domenica, 17 febbraio 2019
  Username:   Password:
Ricordami su questo PC










Ultime notizie

Sabato, 16 Febbraio 2019

Gli artisti hanno una sensibilità particolare. Sanno leggere la realtà senza filtri, colgono le note a margine di un incontro, hanno la capacità di organizzare l’archivio della memoria in modo che i ricordi restino “freschi”, come appena vissuti. Così rileggere la Gmg di Panama con Francesco Lorenzi significa gustarne di nuovo i sapori, tuffarsi un’altra volta nei colori di quasi un mese fa, sentirsi dentro la stessa energia.

Per il cantante e leader dei “The Sun”, la Giornata mondiale della gioventù è stata una «bomba vitale», una festa vera, di quelle in cui si parla anche dei problemi, il ritrovarsi insieme di ragazzi, magari molto diversi tra loro ma impegnati nel medesimo cammino. Che è comune a tutti, eppure per ciascuno differente.

«Mi ha profondamente colpito l’attenzione alle relazioni, radicata nel “popolo” giovane del Sud e del Centro America. Un rapporto con gli altri che diventa veicolo per comunicare valori come il rispetto, il calore. Me ne avevano parlato amici che vivono lì ma sperimentarlo di persona è differente. Capisci che è autentico quando, magari sul lavoro, ci sono tensioni, e “dietro le quinte” viene fuori la tua personalità reale, quel che sei davvero. Io a Panama ho provato questa attenzione agli altri sia da pellegrino, sia da professionista. Ed è stato un bell’insegnamento».

Nei giorni della Gmg, Francesco Lorenzi ha curato un “diario” quotidiano per i lettori di “Avvenire”, appunti da cui emergeva il grande calore umano sperimentato a Panama. «Un calore motivato, non epidermico e basta, che ha a che fare con l’intelligenza del cuore. Profondo». Sotto l’aspetto professionale la trasferta panameña è stata occasione per presentare il nuovo disco Espíritus de Sol contenente undici brani in spagnolo. «L’avevamo prodotto tempo addietro – spiega Lorenzi – ma aspettavamo l’occasione giusta per presentarlo. È uscito proprio all’inizio della Gmg. E questo ci ha fatto gioco perché attraverso le serate, i concerti abbiamo avuto la possibilità di essere più vicini alla maggioranza dei ragazzi che erano lì».

Dal punto di vista artistico che tipo di esperienza è stata?
Eccezionale perché ci siamo resi di come questo tipo di musica con intenti positivi, con una presenza massiccia di valori nei testi, sia percepita dalle persone, dal mercato stesso in modo diverso rispetto all’Europa, positivo. La differenza, lo stacco che purtroppo viviamo in Italia tra la nostra musica e la possibilità di trovare spazio nei media, laggiù non c’è o pare più lieve. Constatarlo è stato particolarmente utile e bello perché ci ha aperto nuove prospettive con manager, promoter, impresari che si sono fatti avanti per riportarci là quanto prima.

In Italia è diverso. Da quando i “The Sun” hanno cambiato strada, trasformandosi da seguitissima band punk rock a gruppo che canta “laicamente” la fede, molti grandi media hanno cambiato atteggiamento, mettendoli spesso in un angolo. Vi siete mai pentiti della scelta?
Sicuramente ne soffriamo perché non c’è nessuna ragione, nessuna motivazione oggettiva che giustifichi un tale ostracismo. Però purtroppo dobbiamo confrontarci con questa difficoltà. Vuol dire che la nostra è una strada in salita, che dobbiamo sempre dimostrare di essere bravi il doppio, di essere capaci il doppio, rispetto agli altri. Ma la situazione non riguarda soltanto i musicisti, i compositori, gli autori ma chiunque in campo artistico sia considerato vicino alla fede cattolica, anche i giornalisti. Viene considerato zavorra quello che per noi è il segno distintivo, in senso positivo.

Ascoltando la vostra musica, leggendo i tuoi libri si resta colpiti dall’importanza data all’amicizia, all’essere una comunità.
Non possiamo salvarci da soli. Come cerco di comunicare anche attraverso il libro nuovo I segreti della luce la fraternità dev’essere il centro della nostra vita. Perché solo attraverso un rapporto con l’altro, profondo, autentico, vero, di carità nella verità, possiamo capire autenticamente noi stessi, scoprire chi siamo. E incontrare autenticamente il Signore.

Tra i messaggi lanciati dal Papa nella Gmg ce n’è stato uno che ti ha particolarmente aiutato in questo tuo percorso di riflessione e maturazione?
Innanzitutto una domanda: per chi vivo? Non “perché” ma “per chi” vivo? Un interrogativo cui è necessario rispondere ogni giorno con la nostra vita. E poi: “Si salva solo ciò che si ama”. Riflessione che non riguarda soltanto la relazione ma anche un progetto, un lavoro, un percorso. Io mi ci ritrovo moltissimo pensando al cammino personale e di gruppo, in quello che cerchiamo di comunicare attraverso la nostra vita, non solo con le canzoni.

Proviamo a dire a un ragazzo di oggi perché è importante partecipare alla Gmg.
I motivi sono moltissimi e lo dice uno che la prima Giornata l’ha vissuta a Rio nel 2013. A prescindere dal dato di fede, se volessimo analizzare la questione solo dal punto di viste orizzontale, domandiamoci: chi ha a cuore veramente i giovani? I fatti dicono la Chiesa, solo la Chiesa. La Gmg è un’esperienza in cui si incontrano persone da tutto il mondo, si creano rapporti in un ambito valoriale, condiviso, di rispetto, di fraternità, di ascolto, di interesse, di cammino congiunto. Aspetti che inseriti in un sistema perfezionato nel tempo di catechesi, di ascolto del Papa, di musica, di cammino anche fisico creano una bomba vitale che può davvero indicare la direzione ai ragazzi facendo maturare le domande giuste, aiutando a trovare le risposte. Tanti giovani mi testimoniano come alcune delle amicizie più importanti, di legami poi diventati matrimoni siano nati in una Gmg. Sono i frutti, cioè le amicizie durature, le vocazioni, il ritrovare la volontà di portare avanti un progetto, a raccontare l’importanza di questa esperienza.





Sabato, 16 Febbraio 2019

Il Pontefice: il Signore vi sostenga nel vostro impegno quotidiano

«L’Augustinianum è stato fondato per contribuire a preservare e trasmettere la ricchezza della tradizione cattolica, soprattutto la tradizione dei Padri. Questo apporto è essenziale per la Chiesa » . E’ il passaggio centrale del discorso, carico di gratitudine e riconoscenza che il Pontefice ha rivolto ai docenti e agli studenti dell’Istituto Patristico “Augustinianum” nel 50° anniversario di fondazione dell’Istituto a Roma. A guidare la delegazione è stato il priore generale dell’Ordine di sant’Agostino che è anche moderatore dell’Istituto accademico padre Alejandro Moral Antón. Che nel suo saluto di indirizzo al Pontefice ha ricordato come questo istituto di eccellenza per gli studi patristici dedicato al vescovo di Ippona e dottore della Chiesa sia «capace di incontrare ogni uomo per annunciare in un linguaggio a lui comprensibile le meraviglie che Dio ha operato in Cristo».
Papa Bergoglio ha indicato un chiaro mandato ai docenti dell’Augustinianum quello di «essere fedeli alle vostre radici e al vostro compito; perseverare nell’impegno di comunicare i valori intellettuali, spirituali e morali che possono preparare i vostri studenti a partecipare con saggezza e responsabilità alla vita della Chiesa e ai dibattiti sulle sfide cruciali del nostro tempo». Perché «tale servizio è strettamente collegato all’evangelizzazione e contribuisce a promuovere la crescita della famiglia umana verso la sua definitiva pienezza in Dio». Papa Francesco durante l’udienza ha citato molte volte Sant’Agostino, in particolare ha rievocato un pensiero tratto dal De Doctrina Christiana: «Quanto poi a coloro che proclameranno cose ricevute da altri, preghino, prima di riceverle, per coloro da cui le riceveranno, affinché sia dato ad essi ciò che da essi vogliono ricevere, e dopo che l’hanno ricevuto, preghino affinché loro stessi possano ben proclamarlo, e perché coloro per il cui bene si proclama lo ricevano».Il Papa ha concluso con una preghiera: «Il Signore vi sostenga nel vostro impegno quotidiano di ricerca, di insegnamento e di studio».

Il mandato di Paolo VI all'Augustinianum nel 1970

Parole quelle del Pontefice pronunciate questa mattina in stretta continuità con quelle evidenziate da Paolo VI in occasione dell' inaugurazione il 4 maggio 1970 dell’Istituto che sorge non distante dal colonnato di San Pietro a Roma , quando ricordava che «il ritorno ai Padri della Chiesa fa parte di quella risalita alle origini cristiane, senza la quale non sarebbe possibile attuare il rinnovamento biblico, la riforma liturgica e la nuova ricerca teologica auspicata dal Concilio Ecumenico Vaticano II».





Sabato, 16 Febbraio 2019

“Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo”. Non ci vuole molta fede, né essere particolarmente pessimisti, per condividere il pensiero di Blaise Pascal. Basta guardarsi attorno, o, forse meglio, dentro, per capire quanto ancora siamo distanti dal desiderio di fare la volontà di Dio. Peccati se ne commettono, il problema non è questo.

La fragilità umana si fa sentire in tutta la sua pesantezza. La ferita delle origini, mai rimarginata del tutto, è sempre pronta a riaprirsi e sanguinare. Il male che tanto deprechiamo, in un modo misterioso, esercita su tutti un fascino spaventoso. La battaglia tra il bene e il male non conosce tregua. Frustate sulla schiena, sputi in pieno volto, insulti, minacce, spintoni, sberle, berleffi a Gesù e alla sua Sposa, la Chiesa, non sono mai mancati. Lui ce l’ aveva detto, ci aveva avvisati, ci aveva messi in guardia. Occorre gettarsi nella mischia con la semplicità delle colombe e la scaltrezza dei serpenti.

Davanti alle tragedie della vita, ritorna la domanda antica: «Dio dove sei?». Dopo più di venti secoli continuiamo a fare brutta figura nell’incolpare lui dei nostri peccati, delle nostre pigrizie, dei nostri vizi, dei nostri egoismi. Ci sono giorni in cui, gentilmente, lo invitiamo a farsi da parte. Ci piace camminare da soli, non siamo disposti a sopportare intrusioni. Non vogliamo essere rimproverati e nemmeno consigliati. Addirittura riusciamo a mettere a tacere alla coscienza. Quando poi ingoiamo i bocconi amari delle nostre stoltezze, come bambini torniamo a piagnucolare. E Lui sempre pronto ad allargare le braccia. Senza rinfacciarci niente. Ce l’aveva detto, ce lo ripete in continuazione.

