venerdì, 20 ottobre 2017
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L'incontro con Don Bruno Ferrero pervisto per sabato 14 ottobre è rinviato a data da destinarsi per motivi di salute del relatore










Ultime notizie

Venerdì, 20 Ottobre 2017

I cattolici sono in crescita. Il loro numero, a livello mondiale, è di un miliardo e 300 milioni. Rappresentano il 17,7% della popolazione mondiale. I dati sono relativi al 2015 e rispetto all'anno precedente segnano un aumento di 12,5 milioni di battezzati in più.

Le cifre sono tratte dall’Annuario Statistico della Chiesa cattolica e ad elaborarle è stata l'Agenzia Fides, che ha diffuso il Dossier statistico in occasione della Giornata Missionaria Mondiale numero 91, che si celebra domenica 22 ottobre 2017. Il testo offre un quadro panoramico della Chiesa nel mondo.

L'America il continente con più cattolici

Secondo il Dossier, in Africa vivono 1 miliardo e 100mila persone, il 19,42% sono cattolici (222 milioni) con un aumento dello 0,12%.

In America, su 982,2 milioni abitanti il 63,6% è cattolico (625 milioni), con una diminuzione dello 0,08%.

In Asia su 4,3 miliardi persone i cattolici sono il 3,24% della popolazione (141 milioni), cifra stabile.

In Europa cresce la popolazione (716 milioni) ma, per il secondo anno di fila, diminuisce il numero dei cattolici che sono il 39,87% (285 milioni), in calo dello 0,21%.

In Oceania vivono 38,7 milioni di persone, il 26,36 % sono cattolici (10,2 milioni) con un aumento dello 0,24% rispetto all'anno precedente.

Le strutture e le persone

Le circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche (tra diocesi , vicariati, prefetture apostoliche etc) nel mondo sono 3.006 (+ 8 rispetto al 2014): 538 in Africa, 1.091 in America, 538 in Asia, 758 in Europa e 81 in Oceania.

Aumenta di 67 unità il numero dei vescovi nel mondo (sono 5.304). Così come crescono i diaconi permanenti, di 689 unità. Cala il numero dei religiosi e delle religiose, che però registrano un aumento significativo in Africa e Asia.
In quanto ai sacerdoti il loro numero è diminuito di 136 unità rispetto ai 12 mesi precedenti. Tale calo è dovuto ai dati negativi europei, in quanto in tutti gli altri continenti sono in crescita. Se guardiamo solo ai sacerdoti diocesani vediamo che invece sono in aumento: + 217 rispetto al 2014.

Il Dossier di Fides riporta, inoltre, che nel mondo ci sono 351.797 missionari laici mentre i catechisti sono 3.122.653.

La Chiesa cattolica gestisce 216.548 istituti scolastici nel mondo, frequentati da oltre 60 milioni di alunni. In più, sono quasi 5 milioni e mezzo i giovani seguiti da istituti cattolici durante gli studi alle scuole superiori e all'università. Infine sono circa 118mila gli istituti sociali e caritativi cattolici (ospedali, lebbrosari, orfanotrofi, case per anziani) sparsi nel mondo.

L'azione missionaria

Nel Dossier di Fides anche un quadro dell’attività di cooperazione missionaria delle Pontificie Opere Missionarie (Propagazione della Fede, San Pietro Apostolo, Infanzia Missionaria, Unione Missionaria) che, nel loro sostegno alle Chiese locali (costruzione di cappelle e seminari, istruzione, attività pastorali e di formazione), hanno erogato nel 2016 sussidi per circa 134 milioni di dollari Usa.

>>>Per leggere il testo integrale in pdf del Dossier sullo stato della Chiesa cattolica nel mondo CLICCA QUI<<<





Venerdì, 20 Ottobre 2017

Cuba chiama, Milano risponde. Con generosità. A novembre tre sacerdoti ambrosiani si trasferiranno nell’arcidiocesi di Santiago de Cuba per prestarvi servizio come missionari fidei donum. Sabato 21 ottobre nella Veglia missionaria diocesana in programma alle 20.30 nel Duomo di Milano, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini consegna il mandato e il crocifisso ai partenti ambrosiani (diretta su Chiesa Tv – canale 195 e www.chiesadimilano.it; differita alle 23 su Radio Mater).

«Sono don Ezio Borsani, don Adriano Valagussa e don Marco Pavan – spiega il responsabile della Pastorale missionaria dell’arcidiocesi di Milano, don Antonio Novazzi –. Don Ezio, da anni in Brasile dopo essere stato in altre sedi, in Africa e in America Latina, ha 61 anni, è un prete dalla grande esperienza missionaria e farà da "capocordata". Don Adriano, 67 anni, e don Marco, 43, sono invece "novelli". Sono stati scelti fra la dozzina di nostri sacerdoti che hanno risposto all’appello del cardinale Angelo Scola il quale, il 4 novembre scorso in Duomo, in occasione del Giubileo presbiterale, diede voce alla richiesta d’aiuto dell’arcivescovo di Santiago de Cuba, Dionisio Guillermo García Ibáñez. Monsignor Dionisio ha chiesto fidei donum a Milano: li ha avuti. È vero: da noi il clero invecchia e le vocazioni calano, ma non abbiamo voluto dire no. L’esperienza insegna come i fidei donum siano una ricchezza sia per la diocesi che li riceve, sia per quella che li invia e poi riaccoglie – scandisce don Novazzi –. Quella di Cuba è una Chiesa piccola e povera di mezzi che "provoca" Milano a ripensare la qualità missionaria della sua pastorale. L’antica Chiesa di Milano, aiutando le Chiese sorelle del sud del mondo, torna a imparare cosa significano davvero evangelizzazione, missione e universalità».

Così arriva a Cuba una storia iniziata nello Zambia nel 1961

Con i tre fidei donum destinati a Cuba, Milano aggiunge una pagina nuova ad una storia iniziata nel 1961 nello Zambia, durante l’episcopato di Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, e che da allora ha visto l’avvio di missioni diocesane in Albania, Argentina, Burundi, Camerun, Colombia, Haiti, Messico, Niger, Perù, Turchia. E Brasile, dov’è è stato don Borsani e dov’è è stato in viaggio, accompagnato da don Novazzi, l’arcivescovo eletto di Milano, Mario Delpini, in visita ai fidei donum ambrosiani. Don Valagussa e don Pavan, intanto, proseguono il loro cammino di preparazione. Dal 7 settembre al 15 ottobre sono stati al Cum (Centro unitario missionario) di Verona. Dal 3 al 10 agosto sono stati invece a Cuba, accolti dall’arcivescovo di Santiago e da lui accompagnati per un primo contatto con la nuova realtà diocesana. Il primo "faccia a faccia" con García Ibáñez era stato però il 25 aprile, in Curia a Milano, col presule cubano già in Italia per la visita ad limina. «Monsignor Dionisio si era stupito che noi non ci conoscessimo e ci incontrassimo in quell’occasione per la prima volta», raccontano divertiti, ad una sola voce, i prossimi fidei donum, che sabato 21 ottobre riceveranno il mandato durante la veglia missionaria in Duomo.

Don Valagussa: «Andare in missione a 67 anni? Un dono di Dio»

«Ho 67 anni, sono prete da 40. Mai avrei pensato, a questa età, di andare a Cuba in missione. C’è chi mi dice: "Mi spiace che vai via". E chi mi dice: "Ammiro il tuo coraggio". Ma la cosa più bella, vera e sconvolgente, che non mi stanco di ripetere a tutti, è che non c’è alcun merito e alcun progetto mio, in tutto questo. È il Signore che mi ha fatto un dono straordinario, al quale ho cercato di resistere un po’, all’inizio. È come se la mia vocazione sacerdotale mi fosse restituita in una forma nuova. È grazia data a me perché possa sovrabbondare per tutti». Don Adriano Valagussa, amministratore parrocchiale a Cassago Brianza (provincia di Lecco, diocesi di Milano), racconta al cronista, accolto in canonica dopo la Messa del mattino, come e perché andrà fidei donum nei Caraibi.
«Era l’inizio del 2016 quando, ad un incontro di preti, il cardinale Scola ci disse che l’arcivescovo di Santiago de Cuba, Dionisio Guillermo García Ibáñez, chiedeva fidei donum per la sua diocesi. Lo ascoltai come un avviso fra altri, senza farci caso – ricorda don Adriano –. Il giorno che ha cambiato tutto è il 4 novembre scorso. In Duomo c’è il Giubileo diocesano del presbiterio. "Non ci vado", avevo deciso la sera prima. Ero stanco. Al mattino avevo la Messa in parrocchia, sarei arrivato tardi, mentre al pomeriggio dovevo iniziare le visite alle famiglie per Natale. All’ultimo momento cambio idea: vado. Hanno già iniziato. Faccio a tempo a confessarmi. E ad ascoltare il cardinale. Che prima parla del discepolo come missionario secondo l’Evangelii Gaudium. Poi rilancia la richiesta di monsignor Dionisio. Quelle parole sono state come una botta. Mi sono sentito un fuoco, dentro. E mi sono spaventato, sentendomi risuonare nella mente la domanda: "Perché non ci vai tu, Adriano?". Sono avanti con gli anni, non so la lingua, sto bene a Cassago, mi sono risposto. Ho resistito cinque giorni. Poi ho dato la mia disponibilità. L’allora vicario generale, monsignor Delpini, l’ha raccolta e mi ha detto: "Vai bene tu". Ora – dice il sacerdote – sto vivendo tutto questo con grande serenità. E nel segno della gratitudine. Verso la comunità di Cassago, anzitutto, che mi ha accolto otto anni fa; verso alcune famiglie e alcuni sacerdoti amici con cui ho camminato, nell’ambito di Cl, condividendo un’esperienza di preghiera e fraternità che mi ha salvato dal diventare un prete burocrate. Questa missione a Cuba non è una grazia solo per me, è un segno per tutti. Dice che il Vangelo non è una teoria e che Gesù chiama davvero, nel concreto della nostra vita. I ragazzi e i giovani, qui, ho l’impressione che ora mi guardino in modo diverso».
Cassago Brianza è la località che molti identificano col Cassiciaco in cui soggiornò sant’Agostino, preparandosi al battesimo. Don Adriano ci è rientrato da un paio di settimane, dopo essere stato ospite, con don Marco Pavan, dell’arcivescovo di Santiago per una prima "immersione" nella realtà locale. «Da novembre saremo là. "Guardate e ascoltate", ci ha consigliato monsignor Dionisio, "entrate con pazienza nel modo di vivere e di credere di questa gente". Sì, andiamo là senza fare piani né calcoli. È il Signore che fa la missione, non io!».

Don Pavan: «Saremo sacerdoti itineranti. E insegnerò cosmologia»

«Preparare questo trasloco è come mettere una vita in una valigia. Impari a scegliere l’essenziale. Gli oggetti che servono davvero. Le relazioni che contano davvero». Sorride, don Marco Pavan, mostrando l’alloggio occupato finora in oratorio, da vicario parrocchiale in San Domenico, a Legnano (Milano), che si va spogliando. È un bagaglio necessariamente leggero, quello del prete che va missionario a Cuba. Repubblica socialista. Figlia della Rivoluzione. Orfana di Fidel Castro. Dove dal 1992 non vige più l’ateismo di Stato. E dove, progressivamente, seppur con fatica, la libertà religiosa sembra farsi strada.
Lo attende l’arcidiocesi di Santiago de Cuba. «Io e don Adriano Valagussa saremo a Palma Soriano, comune di oltre 120mila abitanti a una cinquantina di chilometri da Santiago. A metà strada c’è il santuario nazionale di Nostra Signora della Carità del Cobre. Don Enzo Borsani sarà a Contramaestre ma avrà una stanza da noi, come appoggio e per fare un po’ di vita in comune», racconta don Marco. Dal 3 al 10 agosto lui e don Valagussa sono stati a Santiago dove l’arcivescovo García Ibáñez li ha introdotti alla nuova realtà. «I preti, là come in tutta Cuba, sono pochi e chiamati a farsi itineranti, per celebrare la Messa e confessare, nelle chiese e nelle cappelle sparse nel territorio come nelle case, presso le famiglie, dove le chiese non ci sono. Così è accaduto anche a noi, in quei giorni. Nella parrocchia Cristo Re di San Pedrito, quartiere di Santiago, ad esempio. Dov’eravamo presenti all’annuncio che le autorità avevano finalmente permesso la costruzione della chiesa. E la gente si è messa a fare festa. La pastorale ordinaria – riprende don Marco – si regge su catechisti e animatori laici, la cui formazione è una sfida decisiva. Com’è decisivo raccogliere l’invito di papa Francesco a essere Chiesa in uscita, che non sta ad aspettare la gente. Pochi preti, laici protagonisti: a Cuba sperimentiamo oggi quello che verosimilmente accadrà anche da noi, fra clero che invecchia e scarsità di vocazioni».
Anche per don Marco il 4 novembre 2016 è il giorno della «chiamata». Anche lui è in Duomo, al Giubileo del clero ambrosiano, quando il cardinale Scola chiede che qualcuno si offra per Santiago de Cuba. «Mi sembrava impossibile che l’appello dell’arcivescovo potesse restare senza risposta. Così, mentre sono in metropolitana per rientrare, mando subito un messaggio al suo segretario. Gli do la mia disponibilità, per Cuba come per qualsiasi altra necessità, fare il cappellano in carcere piuttosto che andare nella più disastrata delle nostre parrocchie». Disponibilità accolta. Don Marco, laureato in matematica, dovrà fare anche il docente: «Mi hanno chiesto di tenere un corso di cosmologia in Seminario». Pregare. Imparare lo spagnolo. Cercare l’essenziale. Il sacerdote 43enne si sta preparando alla sua nuova vita. «Il fidei donum dev’essere un dono per la diocesi che lo riceve e per quella che lo manda. Ma anzitutto è una grazia per me. Non parto per convertire il mondo ma per convertire me stesso. Educato dalla missione alla fedeltà al Vangelo. Così forse potrò toccare la vita degli altri».






