domenica, 18 aprile 2021
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Sabato, 17 Aprile 2021


Domenica 18 aprile


Complice la primavera, per quanto ancora incerta, e le notizie cautamente ottimistiche sulle progressive riaperture, questa III Domenica di Pasqua induce a qualche motivo di fiducia in più. Ma la notizia della Pasqua con la rinnovata certezza della Risurrezione come fatto che cambia la nostra storia è ancora così recente – sono trascorse appena due settimane – che dovremmo sentirci incoraggiati a cercare dentro di noi il vero motivo della speranza che guida i nostri giorni. Le sofferenze e le limitazioni di questo lungo tempo di pandemia non possono compromettere la sostanza della quale è fatta la nostra fede: nonostante tutto, noi crediamo che il Signore dirada ogni motivo di oscurità, scioglie le nostre angosce, dà senso a tutte le lacrime e le prove, fa sue le sofferenze fino a rendere il peso di ogni croce umana «leggero». Perché lo condivide al punto da portarlo lui, e assicurarci così la sua compagnia e la sua luce. Ecco la forza della Pasqua, un vento costante nelle vele nella nostra vita di ogni giorno. Anche in questa domenica, con le Messe trasmesse in diretta da santuari e cattedrali per chi non può – per qualunque motivo – prendere parte di persona all’Eucaristia della propria comunità. Un ricordo reciproco nella preghiera durante la Messa festiva ci aiuterà a sentirci più saldi nella speranza pasquale. Buona domenica! (segnalazioni a f.ognibene@avvenire.it)

Ore 7
Su Tv2000 (canale 28 digitale terrestre e 157 Sky) la Messa in diretta dalla Basilica di Sant’Alfonso Maria de Liguori a Pagani (Salerno).

Dal Santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari Messa in diretta streaming su https://bonaria.eu/. Altre Messe: 8.30, 10, 11.30, 18 e 19.30, sempre in diretta.

Ore 7.30
Messa in diretta su Padre Pio Tv (canale 145, Sky 852, TivùSat 445 e streaming sul sito https://www.teleradiopadrepio.it/). Messe anche alle 11.30 e alle 18. Rosario alle 17.30 e alle 20.45. Giorni feriali: Messa e Rosario in diretta agli stessi orari.
Oropa: sul sito www.santuariodioropa.it/funzioni-in-diretta/ e sulla pagina facebook Santuario di Oropa Official la Messa in diretta dalla Basilica antica. Altre Messe alle 9, 16.30 e 18.15.

Ore 8
Al Santuario mariano della Guardia, a Genova, la Messa in diretta streaming su www.santuarioguardia.it e sulla pagina Facebook Santuario della Guardia. Altre Messe in diretta: alle 10, 11, 12 e 17. Giorni feriali: diretta streaming per le Messe delle 10 e delle 17.

Al Sacro Monte di Varese la Messa in diretta streaming sul canale Youtube Sacro Monte di Varese oppure al link https://www.youtube.com/watch?v=O1paOKPXJTI

Ore 8.30
Tv2000: Messa in diretta dalla Basilica di Sant’Alfonso Maria de Liguori a Pagani (Salerno).

Ore 9.30
Dal Duomo di Milano la Messa in diretta su Chiesa Tv (canale 195) e in streaming sul portale www.chiesadimilano.it. Giorni feriali: Messa su Chiesa Tv alle 8.

Dal Santuario della Natività di Maria Regina Montis Regalis a Vicoforte, in diocesi di Mondovì, la Messa in diretta sul sito www.santuariodivicoforte.it/diretta-streaming/. Altre Messe alle 11, 16 e 18.

Dalla Basilica di Maria Ausiliatrice, Casa Madre dei salesiani dove si venerano le spoglie mortali di don Bosco, Messa in diretta su Rete 7 (canale 12 o su www.rete7.cloud). Presiede il rettore don Guido Errico. Messa feriale in diretta dalla Basilica tutti i giorni alle 9.

Ore 10
Loreto: dal santuario Pontificio della Santa Casa di Loreto la Messa in diretta streaming sul canale YouTube “Santa Casa Loreto” e sul portale www.santuarioloreto.va. Dal lunedì al sabato Messa dalla Santa Casa alle 7.30 in diretta su Telepace e in streaming su YouTube “Santa Casa Loreto” e su www.santuaioloreto.va. Ogni venerdì in streaming “Preghiamo Insieme in Santa Casa”, momento di preghiera dedicato a giovani e famiglie. Ogni sabato ore 21 Rosario in diretta su Telepace, e in streaming su YouTube “Santa Casa Loreto” e su www.santuaioloreto.va.

Dal Duomo di Trento la Messa dell’arcivescovo Lauro Tisi su Telepace Trento e in streaming sui siti diocesani www.diocesitn.it e www.vitatrentina.it

Dal Santuario della Madonna del Bosco di Imbersago, in diocesi di Milano, la Messa in diretta streaming su https://youtu.be/J_8s6kqIcDY. Messa alle 16 su https://youtu.be/ktQcUgYFHaA

Santuario di Santa Maria di Caravaggio a Milano: in streaming la Messa domenicale sul canale YouTube www.youtube.com/c/ParrocchiaSantaMariadiCaravaggioMilano.

La Messa dal Santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa in diretta streaming su www.madonnadellelacrime.it. Altre Messe in diretta alle 8, 12, 17.30, 19 e 20. Ogni lunedì alle 18 la Messa per invocare la fine della pandemia. Gli altri giorni feriali Messe in streaming alle 8, 10 e 18.30.

Parma: la Messa in diretta su www.giovannipaolotv.it (sezione Diretta streaming) e in tv (canali 93 e 682 a diffusione territoriale). Rosario alle 11.30, 14.10, 16.30 e 20.05. Alle 20 e alle 21 la catechesi del vescovo Enrico Solmi.

Dalla parrocchia salesiana di San Giovanni Bosco di Torino la Messa in diretta streaming sul canale www.youtube.com/user/OratorioAgnelli nell’80° anniversario dell’apertura al culto della chiesa. Presiede don Leonardo Mancini, ispettore dei Salesiani di Piemonte e Valle d’Aosta.

Dal Santuario Basilica della Madonna di San Marco in Bedonia (Parma) la Messa in diretta streaming sulla pagina Facebook del Seminario Vescovile di Bedonia https://bit.ly/2ZTwjGm e sul suo canale Youtube https://bit.ly/3uD8wIP.

