-Santa Rufina: le catechesi digitali diventano podcast

La comunicazione che coinvolge e non svanisce passata l’emergenza. Questa è l’esperienza di tante parrocchie della diocesi di Porto – Santa Rufina, territorio tra Roma e il litorale laziale, che hanno colto l’opportunità delle nuove tecnologie durante la quarantena. Fra tutte, la parrocchia dedicata alle Sante Rufina e Seconda, che tramite Youtube ha mantenuto un contatto quotidiano con la gente. «Abbiamo riscontrato subito l’entusiasmo dei più grandi, invece con i ragazzi abbiamo avuto più difficoltà», spiega il parroco, padre Aurelio D’Intino: «La didattica a distanza li impegnava a lungo, ma, anche nei contenuti abbiamo dovuto proporre qualcosa di adatto a loro, quindi li abbiamo coinvolti per testimonianze». Parroco e volontari hanno fatto un tutorial sui comportamenti nella “Fase 2”. «Andiamo verso la normalità, ma continueremo a trasmettere le Messe domenicali così da arrivare a chi non può partecipare alla liturgia. Di sicuro l’esperienza della catechesi a distanza si trasformerà in un podcast settimanale. Magari durante il giorno si ha il desiderio di prendersi un momento di meditazione». Costantino Coros

Mestre: l’ora di scegliere cosa lasciare

Siamo a Carpenedo, quartiere pulsante di Mestre. «Dopo mesi ciascuno a casa propria, ora forse una vita isolata non è più colta come problema ma persino come valore che sostiene la salute. Ci aspetta un grande lavoro per superare la tentazione dell’individualismo». Don Gianni Antoniazzi, il parroco, sta riflettendo con i collaboratori sull’opportunità di continuare attività pastorale e liturgie online. «In quarantena – spiega Valli Del Piero, che coordina la segreteria – abbiamo diffuso le Messe, anche a Pentecoste. Di giorno in giorno don Gianni incontrava online i bambini del catechismo, i ragazzi, i giovani e gli scout per dare continuità a relazione e formazione. Su Youtube quotidianamente abbiamo rinnovato la tradizione molto sentita del fioretto mariano, mentre le famiglie si riunivano nella preghiera serale». Ogni settimana poi c’è la corsa a riscontrare sul sito la “Lettera amica” che don Gianni e i volontari preparano con informazioni e riflessioni, «un’esperienza molto apprezzata che anziani e malati vorrebbero continuasse – confida Valli –, ma c’è l’esigenza di una condivisione anche diretta, anzitutto nella Messa». Dalla chiesa sono stati tolti i banchi per sistemare sedie distanziate, ma gli anziani sono restii a uscire. Il collegamento online, dunque, è molto atteso. Nei prossimi giorni si deciderà cosa lasciare. Francesco Dal Mas

Livorno: tante idee, un impegno che non va disperso

La parrocchia di Santa Elisabetta Anna Seton a Livorno, a pochi metri dall’ospedale, ospita una casa di accoglienza per le famiglie di parenti ricoverati. Affidata dal vescovo Giusti ai Padri della Missione di San Vincenzo de’ Paoli, la comunità ha sentito l’esigenza di farsi prossima verso i malati, le persone in difficoltà, i parrocchiani isolati in casa. La Messa e l’adorazione eucaristica sono state trasmesse in streaming sulla pagina Facebook della parrocchia, poi si sono aggiunti Rosario e Via Crucis. Il parroco padre Carmine Madalese non ha mancato ogni domenica di far arrivare un videomessaggio ai bambini, tenuti in contatto dalle catechiste attraverso gruppi su Whatsapp, anche con attività, giochi, racconti, momenti di riflessione e la lettura insieme del Vangelo. Giovani e giovanissimi si sono dati appuntamento su Skype col viceparroco padre Francesco Gusmeroli che cura la loro formazione. Ai più anziani invece, poco pratici di cellulari e computer, non è mancata la telefonata del parroco come apprezzato segno di vicinanza. Anche la solidarietà ha trovato la sua strada: la spesa per le famiglie in difficoltà e poi il dono di biancheria ai ricoverati nel reparto Covid dell’ospedale, nell’impossibilità di ricevere visite dai parenti. Chiara Domenici

Milano: l’idea di collegare sempre per via telematica i Gruppi del Vangelo

«ll lockdown ci ha colti impreparati: non avevamo strumenti per restare collegati con i nostri parrocchiani. Ma in una settimana siamo stati capaci di far sentire la nostra vicinanza ai fedeli di tutti e tre i paesi della nostra comunità». Così don Renato Cameroni, responsabile della comunità pastorale SS. Nome di Maria che abbraccia Barzanò, Cremella e Sirtori nel cuore della Brianza, diocesi di Milano. «È stato un impegno grande quanto bello. Ogni giorno abbiamo trasmesso in streaming la Messa attraverso Facebook, arrivando fino a 700 visualizzazioni la domenica. Sono stati realizzati momenti speciali per i bambini, creando una pagina Facebook privata. A maggio abbiamo mantenuto l’appuntamento serale della preghiera mariana con 250 fedeli, molto bella la Via Crucis elaborata dagli educatori, bravi anche nel portare avanti la pastorale giovanile». La comunità è ora tornata alle Messe dal vivo, ma ha deciso di mantenere lo streaming per i malati e di far tesoro della modalità digitale usata in questi mesi. I gruppi di ascolto, ad esempio, si svolgeranno sempre nelle case ma introdotti da un intervento del parroco collegato con tutte le famiglie coinvolte. «Abbiamo imparato che se superiamo le tante paure possiamo continuare a essere Chiesa». Anna Sartea





Martedì, 02 Giugno 2020

Era il 3 giugno del 2010 quando il vicario apostolico dell’Anatolia veniva ucciso dal suo autista. Monsignor Luigi Padovese è un “chicco di grano caduto in terra” per portare “molto frutto”. Così il cardinale Dionigi Tettamanzi lo ricordò il giorno dei funerali nel duomo di Milano, il 14 giugno 2010. Facendo capier che il senso di una missione, ancorata al Vangelo, non può essere spento neanche dalla morte.