Con Lui saremo capaci di scalare le montagne più alte, attraversare i deserti più aridi, inoltrarci nelle paludi più insidiose. Senza di lui, dopo aver mangiato il “pane degli angeli”, torneremo a bramare le ghiande dei porci. Cristo è per la Chiesa il modello da seguire. Su di Lui e sui suoi migliori amici, i santi, occorre fissare lo sguardo, senza lasciarsi distogliere da niente e da nessuno. E ricordare di essere “corpo”, cioè famiglia, cioè popolo. Cioè Chiesa, dove il mio peccato oltre al mio volto insozza anche il tuo; dove la mia pochezza svilisce la tua virtù. Chiesa nella quale avrei potuto scegliere di non entrare o, una volta entrato, uscirne. Assumendomi le mie responsabilità. Chiunque può cambiare idea, chiunque può tornare indietro, chiunque può ammettere di avere sbagliato strada.

La storia dell’ex cardinale Theodore McCarrick è di una tristezza infinita. Dimesso dallo stato clericale. A quasi 90 anni, i suoi imbrogli, la sua caparbietà, le sue ipocrisie, i suoi intrallazzi, le violenze esercitate su preti e seminaristi, gli hanno presentato il conto. Un conto spaventoso. Proviamo vergogna anche solo a parlarne. Dio abbia pietà di lui e di noi. Dio abbia pietà di chi nella Chiesa vuole essere servito e non servire.

L’abito talare, il saio, la croce pettorale, la porpora, non sono segni di potere ma di servizio. Chiunque nel vedere un prete, un frate, un vescovo ha il diritto di fermarlo, parlargli, chiedergli aiuto. Quell’uomo non appartiene più a se stesso. Quell’uomo porta in sé un mistero immenso. È Gesù che cammina sulle sue gambe, parla con la sua bocca, ti assolve con la sua voce, ti sana con le sue mani. Altezze da capogiro. Situazioni da vertigini. Chiunque deve avere la certezza che la Chiesa è la sua casa. Una casa dove si sta bene. Dove non devi difenderti, ma solo riposare. Il luogo dove non devi mostrare il passaporto. Chiunque deve sapere che per questa Chiesa, santa e peccatrice, Gesù Cristo è morto. “Che niente vada perduto”.

Occorre, adesso, con dolore, fatica, determinazione, raccogliere “ i pezzi avanzati” per non ripetere gli errori del passato. Questo nostro mondo che facilmente si smarrisce nei meandri del non senso, ha bisogno dell’acqua pura che la Chiesa di Cristo gli può offrire. Gratuitamente. Gioiosamente. Concretamente.

Le nuove generazioni hanno il diritto di ascoltare il vangelo da chi dal vangelo è stato affascinato. Il caro Charles Peguy ci ricorda che “ quando si dice che la Chiesa ha ricevuto promesse eterne, che si possono radunare in una promessa eterna, bisogna quindi rigorosamente intendere che ha ricevuto la promessa che non soccomberà mai sotto il suo invecchiamento, sotto il suo indurimento, sotto il suo irrigidimento, sotto la sua abitudine e sotto la sua memoria … E che i santi rifioriranno sempre …”. Anche oggi. Anche domani.





Sabato, 16 Febbraio 2019

L’ex cardinale statunitense Theodore Edgar McCarrick, 88 anni, è stato dimesso dallo stato clericale. Lo ha reso noto oggi un Comunicato della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Di seguito il testo: "In data 11 gennaio 2019, il Congresso della Congregazione per la Dottrina della Fede ha emanato il decreto conclusivo del processo penale a carico di Theodore Edgar McCarrick, Arcivescovo emerito di Washington, D.C., con il quale l’accusato è stato dichiarato colpevole dei seguenti delitti perpetrati da chierico: sollecitazione in Confessione e violazioni del Sesto Comandamento del Decalogo con minori e adulti, con l’aggravante dell’abuso di potere, pertanto gli è stata imposta la pena della dimissione dallo stato clericale. Il 13 febbraio 2019 la Sessione Ordinaria (Feria IV) della Congregazione per la Dottrina della Fede ha esaminato gli argomenti presentati nel ricorso del ricorrente e ha deciso di confermare il decreto del Congresso. Questa decisione è stata notificata a Theodore McCarrick in data 15 febbraio 2019. Il Santo Padre ha riconosciuto la natura definitiva, a norma di legge, di questa decisione, la quale rende il caso res iudicata, cioè non soggetta ad ulteriore ricorso".

Theodore Edgar McCarrick, 88 anni, è nato a New York il 7 luglio 1930. Ordinato sacerdote il 31 maggio 1958, venne nominato vescovo ausiliare di New York nel maggio 1977. San Giovanni Paolo II lo fece diventare vescovo di Metuchen (1981-1986), quindi arcivescovo metropolita di Newark (1986-2000) e infine arcivescovo metropolita di Washington (2000-2006), consegnandogli la berretta cardinalizia nel concistoro del 21 febbraio 2001. Attualmente risiede nel convento di St. Fidelis a Victoria, nel Kansas occidentale (diocesi di Salina). Ed è lì che gli è stato comunicato il provvedimento papale.

Di un caso sull’allora porporato statunitense si cominciò a parlare nel settembre 2017, quando l’arcidiocesi di New York girò alla Santa Sede le accuse rivolte da un uomo all’allora cardinale statunitense. L’accusatore sosteneva di essere stato abusato di lui negli anni Settanta quando era adolescente. Il Papa ordinò un’indagine previa approfondita, che venne svolta dall’arcidiocesi di New York. Gli atti furono poi mandati alla Congregazione per la Dottrina della Fede e così si giunse al giugno 2018.

McCarrick rilasciò una breve dichiarazione in cui si professava innocente e disposto a collaborare alle indagini (da allora non si conoscono più altre sue dichiarazioni). Ma il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, su indicazione di papa Francesco, ingiunse a McCarrick di non esercitare più pubblicamente il suo ministero sacerdotale. Un mese dopo, esattamente il 28 luglio dello scorso anno, Francesco accettò le dimissioni di McCarrick dal Collegio cardinalizio, ordinandogli la proibizione dell’esercizio del ministero pubblico e l’obbligo di condurre una vita di preghiera e di penitenza. Nel corso dell’indagine infatti erano emersi gravi indizi di colpevolezza.

Ma il caso era lungi dal chiudersi, specie dopo che – poco dopo la metà di agosto 2018 – un memoriale dell’ex nunzio negli Stati Uniti, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò accusò lo stesso papa Francesco di essere da tempo a conoscenza delle accuse contro McCarrick (secondo il diplomatico glielo aveva detto lui stesso) e di non aver fatto niente. Francesco, interpellato dai giornalisti sull’aereo che lo riporta a Roma dall’Irlanda, dove ha celebrato la Giornata mondiale delle famiglie, non risponde all’accusa, chiedendo agli stessi giornalisti di fare loro stessi un’attenta verifica dei fatti. Verifica che porterà all’emergere di numerose falle nella ricostruzione di Viganò.

In particolare non risulta vero che Benedetto XVI gli avrebbe ordinato di ritirarsi a vita privata. Da parte dell’attuale Pontefice emerito l’allora cardinale ricevette infatti solo delle raccomandazioni autorevoli presentate circa due anni prima della data comunicata dall’ex nunzio. Raccomandazioni che McCarrick disattese ampiamente continuando a viaggiare e a tenere conferenze.
Si arriva così al 7 ottobre quando il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi, pubblica una Lettera aperta di risposta a quelle accuse e si domanda come sia stato possibile che un uomo, di cui oggi si conosce l’incoerenza, abbia potuto giungere alla cattedra dell’arcidiocesi di Washington e a ricevere la porpora cardinalizia. Il prefetto ricorda a tal proposito le decisioni prese dai Pontefici poggiano sulle informazioni di cui si dispone in quel preciso momento e che costituiscono l’oggetto di un giudizio prudenziale che non è infallibile. Inoltre - osserva – McCarrick ha saputo difendersi con grande abilità dai dubbi sollevati a suo riguardo.

E se prima di una certa data non sono state prese le decisioni forti che sono arrivate dopo, è perché non si disponeva allora, a differenza di oggi, di prove sufficienti della sua colpevolezza. Nella sua lettera Ouellet punta anche l’indice proprio contro la falsa notizia delle “sanzioni” decretate da Benedetto XVI, che secondo l’ex nunzio sarebbero state annullate da papa Francesco. E fa notare che Bergoglio non ha avuto nulla a che fare con i diversi cambi di diocesi che lo hanno portato a diventare arcivescovo della più prestigiosa diocesi statunitense (con frequenti contatti con la Casa Bianca), partendo da ausiliare di New York. Il Papa anzi “lo ha destituito dalla sua dignità di Cardinale quando si è resa evidente un’accusa credibile di abuso sui minori”.

Da ieri Francesco è anche il primo Papa che decreta la dimissione dallo stato clericale di un ex cardinale (il prelato di più alto grado che finora sia stato mai “spretato”, come si dice con espressione imprecisa nel gergo popolaresco). Il provvedimento viene reso pubblico a pochi giorni dall’inizio di quella riunione dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo fortemente voluta dal Pontefice per affrontare la grave piaga della pedofilia sacerdotale (21-24 febbraio). E mentre cresce l’attesa, forse “eccessiva”, come lo stesso papa Francesco ha riconosciuto nella conferenza stampa sull’aereo di ritorno da Panama, la conclusione giudiziaria della dolorosa vicenda McCarrick è un segnale chiaro di quello che un comunicato della Santa Sede affermava il 6 ottobre 2018, citando una frase dello stesso Pontefice: “Seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci” (Filadelfia, 27 settembre 2015). “Sia gli abusi sia la loro copertura non possono essere più tollerati e un diverso trattamento per i Vescovi che li hanno commessi o li hanno coperti rappresenta infatti una forma di clericalismo mai più accettabile”, proseguiva quella nota. Oggi si è visto che non erano solo parole.





Sabato, 16 Febbraio 2019

«Si tratta di un omaggio del Papa al ministero spesso difficile dei preti oggi, costellato molte volte di grandi solitudini e deserti spirituali. Un dono, questo libro, che aiuterà tutti anche i laici a scoprire l’importanza della direzione spirituale e il fine alto a cui siamo tutti chiamati: intraprendere un autentico cammino di perfezione cristiana ».