Venerdì, 20 Ottobre 2017

Mai l’Europa moderna ha visto un numero di martiri, dichiarati ufficialmente tali e quindi beatificati, come durante gli anni della persecuzione religiosa in Spagna, a partire dal 1931 e soprattutto durante la Guerra Civile tra il 1936 e il 1939. Secondo il computo del sito spagnolo Infovaticana, i cattolici uccisi in odium fidei nel corso di quegli sconvolgimenti e saliti all’onore degli altari erano 1.725 allo scorso marzo. Domani se ne aggiungeranno altri 109: tutti appartenenti alla Congregazione dei missionari figli del Cuore immacolato di Maria, i Claretiani, fondati dal catalano sant’Antonio Maria Claret (1807-1870) e quasi tutti assassinati in Catalogna nel ’36. Sacerdoti, fratelli, laici, giovani in formazione, professori.

Appartenevano alle comunità di Cervera-Mas Claret e Solsona (60), Barcellona (8), Sabadell (8), Lérida (11), Vic e Sallent (15), Castro Urdiales (3), Valencia (4). A capeggiare la lista dei martiri sono i nomi di padre Mateu Casals, dello studente Teófilo Casajús e e di fratel Ferran Saperas, a simboleggiare il tributo di sangue di tutte le “anime” della famiglia claretiana.

Il rito di beatificazione avverrà in un luogo oltre modo suggestivo, la Basilica della Sagrada Familia, presieduto dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, e insieme a lui a concelebrare ci saranno l’arcivescovo di Barcellona, il cardinale Juan José Omella, il superiore generale dei Claretiani, padre Mathew Vattamattam, il nunzio apostolico in Spagna, l’arcivescovo Renzo Fratini, più numerosi altri vescovi e 300 sacerdoti. Circa mille i discendenti delle famiglie dei martiri attesi alla celebrazione, provenienti da Nigeria, Guinea Equatoriale, Messico, Honduras, Panama, Colombia, Venezuela, Bolivia, Argentina, Cile, Perù, Stati Uniti, Canada, Corea e Indonesia.

Sulla vicenda di altri martiri claretiani, i 51 religiosi seviziati e uccisi a Barbastro nel 1936 da miliziani anarchici fedeli al governo repubblicano, è stato girato un film nel 2013, Un Dios prohibido, del regista Pablo Moreno.






Mercoledì, 18 Ottobre 2017

Come è noto dal giugno 2014 sono in corso contatti reciproci tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese che sono entrate in una “fase nuova di rapporti” voluta sia da Papa Francesco che dal presidente Xi Jinping, assurti nei rispettivi incarichi nel mese di marzo 2013. Contatti che per la prima volta hanno caratteristiche di “continuità”, “frequenza”, “regolarità” e “ufficialità”. Di questi contatti rimangono sempre però i “connotati della riservatezza”. Così nulla si sa sulla materia e sui contenuti di questi colloqui.

Ma a gettare qualche fascio di luce su quanto si sta discutendo tra Roma e Pechino arriva ora un interessante e importante contributo di monsignor Bruno Fabio Pighin, ordinario di diritto canonico alla Facoltà S. Pio X di Venezia, nonché grande esperto della figura del cardinale Celso Costantini, pioniere nei rapporti tra Pechino e Santa Sede. Le sue opere sono citate più volte in quello che è stato il più organico intervento sulla Cina del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, tenuto proprio a Pordenone un anno fa per commemorare la figura di Costantini. Pighin è direttore scientifico della rivista Ephemerides Iuris Canonici (edito dalla Marcianum Press) e proprio nell’ultimo fascicolo di questa pubblicazione ha firmato un articolo significativamente intitolato “Per un accordo tra Santa Sede e Governo cinese sulla nomina dei Vescovi nella terra di Confucio”.

In questo articolo Pighin ricorda innanzitutto quali sono i punti oggetto del dialogo in corso. E cioè: “mettere fine ‘impunemente’
alla clandestinità di numerosi milioni di fedeli” in Cina, dove “non esistono due Chiese – una ‘ufficiale’ e l’altra ‘sotterranea’ – ma una sola Chiesa” e dove non c’è stata mai “una rottura qualificabile come scisma”; riassicurare la Repubblica popolare “sul rispetto dei cattolici cinesi verso di essa”; riconsiderare il ruolo dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi (Apcc) che deve “chiarire definitivamente” la sua “indole ‘civile’ e non ‘ecclesiale’” cessando di “rivendicare” competenze “intrinsecamente religiose” e astenendosi quindi di voler incidere – come avviene – “persino nelle nomine episcopali”.

Collegati a questi tre punti c’è la questione della revisione del numero e i limiti geografici delle circoscrizioni ecclesiastiche cinesi unilateralmente ridotte (da 137 a 98) e modificate dal governo (ma su questo un’intesa appare raggiungibile “senza grandi difficoltà per la Santa Sede”) e quella del riconoscimento da parte vaticana della cosiddetta Conferenza episcopale in Cina finora impossibile perché comprendente i vescovi considerati illegittimi da Roma ed escludente quelli riconosciuti dal Vaticano ma non dal governo.

Ciò detto Pighin osserva che il problema “più importante e urgente” da risolvere nei negoziati in corso è quello della nomina dei futuri vescovi e dalla “normalizzazione” di quelli già consacrati. Una questione “connessa” alle precedenti, ma da esse “pure disgiungibile”.

Approfondendo questo nodo Pighin ribadisce che per la Santa Sede tutti i vescovi cinesi, anche quelli ordinati senza mandato pontificio a partire dal 1958 e quindi illegittimi, sono stati validamente consacrati, anche se quanto avvenuto a partire da quella data ha creato sul campo una “situazione critica piuttosto complessa”. Così da una parte abbiamo: “numerosi” vescovi “legittimamente consacrati e ufficialmente riconosciuti”, “altri” nominati senza mandato pontificio ma poi legittimati, “alcuni” ancora

illegittimi ma “facilmente legittimabili” e “pochissimi” illegittimi e non legittimabili. E dall’altra una trentina di vescovi ‘clandestini’, non riconosciuti dal governo e consacrati in base a ‘facoltà specialissime’ concesse nel 1981 e revocate nel 2007 con la “Lettera” ai cinesi di Benedetto XVI.

Ed è proprio per sanare questa complessa situazione che è in corso il dialogo sino-vaticano che potrebbe avere come approdo una “convenzione” in materia. Certamente, osserva Pighin, una soluzione sarebbe più facile con la nomina di un nunzio o almeno di un delegato apostolico a Pechino che potrebbe avere “un’importante funzione “mediatrice” nella nomina dei vescovi, facendo convergere sui promovendi diverse istanze delle Chiese locali e della società civile, d’intesa con le autorità governative”. Con implicito riferimento alle modalità ‘democratiche’ attualmente usate in Cina per scegliere i vescovi ‘ufficiali’, Pighin ammette che “potrebbe essere oggetto di un’intesa tra Chiesa cattolica e Stato cinese” l’istituzione di “assemblee delle diocesi” “legittimamente convocate” alle quali sia permesso di “indicare il profilo desiderato del futuro vescovo” senza però che venga fatto il “suo nominativo”.

In mancanza però di un nunzio o di un delegato, sottolinea Pighin in quello che è forse il punto di maggiore ‘attualità’ del suo articolo, “non si vede altra via percorribile che quella di un accordo” che “assegni allo Stato il diritto di presentare alcuni candidati per reggere le singole diocesi e alla Santa Sede il diritto di scegliere tra essi il futuro pastore”. Fermo restando che “il diritto di presentazione di una rosa di candidati non può comportare l’automatica istituzione di uno di essi, qualora, a giudizio della Sede Apostolica, tutti i presentati risultino non idonei all’ufficio episcopale per il quale sono proposti”. In tal caso “sarà possibile passare alla presentazione di una seconda rosa di candidati” che comprenda però qualche nome ritenuto idoneo.

Questa quindi potrebbe essere la soluzione, temporanea, per la nomina di nuovi vescovi. E per la soluzione delle situazioni critiche riguardanti quelli già consacrati? Come risolvere la questione dei sette vescovi illegittimi di cui tre dichiarati scomunicati? A questo proposito Pighin osserva che sottoponendo una richiesta motivata i vescovi possono essere legittimati e che è sempre possibile la remissione della scomunica, come avvenuto per i presuli lefebvriani, fermo restando che questa remissione non significa “automatica legittimità dello status episcopale e della guida pastorale di una comunità diocesana”.

E il problema della trentina di vescovi ‘clandestini’? Pighin ammette che il “loro numero elevato e la loro diversa connotazione costituiscono forse il punto più critico da risolvere” in un accordo tra Santa Sede e Repubblica popolare. Giudica poi “inevitabile” che questi vescovi debbano fare una dichiarazione “di rispetto per le autorità civili e di unità con tutti i vescovi”, fermo restando che questa dichiarazione non dovrà contenere “formule canonicamente inammissibili, che suonino a riconoscimento dell’indipendenza della comunità cattolica cinese dalla Chiesa universale”. Ma se questo non fosse sufficiente perché il governo riconosca pienamente questi vescovi ‘clandestini’ Pighin ammette la possibilità di soluzioni “diverse, caso per caso” onorevoli per ambo le parti, purché “sia fatta salva la dignità episcopale di detti vescovi, validamente e legittimamente ordinati”. Così a questi vescovi potrebbe essere assegnate diocesi di nuova costituzione, oppure un ufficio di ‘ausiliare’, oppure la guida di “strutture personali, non territoriali, temporanee e prive di carattere diocesano”.





Lunedì, 16 Ottobre 2017

Quello che colpiva di Graziano Zoni era la sua semplicità. Ha ragione il cardinale Giuseppe Betori a ricordare innanzitutto questo aspetto peculiare dell’ex presidente di Mani Tese e di Emmaus Italia. Un uomo mite, di grande umanità, che «ti sapeva essere amico», commenta l’arcivescovo di Firenze sottolineando la «profonda adesione al Vangelo» e il lungo percorso di Zoni nell’associazionismo cattolico sempre contraddistinto dall’attenzione ai poveri e a quelle periferie oggi così care a Papa Francesco.

Emiliano di nascita, fiorentino d’adozione, Zoni è morto sabato scorso a Torino dove si era recato proprio per una iniziativa di Emmaus. Avrebbe compiuto 80 anni il prossimo 31 ottobre (il funerale si terrà il 19 ottobre alle ore 15 nella chiesa di San Pietro a Varlungo in via Varlungo a Firenze).

«Se n’è andato camminando per strada – ha raccontato l’amico Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace –, dopo una vita condivisa con la gente di strada: quelli che per strada sono finiti e sono stati costretti a restare. I tantissimi che l’hanno conosciuto lo ricorderanno per la coerenza, l’onestà, la sobrietà, l’amore, la dedizione, la fede, la positività, la tenacia, il coraggio, la bontà che ha sempre distribuito a piene mani, oltre alla passione per la giustizia e la pace».

«La povertà è un valore – amava ripetere Zoni –, illegale è la miseria. Anche San Francesco ha cantato e chiamato "sorella" la
povertà. Mai avrebbe potuto chiamare "sorella" la miseria. Per questo era felice che la cultura cristiana avesse presentato e presentasse la povertà come beatitudine, quindi come valore positivo a cui tendere.

«Anche per Emmaus, il Movimento fondato dall’Abbé Pierre nel quale sono impegnato da decenni – ricordava Zoni – la povertà, la sobrietà di vita è assunta e proposta come valore da vivere, meta, traguardo e addirittura urgenza necessaria per salvare questo mondo destinato alla distruzione se continua a restare inserito nella diabolica spirale del consumo, dello spreco, della globalizzazione dell’indifferenza».

