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Lunedì, 18 Gennaio 2021

Teologo, maestro e innovatore della musica liturgica nel Post-Concilio, discepolo e cultore indiretto della figura di Pierre Teilhard de Chardin ma anche parroco a Milano nella centralissima chiesa di San Fedele. In una parola: un gesuita poliedrico e di razza. Tutto questo e non solo è stato, nella sua lunga vita, il padre gesuita e genovese da generazioni Eugenio Costa (proveniva dalla nota famiglia di armatori di navi) morto a Roma a 86 anni domenica scorsa, dopo una lunga malattia, nell’infermeria della Curia generale della Compagnia di Gesù. Apparteneva come il futuro cardinale di Milano Carlo Maria Martini, lo storico della Chiesa Paolo Molinari, il noto cugino Maurizio Costa, esperto di spiritualità ignaziana, e Federico Lombardi all’ultima generazione di gesuiti formatisi nella gloriosa Provincia torinese della Compagnia di Gesù.

Nato a Genova il 25 marzo 1934 dopo la scuola secondaria dai gesuiti di Genova (presso l’Istituto Arecco fino alla maturità), è stato impegnato a fondo prima nello scoutismo, poi nella locale congregazione mariana. Gesuita dal 1953, dopo un anno di giurisprudenza all’Università di Genova, ha frequentato il noviziato a Firenze e ad Avigliana dal 1953 al 1955. Ha studiato Filosofia a Gallarate (1955-1958) e Teologia a Chieri (1962-1966) nella Compagnia di Gesù. Negli anni 1958-1962, durante il tirocinio («magistero») presso l’Istituto Arecco con i giovani mentre studiava teologia, si è laureato in Lettere Moderne all’Università di Genova nel 1964 con un tesi su «”Ecclesia” in san Cipriano: il termine e i temi».

Ordinato presbitero nel 1965 a Chieri ha frequentato il terzo anno di «probazione» a Vienna dal 1966 al 1967 (la terza «probazione» è una creazione di sant’Ignazio: i sacerdoti, prima della loro integrazione definitiva nella Compagnia, hanno un terzo anno di noviziato per rinnovarsi spiritualmente dopo i lunghi anni di studio e per approfondire la conoscenza dell’Istituto). Ha poi conseguito un dottorato in teologia a Parigi all’Institut de Liturgie (1967-1971) con la tesi in liturgia «Tropes et séquences dans le cadre de la vie liturgique au moyen âge» (Tropi e sequenze nell’ambito della vita liturgica medievale). Saranno questi gli anni della conoscenza personale di personaggi dello spessore di Gustave Martelet (di cui era stato traduttore di alcune opere), Henri de Lubac e Jean Daniélou di cui parteciperà alla consacrazione episcopale a Parigi il 19 aprile del 1969.

Ma padre Eugenio Costa è soprattutto oggi importante ricordarlo oggi per i suoi studi sulla musica sacra e sulla liturgia: fu, tra l’altro, allievo di Martha Del Vecchio per il pianoforte, di Victor Martin e dell’Ecole César Franck (Parigi) per la composizione, del confratello Joseph Gelineau per la musica liturgica. Nella sua lunga vita è stato direttore del Centro teologico di Torino e collaboratore per decenni dell’Ufficio liturgico della arcidiocesi di Torino, è stato invitato, alla fine degli anni ’80, a partecipare all’équipe Cei incaricata della revisione della Bibbia Cei 1974, prima per il Nuovo Testamento, e poi anche per i salmi, che ha avuto come esito finale la Bibbia Cei 2008. Ha collaborato con l’équipe di revisione delle antifone d’introito e di comunione del Messale Romano in italiano e tra l’altro alla nuova versione della preghiera del «Padre nostro». Commosso e sentito è stato il tributo, a questo proposito. scritto dall’Ufficio liturgico nazionale della Cei: «A Padre Eugenio la Chiesa italiana è particolarmente grata per la sua competenza liturgica e musicale messa generosamente a disposizione della formazione e del rinnovamento liturgico ed ecclesiale, alla luce degli insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II». Tra le sue ultime fatiche, degne di nota, nel 2014 in occasione della beatificazione di Paolo VI a Roma è stata la realizzazione a quattro mani con l’allora direttore della Cappella Sistina il salesiano don Massimo Palombella della composizione In nomine Domini in onore del Pontefice di Concesio.

Come è giusto rievocare la figura di padre Costa come una delle firme di punta del Settimanale della arcidiocesi di Torino La Voce e il Tempo. Alcuni dei più noti canti liturgici italiani «sono sue composizioni o rielaborazioni e traduzioni dalle pratiche religiose del mondo, fondendo l'ispirazione di fede e le competenze letterarie, liturgiche e musicali con il rigoroso lavoro di etnomusicologo», ricorda La Voce e il Tempo. L'ultimo articolo, «scritto con fatica» a causa dell'infermità, lo ha dedicato alla memoria del suo amato confratello padre Bartolomeo Sorge, morto a novembre. Scrittore prolifico ha speso gli ultimi anni della sua vita nella Curia generale del suo Ordine a Roma dando il suo contributo per la stesura di importanti articoli per l’Annuario della Compagnia di Gesù. Padre Costa anche all’interno delle riviste della Compagnia di Gesù in Italia da Aggiornamenti Sociali a La Civiltà Cattolica non ha fatto mancare la sua autorevolezza scrivendo importanti saggi. «La scomparsa di padre Eugenio Costa – ha scritto in un Tweet Antonio Spadaro – lascia un vuoto ma fa anche crescere un senso di gratitudine. Teologo e musicista, ha incoraggiato la rinascita della “Parte Amena” della Civiltà Cattolica».

Infine il monaco Enzo Bianchi su Twitter ha voluto descrivere padre Costa come un «amico fedele dal 1964, da quando iniziò a frequentare il mio gruppo ecumenico di via Piave a Torino, fino al nascere e al crescere della comunità di Bose, sempre pronto ad aiutarci nella musica e nel canto della nostra liturgia». Adesso «è andato nel Regno di Dio». Domani alle 11 si svolgeranno nella Cappella della Curia generale della Compagnia di Gesù (Borgo Santo Spirito 4) a Roma.





Lunedì, 18 Gennaio 2021

C’è anche un vescovo – il secondo dall’inizio della pandemia – tra i sacerdoti italiani morti per Covid negli ultimi giorni. Dopo monsignor Giovanni D’Alise, il vescovo di Caserta che si spense il 4 ottobre dopo essere stato contagiato, il virus si è portato via anche monsignor Mario Cecchini, 87 anni, vescovo emerito di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola. Come molte vittime del Covid, la malattia nel suo caso si è aggiunta all’età e – soprattutto – ad altre patologie che da tempo ne avevano consigliato il ricovero presso l’Opera Pia Mastai Ferretti di Senigallia. La sua morte, il 13 gennaio, si aggiunge a quella di altri quindici preti, per un totale che così sale a 223 dallo scoppio della pandemia, 99 nella sola seconda ondata, da fine ottobre. Un dato riferito al solo clero attivo nelle diocesi italiane, perché diocesano o – nel caso di religiosi – con incarichi attuali o recenti nella vita pastorale delle comunità cristiane sul territorio.
Una impressionante sequenza di decessi ha colpito in queste settimane la diocesi di Padova. Se la prima fase della pandemia ha colpito il presbiterio padovano provando nel fisico alcuni sacerdoti ma risparmiando vite, la seconda ondata non è stata clemente, specie con quanti avevano un’età avanzata o una salute precaria. Nel giro di pochissimi giorni a cavallo fra dicembre e gennaio sono stati cinque i preti diocesani deceduti per le conseguenze del Covid-19, cui si sono aggiunti il benedettino ex abate di Santa Giustina padre Innocenzo Negrato, il francescano conventuale padre Giuliano Abram e l’ex elemosiniere pontificio monsignor Oscar Rizzato, oriundo padovano. Ad aprire la scia è stato il 18 dicembre don Carlo Targhetta, classe 1934, il 29 è la volta di don Elio Tumulero (1930). Ma nella notte dell’Epifania, a poche ore l’uno dall’altro, se ne sono andati don Floriano Riondato, a cui mancavano cinque giorni per il secolo di vita, don Sergio Martello (alla soglia degli 87 anni) e l’ex abate di Santa Giustina, padre Innocenzo Negrato (87enne anch’egli). L’11 arriva la notizia di don Luigi Contin, mancato improvvisamente nella casa dove stava contrastando il virus. Aveva da poco compiuto 87 anni. Nello stesso giorno all’ospedale di Padova, termina la sua vita terrena l’ex elemosiniere di due papi, monsignor Oscar Rizzato, salutato ieri nella sua nativa Arsego, in provincia di Padova, a pochi giorni dal compimento dei 92 anni. Martedì 12 anche la comunità dei frati Conventuali della Basilica di Sant’Antonio ha registrato il primo lutto: padre Giuliano Abram.
È vero che la malattia colpisce più duramente gli anziani, ma non risparmia i più giovani: è il caso di don Vincenzo Passante, 55 anni, collaboratore parrocchiale nella chiesa del Santissimo Salvatore a Piscinola, in diocesi di Napoli, anche se l’incardinamento era ancora in quella di Aversa. Tre i lutti che hanno colpito i Salesiani. Don Gianbattista Fanti (noto come "don Gianni"), 81 anni, originario di Sondrio, è stato a lungo docente (e anche preside, a Varese), infine nella parrocchia salesiana dei Santi Pietro e Paolo ad Arese, in diocesi di Milano: «Qualunque cosa il Signore voglia da me, sono qui – aveva detto in un video inviato dall’ospedale –. Vuol portarmi in Paradiso? Vai in Paradiso!». Di alcuni giorni prima è la scomparsa di don Tarcisio Sgariboldi, 83enne, una vita tra i giovani con i suoi numerosi incarichi pastorali nelle comunità animate dai figli di don Bosco. Aveva nel cuore l’Africa invece don Giorgio Pontiggia, 77 anni, che a Sesto San Giovanni ricordano come parroco e responsabile dell’Oratorio nel quartiere Rondinella per poi essere inviato in Etiopia dove si era occupato di bambini e profughi. Era rientrato in Italia due anni fa. Figura carismatica era quella di don Ugo Falasiedi, 69 anni, esperto di archeologia cristiana e arte sacra, per 22 anni parroco in diocesi di Viterbo dopo un lungo cammino tra i Fratelli delle Scuole cristiane. Nelle Forze armate era invece il servizio pastorale di don Luigi Balloi, 82enne, per 30 cappellano militare, originario di Loceri, in Ogliastra. Reggio Emilia ha perso don Bruno Zinani, parroco emerito di Cavazzoli, 91 anni, amico del cardinale Camillo Ruini, ordinato nel suo stesso anno. È morto con la mano in quella di don Andrea Cristalli, un confratello che presta servizio di cappellano nel reparto Covid dell’ospedale di Scandiano. La diocesi di Bolzano-Bressanone continua a essere colpita da decessi di suoi preti: l’ultimo è don Giovanni (Gianni) Cosciotti, 79 anni, sacerdote nelle comunità di Lana e poi di Merano. Era stato tra l’altro assistente Agesci. Era molto conosciuto in Puglia don Carlo Colasuonno, 91 anni, della diocesi di Bari-Bitonto, noto come il prete di Barivecchia, sempre accanto ai più poveri e diseredati. Parroco della Cattedrale dal 1975 al 1992, fu tra i primi a prestare soccorso alle migliaia di albanesi sbarcati in città con il Vlora l’8 agosto 1991. In diocesi di Vicenza se n’è andato monsignor Giuseppe Tomini, originario della diocesi di Udine: 88 anni, per 13 segretario dell’arcivescovo Giuseppe Zaffonato, che aveva seguito a Vicenza, dove poi aveva ricoperto diversi incarichi.
A questi sacerdoti vanno aggiunti poi i religiosi e le suore che – per l’età o la salute già fragile – il virus sta piegando dopo decenni di vocazione e di vita spesa al servizio di tutti.