Ore 10.30
Dal Santuario della Madonna di Montagnaga di Piné, diocesi di Trento, la Messa in diretta streaming sul canale YouTube Santuario della Madonna di Pinè.

Dalla parrocchia-Santuario di Santa Rita da Cascia a Torino su YouTube con accesso dal sito www.srita.it la Messa in diretta presieduta dal rettore monsignor Mauro Rivella.

In diretta dalla parrocchia di Sant’Agata a Bulgarograsso (Diocesi di Milano, provincia di Varese) Messa in rito ambrosiano in diretta streaming sulla pagina Facebook “Comunità Pastorale San Benedetto Abate” e su https://www.youtube.com/channel/UCUR3Gbt_yPfKJOetpH4YOTQ

Ore 11
In diretta su Tv2000 e Raiuno la Messa presieduta dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin nell’Aula magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in occasione della Giornata dell’ateneo.

Dalla Basilica di Sant’Antonio a Padova la diretta della Messa in streaming su https://www.santantonio.org/it/live-streaming e in tv sul canale 18 (Veneto) e 92 (Friuli Venezia Giulia). Giorni feriali: Messa in diretta alle 18.

Santuario Madonna della Neve di Adro (Brescia): Messa celebrata dai padri Carmelitani scalzi sul sito www.madonnadellaneveadro.it/ e su www.youtube.com/c/MadonnadellaNeveSantuario.

Assisi: Messa dal Santuario della Spogliazione in diretta su www.assisisantuariospogliazione.it e in tv su Maria Vision (canale 602 in Umbria, streaming su Mariavision.it). Sul portale del Santuario, nella sezione “Dirette Tv”, telecamera in diretta sulla tomba del beato Carlo Acutis.

Dal Santuario di Nostra Signora della Vittoria a Mignanego, in diocesi di Genova, animato dalla Fraternità monastica di San Colombano, la diretta della Messa in streaming su www.facebook.com/santuariodellavittoria.

Roma: dalla parrocchia-Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale la Messa in diretta streaming su https://bit.ly/3bj7SZo e sulla pagina Facebook Parrocchia Santa Maria delle Grazie al Trionfale. Sabato Messa prefestiva alle 18.30.

Sul canale Youtube della parrocchia torinese delle Stimmate di San Francesco d’Assisi la Messa in diretta presieduta dal parroco don Tonino Borio (https://bit.ly/2MCfg8M).

Ore 11.30
Da Santa Maria degli Angeli (sito Web: www.porziuncola.org) la Messa celebrata da padre Fabio Nardelli, in diretta streaming su www.porziuncola.org/web-tv.html. Altre Messe in diretta alle 7, 8.30, 10, 16 e 18. Secondi Vespri alle 19.

Dall’Arsenale della Pace del Sermig, a Torino, la Messa in diretta streaming su https://www.youtube.com/watch?v=MRZ_boO3TUo. Dal lunedì al sabato Messa alle 12: diretta streaming dai link sulla pagina https://www.sermig.org/multimedia/live-streaming/messa-e-liturgia.html


Ore 12
Su Tv2000 e Raiuno in diretta il Regina Coeli di papa Francesco.

Al Santuario mariano della Guardia, a Genova, la Messa in diretta streaming su www.santuarioguardia.it e sulla pagina Facebook Santuario della Guardia.

Messa dal Santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa in diretta streaming su www.madonnadellelacrime.it

Ore 16
Dal Santuario della Madonna del Bosco di Imbersago, in diocesi di Milano, la Messa in diretta streaming su https://youtu.be/mOMUIJMLYCg.

Dal Santuario mariano del Tindari (Messina) il Rosario e, alle 16.30, la Messa in diretta streaming sulla pagina Facebook “Basilica Santuario Maria Santissima del Tindari”.

Dal Santuario mariano di Vicoforte (Cuneo) la Messa in diretta su www.santuariodivicoforte.it/diretta-streaming/.

Ore 16.30
Da Oropa la Messa presieduta dal rettore don Michele Berchi. Diretta streaming sul sito www.santuariodioropa.it/funzioni-in-diretta/ e sulla pagina Facebook Santuario di Oropa Official.

Cascia: Messa in diretta streaming sul canale Youtube del Monastero Santa Rita da Cascia (https://www.youtube.com/watch?v=yGYiVJCvEVo).

Ore 17
In diretta il Rosario e, a seguire, la Messa delle 17.30 al Santuario Beata Vergine Madre delle Genti a Strà, diocesi di Piacenza-Bobbio. Streaming sulla pagina Facebook Santuario di Strà della Beata Vergine Madre delle Genti, sul portale del Santuario (www.madredellegenti.org) e su YouTube https://bit.ly/3sBaEiC.

Ore 18
Dal Santuario della Natività di Maria Regina Montis Regalis a Vicoforte, in diocesi di Mondovì, la Messa in diretta sul sito www.santuariodivicoforte.it/diretta-streaming/

Basilica di Sant’Antonio a Padova: diretta della Messa in streaming su https://www.santantonio.org/it/live-streaming

Da Santa Maria degli Angeli la diretta della Messa in streaming su www.porziuncola.org/web-tv.html

Dalla Basilica di Sant’Antonio a Padova la diretta della Messa in streaming su https://www.santantonio.org/it/live-streaming.

Ore 18.15
Messa in diretta dalla Basilica antica di Oropa sul sito www.santuariodioropa.it/funzioni-in-diretta/, sulla pagina Facebook Santuario di Oropa Official e sul canale Youtube.

Ore 19
Su Tv2000 la Messa in diretta dalla Basilica di Sant’Alfonso Maria de Liguori a Pagani (Salerno).

Ore 19.30
Dal Santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari Messa in diretta streaming su https://bonaria.eu/.


Ore 20
La Messa dal Santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa in diretta streaming su www.madonnadellelacrime.it

Messe prefestive del sabato

Ore 17
Messa dal Santuario della Guardia a Genova in diretta streaming su www.santuarioguardia.it e sulla pagina Facebook Santuario della Guardia.