Il gesuita ferrarese e vescovo ausiliare di Roma, Daniele Libanori, classe 1953, è stato uno dei principali ispiratori della riedizione del libro Compendio di teologia, ascetica e mistica del sacerdote sulpiziano francese Adolphe Tanquerey (1854-1932) – pubblicato ora in veste aggiornata dalla San Paolo – che Francesco ha voluto donare per gli auguri di Natale ai membri della Curia Romana. E fu lo stesso Pontefice, il 21 dicembre scorso, nella Sala Clementina in Vaticano, a spiegare il senso di questa “strenna natalizia”:

«Credo che è bene, magari non leggerlo tutto ma cercare nell’indice su questa virtù, su questo atteggiamento… Ci farà bene per la riforma di ognuno di noi e per la riforma della Chiesa». Parole queste – dice il vescovo Libanori, con alle spalle tanti anni di direzione spirituale all’interno della Compagnia di Gesù e di studi, tra cui un dottorato sul gesuita padovano Achille Gagliardi vissuto tra Cinque e Seicento, dedicati alla letteratura spirituale – che confermano la scelta singolare in questi 5 anni di pontificato di Bergoglio di donare testi di ascetica e mistica.

E Libanori rivela un particolare a questo proposito: «L’idea di rieditare in chiave aggiornata questo gioiello spirituale del Tanquerey nacque durante un corso di direzione spirituale che guidai tanti anni fa ad un gruppo di preti e alla presenza del cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero. Nelle mie riflessioni attinsi al manuale di Tanquerey. Tutti i miei appunti facevano riferimento a un’edizione molto consumata degli anni Venti-Trenta del Compendio. Da lì, vista la scarsità di esemplari in commercio, con il cardinale Stella sorse il proposito di rieditare questo manuale. E con l’aiuto della casa editrice San Paolo si è arrivati non solo alla pubblicazione ma si è voluto anche aggiornare tutta la bibliografia e le note storiche di accompagnamento per rendere ancora attuale questo testo che, seppur datato, rimane un classico della spiritualità cattolica quanto lo è ancora Il combattimento spirituale scritto nel Cinquecento dal teatino Lorenzo Scupoli».

Un dono dunque quello del Papa che non è una fedele copia anastatica del Tanquerey ma qualcosa di più. «Come ha suggerito lo stesso Pontefice – osserva Libanori – si possono trovare nell’indice tutte quelle voci dai vizi capitali, alla lotta contro i nemici spirituali, all’esame dei peccati gravi ma anche a tutte quelle vie che ci possono portare alla vera conoscenza di Dio». Un libro spesso consultato anche dal giovane gesuita Bergoglio. «Questo volume era un testo ancora in voga negli anni ’50. Il classico libro tascabile come le “summae” di patristica e di teologia che i preti di allora si mettevano sempre in valigia. I libri all’epoca costavano molto. E ovviamente l’allora giovane gesuita Bergoglio ha usato questo manuale per preparare delle conferenze, per avere delucidazioni su questioni nodali che toccavano il suo ministero, per fare chiarezza su tante questioni di coscienza importanti a livello anche di direzione spirituale». Un testo a giudizio di Libanori che risente di un’«impostazione molto tomista » che manca spesso di quei richiami biblici divenuti essenziali soprattutto dopo il Concilio Vaticano II.

«Come nel caso del vocabolario di greco, il “Rocci”, il Compendio del Tanquerey rimane un manuale di successo perché il suo autore ha continuato ad aggiornarlo e a curarlo nei particolari, limando di giorno in giorno gli eventuali errori, ripetizioni, rendendolo così un volume sempre agile e di gradevole lettura». Osserva ancora: «Dentro queste 800 pagine in chiave di compendio è presente il meglio della letteratura mistica spagnola, del “Siglo de oro”, del Seicento francese ma anche dei grandi autori spirituali italiani precedenti anche al Concilio di Trento». Un libro in fondo che ci riporta idealmente a un altro testo donato da papa Francesco ai membri della Curia Romana per gli auguri natalizi del 2016, Accorgimenti per curare le malattie dell’anima, scritto dal quinto generale dei gesuiti Claudio Acquaviva.

A curarlo sempre per la San Paolo anche in quel caso fu Libanori, come fece per le Edizioni Dehoniane di Bologna nel 2010, in occasione dell’anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI, per la traduzione italiana del Trattato sul sacerdozio di san Juan de Ávila. «Fu la mia una scelta singolare perché andai a cercarlo tra le fonti inedite della spiritualità ignaziana e a curare la traduzione dal latino all’italiano. Anche in questo caso si tratta di un testo ben conosciuto da Bergoglio da giovane novizio dei gesuiti. E proprio attraverso questi testi si comprende come il Papa – citando gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio – ha fatto una profonda esperienza del Signore. Qui come nel caso del Tanquerey veniamo messi in guardia da una certa rilassatezza spirituale, dai difetti morali, spirituali ma anche comunitari, inadempienze che possono compromettere una genuina vocazione religiosa. Attraverso l’indicazione di questi libri spirituali papa Bergoglio non vuole mai condannare qualcuno, o un presunto malcostume della Curia ma ci vuole indicare le mete alte di perfezione cristiana a cui tutti noi battezzati siamo in fondo chiamati».





Venerdì, 15 Febbraio 2019

Migranti, inclusione delle fasce più deboli della popolazione, chiusure domenicali. Sono questi i temi, insieme ad una panoramica sulla situazione internazionale, che hanno carat- terizzato i colloqui tra Italia e Santa Sede in occasione del consueto bilaterale celebrato per l’anniversario dei Patti Lateranensi. Il tutto in un clima positivo, come sottolineato dal cardinale Segretario dei Stato Pietro Parolin al termine dell’evento.

«È andata molto bene. – ha spiegato il più stretto collaboratore di Papa Francesco – Il clima è stato molto buono, direi di grande ascolto di quello che ha detto la Santa Sede e di quello che ha detto il governo, e di condivisione». All’incontro ospitato a Palazzo Borromeo, storica sede dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede guidata oggi da Pietro Sebastiani –, hanno partecipato da un lato i vertici della Segreteria di Stato vaticana e della Chiesa italiana - con il cardinale presidente Gualtiero Bassetti e il vescovo segretario Stefano Russo -, e dall’altro quelli dello Stato e del governo italiani, con il presidente Sergio Mattarella, il premier Giuseppe Conte, il vice Luigi Di Maio, i ministri Giovanni Tria, Marco Bussetti e Alberto Bonisoli, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti.

Insolita l’assenza del titolare dell’Interno. Matteo Salvini non si è presentato per seguire - ha spiegato - la crisi dei pastori sardi. Parolin ha riferito che nel corso di colloqui si è partiti «dal concetto, espresso dal presidente del Consiglio, di inclusione, cioè l’impegno del governo in favore dell’inclusione, soprattutto delle fasce più deboli della popolazione, e su questo tema si è elaborato molto». «Poi – ha aggiunto – si è scesi anche agli strumenti che permettono questa inclusione. Evidentemente lì ci possono essere anche delle piccole sfumature».

«Si è parlato anche del reddito di cittadinanza, più che altro presentato dal governo – ha spiegato il cardinale -: non siamo intervenuti su questo, ma nell’insieme abbiamo condiviso proprio questo impegno che è l’impegno tipico della Chiesa, e deve essere anche l’impegno di ogni autorità e del governo di essere al servizio del bene comune». Parolin ha quindi riferito che si è passati ai «temi internazionali, abbiamo fatto un po’ una carrellata su tutti i punti di crisi che sono molti nel mondo, sottolineando anche lì le coincidenze nel senso di una soluzione pacifica delle molte crisi».

«È il tema dello sviluppo dei Paesi anche dal punto di vista della migrazione – ha osservato – perché evidentemente anche le migrazioni sono state al centro dei temi che si sono discussi soprattutto nel senso dell’integrazione ». «Noi abbiamo insistito molto – ha sottolineato il Segretario di Stato vaticano perché ci siano una visione e politiche di integrazione, poi sapendo quanti altri problemi ci sono, e anche riconoscendo questo aspetto importante e cioè che il problema deve essere assunto da tutti. E questo è uno dei punti sui quali il governo italiano ha tanto insistito ed è un punto su cui anche la Santa Sede ha affermato che è un problema di tutta l’Europa».

Riguardo al tema delle chiusure domenicali degli esercizi commerciali Parolin ha spiegato che è stata ribadita «quella che è sempre stata la posizione del Santo Padre e del cardinale presidente della Cei, cioè noi vogliamo che sia salvaguardato il senso della domenica ma che sia salvaguardato soprattutto a favore delle persone e delle famiglie». «Poi abbiamo sentito che ci sono anche problemi di lavoro – ha aggiunto – , da parte del governo abbiamo sentito grande attenzione e hanno espresso anche misure in quel senso». Rispondendo ad una domanda su un suo incontro con Di Maio di cui ieri ha scritto Il Messaggero Parolin ha detto: «Sì, lo avevo incontrato, è pubblica la cosa, l’incontro non era segreto, era discreto». © RIPRODUZIONE RISERVATA IL BILATERALE





Giovedì, 14 Febbraio 2019

Il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha incontrato due vittime, di cui una minorenne, di abusi compiuti da sacerdoti. "Nell'ascoltare il dolore di queste persone - confida Bassetti - mi sono confermato sul percorso di plagio e, quindi, di abuso di potere che soggiace e prepara quello a carattere sessuale. Una volta di più siamo chiamati a essere rigorosi nella selezione dei candidati al ministero, avvalendoci dell'apporto delle scienze umane: meglio avere meno preti e religiosi, che rischiare la vita di un minore".
Inoltre nella stessa riunione di venerdì scorso la presidenza della Conferenza episcopale italiana ha nominato per un quinquennio i membri del Consiglio di Presidenza del Servizio Nazionale per la tutela dei minori: Emanuela Vinai (coordinatrice), Carlo Acquaviva, Amedeo Cencini, Anna Deodato, Gianluca Marchetti, Luigi Sabbarese, Gottfried Ugolini.

Presieduto da monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, il Consiglio sarà integrato con altri membri e affiancato da una Consulta. Istituito lo scorso novembre presso la Segreteria Generale della Cei e dotato di apposito Regolamento, il servizio è chiamato a offrire alla Conferenza stessa, alle Chiese particolari, agli Istituti di Vita Consacrata e alle Società di Vita Apostolica, alle Associazioni e alle altre realtà ecclesiali un supporto per quanto attiene alla tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.
Tra i primi compiti, al Servizio sono affidate la promozione e l’accompagnamento delle attività di prevenzione e formazione a livello territoriale.

A tale scopo, è stato chiesto a ogni Conferenza episcopale regionale di incaricare un vescovo: a quest’ultimo spetta accompagnare la costituzione dei servizi regionali e interdiocesano, a partire dalla sollecitazione ai vescovi del territorio per l’individuazione di validi referenti diocesani. Nella loro scelta si è sensibilizzata soprattutto la rete dei Consultori familiari, al fine di valorizzare esperienze e competenze, che saranno ulteriormente approfondite con appositi corsi di formazione.