Domenica, 17 Gennaio 2021

Nella pandemia le Chiese in Italia hanno risposto unanimi all’invito a celebrare la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (Spuc) giunto dal Consiglio ecumenico delle Chiese e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, rilanciato dalla Cei, dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e dall’arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta.

È la prima Settimana, forse, con così tanti limiti ai quali diocesi, Consigli delle Chiese cristiane, Sae e gruppi interconfessionali si sono adeguati con varie soluzioni. Centrale il tema elaborato dalla comunità monastica femminile di Grandchamp in Svizzera: «Rimanete nel mio amore: porterete molto frutto».

Oggi la Spuc si apre “in presenza” in due città: a Torino alle 18 nel Tempio valdese alla presenza dell’arcivescovo Cesare Nosiglia, della predicatrice valdese Eugenia Ferreri e del sacerdote ortodosso romeno Paul Porcescu; a Bari nella Basilica di San Nicola alle 18. Domani celebrazioni ecumeniche si tengono a Napoli alle 18 presso la chiesa luterana; a Firenze alle 18 al Centro polivalente avventista; a Livorno alle 18 nella chiesa di San Giuseppe; a Milano alle 18.45 nella chiesa dei Santi Apostoli e Nazaro (con Atanasie di Bogdania, vescovo vicario della diocesi ortodossa romena d’Italia); a Matera alle 19 alla chiesa evangelica battista (presente il vescovo Antonio Giuseppe Caiazzo).

A Verona alle 20.30 incontro trasmesso su Telepace dei rappresentanti locali delle varie Chiese cristiane; ad Ancona alle 21 incontro trasmesso sul sito dell’arcidiocesi a cui partecipano l’arcivescovo Angelo Spina, il pastore avventista Gionata Breci e padre Ionel Barbarasa, della Chiesa ortodossa romena. Ad Assisi a partire da domani letture ecumeniche ogni giorno in una chiesa diversa; saranno solamente online il 21 e il 24. Sul sito dell’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mele ogni giorno saranno proposti dei brevi video con «la voce di una delle nostre Chiese in dialogo, la parola di un pastore o di un rappresentante della comunità o, in alternativa, il testo del Vangelo e la preghiera del giorno previsti dal sussidio». A Pisa il gruppo di impegno ecumenico organizza a partire sempre da lunedì 18 gennaio incontri sulla piattaforma Zoom. A Perugia l’apertura della Settimana, domani alle 18.30, sarà invece su Google meet con un incontro al giorno. A Ferrara incontri online domani, giovedì e venerdì alle 21; lunedì 25 invece incontro in presenza alle 18 nella chiesa di Sant’Agostino. Martedì alle 18 a Roma presso la chiesa metodista di via XX Settembre liturgia ecumenica della Parola con rappresentanti delle Chiese metodista, luterana, greco-bizantina e cattolica; in diocesi di Bolzano-Bressanone tre appuntamenti: martedì alle 18 a Bressanone nella chiesa parrocchiale di San Michele, giovedì alle 20 a Merano nella chiesa evangelica, venerdì alle 20 nella chiesa dei Cappuccini a Bolzano; a Bologna martedì veglia ecumenica nella Cattedrale di San Pietro alle 19; a Foligno alle 20.30 nella chiesa di San Giacomo. Tra le iniziative ci sono tavole rotonde, incontri di fraternità e sulla Bibbia. A Cagliari ogni giorno alle 20.10 Radio Kalaritana (oppure www.chiesadicagliari.it) proporrà una riflessione ecumenica. A Bari martedì alle 19 tavola rotonda interconfessionale online sul tema «Maturare interiormente. L’importanza della vita spirituale oggi».






Sabato, 16 Gennaio 2021


Con questa II domenica del Tempo Ordinario (II dopo l’Epifania per il rito ambrosiano) di fatto prende avvio il percorso liturgico che ci accompagna dal Natale verso la Quaresima e la Pasqua. Meditando domenica scorsa all’Angelus sul messaggio del Battesimo di Gesù, che giungeva dopo 30 anni di vita nascosta, il Papa ha spiegato quant’è grande per il cristiano questa dimensione dell’ordinarietà: “È un bel messaggio per noi: ci svela la grandezza del quotidiano, l’importanza agli occhi di Dio di ogni gesto e momento della vita, anche il più semplice, anche il più nascosto”. In un tempo di fatiche, di pazienza e di prova, ma anche di speranza, di preghiera e di affidamento a Dio, possiamo far nostro questo impegno di esplorare il tesoro della normalità. La Messa di questa domenica ¬ vissuta anche davanti allo schermo per chi non può partecipare all’Eucaristia di persona ¬ ci può aiutare a introdurci in una settimana di scoperte interiori. La nostra guida, come sempre, è una compagnia a chi non vuole perdere l’appuntamento con la Messa festiva (ma ci sono anche proposte per quelle feriali). Buona domenica, nel ricordo reciproco.

Domenica 17 gennaio
Ore 7
Su Tv2000 (canale 28 digitale terrestre e 157 Sky) la Messa in diretta dal Santuario di Gesù Bambino di Praga ad Arenzano (Genova). Giorni feriali: Messa in diretta alle 7, 8.30 e 19.05. Rosario alle 18 (da Lourdes) e alle 20.Angelus alle 11.55.

Al Santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari Messa in diretta streaming sul sito www.bonaria.eu. Altre Messe: 8.30, 10, 11.30, 18.30 e 20, sempre in diretta.

Ore 7.30
Messa in diretta su Padre Pio Tv (canale 145 e streaming sul sito www.teleradiopadrepio.it). Messe in diretta anche alle 11.30 e alle 18. Rosario alle 17.30 e alle 20.45. Messe e Rosari in diretta anche nei giorni feriali, stessi orari.
Oropa: Messa in diretta dalla Basilica antica sul sito www.santuariodioropa.it/funzioni-in-diretta/, sulla pagina Facebook Santuario di Oropa Official e sul canale Youtube. Altre Messe: ore 9, 16.30 (presiede il rettore don Michele Berchi) e 18.15. Messe feriali in diretta streaming sugli stessi canali alle 8, 10.30 e 16.30. Il sabato Messe prefestive in diretta alle 16.30 e 18.15.

Ore 8
Al Santuario mariano della Guardia, a Genova, la Messa in diretta streaming su www.santuarioguardia.it cliccando sull'immagine della webcam in diretta, visibili anche tramite la app "santuarioguardia". Altre Messe in diretta: alle 10, 11 (anche sulla pagina Facebook SantuarioGuardia), 12 e 16. Sempre live streaming le Messe feriali alle 10 e alle 16, il sabato alle 10, 11 e 16.
Al Sacro Monte di Varese la Messa in diretta streaming sul canale Youtube Sacro Monte di Varese (www.youtube.com/watch?v=O1paOKPXJTI).

Ore 8.30
Da Santa Maria degli Angeli (sito Web: www.porziuncola.org) la diretta della Messa in streaming su www.porziuncola.org/web-tv.html. Altre Messe in diretta alle 7, 10, 11.30, 16 e 18. Secondi Vespri alle 19. Dirette nei giorni feriali: Lodi alle 6.30, Messe alle 7, 8.30 e 18, Adorazione eucaristica alle 15.10, Rosario alle 17.15.
Su Tv2000 diretta della Messa dal Santuario di Gesù Bambino di Praga ad Arenzano (Genova).
Dal Santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio Messa in diretta streaming con accesso da http://www.santuariodicaravaggio.it/. Altre celebrazioni alle 7, 10, 11.30, 16 e 17.30.

Ore 9.30
Duomo di Milano: in diretta la Messa su ChiesaTv (canale 195), www.chiesadimilano.it e sul canale Youtube Chiesadimilano. Nei giorni feriali Messa alle 8, sempre in diretta streaming. La Messa vigiliare al sabato in diretta sempre dal Duomo alle 17.30.
Dal Santuario della Natività di Maria Regina Montis Regalis a Vicoforte, diocesi di Mondovì, la Messa in diretta su www.santuariodivicoforte.it/diretta-streaming/. Altre celebrazioni eucaristiche alle 11, 16 e 17.
Dalla Basilica di Maria Ausiliatrice, casa madre dei Salesiani a Torino, Messa in diretta su Rete 7 (canale 12 Piemonte o in streaming su www.rete7.cloud). Presiede il salesiano don Bruno Ferrero. Messa feriale in diretta dalla Basilica tutti i giorni alle 9.