Ore 17.30
Messa dal Duomo di Milano su Chiesa Tv (canale 195) e su www.chiesadimilano.it

Ore 18
Dalla chiesa di San Tommaso, succursale della parrocchia San Giovanni Battista (Cattedrale di Torino), Messa in diretta streaming (sul canale www.youtube.com/watch?v=8bpsfoPNjGk).
Messa sul canale Youtube della parrocchia torinese Stimmate di San Francesco d’Assisi (la domenica alle 11). Presiede il parroco don Tonino Borio.

Ore 18.30
Parma: Messa in diretta su https://giovannipaolotv.it/
Dalla parrocchia-Santuario di Santa Rita da Cascia a Torino su YouTube con accesso dal sito www.srita.it la Messa in diretta presieduta dal rettore monsignor Mauro Rivella.
Dalla parrocchia-Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale la Messa in diretta streaming sulla pagina Facebook Parrocchia Santa Maria delle Grazie al Trionfale.

Ore 20
La Messa dalla parrocchia-Santuario di Nostra Signora della Salute a Torino: presiede il rettore don Franco Pairona, giuseppino del Murialdo. Al termine la benedizione presso l’urna di san Leonardo Murialdo. Diretta streaming sul sito www.chiesasalute.it e sul canale Youtube della parrocchia.





Sabato, 17 Aprile 2021

Un appuntamento che si rinnova da 97 anni, solo tre in meno di quelli che l’ateneo fondato da padre Agostino Gemelli compirà il prossimo 7 dicembre raggiungendo il secolo di vita.
E proprio a quel 7 dicembre 1921 fa riferimento il Messaggio della Cei, ricordando «il misto di stupore, esultanza e trepidazione che si respirava nella grande Aula Magna» del nuovo ateneo, soprattutto perché «prendeva forma un luogo di alta formazione accademica promosso dalla Chiesa in un tempo in cui i cattolici restavano ancora ai margini della vita sociale e culturale del Paese». Insomma una «straordinaria sfida» che «fu affrontata confidando nel primo e fondamentale protagonista, il Sacro Cuore di Gesù a cui l’ateneo è consacrato».


Il sogno di padre Agostino Gemelli e di Armida Barelli, presto beata, è diventato grande:
l’Università Cattolica compie 100 anni

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Una intitolazione fortemente voluta da Armida Barelli, considerata co-fondatrice dell’ateneo e per anni «cassiera» dell’ateneo e che presto sarà elevata agli onori degli altari dopo il recente riconoscimento del miracolo avvenuto per sua intercessione. Si deve proprio a lei la creazione della Giornata per la Cattolica, (che quest'anno la Chiesa italiana celebrerà il 18 aprile 2021) dopo il via libera di Pio XI, quell’Achille Ratti che da arcivescovo di Milano aveva tenuto un discorso nell’inaugurazione dell’ateneo nel 1921.
Ma nel titolo del Messaggio - «un secolo di storia davanti a noi» - non vi è solo la constatazione di 100 anni vissuti dall’ateneo crescendo come realtà accademica, come offerta formativa e come presenza nel Paese, ma vi si legge anche la proiezione nel futuro, nei 100 anni prossimi. «Fare tesoro dell’esperienza passata – si legge nel Messaggio della presidenza Cei – costituisce la miglior premessa per affrontare il futuro che si presenta incerto e gravido di trasformazioni epocali». Tra le altre quella sul fronte dell’educazione, lanciato da papa Francesco con il Patto educativo globale, al quale l’Università Cattolica «è chiamata ad essere volano del rinnovamento, soprattutto aiutando i giovani ad essere protagonisti di questo nuovo cammino».

IL TESTO INTEGRALE





Sabato, 17 Aprile 2021

Sarà il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, a presiedere domani, domenica 18 aprile, alle 11 la Messa che sarà celebrata all’interno dell’Aula Magna della sede milanese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sarà il momento più importante della 97ª Giornata dell'Università Cattolica, che la Chiesa italiana celebra ogni anno, preceduta dall'invio di un Messaggio da parte della presidenza della Conferenza episcopale italiana. La celebrazione eucaristica sarà trasmessa in diretta da Rai Uno, come avviene ogni anno in questa occasione. Una Giornata ancora una volta condizionata dalla pandemia. Ma la concomitanza con l’anno centenario ha portato l’Istituto Toniolo, ente fondatore dell’ateneo dei cattolici, a promuovere iniziative online, come quella intitolata «100 volti per 100 storie», un progetto con il quale si sono volute raccogliere testimonianze, ricordi ed episodi da laureati, studenti, dipendenti, pensionati, amici dell’ateneo legati a questo secolo di vita dell’università.