Il regolamento del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili nella Chiesa





Giovedì, 14 Febbraio 2019

Il Papa ha nominato camerlengo il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Farrell, 71 anni, irlandese. Succede al cardinale francese Jean Louis Tauran, scomparso lo scorso luglio dopo una lunga malattia.

Il cardinale camerlengo ha l'incarico di amministrare i beni temporali della Sede Apostolica durante la Sede Vacante - svolge questo compito con l'ausilio dei tre cardinali assistenti, dopo aver ottenuto, una volta per le questioni meno importanti, e tutte le volte per quelle più gravi, il voto del collegio dei cardinali - o mentre il Papa è assente. Alla morte del Papa deve certificare il decesso dandone poi comunicazione al cardinale vicario di Roma, al quale ufficialmente spetterà di renderla nota al popolo. Il camerlengo ritira l'anello piscatorio provvedendo che con ogni altro sigillo papale venga infranto. Appone quindi i propri sigilli agli appartamenti papali del Palazzo Apostolico Vaticano, del Laterano e e del Palazzo Pontificio di Castelgandolfo.

Il termine «camerlengo» deriva dal latino medievale «camarlingus», a sua volta derivato del franco «kamerling», che significava in pratica «addetto alla camera del sovrano». Il cardinale camerlengo è una figura sorta nel XII secolo («camerarius») quando aveva l'incarico di responsabile dell'amministrazione finanziaria della Curia e dei beni temporali della Santa Sede («camera thesauraria»).






Giovedì, 14 Febbraio 2019

Lo scorso 26 gennaio durante la Gmg di Panama, il Papa prima di recarsi al Campo San Juan Pablo II per la grande veglia con i giovani, ha incontrato un gruppo di gesuiti provenienti, oltre che dallo Stato ospitante, da altri Paesi del Centro America. In nunziatura, sede dell’appuntamento, era presente una trentina di religiosi, con cui il Papa ha dialogato per circa un’ora rispondendo ad alcune domande. Il testo integrale del colloquio viene pubblicato sul quaderno numero 4.048 di “La Civiltà Cattolica”. Tra i temi affrontati dal Pontefice, la formazione dei novizi, la vocazione dei fratelli (religiosi non sacerdoti), la cultura dell’incontro, la realtà giovanile. A seguire ampi stralci della conversazione.

Domanda. Vedendo la testimonianza che ha caratterizzato la Compagnia di Gesù nell'America centrale, che cosa pensa che possiamo apportare alla Chiesa universale?

Papa Francesco. In America voi siete stati pionieri negli anni delle lotte sociali cristiane. Siete stati pionieri. Se padre . Arrupe scrisse la Lettera su cristiani e «analisi marxista» per parlare della realtà della teologia della liberazione, è perché c’era qualche gesuita che si confondeva un po’. Non con cattive intenzioni, ma si era confuso, e a quel punto il padre ha dovuto rimettere le cose a posto. Rimetterle a fuoco. Allora chi condannava la teologia della liberazione, condannava tutti i gesuiti del Centroamerica. Ho sentito condanne terribili. E chi la accettava, accettava tutto senza fare distinzioni. In ogni modo, la storia ha aiutato a discernere e a purificare (...). A quei tempi, un giorno presi l’aereo per andare a una riunione. Partivo da Buenos Aires, ma, siccome il biglietto costava meno, feci scalo a Madrid, per poi andare a Roma. A Madrid salì a bordo un vescovo centroamericano (...). Io gli domandai della causa di Romero, e lui mi rispose: «Non se ne parla nemmeno, proprio no. Sarebbe come canonizzare il marxismo». È stato solo il preludio. Ha continuato di questo passo. Anche nell’episcopato c’erano visioni diverse, c’era pure chi condannava la linea della Compagnia. E infatti quel vescovo passò dal criticare Romero a criticare i gesuiti dell’America centrale. Ma non era certo l’unico a pensarla così. All’epoca, alcuni altri membri della gerarchia ecclesiastica erano molto vicini ai regimi di allora, erano molto «inseriti». In una riunione a Roma incontrai un provinciale, uno che veniva accusato di essere di sinistra. Lo interpellai sulla teologia della liberazione, e lui mi fece un panorama molto obiettivo, perfino critico verso alcuni gesuiti, ma mostrandomi qual era la direzione positiva; a chi vedeva tutto questo dal di fuori, invece, tutto sembrava molto, molto difficile da accettare. L’idea era che canonizzare Romero fosse impossibile perché quell’uomo non era neppure cri- stiano, era marxista! E quindi lo attaccavano. In quella tempesta c’erano anche dei semi buoni. Alcuni hanno esagerato, sì, ma poi sono tornati. Ci sono sempre state esagerazioni. Qualcuno le ha dette più grosse di altri, è vero, ma la sostanza era diversa. Voi siete stati nel pieno di quella rivolta. E sarebbe bene che rileggeste la storia di quegli uomini. C’erano persone come Rutilio, che non si è mai sbandato, e ha fatto tutto quello che doveva fare. Dal punto di vista ideologico, egli non si è mai smarrito, e invece c’era qualcun altro che da quelle parti un po’ si smarriva, perché era innamorato della filosofia di un certo autore e su quella base rileggeva e interpretava i fatti. Ma sono cose umane, comprensibili in circostanze difficili. Le dittature che avete avuto voi in Centroamerica erano del terrore. L’importante è non farsi sopraffare dall’ideologia né da un lato né dall’altro, e nemmeno dalla peggiore di tutte, che è l’ideologia asettica. «Non impicciarti»: questa è l’ideologia peggiore. Era l’atteggiamento di quel vescovo incontrato in aereo, che era un asettico. Arrupe su questo era molto chiaro nel discernimento che faceva. Difendeva tutti, ma poi correggeva ciascuno in privato su ciò che doveva correggere, se doveva correggere qualcosa (...). E oggi noi vecchi ridiamo per quanto ci eravamo preoccupati riguardo alla teologia della liberazione. Quello che allora mancava era la comunicazione all’esterno di come le cose stavano per davvero. C’erano molti modi di interpretarla. Certo, alcuni sono scaduti nell’analisi marxista. Ma vi racconto una cosa divertente: il grande perseguitato, Gustavo Gutiérrez, il peruviano, ha concelebrato la Messa con me e con l’allora prefetto della Dottrina della Fede, il card. Müller. Ed è successo perché proprio Müller me lo portò come suo amico. Se qualcuno a quell’epoca avesse detto che un giorno il prefetto della Dottrina della Fede avrebbe portato Gutiérrez a concelebrare con il Papa, lo avrebbero preso per ubriaco. La storia è maestra della vita. Si va imparando(...). Ricorrere alla storia per capire le situazioni. Senza condannare le persone e senza santificarle in anticipo (...).

Ho una domanda sull'inculturazione riguardo ai popoli della nostra America. Ne parlo in prima persona, perché appartengo alla cultura maya. Che cosa pensa di quei preti e vescovi diocesani che cercano di omologare i giovani già dai primi momenti della formazione? In pratica, purtroppo, formare diventa come offuscare, e l’identità viene coperta. Che ne pensa di quei preti che non si sentono più in sintonia con il popolo dal quale sono usciti?

Mia nonna teneva molto alla catechesi. Ci spiegava che nella vita dovevamo essere umili e non dimenticarci che eravamo nati in una famiglia umile. Lei, che era del Nord Italia, ci raccontava di una famiglia che in un paese italiano aveva mandato un figlio a studiare all’università (...). Si trattava di una famiglia di contadini. Il figlio non tornò finché non si laureò (...). E una volta a casa, cominciò a domandare al padre: «Come si chiama quell’attrezzo? E come si chiama quell’altro?». «Questa è la pala, figlio mio». «Ah, la pala. E quell’altro attrezzo come si chiama?». «Il martello ». «Ah, il martello». Era cresciuto là, ma non ricordava niente. «E quest’altro attrezzo come si chiama?». E il padre glielo diceva. C’era anche un rastrello. E il figlio, distrattamente, lo calpestò. Il rastrello ruotò e lo colpì in testa. E lui esclamò: «Accidenti al rastrello!». [ Qui il Papa imita il gesto, provocando l’ilarità generale]. Chi si dimentica della sua cultura ha proprio bisogno di una rastrellata in faccia. È terribile quando la consacrazione a Dio ci rende snob, ci fa salire di categoria sociale verso una che ci sembra più educata della nostra. Ciascuno deve conservare la cultura da cui proviene, perché la santità che vuole raggiungere si deve basare su quella cultura, non su un’altra (...). L’altro giorno padre Lombardi mi diceva che stava lavorando alla causa di beatificazione di Matteo Ricci e mi parlava dell’importanza della sua amicizia con Xu Guangqi, il laico cinese che lo accompagnava e che restò laico e cinese, santificandosi da cinese e non da italiano com’era Ricci. Questo è mantenere la propria cultura. Oggi ho pranzato con i giovani. Venivano da tutte le parti (...). E c’era una ragazza centroamericana, indigena, che aveva voluto truccarsi secondo le sue tradizioni. Una persona «illuminata», vedendola così, avrebbe forse detto con ironia: ecco la «piccola india», tutta pitturata! Ecco, quando la «piccola india» ha parlato, ha dato una bella batosta a quelli che non rispettano la madre terra. Quella ragazza ha parlato, a partire dalla sua cultura, con una tale capacità intellettuale che alla fine, quando quelli della Sala Stampa mi hanno chiesto chi potevano portare per le interviste, ho risposto: portate chi volete, ma lei portatela di sicuro (...). Quella ragazza, militante, cattolica, credo insegnante di professione, non aveva perduto la sua cultura, l’aveva fatta crescere! Quindi, ecco quello che voglio dire: dobbiamo inculturarci fino alla fine (...).

Dopo un’ora di incontro i responsabili del viaggio avvisano il Papa che è tempo di andare. Il Papa dice di fare altre due brevi domande. Ecco la prima: da gesuiti che atteggiamento dobbiamo avere verso la politica?