Ore 10
Su Canale 5 diretta della Messa dal Santuario di Gesù Bambino di Praga ad Arenzano (Genova).
La Messa domenicale dal Santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa in diretta streaming su www.madonnadellelacrime.it. Altre Messe in diretta alle 8, 12, 17.30, 19 e 20. Nei giorni feriali liturgie eucaristiche sempre in streaming alle 8, 10 e 18. Ogni lunedì alle 18 la Messa per implorare la fine della pandemia.
Dal Santuario pontificio della Santa Casa di Loreto Messa in diretta su Telepace, Fano Tv, in streaming su www.santuarioloreto.it e sul canale YouTube "Santa Casa Loreto”. Messa feriale ogni giorno alle 7.30 dalla Santa Casa, sempre in diretta. Angelus e Rosario quotidiani alle 12 in diretta su Vatican News, su TelePace e sui canali social del Santuario. Alle 12.30 ogni giorno Rosario su Padre Pio Tv.

Dal Duomo di Trento in diretta la Messa celebrata dall’arcivescovo Lauro Tisi su Telepace Trento e in streaming su www.diocesitn.it e www.vitatrentina.it.
Parma: la Messa in diretta su www.giovannipaolotv.it (sezione Diretta streaming) e in tv (canali 93 e 682 a diffusione territoriale). Rosario alle 11.30, 14.10 e 20.05 Alle 20 e alle 21 la catechesi del vescovo Enrico Solmi.
Dal Santuario Basilica della Madonna di San Marco in Bedonia (Parma) la Messa in diretta streaming sulla pagina Facebook del Seminario Vescovile di Bedonia https://www.facebook.com/SeminarBedonia/ e sul suo canale Youtube https://youtube.com/channel/UC-y7-UcHIkn1vQc2x93LvHw.
Dalla parrocchia salesiana torinese di San Giovanni Bosco a Torino la Messa per chi è in isolamento causa Covid. Diretta streaming su www.youtube.com/user/OratorioAgnelli e su Telecupole Piemonte (canale 15, 824 di Sky, 422 di TivùSat). Presiede il parroco, il salesiano don Gianmarco Pernice.

Ore 10.30
Dal Santuario della Madonna di Montagnaga di Piné, diocesi di Trento, la Messa in diretta streaming sul canale Youtube Santuario della Madonna di Pinè.
Torino: dalla parrocchia-Santuario di Santa Rita da Cascia su Youtube (dal sito www.srita.it) in diretta streaming la Messa presieduta dal rettore monsignor Mauro Rivella. Messa prefestiva il sabato alle 18.30, sempre in diretta sulla stessa piattaforma.
Santuario nuovo della Madonna dei Fiori di Bra sul sito www.santuariomadonnadeifioribra.com e sul canale Youtube del Santuario: Messa in diretta streaming celebrata dal rettore monsignor Giuseppe Trucco.

Ore 11
In diretta su Raiuno la Messa dalla Basilica del Sacro Cuore di Cristo Re a Roma.

Dalla Basilica di Sant’Antonio a Padova la diretta della Messa in streaming https://www.santantonio.org/it/live-streaming e in tv sul canale 18 (Veneto) e 92 (Friuli Venezia Giulia). In streaming anche la Messa delle 18, sia la domenica sia nei giorni feriali.
Assisi: Messa dal Santuario della Spogliazione in diretta su www.assisisantuariospogliazione.it e in tv su Maria Vision (canale 602 in Umbria, streaming su Mariavision.it). Sul portale del Santuario, nella sezione “Dirette Tv”, telecamera fissa sulla tomba del beato Carlo Acutis.
Roma: dalla parrocchia-Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale la Messa in diretta streaming sul sito https://santamariadellegraziealtrionfale.wordpress.com/dirette-streaming-seguici-in-diretta/ e sulla pagina Facebook Parocchia Santa Maria delle Grazie al Trionfale. Messa prefestiva alle 18.30.

Ore 12
L’Angelus del Papa su Tv2000 e Raiuno.


Ore 16
Dal Santuario mariano del Tindari (Messina) il Rosario e, alle 16.30, la Messa in diretta streaming sulla pagina Facebook “Basilica Santuario Maria Santissima del Tindari”.

Ore 16.30
Cascia: Messa in diretta streaming sul canale Youtube del Monastero Santa Rita da Cascia (www.youtube.com/watch?v=8rrKsEGvOhk&feature=youtu.be).

Ore 17
In diretta il Rosario e, a seguire, la Messa delle 17.30 al Santuario Beata Vergine Madre delle Genti a Strà, diocesi di Piacenza-Bobbio. Streaming sulla pagina Facebook Santuario di Strà della Beata Vergine Madre delle Genti, sul sito Internet del Santuario (www.madredellegenti.org) e su www.youtube.com/channel/UC5Y79huwWML6YGOcLSc5SFA.

Ore 17.30
Dal Santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio Messa in diretta streaming su www.santuariodicaravaggio.it.

Ore 18
Da Santa Maria degli Angeli la diretta della Messa in streaming su www.porziuncola.org/web-tv.html.
Dalla Basilica di Sant’Antonio a Padova la diretta della Messa in streaming su https://www.santantonio.org/it/live-streaming.

Ore 19
Su Tv2000 diretta della Messa dal Santuario di Gesù Bambino di Praga ad Arenzano (Genova).

Ore 20
Santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari: Messa in diretta streaming sul sito www.bonaria.eu.
In diretta su Tv2000 il Rosario.





Sabato, 16 Gennaio 2021

Ha perso due figli dopo l’esplosione al porto di Beirut. E anche la sua casa è stata devastata. Vive con dignità il suo lutto Samira, 85 anni e un volto dai tratti ancora vivaci, in un appartamento della capitale del Libano. Non da sola, però. Al suo fianco ha il figlio Amin che però da più di un anno è disoccupato, a riprova di come la crisi economica abbia messo in ginocchio quella che un tempo era la “Svizzera del Medio Oriente” e oggi è un Paese sul lastrico. Nonostante l’isolamento forzato imposto dall’emergenza Covid, Samira può contare comunque sulla vicinanza e sul sostegno dei giovani (e meno giovani) del vicariato apostolico di Beirut che raccogliere i cattolici di rito latino. La chiamano due volte al giorno per sentire come sta; la aiutano portandole cibo e beni di prima necessità; le fanno visita ogni tanto. Compreso il vescovo Cesar Essayan. «Grazie voi – dice ogni volta che qualcuno le telefona o bussa alla porta – il tempo non scorre più così lento come quando non siete con me».


In una metropoli ancora prostrata per la deflagrazione dello scorso agosto, che come il resto della nazione è al collasso e che il coronavirus ha piegato con la sua forza oscura, la comunità cattolica è accanto ai più fragili. Una parola d’ordine anima la sua azione fra la gente: speranza. «Una speranza che si crea nell’incontro e che nasce dal non sentirsi soli», dice il vescovo Essayan. A lui e al suo drappello di “angeli delle macerie” che nelle drammatiche ore seguite all’esplosione sono scesi in strada per soccorrere feriti e famiglie, si deve il progetto di un centro di comunità che sta sorgendo nel quartiere di Rmeil, uno dei più colpiti nel disastro, all’interno di un ex mercato coperto andato distrutto. Si chiamerà Crossing together che significa “Andiamo oltre insieme”. «Un auspicio ma soprattutto un grido di aiuto che si leva dagli abitanti di Beirut e che non può restare inascoltato», afferma Angiolo Rossi, direttore della Fondazione Giovanni Paolo II. Partner dell’iniziativa insieme con Avvenire, la onlus è figlia dall’impegno delle diocesi della Toscana in Medio Oriente e da anni è in prima linea a fianco dei cristiani e dei percorsi di sostegno agli ultimi. «Il centro – spiega Rossi – che nasce dal cuore e dalla volontà dei ragazzi del vicariato apostolico e dalle associazioni studentesche dell’Università di Beirut intende essere un punto di riferimento per trecento famiglie in difficoltà, pari a circa mille persone, che risiedono nell’agglomerato. Fra gli obiettivi c’è anche quello di essere un piccolo segno per scongiurare l’esodo dei cristiani dal Paese. Perché la situazione è terribile».

Aisha (il nome è di fantasia) ha il corpo ancora sfregiato dall’esplosione al porto. «Ero in casa con mia mamma – racconta la ragazza di 24 anni tornando con la mente alla scorsa estate –. Fuori della finestra ho un visto un’enorme palla di fuoco. Pensavo ai film su Hiroshima e Nagasaki proiettati al liceo. Mi sono ritrovata sotto le tende del soggiorno. All’inizio pensavo di essere cieca perché non vedevo niente. Intorno a me solo sangue e pezzi di vetro che mi uscivano dalle gambe e dalle braccia». La madre era fra i detriti. «Quando ci siamo incamminate verso l’ospedale, non abbiamo nemmeno riconosciuto le vie, tanto erano ferite. All’ingresso del plesso la gente sanguinava, piangeva e non poteva entrare perché in realtà l’ospedale era quasi distrutto». Per far fronte all’emergenza i volontari del vicariato hanno portato per giorni il loro contributo con un medico e un infermiere che curavano i feriti a domicilio o sui marciapiedi. «Era la nostra prima risposta, visto che i pronti soccorsi erano saturi o peggio ancora inutilizzabili», fa sapere il vescovo.


La fase acuta è stata superata ma la ricostruzione stenta. Per di più rallentata da una congiuntura economica spaventosa e dalla crisi sanitaria. «L’Italia è da sempre amica del Libano – ricorda il vescovo emerito di Fiesole, Luciano Giovannetti, iniziatore della Fondazione che porta il nome del Papa santo –. Ancora una volta siamo chiamati a dimostrarlo con un ponte di solidarietà in aiuto dei nostri fratelli nella fede».


“Avvenire” in campo per la raccolta fondi. Ecco come contribuire


Si chiama Crossing together (“Andiamo oltre insieme”) il progetto sostenuto dalla Fondazione Giovanni Paolo II, insieme con “Avvenire”, per aiutare il Libano e in particolare i cristiani dopo l’esplosione di agosto che ha devastato Beirut. Una tragedia che si è aggiunta alla pandemia e alla crisi economica. L’iniziativa è nata grazie ai giovani del vicariato apostolico, che raccoglie i cattolici di rito latino, e prevede la costruzione di un centro di comunità nel quartiere Rmeil, il più colpito dall’esplosione, che sarà un riferimento per 300 famiglie.