Sciarrone: i nostri laureati sono il contributo alla rinascita della società

Cento anni di servizio al Paese e alla Chiesa. Ma anche la consapevolezza di «aver contribuito in questo secolo, come credenti, alla rinascita della società». La professoressa Antonella Sciarrone Alibrandi, pro rettore vicario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo ribadisce con forza in questo anno speciale per la Cattolica, non solo per il centenario, ma anche per l’annuncio della prossima beatificazione di Armida Barelli, co-fondatrice dell’ateneo dei cattolici, e ideatrice di questa Giornata che ottenne il benestare di Pio XI, dopo che già il suo predecessore Benedetto XV aveva autorizzato Armida Barelli a fondare l’Associazione amici dell’Università Cattolica qualche settimana prima dell’avvio ufficiale delle lezioni nel 1921.
Cento anni di attività, la beatificazione di Armida Barelli, una pandemia mondiale. Davvero una Giornata per l’Università Cattolica "straordinaria" sotto molti punti di vista. Professoressa come vive l’ateneo questo appuntamento?
Quando, ormai un paio di anni fa, avevamo cominciato a organizzare le celebrazioni per i cento anni del nostro ateneo non ci saremmo mai potuti immaginare la "straordinaria" situazione di contesto in cui il Centenario si sarebbe inserito e, in particolare, tutte le limitazioni che la pandemia e le connesse esigenze di distanziamento sociale ci avrebbero imposto. Al di là però al rammarico per avere dovuto forzatamente modificare i programmi, per la Cattolica vivere questo anniversario in un momento così complesso costituisce anche un’occasione straordinaria di riflessione e di presa di consapevolezza.
Quando 100 anni fa padre Gemelli ha fondato il nostro Ateneo, l’Italia viveva un momento particolare ed è quasi paradossale che oggi, seppure per altri motivi, ci si trovi ancora in uno snodo storico assai difficile. Ma proprio questo aspetto può divenire una provocazione positiva. In entrambi i momenti, è fondamentale e prezioso il contributo che i credenti, a livello universitario, possono dare per una rinascita della società. Oggi si parla molto, in termini di next normal o new normal, di quello che verrà dopo la pandemia: in tale contesto sono convinta che l’Università Cattolica possa essere fondamentale.
Armida Barelli sarà presto beata. Considerata co-fondatrice della Cattolica, è stata una donna che ha dato impulso al ruolo dei laici in tempi difficili. Cosa rappresenta ancora oggi questa figura per chi ha scelto di vivere, come studente o come docente, in questo ateneo?
Armida Barelli è ancora oggi una figura molto attuale e significativa non solo per la nostra comunità universitaria ma per la società intera. Unica donna appartenente al gruppo dei fondatori dell’ateneo, la Barelli ha giocato un ruolo propulsivo fondamentale al fianco di Gemelli, Necchi, Lombardo e Olgiati. Senza il suo coraggio, la sua capacità organizzativa e la sua determinazione di fronte ad ostacoli, anche di natura finanziaria, di non piccola importanza, il sogno di fondare un ateneo che lei voleva per tutti e non d’élite, probabilmente non si sarebbe realizzato. Un grande esempio, quindi, o come si dice adesso un role model, anche per le ragazze della nostra epoca.
Lo slogan scelto quest’anno è "un secolo di storia davanti a noi". Nella recente inaugurazione del nuovo anno accademico sia il rettore sia il presidente dell’Istituto Toniolo, l’arcivescovo Delpini, hanno esortato a guardare avanti. Eppure il presidente della Repubblica Mattarella ha parlato del grande contributo che la Cattolica ha dato al Paese. Cosa potrà dare nei prossimi 100 anni?
Lo slogan che abbiamo scelto per il Centenario, ripreso anche per la 97ª Giornata dell’Università Cattolica, mette a fuoco credo in modo molto efficace il fatto che come istituzione universitaria siamo inseriti nella storia. Le parole del presidente Mattarella relative al nostro passato ci inorgogliscono perché si fondano sulla riconosciuta qualità (non solo in termini di competenze specifiche, ma come persone e come cittadini) dei circa 300.000 laureati che si sono formati nelle nostre aule. E anche guardando al futuro siamo consapevoli che il principale apporto che come ateneo potremo dare alla società passa attraverso i giovani che sceglieranno di formarsi da noi e che forniranno nuova linfa alla nostra istituzione. Per chi come noi sperimenta ogni giorno l’avventura educativa, è fonte di grande ispirazione quello che Gregorio di Nissa scriveva della vita cristiana: "si va di inizio in inizio attraverso inizi che non avranno mai fine".
La Giornata è l’occasione per rinnovare il rapporto con la Chiesa italiana. Come è lo stato di salute di questo legame?
L’ateneo ha sempre avuto nel suo Dna la vocazione al servizio della Chiesa ambrosiana, italiana e universale e, nel corso del tempo, gli ambiti in cui questo servizio si esprime sono venuti a espandersi sensibilmente. Volendo fare qualche esempio recente, l’Università Cattolica si è fatta interprete delle istanze lanciate da papa Francesco sia sul versante del Patto educativo globale sia su quello del Patto per ripensare l’economia. Abbiamo raccolto in modo attivo le sollecitazioni del Pontefice promuovendo la costituzione di Osservatori di ateneo volti a valorizzare, internamente ed esternamente, le competenze interdisciplinari presenti in Cattolica in ambito educativo e giuridico-economico, in modo da realizzare iniziative concrete con ricadute immediate sul tessuto sociale. In questo filone si inserisce anche la collaborazione dell’Ateneo con la task force vaticana per il Covid-19 voluta da papa Francesco all’interno del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.





Sabato, 17 Aprile 2021

Negli ultimi anni, nell’ambito delle iniziative culturali dell’Accademia dei Lincei, mi sono occupato di educazione scolastica e per questo mi sono trovato spesso a discutere dei giovani e della scuola sia con politici che con industriali ed economisti. Spesso ho ascoltato da bocche, per dir così autorevoli, critiche risentite sui ragazzi dei giorni nostri, compresi figli e nipoti, che non avrebbero i valori delle precedenti generazioni, quali l’impegno nello studio, nel lavoro e nei doveri sociali o familiari. Viene loro rimproverato di adagiarsi sulle risorse dei genitori o di altri parenti per risolvere problemi, per trovare una buona occupazione, una posizione sociale, perfino quelle che implicherebbero studi approfonditi. Discussioni che riguardano figli di famiglie benestanti; è noto che per i più poveri la situazione è ben peggiore per non dire tragica.

Le statistiche ci indicano che i ragazzi tra i 13-15 anni, ma in molti casi anche prima, abbandonano la scuola: il fenomeno, in certe aree meridionali, raggiunge il 40% ma, in percentuali minori, è presente ovunque. Sappiamo che il destino di questi giovani è segnato perché, in particolari contesti, le porte della malavita, delle organizzazioni mafiose, della droga, sono aperte e accoglienti.

In generale, sono aumentati i suicidi, le autolesioni, le patologie depressive, i giovani Neet (non impegnati in percorsi di studio, lavoro, o formazione), i giovani Hikikomori che si confinano nella propria camera, e non comunicano neppure con i familiari: questi ultimi, numerosissimi in Giappone, sono già più di centomila anche in Italia: comunicano particolarmente di notte, magari con Paesi lontani, rinunciando ai contatti sociali, lasciando la scuola e perdendo interesse all’ambiente fuori della loro stanza, (il sole, la pioggia, i tramonti, la vita), e sovente, in conseguenza del loro confinamento, mostrano malattie dismetaboliche.
E poi ci sono le numerose manifestazioni dei giovani che gridano e scrivono sui muri, a parer mio giustamente «Ridateci il futuro», ma non ottengono ascolto né risposta. A questi giovani abbiamo dato i nostri geni, li abbiamo immessi in una società organizzata da noi, con il desiderio di clonarli, simili a noi ma, io dico fortunatamente, non ci siamo riusciti. Abbiamo allevato i nostri ragazzi nell’illusione di un benessere diffuso, facile da raggiungere, irreversibile e anzi migliorabile all’infinito, senza dire loro che gli enormi debiti che i governi del Paese fanno, per fronteggiare sempre nuove emergenze, saranno caricati sul loro futuro. Un comportamento cinico che la storia ci rimprovererà.