Quella di monsignor Padovese resta l’indelebile voce di un vescovo del dialogo che ha intrecciato vita e morte con la Turchia, ponte tra Occidente e Medio Oriente. A causa dell’emergenza sanitaria legata al coronaviirus, le celebrazioni commemorative sono state rimandate al prossimo anno.

Una “improvvisa e tragica morte - affermava Benedetto XVI all’udienza generale del 9 giugno 2010 (LEGGI IL TESTO)- che “ci ha lasciati addolorati e sgomenti”. Ma la vita e la morte di monsignor Padovese hanno portato frutto. La sua testimonianza, come sottolinea Vatican News, resta un dono vivo e permanente per il popolo di Dio e in particolare per i cristiani della Turchia. Resta il suo impegno a servizio della pace, del dialogo interreligioso e della convivenza pacifica.

Monsignor Padovese aveva la consapevolezza che la sua missione non era esente da rischi. “Tra tutti i Paesi di antica tradizione cristiana - scriveva nel 2005 - nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che noi calpestiamo è stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo”. Ma è “un dono - affermava - essere cristiani in Turchia e una grazia appartenere a questa Chiesa che è l’erede della prima Chiesa cristiana… La Chiesa di Anatolia è una Chiesa viva”.

“L’amore è più forte della morte”. Riferendosi al brutale assassinio di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso nel 2006 nella chiesa di Trazbon mentre era raccolto in preghiera, monsignor Padovese pronuncia queste parole: “Chi ha pensato che uccidendo un sacerdote avrebbe cancellato la presenza cristiana da questa terra, non sa che i martiri sono la forza del cristianesimo. Preghiamo per il suo giovane assassino. La forza del perdono e della nostra preghiera lo aiuti a capire che l’amore è più forte della morte”.

Una delle pietre miliari della missione di monsignor Padovese è il dialogo, sottolinea ancora Vatican News. “In Turchia – aveva detto il presule nella sua ultima omelia il 30 maggio del 2010 - si impara ad accettare la diversità, ma è importante anche farsi accettare. A questo proposito, l’unica strada è quella della cordialità e dell’amicizia. Ho cercato il dialogo con le autorità e con il mondo mussulmano e sono sempre più convinto che il dialogo, prima di essere un incontro e confronto di idee, deve essere un incontro tra uomini che hanno cuore oltreché mente. Se un dialogo non coinvolge il cuore non serve molto”.

Già alcuni anni prima dell’omicidio, il vicario apostolico dell’Anatolia temeva di poter essere ucciso. “C’è il timore - scriveva nel 2007 - che all’improvviso uno o più pazzi compiano qualche gesto folle. Questa situazione vincola ancora i miei movimenti perché mi rendo conto che ormai tutto è possibile”. E il 3 giugno del 2010, all'ora di pranzo, monsignor Padovese veniva ucciso nella sua abitazione a Iskenderun. L’assassino è il suo autista, Murat Altun.

Per l’anno accademico 2010-2011, monsignor Padovese aveva pianificato un corso di formazione che non poté mai tenere. Il titolo di quel corso “La ricerca di Dio. Ponte di dialogo” risuona anche oggi ed in modo speciale in Turchia, terra indissolubilmente legata a San Paolo. Questo Paese, come aveva più volte ricordato monsignor Padovese, è anche oggi uno snodo cruciale per il cammino ecumenico. L’apostolo delle genti invita i cristiani - sottolineava il presule in una intervista rilasciata alla Radio Vaticana il 12 ottobre del 2008 - ad ascoltare la “sinfonia” delle Chiese cristiane.

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Martedì, 02 Giugno 2020

Per segnalazioni di Messe in diretta tv e social di domenica 7 giugno: f.ognibene@avvenire.it

Solennità di Pentecoste con un’offerta tv e social ancora ricca di Messe in diretta da cattedrali, santuari e parrocchie di tutta Italia. E’ la seconda domenica di liturgie eucaristiche con il popolo, ma la ridotta capienza delle chiese e motivi di salute o di prudenza non consentono a tutti di partecipare ancora di persona. Ecco quindi la nostra consueta guida, organizzata per orario, alle celebrazioni segnalate dalle diocesi e dalle emittenti nazionali, presiedute in gran parte dai vescovi, con la Messa del Papa alle 10. Il primo appuntamento del mattino è la diretta da Lourdes assicurata da Tv2000. Attenzione: le emittenti tv in digitale terrestre diffondono il segnale a livello territoriale, mentre la diretta streaming si può seguire ovunque.

Ore 7

La prima Messa della domenica va in onda su Tv2000 (canale 28) in diretta dal Santuario di Lourdes. Celebra padre Nicola Ventriglia.

Ore 8.30

Tv2000 trasmette in diretta nazionale la Messa dal Santuario di Pompei. Celebra don Andrea Fontanella. Streaming sulla pagina Facebook del Santuario.

Ore 9

Diretta della Messa dal Santuario mariano di Montenero, in diocesi di Livorno, celebrata da padre Luca Giustarini, su Granducato Tv e sulla pagina Facebook Santuario di Montenero.

Ore 9.30

In diretta dal Duomo di Milano la Messa celebrata dai canonici della Cattedrale. L’Eucaristia va in onda su Chiesa Tv (canale 195), Radio Mater, in streaming sul sito Chiesadimilano.it e sul canale Youtube Chiesadimilano

Il vescovo di Mantova Marco Busca celebra la Messa nella cappella del Seminario con diretta sul canale Yuotube della diocesi e su Telemantova.

Ore 10

La Messa del Papa per la Pentecoste in San Pietro viene trasmessa in diretta da Raiuno, Tv2000 e Canale 5. A seguire il Regina Coeli.

Il vescovo di Acireale Antonino Raspanti, vicepresidente della Cei, celebra la Messa in San Mauro Abate ad Acicastello. La diretta è sulla pagina Facebook della diocesi e su Tv Acicastello.