Dopo diversi anni di militanza in Azione cattolica, dal 1974 al 1987 Zoni è stato presidente di Mani Tese e poi, dal 1987 al 2008, di Emmaus Italia, movimento internazionale in cui era tuttora impegnato. Ha rivestito incarichi anche in altre associazioni impegnate nella cooperazione internazionale. Sulle tematiche sociali ha collaborato con Avvenire, con diverse riviste e con il settimanale Toscana Oggi.

Zoni era convinto che oggi ci governa un «ordine senza dialogo», fondato su privilegi, in cui il più delle volte i principi di giustizia, di equità e di solidarietà cedono il passo al desiderio di potenza e di profitto. Da questa realtà, si rende urgente un «contratto di solidarietà», fondato sulla povertà vissuta. Una «solidarietà organica», che presuppone il rispetto dell’altro, della sua opinione, della sua cultura e che appoggi le azioni a favore delle necessità dei piccoli, dei dimenticati, di coloro per i quali i bisogni essenziali non sono soltanto il cibo, la casa, ma anche il lavoro, la salute, l’educazione e persino un po’ di pace e di libertà. «Questo cambiamento nella società, però – a giudizio di Zoni –, non avverrà se prima non si opererà in noi. Se vogliamo cambiare il mondo, cambiamo noi stessi». A questo proposito citava Dom Helder Camara («Quando si sogna soli, resta solo un sogno. Quando si sogna insieme, è la realtà che comincia») per concludere con l’augurio di «Buon sogno a tutti! Perché la realtà è già cominciata!».

L'ultimo articolo di Graziano Zoni per Avvenire: 10 anni dopo la morte dell'Abbé Pierre






Domenica, 15 Ottobre 2017

Se c’è un’occasione in cui, ogni anno, si può intravedere il bene straordinario che i circa 8.000 missionari italiani sparsi nel mondo seminano lontano dai riflettori, è il premio Cuore Amico, l’“Oscar” della missionarietà. È il riconoscimento (con annessi 50mila euro a testa) che viene assegnato dalla “Cuore Amico Fraternità onlus”, associazione fondata nel 1980 dal sacerdote bresciano don Mario Pasini per il sostegno alla missione ad gentes. La premiazione di sabato, a Palazzo della Loggia a Brescia, moderata da Licia Colò, è stata uno degli appuntamenti più seguiti del Festival nazionale della missione che si chiude domenica.

Sala gremita anche per la partecipazione di un ospite d’eccezione, il cardinale Ernest Simoni, 89 anni mercoledì prossimo, una vita sacerdotale spesa fra le persecuzioni e i lavori forzati nell’Albania comunista. Tre i premiati di quest’anno. Cristina Togni, di Busto Arsizio – una delle prime appartenenti alla Comunità di Missionarie Laiche Pime – è arrivata in Cambogia nel 1996 ed è rimasta subito colpita dalla condizione di emarginazione in cui vivevano le persone con disabilità fisiche e psichiche. «Nella mentalità buddhista la disabilità è una colpa, che discende dal male compiuto dai genitori. Non esiste una cultura dell’inserimento, al contrario: queste persone non sono prese in carico da nessuno, non vengono nemmeno inserite nel cosiddetto “libro della famiglia”». Togni negli anni ha dato vita a un centro di ospitalità per portatori di disabilità e a una specifica iniziativa di educazione e cura rivolta ai malati psichici. Quella dei missionari è una carità che vuole essere trasparenza del volto di Cristo. «Io ho fatto e faccio tutto per l’evangelizzazione», ha detto don Tarcisio Moreschi, 70 anni, sacerdote fidei donum della diocesi di Brescia. E in quel «tutto» c’è un elenco di opere sorprendente. A partire dal 1976 don Moreschi ha viaggiato tra il Burundi, l’allora Zaire e la Tanzania costruendo chiese, scuole, orfanotrofi, pozzi, ma soprattutto animando la vita spirituale delle comunità cattoliche. Solo in Tanzania, a partire dal 1993 ha realizzato un ospedale, la chiesa parrocchiale di Ilembula, un centro per bambini disabili, alcune scuole materne, un orfanotrofio e un servizio di assistenza sanitaria per mamme ammalate di Aids/Hiv. Ma «noi non dobbiamo solo istruire o curare», ha detto con enfasi il sacerdote bresciano, «bisogna cambiare il cambiare il cuore delle persone e chi lo può fare è solo Gesù Cristo. Quello che è importante è la sua Parola, la liturgia, dove la comunità lo può incontrare». Ed è per questo che don Moreschi, tra tutto ciò che ha contribuito a erigere, ci tiene a sottolineare un tipo di opere: «Le chiese».

Essere in missione per Cristo significa, infine, non conoscere donazioni a metà. A questo riguardo non poteva esserci una testimone più efficace e luminosa di suor Giovanna Comencini, religiosa comboniana originaria di Castion Veronese: 97 anni compiuti e 69 anni di vita missionaria. Ultima di undici fratelli e sorelle, dopo essersi diplomata come maestra e aver cominciato a insegnare, nel 1948 è partita per l’Eritrea dove ancora continua a lavorare. L’origine di tutto, suor Giovanna l’ha raccontato così: «Quando ero ancora maestra, un giorno, in occasione della Festa della missione, c’erano sui banchi della chiesa delle buste per raccogliere le offerte. Ne ho preso una e ho messo il mio intero stipendio. E ho scritto: “Signore, tu sai che ti amo tanto. Oggi ti dono il mio stipendio, domani ti darò la vita”».





Sabato, 14 Ottobre 2017

«In Sud Sudan oggi è in corso uno dei più grandi disastri umanitari, senza voler togliere nulla alla Siria o alla Libia o ad altri paesi. Una guerra che ha fatto 300 mila morti e due milioni di profughi. Faccio un appello - dice il missionario comboniano don Daniele Moschetti - al Papa ma soprattutto all'opinione pubblica, alla politica, all'informazione. Bisogna riaccendere i riflettori sull'Africa anche per aiutare i nostri concittadini italiani a comprendere questi drammi. L'emigrazione non è solo verso l'Europa. La maggior parte migra in Africa. Chi porta davvero il peso dei profughi sono gli stessi africani: non c'è un sud sudanese in Italia, milioni sono fuggiti in Uganda, Etiopia, Sudan, Congo. Paesi che già faticano solo con il loro popolo. Stiamo perdendo il senso di solidarietà, il tutto viene strumentalizzato da partiti. Stiamo uccidendo l'umanità. E anche i media lo fanno, tacendo. Per questo ho un'agenda di cinquanta incontri in questi giorni in giro per l'Italia». Padre Daniele Moschetti, dopo sette anni nel martoriato paese africano dov'è stato provinciale comboniano, rilancia il grido di dolore di un popolo. La presentazione, alla Radio Vaticana, del suo libro Sud Sudan, il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità, è l'occasione anche di parlare del viaggio del Papa in Sud Sudan, annullato per l'assenza delle necessarie condizioni di sicurezza.

Proprio il Papa firma l'introduzione al volume: «I missionari sono soliti raccontare la loro vita, sovente vissuta in periferia e dalla parte dei poveri. Così è questa testimonianza di padre Moschetti - scrive Francesco - che offre un ampio resoconto del generoso e appassionato impegno di tanti missionari e missionarie a fianco dei bisognosi e, soprattutto, di chi soffre a causa di perduranti conflitti che causano morte e distruzione. Non potendo, purtroppo, visitare nell'immediato futuro le terre martoriate del Sud Sudan, desidero con queste poche righe rendermi presente a tutta la popolazione del Paese, a chi si adopera per alleviarne le sofferenze, come pure a quanti lavorano incessantemente per la pace e la riconciliazione. Avverto, infatti, il bisogno di sensibilizzare l'opinione pubblica su un dramma silenzioso che necessita dell'impegno di tutti per giungere a una soluzione».

Padre Moschetti ha il cuore afflitto da troppe immagini di orrore: «Dopo l'indipendenza nel 2011 dal Nord arabo e islamico e a sette mesi dal referendum plebiscitario a favore della secessione, il Sud Sudan è ancora in guerra con atrocità mai viste: migliaia di donne stuprate, bambini castrati o bruciati vivi. Siamo al minimo possibile di umanità, forse anche più in basso del minimo. Serve un lungo cammino, da parte anche delle chiese cristiane, che porti alla guarigione dei traumi e alla riconciliazione. Per prendere coscienza che questa è una guerra delle élite, non della gente che viene strumentalizzata».

Il missionario ha incontrato Papa Francesco per consegnargli il libro: «L'ho ringraziato per avermi scritto l'introduzione. Mi ha detto che vuole andare in Sud Sudan, speriamo sia nel 2018. A Giuba, la capitale, la situazione non è come in altre zone e un viaggio di dodici ore è fattibile. Questa visita sarebbe una grande benedizione, soprattutto per la gente. La gente, cattolici ma anche anglicani, guardano con grande trasporto il Papa. Sarebbe un grande segno di comunione. Serve unità: tra le religioni, tra le etnìe, tra i militari che stanno distruggendo il paese. La possibilità c'è. Francesco desidera andare, non ha paura anche di rischiare, e io credo che questo viaggio si realizzerà».

Prima del Sud Sudan padre Moschetti ha passato undici anni in Kenya, affiancando e poi prendendo il posto di padre Alex Zanotelli nella baraccopoli a Korogocho, quindi un anno in Palestina. «Ora ho finito il mio servizio come provinciale in Sud Sudan e prima di tornare in missione sarò a New York per fare con altri missionari un lavoro di advocacy presso le Nazioni Unite e il congresso americano, ma anche a Washington. Un mondo per certi versi ancora più difficile dell'Africa. Ma ci sono ambasciatori e funzionari che hanno ancora una grande umanità e credono nei valori umani. Siamo come Davide e Golia. Siamo seminatori».

Daniele Moschetti, "Sud Sudan, il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità", Introduzione di papa Francesco, Edizione Dissensi, pag. 250, 14 euro. (Il ricavato delle vendite sarà devoluto interamente a progetti di sviluppo in Sud Sudan).





Sabato, 14 Ottobre 2017

La collegialità come stile di governo. La lotta al male, che si vince «amplificando il bene». L’importanza della politica vissuta come alta forma di carità. Monsignor Orazio Francesco Piazza, 64 anni, dal 2013 vescovo di Sessa Aurunca, è un pastore che conosce l’importanza delle parole e sa guardare avanti. La sua è un’idea di Chiesa calata nella realtà quotidiana, modellata sull’eredità del Concilio Vaticano II, che crede nella cultura del dialogo. Non a caso uno dei primi gesti compiuti dopo l’ingresso è stato incontrare uno a uno tutti i consigli comunali della diocesi. «L’ho fatto per mostrare la mia affezione e disponibilità. Mi hanno ricevuto e abbiamo parlato insieme dei problemi di ogni comunità. Non penso sia possibile affrontare le questioni sociali senza la carità della politica, anche perché è specifica del cristiano laico la cura della città dell’uomo, da trasformare secondo il cuore di Cristo».

Non un impegno slegato dall’appartenenza ecclesiale, dunque, ma strettamente radicato nella sequela di Gesù. «Credo che vivere una buona comunione di Chiesa – spiega Piazza – serva a trasformare la società, a umanizzarla. E quindi se vogliamo la coesione sociale è importante che la Chiesa sia realtà di comunione. Anche perché coloro che la frequentano sono, ovviamente, cittadini». Di qui l’invito a vivere la realtà sociale quotidiana da protagonisti, senza inutili e sterili isolamenti. «Come diocesi abbiamo attivato un settore di formazione, un centro studi intitolato a Tommaso Moro per promuovere la sensibilità sociale soprattutto dei giovani, in particolare degli studenti liceali, ma non solo. C’è bisogno di riscoprire il valore delle istituzioni e del collegamento tra loro e con il territorio. Nessun problema si risolve da soli, soltanto insieme si può trovare qualche risposta».

È intitolata a san Tommaso Moro anche la festa che ogni anno premia il politico, l’istituzione che ha contribuito a rendere più leggera ed efficiente, più a misura d’uomo, la vita del territorio. «Regaliamo un’opera d’arte molto bella, che raffigura un’ala con un peso sopra. Premiamo chi si impegna a togliere il peso, per consentire all’ala di volare». E in questa zona del Mezzogiorno d’Italia i problemi che appesantiscono la vita, certo non mancano. A cominciare dalla crisi economica che, unita a un deficit strutturale di opportunità, si traduce in disoccupazione e lavoro precario, spingendo i giovani nelle braccia della criminalità, soprattutto quella legata alle scommesse, alla droga, alla prostituzione. Con, sullo sfondo, le sirene, l’arroganza della malavita organizzata. «Nei confronti dell’illegalità – continua il vescovo di Sessa Aurunca – non basta denunciare, bisogna anche promuovere. Alla denuncia che pure è necessaria occorre far corrispondere un’immediata azione di annuncio, dire qual è la direzione, riportando al centro il valore positivo per esempio della cittadinanza attiva, dell’appartenenza, della partecipazione al bene comune, alla giustizia, riproponendo il valore dell’educazione, dell’etica pubblica, del senso civico».