I lettori di “Avvenire” possono contribuire attraverso:

- bonifico bancario utilizzando l’Iban IT22V03111054580000 00091642

- bonifico postale o postagiro utilizzando l’Iban IT11V07601141000000 95695854

- bollettino su conto corrente postale n.95695854

- carta di credito o Paypal sul sito www.fondazionegiovannipaolo.org

Intestazione: Fondazione Giovanni Paolo II - via Roma, 3 52015 Pratovecchio Stia (AR). Causale: “Avvenire per Beirut” inserendo anche il proprio indirizzo nel campo causale.

Queste alcune proposte di aiuto con una donazione:

- 25 euro per offrire gel igienizzanti, mascherine e una scorta di cibo a una famiglia in difficoltà

- 50 euro per dare la possibilità a una persona bisognosa di mangiare alla mensa per 15 giorni

- 100 euro per contribuire all’acquisto di libri e materiale didattico per i bambini di Beirut

- 200 euro per aiutare i bambini a superare il trauma dell’esplosione grazie agli psicologi


Dalla mensa alle lezioni per i ragazzi: un laboratorio di speranza a Beirut


Era un negozio del mercato coperto a Rmeil, uno dei quartieri di Beirut più colpiti dall’esplosione del 4 agosto scorso al porto. Adesso diventerà un “laboratorio di speranza” che, seppur nel suo piccolo, possa contribuire a fermare l’esodo dei libanesi dal Paese. Compresi i cristiani, uno dei pilastri del modello di convivenza che aveva fatto del Libano una scuola di riconciliazione (e di equilibrio) fra le fedi e le culture in Medio Oriente. Il centro di comunità voluto dai giovani del vicariato apostolico accoglierà una mensa che potrà fornire fino a 800 pasti al giorno ma anche una sorta di emporio solidale dove le famiglie ritireranno il loro “pacco viveri” assieme a mascherine e gel igienizzante. Poi ci sarà il “punto salute” che coinvolgerà medici e psicologi e che intende supportare anche chi ha subito traumi in seguito all’esplosione. Un’attenzione particolare verrà riservata agli studenti perché sono molte le famiglie che per la crisi economica fanno fatica a mandare i figli a scuola. Da qui la proposta di offrire borse di studio, lezioni o ripetizione gratuite ma anche libri di testo.


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Sabato, 16 Gennaio 2021

È morto sabato mattina a Roma a 88 anni don Elvio Damoli. Nato a Negrar (Verona) il 4 agosto 1932, era religioso dell’Opera don Calabria e dal 1996 al 2001 è stato direttore della Caritas Italiana, raccogliendo l’eredità di monsignor Giuseppe Pasini, il quale lo definì «uomo dotato di grande spirito di povertà che crede fino in fondo a quella educazione alla carità cristiana che è il vero motore della Caritas».

Alla direzione della Caritas nazionale approdò dopo aver diretto due volte la Caritas dell’arcidiocesi di Napoli affrontando grandi sfide. La prima volta, dal 1979 al 1985, l’emergenza del terremoto del 1980. La seconda volta dal 1991 al 1996, quando la diocesi e l’Italia tutta vennero colpite da un altro sisma, la stagione di Tangentopoli con la crisi dei partiti tradizionali e l’attacco al cuore dello Stato della criminalità organizzata.

Ordinato sacerdote nel 1958, dal 1960 al 1972 operò a Milano come educatore e insegnante. Poi si avvicinò al carcere e nei suoi 20 anni a Napoli divenne cappellano di Poggioreale e responsabile della pastorale carceraria.

Alla guida dell’organismo pastorale della Cei fu tra i promotori dell’autonomia e del coordinamento delle diocesi per intervenire in aree di crisi internazionali Grandi laghi e i Balcani e della collaborazione con il governo per il testo unico sull'immigrazione. È stato anche tra i padri della proposta di istituire un servizio civile obbligatorio.

«Don Elvio lascia a tutti – si legge in una nota della Caritas italiana – il ricordo e l’esempio della sua grande capacità di ascolto, la sua ferma convinzione dell’importanza del dialogo, del confronto costante, della condivisione, di un cammino da costruire insieme, con l’apporto di tutte le Caritas, a servizio della Chiesa che è in Italia».

Il presidente l’arcivescovo Redaelli, il direttore don Soddu e tutti gli operatori, la Caritas Italiana lo ricordano «con gratitudine e riconoscenza per il suo impegno e la sua attenzione agli ultimi».

Le esequie verranno celebrate martedì a Roma nella parrocchia del Don Calabria a Primavalle.





Sabato, 16 Gennaio 2021

La figura del vescovo Salvatore Colombo, assassinato a Mogadiscio, in Somalia, 32 anni fa, sta per uscire dall’oblio in cui è rimasta immersa per oltre trent’anni.

I frati minori, Ordine cui apparteneva Colombo, hanno deciso di promuovere la causa di beatificazione del presule, nato a Carate Brianza il 22 ottobre 1922 e morto da martire il 9 luglio 1989 in terra somala, nell’adempimento della sua missione di pace e di evangelizzazione.

Anni fa un giovane frate, padre Massimiliano Taroni, tra i primi a raccogliere il vescovo agonizzante sul sagrato della Cattedrale di Mogadiscio dopo l’agguato, aveva provato a sollecitare l’avvio del procedimento canonico, senza però riuscire ad andare oltre qualche tiepido “vedremo”. Ma nel 2017, partendo proprio dalla testimonianza di padre Taroni, alcuni articoli di Avvenire hanno ricostruito la vicenda di Colombo, provando anche a gettare un po’ di luce sulle ragioni che potrebbero aver innescato il delitto, tuttora insoluto. E qualcosa si è finalmente mosso. I frati minori hanno compreso che era arrivato il momento di rendere giustizia alla memoria di un confratello che aveva pagato con la vita i suoi 42 anni di impegno a favore del popolo somalo. Così, nel giugno scorso, padre Claudio Bratti, vice postulatore della Provincia del Nord Italia, ha ricevuto l’incarico di iniziare a raccogliere testimonianze e documenti da presentare per l’inizio della causa. In pochi mesi, pur rallentato dalle difficoltà della pandemia, padre Bratti ha messo insieme una discreta mole di materiale. «Siamo ancora nella cosiddetta fase investigativa – spiega ad Avvenire – ma direi che siamo a buon punto. Il postulatore dell’arcidiocesi di Milano, monsignor Ennio Apeciti, mi ha mosso alcune osservazioni che ritengo superabili, ma ha dato parere positivo. Possiamo andare avanti. Non è facile, perché molti testimoni sono scomparsi. Ne abbiamo trovati 9 dei 20 richiesti. Ma entro un anno o poco più dovremmo essere in grado di affrontare il processo».

Nella sua ricerca padre Bratti è entrato in possesso del memoriale di padre Venanzio Tresoldi, all’epoca superiore dei frati minori in Somalia. Nel diario il religioso si interroga sul possibile movente del delitto, individuando sostanzialmente due piste. In primis quella legata alle tensioni politiche somale, provocate dalle frizioni tra il regime di Siad Barre e gli oppositori, che poi fecero deflagrare la guerra civile. Il vescovo Colombo stava mediando tra le due fazioni, nello sforzo di mantenere la pace. Quindi era un ostacolo per chi soffiava sul fuoco di uno scontro foriero di un’instabilità che perdura ancora oggi.



?C’è però un’altra pista, che chiama in causa la mala cooperazione italiana. In quegli anni il regime di Barre era legato a doppio filo con Roma, da cui riceveva aiuti che non sempre finivano in buone mani. Come riportato anche da Avvenire, il vescovo potrebbe aver scoperto uno scenario di corruzione dietro cui si nascondeva la regia di noti politici e imprenditori. «Si disse subito che i mandanti avevano a che fare con l’Italia», riferì nel 1995 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta Piero Ugolini, ex coordinatore della cooperazione in Somalia. Aggiungendo che «si trattò certamente di un delitto su commissione».
Colombo, uomo di fede profonda e di senso pratico tutto brianzolo, portava avanti la sua opera di evangelizzazione non solo con la Parola ma anche e soprattutto con le opere, aiutando i profughi e i contadini dei villaggi. Forte dei suoi buoni rapporti con i pastori locali, aveva immaginato di realizzare una piccola conceria per dar lavoro ai somali. Ma il suo sogno interferiva con il progetto di un mega impianto di trattamento delle pelli finanziato dai fondi italiani. E proprio per questo potrebbe essere stato ucciso. «Gli avevo detto di mantenere un basso profilo, di non esporsi troppo – spiegò ad Avvenire l’ex 007 Aldo Anghessa – ma lui mi disse che stava semplicemente testimoniando il Vangelo». Un coraggio che mantenne fino al sacrificio estremo.

Chi era il vescovo Salvatore Colombo: una vita spesa in missione

Nato a Carate Brianza il 28 ottobre 1922, Pietro Salvatore Colombo entra nell’Ordine dei frati minori francescani, facendo nel 1944 la professione solenne. Ordinato prete nel 1946 per l’arcidiocesi di Milano, parte per la Somalia dove giunge il 30 marzo 1947 e da cui non farà più ritorno. Dopo aver lavorato in diversi centri missionari, nel 1954 diventa vicario generale di Mogadiscio. Nel 1975 Paolo VI eleva il vicariato apostolico al rango di diocesi e nomina Colombo primo vescovo della nuova Chiesa locale. Viene ucciso con un colpo di pistola al cuore davanti alla Cattedrale il 9 luglio 1989.