L'arcivescovo di Trento Lauro Tisi prosegue le celebrazioni domenicali in Cattedrale con diretta su Telepace Trento e in streaming su www.diocesitn.it e www.vitatrentina.it.

Da Ravenna la Messa dell’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni celebra la Messa nella parrocchia di San Biagio. Diretta sul canale Youtube della parrocchia (San Biagio Ravenna).

A Brescia la Messa in Cattedrale presieduta dal vescovo Pierantonio Tremolada viene diffusa in diretta su Teletutto e SuperTv.

Il vescovo di Como Oscar Cantoni presiede l’Eucaristia nella parrocchia di Lipomo, dedicata allo Spirito Santo, con diretta su Espansione Tv (canale 19) e sul canale Youtube del Settimanale della Diocesi di Como.

Diretta della Messa dalla Cattedrale di San Rufino ad Assisi sulla pagina Facebook della parrocchia. Celebra il priore don Cesare Provenzi.

10.15

L’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca celebra la Messa in diretta dalla cappella del Palazzo arcivescovile su Tstv (canale 98) e in streaming sulla pagina Facebook dell’emittente.

Ore 10.30

Il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla celebra la Messa in Duomo con diretta su www.youtube.com/user/passionovara/live.

Da Assisi la Messa del vescovo Domenico Sorrentino al Santuario della Madonna dei Tre Fossi va in diretta streaming sulla pagina Facebook Parrocchie della Montagna di Assisi.

La Messa celebrata dal vescovo di Macerata Nazareno Marconi nella chiesa di San Giorgio viene trasmessa da EmmeTv (canale 89) oltre che in streaming sul canale Youtube e sulla pagina Facebook della diocesi.

In diocesi di Tortona la Messa in diretta streaming su Diocesitortona.it e RadioPnr.it è celebrata in Cattedrale dal vescovo Vittorio Francesco Viola.

A Bergamo Messa in Cattedrale in diretta su Bergamo Tv. Celebra il vescovo Francesco Beschi.

Ore 11

Il cardinale Crescenzio Sepe celebra nella Cattedrale di Napoli, con diretta sull’emittente televisiva locale Canale 21.

Il vescovo di Cremona Antonio Napolioni celebra la Messa in Cattedrale con diretta sul portale e sui social della diocesi, oltre che in tv a diffusione locale su Cremona 1.

Il vescovo di Padova Claudio Cipolla celebra nella basilica di Santa Giustina con diretta Youtube sul canale della diocesi e su Tv7 Triveneta (canale 12). E’ l’ultima Eucaristia in diretta per il vescovo padovano.

A Parma la Messa del vescovo Enrico Solmi in Cattedrale viene rilanciata da 12 Tv Parma (canale 93) e Giovanni Paolo Tv (canale 665).

Il vescovo di Piacenza Gianni Ambrosio celebra la Messa in Cattedrale con diretta streaming sul sito e sul canale Youtube della Diocesi di Piacenza-Bobbio.

Lodi: il vescovo Maurizio Malvestiti presiede la Messa nella basilica di Sant’Angelo Lodigiano. Diretta streaming sul canale Youtube della parrocchia dei Santi Antonio e Francesca Cabrini in Sant’Angelo Lodigiano.

L’arcivescovo di Cosenza-Bisignano Francesco Nolé presiede la liturgia eucaristica in Cattedrale alla presenza delle appartenenti all’Ordo virginum nel 50° della promulgazione del rito di consacrazione. Diretta streaming sulla pagina Facebook della Cattedrale di Cosenza.

Pontificale del vescovo di Grosseto Rodolfo Cetoloni dalla Cattedrale in diretta su Tv9.

A Locri la Messa del vescovo Francesco Oliva nella chiesa matrice di Benestare è trasmessa in diretta su Telemia, in streaming su www.telemia.it e sui canali Fb delle Diocesi di Locri-Gerace e del giornale diocesano Pandocheion-Casa che accoglie.

Da Assisi la Messa nel santuario della Spogliazione con diretta sulla pagina Facebook della diocesi di Assisi-Nocera Gualdo e su MariaVision. Celebra il rettore padre Carlos Acacio Goncalves Ferreira.

Ore 11.30

Dalla Cattedrale di Gorizia la Messa dell’arcivescovo Carlo Maria Redaelli in streaming sulla pagina Facebook dell’Arcidiocesi e sul canale Youtube Chiesadigorizia.it.

A Reggio Emilia il vescovo Massimo Camisasca celebra la Messa in Cattedrale con diretta tv su Teletricolore, in streaming sul canale Youtube Libertà Tv e sulla pagina Facebook de La Libertà.

Ad Anagni il vescovo Lorenzo Loppa celebra la Messa in Cattedrale con diretta sui profili Youtube e Facebook della diocesi di Anagni-Alatri.

Il vescovo di Nola Francesco Marino presiede la liturgia domenicale in Cattedrale con diretta tv su Videonola (canale 88) e sul profilo Facebook diocesano (inDialogo Chiesa di Nola), animato dalla redazione dell’inserto diocesano di Avvenire.

Ore 16

Nella Cattedrale di Genova il cardinale Angelo Bagnasco celebra la Messa con le ordinazioni sacerdotali. Diretta streaming sul sito Chiesadigenova.it e IlCittadino.ge.it, oltre che sul canale Youtube Il Cittadino Diocesi di Genova e la pagina Facebook In Cittadino Arcidiocesi di Genova.

Ore 18

Il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, presiede nella basilica dell’Amore Misericordioso a Collevalenza di Todi una solenne concelebrazione eucaristica nel 6° anniversario della beatificazione di Madre Speranza di Gesù. Diretta streaming: www.collevalenza.org/collevalenza/2020/05/25/31-maggio-2020-6-anniversario-della-beatificazione-di-madre-speranza/.

Nel Duomo di Modena l'arcivescovo Erio Castellucci celebra in diretta televisiva su TvQui (canale 19, streaming su www.tvqui.it). La liturgia è preceduta alle 17.20 dal Rosario a chiusura del mese mariano.