Oggi a pranzo mi ha fatto la stessa domanda una ragazza del Nicaragua. La dottrina sociale della Chiesa è limpida ed è diventata sempre più esplicita attraverso diversi pontificati. Su questo l’Evangelii gaudium è chiarissima. Inoltre, anche il Vangelo è un’espressione politica, perché tende alla polis, alla società, a ogni persona e alla società, a ogni persona in quanto appartiene alla società. È vero che la parola «politica» è a volte persino disprezzata e intesa soltanto come logica della parte, settarismo politico, con tutto ciò che questo comporta in America Latina quanto a corruzione politica, sicari della politica e via dicendo. L’impegno politico per un religioso non significa militare in un partito politico. È chiaro che bisogna esprimere il proprio voto, ma il compito è quello di stare sopra le parti. Però non come chi se ne lava le mani, bensì come uno che accompagna le parti perché giungano a una maturazione, apportando il punto di vista della dottrina cristiana. In America Latina non sempre c’è stata maturità politica. Approfitto della domanda per citare alcuni problemi che per me hanno rilevanza politica. Il primo è quello della nuova colonizzazione. La colonizzazione non è solo quella che avvenne quando arrivarono gli spagnoli e i portoghesi che presero possesso delle terre. Questa è una colonizzazione fisica. Oggi le colonizzazioni ideologiche e culturali sono di moda, sono quelle che stanno dominando il mondo. In politica voi dovete analizzare bene quali sono oggi le colonizzazioni a cui sono sottoposti i nostri popoli. Il secondo è quello della nostra crudeltà. L’ho detto a un politico europeo, che mi ha risposto: «Padre, l’umanità è sempre stata così, soltanto che ora con i media ce ne accorgiamo di più». Può darsi che abbia ragione. Ma la crudeltà è terribile. Si inventano persino le torture più raffinate, si degrada l’umano. Ci stiamo abituando alla crudeltà. Il terzo riguarda la giustizia ed è la pena senza speranza. Ieri ero felice quando ho lasciato l’Istituto dei minori, perché ho visto tutto il lavoro che fanno lì per ricostruire la vita di persone, ragazzi, ragazze molto degradati dai delitti, per reinserirli. Ma la cultura della giustizia aperta alla speranza non è ancora ben radicata.





Giovedì, 14 Febbraio 2019

Coloro che testimoniano l'amore vero mettono in gioco tutto di se stessi, anche la propria vita, perché amare significa donarsi. Questa testimonianza è contenuta nella storia di ogni martire della Chiesa: anche in quella di san Valentino, al quale è affidata la protezione degli innamorati e dei fidanzati.

Non è chiaro il motivo di questo patronato, ma di certo esso offre l'occasione di riflettere sulla necessità di riscoprire lo sguardo di Dio negli occhi di chi ci ama. Il martirio di san Valentino, che fu tra i primi vescovi di Terni, si colloca tra il III e il IV secolo ed è descritto in alcuni documenti del V e dell'VIII secolo. Fu catturato per aver convertito, grazie a segni prodigiosi, alcuni personaggi "in vista" della Roma pagana. Venne poi torturato e decapitato nella notte; il corpo fu recuperato dai discepoli Proculo, Efebo e Apollonio, che per questo vennero martirizzati a loro volta.

Altri santi. San Nostriano di Napoli, vescovo (V sec.); santi Cirillo e Metodio, patroni d'Europa (IX sec.).
Letture. At 13,46-49; Sal 116; Lc 10,1-9.
Ambrosiano. Is 52,7-10; Sal 95; 1Cor 9,16-23; Mc 16,15-20.





Giovedì, 14 Febbraio 2019

Quante parole d’amore a san Valentino. Ma di che amore si tratta? Difficile distinguere quelle che esprimono bellezza e verità nello tsunami del tenerume commerciale che oggi finirà per ricoprire gli aspetti più fondativi del rapporto di coppia. È questo l’amore a cui vogliamo educare i nostri ragazzi? La Chiesa non si stanca di indicare l’obiettivo di un’antropologia fondata sul valore della differenza, del rispetto, della reciprocità, sul dono, sull’armonia tra corpo e spirito. «Ma – si chiede il Papa in Amoris laetitia (n.284) – chi parla oggi di queste cose? Chi è capace di prendere sul serio i giovani? Chi li aiuta a prepararsi seriamente per un amore grande e generoso? Si prende troppo alla leggera l’educazione sessuale». Poi, il mese scorso, di ritorno dalla Gmg di Panama, è tornato a spiegare l’urgenza di un approccio sano e non ideologico all’educazione sessuale. Di educazione sessuale aveva parlato ampiamente il Documento finale del Sinodo sui giovani, auspicando «una parola chiara, libera, autentica» perché nell’attuale contesto culturale, avevano ammesso i vescovi, «la Chiesa fatica a trasmettere la bellezza della corporeità e della sessualità». E avevano sollecitato una più approfondita «elaborazione antropologica, teologica e pastorale» su alcune questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità. Una complessa riflessione da avviare in modo coraggioso quindi, approfondendo nella logica della conversione pastorale chiesta da Francesco il senso dell’impegno oggi già profuso su questo aspetto in tante comunità. Va in questa logica per esempio il corso di Alta formazione organizzato dall’Ufficio famiglia della Cei. «Dopo l’esperienza positiva della prima edizione che abbiamo tenuto nel 2018 – spiega il direttore dell’Ufficio nazionale, don Paolo Gentili – il nuovo anno del corso di alta formazione nel luglio di quest’anno affronterà anche i temi della sessualità di coppia, in particolare la dimensione erotica dell’amore di cui si parla in Amoris laetitia (n.150-151-152)». Si tratta di un corso pensato per i formatori che, per questo particolare aspetto, «punta a fare chiarezza – prosegue don Gentili – sul rapporto tra amore e corpo, depurandolo da tutte le fobie del passato».

Non si tratta naturalmente di un’esperienza isolata per quanto riguarda l’educazione all’affettività e alla sessualità. A livello locale esiste una miriade di proposte legate a diocesi, associazioni, consultori. L’Ufficio per la pastorale della famiglia di Torino, in collaborazione con pastorale giovanile e vocazionale, ha varato “Amori in corso”, pensato per i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che vogliono mettersi in gioco per affrontare alcune tematiche importanti e per regalarsi un po’ di tempo per confrontarsi, scoprirsi, “allenarsi ad amare”. «In un contesto in cui di sessualità di parla troppo e quasi sempre in modo banale, come occasione di divertimento, di svago, la proposta – spiega Ileana Carando, psicologa, psicoterapeuta, consulente sessuologa che con il marito Luca è responsabile dell’Ufficio famiglia – punta a non lasciare i giovani da soli, in balia della rete o del sentito dire. Se non diciamo niente ai nostri figli, arriva solo il messaggio che imbruttisce la sessualità». Si intitola invece “Educare alla sessualità, gustare l’amore”, un altro progetto diocesano per formatori di secondo livello che sarà sperimentato la parrocchia Gesù Redentore (zona Mirafiori Nord).

Altra iniziativa interessante quella avviata nell’arcidiocesi di Milano da Rosangela Carù, Luisa Santoro, Luisa Neri, tre professioniste dell’educazione. Dopo vent’anni di impegno su vari fronti nel 2017 hanno deciso di mettere insieme le forze per creare un’associazione, “Educamando”, dedicata all’ambito vasto e complesso dell’educazione all’amore. «Il nostro punto di partenza – racconta Luisa Santoro – è il valore del personalismo, unità di corpo, sentimenti, relazione». I corsi di “Educamando” si rivolgono sia alla scuola primaria con uno spaccato sulla prevenzione alla pedofilia, ma anche ai ragazzi della scuola secondaria. «Qui l’educazione all’affettività si sposa con l’educazione al digitale, che comprende sia l’educazione al rispetto per se stessi e per l’altra persona, sia informazioni sul sexting». Le esperte di “Educamando” hanno anche elaborato proposte per le giovani coppie che non si sposano. «A questi ragazzi non pensa nessuno. Quando riusciamo ad avviare questi corsi, i giovani ci credono, si lasciano coinvolgere, riflettono sul significato del loro amore. Purtroppo le opportunità formative sono poche. Eppure crediamo che, a parte parrocchie e oratori, anche i Comuni dovrebbero essere interessati a formare persone esperte nel far famiglia, che vuol dire buone relazioni e convivenza civile».

I progetti

A TORINO «AMORI IN CORSO». È una delle iniziative messe in campo dall’Ufficio famiglia della diocesi di Torino, rivolto alle giovani coppie tra i 18 e i 25 anni. Innamorati “cotti” ma non ancora fidanzati, comunque lontani dall’idea di frequentare un corso di preparazione al matrimonio. Info: famiglia@diocesi.torino.it

A MILANO «BODY4LOVE». È uno dei volumetti promossi dalle esperte dell’associazione messa in piedi da tre pedagogiste in diocesi di Milano. Offre percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità per gli alunni delle scuole primarie e secondarie. Ma anche per giovani coppie e per formatori. Info: formazione@educamando.it





Venerdì, 15 Febbraio 2019

Il parroco architetto diventa vescovo. Don Marco Salvi, sacerdote della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e progettista di alcune chiese, sarà il nuovo ausiliare di Perugia-Città della Pieve e quindi “primo collaboratore” del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, che guida la Chiesa del capoluogo umbro. L’annuncio è stato dato questa mattina a mezzogiorno, in contemporanea con la Sala Stampa vaticana, a Perugia dallo stesso Bassetti e ad Arezzo dall’arcivescovo Riccardo Fontana durante la festa della Madonna del Conforto, il più sentito appuntamento religioso nella diocesi toscana che si tiene il 15 febbraio di ogni anno.

Don Salvi, a cui è stata assegnata la sede titolare di Termini Imerese, subentrerà, dopo la sua ordinazione episcopale che avverrà domenica 31 marzo nella cattedrale di Arezzo, al vescovo Paolo Giulietti nominato arcivescovo di Lucca lo scorso 19 gennaio. Sul cammino di entrambi i presuli veglia l’apostolo Bartolomeo, distintosi per la sua vita missionaria, titolare delle chiese parrocchiali dove hanno svolto il loro ministero sacerdotale prima di ricevere la nomina a vescovo ausiliare di Perugia-Città della Pieve. Monsignor Giulietti è stato parroco di San Bartolomeo in Ponte San Giovanni, dove attualmente è amministratore parrocchiale.

Il cardinale Gualtiero Bassetti, informato dal nunzio apostolico l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig della nomina di don Salvi a suo vescovo ausiliare, ha espresso gratitudine a papa Francesco, che, dopo la recente nomina di Giulietti ad arcivescovo di Lucca, ha provveduto con sollecitudine ad inviare a Perugia un vescovo ausiliare in aiuto al suo ministero episcopale svolto sia a livello diocesano che al servizio della Conferenza episcopale italiana. Gratitudine è stata espressa dal cardinale anche alla Chiesa di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e al suo Pastore, l’arcivescovo Riccardo Fontana, per aver donato questo figlio alla Chiesa di Perugia-Città della Pieve. Vivi ringraziamenti sono stati espressi dallo stesso cardinale a don Salvi per aver accettato questa nomina, di cui ha avuto modo di apprezzare le doti umane e sacerdotali durante il suo episcopato aretino.