Uno dei frutti di questo impegno è l’associazione “Al di là dei sogni” che si occupa del riutilizzo dei terreni confiscati alla camorra. Ma, più in profondità, il lavoro è di tipo prettamente educativo, chiama in causa la scuola e, soprattutto la famiglia come luogo, anche, di formazione alla socialità, «alimentata da una chiara visione della dimensione comunitaria del Vangelo». Temi, prospettive, che stanno puntellando la visita pastorale, il viaggio nelle viscere della diocesi che Piazza sta portando avanti a partire da un tema che è un autentico programma di vita: “Amore domanda amore”. «Un’esperienza di Chiesa molto forte che offre a tanta gente la possibilità di conoscere il vescovo più da vicino. Io la sta vivendo da prete, confessando, abitando con il parroco, condividendo la sua quotidianità e caricandomi dei problemi della comunità. Vado a trovare le persone dove vivono e sul posto di lavoro, in campagna, nelle fabbriche, nei luoghi della loro esistenza. Uno dei punti forti è andare dai malati. E poi l’incontro con le istituzioni, il mondo della scuola, le forze dell’ordine. La visita pastorale è una sorta di abbraccio, è guardarsi negli occhi reciprocamente». Un viaggio “dentro” la diocesi che è anche occasione per sollecitare l’attenzione di tutti, per mettere insieme le forze, per rispondere ai gravi problemi del territorio. E per condividere l’azione di riforma della Curia.

Un cambiamento – sottolinea il pastore di Sessa Aurunca – realizzato «seguendo l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium e tendendo conto dei cinque ambiti del Convegno ecclesiale di Verona. Questo perché è il contesto vitale a costituire il paradigma di riferimento. È la realtà che impone alle strutture di modularsi. Non viceversa ». Concretamente, si è puntato più che mai sul lavorare insieme. «Ho realizzato molti accorpamenti. Per esempio il tema della formazione riunisce in sé uffici che prima erano molto frammentati. Dalla catechesi alla scuola, il criterio è lo stesso, con cinque ambiti affidati ciascuno a un vicario episcopale». Il principio guida è la collegialità. «Uno degli effetti positivi della riforma è la facilità di comunicazione e di partecipazione di tutti i soggetti ecclesiali. Perché i cinque ambiti sono nelle parrocchie, i cui responsabili partecipano ai cinque ambiti della foranía a loro volta presenti nel Consiglio pastorale diocesano. Così diventa facile la comunicazione sia nell’inviare indicazioni sia nel ricevere sollecitazioni. Il tutto nel-l’ottica di puntare all’unità territoriale».

Un percorso quasi obbligato vista la carenza di vocazioni. «Non si tratta di rispondere alle emergenze ma di promuovere modelli e stili di vita che sono frutto di valori, della bellezza e della novità del Vangelo. Avrei fatto la stessa scelta anche se non ci fosse stata la crisi vocazionale. Perché non può pensarsi una Chiesa che non sappia vivere come aspirazione più grande l’unione, la compartecipazione, la mutualità, la reciprocità». E questo malgrado le cadute, i difetti, i limiti. Alla luce dell’insegnamento di Gesù infatti «sono importanti tutte le esperienze umane, politiche, economiche e sociali, anche quelle più lontane dal Vangelo. Per così dire la stessa criminalità e illegalità sono una condizione di riflessione per attivare il bene. Papa Francesco ce l’ha detto: il peccato è anche occasione per la misericordia di Dio. Per esempio, c’è corruzione? Lavoriamo sulla trasparenza, sulla coerenza. I limiti sono l’emergenza che ci consente di discernere il valore su cui puntare. Il male si combatte facendo crescere il bene».

Monsignor Piazza, mi sembra di capire che lei è felice di essere vescovo. «È così. Sono felice di essere prete malgrado le prove anche durissime vissute. Il giorno della mia ordinazione presbiterale, come il giovane Salomone, al Signore non ho chiesto nulla, se non una parola: “entusiasmo”. “Signore fa che nel mio cuore non si spenga l’entusiasmo”. Le confido che il giorno dell’ordinazione episcopale mentre ero disteso a terra in preghiera in attesa del dono dello Spirito ho chiesto al Signore di rinnovarmi l’entusiasmo. Oggi essere vescovo è molto difficile ma non sono le difficoltà a renderti meno felice. Personalmente sento molto forte il significato di essere mandato ad amare la mia gente. La Chiesa si ama vivendola». Come recita il tema della visita pastorale, “amore domanda amore”.





Venerdì, 13 Ottobre 2017

Oggi, in occasione della chiusura del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima si è tenuta nella basilica papale di San Pietro una celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Comastri, vicario del Papa per la Città del Vaticano. Prima della Messa, alle ore 16, si è anche svolta in via della Conciliazione, una grande processione promossa dalla Sezione romana-laziale dell’Unitalsi con la statua della Madonna di Fatima che fu benedetta da Papa Francesco all’inizio del suo Pontificato.

Fu proprio questa icona della Vergine ad aprire le celebrazioni per il centenario della apparizioni lo scorso 12 ottobre 2016 e proprio per questo è stata scelta per chiuderle in San Pietro.

Oltre all’Unitalsi presenti anche i Cavalieri del Santo Sepolcro e la Banda della Gendarmeria Vaticana. Tra la fine della processione e l'inizio della celebrazione c'è stata la recita del Santo Rosario presieduta dal cardinale Comastri. “Oggi – spiega Preziosa Terrinoni, presidente della Sezione romana-laziale dell’Unitalsi all'Agenzia Sir– abbiamo chiuso in San Pietro un percorso durato un anno che ci ha visto protagonisti nel portare in tutte le diocesi del Lazio la statua della Madonna di Fatima, che, ci tengo a sottolineare, è stata acquistata dai malati assistiti dalla nostra Sezione. Fino all’11 novembre la nostra Associazione organizzerà ancora dei pellegrinaggi a Fatima. In particolare la nostra Sezione tornerà al santuario portoghese dal 3 al 7 novembre”.

Ieri sera a Fatima si è invece svolta la grande processione delle candele di ottobre, particolarmente affollata anche per la chiusura del centenario.

Papa Francesco: pregare il Rosario per costruire la pace

(di Filippo Rizzi) La recita quotidiana del Rosario come il più efficace strumento per chiedere e implorare «la pace nel mondo». È stato l’appello lanciato da papa Francesco a conclusione dell’udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro. Il Pontefice ha voluto ricordare – sempre questo mercoledì – che proprio oggi si chiudono le celebrazioni del centenario delle ultime apparizioni mariane a Fatima (1917-2017), luogo in cui il vescovo di Roma si è recato il 13 maggio scorso in veste di “pellegrino” per la canonizzazione dei due pastorelli Giacinta e Francisco Marto e veggenti, assieme a suor Lucia dos Santos, della Vergine. «Con lo sguardo rivolto alla Madre del Signore e Regina delle missioni, – è stato l’appello del Papa – invito tutti, specialmente in questo mese di ottobre, a pregare il santo Rosario per l’intenzione della pace nel mondo».

Il Rosario è da sempre visto come il mezzo privilegiato – è l’argomentazione del domenicano e mariologo Roberto Coggi – e «il modo migliore per essere vicini a Gesù». Che osserva: «Se si rileggono con attenzione le ultime apparizioni di Lourdes e Fatima si rimane impressionati da come la Vergine da vera “Regina della pace” abbia indicato nel Rosario lo strumento più adatto per essere in preghiera con lei». Un mese di ottobre che – a giudizio del religioso tra l’altro autore di un recente e molto approfondito saggio Trattato di Mariologia. I misteri delle fede in Maria (Edizioni Studio Domenicano, pagine 272, euro 24) – può rappresentare l’occasione e la strada privilegiata per ravvivare la fede alla luce degli eventi prodigiosi avvenuti a Fatima cento anni fa.

«Possiamo in questo mese rendere vivi e attuali e non metterli nel cassetto – è la riflessione – quegli insegnamenti che ci arrivano da questo centenario delle apparizioni della Vergine a Fatima». Una pratica quella del Rosario – rievoca lo studioso – normata come la «conosciamo oggi proprio da un Papa domenicano nel 1569, san Pio V con i misteri dolorosi, gaudiosi e gloriosi, il Pontefice della battaglia di Lepanto a cui san Giovanni Paolo II nel 2002 ha aggiunto i misteri della luce». Ma «pochi sanno che i principali “inventori” di questa preghiera mariana – rivela padre Coggi – sono stati proprio i domenicani. Si deve al nostro padre fondatore san Domenico grazie alla sua invocazione quotidiana dell’Ave Maria durante le sue prediche la nascita “indiretta” di questo modo di pregare».

E annota: «Chi però per primo ha reso “istituzionale” il Rosario come forma di orazione con la corona e la recita delle decine è stato però un altro domenicano del Quattrocento: il beato bretone il grande Alano de La Roche».

Una preghiera – agli occhi di questo frate predicatore – che da sempre ha accompagnato lo stile ordinario di magistero dei Pontefici per chiedere soprattutto un’autentica conversione dei cuori: «Basti pensare a tutti i documenti di Leone XIII, san Pio X. Non è un caso che tutti i più importanti successori di San Pietro del Novecento – mi viene in mente la devozione del beato Paolo VI per il suo “afferrarsi alla sacra corona” – abbiano intravisto in questa semplice invocazione il mezzo più efficace per indicare ai fedeli un modello di vita per essere alla sequela di Gesù. Non per nulla papa Pacelli ha definito il Rosario “una sintesi del Vangelo”». Come certamente è significativo – agli occhi di padre Coggi – che proprio Francesco scorga in questa semplice preghiera attraverso l’intercessione della Vergine «il miglior mezzo per invocare non solo la pace nel mondo ma anche la salvaguardia del Creato che è la nostra casa comune». La pratica del Rosario – è la riflessione finale del domenicano – «a mio giudizio, come direbbe Leone XIII, rappresenta la forma di preghiera più “efficace per conseguire la vita eterna”».

E sempre ieri Francesco ha voluto inviare un videomessaggio per i 300 anni (1717-2017) dal ritrovamento della statua della Madonna di Aparecida in Brasile. Papa Bergoglio ha designato – per queste celebrazioni che si sono concluse ieri al Santuario mariano – come suo inviato speciale il prefetto emerito della Congregazione per i vescovi e presidente emerito della Pontificia commissione per l’America Latina, il cardinale Giovanni Battista Re. «Il cristiano non può mai essere pessimista!». Nel videomessaggio Francesco ha rievocato l’affetto dei brasiliani per la «Madre di Gesù». «L’amore, manifestato nella solidarietà e nella condivisione – ha assicurato – è più forte e luminoso delle tenebre dell’egoismo e della corruzione».






Venerdì, 13 Ottobre 2017

Due sacerdoti portoghesi martirizzati in Brasile nel ‘600 dai calvinisti olandesi insieme a 28 fedeli. Tre adolescenti indios messicani uccisi in odio alla fede in Messico all’inizio dell’evangelizzazione di questo Paese. Un sacerdote spagnolo fondatore nell’Ottocento di una congregazione religiosa femminile e un religioso italiano grande predicatore nel Regno di Napoli tra il XVII e il XVIII secolo. Sono questi i nuovi santi che papa Francesco proclamerà nel corso della solenne concelebrazione di domenica 15 ottobre in piazza san Pietro che sarà possibile seguire anche in tv su Tv2000.

Le loro figure, raccontate nel libretto per il rito della canonizzazione preparato dall’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Papa, sono state presentate in un meeting point presso la Sala Stampa della Santa Sede.

I padri André de Soveral e Ambrósio Francisco Ferro, insieme 28 fedeli che è stato possibile identificare (in realtà furono molti di più) furono uccisi in due distinti momenti nel 1645. Il loro martirio si situa nell'ambito dell’evangelizzazione nel Rio Grande do Norte in Brasile, iniziata nel 1597 da missionari gesuiti e sacerdoti diocesani, provenienti dal cattolico Regno del Portogallo. Nei decenni successivi, l’arrivo degli Olandesi, di religione calvinista, determinò la restrizione della libertà di culto per i cattolici, che da quel momento furono perseguitati. Il 16 luglio 1645 a Cunhaú, nel corso della messa domenicale, officiata dal parroco padre de Soveral, una schiera di soldati olandesi, con Indios al seguito, fecero irruzione nel luogo sacro e massacrarono gli indifesi fedeli. Il 3 ottobre dello stesso anno, poi, presi dal terrore per quanto accaduto, i cattolici di Natal cercarono di mettersi in salvo in improvvisati rifugi, ma invano. Fatti prigionieri, insieme al loro parroco padre Ferro, furono trasferiti nei pressi di Uruaçu, dov'erano ad attenderli soldati olandesi e circa 200 Indios, pieni di avversione contro i cattolici. I fedeli e il loro parroco furono seviziati in modo orribile e lasciati morire fra inumane mutilazioni.