L’arcivescovo di Sassari Gian Franco Saba celebra il pontificale in Cattedrale per la Festa del Voto. Diretta tv su Videolina.

Nella Cattedrale di Nostra Signora dell’Orto a Chiavari il vescovo Alberto Tanasini presiede la Messa in diretta sull’emittente diocesana TeleRadioPace e in streaming su www.teleradiopace.tv.

Da Ivrea la Messa presieduta dal vescovo Edoardo Cerrato in diretta streaming sulla pagina Facebook del settimanale diocesano Il Risveglio e sul sito della Diocesi.

Ore 19

Nella cappella dell’antico seminario di Lecce l’arcivescovo Michele Seccia celebra in streaming su Portalecce e Telerama. Sarà l’ultima diretta del presule salentino.

L’arcivescovo di Pompei Tommaso Caputo celebra la Messa nel Santuario in diretta nazionale su Tv2000. Streaming sulla pagina Facebook del Santuario.

A Taranto l’arcivescovo Filippo Santoro celebra a conclusione del mese di maggio col Rosario missionario e la benedizione degli ori restaurati del quadro della Madonna della Salute. La diretta streaming dal Santuario diocesano sulla pagina Facebook Filippo Santoro.





Martedì, 02 Giugno 2020

“Per il premier britannico Boris Johnson e per i suoi ministri non conta nulla il fatto che la fede religiosa sia una componente essenziale della vita di moltissimi cittadini britannici”. Con queste parole Brendan Walsh, direttore del settimanale cattolico inglese “The Tablet”, 12mila abbonamenti per la versione cartacea e 1.600 per quella digitale, commenta al Sir la decisione del governo britannico di mantenere chiuse le chiese cristiane e gli altri luoghi di culto anche per le preghiere individuali.

“Il governo aveva deciso che le chiese avrebbero riaperto nella terza fase di rimozione del lockdown, insieme a parrucchieri e a cinema, sabato 4 luglio. I vescovi cattolici, vedendo che centri di giardinaggio e saloni di esposizione delle auto sono già aperti e che a tutti gli altri negozi verrà dato il via libera lunedì 15 giugno, hanno chiesto che le chiese fossero riaperte almeno per le preghiere individuali”, spiega il direttore del Tablet.

“A questo scopo hanno presentato al governo un piano dettagliato per dimostrare che erano in grado di riaprire con tutte le misure sanitarie necessarie per prevenire la diffusione del Covid-19. Eppure il governo ha deciso di dire di no. Si deve concludere che non si prendono seriamente i bisogni delle comunità religiose”.

Secondo Brendan Walsh, “le chiese non contribuiscono direttamente all’economia britannica in modo significativo e, per questo motivo, vengono considerate come irrilevanti dal governo di Boris Johnson”.

“La priorità del governo britannico, in questo momento, è di riavviare l’economia anche se esistono rischi seri per la salute pubblica con la riapertura di negozi e aziende”. “Poiché le chiese non sono essenziali per le entrate dello Stato, il governo ha deciso di tenerle chiuse. Questo atteggiamento, che dimostra che non esiste alcuna attenzione nei confronti dei fedeli, a qualunque religione essi appartengano, ha contrariato i vescovi cattolici che, fino ad oggi, avevano condiviso la decisione del governo di mantenere chiusi i luoghi di culto”.

Per questo motivo, secondo Walsh, il primate cattolico cardinale Vincent Nichols ha chiesto l’apertura delle chiese parlando alla Bbc e anche durante la messa di Pentecoste, mentre l’arcivescovo di Southwark John Wilson ha scritto al premier britannico Boris Johnson per esprimere l’insoddisfazione dei vescovi. (Agenzia Sir)





Martedì, 02 Giugno 2020

Nei 650 anni dall’arrivo miracoloso dell’immagine mariana dal mare, Bonaria le ha viste assolutamente tutte, condividendo ogni ferita di Cagliari e del popolo sardo di cui è patrona. Il coronavirus si aggiunge a una lunga lista di guerre, epidemie e crisi, prove durante le quali la Sardegna ha sempre saputo nel fondo del suo cuore dove bussare e a chi ricorrere. Naturale che i vescovi delle 10 diocesi sarde abbiano pensato a un gesto di affidamento dell’Isola a Nostra Signora di Bonaria, per il 2 giugno. A guidarli è monsignor Antonello Mura, che di diocesi ne governa due (Nuoro e Lanusei) e che con i confratelli ha firmato un Messaggio di grande speranza ma anche di acuta analisi religiosa, sociale ed economica. La sua riflessione rispecchia il pensiero condiviso dai vescovi che oggi daranno voce all’anima cristiana della gente.

Cosa vuole dire alla Sardegna e ai sardi il vostro Messaggio?
In questi mesi abbiamo sofferto con la nostra gente e ne abbiamo condiviso paure e fragilità, ora volevamo incoraggiarla a ripartire e, mantenendo la prudenza, invitarla a guardare con fiducia al futuro. Desideriamo anche dar voce alle persone in difficoltà, voci che ci giungono come un appello particolarmente dalle famiglie, dalla scuola e dal mondo del lavoro.

Che significato può avere oggi per la gente un gesto come quello che compite a Bonaria?
E’ la nostra patrona, e il suo sguardo di Madre ci aiuta a ritrovare più autenticamente i nostri. Lo stesso colle dove è collocata la Basilica sembra invitarci continuamente a scrutare gli orizzonti, a vedere oltre questo tempo e a scoprire, grazie alla fede, un sguardo unitario per la nostra terra, spaziando dal cielo alla terra, dal presente al futuro.