Sabato, 16 Gennaio 2021

La comunità dei frati Conventuali della Basilica di Sant’Antonio a Padova, provata fin dall’inizio della pandemia da contagi e quarantene, il 12 gennaio ha registrato il suo primo lutto da Covid 19. È infatti mancato dopo una lunghissima degenza all’ospedale Sant’Antonio, iniziata lo scorso novembre, fra Giuliano Abram, 78 anni. «Con lui se ne va un uomo, frate e sacerdote che ha fatto della passione per il Vangelo, sulla scia di san Francesco e sant’Antonio, la sua ragione di vita – ricorda il rettore della basilica padre Oliviero Svanera –. E lo ha fatto seguendo la "via pulchritudinis"¸ La Via della bellezza».
L’impegno di padre Abram, infatti, specie negli ultimi anni, si era orientato a far riscoprire l’incontro con Cristo a partire dall’esperienza della bellezza e dei tesori architettonici e artistici della basilica antoniana. In moltissimi erano accorsi nel 2019 alle sue visite guidate – «Tramonto dalle cupole» – per osservare meandri nascosti e una vista mozzafiato e unica dall’alto della Basilica.
Nato a Trento nel 1942, padre Giuliano entra presto in seminario, a Camposampiero e dopo la professione religiosa e la licenza in teologica viene ordinato a Roma nel 1967. Numerose le comunità in cui ha svolto il suo servizio come gli incarichi assunti, tra cui responsabile della scuola grafica del Villaggio Sant’Antonio a Noventa Padovana (Pd), definitore ed economo provinciale, consigliere nell’amministrazione della Basilica antoniana, e per 19 anni presidente dell’azienda tipografica Mediagraf.
Padre Abram lascia un’ultima impronta, che non ha potuto vedere, nel corposo volume pubblicato dalle Edizioni Messaggero a Natale 2020 dal titolo «Al Santo di Padova, storia, tradizioni e leggende».





Sabato, 16 Gennaio 2021

La Presidenza della Cei ha deciso lo stanziamento di 500mila euro dai fondi otto per mille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, come prima forma di aiuto alle vittime del terremoto che ha colpito l’Indonesia.

Lo rende noto l’Ufficio comunicazioni sociali della Cei.

Sono decine le vittime, centinaia i feriti e migliaia coloro che hanno dovuto lasciare le proprie case a causa del sisma che si è sviluppato a 400 chilometri, circa 9 ore in macchina, da Palu e a 8 ore da Makassar, la città principale della zona. Il bilancio è ancora provvisorio.

L’erogazione della corrente è stata interrotta e la rete cellulare rimane molto instabile. La situazione è aggravata dal fatto che l’area colpita è ancora considerata “zona rossa” per la pandemia. L’Indonesia è infatti il Paese del Sudest asiatico più colpito dal Covid-19 con quasi 900mila casi e più di 25mila morti.

“Anche per questo – si legge nel comunicato – è fondamentale assicurare la massima tempestività nel raggiungere le zone più periferiche e le comunità più vulnerabili. Caritas Indonesia è già all’opera. La Chiesa che è in Italia esprime cordoglio e vicinanza alla popolazione e assicura la propria preghiera per le vittime, i loro familiari e i feriti”.

Lo stanziamento della Presidenza Cei è destinato a far fronte ai beni di prima necessità attraverso Caritas Italiana, che da anni lavora in Indonesia con aiuti umanitari e progetti di sviluppo con la Caritas locale e altri partner.

Indonesia, la vicinanza del Papa alla popolazione colpita dal sisma

Nel telegramma a firma del segretario di Stato cardinale Pietro Parolin, e indirizzato al nunzio apostolico del Paese asiatico, monsignor Piero Pioppo, si legge: "Triste nell'apprendere della tragica perdita di vite umane e della distruzione di proprietà causate dal violento terremoto in Indonesia, Sua Santità Papa Francesco esprime la sua sincera solidarietà a tutte le persone colpite da questo disastro naturale".

Il cardinale Parolin assicura che il Papa prega per i defunti, per la guarigione dei feriti e per la consolazione di tutti coloro che soffrono. "In modo particolare, scrive, offre incoraggiamento alle autorità civili e a coloro che sono coinvolti nei continui sforzi di ricerca e soccorso". Su tutti, conclude, "Sua Santità invoca volentieri le benedizioni divine della forza e della speranza".






Sabato, 16 Gennaio 2021

«Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo». Sono le parole della dichiarazione del Vaticano II Nostra Aetate che ispira la 32ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si tiene domenica.

È un’iniziativa che prese vita, appunto, 32 anni fa, nel 1989, per volere della Conferenza episcopale italiana e venne fissata il 17 gennaio, il giorno prima dell’inizio della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il tema della Giornata di quest’anno è il libro del Qohelet, che conclude una riflessione comune sulle Meghil-lot, in ebraico «i rotoli», nome che identifica cinque libri della Bibbia: Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Qohelet ed Ester. Sul sito ecumenismo.chiesacattolica. it è disponibile un robusto sussidio a curato dalla Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, prefato dal suo presi- dente, il vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino Ambrogio Spreafico – che fa anche il punto sulle iniziative comuni tra ebrei e cattolici nell’anno passato e in quello che si è aperto – e con due commenti: uno di rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo della Comunità ebraica di Genova, l’altro di don Luca Mazzinghi, dell’arcidiocesi di Firenze e ordinario di esegesi dell’Antico Testamento presso la Pontificia Università Gregoriana.

«Da molti questo libro è ancora chiamato Ecclesiaste, dal termine con il quale venne tradotto dalle antiche versioni greca e latina l’ebraico Qohe-let, che indica probabilmente un uomo che parla nell’assemblea, qahal » spiega Mazzinghi, che cerca di rappresentare, stilizzandolo con tre pennellate, questo misterioso personaggio e il libro che da lui prende il nome. « Qohelet insegna tre cose. La prima è un messaggio apparentemente negativo: tutto è hebel, termine ebraico che fu tradotto da Girolamo nella Vulgata con vanitas, da cui la maggioranza delle traduzioni moderne con “vanità”, ma che letteralmente vuol dire soffio, vapore. Tutto è un soffio, ovvero tutto passa, tutto è transitorio, la realtà ci sfugge di mano. E, aggiungerei, tutto appare assurdo, la realtà non è come dovrebbe essere, “non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Qo 1,9). Per un motivo soprattutto: la morte, che rende tutto vuoto – e lo capiamo tanto più in questo tempo di pandemia. Inoltre Dio c’è, ma è come se non desse risposte, sembra muto».

Questo è il polo freddo, negativo del Qohelet, quello che la maggior parte dei commentatori evidenzia, spesso in modo esclusivo. Da questo punto di vista, il Qohelet è la sentinella critica che ci ancora avverte come la realtà è complessa e ogni teologia imperfetta. Però il biblista fiorentino è tra gli studiosi che sottolineano la presenza di un polo positivo: «Sono i passaggi sulla gioia; non a caso nell’ebraismo il Qohelet viene letto a Sukkot, la festa delle Capanne, festa della gioia per eccellenza, anche della gioia della Legge. Nel Qohelet la gioia si presenta tuttavia in modo semplice, quotidiano: “Ecco ciò che io ritengo buono, che è appropriato mangiare, bere e godersi il frutto del proprio lavoro faticoso per il quale ci si affatica sotto il sole, nei giorni contati della propria vita, che Dio concede all’essere umano: questa infatti è la parte che a lui spetta” (Qo 5,17)». Qui però ci troviamo di fronte a un dilemma: come tenere insieme due aspetti in apparenza contraddittori? Tutto è un soffio, la morte porta via tutto, eppure una semplice gioia è possibile: ma come?

«Esiste nel libro del Qohelet un terzo tema – risponde Mazzinghi – che è quello davvero centrale: Dio. Dio viene citato 38 volte, tante quante hebel, più due volte nell’epilogo, scritto in realtà da un discepolo di Qohelet. E in queste 38 volte i verbi associati a Dio sono sostanzialmente tre: “dare”, “fare” e “temere”. Il Dio del Qohelet dà all’essere umano il compito di esplorare, di cercare il senso della realtà. Dà poi all’umanità la vita e soprattutto dà la gioia. È poi un Dio che fa tutto ciò che vuole perché è sovranamente libero. È un Dio che chiede di essere temuto, di essere creduto per quello che è, non per quello che noi vorremmo che fosse. Un Dio al di là dei nostri schemi e delle nostre teologie. Ma è tuttavia un Dio che esiste, che c’è, che è presente: “il tuo Creatore” (Qo 12,1). Così Qohelet riesce a superare l’impasse tra pessimismo e ottimismo. Se non ci fosse questo Dio, tutto sarebbe davvero un soffio che svanisce nel nulla e la gioia sarebbe davvero solo un’illusione».





Sabato, 16 Gennaio 2021

Un invito a essere costruttori di speranza in questo momento molto difficile per la pandemia e la crisi di governo. In modo da uscire dall’emergenza senza «lasciare indietro nessuno». È un invito diretto a tutti quello che viene dal mondo cattolico. Ieri lo ha formulato il cardinale Gualtiero Bassetti (leggi qui), presidente della Conferenza episcopale italiana, aggiungendo la nota della speranza alle parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul non essere questa una «parentesi della storia», ma un «tempo di costruttori». Parole pronunciate al Quirinale nel messaggio di fine anno, che il porporato ha definito un «forte stimolo».

Ma quella di Bassetti non è l’unica voce che si è levata ieri e nei giorni scorsi dal mondo cattolico per esprimere un giudizio sull’attuale situazione, Il Paese «è allo stremo delle forze», è l’analisi Azione Cattolica, Fuci e Meic. Per questo l’apertura della crisi è «deleteria» per quanto riguarda la gestione di un’emergenza che «non accenna a declinare», inoltre è «incomprensibile per la gran parte dei cittadini». La richiesta agli schieramenti politici è di compiere «con un sussulto di dignità» scelte in linea con il senso di responsabilità indicato dal Colle.

A Mattarella e a una rapida assunzione di responsabilità della politica si appella anche Roberto Rossini, presidente delle Acli. Per affrontare le tante questioni ancora sul tappeto «occorre con urgenza trovare una soluzione politica basata sulla forte condivisione di un programma che dia un orizzonte di futuro». Ciò che serve «non è una maggioranza numerica, ma una maggioranza politica basata sui programmi». Anche Rossini vede segni di speranza nelle «tante forze vitali» che la pandemia ha fatto emergere. E il governo «dovrà saperle valorizzare al meglio: è il tempo delle idee costruttive e della dialettica repubblicana».

«La buona politica? Non abita più qui», è la nota del Cif (Centro italiano femminile). «Alla luce delle ultime vicende scopriamo che la politica, almeno da parte degli attori principali, è attività i cui esiti ricadono sui cittadini», dichiara la presidente Renata Natili Micheli, sottolineando che a questi ultimi «non sono offerti strumenti di conoscenza» per esercitare il proprio ruolo. Eppure, afferma, «c’era stato spiegato che le politica era la più grande forma di carità e servizio al bene comune».