Don Marco Salvi, 64 anni, è ben conosciuto dal cardinale Bassetti che per un decennio ha guidato la Chiesa di Arezzo-Cortona-Sansepolcro di cui il suo futuro ausiliare è originario. Nato il 4 aprile 1954 a Sansepolcro, don Salvi è stato ordinato sacerdote il 27 maggio 1983 nella Cattedrale di Sansepolcro dal vescovo Giovanni Telesforo Cioli. Ha celebrato la sua prima Messa nella chiesa di San Giuseppe, sua parrocchia. Precedentemente si era già laureato nel 1979 in architettura all’Università degli Studi di Firenze con il massimo dei voti e la lode. Ed è stato durante gli anni dell’università che si è avvicinato al movimento di Comunione e Liberazione con cui continua una significativa esperienza.

Entrato nel Seminario vescovile di Arezzo, ha continuato i suoi studi a Firenze e li ha conclusi con il baccalaureato in teologia e il diploma della Pontificia Università Gregoriana di Roma ottenendo la “Magna cum laude”. Il suo primo incarico è stato quello di cappellano di don Pietro Pilotti per due anni nella parrocchia di San Giuseppe alle Forche a Sansepolcro. Poi è arrivata la nomina a parroco di Tavernelle di Anghiari e altre piccole frazioni. Nel 1991 il vescovo Giovanni D’Ascenzi lo ha nominato rettore del Santuario diocesano della Madonna del Carmine ad Anghiari. Dal 1985 al 1995 ha insegnato nei licei statali della zona. Il vescovo Flavio Roberto Carraro nel 1997 lo ha nominato presidente dell’Istituto diocesano sostentamento del clero, un incarico confermato nel quinquennio successivo dal vescovo Bassetti. Ed è stato Bassetti a volerlo nel 1999 parroco della parrocchia di San Bartolomeo ad Anghiari che ancora guida. È anche membro del consiglio di amministrazione della Banca di Credito Cooperativo di Anghiari-Stia.





Mercoledì, 13 Febbraio 2019

Fare le piccole cose della vita di tutti i giorni bene e coscienziosamente senza puntare a nulla di eccezionale o esagerato. Questa la santità secondo John Henry Newman, il cardinale inglese che presto sarà santo. «Il grande teologo scrisse due paginette su questo argomento in un volume curato da don William Neville, il cappellano che lo assistette mentre moriva», spiega Roderick Strange, grande esperto di Newman, al quale ha dedicato tre libri, A mind alive (“Una mente viva”), Newman and the Gospel of Christ (“Newman e il Vangelo di Cristo”) e John Henry Newman. A portrait in letters (“John Henry Newman. Un ritratto in lettere”).

«Il suo approccio alla santità ha anticipato la piccola via di santa Teresa di Lisieux – dice don Strange –. E questo santo così inglese non puntava certo alla fama e avrebbe sorriso della decisione della Chiesa cattolica di canonizzarlo». «Non ho nulla del santo», scriveva Newman nel 1850, cinque anni dopo essere diventato cattolico, a una donna che suggeriva la possibilità che venisse contato tra i grandi della Chiesa.


Come avrebbe reagito Newman al riconoscimento del miracolo che lo porterà ad essere proclamato santo?
L'idea l’avrebbe confuso e sorpreso e, nello stesso tempo, anche divertito. Certo, lavorava duramente per avvicinarsi alla perfezione indicata dal Signore. Come tutti i veri santi era profondamente consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze e anche delle cose che sbagliava.


Come era Newman?
Riservato, sobrio, modesto. John Henry Newman è il santo inglese per eccellenza. Non a caso è il primo, in quasi cinque secoli, ad essere elevato all’onore degli altari dopo i martiri del sedicesimo e diciassettesimo secolo. Per trovarne un altro, prima di lui, dobbiamo risalire a san Tommaso Moro, John Fisher e alle centinaia di altri che hanno sacrificato la vita per mantenere la fiammella della fede cattolica accesa durante la riforma di Enrico VIII.


Perché un santo inglese dopo così tanto tempo?
Papa Francesco promuove l’idea che ci sono modi diversi di essere cattolici in diversi Paesi e regioni. Non c’è dubbio che il modo di essere cattolico di Newman era strettamente intrecciato con il suo essere inglese.


Perché Newman venne accusato di non essere un vero cattolico una volta entrato a far parte della Chiesa di Roma?
Perché era molto aperto nel suo modo di vivere il cristianesimo rispetto ad altri anglicani diventati cattolici nello stesso periodo. Frederick Faber, per esempio, il fondatore del “Brompton Oratory”, ancora oggi una delle chiese più famose di Londra, amava le devozioni italiane e cercava di importarle in Inghilterra. Nell’Ottocento i cattolici venivano guardati con diffidenza e si parlava della «missione italiana in Inghilterra», ovvero del tentativo dei fedeli di Roma di trasformare gli inglesi in italiani nel loro modo di professare il cristianesimo. Non era questo l’approccio di Newman che cercava sempre di risalire ai padri della Chiesa ovvero a quelle che riteneva le fonti vere del cristianesimo.


Che cosa lo distingueva dagli altri anglicani diventati cattolici a metà 1800?
Federick Faber e anche il cardinale Henry Edward Manning erano degli appassionati difensori del potere temporale del Papa. Al futuro santo Newman gli aspetti politici del cattolicesimo non interessavano. Un esempio fra tanti. Mentre i vescovi inglesi pensavano che i cattolici dovessero frequentare università gestite dalla Chiesa, Newman era convinto che dovessero andare nelle università statali e studiare insieme a chi non credeva. Era molto pratico e sapeva che l’unica possibilità concreta che avevano di assicurarsi un'istruzione universitaria era frequentare gli atenei che già esistevano. Newman diceva anche che le università pubbliche non potevano essere ambienti più corrotti di un esercito o del mondo degli affari, ambienti che i cattolici potevano frequentare. Per queste sue opinioni veniva considerato con sospetto, anche se la Chiesa di Roma, ufficialmente, non aveva ancora preso posizione sulla questione delle università.


È possibile immaginare Newman come un patrono dell’ecumenismo e pensare che la Chiesa cattolica e quella anglicana siano oggi più vicine?
Non c’è dubbio. Spero che la Chiesa d’Inghilterra possa riconoscere che quello che Newman ha portato alla Chiesa cattolica faceva parte della sua identità anglicana. Il grande teologo è sempre stato molto coerente. Era giunto alla conclusione che, per essere un vero seguace di Cristo, bisognasse appartenere alla Chiesa cattolica ma era anche persuaso che una grande parte di quello in cui credeva fosse compatibile con le sue radici anglicane. È significativo che, una volta diventato cattolico, abbia ripubblicato i suoi sermoni anglicani senza modificarli. Penso che molti anglicani vedano Newman come un vero ponte tra le due Chiese. Qualcuno che ha portato nella Chiesa di Roma una sensibilità tutta inglese, dimostrando come sia possibile essere inglesi e cattolici allo stesso tempo.





Mercoledì, 13 Febbraio 2019

Due nuovi santi per la Chiesa. A cui si aggiungono un nuovo beato e cinque nuovi venerabili (di cui due italiani). Papa Francesco ricevendo ieri in udienza il cardinale Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha autorizzato la promulgazione di una serie di decreti del dicastero vaticano che arricchiscono il grande libro della santità. Uno decreto riconosce il miracolo attribuito all’intercessione di John Henry Newman (1801-1890), il cardinale inglese "grande convertito", anticipatore del rapporto fra fede e ragione e di numerosi temi del Concilio Vaticano II (fra cui la valorizzazione del laicato, la sfida educativa e il dialogo ecumenico) che è stato anche scrittore e poeta: così il fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra diventerà santo. Lo aveva beatificato Benedetto XVI nel 2010 durante il suo viaggio apostolico nel Regno Unito che aveva incentrato l'omelia sul motto del futuro santo Cor ad cor loquitur (“Il cuore parla al cuore”).


LO STUDIOSO: «NEWMAN? UN PONTE FRA LA CHIESA DI ROMA E GLI ANGLICANI»

E sarà santa anche la religiosa indiana Mariam Thresia Chiramel Mankidiyan (1876-1926), fondatrice della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, che si vede riconoscere un miracolo attribuito alla sua intercessione. Nata nel 1876 nello Stato indiano del Kerala, si impegnò sin da giovane in parrocchia a servizio degli ultimi. Dedita alla vita eremitica caratterizzata dall’austerità delle sue penitenze, ha voluto una famiglia religiosa impegnata sul fronte dell’aiuto alle giovani e ai bisognosi che cercasse Cristo nei più poveri e nei più emarginati. È morta 50enne ed è beata dal 2000, seconda consacrata del suo Paese a essere elevata agli onori degli altari.


Sarà beato il gesuita ecuadoriano Víctor Emilio Moscoso Cárdenas (1846-1897) di cui viene riconosciuto il martirio. È stato ucciso durante la Rivoluzione liberale che aveva investito il Paese latinoamericano. Rettore del collegio di San Felipe a Riobamba, era stato più volte minacciato ma si era sempre rifiutato di ritirarsi a vita privata. Il 4 maggio 1897 un commando liberale aveva fatto irruzione nel collegio profanando anche l’Eucaristia. Poi nel mirino dei soldati era finito padre Moscoso che è stato assassinato "in odio alla fede" nella sua stanza mentre recitava il Rosario. Per coprire l’omicidio era stato messo in mano al religioso un fucile così da mostrare che era caduto in combattimento. «Una totale falsità visto il carattere mite di padre Moscoso», racconta il postulatore generale della Compagnia di Gesù, padre Pascual Cebollada Silvestre.


Diventano venerabili il cardinale ungherese József Mindszenty, già arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria, nato a Csehimindszent (Ungheria) il 29 marzo 1892 e morto a Vienna (Austria) il 6 maggio 1975; il sacerdote bresciano Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia, nato a Vestone il 24 gennaio 1880 e morto a Brescia il 12 dicembre 1939; il gesuita spagnolo Emanuele García Nieto, nato a Macotera il 5 aprile 1894 e morto a Comillas il 13 aprile 1974; la religiosa toscana Serafina Formai (al secolo Letizia), fondatrice della Congregazione delle Suore Missionarie del Lieto Messaggio, nata a Casola Lunigiana il 28 agosto 1876 e morta a Pontremoli il 1° giugno 1954; e la religiosa colombiana Maria Berenice Duque Hencker (al secolo Anna Giulia), fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Annunziazione, nata a Salamina il 14 agosto 1898 e morta a Medellín il 25 luglio 1993.