Cos’ha imparato la Chiesa sarda dall’esperienza della pandemia? E quale contributo offre ora alla regione?
Direi che più dei contagi e dei morti, inferiori ad altre regioni, il virus ci ha fatto riscoprire delle risorse morali e di fede che, pur presenti, non sempre erano evidenti. Penso alla solidarietà che, oltre che vissuta privatamente si è manifestata con gesti di generosità pubblici verso i più poveri; ma anche al grande rispetto che abbiamo dimostrato verso le disposizioni che ci venivano richieste, rinunciando così a momenti e gesti che facevano parte delle nostre tradizioni. E inoltre anche da noi la Chiesa – parrocchie e diocesi – si è interrogata sul linguaggio migliore per parlare al suo popolo in questo tempo.

Nel vostro Messaggio parlate di «virus della vita», contrapposto a quello che lavora per distruggere. Cosa occorre perché si contagi, vincendo i fondati timori per il futuro?
Occorrono idee originali e progetti nuovi. Perché la ripetizione di quanto fatto nel passato non basterà più. Finora abbiamo creduto che sguardi limitati e interessi di parte, in ogni campo, potessero comunque salvarci. Non sarà più così, credo. Vale per la politica e per l’economia, ma anche per la sanità e la cultura. Per non parlare del turismo, carta che la Sardegna continua a giocare ben poco se pensiamo a quanto ha ricevuto in dono. La bellezza del territorio e le sue potenzialità meritano una creatività che sappia guardare lontano.

Cosa chiedete come vescovi alle istituzioni, alla politica e all’economia della regione?
Chiediamo quello che chiede la nostra gente, come afferma anche il messaggio che indirizziamo dalla Basilica di Bonaria. La Sardegna non è solo un bel palcoscenico estivo, che tra l’altro nessuno può vantarsi di aver creato. Ha anche bisogno di persone che, mantenendo alti i valori storici dell’autonomia e senza giustificare nessun tipo di isolamento, creino condizioni perché – ad esempio – i giovani non debbano andar via per realizzare i loro sogni e perché le zone interne non rimangano emarginate. C’è anche bisogno che chi vive in Sardegna ritrovi fiducia, allietando il futuro di nuove nascite, con famiglie finalmente incoraggiate attraverso idonee scelte di politica familiare. Senza dimenticare i trasporti, una piaga non solo per chi arriva dal resto d’Italia ma per la viabilità al nostro interno. Invece di aiutare i paesi piccoli con incentivi fine a se stessi, bisognerebbe offrire agli abitanti la possibilità di raggiungere senza difficoltà i luoghi di lavoro o di studio, per poi facilmente rientrare a casa.


Da 650 anni la Madonna venerata a Cagliari indica la rotta da seguire e protegge i sardi

«Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani». San Paolo VI il 24 aprile del 1970 a Cagliari così definiva il legame inscindibile tra i sardi e la Vergine di Bonaria. Quattro Pontefici in meno di mezzo secolo sono stati pellegrini sul colle che domina il Golfo di Cagliari, rendendo omaggio alla Madonna con il bimbo in braccio e la candela, guida sicura dei naviganti. Edificato per volere dell’infante Alfonso nel 1324 durante l’assedio di Castel di Castro (l’attuale quartiere di Castello) sul colle detto in catalano di «Bon Aire» (buona aria), il santuario nel 1370 accolse il simulacro giunto sulla spiaggia in maniera miracolosa. Il termine «Bon Aire» evoca Buenos Aires, per questo papa Francesco nel settembre 2013 venne pellegrino poco dopo l’inizio del pontificato. I Mercedari sono tuttora custodi del santuario, della Basilica (XVIII secolo) e del culto alla Vergine, patrona massima della Sardegna. (R.Comp.)

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Tutto il Paese vive una fase di speranze e di incertezze. Cosa dice la fede cristiana in un tempo così difficile?
Questo tempo ci chiede prima di tutto di non evitare di interrogarci, perché la stessa fede ha dovuto prendere atto di diversi cambiamenti nella pastorale, nell’immagine dei sacerdoti e dello stesso vescovo, oltre che nell’uso dei beni. In futuro inciderà ad esempio un dato di questi mesi: quello che ha visto venir meno diversi servizi pastorali (culto, catechesi, eventi, oratori...) e contemporaneamente emergere però una presenza inedita dei sacerdoti (e del vescovo) accanto alla gente, con più creatività, generosità e discrezione. Così come, per quanto riguarda l’uso dei beni, le difficoltà economiche della gente, destinate ad aumentare, ci costringeranno a fare per necessità quello che non abbiamo fatto per scelta, realizzando così una coraggiosa chiarezza sul loro uso. La stessa struttura parrocchiale andrà ripensata a favore di un funzionamento reale di Chiesa locale, con comunità che privilegiano più autenticamente la prossimità e la sensibilità alla sequela di Gesù.

La sintesi del Messaggio dei vescovi sardi sull’uscita dall’emergenza coronavirus

Affidato a un versetto di Isaia («Consolate, consolate il mio popolo...») il compito di riassumerne il senso in un’immagine, i vescovi della Sardegna sviluppano nel loro Messaggio diffuso il 2 giugno dal santuario di Bonaria una riflessione su «La fede e il futuro del nostro popolo nel tempo della prova» levando la voce della Chiesa «per interpretare e accompagnare tutte le altre voci che giungono dalle famiglie, dalle realtà associative, dalla scuola e dal mondo del lavoro». E’ la condivisione profonda del momento attraversato dall’Isola che si coglie in un testo (l’integrale è su Sardegna.chiesacattolica.it) nel quale i vescovi avvertono «come nostro compito, dopo aver ripreso con gioia le celebrazioni pubbliche della fede, quello di far rifiorire nel nostro popolo la speranza nel futuro, soprattutto quando ci giungono – talvolta disperatamente – appelli da persone in difficoltà, alla cui attenzione come Chiesa stiamo dedicando tutto il nostro impegno». In Sardegna come altrove il virus ha fatto compiere «l’esperienza della fragilità personale e collettiva», presentando ora il conto con «gli evidenti riflessi che l’epidemia sta avendo sulla nostra economia e sull’occupazione» logorando «la preesistente e fragile situazione della nostra Isola», tanto che «non è sbagliato affermare che l’emergenza sanitaria sia diventata un’autentica emergenza sociale». Per questo «appare necessario che la politica, l’economia, la sanità, la giustizia e la cultura si mettano in gioco, preparando una terapia adatta che consenta al nostro popolo un respiro ampio e rigenerante», superando «sguardi limitati, interventi con il fiato corto e la lentezza nel passare dalle promesse ai fatti». Lanciato un appello per le scuole paritarie, i vescovi chiedono il coraggio di «idee innovative» – ad esempio nel turismo – perché la Sardegna «accogliente e solidale» diventi «un modello da imitare» compiendo «una svolta significativa della sua storia», il «modello di una società che sa rigenerarsi e rinnovarsi». Servono segnali. Come quello che i vescovi offrono donando 30mila euro al Centro di accoglienza Il Gabbiano della Comunità Padre Monti a Oristano.