Gli indios Cristoforo, Antonio e Giovanni sono considerati i protomartiri del Messico e dell’intero Continente Americano. I tre fanciulli ricevettero una solida formazione cristiana dai primi missionari francescani che, nel 1524, misero piede nella Nueva España. Cristoforo era il figlio prediletto e l’erede del principale cacicco Acxotecatl. Ricevuto il battesimo, divenne in breve tempo un apostolo del Vangelo tra familiari e conoscenti. Si propose, anche, di convertire il padre, esortandolo a cambiare le sue riprovevoli abitudini, soprattutto quella legata al bere fino all’ubriachezza. Il padre non gli diede importanza, ma alle ripetute insistenze del figlio il suo animo pagano si manifestò superiore all’affetto di genitore. Fatto rientrare con un tranello il figlio dalla scuola francescana, lo bastonò con violenza e poiché il ragazzo, che aveva solo 13 anni, pur nel dolore, continuava a pregare, lo gettò su un rogo acceso. Questo episodio risale al 1527. Due anni dopo ci fu invece il martirio di Antonio, nipote ed erede del cacicco locale, e di Giovanni, di umile condizione, che era il suo servitore. Anch’essi frequentavano la scuola dei francescani e nel 1529 si resero disponibili ad accompagnare i padri domenicani in una spedizione missionaria nella regione di Oaxaca, come interpreti presso gli Indios. Consapevoli del pericolo di morte che correvano, i ragazzi aiutarono i missionari a distruggere gli idoli. In una di queste azioni, alcuni Indios, inferociti e armati di bastoni, si avvicinarono e colpirono a morte prima Giovanni e poi Antonio, accorso in suo aiuto.

Faustino Míguez (1831-1925), entrato nel noviziato degli Scolopi, a Madrid, il 5 dicembre 1850, fu ordinato sacerdote nel 1856. Nel novembre del 1857 fu inviato alla prima fondazione del suo ordine a Guanabacoa (Cuba). Successivamente fu mandato in diverse comunità della Spagna: Celanova, El Escorial, Monforte de Lemos, Sanlúcar de Barrameda e a Getafe dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Faustino visse oltre 50 anni votato all'educazione e durante il suo secondo soggiorno a Sanlúcar de Barrameda, scoprì la condizione di abbandono e di ignoranza in cui vivevano le donne e il bisogno di qualcuno che la guidasse fin dall’infanzia. Così con il beneplacito del suo Superiore Generale e con l’approvazione dell’arcivescovo di Siviglia, il 2 gennaio 1885 fondò l’Istituto Calasanzio, Figlie della Divina Pastora, una Congregazione per l’educazione per le bambine che segue lo stile pedagogico di San Giuseppe Calasanzio.


Infine l’unico italiano tra i nuovi santi che verranno proclamati da Papa Francesco: il cappuccino Angelo da ?Acri (1669-1739), che era noto per essere un grande predicatore” dell’Italia meridionale del suo tempo. “Iniziò con un fallimento vicino Napoli, ?predicò seguendo le regole della retorica di allora ma si rese ?conto che non riusciva a tenere l’uditorio, si impappinava, ?perdeva il filo del discorso... Allora decise che doveva usare ?parole semplici, e le sue prediche da allora ebbero un successo ?crescente. Conquistava la gente". Lo ha raccontato nel meeting point con i giornalisti padre Carlo ?Calloni. "La teoria - ha proseguito il frate cappuccino - divenne ?anche prassi. Nel Sud Italia c’erano molti contadini poveri, e ?c’erano i latifondisti: il frate alzò la voce a difesa dei più ?deboli, chiese che tutti avessero lavoro, che non si succhiasse ?il sangue agli agricoltori. Come diceva Manzoni di fra Cristoforo, ?il nostro abito può andare in qualsiasi ambito, e così lui andava ?nei palazzi dei ricchi e nelle case dei poveri. Le sue parole ?disturbavano i potenti? Di certo la gente era con lui, e per ?questo non ci fu nessuna reazione violenta nei suoi confronti. ?Inoltre viveva in estrema austerità, e dunque era molto credibile ?quando predicava".





Venerdì, 13 Ottobre 2017

Nei libretti dei canti che si possono trovare nelle parrocchie italiane ce n’è uno che tutti sanno intonare durante le Messe ed è diventato patrimonio musicale delle celebrazioni della Penisola: il Santo di Bonfitto. Molti lo chiamano «del Bonfitto» quasi fosse un luogo. Invece Bonfitto è padre Michele Bonfitto, autore del noto brano. Religioso comboniano nato a San Marco in Lamis, nell’arcidiocesi di Foggia-Bovino, è morto venerdì scorso, all’età di 95 anni, nella sede dei comboniani di Firenze dove risiedeva da circa vent’anni. Compositore e missionario al tempo stesso, apostolo degli “ultimi” e dei sofferenti, aveva scelto anche il pentagramma come “via” per annunciare il Vangelo. E il suo Santo è uno dei più significativi esempi della riforma liturgica (scaturita dal Concilio Vaticano II) tradotta in musica sacra. Una melodia ben più ritmata rispetto a quelle del passato, ma accompagnata da parole che sono di una fedeltà assoluta al testo del Messale. E il brano può essere facilmente cantato dall'intera assemblea favorendo quella partecipazione cara proprio alla riforma liturgica. Non è un caso che padre Bonfitto possa essere considerato uno dei «rinnovatori» della musica liturgica nel post-Concilio.

Il Santo che lo ha reso celebre è stato pubblicato nel 1971 per le edizioni Eco nella raccolta dei canti originali composti da padre Bonfitto per la Messa dal titolo “Sei grande nell’amore. Canti per celebrazioni liturgiche”. Canti che hanno avuto una grande diffusione come Nella Chiesa del Signore, Signore pietà, Gloria a Dio, Beati quelli che ascoltano, Alleluja, Se qualcuno ha dei beni, Santo Mistero della fede, Tuo è il regno, Agnello di Dio, Padre santo, Rimani con noi.

Originario della Puglia, Michele Bonfitto sente fin da piccolo la chiamata a entrare nella famiglia missionaria fondata da Daniele Comboni. Dopo alcuni anni nel Seminario di Troia, prosegue gli studi a Verona dove nella Cattedrale della città scaligera viene ordinato sacerdote nel 1947 dal vescovo Girolamo Cardinale. Subito dopo l’ordinazione, padre Michele si reca a Roma per studiare liturgia e musica sacra. Inviato a Londra dove resta per un decennio, il religioso comboniano si diploma in direzione d’orchestra ed è insegnante per tante persone che si avvicinano all’arte della musica. «In quegli anni – ricostruisce l’amico e allievo, sempre comboniano, padre Teresino Serra, su Il Tirreno – partecipò a un concorso per la composizione dell’inno per l’incoronazione della regina Elisabetta II. Padre Michele avrebbe meritato il primo posto, ma gli fu assegnato solo il secondo perché non era cittadino inglese. La regina gli fece dono però di una bacchetta d’argento da direttore d’orchestra».

Rientrato in Italia, padre Bonfitto viene assegnato alla sede di Carraia a Capannori, in provincia di Lucca, dove i comboniani hanno una scuola di formazione. Quindi l’approdo a Firenze dove continua il suo ministero di testimonianza e di servizio verso gli ammalati in una clinica della città. Cappellano e confessore, non si sottrae, nonostante l’età, a stare vicino ai poveri e soprattutto ai disabili. Il funerale è stato celebrato proprio a Firenze domenica scorsa; poi la salma è stata trasferita a Verona per essere sepolta nel cimitero della casa-madre dei padri comboniani.

Ogni 15 maggio, giorno della nascita di padre Bonfitto, la comunità comboniana di Firenze lo ha sempre festeggiato con una Messa ed eseguendo i suoi famosi canti fra cui il Santo. Il successo nazionale della composizione di padre Michele ha creato, accanto alla versione originale, diversi surrogati con aggiustamenti melodici tanto che oggi c’è una versione popolare che offusca l’originale. L’aggiustamento popolare ha coinvolto anche il testo. Spesso si sente cantare «Santo, Santo, Santo è il Signore…» con quella «è» di troppo. In realtà padre Bonfitto ha ripreso per le parole del suo brano quanto è scritto nel testo liturgico che recita «Santo, Santo, Santo il Signore…» evitando anche errori di natura teologica.





Venerdì, 13 Ottobre 2017

Con 10 arresti, 47 perquisizioni e il sequestro di un ingente materiale informatico con file prodotti mediante lo sfruttamento sessuale di minori, la Polizia di Stato di Trento ha sgominato una rete di pedofili che operava su una piattaforma Voip criptata.

Le indagini sono state condotte dai poliziotti della sezione della polizia postale e delle comunicazioni della polizia di Stato di Bolzano, coordinate dal Centro nazionale contrasto alla pedopornografia online e dirette dalla Procura distrettuale di Trento.
È stata ricostruita una fitta rete di pedofili che, utilizzando il servizio di instant messagging criptato di un notissimo applicativo, ritenuto riservato e sicuro, aveva prodotto e scambiato numeroso materiale pedopornografico.

Il là alle indagini è stato dato dall'arresto di un 38enne altoatesino, nel febbraio 2016: l'uomo era stato trovato in possesso di 4 Terabyte di materiale digitale (foto/video) contenente foto pedopornografiche. Le dichiarazioni rese dall'arrestato, che affermava essere materiale scaricato dalla navigazione internet, e quindi ceduto da soggetti dei quali non era in grado di indicare generalità o ulteriori elementi utili alla loro identificazione, hanno insospettito gli investigatori informatici della polizia delle comunicazioni i quali hanno individuato tra le prove digitali del computer in sequestro un abnorme utilizzo dell'applicazione Voip e una impressionante rubrica composta da numerose decine di contatti.

Gli inquirenti sono riusciti quindi, attraverso l'utilizzo di particolari software, a ricostruire a posteriori un'enorme quantità di conversazioni dalle quali emergeva la morbosità degli interlocutori nei confronti di pratiche sessuali con minorenni.
L'uomo risulta essere il fulcro di una rete con oltre un centinaio di contatti con i quali lo stesso, a volte
presentandosi come madre di una bambina minorenne, affermava essere attratto sessualmente da bambini in tenera età e offrendo, agli interlocutori di volta in volta succedutisi nelle comunicazioni, materiale pedopornografico. I target coinvolti nel turpe traffico della produzione e cessione di materiale illecito hanno accordi ben stabiliti, patti di segretezza da mantenere e l'obbligo di fare uso dell'instant messaging per la condivisione delle foto proibite di minori al fine di rimanere anonimi e quindi restare impuniti.

L'indagine coinvolge persone che hanno prodotto e condiviso materiale illecito in tantissime regioni italiane: tra cui Trentino Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. E dalla stessa inchiesta della Procura di Trento per una presunta rete di pedofili dediti allo scambio di immagini online sarebbe coinvolto anche un magistrato dalla Corte d'appello di Reggio Calabria.





Venerdì, 13 Ottobre 2017

Il colpo d’occhio è impressionante: nella tabella che elenca i 13 Paesi del mondo più intolleranti le frecce nere sono quasi tutte all’ingiù. Vuol dire che i cristiani oggi soffrono più che in passato. Che la fede che professano costa loro crescenti discriminazioni (come in Pakistan), lavori forzati (in Corea del Nord), violenze (in India), confische (in Turchia), persecuzioni (in Sudan)… Crimini che Avvenire documenta quotidianamente nelle sue cronache, ma che non trovano altrettanta eco nelle preoccupazioni dei governi occidentali.

È la denuncia contenuta nel rapporto “Perseguitati e Dimenticati”, presentato a Milano dalla onlus Aiuto alla Chiesa che soffre e riferito al triennio 2015-1017. E risuonano ancora le parole di papa Francesco, nell’omelia di giovedì a Santa Maria Maggiore a proposito dei cristiani delle Chiese orientali, che sperimentano la diaspora e il dramma delle persecuzioni: «Nessuno può chiudere gli occhi».

Lo studio di Acs li fa aprire eccome, gli occhi, con le storie crude di chiese saccheggiate in Siria, di Dorkas Zakka, assassinata nella sua casa in Nigeria la notte di Pasqua insieme ad altri 11 fedeli, del giovane Akash Bashir ucciso a Lahore, in Pakistan, mentre cercava di sventare un attentato suicida nella chiesa di Saint John. Di Elias, legato mani e piedi a una croce dai miliziani del Daesh a Raqqa, in Siria, perché non aveva pagato la tassa islamica imposta ai cristiani, e salvo solo per puro caso.

E in alcuni casi le violenze diventano tentativo di distruggere la presenza di una intera comunità. È nota la vicenda di Aleppo, in Siria, dove il numero di fedeli è precipitato da 150mila ad appena 35mila: a causa della guerra, certo, ma anche di una precisa strategia dei gruppi estremisti di sradicamento della presenza dei cristiani dall’area mediorientale, così come in alcune zone dell’Egitto, dell’Eritrea e della Nigeria.