Stile al quale i cattolici certo non rinunciano. Lo ribadisce padre Francesco Occhetta, esperto di politica e membro del comitato delle Settimane sociali. «Il mondo cattolico può essere enzima per ricomporre la crisi», scrive nell’editoriale che uscirà domani sulla testata di "Comunità di connessioni", rete di formazione politica per i giovani. Metodo democratico, modello di sviluppo integrale che ispiri il Recovery plan, riconciliare le tensioni tra credenti impegnati in politica e, ancora una volta, «dare speranza senza alimentare le paure», gli stili indicati dal gesuita, per il quale è «in gioco il futuro del Paese».

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Venerdì, 15 Gennaio 2021

Questa mattina il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, è tornato a Roma nel suo ufficio nella sede della Cei in Circonvallazione Aurelia, dopo essersi rimesso dalla malattia causata dal Covid. Tra i primi appuntamenti, un colloquio con i direttori dei media Cei per esprimere, simbolicamente a tutti gli organi d’informazione, gratitudine per la vicinanza e l’attenzione dimostrate durante il ricovero. Conversando con loro il cardinale Bassetti si è soffermato sull’attualità italiana segnata dalla crisi pandemica e, ora, dalla crisi di governo.

«Sono ore d’incertezza per il nostro Paese - ha detto il cardinale Bassetti -. In questo momento guardiamo con fiducia al presidente della Repubblica che con saggezza saprà indicare la strada meno impervia. Trovo un forte stimolo nelle parole pronunciate proprio dal presidente Mattarella nel messaggio di fine anno: “Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori”. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza! Ci attendono mesi difficili in cui ricostruire le nostre comunità. Per questo, lo sguardo deve puntare a uscire dall’emergenza sanitaria e alle fondamenta di una nuova stagione che non lasci indietro nessuno».

Il ritorno in Cei rappresenta per il cardinale Bassetti la prima uscita romana dopo aver superato la malattia. Già da metà dicembre comunque, dal palazzo arcivescovile di Perugia, il presidente della Cei aveva ripreso, seppur a distanza, il suo impegno come guida dell'episcopato italiano oltre che come pastore dell'arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve. Bassetti era risultato positivo al coronavirus a fine ottobre e il 31 ottobre era stato ricoverato all'ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia dove per dieci giorni era rimasto anche in terapia intensiva per un improvviso aggravamento. Superata la fase acuta, era stato trasferito per la prima fase della convalescenza al Policlinico Gemelli di Roma. Quindi, dopo un mese di degenza fra il capoluogo umbro e la Capitale, il rientro a Perugia. La sua prima uscita pubblica è stata a Natale con la celebrazione della Messa del giorno nella Cattedrale di Perugia.





Giovedì, 14 Gennaio 2021

Monsignor Moses Hamungole, vescovo di Monze, in Zambia è deceduto ieri, 13 gennaio, per complicazioni legate al Covid-19. Aveva 53 anni e da tempo era ricoverato nell’ospedale “Levy Mwanawasa” di Lusaka. Nei giorni scorsi, aveva pubblicato su Facebook un post rassicurante, esprimendo la sua fiducia nel poter superare la patologia, ringraziando i fedeli per le preghiere ed esortandoli a rispettare le normative anti-contagio. Poi, l’improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute e il decesso di cui ha dato notizia Vatican News.

Hamungole è il primo vescovo cattolico ad essere stato colpito dal coronavirus in Zambia, dove il Covid-19 ha provocato oltre 31mila casi positivi e più di 500 deceduti, al momento della sua scomparsa monsignor Hamungole era anche presidente della Commissione per le Comunicazione sociali della Conferenza episcopale dello Zambia. In precedenza, era stato responsabile della Sezione Inglese-Africa della Radio Vaticana.

Nato il primo maggio 1967 a Kafue, vicino di Lusaka, ricorda Vatican News, il presule aveva frequentato il Seminario minore di Mukasa, proseguendo poi l’iter ordinario per la preparazione al sacerdozio presso il Seminario Filosofico di St. Augustine e il Seminario Teologico di St. Dominic di Lusaka.

Ordinato sacerdote il 6 agosto 1994 ed incardinato nell’arcidiocesi di Lusaka, aveva ricoperto diversi incarichi, tra cui quello di direttore della Radio Yatsani e dell’Ufficio Comunicazioni dell’arcidiocesi di Lusaka (1997-1999).

All’inizio del 2000, aveva perfezionato gli studi in Comunicazioni sociali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Successivamente, dal 2002 al 2008 era stato segretario per le Comunicazioni dell’Amecea (Associazione dei membri delle Conferenze episcopali dell'Africa orientale) con sede a Nairobi, in Kenya, mentre dal 2002 al 2009 aveva guidato di SIGNIS-Africa in qualità di presidente.

Nel 2010 era diventato direttore dei programmi inglesi e kishwahili della Radio Vaticana. La nomina a vescovo di Monze era arrivata il 10 febbraio 2014, seguita, il 3 maggio dello stesso anno, dall’ordinazione episcopale.





Giovedì, 14 Gennaio 2021

Aveva scelto come motto episcopale «Dio è buono». Un dettaglio che svela la personalità del cardinale Eusébio Oscar Scheid, 88 anni, ucciso dal Covid nel pomeriggio di mercoledì nell'ospedale São Francisco a Jacareí di São José do Campos. Non a caso, papa Francesco ha voluto sottolinearlo nel telegramma di cordoglio inviato al successore di dom Eusébio, l'arcivescovo di Rio de Janeiro e cardinale Oraní Tempesta.

Un «pastore zelante» e «generoso», l'ha definito il Pontefice che «con tanto coraggio ha servito il popolo di Dio», prima a São José dos Campos, poi a Florianópolis e, infine, a Rio, di cui ha guidato l'arcidiocesi tra il 2001 e il 2009. Nel 2003, è stato creato cardinale da papa Giovanni Paolo II.

Religioso dehoniano, dom Eusébio aveva festeggiato lo scorso 3 luglio sessant'anni di sacerdozio, quest'anno, inoltre, avrebbe compiuto quattro decenni di episcopato. Uomo e pastore aperto al dialogo, è stato, fino all'ultimo, molto impegnato nella promozione del protagonismo dei laici della Chiesa. Il successo del sacerdozio - aveva detto in un'omelia del 2006 - consiste nel saper ben accogliere il Popolo di Dio.





Giovedì, 14 Gennaio 2021

Era stato ricoverato in ospedale a Padova dopo le complicazioni dovute anche al Covid l’arcivescovo Oscar Rizzato, elemosiniere di due papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, deceduto la notte tra il 12 e il 13 gennaio. Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate. Rizzato si è spento, poche settimane prima del suo novantaduesimo compleanno. Era nato infatti l’8 febbraio 1929 ad Arsego frazione di San Giorgio delle Pertiche nel Padovano. Compiuti gli studi classici nel Seminario patavino e ordinato prete nel 1954 dal vescovo di Padova il cappuccino Girolamo Bartolomeo Bortignon.
Dal 1957 al 1961 aveva frequentato la facoltà di Lettere e filosofia presso l’Università degli studi di Padova, conseguendo la laurea in Archeologia cristiana. Contemporaneamente aveva prestato servizio religioso e insegnato religione all’Istituto Configliachi.

Chiamato a Roma da Giovanni XXIII

Il 1° dicembre 1961, durante il pontificato di Giovanni XXIII, era stato chiamato a Roma, iniziando il servizio in Segreteria di stato come addetto d’archivio e come aiutante di studio della Segreteria delle Lettere latine. Nel 1973, sotto Paolo VI, era stato promosso minutante e nel 1976 aveva assunto anche l’incarico dell’assistenza spirituale del personale dell’Autoparco dello Stato della Città del Vaticano. Nel 1983, con Giovanni Paolo II, era divenuto capo ufficio della Segreteria di stato, per poi essere destinato all’alto incarico di assessore per gli affari generali, insieme con l’allora monsignor Crescenzio Sepe, il 9 ottobre 1987.

L'elemosiniere di fiducia di Karol Wojtyla

Due anni dopo, il 23 dicembre 1989, papa Wojtyla aveva scelto Rizzato come suo elemosiniere – successore di Antonio Maria Travia - elevandolo alla dignità arcivescovile e assegnandogli la sede titolare di Viruno. Lo stesso Pontefice polacco gli aveva conferito l’ordinazione episcopale il successivo 6 gennaio 1990, nella Basilica vaticana. Per diciassette anni aveva guidato l’ufficio della Santa Sede che ha il compito di esercitare la carità verso i poveri a nome del Sommo Pontefice. Allo scopo di favorire la raccolta di fondi a favore dei bisognosi che ogni giorno nelle loro necessità tendono la mano al Successore di Pietro, era stato Leone XIII a delegare all’elemosiniere la facoltà di concedere la Benedizione apostolica a mezzo di diplomi su carta pergamena. Il 28 luglio 2007, Benedetto XVI aveva accolto la sua rinuncia per raggiunti limiti d’età all’incarico di elemosiniere, chiamando a succedergli il nunzio apostolico spagnolo Félix del Blanco Prieto. L’arcivescovo Rizzato aveva comunque continuato a risiedere in Vaticano e a collaborare come assistente spirituale del Vicariato e con la parrocchia della Città del Vaticana di Sant’Anna,affidata ai religiosi agostiniani, presiedendo celebrazioni liturgiche e amministrando i Sacramenti, in particolare le Cresime. E nel 2015 aveva chiesto e ottenuto l’affiliazione nell’Ordine di sant’Agostino. Le esequie saranno celebrate a cui parteciperà il vescovo Claudio Cipolla sabato 16 gennaio, alle ore 10, nella chiesa parrocchiale di Arsego. A presiderle sarà sarà l’attuale elemosiniere di papa Francesco il cardinale Konrad Krajewski.

La salma sarà poi tumulata nel cimitero locale.











Giovedì, 14 Gennaio 2021

Uniti in Cristo Gesù, con la forza della preghiera, linfa del dialogo. Nel segno della vicinanza concreta, specie a chi sta pagando il prezzo più pesante alla pandemia, in termini di sofferenza, morte, difficoltà economiche. Alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si apre lunedì prossimo, le Chiese si rivolgono insieme ai fedeli per ribadire come tutto possa essere rinnovato dalla «presenza del Signore e della sua Parola di vita, custodita e annunciata nelle nostre comunità».