Lunedì, 01 Giugno 2020

Bose ritrova la serenità. Dopo lunghi mesi di tensione, è stato trovato un accordo che mette d’accordo tutti. Questa sera a tarda ora, dopo tre giorni di dialogo e di incontri, c’è stata la svolta sofferta ma tanto attesa. Nessun vincitore, nessun vinto.

L’ex priore Enzo Bianchi e i tre confratelli a cui un decreto della Segreteria di Stato ha imposto l’allontanamento, hanno trovato l’intesa con il delegato pontificio, padre Amedeo Cencini, incaricato di far rispettare il provvedimento. Nei prossimi giorni l’accordo sarà perfezionato. Bianchi ha accettato di allontanarsi da Bose a “tempo indeterminato” e raggiungerà la località che gli sarà indicata.

Per i due fratelli Goffredo Boselli e Lino Breda il periodo di lontananza sarà di cinque anni, ma in un monastero diverso. Stesso tempo di “assenza forzata”, ma con una destinazione ancora diversa, per Antonella Casiraghi, la sorella compresa nella stessa decisione vaticana.

L’intera comunità riunita ha appreso la notizia con un sospiro di sollievo. Non tanto perché l’ex priore e gli altri confratelli hanno scelto di allontanarsi secondo le indicazioni della Santa Sede, sulla base di un documento “approvato in forma specifica dal Papa”. Quanto per la possibilità che questa incomprensione possa essere ricomposta in tempi ragionevoli.

Non si tratta infatti di un allontanamento permanente. Nessun siluramento, nessuna volontà di “scacciare” Enzo Bianchi dalla realtà che lui stesso ha ideato e costruito 55 anni fa. Ma la richiesta di un tempo di riflessione, in una località diversa, per permettere a tutti di ritrovare serenità e di ridefinire gli obiettivi connessi al carisma di Bose. La speranza di tutti è che questo periodo si possa chiudere, secondo le modalità e i tempi che saranno definiti con l’aiuto della Segreteria di Stato, per riavviare tutti insieme un percorso di fraternità di nuovo importante e sereno. Con l’accordo siglato ieri sera, e che ora dovrà essere perfezionato con le indicazioni delle varie destinazioni per Bianchi e per i confratelli che avevano deciso di rimanere legati a lui, si chiude però un periodo difficile.

Ci vorrà probabilmente tempo per rimarginare una ferita che rischiava di danneggiare l’immagine di Bose, confondere i tanti amici della comunità e, soprattutto disorientare i fratelli delle diverse confessioni cristiane che ormai da decenni guardano alla piccola realtà del Biellese come a un faro di speranza nel segno dell’unità. Con questa consapevolezza si è mossa la Segreteria di Stato. Prima i tentativi di ricomporre in via informale le incomprensioni che si erano create tra il fondatore di Bose, il nuovo priore Luciano Manicardi e il resto della comunità.

Poi, di fronte agli esiti poco efficaci di questi inviti al dialogo, la decisione di un passo formale, più impegnativo certo, ma anche più efficace per imprimere una svolta a una stagnazione rischiosa per tutti. Così tra il 6 dicembre 2019 e il 6 gennaio 2020 i visitatori apostolici – la delegazione vaticana era formata dall’abate Guillermo Leon Arboleda Tamayo, da suor M.Anne Emmanuelle Devéche, abbadessa di Blauvac e dallo stesso padre Cencini – hanno ascoltato a lungo, spesso per intere giornate, il fondatore, il nuovo priore e tutti i membri della comunità. Sulla base della loro relazione, la Santa Sede ha emanato il decreto che, lo scorso 13 maggio, ha deciso l’allontanamento temporaneo di Enzo Bianchi e degli altri tre confratelli.

Una decisione accolta dell’ex priore con profonda sofferenza. “Siamo disposti, nel pentimento, a chiedere e a dare misericordia”, aveva dichiarato mercoledì scorso in un comunicato. E misericordia, nell’ascolto paziente e nella disponibilità ad accogliere le sue considerazioni fino all’accordo finale, è stata impiegata con autentico spirito di fraternità senza ricorrere agli strumenti ultimativi del diritto canonico. Sarebbe stato davvero spiacevole infatti che la decisione di perseverare nella non obbedienza fosse sfociata in un decreto di dimissioni dalla comunità da parte della Santa Sede. Scelta che, pur prevista dalle norme, nessuno ha mai davvero preso in considerazione.

E alla fine la buona volontà dimostrata da entrambe le parti è stata premiata. Bose ora può ripartire. Può mettere da parte le incomprensioni “per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità e la gestione del governo”, può ritrovare il clima fraterno e rimettere a punto le linee portanti per quel processo di rinnovamento che, come auspicato dal priore Manicardi, intende imprimere nuovo slancio alla vita monastica ed ecumenica. Certo, le questioni sul tappeto sono tante e importanti, a cominciare dalla configurazione giuridica di Bose che, a oltre mezzo secolo dalla fondazione e nonostante la statura internazionale conquistata, è rimasta un’associazione privata di fedeli che dipende dal vescovo locale. Forse una struttura inadeguata per la svolta decisa oggi che apre alla comunità nuove e ancora più rilevanti prospettive.