I Paesi presi in esame da Acs sono 13 (Cina, India, Iraq, Pakistan, Siria, Sudan, Turchia, Egitto, Eritrea, Iran, Nigeria, Arabia Saudita e Corea del Nord); in alcuni le persecuzioni contro i cristiani arrivano dallo Stato, in altri da gruppi terroristici. Il rapporto non presenta dati statistici, ma numerosi episodi documentati di violenza a ragione della fede, significativi di un clima di intolleranza e odio in crescita che porta l’Associazione a concludere che «la persecuzione contro i cristiani è più grave oggi che in qualsiasi altro periodo storico».

In 11 dei 13 Paesi esaminati la situazione è peggiorata. In Cina, ad esempio, il livello di intolleranza nei confronti dei cattolici e del clero fedele a Roma è aumentato. Anche l’India è passata di livello, con 316 «incidenti» tra gennaio e fine maggio 2017 che hanno visto i cristiani come vittime: stupri, incendi di villaggi, un pastore ridotto in coma dopo un pestaggio. La vittoria del partito conservatore Bjp nelle elezioni del marzo 2017 ha dato nuovo fiato all’odio: «In questi mesi sempre più villaggi cristiani si sono visti negare l’accesso al riso, al grano, allo zucchero e altri beni alimentari offerti come sussidi in base alla Legge nazionale per la sicurezza alimentare del 2013».


I nemici della fede in Cristo, dunque, sono tanti: «I cristiani sono vittime del fondamentalismo, del nazionalismo religioso, di regimi totalitari, ma anche di violenze indirettamente finanziate dall’Occidente, nonché dalla incapacità dei governi occidentali di porre un tempestivo freno al genocidio in atto in Medio Oriente e non solo», ha elencato Alfredo Mantovano, presidente di Acs-Italia.

E dunque «il tempo di salvare i cristiani dalla persecuzione è ora o mai più». L’Occidente finge di non vedere che la pluralità in alcune aree del mondo – ad esempio in Medio Oriente, nel subcontinente indiano, in Africa – sta lasciando il posto alle monoculture e che la stessa presenza di cristiani è a rischio. Una prospettiva che non deve preoccupare solo i cristiani, ma «tutti coloro che hanno a cuore la diversità e la tolleranza». E i Paesi occidentali sono chiamati a non sacrificare i diritti delle minoranze sull’altare delle alleanze economiche.





Venerdì, 13 Ottobre 2017

Tanti anni fa, con la commozione che l’istintiva ritrosia sua gli consentiva, da figlio di un italiano immigrato irregolarmente negli Usa per sfamare la famiglia, recidivo e respinto più volte, don Luigi Di Liegro mi raccontò: «La prima volta che sono andato in America, una sera, ho camminato per ore sulle banchine del porto di New York... Era il cammino che tante volte lui, mio padre, emigrante per mantenere la famiglia aveva fatto da solo, quando arrivava e quando lo cacciavano». Un altro ricordo. Inizio anni ’90, aveva il cuore gonfio – quasi sommerso dalle accuse e dalle critiche che gli venivano da tanti potenti e anche da parte di uomini di Chiesa – e mi raccontò che se il suo lavoro come direttore della Caritas romana continuava lo doveva personalmente a Giovanni Paolo II. Qualche tempo prima lo aveva incontrato per una cerimonia ufficiale alla Basilica di San Paolo, aveva potuto salutarlo e gli aveva detto: «Santità, ci sono tanti che non sono contenti di me».

E il Papa gli aveva risposto forte, in modo che tutti sentissero: «Non si preoccupi, don Luigi, sono quelli che non sono contenti neppure di me!». Era già pronto, mi disse, il suo trasferimento dalla Caritas a una parrocchia presso Acilia, dove già si recava il sabato e la domenica. Così era diventato noto a tutti che Giovanni Paolo II lo stimava e gli voleva bene. Quelle parole del Papa gli fecero da scudo fino alla fine... Ancora un ricordo, forse il più antico di tutti. Nel corso degli anni ’70, egli con altri preti di Roma ebbe l’idea di trovarsi, alla sera, una volta al mese, per pregare. Si cominciò, ma arrivò, il veto dei “superiori”. Qualcuno aveva paura che i preti pregassero insieme, perché dopo la preghiera, si sa, si sarebbe parlato, e chissà cosa si sarebbe detto. Parole precise: «Sì, voi pregate, e poi mangiate… Sì, ma poi… parlate pure!». Qualcuno lo ha sempre visto come un pericolo. E invece è stato un amico, un fratello maggiore, un esempio, un modello, un mite contemporaneamente durissimo, capace di tenere testa a ogni tentativo di ammorbidire la sua adesione al Vangelo, di renderlo meno fedele alla voce di Colui che gli parlava dentro, e gli mostrava il suo cammino di prete e di testimone. È stato sempre vivo, don Luigi, e ha capito presto che il suo posto era accanto agli ultimi, ai poveri veri, agli emarginati, agli zingari, ai barboni, alle donne perdute e abbandonate da tutti, ai ragazzi senza padre e senza madre.

Lì, lui, trovava il popolo, lì riconosceva Cristo vivo. Al servizio della Chiesa, sempre: mistero e popolo di Dio incarnato nei poveri e in quelli che incontrava ogni giorno. Obbediente, e capace di vivificare l’obbedienza con la collaborazione attiva che trasformava i progetti altrui e li riempiva di quello slancio, di quel calore, di quella determinazione che tutti gli riconoscevano. Era, a modo suo, un comandante e un monaco della carità, solitario e solidale, dialogante e deciso, capace di rischiare in proprio anche per non compromettere la Chiesa come tale. Il Convegno che fu detto “sui mali di Roma” gli causò tanta notorietà, certo, ma anche tanta ostilità, mondana e clericale, politica e di potenti, che gli è rimasta addosso per tutta la vita, contribuendo a quel logorio di energie, e soprattutto di cuore, che venti anniorsono se lo portò via, a riposarsi finalmente nel Cuore di Colui che aveva servito giorno dopo giorno negli “ultimi”. Ha amato la Chiesa, don Luigi, più di se stesso, servendola sul serio, mai servendosi di essa per fare una carriera che non ha fatto anche perché non l’ha voluta fare. Nei confronti del potere politico ha sempre e ovunque avuto un solo criterio: rispetto per tutti, esigenza che servissero cittadini e uomini come tali, rigore assoluto nel non farsi mai confondere con nessuno, di nessuna parte politica, di nessuna tendenza o corrente. Riconosceva i meriti reali di tutti, ma non si legava mai ad alcuno, salvo ai poveri, ai giovani, ai suoi volontari che mandavano avanti quella macchina concreta di cure e di amore che dalle piccole mosse iniziali era diventata e continua a a essere la Caritas di Roma. Correva sempre, don Luigi, salvo quell’ora del pomeriggio in cui gli amici sapevano che potevano trovarlo a pregare, a leggere, a pensare.

L’ultima volta che l’ho visto in casa sua faceva freddo, e lui aveva una coperta addosso, perché non c’era il riscaldamento: gli chiesi come mai. E la risposta fu, testuale: «Ma tu pensi che con quelli che incontro ogni giorno, e sono tanti e tante, io posso permettermi in coscienza di avere il riscaldamento?». Era visibilmente stanco, ma continuava a pensare agli altri, a quelli della mensa, a quelli delle strade, alle donne degli incroci, ai ragazzi zingari senza scuola. Però era contento della casa per malati di Aids che aveva fatto nascere, in piena clandestinità riuscita, con l’aiuto delle Suore, a Campo de’ Fiori. Mi parlava degli ammalati di Villa Glori, anche quelli di Aids, e anche dell’egoismo di coloro – ricchi e poveri – che avevano protestato perché non li volevano vicini. Era contento, preoccupato del modo con cui avrebbe potuto far capire all’opinione pubblica non solo l’utilità, ma la necessità che si moltiplicassero iniziative anche minime, ma efficaci, per abbattere i pregiudizi, per trovare spazio sulla stampa sempre in cerca di scoop e mai di notizie positive. Guardava avanti, al domani. Fino all’ultimo istante. Ora riposa lassù, e – conoscendolo ne sono sicuro – da lassù continua a pregare per noi: come Teresa di Lisieux «passa il suo Cielo a fare del bene sulla terra». Prete, amico, difensore degli ultimi, ultimo egli stesso. Difficile non pensare che la sua vita sarebbe piaciuta tanto a qualcuno che, oggi, è Papa e ci raccomanda di essere “in uscita”, al fianco e alla testa dei fratelli in cammino: da lassù anche don Luigi è contento.





Venerdì, 13 Ottobre 2017

Il 12 settembre è stata approvata dalla Camera dei deputati la legge che definisce reato l’apologia del regime fascista e nazi-fascista. L’impressione è che una legge del genere non dica molto alle giovani generazioni, cresciute in un contesto storico in cui il pluralismo delle scelte appare un dato incontrovertibile. Al di là, tuttavia, del giudizio storico sul ventennio fascista, due gravi errori rendono improponibile la ripetizione di quell’esperienza politica: la persecuzione degli ebrei e la successiva scelta della guerra al fianco della Germania nazista. Contro queste decisioni errate e ingiuste levarono la loro voce coraggiosa alcuni cristiani che pagarono con la vita la scelta di solidarietà.

Odoardo Focherini era un laico, sposato con Maria Marchesi, e aveva 7 figli. Come amministratore del quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia, godeva di buona reputazione e aveva ottime prospettive per il futuro. A tutto questo rinunciò quando decise di prodigarsi attivamente a favore degli ebrei. Odoardo, familiarmente chiamato Odo, era nato a Carpi nel 1907 da genitori di origine trentina. Due sacerdoti furono importanti negli anni della sua giovinezza: don Armando Benatti si occupò della sua formazione religiosa e culturale; e don Zeno Saltini, il futuro fondatore di Nomadelfia, gli inculcò l’interesse per la vita pubblica e sociale. Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta l’Azione Cattolica divenne una realtà importante nella società italiana. Quasi naturalmente Odoardo ne entrò a far parte, e ben presto ricoprì incarichi di prestigio. Nel 1928 divenne membro della giunta diocesana, nel 1936 venne eletto presidente dell’Azione Cattolica della diocesi di Carpi. Come già ricordato, nel 1939, allo scoppio della guerra, venne chiamato all’Avvenire d’Italia come amministratore. In breve diventò l’uomo di fiducia del direttore, Raimondo Manzini, che a lui si rivolgeva per le questioni più delicate.

Nel 1942 arrivò a Genova un gruppo di Ebrei. Il vescovo della città ligure, il cardinale Pietro Boetto, li indirizzò a Bologna pregando Manzini di occuparsene. A sua volta il direttore affidò l’incarico a Focherini che da questo momento divenne il punto di riferimento imprescindibile per gli ebrei di passaggio a Bologna. In collaborazione con don Dante Sala, un sacerdote di grande spiritualità, Odo organizzava il viaggio fino a Cernobbio, sul Lago di Como: da qui gli ebrei potevano varcare il vicino confine con la Svizzera. In questo modo più di cento ebrei ebbero salva la vita. L’11 marzo del 1944 l’amministratore dell’Avvenire era in visita presso l’Ospedale Ramazzini di Carpi per concertare la fuga di Enrico Donati. Qui venne raggiunto dal reggente del fascio di Carpi che gli intimò di seguirlo con urgenza a Modena, dove gli venne comunicato che era in stato di arresto. Da qui fu trasferito in carcere a Bologna. Al cognato che nel corso di una visita gli chiedeva se era pentito dell’aiuto prestato agli ebrei rispose: «Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, come trattano gli ebrei qui dentro, saresti pentito solo di non averne salvati di più». Dal carcere venne poi trasferito al campo di concentramento di Fossoli. Era l’inizio del suo lungo pellegrinaggio nell’abisso dei lager: la tappa successiva fu Gries (Bolzano), poi Flossenburg, nella Baviera Orientale, e infine Hersbruck. Morì il 27 dicembre del 1944. L’amico Teresio Olivelli raccolse e riuscì a far giungere alla famiglia le sue ultime parole: «I miei figli... voglio prima vederli... Tuttavia, accetta, o Signore, anche questo sacrificio e custodiscili tu... Vi prego riferire a mia moglie che le sono rimasto sempre fedele, l’ho sempre pensata, e sempre intensamente amata». Con la sua abilità Odo riuscì a far giungere a casa 166 lettere che sono un monumento reso all’amore per la famiglia. Riconosciuto come giusto tra le nazioni già nel 1969, Odoardo Focherini è stato proclamato beato nel 2013.