A firmare la Lettera sono monsignor Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo, monsignor Polykarpos Stavropoulos, vicario patriarcale della Sacra arcidiocesi ortodossa d'Italia e Malta, e dal pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia.

Una riflessione autenticamente ecumenica, calata nella realtà di oggi ma con gli occhi illuminati della fede, che pur nella tragicità della situazione sa vedere il moltiplicarsi dei gesti di vicinanza, di servizio, di solidarietà concreta, soprattutto verso i più fragili e bisognosi. Significativamente la Lettera si intitola: “Viviamo e celebriamo la nostra unità nella preghiera comune”. Vuol dire impegnarsi, sotto la guida dello Spirito, a costruire insieme, volendo e sognando non che «tutto torni come prima», ma che emerga una realtà migliore di quella di pre pandemia e dell’attuale, ancora troppo segnata «dalla violenza e dall’ingiustizia, dall’arroganza e dall’indifferenza». Il testo odierno è in continuità con il Messaggio ecumenico: “Non abbiate paura, la morte non ha l’ultima parola”, pubblicato in occasione della scorsa Pasqua, Rispetto ad allora è cambiata solo la firma ortodossa con monsignor Stavropoulos subentrato al compianto metropolita Zervos Gennadios scomparso il 16 ottobre 2020.


Di seguito il testo integrale della Lettera ecumenica, in occasione della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.

Sul sito della Chiesa cattolica è disponibile il Sussidio preparato per la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, mentre a questo altro link vengono presentate le iniziative promosse dalle diocesi italiane.

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
“Viviamo e celebriamo la nostra unità nella preghiera comune”

Care sorelle e cari fratelli,

mai come in questo tempo abbiamo sentito il desiderio di farci vicini gli uni gli altri, insieme alle nostre comunità che sono in Italia. La sofferenza, la malattia, la morte, le difficoltà economiche di tanti, la distanza che ci separa, non vogliamo nascondano né diminuiscano la forza di essere uniti in Cristo Gesù, soprattutto dopo aver celebrato il Natale. La sua luce, infatti, è venuta ad illuminare la vita delle nostre comunità e del mondo intero: è luce di speranza, di pace, luce che indica un nuovo inizio. Sì, non possiamo solo aspettare che dopo questa pandemia “tutto torni come prima”, come abitualmente si dice. Noi, invece, sogniamo e vogliamo che tutto torni meglio di prima, perché il mondo è segnato ancora troppo dalla violenza e dall’ingiustizia, dall’arroganza e dall’indifferenza. Il male che assume queste forme vorrebbe toglierci la fede e la speranza che tutto può essere rinnovato dalla presenza del Signore e della sua Parola di vita, custodita e annunciata nelle nostre comunità.
In questi mesi di dolore e di grande bisogno abbiamo visto moltiplicarsi la solidarietà. Molti si sono uniti alle nostre comunità per dare una mano, per farsi vicino a chi aveva bisogno di cibo, di amicizia, di nuovi gesti di vicinanza, pur nel rispetto delle giuste regole di distanziamento. Sentiamo il bisogno di ringraziare il Signore per questa solidarietà moltiplicata, ma vogliamo dire anche grazie a tanti, perché davvero scopriamo quanto sia vero che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (cfr. Atti 20,35). La gratuità del dono ci ha aiutato a riscoprire la continua ricchezza e bellezza della vita cristiana, inondata dalla grazia di Dio, che siamo chiamati a comunicare con maggiore generosità a tutti. Così, non ci siamo lasciati vincere dalla paura, ma, sostenuti dalla presenza benevola del Signore, abbiamo continuato ad uscire per sostenere i poveri, i piccoli, gli anziani, privati spesso della vicinanza di familiari e amici. Le nostre Chiese e comunità hanno trovato unità in quella carità, che è la più grande delle virtù e che, unica, rimarrà come sigillo della nostra comunione fondata nel Signore Gesù.
Desideriamo, infine, intensificare la preghiera gli uni per gli altri, per i malati, per coloro che li curano, per gli anziani soli o in istituto, per i profughi, per tutti coloro che soffrono in questo tempo. Come abbiamo scritto nella presentazione del sussidio per la Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, oggi la nostra preghiera sale intensa, perché il Signore guarisca l’umanità dalla forza del male e della pandemia, dall’ingiustizia e dalla violenza, e ci doni l’unità tra noi. Ci uniamo con la nostra preghiera anche nella memoria del Metropolita Zervos Gennadios, che per diversi anni ha condiviso con noi il cammino verso la piena unità e ci ha lasciato il 16 ottobre dello scorso anno. La preghiera stessa infatti diventi a sua volta fonte di unità. Ignazio di Antiochia ricorda ai cristiani di Efeso nei suoi scritti: “Quando infatti vi riunite crollano le forze di Satana e i suoi flagelli si dissolvono nella concordia che vi insegna la fede”. Rimanere in Gesù vuol dire rimanere nel suo amore. Quell’amore che ci spinge ad incontrare senza timore gli altri, specialmente i più deboli, i periferici, i poveri ed i sofferenti, come Gesù stesso ci ha insegnato, percorrendo senza sosta le strade del suo tempo.
Viviamo e celebriamo la nostra unità nella preghiera comune, che vedrà riunite le nostre comunità soprattutto in questa settimana.
Un fraterno saluto a tutti nell’amicizia e nella stima che ci uniscono.


Roma, 14 gennaio 2021


Sua Ecc.za Rev.ma
Mons. Ambrogio Spreafico
Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo


Sua Em.za Rev.ma
Mons. Polykarpos Stavropoulos
Vicario Patriarcale della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta


Pastore
Luca Maria Negro
Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia





Giovedì, 14 Gennaio 2021

L’articolo di padre Jaime Tatay S.I. è un estratto di un intervento più ampio pubblicato nel numero 4094 (16 gennaio/6 febbraio 2021) di 'La Civiltà Cattolica'

Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS), fissati nel 2015 nell’Agenda 2030, sono il risultato di un lungo processo deliberativo e riflettono un ampio consenso internazionale sulle grandi sfide che l’umanità deve affrontare nel XXI secolo. È chiaro che scienziati, economisti, tecnici, politici, sociologi e persino i militari hanno fin troppi motivi per interessarsi agli OSS: l’inquinamento, l’alterazione dei modelli climatici, la distruzione dell’ozonosfera, il degrado del suolo, l’erosione, l’acidificazione degli oceani, la perdita della biodiversità, l’esaurimento di risorse rinnovabili e non rinnovabili, lo squilibrio dei cicli dell’azoto e del fosforo – per nominare soltanto alcuni dei principali problemi e limiti planetari segnalati dalla comunità scientifica – sono ragioni più che sufficienti per mobilitare tutte le principali componenti attive della società.

La disponibilità di acqua, la protezione nei confronti delle radiazioni ultraviolette, la sicurezza alimentare, la propagazione di malattie, la produttività agricola, la salute pubblica, il rischio finanziario, la stabilità politica, la sicurezza naturale e i flussi migratori sono questioni vitali per il futuro della civiltà. Sembrerebbero scorrelate, ma, quando sono state poste a oggetto di studio delle numerose analisi specialistiche che hanno portato alla formulazione degli OSS, sono state individuate relazioni dirette o indirette tra loro.

Tuttavia, fra gli interlocutori chiamati in causa dall’Agenda 2030 stupisce la sottovalutazione di attori globali assai influenti, come le grandi tradizioni religiose. Per alcuni ciò è ovvio, essendo essi convinti che le religioni non dovrebbero essere coinvolte in un dibattito tecnico ed estraneo alle questioni di fede. Ma per altri, l’esclusione della religione dai dibattiti sullo sviluppo e sulla sostenibilità è ingiustificata, non soltanto per le gravi implicazioni morali di simili questioni, ma anche perché è del tutto evidente che l’interlocutore confessionale non può essere lasciato da parte in un mondo in cui la stragrande maggioranza della popolazione riconduce a una tradizione spirituale la propria visione della realtà, la fonte di senso e la guida etica. Ora, per giustificare l’ingresso delle religioni nel foro interdisciplinare della sostenibilità dobbiamo prima domandarci: quali motivazioni avrebbe il loro interesse per la questione? Che cosa ne legittima l’intervento? E, soprattutto, in che cosa consiste il loro potenziale contributo?

Escludendo ogni vago sincretismo, proponiamo 10 motivi che giustificano il coinvolgimento delle religioni nel discorso socioambientale. Essi offrono chiavi di lettura delle dichiarazioni religiose degli ultimi anni, come pure strategie di trasformazione personale, istituzionale e sociale. Rivelano un costante accordo riguardo alle caratteristiche strutturali dell’esperienza spirituale e a 'tradizioni profonde' condivise tra le diverse confessioni. Queste sono le dimensioni che affronteremo: profetica, ascetica, penitenziale, apocalittica, sacramentale, soteriologica, comunitaria, mistica, sapienziale ed escatologica. Esse attraversano l’esperienza spirituale dell’umanità. L’articolazione di questi 10 elementi – che nomineremo con i termini della tradizione cristiana (questa anticipazione su 'Avvenire' si ferma ai primi due, ndr) – potrebbe consentire di tracciare i contorni di un ethos ambientale interreligioso.

Dimensione "profetica"

L'ingiustizia insita nel degrado della natura è stata la principale porta d’ingresso delle grandi religioni nel dibattito ecologico. Nel caso delle religioni bibliche, la denuncia del degrado sociale connesso con il deterioramento dell’ambiente risuona nella tradizione profetica. Se nel loro tempo i profeti d’Israele levarono la loro voce contro la corruzione delle relazioni sociali, economiche, politiche e religiose, oggi questa denuncia si estende anche alla relazione con il creato e, in maniera indiretta, alla relazione con le future generazioni.

Dopo la rivoluzione tecnologica e l’accelerata globalizzazione economica e culturale degli ultimi decenni, l’ambito della considerazione morale non può più restare confinato al presente e alla nostra piccola comunità locale. L’etica trabocca in maniera irreversibile dai suoi precedenti e limitati confini spaziotemporali. La proliferazione delle armi di distruzione di massa e il pericolo di un olocausto nucleare nella seconda metà del XX secolo ci hanno già mostrato, in tutta la sua crudezza, la radicale novità che l’era tecnologica stava introducendo nell’etica e nella politica convenzionali.