Li stiamo semplicemente imbrogliando soprattutto quando offriamo loro una scuola mediocre, ed è un eufemismo, che trascura il loro futuro conoscitivo e lavorativo.

Se nella corsa del palio di Siena, tra i cavalli che scalpitano davanti al canapo, come oggi scalpitano gli studenti, c’è qualche imbroglio, come un cavallo che parte in vantaggio, anche i cavalli migliori trovano difficoltà a competere e sarebbero sempre perdenti. I figli delle famiglie benestanti e colte hanno vantaggi enormi in confronto ai figli di famiglie più povere che non possono offrire niente: né un supporto culturale, né libri, né viaggi di istruzione all’estero e spesso neppure i mezzi per poter accedere alle lezioni "in remoto" in questo tempo intermittente e infinito di didattica a distanza. I figli delle famiglie meno abbienti saranno cavalli perdenti in partenza. È il blocco cinico dell’ascensore sociale. È un imbroglio di cui vergognarsi. Giustizia vuole che tutti i giovani partano dalla stessa linea di partenza per acquistare quella necessaria esperienza di vita per essere tutti abilitati a conquistarsi liberamente il loro ruolo nella società di domani.

I bambini, i ragazzi, non possono essere discriminati per la fortuna o sfortuna di essere nati in un posto invece di un altro.
Molte persone ritengono che i giovani di oggi – per i fenomeni epocali avvenuti in questi ultimi decenni, la globalizzazione, la rivoluzione digitale, le crisi economiche globali e per finire la pandemia – si trovino in un’involontaria difficoltà nell’affrontare il futuro o che lo facciano con affaticata passività.

Penso che la pandemia abbia risvegliato comprensibili istinti biologici, nei giovani il desiderio di libertà e negli anziani la voglia di conservazione. E so, per il mio mestiere di neurofisiologo, che i giovani, proprio in relazione alla loro età, hanno statisticamente un cervello che potenzialmente è a un livello ottimale di funzionamento, in quanto ha una maggiore plasticità, un maggior numero di sinapsi la cui densità è correlata strettamente con le potenzialità di apprendimento e di creatività, che in altre parole significa apertura cerebrale. Il cervello dei ragazzi è certamente funzionalmente migliore di quello degli adulti e più ancora di quello degli anziani, che talvolta li criticano additando i propri comportamenti come esempi da seguire.

I giovani hanno un cervello plastico, libero da blocchi funzionali creati da pregiudizi e sono biologicamente recettivi e reattivi sia al giusto che all’ingiusto. Siamo noi adulti, anziani, padri e nonni involontari imbroglioni che vogliamo mantenere privilegi spesso da noi non conquistati e quando pensiamo che la società deve essere mantenuta stabile e sicura piuttosto che giusta. Spero che sia chiaro qual è il futuro che con urgenza dobbiamo «riaprire».

Lamberto Maffei è presidente emerito dell’Accademia dei Lincei





Sabato, 17 Aprile 2021

«Questi martiri non erano dei “guerrieri”, ma dei testimoni dell’amore di Gesù che ha detto ai suoi discepoli: “Non abbiate paura!”». Così il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha presentato i sei martiri di Casamari nel corso dell’omelia per la cerimonia di beatificazione tenutasi questa mattina proprio nell’abbazia cistercense vicino a Frosinone dove nel maggio 1799 le truppe francesi, in fuga da Napoli e dopo aver già depredato Montecassino, uccisero i monaci Simeone Cardon, Domenico Zavrel, Albertino Maisonade, Zosimo Brambat, Modesto Burgen e Maturino Pitri, e il cui martirio «in odio alla fede» è stato riconosciuto da papa Francesco.

Un episodio lontano nel tempo e forse sconosciuto ai più, ma con l’impronta del martirio che resta e anzi diventa quanto mai attuale, come ha tenuto a ribadire Semeraro in un altro passaggio forte dell’omelia: «Erano uomini fragili e timorosi: vulnerabili, come lo siamo un po’ tutti noi e come si mostra soprattutto questa fase di pandemia. Non erano degli eroi da fumetto, ma delle persone fragili, proprio come lo siamo tutti noi».

Ma oggi è anche la Parola di Dio che invita «a guardare alla testimonianza dei nuovi beati», ha aggiunto il cardinale Semeraro, per sottolineare come la perfetta vita spirituale consiste nel conoscere l’amore infinito di Dio e conoscere al tempo stesso la nostra debolezza e convinti di questo, nell’ingaggiare la lotta spirituale per dare morte ai desideri disordinati e avere sempre fiducia nell’amore di Dio. È, dunque, da questa prospettiva che oggi la Parola del Signore ci chiede di guardare alla testimonianza dei nuovi beati: la fiducia nella sua premurosa paternità. E questa che il Padre ci ama è la confortante certezza che deve invadere il nostro cuore».

Dai sei martiri di Casamari (un settimo monaco riuscì a nascondersi ai soldati francesi, testimoniandone poi la violenza, episodio che ricorda da vicino quanto verificatosi oltre due secoli dopo con i trappisti di Tibhirine in Algeria) arriva anche una testimonianza tanto più necessaria perché «nessuno di noi – ha detto ancora Semeraro nel corso dell’omelia – potrà perseverare nella sequela di Cristo senza tribolazione, senza conflittualità, senza combattimento spirituale».

Alla cerimonia erano presenti l’abate di Casamari dom Loreto Camilli, il vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino Ambrogio Spreafico, nel cui territorio ricade l’abbazia, e i vescovi delle Chiese locali limitrofe Lorenzo Loppa per Anagni-Alatri e Gerardo Antonazzo per Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.







Sabato, 17 Aprile 2021

«Custodire le noste terre» è il tema del convegno online organizzato dalle Commissioni episcopali per i Problemi sociali e il Lavoro e per il Servizio della Carità e la Salute e dagli Uffici Cei che si occupano dei due ambiti insieme alla diocesi di Acerra.

Previsto un anno fa e poi rimandato, il convegno segna un punto di svolta nell’approccio della Chiesa italiana alle questioni ambientali legando la custodia del Creato nel solco della «Laudato si’», la salvaguardia della vita e della salute, il lavoro e lo sviluppo, coinvolgendo le 78 diocesi nel cui territorio ricadono i 42 Siti di interesse nazionale (Sin) che costituisono le ferite ambientali aperte del nostro Paese, per le più diverse cause.