Lunedì, 01 Giugno 2020

«Ah, comunque il Papa poi mi ha risposto…»: lo dice così, a fine intervista con il settimanale diocesano di Ravenna-Cervia “Risveglio Duemila”, Davide Saitta, 32 anni, pallavolista di fama ed ex capitano della Consar Ravenna. La sua lettera a papa Francesco nel dicembre scorso, alla quale Avvenire aveva dato ampio risalto, aveva fatto riflettere l’intero mondo dello sport (e non solo) per la richiesta, semplice ma rivoluzionaria, di poter passare il Natale in famiglia e a Messa, invece che in campo per la partita con la squadra di Trento, fissata proprio, d’imperio, il 25 dicembre. E ora, a sette mesi da quella vicenda, dopo un lockdown che ha fermato tutti i campionati, Davide rivela: «Francesco mi ha risposto a fine dicembre, dandomi la sua benedizione, per me, mia moglie e mia figlia. Mi ha espresso la sua vicinanza dicendomi che sarebbe stato opportuno non giocare: una lettera che tengo tra le cose più preziose». Ma perché non dirlo a nessuno per tutto questo tempo? «Scrivere al Papa era l’ultimo tentativo per cercare di spostare la partita, dopo le tante richieste che avevo inoltrato agli “organi competenti”. Non è stato facile esporsi per me ma non volevo diventare un personaggio L’ho fatto solo a inizio dicembre, quando ho visto mia figlia addormentata vicino al presepe, e mi è nato un grido dentro… Quella lettera non voleva essere un proclama, ma un’occasione di testimonianza. Non mi sarei sentito coerente se non l’avessi fatto». Un gesto che, ribadisce Saitta, ha molto a che fare con il suo essere padre: «Il bene più grande che mi hanno dato i miei genitori è la loro testimonianza di fede. E anch’io spero di lasciare a Noemi non tanto migliaia di euro o di beni ma soprattutto la fede. Siamo fatti per la vita eterna». Natale – purtroppo - in campo; Pasqua a casa in emergenza sanitaria… «Già – sorride il giocatore -. Credo molto nei segni: ci sono “nato dentro”. Durante questo periodo, ho partecipato alle Messe online della mia comunità neo-catecumenale. Sono stati bei momenti, ma come per gli allenamenti, da soli è tutto più difficile».





Sabato, 30 Maggio 2020

Il nostro mondo si è fermato: a memoria d’uomo, non avevamo mai fermato il mondo. Il nostro mondo si è fermato proprio a Pasqua. Il Signore risorto è arrivato anche per noi "a porte chiuse", mentre eravamo chiusi in casa "per paura". Non importa quale paura, la paura ti paralizza sempre, poco o tanto. I Discepoli non sono rimasti inerti, però, dopo l’incontro con il Signore risorto e prima dell’avvento dello Spirito che farà "uscire" la Chiesa.

Nel tempo degli incontri con il Risorto, i Discepoli riflettono insieme sugli eventi emozionanti e traumatici dell’avventura vissuta con Gesù e pregano Dio – insieme con la Madre – perché li custodisca in attesa della loro ora, che deve venire. Dopo cinquanta giorni, un rombo di tuono, un passaggio di vento, un lampo di fuoco. E i suoi "ragazzi" (così li chiamava il Signore, anche da Risorto, cfr. Vangelo di Giovanni, 21, 5) sono tutti fuori, a riaprire le promesse della vita "per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani" (Atti degli Apostoli, 2, 39).

Finiscono oggi, praticamente, anche i nostri cinquanta giorni. Vorrei prendere ispirazione dal significato di questa coincidenza della drammatica chiusura del tempo della pandemia, per illuminare l’appello che ci viene incontro: per noi e per tutti. Lo faccio, allusivamente, con due parole-chiave.

La prima è interiorità. Il lockdown ha imposto prepotentemente la forza vitale di questa risorsa, massacrata dalla società dei consumi e del godimento e dalla scuola delle competenze e delle prestazioni. Senza riserve di interiorità, ogni paura sconfina nell’angoscia e nello smarrimento totale. La nostra separazione forzata, l’isolamento, la perdita di esteriorità (pur necessaria) hanno messo alla prova le riserve dell’anima: la capacità di colloquio con sé stessi, l’attitudine a dare il giusto peso alle emozioni, il gusto di dare forma creativa ai pensieri e forza delicata alle relazioni, anche quando rimaniamo distanti. L’abitudine all’arricchimento della nostra interiorità è la riserva strategica della nostra resilienza alla forzata perdita di mondo. Questa riserva si apprende, si coltiva, si sviluppa affettivamente e culturalmente nell’intero tempo della scuola. (Nessun segno di conversione, su questo punto, è pervenuto: nonostante qualche accorato e motivato appello).

La seconda parola è delicatezza. Delicatezza è un modo di toccare i corpi che crea un contatto con la nostra anima. Lo abbiamo visto: la competenza e l’organizzazione affondano – e ci affondano – nei loro stessi apparati, senza interpreti generosi, all’altezza dell’umana capacità di toccare con delicatezza e maneggiare con cura l’umano. Una società manesca, una società dell’ammucchiata, una società delle tecniche, questa ricchezza dell’umanità la perde più velocemente della discesa del Pil. La delicatezza umana è virtù tipicamente familiare: la sua iniziazione nasce lì, non c’è altro inizio possibile. Il virus lo ha portato allo scoperto: la forma dei legami famigliari ha sopportato il peso maggiore, e retto nel modo più degno, all’aggressione. La grammatica delle relazioni famigliari è più istruttiva ed efficace di qualsiasi prontuario politicamente corretto delle buone maniere. Qualcuno ha intenzione di sostenere politicamente ed economicamente questo rovesciamento di prospettiva, nell’interesse delle giovani generazioni e della comunità tutta?