Il cardinale Mindszenty è stato un perseguitato del regime comunista. Nato nella campagna ungherese, fu ordinato prete nel 1915. Nominato vescovo di Veszprém nel 1944, venne imprigionato dai nazisti. Nel 1945 fu promosso arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria. Pio XII lo creò cardinale nel 1946. Diventata l’Ungheria un Paese satellite dell’Unione Sovietica, Mindszenty si trovò ad essere considerato dai comunisti un nemico da abbattere. Nel 1948 fu prelevato in episcopio dalla polizia e arrestato. Sottoposto a torture e umiliazioni, venne picchiato per giorni e drogato. Dopo un processo-farsa, fu condannato all'ergastolo. Trascorse otto anni tra carcere e arresti domiciliari, durante i quali ebbe anche il divieto di inginocchiarsi. Nel 1956 il cardinale fu liberato dagli insorti ma si vide costretto a rifugiarsi nell’ambasciata statunitense di Budapest. Non poté partecipare ai Conclavi del 1958 e del 1963. Mindszenty si oppose alla Ostpolitik della Santa Sede, ossia al dialogo con i Paesi del Blocco dell’Est, portata avanti dal cardinale Agostino Casaroli.


Don Giovanni Battista Zuaboni è considerato l’«apostolo della famiglia» e il pioniere della pastorale familiare. Nato a Promo di Vestone, nel Bresciano, nel 1880, rimase a soli due anni orfano della madre. Entrato nel Seminario di Brescia, venne ordinato sacerdote nel 1906. Impegnato in diverse parrocchie, durante la prima Guerra mondiale fu soldato di sanità assistendo i feriti dell’ospedale militare. Nel 1918 dette inizio alla prima Scuola di preparazione delle ragazze alla famiglia: l’attuale Scuola di vita familiare. Presto l’iniziativa si sviluppò in varie parrocchie della diocesi di Brescia e fuori. Nel 1930 dette forma organica all’Opera con la fondazione dell’Istituto Pro Familia e pose le basi per la Compagnia della Sacra Famiglia, in seguito riconosciuta come istituto secolare. Studioso dei problemi sociali, don Zuaboni aveva trovato la formula di un apostolato nuovo: quello di educare all’amore vero i giovani perché formassero famiglie sane, contributo indispensabile per una società più umana e cristiana. Paolo VI ricevendo nel 1968 in udienza l’Istituto aveva esortato a «formare gli sposi di domani, che sappiano essere sempre all'altezza della loro grande missione» da cui «dipende l’integrità e la salvezza della stessa società civile, la fecondità medesima della Chiesa».


Suor Serafina Formai, religiosa della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, è stata definita il «sorriso della Lunigiana». Nata il 28 agosto 1876 a Casciana Petrosa, vicino Massa Carrara, fu battezzata con il nome di Clorinda Letizia. Devota della Vergine, entrò a 19 anni nella Congregazione delle Suore Calasanziane di Firenze, ma fu costretta a rientrare in famiglia per motivi di salute. Attenta ai problemi che toccavano la gente comune, diede inizio nel 1932 alla Congregazione delle Suore Missionarie Rurali, poi denominate Missionarie del Lieto Messaggio, che si occupano dell’apostolato presso scuole, orfanotrofi, laboratori, ospedali, opere parrocchiali, case di esercizi spirituali e dell’assistenza domiciliare agli ammalati. Il suo primo atto fu l’apertura di un asilo parrocchiale che fece nascere la «famiglia religiosa di giovani desiderose di tendere alla perfezione cristiana e all’educazione dei fanciulli/e». Da tempo ammalata, la fondatrice morì il 1° giugno 1954.





Mercoledì, 13 Febbraio 2019

Si svolgerà a Pozzomaggiore, in provincia di Sassari, sabato 15 giugno il rito di beatificazione di Edvige Carboni, fedele laica. Ad annunciare luogo e data della celebrazione è stata la postulazione della causa di beatificazione dopo il via libera del Papa e della Congregazione delle cause dei santi, il cui prefetto il cardinale Giovanni Angelo Becciu presiederà il rito. Un annuncio accolto con gioia dalla diocesi di Alghero-Bosa e dal vescovo Mauro Maria Morfino, anche perché la futura beata è nata a Pozzomaggiore il 2 maggio 1880 (morendo poi a Roma il 17 febbraio 1952).

Edvige Carboni visse nell’umiltà silenziosa arricchiti dalla preghiera assidua e dalla carità verso tutti: la famiglia, la parrocchia, i poveri, gli ammalati, i disoccupati, le spose senza dote e istituti religiosi. Fece parte della famiglia francescana a partire dal 1906. Entrò nell’intimità divina sino a essere arricchita di carismi e configurata nella sua carne a Gesù crocifisso. Era una autentica mistica. I fenomeni soprannaturali nella sua vita furono numerosissimi (bilocazioni, estasi, visioni di santi, persecuzioni diaboliche, misteriosi profumi) e culminarono quando, all’età di trent’anni circa, ricevette le stimmate mentre pregava davanti a un crocifisso ligneo regalatole dal parroco don Carta.

Gesù le chiese se voleva soffrire con Lui. Edvige accettò per suo amore ed ebbe impressi nelle mani, nel costato e nei piedi, i segni della Passione del suo Signore. Lei li custodì in segreto come un tesoro prezioso. Di lei ebbero un altissimo concetto san Luigi Orione, san Pio da Pietrelcina e il servo di Dio Padre Giovanni Battista Manzella. Attualmente è sepolta nel Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno, ma il suo corpo dovrebbe essere traslato nella chiesa parrocchiale di Pozzomaggiore dove ricevette il Battesimo. Dunque il 15 giugno sarà proclamata beata nell’ippodromo comunale di Pozzomaggiore.





Mercoledì, 13 Febbraio 2019



Con un proprio editto il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Massimo Camisasca, ha dato inizio al processo canonico «circa la vita, le virtù e la fama di santità in specie e i fatti straordinari in genere» del servo di Dio monsignor Pietro Margini, per trent’anni parroco di Sant’Ilario d’Enza (Reggio Emilia). La decisione di Camisasca è stata resa pubblica la sera dell’8 gennaio, in occasione della Messa celebrata nel 29° anniversario della nascita al cielo di monsignor Margini. Attore della causa di beatificazione e canonizzazione è il movimento Familiaris Consortio che, nato dal carisma del servo di Dio, riunisce famiglie, giovani, sacerdoti e consacrati animati dal desiderio di vivere e testimoniare la Chiesa come comunione e come «famiglia di Dio». Una figura, quella di don Margini, caratterizzata da una forte spiritualità mariana. Già prima della nascita, avvenuta a Sant’Ilario d’Enza il 5 gennaio 1917, u consacrato dalla madre perché diventasse sacerdote davanti all’immagine della Madonna del Carmelo. Il successivo 23 ricevette il Battesimo. Undicenne, Pietro maturò il desiderio di diventare sacerdote ed entrò in Seminario. Venne ordinato prete il 9 giugno 1940 dal vescovo Eduardo Brettoni.

Nell’ottobre dello stesso anno don Margini fu inviato come coadiutore nella parrocchia dei Santi Quirino e Michele di Correggio. Qui il parroco gli affidò l’incarico di direttore spirituale del Conservatorio Contarelli e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Il sacerdote iniziò così la sua opera tra i giovani, con cui trascorreva molto del suo tempo, senza risparmio nonostante la salute cagionevole. Nell’inverno tra il 1943 e il 1944 si ammalò gravemente, fu ricoverato in ospedale e i medici disperavano di salvarlo, tanto che la sera del 20 febbraio 1944 dissero che il giovane prete non avrebbe superato la notte. La mattina seguente però don Margini si riprese, completamente guarito. Disse qualche anno più tardi: «Quel che è passato in quella notte solo il Signore lo sa… ma è passata la Madonna». Nel 1946 riprese l’attività pastorale e anzi intensificò l’impegno nella scuola. Fu nominato assistente dei gruppi giovanili di Azione cattolica. Meditando l’enciclica Mystici corporis Christi di Pio XII, verso la metà degli anni ’50 propose ad alcuni giovani un ideale di una vita vissuta nella “misura alta” delle comunità dei primi cristiani. Nel 1957 a Correggio sorse così la prima piccola comunità costituita da coppie di fidanzati che presto si sarebbero sposate. Il 28 agosto 1960 don Pietro entrò come parroco a Sant’Ilario: fu l’inizio di una nuova, feconda stagione. Coinvolse sempre più i laici, affidando loro responsabilità nella pastorale e nell’educazione con la fondazione di scuole parrocchiali. La sua attività principale rimase la cura delle anime attraverso la direzione spirituale e la formazione.

Tra i suoi figli spirituali fiorirono le vocazioni: nel 1978 furono ordinati i primi sette diaconi permanenti, poi negli anni ’80 le prime ordinazioni sacerdotali, l’inizio di una lunga serie. Gli ultimi anni della sua vita furono intensi nonostante il calare delle forze: nel 1987 arrivò a predicare 33 corsi di esercizi spirituali. Nel giugno 1988 si realizzò un suo grande sogno: consacrare a Cristo per le mani di Maria, secondo l’insegnamento di san Luigi Maria Grignion de Montfort, un centinaio di famiglie. Don Margini morì il mattino dell’8 gennaio 1990.





Martedì, 12 Febbraio 2019

«Ero un parroco felicissimo, a un certo punto ho visto cambiare la mia vita». Così don Mario Galbiati spiega cosa successe quel 20 febbraio 1983, quando da parroco di Arcellasco di Erba diventa «parroco dell’etere», come lo chiamava affettuosamente il cardinale Tettamanzi. «La Mamma – racconta – mi suggerì interiormente che non dovevo trasmettere notizie terrene e materiali, perché c’erano già tanti mezzi di comunicazione che lo facevano, ma dovevo pensare alla realtà spirituale, perché l’uomo ha tanta sete di Dio, ma non sa come trovarlo, non sa come entrare in sintonia con Lui».

Il cardinale Bassetti le scrive: «È indubitabile che la Madonna, caro don Mario, ti sia particolarmente cara. La tua vita è "impregnata" della devozione filiale a Maria». Dove è nata questa sua "devozione filiale"?
In famiglia: a casa noi figli – ero l’ultimo di sette – respiravamo una vita semplice di preghiera, di carità e di amore per Gesù e per la Madonna. E poi Maria mi ha sempre seguito, in Seminario, nei primi anni come coadiutore ad Albavilla e poi come parroco ad Arcellasco

Nel 1991 si verificò quello che lei chiama «temporale umano»...
Mi ha portato via Radio Maria, che amavo tanto. Sono andato dai miei superiori e ho messo tutto nelle loro mani. A Roma il segretario della Cei monsignor Tettamanzi mi ha suggerito di fondare un’altra radio. Ed è nata Radio Mater. Quell’11 febbraio 1994 ho sentito che la Madonna voleva dirmi: vai avanti. Le stesse parole che mi ha ripetuto, con tanta fatica perché era sofferente, il cardinale Martini poche settimane prima di morire: «Don Mario, vai avanti così, sempre con la Chiesa».