Abbiamo già incontrato Teresio Olivelli, l’amico di Focherini. Nacque il 7 gennaio del 1916 a Bellagio, al centro del Lago di Como. Presto, tuttavia, i genitori ritornarono nella natìa Lomellina e si stabilirono a Mortara, in diocesi di Vigevano. Al fianco di Teresio c’era lo zio, don Rocco Invernizzi, che fu la sua guida spirituale, il maestro che gli insegnò l’amore per il prossimo. Già da ragazzo egli assimilò questa virtù aiutando i compagni negli studi. Si iscrisse poi all’Azione Cattolica e divenne membro della San Vincenzo sempre con l’intento di aiutare i più bisognosi. All’università scelse di studiare Giurisprudenza e, per risparmiare tempo, si stabilì presso il prestigioso Collegio Ghislieri di Pavia. Lo studio serio che gli permise di conseguire risultati eccellenti non lo allontanò dall’impegno civile. Fece parte della Fuci, la Federazione degli universitari cattolici, ma fu attivo anche tra i Guf, i Gruppi universitari fascisti. Il suo punto di vista era che comunque conviene esserci, essere presenti per rendere più cristiana e umana la società. Si laureò nel 1938 con lode, e già si prospettava per lui una brillante carriera accademica, ma Teresio non era capace di stare a guardare. I l 1942 è l’anno della campagna di Russia. Il giovane professore chiese di parteciparvi per condividere rischi e sofferenze dei soldati. Rientrato in patria si ripresentò al Collegio Ghislieri, dove venne nominato rettore a soli 27 anni. Avrebbe potuto dunque starsene al sicuro, ma ancora una volta non fu questa la sua scelta. Avendo compreso che l’avventura della guerra avrebbe portato al tracollo del Paese, aderì alla lotta partigiana. Il centro della sua azione era Milano. Teresio rifuggiva dalla violenza e considerava se stesso e i suoi compagni «ribelli per amore». Arrestato il 27 aprile del 1944, fu condotto nel carcere di San Vittore dove venne sottoposto a interrogatori e torture. Venne infine spedito nel campo di concentramento di Fossoli, dove incontrò Focherini. I due diventarono amici per la fede comune ma anche perché percorrevano le stesse stazioni che li portarono in ultimo a Hersbruck, un vero campo di sterminio. Le condizioni di lavoro nelle cave, le striminzite razioni di cibo, il freddo determinavano presto la morte degli internati. Anche in questa situazione Teresio non rinunciò alla carità. Spesso risparmiava sulle razioni di cibo per distribuirle ai più bisognosi, incoraggiava, invitava alla preghiera e alla speranza. Il 31 dicembre un kapò infierì su un ragazzo ucraino. Quasi istintivamente Teresio si frappose in sua difesa, ma subito ecco il kapò sferrargli un calcio che lo riduce in fin di vita. Morirà nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1945. Teresio Olivelli verrà proclamato beato il prossimo 3 febbraio nella sua diocesi di Vigevano. Il postulatore della causa lo ha definito un buon samaritano dell’umanità: «La sua beatificazione – ha proseguito – arriva quando i cattolici italiani hanno bisogno di ritrovare le loro migliori radici anche sul versante della testimonianza nel sociale».

Samaritana dell’umanità può essere definita anche Anna Maria Enriques Agnoletti. Nata a Bologna nel 1907 in una famiglia agnostica, trascorse gli anni dell’adolescenza e della giovinezza spostandosi da Bologna a Napoli, Sassari, Firenze seguendo gli incarichi del padre, professore universitario. Intellettuale finissima, laureata in storia medievale e diplomata in paleografia e archivistica, maturò la conversione al cattolicesimo in contatto con Giorgio La Pira, don Giulio Facibeni e il cardinale Elia Dalla Costa. Dopo la laurea ottenne l’incarico di prima archivista presso l’Archivio di Stato di Firenze. Dimissionata dopo l’approvazione delle leggi razziali nel 1938 perché figlia di un ebreo, dal cardinale Dalla Costa e da La Pira venne presentata a monsignor Montini che le fece avere un incarico presso la Biblioteca vaticana. Dopo l’8 settembre, insieme con il fratello Enzo, aderì alla resistenza divenendo una delle dirigenti del movimento cristiano sociale. Ritornò poi a Firenze e favorì l’adesione dei cristianosociali al Partito d’Azione. Prese poi contatti con i gruppi della resistenza operanti nel Livornese, in Lucchesìa, nella Val di Chiana e in Val d’Orcia. Tanta attività non poteva passare sotto silenzio. Denunciata, Anna Maria venne arrestata il 12 maggio 1944. Interrogata e torturata ininterrottamente per 7 giorni, resistette senza rivelare i nomi dei collaboratori. Venne fucilata il 12 giugno del 1944 a Sesto Fiorentino. Scrisse di lei don Franco Angeli, sacerdote sopravvissuto ai lager: «Non dimenticheremo mai più la sua dolce figura piena di bontà, l’energia virile del suo animo grande, di fronte a cui si spuntarono l’astuzia e la violenza naziste». Samaritani dell’umanità, i beati Focherini e Olivelli e Anna Maria Enriques Agnoletti sono antesignani di quella fraternità cristiana estesa a tutti gli uomini, tanto cara a papa Francesco.





Giovedì, 12 Ottobre 2017

"In merito ad alcune notizie false uscite oggi riguardanti un membro del corpo diplomatico della Santa Sede richiamato dagli Stati Uniti, posso affermare che non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada né nessun processo fissato in Vaticano; l'indagine richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata". Così il direttore della Sala Stampa vaticana della Santa Sede, Greg Burke ha confermato l'infondatezza della notizia diffusa dall'Ansa di una richiesta di estradizione da parte del Canada per monsignor Carlo Alberto Capella, consigliere di nunziatura, fino a pochi mesi in servizio presso la sede diplomatica vaticana di Washington.

La vicenda che starebbe dietro la fantomatica richiesta è del resto all'esame delle autorità vaticane, come una nota della Sala Stampa rendeva noto il 15 settembre pur senza fare il nome dell'indagato: "Il 21 agosto scorso - si legge nel testo - il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America ha notificato alla Segreteria di Stato, per via diplomatica, la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington. La Santa Sede, secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione, il quale si trova attualmente nella Città del Vaticano. Ricevute le informazioni dal governo statunitense proseguiva la nota -, la Segreteria di Stato le ha trasmesse al Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano.Il Promotore di Giustizia ha aperto un'indagine ed è stata già avviata una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi al caso. Si ricorda che, come è previsto dalle leggi vigenti per tutte le istruttorie preliminari, le indagini del Promotore di Giustizia sono vincolate al riserbo istruttorio".

Nel comunicato non si fa alcun riferimento al Canada. Ma successivamente si è venuto a sapere che la polizia del Paese nordamericano aveva spiccato mandato di arresto per il diplomatico della Santa Sede sulla base del "sospetto" che avesse scaricato e poi diffuso materiale di natura pedopornografica "mentre visitava un luogo di culto a Windsor, in Ontario nel periodo tra il 24 il 27 dicembre 2016".

Capella, 50 anni, nato a Milano ma di famiglia emiliana, è stato ordinato prete per l’arcidiocesi ambrosiana. Attualmente si trova nel Collegio dei Penitenzieri in Vaticano, che è adiacente al Palazzo della Gendarmeria, in attesa che si chiarisca la sua posizione. La sua "è una vicenda dolorosissima", ha commentato di recente il cardinale Pietro Parolin a un convegno sulla pedofilia online alla Pontificia Università Gregoriana. "Stiamo trattando il caso con massimo impegno, massima attenzione e massima serietà".

E' da ricordare che la nuova legge per i reati gravi (tra i quali la pedopornografia) approvata da papa Francesco nel 2013 prevede che possa essere processato in Vaticano anche il personale delle nunziature come di ogni altra istituzione della Santa Sede anche quando il reato non è stato commesso sul suolo Vaticano.





Giovedì, 12 Ottobre 2017

Questa sera si tinge di rosso la Basilica del Sacro Cuore, nel quartiere di Montmartre a Parigi. Il sangue dei martiri torna a “illuminare” i più importanti monumenti del mondo: dopo la Fontana di Trevi a Roma, la Cattedrale e l’Abbazia di Westminster a Londra e il Cristo Redentor a Rio de Janeiro, il 12 ottobre Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ha promosso - nell'ambito della manifestazione 24 ore per la libertà religiosa - l'accensione delle luci rosso porpora nella Basilica del Sacro Cuore e a seguire una veglia di preghiera per quanti non sono liberi di vivere la propria fede.

La chiesa nel quartiere parigino di Montmartre resterà aperta tutta la notte per l’Adorazione eucaristica. «Da ormai 70 anni – afferma il direttore di ACS-Italia Alessandro Monteduro – ACS è impegnata a destare l’attenzione del mondo sul tema della persecuzione religiosa. Già Fontana di Trevi e Westminster tinte di rosso hanno obbligato milioni di persone a interrogarsi su un dramma ancora ampiamente sconosciuto e trascurato dal mainstream mediatico. A Parigi il 12 ottobre i martiri saranno nuovamente protagonisti e posso assicurarvi che ACS continuerà a illuminare monumenti chiave in tanti altri Paesi per impedire che il mondo chiuda gli occhi di fronte al sacrificio di quanti hanno offerto e offrono la vita a causa della loro fede e al destino di chi ancora oggi si vede negata la libertà religiosa».

Il video di Aiuto alla Chiesa che soffre per ricordare il dramma della persecuzione anticristiana





Giovedì, 12 Ottobre 2017

Una città, Brescia, mobilitata in tante sue componenti (ecclesiali e non) per garantire un’accoglienza perfetta, e un mondo, quello missionario italiano, felicemente scosso dalla tipica fibrillazione di chi si mette in gioco in un’esperienza nuova. Con queste premesse, dopo alcuni eventi preparatori (tra cui un toccante incontro in carcere, “periferia” esistenziale dalla quale si è voluto significativamente far partire il cammino), si apre oggi nel capoluogo lombardo il primo Festival nazionale della missione (www.festivaldellamissione.it).

Da oggi a domenica la Leonessa diventerà la “capitale” del mondo missionario italiano, se è vero che vi confluiranno da tutta Italia circa 200 religiosi, religiose e laici che compongono il variegato panorama degli istituti ad gentes (dai comboniani alle saveriane, dai padri del Pime alle suore della Consolata...), insieme a decine di delegati dei Centri missionari diocesani e ad almeno cinquecento giovani legati ai vari gruppi e centri di animazione. Ad organizzare l’evento la Cimi (Conferenza degli istituti missionari italiani), la Fondazione Missio della Cei e il Centro missionario diocesano di Brescia. L’apertura avverrà questa sera alle 18 con la Messa di accoglienza presieduta dal vescovo Pierantonio Tremolada.

I missionari verranno ad ascoltare, come tutti gli altri partecipanti, gli ottanta ospiti, italiani e stranieri, che animeranno un programma ricco di proposte (dalle conferenze ai concerti, dalle rappresentazione teatrali alle lectio ecumeniche), ma saranno essi stessi protagonisti: ad esempio nelle “veglie missionarie diffuse” che questa sera si svolgeranno in oltre venti luoghi di città e hinterland (tra cui quattro monasteri di clausura), o nella proposta degli “aperitivi con il missionario” in cui i giovani (e non solo) potranno iniziare la movida del weekend in un modo diverso dal solito. Fra gli ospiti ci saranno i cardinali Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, ed Ernest Simoni. Interverrà anche padre Federico Lombardi.

«Sarà una narrazione condivisa per ascoltare ciò che Dio ha realizzato nel visitare il suo popolo – spiega don Carlo Tartari, direttore del Centro missionario della diocesi di Brescia, uno dei soggetti promotori –. Cercheremo di farlo non certo in una dimensione autocelebrativa, ma consapevoli di avere una profezia da riscoprire».

Una profezia e una missione che richiedono anche la capacità di rispondere creativamente ai mutamenti epocali della nostra società. «Sebbene siano ancora circa 8mila i missionari italiani nel mondo – dice suor Marta Pettenazzo, presidente della Conferenza degli istituti missionari, un’altra “anima” del Festival –, è evidente come gli Istituti specificamente missionari stiano cambiando la loro fisionomia, assumendo sempre più un volto interculturale. Il cambio di prospettiva, che si concretizza ad esempio in comunità apostoliche formate da membri di tre o quattro nazionalità diverse, non è solo la risposta al crescente invecchiamento dei confratelli e consorelle italiani, ma sta diventando sempre di più una ricchezza, una chance non soltanto per gli Istituti, ma anche per le Chiese locali e per la nostra società». Dai tanti Festival ormai sparsi sul territorio italiano certamente quello bresciano prende a prestito la formula (un mix tra contenuti “forti” e format “leggeri”), ma l’ambizione è anche quella di mantenere una propria peculiarità.

Ad esempio nello stile di sobrietà che ha caratterizzato tante scelte organizzative (a partire dallo stesso budget), ma soprattutto tenendo alta l’asticella della qualità, ed evitando qualunque banalizzazione. Spiega il direttore artistico, Gerolamo Fazzini: «Il titolo della prima edizione, “Mission is possible”, potrebbe sembrare goliardico; in realtà, è stato scelto perché il mondo missionario è costretto a mettersi allo specchio, non per farsi un selfie impietoso e sconfortante, bensì per riacquistare la consapevolezza che (per fortuna!) la missione non è “cosa nostra”, ma opera di Dio. Per quanto in difficoltà, quindi, i missionari rappresentano una realtà paradigmatica, insostituibile, di Chiesa “in uscita” verso chi non conosce Cristo: senza di loro il volto della Chiesa perderebbe un tratto essenziale».