Il messaggio del cardinale Bassetti

«È riduttivo, quando non addirittura discriminante, parlare di "terra" e di "terre dei fuochi": perché dobbiamo piuttosto affermare con forza che siamo responsabili della "custodia di tutte le terre"». C’è una chiamata alla responsabilità di tutti – e anzitutto dei credenti – e a una consapevolezza del legame tra ferite del Creato e tutela della vita e della salute al centro della riflessione del cardinale Gualtiero Bassetti al convegno «Custodire le nostre terre», organizzato online dalle Commissioni episcopali per i Problemi sociali e il Lavoro e per il Servizio della Carità e la Salute e dagli Uffici Cei che si occupano dei due ambiti insieme alla diocesi di Acerra. Previsto un anno fa e poi rimandato, il convegno segna un punto di svolta nell’approccio della Chiesa italiana alle questioni ambientali legando la custodia del Creato nel solco della «Laudato si’», la salvaguardia della vita e della salute, il lavoro e lo sviluppo, coinvolgendo le 78 diocesi nel cui territorio ricadono i 42 Siti di interesse nazionale (Sin) che costituiscono le ferite ambientali aperte del nostro Paese, per le più diverse cause.

Secondo Bassetti «la custodia, o la mancata custodia, della casa comune – in quanto siamo tutti parte dell'umanità – incide direttamente sulla nostra salute. Gli effetti ambientali prodotti dalle nostre scelte hanno una incidenza diretta sulla salute fisica, psichica e sociale di tutti, e di ciò l'umanità è responsabile, prima che vittima». Data questa premessa, «la Chiesa – sottolinea il presidente della Cei – ritiene suo dovere farsi carico del tema della salute di tutti e di ciascuno, in forza del comandamento dell'amore che anima la propria azione e dell'esplicito mandato evangelico di evangelizzare e guarire».

Per la Chiesa italiana è l’ora di passare dalle parole a una vera leadership su una questione che lega ambiente e salute, vita e dignità, intrecciandosi con il modello di sviluppo: «Ai cristiani – dice – spetta il duplice compito di custodire la natura creata e con essa di custodire la simbologia che essa racchiude, animando il dibattito e il confronto non solo scientifico, o sociale e politico, ma culturale, spirituale ed etico». Si tratta di una svolta vera e propria, che parte da una presa di coscienza di cui la Chiesa possiede una chiave di lettura decisiva: «Se non siamo capaci di una logica di amore (e dell'agire per amore) – spiega il presidente dei vescovi italiani –, la logica del fare fine a se stesso ci soverchia: del fare carriera, del fare soldi, del fare in fretta. Così facendo accade però – per malizia o per ignoranza – che non ci si soffermi a guardare gli esisti di questo fare: l'inquinamento è figlio di una cupidigia del fare che ha rifiutato di guardare con amore all'umanità e al creato». In questo c’è una «responsabilità» che «si pone su diversi livelli: quello personale, sul quale ciascuno verrà valutato, quello familiare, in quanto la famiglia è il primo ed insostituibile soggetto di educazione , quello sociale e civile, per cui esiste una responsabilità diretta di chi amministra, e di chi quell'amministrazione l'ha voluta».

Il verbo-chiave di questo discorso è «custodire» («un verbo molto spirituale e al tempo stesso molto concreto», nel senso di «prendersi cura in modo diretto e personale, nel cuore e con i fatti». Dunque si tratta di essere «custodi operosi» con un «prendersi cura diretto, impegnativo, personalmente coinvolgente, soprattutto indelegabile». Un atteggiamento determinante in questo cambiamento di sguardo è la «semplicità», che consiste nel «ridurre agli elementi essenziali la vita dell’uomo» liberandosi da «una cultura del superfluo». È un atteggiamento ispirato all’«essenziale evangelico», basato sull’evidenza prodotta dal convegno Cei che «un’ampia parte del territorio italiano è inquinato».

Per i cattolici nel nostro Paese è il momento di «agire» a partire da «una comprensione dei fatti inserita nell'annuncio del Vangelo e nella fede: concreta, intelligente, operosa, non inerte, tantomeno indifferente», consapevoli evangelicamente che «quando hai fatto, o non hai fatto, qualcosa al più piccolo dei miei fratelli, l'hai fatto, o non lo hai fatto, a Me».

Per sviluppare questa «correlazione tra inquinamento dell'ambiente, inquinamento dei corpi e inquinamento delle coscienze» la Chiesa italiana mette in campo uno dei suoi appuntamenti storicamente di maggior significato: le Settimane sociali dei cattolici, in programma a ottobre a Taranto su «Ambiente lavoro e futuro». Un evento al quale ci si presenta con una novità rilevante che nasce dal convegno «Custodire le nostre terre»: la nascita di una rete tra le 78 diocesi che hanno dato vita a questa prima esperienza di condivisione trasversale di un tema di rilievo sociale tra Chiese locali.


Il comunicato finale: coordinamento delle 78 Diocesi

«Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (Laudato si’, 139). Le parole di Papa Francesco, nell’Enciclica sulla cura della casa comune, hanno sostenuto la riflessione del convegno “Custodire le nostre terre. Salute, ambiente, lavoro”, promosso dalla Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute, dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, dai Vescovi della Conferenza Episcopale campana, dagli Uffici Nazionali per la pastorale della salute e per i problemi sociali e il lavoro, e dalla Caritas italiana. Al termine dei lavori i partecipanti all’incontro hanno ribadito l’impegno a vivere e promuovere l’ecologia integrale nei rispettivi territori e a livello nazionale.

La pandemia ha messo in luce, con grande forza, come tutto sia connesso: la vicinanza ai malati e a quanti stanno soffrendo per il virus si aggiunge alla solidarietà per chi vive sulla propria pelle gli effetti dannosi dell’inquinamento.

A causa di una mancata custodia, hanno sottolineato i partecipanti, «le nostre terre, da Nord a Sud, risultano contaminate da diversi fattori, con ampie conseguenze sulla salute, in particolare dei giovani e dei più poveri. Di fronte a questo dramma, la reazione delle istituzioni e della politica è stata spesso percepita come poco incisiva e distante dai bisogni della popolazione. È altrettanto vero che non ci sono stati né una sufficiente educazione alla custodia del creato né, in generale, un grande coinvolgimento da parte della comunità ecclesiale».