E la Chiesa? La Chiesa sapeva già da tempo che la parrocchia (Dio la benedica sempre) non è certamente più in grado di contenere neppure tutti i suoi figli battezzati: né tutti i credenti o tutti i lontani e gli estranei che il Signore chiamerebbe. L’opportunità di trarre dal segno apocalittico, che ha fermato il mondo per una buona "mezz’ora" (Apocalisse 8, 1), un cambio di passo ormai quasi obbligato, apre il verso per un tempo favorevole. Deve essere voluto, naturalmente. La piccola comunità eucaristica, ritrovata in termini di "rappresentanza" e "intercessione" di un più vasto popolo che Dio ama, ridiventerà segno irradiante – letteralmente: per noi e per tutti – di una nuova cultura del regno che Dio va costruendo fra tutte le genti, senza eccezione di persona. E non appena lo Spirito darà il segnale, tutti fuori, per il piacere di vederla crescere.









Sabato, 30 Maggio 2020

Medici, infermieri, volontari, ma anche sopravvissuti al Covid, familiari che hanno visto morire un parente per la malattia e anche tre mamme che hanno messo al mondo un bimbo durante l’emergenza sanitaria. Sono alcuni dei testimoni del “tempo della pandemia” che questo pomeriggio hanno accompagnato il Rosario presieduto da papa Francesco nella Grotta di Lourdes dei Giardini Vaticani. Un appuntamento straordinario a conclusione del mese mariano di maggio per chiedere l’intercessione della Madre di Dio in mezzo alla pandemia. La preghiera è inizita alle 17.30 e ha coinvolto i santuari di tutto mondo che a causa del coronavirus hanno dovuto interrompere le loro attività. In diretta e in mondovisione sono stati collegati i santuari più grandi dei cinque continenti tra cui Lourdes, Fatima, Lujan, Milagro, Guadalupe e per quanto riguarda l’Italia San Giovanni Rotondo e Pompei. Ma l’invito è naturalmente stato rivolto a tutti. Meditati i Misteri gloriosi. Si sono alternati nella recita delle decine un medico e un’infermiera, a nome di tutto il personale in prima linea; una persona guarita dal virus e una che ha perso un familiare, per indicare quanti sono stati toccati dalla sofferenza. Poi un sacerdote, cappellano ospedaliero, e di una suora infermiera per ricordare i preti e i consacrati vicini ai pazienti. Quindi una farmacista e una giornalista per richiamare il servizio in favore degli altri. E ancora un membro della protezione civile con la sua famiglia. L’iniziativa è stata promossa dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. (G.G.)

«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio» è una delle due preghiere scritte da papa Francesco e indicate per accompagnare la recita del Rosario in questo mese di maggio. Con questa preghiera si concluderà oggi pomeriggio il Rosario che il Pontefice guiderà dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani in collegamento con i santuari mariani del mondo.

Una scelta singolare, secondo il domenicano e mariologo padre Giuseppe Damigella, perché il Papa con uno stile «semplice, diretto, senza mediazioni e quasi francescano» si rifà in fondo «alla grande tradizione orante della Chiesa che chiede la grazia della guarigione per tutti i suoi figli». E il religioso sottolinea un particolare: «Si intravede in questa preghiera quasi un “filo rosso” con la predicazione “ordinaria” dello stesso papa Francesco a Casa Santa Marta. Nel testo, come in tante delle sue omelie pronunciate durante questo mese di maggio, emerge la preoccupazione di Francesco verso tutte quelle categorie di persone che sono state più colpite e “ferite” dalla pandemia, anche dalle conseguenze economiche della crisi sanitaria».

Il domenicano, oggi priore del convento di San Domenico a Catania e per anni docente di dogmatica presso l’Istituto teologico di Monreale e di mariologia alla Pontificia facoltà teologica di Sicilia, si sofferma su un ulteriore aspetto: «In questo breve testo affiora il tratto più personale di papa Bergoglio. Ci sono i riferimenti alla pandemia attuale e i richiami a malati, medici, famiglie. Poi il Pontefice ricorda anche i morti a causa del Covid-19. Sullo sfondo sono chiari i riferimenti a due antiche invocazioni mariane: il Sub tuum praesidium e il Salve Regina».

Padre Damigella, che condivide con un suo illustre confratello il Beato Angelico la passione per la pittura «senza raggiungere – ammette sorridendo – le stesse vette di perfezione», coglie un altro dettaglio sull’appuntamento di questo pomeriggio: la scelta del Vescovo di Roma di sostare in preghiera di fronte alla Grotta di Lourdes in Vaticano.

«Tutto questo ci riporta in fondo a un’altra verità di fede: che il Rosario stesso è una preghiera voluta dalla Madonna. Basti pensare ad alcune delle più importanti apparizioni riconosciute dalla Chiesa, quelle di Lourdes e di Fatima, dove la Vergine si mostra in un contesto orante con il Rosario in mano. Attraverso questo antico strumento di preghiera la Madonna ci dice che non abbandona il suo popolo e ci è accanto nei momenti di estrema difficoltà come in questa emergenza, proprio come accadde a Fatima nel 1917 durante la prima Guerra mondiale».

Lo stesso Pontefice aveva invitato – con una lettera – a recitare il Rosario «a casa e in famiglia» in questo mese di maggio indicando la proposta come via maestra «per riscoprire la bellezza» di questa preghiera. «La corona del Rosario simboleggia spesso per noi che siamo la Chiesa militante uno strumento di “soccorso” nella prova – è la riflessione finale –. Questo modo di pregare accompagna le nostre esistenze da secoli nei frangenti di maggiore disagio e di sofferenza e anche nel momento della morte. Pensiamo a come nei momenti estremi, mi viene in mente la morte di un congiunto, non solo recitiamo questa preghiera ma spesso adagiamo spesso la corona, spesso qui nel Sud Italia, tra le mani dei nostri cari. Ritengo che il Rosario con la recita dei suoi Misteri è nel suo profondo il paradigma della nostra vita fatta di gioie, di dolori e poi, speriamo, di gloria. Esso è veramente, come direbbe Joseph Ratzinger, la “culla dell’anima”».

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