Lo ha ricordato, con una formula efficacissima, anche il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei (che attraverso la Fondazione Missio è il terzo soggetto promotore del Festival). Riferendosi alla kermesse bresciana, citata in occasione della prolusione al Consiglio permanente di fine settembre, il porporato ha sottolineato che «la missione non solo è possibile, ma è il termometro del nostro essere Chiesa». La presentazione del primo Festival della missione a Brescia





Mercoledì, 11 Ottobre 2017

Non per realismo ma per fede è urgente un accordo tra Santa Sede e Governo cinese. Si potrebbe sintetizzare così la recente intervista rilasciata alla 'Civiltà cattolica' da padre Joseph Shih, un anziano gesuita di Shanghai, per molti decenni professore in Gregoriana e direttore della sezione cinese della Radio Vaticana. Oggi tutto è fermo in attesa dell’ormai imminente XIX Congresso del Partito comunista cinese che si aprirà a Pechino il prossimo 18 ottobre. Le previsioni più diffuse indicano un rafforzamento di Xi Jinping, che secondo alcuni resterà segretario del partito e presidente della Repubblica non per altri cinque anni, ma per altri dieci. Sarebbe un’innovazione rilevante rispetto ai suoi predecessori nell’era post-maoista, che si collegherebbe tuttavia a una tendenza di fondo del potere politico in Cina. La Repubblica popolare, infatti, ha ereditato dal suo passato imperiale una concezione assoluta del potere, che non conosce il principio di autolimitazione, così importante nell’orizzonte occidentale, e che si ferma solo quando è costretto dalla forza di un altro potere. Ma la voce del Papa non giungerà al XIX Congresso del Pcc: Santa Sede e Chiesa cattolica non hanno la forza di contrastare il potere cinese e il loro approccio deve essere un altro.

Padre Shih lo spiega chiaramente. «Spero che la Santa Sede e il Governo cinese raggiungano presto un accordo sulla nomina dei vescovi in Cina», ha detto nel maggio scorso. E ora aggiunge, dando per scontata una fedeltà dei cattolici cinesi al Papa che ha già generato tanti martiri: se la Santa Sede si opponesse al governo cinese, «la Chiesa in Cina sarebbe costretta a scegliere tra questi due, e sceglierebbe necessariamente la Santa Sede». Ma la maggior parte dei cattolici cinesi sarebbero «costretti ad andare altrove e a diventare così ospiti o profughi». Resterebbero cattolici, dunque, ma non più cinesi, privando il loro Paese di una testimonianza di fede cristiana. Il Vangelo potrebbe non essere più annunciato in Cina.

È una conclusione confermata dal caso del vescovo di Shanghai, Taddeo Ma Daqin. Ordinato il 7 luglio 2012, con l’approvazione della Santa Sede e del Governo cinese, il giorno della sua ordinazione ha respinto l’imposizione delle mani da parte del vescovo illegittimo Zhan Silu e ha dichiarato di non voler assumere nessun incarico nell’Associazione patriottica. Per questo, gli è stato subito impedito di esercitare le funzioni episcopali ed è stato confinato nel santuario di Sheshan. Ma Daqin, insomma, si è opposto al potere cinese, seguendo forse i consigli di quanti «fuori della Cina si preoccupano per la sorte dei cattolici in Cina in maniera non giusta, danneggiando la Chiesa», per usare le parole di padre Shih. A che cosa è servito? Dal 2012 la grande diocesi di Shanghai è senza vescovo, tutto è bloccato, il clero è isolato e diviso, non vengono più formati nuovi sacerdoti e molte urgenze pastorali e missionarie non trovano risposta. Non si tratta di un caso isolato: in molti luoghi della Cina, la Chiesa cattolica è bloccata dal braccio di ferro tra Santa Sede e Governo cinese e dalle divisioni che ne conseguono tra cattolici 'ufficiali' e 'clandestini', proprio mentre una nuova domanda religiosa sta attraversando questo grande Paese e sono numerosi coloro che si convertono al cristianesimo.

Non c’è dunque nulla da fare? Anche nei momenti più difficili, la speranza cristiana accende una luce. È accaduto molte volte ai cattolici cinesi e può accadere di nuovo. Questa speranza ha spinto Ma Daqin a scrivere, nel giugno 2016, un lungo testo per spiegare che aveva cambiato idea sull’Associazione patriottica e a concelebrare, nell’aprile 2017, con Zhan Silu. Il vescovo di Shanghai è stato accusato di essere un voltagabbana e un traditore. Ma chi lo conosce bene assicura che non è né l’uno né l’altro. Tutto ciò che ha fatto ha un unico scopo: sbloccare la situazione, salvando la diocesi di Shanghai da una situazione stagnante.

Ma Daqin ha spiegato la sua scelta ricordando che, dopo la persecuzione subita dai credenti durante la Rivoluzione culturale, la Chiesa è rinata a Shanghai grazie all’opera coraggiosa del vescovo Jin Luxian, liberato dopo diciotto anni di prigione. Inizialmente non riconosciuto da Roma, Jin Luxian si è avvalso della collaborazione dell’Associazione patriottica per raccogliere nuovamente i fedeli, riprendere la celebrazione della Messa in tanti luoghi della città, riaprire il Seminario, stampare e diffondere la Bibbia e altri libri religiosi, fondare associazioni di intellettuali cattolici, promuovere opere sociali… Per trent’anni, la Chiesa di Shanghai ha rappresentato un esempio felice di ripresa del cattolicesimo in Cina e la Santa Sede ha sanato l’illegittimità della ordinazione episcopale di Jin Luxian, accogliendolo nella comunione della Chiesa universale. Roma, infatti, ha riconosciuto la sua profonda fedeltà al Papa anche in tempi difficili.

Jin Luxian non si è mai opposto frontalmente al potere cinese e ora anche il suo successore pensa che sia questa la strada da percorrere. Il potere assoluto, infatti, vuole controllare tutto e rifiuta il compromesso, ma non esclude la tolleranza, spiega padre Shih. Lo pensava già Matteo Ricci che ha attraversato tutta la Cina per chiedere e ottenere la tolleranza dell’imperatore verso l’insegnamento del Vangelo. Lo pensano oggi anche molti cattolici cinesi, non sempre capiti da quanti vivono lontano dalla Cina, ma che con la loro vita testimoniano una 'sopravvivenza' del cattolicesimo in questo grande Paese a lungo ritenuta impossibile. Nell’incontro interreligioso organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio a Munster, il vescovo di Haimen, Shen Binh ha detto: «Nell’attuale fase della storia cinese tante cose sono cambiate e stanno ancora cambiando. Vent’anni fa non potevamo pregare pubblicamente per il Papa. In ogni Messa, adesso, preghiamo per papa Francesco. Non solo. Seguiamo il suo magistero».

Sono voci che giungono anche a Roma dove, più che altrove, sono custodite le memorie delle vicende dolorose di tanti cristiani in due millenni di storia. La Chiesa di Roma si è sempre preoccupata che la fede continuasse a essere trasmessa in tutto il mondo e con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco non si è mai smesso di cercare la via di un accordo con la Cina. Non sono mancate le voci critiche, come quelle del cardinale Joseph Zen Ze Kiun e di monsignor Savio Hon Tai Fai, entrambi di Hong Kong, geograficamente vicina e culturalmente lontana dalla Cina. Ma dal 2009, il cardinal Zen non è più vescovo del 'Porto profumato' e ora monsignor Savio Hon non è più Segretario di Propaganda Fide.

Intanto, nella grande Cina cresce l’urgenza di superare un contenzioso che da settant’anni continua a frenare la diffusione del Vangelo. Per la svolta di cui c’è oggi bisogno non basta il realismo, ci vuole la fede. Anche la straordinaria capacità diplomatica di Agostino Casaroli si è fermata alle soglie della Cina, ha notato Andrea Riccardi. La prima apertura cinese verso la Santa Sede si trasformò nel 1981 in scontro per un braccio di ferro sulla nomina del vescovo di Canton. Da allora, lo stesso copione si è ripetuto molte volte. Oggi, però, la grande simpatia manifestata da papa Francesco verso il popolo cinese sin dall’inizio del suo pontificato ha fatto compiere molti passi avanti al rapporto tra la Chiesa e la Cina. È a questa simpatia che si devono ispirare scelte nuove e coraggiose, non per cercare un impossibile compromesso, ma per aprire la strada ad un più rapido cammino del Vangelo.





Mercoledì, 11 Ottobre 2017

È stato beatificato lo scorso 23 settembre padre Stanley Rother, religioso dei missionari di Maryknoll, assassinato in Guatemala nel 1981. Il primo statunitense a essere riconosciuto martire. E presto sarà beato un altro missionario ucciso in odium fidei in Guatemala, solo 27 giorni prima di padre Rother, ma italiano: padre Tullio (al secolo Marcello) Maruzzo, dei francescani minori.

Martedì 10 ottobre il Papa ricevendo in udienza il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha autorizzato la promulgazione di alcuni decreti tra cui, appunto, quello che riconosce il martirio del religioso e del suo amico Luis Obdulio Arroyo Navarro, catechista guatemalteco di 31 anni, dell’Ordine francescano secolare.

Maruzzo nasce nel 1929 a Lapio, frazione del Comune di Arcugnano in provincia di Vicenza, in una famiglia numerosa. All’età di 10 anni entra nel Collegio Serafico di Chiampo, dei Frati minori, insieme a suo fratello gemello Lucio. Viene ordinato sacerdote nel 1953 a Venezia dall’allora patriarca Angelo Giuseppe Roncalli e il suo primo incarico è in un orfanotrofio. Tre anni dopo riceve una lettera dal fratello andato in missione in Guatemala e anche lui chiede di essere mandato nel Paese centramericano, nel dipartimento di Izabal. «Era discreto e lo si ricorda un po’ timido e all’inizio anche incompreso nella sua azione pastorale» ha detto di lui don Lorenzo Broggian, attuale parroco di Lapio, comunità che commemora ogni anno il compaesano martire. Mansueto, attento alle persone – conosce tutti i suoi parrocchiani per nome – padre Maruzzo svolge il suo apostolato prima a Puerto Barrios, poi ad Entrerios, quindi a Morales, dove arriva nel 1968 e resta per 12 anni, in una parrocchia di nuova fondazione. Sono gli anni della recrudescenza dello scontro tra le forze della destra che prendono il potere con il golpe nel 1963 del colonnello Enrique Peralta e i movimenti di resistenza armata di stampo comunista.

Padre Maruzzo organizza catechesi per i poveri, erige opere, si prodiga nell’aiuto ai bisognosi (dopo un violento terremoto nel 1976, con l’aiuto della Caritas fa costruire un quartiere per i senzatetto) ma entra nel mirino delle forze paramilitari e dei latifondisti per un suo impegno specifico. A norma di legge, i contadini che dissodavano e coltivavano terreni vergini della foresta, dopo 12 anni potevano diventarne proprietari. Tanti campesinos, spesso analfabeti, non riuscivano ad arrivare a questo passaggio legale: una debolezza di cui si approfittavano possidenti senza scrupoli che si appropriavano di quelle terre con la forza. Padre Maruzzo spinge i contadini ad esercitare i loro diritti, mettendoli anche in contatto con notai e avvocati. Basta questo per farlo oggetto di minacce e della calunnia di aiutare la guerriglia armata. L’epilogo della serie di intimidazioni avviene la notte del 1° luglio 1981, quando viene ucciso da una raffica di colpi di arma da fuoco mentre sta tornando in auto nella sua nuova parrocchia di Quiriguá – dove era stato trasferito dai superiori per metterlo al sicuro – insieme al catechista Luis Obdulio.

Fra i decreti promulgati ieri ci sono anche quelli per il riconoscimento delle virtù eroiche di sette servi di Dio che diventano venerabili: il sacerdote brasiliano Tavares de Lima (1882-1961), il cappuccino polacco Serafin Kaszuba (1910-1977); il religioso catalano Magín Morera y Feixas (1908-1984), della Congregazione della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe; la religiosa catalana naturalizzata italiana Maria Lorenza Requesens in Longo (14631539), fondatrice delle Monache Cappuccine; la religiosa francese Caroline Baron (1820-1882), fondatrice dell’Istituto del Terzo Ordine di San Francesco di Montpellier; la religiosa polacca Roza Maria Czacka (1876-1961), fondatrice della Congregazione delle Suore Francescane Ancelle della Croce; infine il nobile palermitano Francesco Paolo Gravina (1800-1854), che da laico fondò le Suore della Carità di San Vincenzo.






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