Come ricorda Papa Francesco: «Alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti» (LS 217). Eppure, aggiunge, «vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (LS 217).

Da qui l’auspicio dei partecipanti al convegno affinché «ognuno prenda a cuore la questione ambientale e che essa sia inserita ai vertici delle priorità delle istituzioni, ad ogni livello (nazionale, regionale e comunale)» per sviluppare sempre di più una cultura della cura.

«Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica» (LS 231).

La cultura della cura, quindi, non è appannaggio di alcuni o di specifiche categorie, ma deve riguardare ogni uomo e ogni donna di buona volontà.

Nonostante il dolore per le ferite del pianeta e di moltissime famiglie del nostro Paese, «non tutto è perduto» (LS 205), perché il «Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato. L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra Casa comune» (LS 13).

Per questo, dal convegno emerge l’impegno a lavorare per favorire la conoscenza della Laudato si’, aiutando le Diocesi a educare alla salvaguardia del creato, a offrire itinerari educativi e a motivare «fino a dar forma a uno stile di vita» (LS 211). Un passo significativo, in tal senso, verrà compiuto con la 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, in programma a Taranto dal 21 al 24 ottobre 2021, sul tema “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro e futuro. #tuttoèconnesso”. Ciò che sta cuore è un futuro degno della dignità della persona umana e della casa comune. Solo coinvolgendo le famiglie, le scuole, la catechesi, i mezzi di comunicazione sociale sarà possibile trasformare i concetti di sobrietà e sostenibilità in stili di vita, da declinare nella quotidianità. Per fare questo occorre mettere in rete le buone pratiche, gli esempi virtuosi nati sui territori, per elaborare una proposta unitaria.

L’auspicio finale è che dal convegno possa prendere avvio un coordinamento tra le 78 Diocesi italiane, nel cui territorio ricadono i 42 “Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche”, censiti dal Ministero per la Transizione Ecologica: la “terra dei fuochi” non è un luogo circoscritto ma un fenomeno esteso all’intero Paese.





Sabato, 17 Aprile 2021

L’invecchiamento dell’Italia non si cura solo con sostegni indispensabili a famiglia e natalità, ma anche con un deciso investimento sui giovani. Motivarli ampliando l’elettorato attivo dai 16 anni e coinvolgerli in un’alternanza estiva scuola-servizio civile di un mese possono essere i binari per un rilancio sociale e politico. Due proposte che raccolgono consensi crescenti in Parlamento, nel Governo e nella società civile. Due sassi lanciati per smuovere una politica stagnante dal segretario del Pd Enrico Letta e dall’ex sottosegretario alle Politiche sociali Luigi Bobba.

Un sostegno che è emerso all’incontro in streaming (per rivederlo clicca qui) cui hanno partecipato oltre ai due proponenti, Letta e Bobba, anche la ministra per le politiche giovanili del M5s Fabiana Dadone, il sindaco di Firenze Dario Nardella, la deputata di Fratelli d’Italia Maria Teresa Bellucci, il demografo Alessandro Rosina. Al dibattito, promosso da Avvenire e Vita, hanno partecipato il direttore del quotidiano Marco Tarquinio e il fondatore della testata online Riccardo Bonacina.

«Proporre il voto ai sedicenni può sembrare intempestivo – dice Letta – ma io insisto perché dobbiamo voltare pagina. Forse stiamo guardando al futuro con più responsabilità e l’inverno demografico è la vera grande criticità del futuro. Più la popolazione è anziana, più il sistema ragiona con una mentalità anziana. Sono sempre di più gli elettori con un’aspettativa di vita di 20 anni di quelle che davanti ne hanno 70». Assieme alle politiche «per la natalità e per far diventare italiani tanti bambini nati qui», bisogna abbassare dunque l’età dell’elettorato.

Bobba, oggi presidente di Terzjus, aggiunge che «la democrazia per mordere ha bisogno dei denti, cioè di partecipazione. Ma se i giovani non votano, i partiti terranno in considerazione soprattutto le esigenze di chi non è giovane». Bobba - assieme a Nardella - da deputato aveva già presentato una proposta per il voto ai sedicenni, limitato alle amministrative. Oggi ci affianca la sua proposta per tutti gli studenti dai 16 anni di «un mese di prova estivo nel servizio civile. Che per il Terzo settore sarebbe anche un bel mondo per una grande seminagione di impegno nel Paese».

Pienamente d’accordo la ministra delle Politiche giovanili. «Rinfrescare l’elettorato - dice Dadone - darebbe un punto di vista diverso ai parlamentari». E plaude all’alternanza scuola-servizio civile, «ma bisogna aumentare i fondi per coinvolgere i giovani "neet" che avrebbero più bisogno del servizio civile di quelli di ceto medio-alto che lo fanno». Il Conte 2 ha aumentato le risorse per il servizio civile che quest’anno avrà oltre 50mila posti, rispetto ai 38mila del 2020. Ma le domande sono state 125mila. E dunque 75 mila giovani vedono frustrata la loro disponibilità.

Alessandro Rosina registra con un neologismo il «"degiovanimento" della società» parallelo al suo invecchiamento: «I giovani non solo sono di meno, ma sono oggetto di un minore investimento politico, anche se sono la principale risorsa del Paese». Una carenza di investimento pubblico «che produce il record italiano in Europa per numero di giovani "neet"». Riccardo Bonacina conferma: «I "neet" in Italia sono arrivati al 23%, dieci punti sopra la media Ue».

Maria Teresa Bellucci di Fdi si dice pronta a sostenere in modo bipartisan sia il potenziamento del servizio civile volontario che la proposta di alternarlo alla scuola. «Lo abbiamo già fatto con l’assegno unico per i figli». Dubbiosa invece sul voto ai sedicenni: «Non credo sia una svolta».

Per Marco Tarquinio «il deficit di partecipazione giovanile è anche frutto della retorica sulla disintermediazione e sul coinvolgimento diretto via web». Plaude all’assaggio di servizio civile estivo, ma pone alla politica la necessità della coerenza: «Se oggi non si trovano i fondi per i 75mila giovani scartati dal Scu, cosa succederà se dopo averlo provato a scuola molti di più volessero sceglierlo?».