Come nacque il Centro Mariano di Albavilla?
Dovendo lasciare Erba, cercammo altre soluzioni ma i prezzi erano troppo alti per noi. Allora è intervenuto ancora una volta la Mamma. Un giorno mi chiama il nostro geometra e mi dice che c’erano un paio di edifici adatti ma abbandonati. Ad Albavilla. Proprio dove avevo passato anni meravigliosi come coadiutore. Li abbiamo acquistati e ristrutturati grazie a tanti volontari, persone con motivazioni profonde, alcuni presenti da 25 anni, per un lavoro sempre notevole. La radio trasmette 24 ore su 24, la metà dei programmi è di preghiere (Messe, Rosari, Liturgia delle Ore). E di notte facciamo 4 ore di adorazione in diretta, dalle 2 alle 6.

Che significato avrà la visita di Delpini?
L’arcivescovo è teneramente vicino a Radio Mater. E la sua presenza sarà per noi un forte incoraggiamento. Ho sempre desiderato che Radio Mater fosse legata a filo doppio con la Chiesa e che seguisse l’imperativo di Gesù: Andate in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo.





Martedì, 12 Febbraio 2019

Per tutti è «la radio che porta la Chiesa in casa e che tutti riunisce in una sola famiglia»: Radio Mater ha raggiunto ieri il traguardo dei suoi primi 25 anni di vita, stringendosi al suo fondatore don Mario Galbiati, 89 anni – compiuti il 6 febbraio –, 66 di Messa (il 28 giugno) e 15 di dialisi. Un sacerdote ambrosiano, che il presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti nel suo messaggio augurale definisce «una di quelle grandi querce con le radici ben salde sul territorio, ricordandosi da dove si viene, fortificato dal contatto con la gente, ma dai rami grandi, frondosi, protesi verso il cielo, che offrono riparo e indicano l’Alto». Quelli dell’emittente brianzola sono 25 anni di apostolato radiofonico a servizio del Vangelo e in obbedienza, sempre, alla Chiesa «per essere strumento di crescita nella fede e per una sempre più efficace testimonianza cristiana», come scrisse il cardinale Martini due giorni dopo l’inizio delle trasmissioni.

Portare il Vangelo in ogni casa: è l’obiettivo che spinge don Galbiati a fondare il 20 febbraio 1983 Radio Maria. Nella sua parrocchia di Arcellasco di Erba (Como) è in corso una missione cittadina dei padri Passionisti e per raggiungere tutti i fedeli, anche gli ammalati, il parroco pensa di collocare sul campanile un’antenna. Terminata la missione, decide di continuare. E così per don Mario inizia un cammino radiofonico che dura ormai da 36 anni.

Radio Maria in pochi anni si diffonde in tutta Italia e si apre all’Europa: nel 1991 don Mario si reca in Polonia per inaugurare una nuova radio. Ma, a seguito di quello che da sempre chiama «temporale umano», nel 1991 viene estromesso da Radio Maria. La Cei lo incoraggia a fondare una nuova radio, e nel luglio 1993 il sacerdote si reca a Lourdes per chiedere alla «Mamma» (così don Mario da sempre si rivolge a Maria) la grazia di saper rispondere a quell’impulso. Voleva chiamare la nuova emittente «Radio Mamma», ma un amico sacerdote gli suggerisce di dedicarla alla Maternità di Maria. Nasce così «Radio Mater».

Ai primi di febbraio del 1994 una missiva del Ministero delle Telecomunicazioni autorizza l’accensione dei ripetitori proprio l’11 febbraio, giorno della Madonna di Lourdes. Per don Mario è un «segno provvidenziale».

Con la nuova radio rinasce anche la «Comunità di Maria», già presente in Radio Maria, che raggruppa chiunque desideri trasformare il proprio volontariato in un cammino di fede. Quello di don Mario è un nuovo modo di fare comunicazione: preghiera, catechesi, dialogo con gli ascoltatori, niente pubblicità, volontariato, fiducia nella Provvidenza, disinteresse per i dati di ascolto («se la radio salva una sola anima – dice ancora oggi don Mario – ha già raggiunto il suo scopo»), e soprattutto ancoraggio alla Chiesa: perché ubi Petrus, ibi Ecclesia.

Dal 7 settembre 2013 Radio Mater da Erba si trasferisce ad Albavilla (Como) nel «Centro Mariano», il sogno di don Mario, in cui risiede anche la Comunità di Maria e c’è la Cappellina, «cuore della radio», come spiega lui stesso. Saldo il legame con la Chiesa: don Mario incontra più volte Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e poi papa Francesco, nel 2014 concelebra con lui a Santa Marta. Sempre nel 2014 l’allora arcivescovo di Milano cardinale Tettamanzi inaugura il Centro Mariano definendolo «un santuario, perché qui troviamo, e tanti dopo di noi troveranno, la forza e la grazia per andare da Gesù».

È poi monsignor Mario Delpini, da vicario generale della diocesi, a benedire il 21 giugno 2015 gli altari e le due cappelline dedicate alla Madonna di Lourdes e alla Medaglia Miracolosa. Delpini tornerà da arcivescovo domenica 24 febbraio a coronare i festeggiamenti per il 25° di fondazione, presiedendo dalle 15 Rosario e Messa, presenti sacerdoti collaboratori e conduttori di Radio Mater.





Domenica, 10 Febbraio 2019

Il dono come “paradigma” per sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale. Il dialogo come via di crescita e sviluppo umano. Soprattutto, l’amore gratuito come unico criterio di azione senza distinzione di lingua, cultura, etnia e religione. C’è l’invito all’offerta di sé e del meglio che ciascuno può dare agli altri, con competenza e vicinanza solidale, al centro della Giornata mondiale del malato che ogni anno si celebra l’11 febbraio, cioè domani, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes. Nel messaggio per l’occasione il Papa indica come esempio madre Teresa di Calcutta, «modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati».

La sua missione nelle «periferie esistenziali – sottolineava Francesco il 4 settembre 2016 nell’omelia della canonizzazione delle religiosa d’origine albanese – permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri». Uno stare accanto agli ultimi nel segno della gratuità che il Papa propone come strada maestra per chi opera nel campo della salute, dai volontari chiamati a incarnare la spiritualità del Buon Samaritano, alle strutture sanitarie cattoliche il cui codice di comportamento non può essere ispirato «alla logica del profitto a ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento che non guarda alle persone». «Nella gestione economica di queste realtà – ha spiegato all’agenzia Sir don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della salute – i principi ispiratori non possono essere quelli aziendalistici del profitto o della quadratura di bilancio a tutti i costi. Il bene delle persone deve restare il primo e principale obiettivo e la ragion d’essere di queste strutture.

A volte è difficile bilanciare risorse ed esigenze, cura delle persone ed equilibrio economico, ma un nuovo equilibrio è possibile laddove vengono attaccate sacche di spesa che ne pregiudichino il funzionamento. Quanto alla sanità pubblica, sono tre le grandi voci di spesa da abbattere: sprechi, corruzione e medicina difensiva. Tagliarle significherebbe recuperare risorse da immettere nel sistema sanitario nazionale».

Ma al di là delle gestione aziendale, la gratuità è vocazione, codice etico, dimensione spirituale, di ogni credente che si avvicina al letto di un malato, al capezzale di un sofferente. Il Papa – aggiunge Angelelli – «ci ricorda il dono della vita, ricevuta gratuitamente e non per merito nostro. Pertanto tutto quello che abbiamo va a riversato nel rapporto con gli altri. Ci vuole una rinnovata gratuità da parte di medici e infermieri perché oltre al lavoro professionale mettano quel di più, forse non contrattualizzato, sotto forma di gratuità del sorriso, della pazienza, dell’empatia con il paziente affinché si senta realmente preso in carico e accolto all’interno del sistema sanitario.

C’è bisogno di una rinnovata gratuità da parte dello stesso Sistema sanitario nazionale che si definisce universalistico perché la nostra Costituzione garantisce accesso gratuito alle cure a tutti coloro che sono sul suolo italiano ma sappiamo che nella realtà non è così». Chi invece non ha mai fatto mancare la sua vicinanza compassionevole ai sofferenti è stata Madre Teresa. Non a caso il cuore delle celebrazioni per la Giornata mondiale del malato è a Calcutta dove il Papa ha mandato come rappresentante l’arcivescovo di Dacca, il cardinale Patrick D’Rozario, che domani presiederà una Messa solenne.

Nella delegazione vaticana anche il cardinale Peter K. A. Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che ieri intervenendo al convegno d’apertura delle celebrazioni indiane ha ricordato come «tutti noi abbiamo beneficiato dell’amore sconfinato di Dio e siamo chiamati a raggiungere gli altri nella stessa misura. San Camillo de Lellis direbbe semplicemente: “Mettete più cuore in quelle mani”». Riassumendo, «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», cioè il tema della Giornata.





Domenica, 10 Febbraio 2019

Un elenco ragionato di alcune verità della fede cattolica, tratte dal Catechismo. Si presenta così il “Manifesto della fede” scritto dal cardinale Gerhard Ludwig Müller (fino al 2017 prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede), diffuso sabato da un sito web Usa (che diede voce alle accuse rivolte al Pontefice da monsignor Carlo Maria Viganò) e nel quale diversi commentatori hanno voluto vedere (forse troppo frettolosamente?) un attacco a Francesco, mai citato. L’estensore del documento esordisce affermando che «dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione». Nei successivi cinque punti in cui è articolato il “Manifesto” (più un appello finale), vengono toccati altrettanti argomenti fondamentali: «Dio uno e trino, rivelato in Gesù Cristo; la Chiesa; l’ordine sacramentale; la legge morale; e la vita eterna».

«L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità – scrive il cardinale –. La differenza delle tre persone nell’unità divina segna una differenza fondamentale rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini». Perciò «è con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale». Anche il Papa mette spesso in guardia dalla ricomparsa di antiche eresie (il pelagianesimo, ad esempio) e fin dall’inizio del Pontificato ha detto che una Chiesa senza la Croce corre il rischio di diventare una Ong.

A proposito della Chiesa, Müller ricorda che «Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica» e che «diede alla sua Chiesa, che “è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce”, una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno».

Quanto all’ordine sacramentale, «la Chiesa è in Gesù Cristo il sacramento universale della salvezza». Dunque, scrive il porporato, «non è un’associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento». Il riferimento è anche all’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» e alle condizioni per riceverla in modo degno. Chi è in peccato grave deve prima accedere alla confessione. «Dalla logica interna del sacramento – afferma il prefetto emerito dell’ex Sant’Uffizio – si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano l’Eucaristia». Müller infine invita i pastori a ricordare anche le verità ultime della fede, la vita eterna e il giudizio dopo la morte con «la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa “si dannerà immediatamente per sempre”». «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente», conclude il porporato.






Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla - Atto normativo

sito registrato nella