Nell’era dell’ Antropocene – ossia l’era geologica in cui l’essere umano è divenuto la principale forza di trasformazione planetaria –, la denuncia profetica ha un ruolo cruciale. A questa conclusione è giunto, per esempio, l’ebraismo: «Invitiamo coloro che si impegnano per la giustizia sociale a preoccuparsi anche della crisi del clima, e coloro che si preoccupano della crisi del clima ad affrontare la giustizia sociale» (A Rabbinic Letter on the Climate Crisis, 29 ottobre 2015).

Le tradizioni religiose propongono un esercizio di 'duplice ascolto' – della Terra e dei poveri, del momento presente e della storia passata, del contesto locale e delle dinamiche globali, dei segni esterni e delle pulsioni interne –, che è complementare alle mere analisi tecniche. Così afferma Francesco nell’enciclica Laudato si’ (LS): «È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS 139).

Dimensione "ascetica"

Accanto all’imprescindibile apporto profetico, l’esperienza spirituale dell’umanità possiede ulteriori risorse di straordinario valore che altri attori non sono in grado di proporre o di sviluppare. Per esempio, le regole ascetiche che contraddistinguono la prassi storica delle grandi tradizioni religiose e filosofiche. Si tratta di pratiche – come il digiuno, l’astinenza, il pellegrinaggio e l’elemosina – orientate a purificare la relazione con Dio e con il prossimo, e nelle quali l’austerità, il distacco e la moderazione sono segni di una vita spirituale integrata. Per combattere il consumismo compulsivo, lo 'scarto' e la cultura dell’'usa e getta', le religioni richiamano alla sobrietà e al controllo di sé: scelte difficili da proporre per la comunità scientifica, il mondo imprenditoriale e la classe politica. Francesco ha sottolineato la questione del consumo eccessivo: «Abbiamo una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante » (LS 109).

Di fronte a questa situazione, le religioni elaborano un discorso alternativo, in cui risuona una tradizione plurisecolare che elogia la vita sobria, la solidarietà e la rinuncia agli eccessi. La tradizione ascetica contiene un grande potenziale, capace di innescare trasformazioni comunitarie. Il caso della comunità indù è forse il più radicale, dato che giunge a raccomandare la rinuncia al consumo di carne come mezzo per prevenire i cambiamenti climatici: «A livello personale, possiamo ridurre questo stato di sofferenza cominciando a cambiare le nostre abitudini, semplificando le nostre vite e i nostri desideri materiali, e non prendendo nulla più della nostra ragionevole porzione di risorse. Adottare una dieta vegetariana è uno degli atti più incisivi che una persona possa compiere per ridurre l’impatto ambientale».

Troviamo qui uno dei contributi più originali della spiritualità al dibattito contemporaneo sulla sostenibilità, perché le comunità religiose non propongono una mera rinuncia volontaristica, ma invitano a restare aperti alla possibilità di un’esperienza di valore spirituale nell’incontro con la natura.





Mercoledì, 13 Gennaio 2021

È morto questa mattina alla fondazione Opera Pia Mastai Ferretti di Senigallia il vescovo emerito della diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola, monsignor Mario Cecchini. Aveva 88 anni ed era da anni
ospite della struttura per anziani. Aveva importanti patologie pregresse ed era stato contagiato dal Covid-19 nell'ultimo focolaio scoppiato il mese scorso.

Nato ad Arcevia (Ancona), nella frazione di Piticchio, il 25 gennaio 1933, fu ordinato presbitero nel 1958, poi eletto alla sede vescovile di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola l'11 febbraio 1986 e un mese dopo ordinato vescovo. Divenne vescovo emerito l'8 settembre 1998. Proprio da vescovo di Fano lavorò con tenacia per unificare le diocesi di Fossombrone, Cagli e Pergola con quella di Fano. La camera ardente verrà allestita domani nella chiesa della Maddalena, i funerali si svolgeranno invece venerdì 15 gennaio alle ore 15 nella cattedrale di Senigallia.

"Persona paterna, amabile e vicino alla gente - così viene ricordato sul sito della diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli- Pergola -, la sua presenza alla guida della diocesi fanese è stata segnata da un grave incidente subito alla fine degli anni ’80. Nel suo ministero ha favorito le Missioni ad gentes visitando, laddove svolgevano il loro ministero, i preti fidei donum della diocesi. La su devozione a Maria, madre di Gesù, ha segnato profondamente la sua spiritualità e il suo agire pastorale. Tutto il popolo di Dio, il Vescovo Armando, il presbiterio, i diaconi, i religiosi e le religiose, lo ricordano con gratitudine all’altare del Signore".

Le esequie si terranno nella cattedrale di Senigallia, venerdì 15 gennaio alle ore 15,00 (saranno trasmesse in diretta su Fano TV)






Mercoledì, 13 Gennaio 2021

Anche in Vaticano oggi sono arrivati i vaccini anti Covid della Pfizer. La campagna di vaccinazione è già iniziata, secondo quanto comunicato dal portavoce vaticano Matteo Bruni, e si svolge nell'atrio dell'Aula Paolo VI. Secondo alcuni organi di stampa e agenzie, papa Francesco si sarebbe già sottoposto alla vaccinazione, ma la Sala Stampa vaticana non ha per ora rilasciato ulteriori comunicati.

Quello che è invece certo è che si vaccinerà presto anche il Pontefice emerito Benedetto XVI. Ad annunciarlo il suo segretario, monsignor Georg Gänswein, parlando con l’agenzia di stampa cattolica tedesca, Cna. Non appena il vaccino sarà disponibile, ha detto l’arcivescovo, si sottoporranno alla vaccinazione, oltre al Papa emerito, anche egli stesso e tutta la “famiglia del monastero Mater Ecclesiae”.

Domenica in un’intervista a Mediaset papa Francesco aveva definito etico il vaccinarsi annunciando di essersi prenotato per farlo anche lui nei prossimi giorni.




Mercoledì, 13 Gennaio 2021

Un check-up, una verifica sulla salute del dialogo. Una riflessione sul cammino già fatto. Il riconoscimento dell’importanza di essere parte della stessa famiglia, di invocare insieme il medesimo Signore. Ogni anno, dal 18 al 25 gennaio, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è l’occasione per confrontarsi sugli ostacoli che ancora rallentano la strada verso la piena comunione. Sono giorni in cui appare più evidente come sia essenziale la docilità all’azione dello Spirito, che è il regista della storia, la guida della “cordata”. Si tratta di interpretarne le indicazioni nel modo giusto, di seguirne senza riserve gli inviti. Anche i temi della Settimana rientrano in questo disegno. Argomenti che guardano all’attualità della vita spirituale senza trascurare le esigenze dell’esistenza quotidiana, di tutti i giorni. Così per il 2021 il tema scelto è tratto dal Vangelo di Giovanni: “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto“ ( Gv 15, 5-9). Un richiamo al recupero dell’essenziale, in un periodo che mai come ora sottolinea la fragilità umana e il bisogno di valorizzare, di ricentrare la dimensione comunitaria del credere.

La comunità di Grandchamp

Al tempo stesso, il passo biblico esprime pienamente la vocazione alla preghiera e all’unità di chi ha preparato il sussidio, il materiale che accompagnerà la Settimana e i giorni in cui sarà scandita: la Comunità monastica di Grandchamp, nel cantone svizzero di Neuchâtel. Ne fanno parte monache, attualmente una cinquantina, appartenenti a diverse tradizioni ecclesiali e provenienti da differenti Paesi. La loro esperienza, avviata negli anni ’30 del secolo scorso, si basa su tre pilastri fondamentali: preghiera, vita comunitaria, ospitalità, che poi costituiscono il fondamento del sussidio che accompagnerà la Settimana. «Il termine francese per “monaco” o “monaca” – moine/ moniale– deriva dal greco monos che significa “solo” e “uno” – prosegue la riflessione –. I nostri cuori, i nostri corpi, le nostre menti, però, lungi dall’essere uno, sono spesso dispersi, spinti in direzioni opposte. Il monaco e la monaca desiderano essere uno nel proprio io, e uniti a Cristo. Gesù ci dice: “Rimanete uniti a me, e io rimarrò unito a voi” ( Gv 15, 4a). Una vita integrata presuppone un percorso di auto- accettazione, di riconciliazione con la storia personale e con quella che abbiamo ereditato». Occorre cioè impegnarsi a «rimanere in Cristo» per poter «produrre molto frutto» così da far crescere, alimentato dalla sorgente dell’amore, la comunione. Che a sua volta si nutre e viene sostenuta dalla solidarietà e dalla testimonianza. Restando in Cristo – sottolinea il sussidio –, «noi riceviamo la forza e la sapienza per agire contro le strutture di ingiustizia e di oppressione, per riconoscerci pienamente come fratelli e sorelle nell’umanità, ed essere artefici di un nuovo modo di vivere nel rispetto e nella comunione con tutto il creato». “Prega e lavora affinché Dio possa regnare” è scritto nella regola di vita delle “sorelle” di Grandchamp. Vuol dire che la preghiera e la vita quotidiana devono stare insieme, non possono essere disgiunte. «Tutto ciò di cui facciamo esperienza – spiegano le religiose – è teso a diventare un incontro con Dio».

Una Commissione internazionale

Naturalmente il materiale liturgico e di approfondimento che accompagna la Settimana è frutto di un lavoro collettivo, che ha visto la Commissione internazionale costituita dalla Chiesa cattolica (Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) e il Consiglio ecumenico delle Chiese (Commissione Fede e Costituzione) riunirsi a Grandchamp dal 15 al 18 settembre 2019. Tutta la comunità monastica è stata coinvolta nella scelta del tema e nella stesura dei testi e quattro suore hanno collaborato con la Commissione durante l’incontro dell’anno scorso, moderato congiuntamente dal direttore della Commissione Fede e Costituzione, Odair Pedroso Mateus, e dall’ufficiale del Pontificio Consiglio per l’unità, Anthony Currer. Il risultato è un sussidio, che sottolinea (anche) l’importanza di dare sempre più spazio, respiro, “casa”, alla vita dello spirito, a sua volta radice e anima del servizio a Dio e agli altri. «Il monastero – diceva il trappista belga André Louf – dovrebbe essere un luogo ecumenico per eccellenza. Prefigura quelle comunioni che altrove esistono solo nella speranza. Esso è già un segno della Chiesa indivisa verso cui lo Spirito ci guida oggi con mano potente».






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