Le sfide sul tavolo?

1 La proposta di Bobba. Un’alternanza Scuola-Servizio civile rivolta a tutti i ragazzi e le ragazze tra i 16 e 18 anni e la possibilità di votare per l’elezione dei sindaci. È la doppia proposta avanzata da Luigi Bobba, presidente di Terzjus (Osservatorio di diritto del Terzo Settore) e già sottosegretario al Lavoro. L’idea dell’alternanza tra scuola e SC, che può essere inserita nel curriculum del giovane con l’acquisizione di crediti formativi, venne lanciata con un intervento su Avvenire nel 2020 (tinyurl.com/f38v4483), nel quale Bobba parlava di «un’esperienza di educazione civica sul campo, un modo per qualificare e rafforzare l’appartenenza alla propria comunità». Nel 2013, invece, con l’ex collega parlamentare Dario Nardella (ora sindaco di Firenze), venne depositata una proposta di legge per far votare i 16enni per il proprio Sindaco.

2 Il voto ai sedicenni. In Italia per votare alle elezioni politiche per la Camera, e per le amministrative, si deve avere raggiunto la maggiore età, 18 anni. Lo prevede la Costituzione. Possono eleggere senatori e senatrici, invece, i cittadini con più di 25 anni. La legge di riforma costituzionale per abbassare questo limite a 18 anni è stata approvata alla Camera nel 2019, ma poi l’iter si è interrotto. Da tempo si parla anche di estendere il diritto di voto ai sedicenni. La proposta è stata rilanciata da Enrico Letta nel discorso che ha fatto il 14 marzo 2021 all’Assemblea nazionale del Partito Democratico che lo ha eletto nuovo segretario. La stessa idea era stata messa in campo da Walter Veltroni nel 2007, una volta diventato segretario Pd, e riproposta dallo stesso Letta nel 2019. Del 2015 una proposta di legge analoga della Lega Nord.

3 Il servizio civile universale. È dal 2005 che il Parlamento ha sospeso il servizio di leva obbligatorio, sia quello militare che quello civile per gli obiettori di coscienza. Come per le Forze armate, anche il servizio civile è diventato volontario. Poi nel 2016 è stato coinvolto nella riforma del Terzo settore, diventando "universale": nelle intenzioni doveva essere accessibile a tutti coloro che ne avessero fatto domanda. L’inadeguatezza dei fondi però finora lo ha impedito e le richieste sono ogni anno almeno il doppio dei posti. Numerose in questi anni le proposte di reintrodurre un servizio civile obbligatorio, di durata inferiore all’anno attuale, come scuola di cittadinanza e impegno civico. Un progetto che si scontra con due difficoltà: creare progetti per un bacino di circa 400 mila giovani l’anno (rispetto ai 50mila attuali) e trovare risorse economiche commisurate.


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Sabato, 17 Aprile 2021

«Cattolico italiano, che cosa pensi?». È piuttosto imprevedibile – com’è suo stile – il contenuto e il tono del messaggio in forma di lettera ai credenti che l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha scritto per la 96esima Giornata dell’Università Cattolica, in programma domani, con vista sulla celebrazione del centenario dell’ateneo.

Non uno scritto di circostanza, ma un invito argomentato a esprimere un pensiero significativo e interessante nella società plurale (e ferita della crisi pandemica), parole e pensieri che meritino di essere ascoltati. Di certo merita una lettura questo testo, che oltre a essere sul sito Giornatauniversitacattolica.it è al centro del libro pubblicato per questa Giornata («Ci vorrebbe un pensiero»), con le risposte di 15 laureati (quattro dei quali ci raccontano la loro storia in questa pagina).

«Caro cattolico italiano – scrive Delpini –, mi permetto di raggiungerti con questa domanda un po’ indiscreta e provocatoria, perché mi sembra una questione troppo trascurata e troppo necessaria». Lo spunto è dentro l’attualità del tempo aspro che attraversiamo, nella persuasione che a emergenza superata «non sarebbe giusto passare oltre, come se il caso fosse chiuso. Sono sorte troppe domande, si sono manifestate troppe virtù ignorate, sono emerse troppe meschinità. Si vorrebbe capire, sarebbe doveroso interpretare. Ci vorrebbe un pensiero».

Quale? «Un pensiero cattolico vivace, solido e generoso, capace di dialogo, costruttivo: non è questo il compito più essenziale ed entusiasmante per questa nostra grande e amata Università Cattolica?». (F.O.)


IN UN LIBRO IL DIALOGO TRA IL VESCOVO E I LAUREATI

Una lettera, quindici risposte. Le parole dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini nel suo messaggio per la Giornata 2021 dell’Università Cattolica («Cattolico italiano, che cosa pensi?») e quelle che la lettura del denso e originale testo hanno suscitato in alcuni laureati dell’ateneo – tra professionisti e docenti – sono tutte raccolte in un bel libretto, «Ci vorrebbe un pensiero. In risposta a una lettera di monsignor Mario Delpini a 100 anni dalla nascita dell’Università Cattolica» (Vita & Pensiero, 130 pagine, 12 euro) con la postfazione del rettore Franco Anelli, curato dallo storico Ernesto Preziosi, del quale in questa pagina proponiamo parte dell’introduzione.

Sull’educazione e la formazione Alessandra Augelli, pugliese, 42 anni, ha centrato tutta la sua carriera e la sua passione. Che di sicuro, come ammette, è stata arricchita dalla possibilità di confrontarsi con i ricercatori e gli studiosi che ha avuto modo di conoscere proprio all’Università Cattolica.

«Ho studiato in una università statale, in Puglia – ricorda –, e in Cattolica ho svolto poi il dottorato. Devo dire che appena ho cominciato a frequentare questo ateneo ho notato la differenza per l’attenzione alla persona dello studente. Tanto che oggi quello che mi porto più dietro, con riconoscenza, è la possibilità di unire, all’interno dell’università, un pensiero naturale sulle cose con un orizzonte cristiano». Il che si traduce in sostanza, spiega ancora Augelli, «nella possibilità di approfondire temi e questioni di studio e di ricerca con una visione del mondo che attinge alla fede e ci porta a tenere insieme la vita con la ricerca e la spiritualità».

Una ricchezza culturale che Augelli porta avanti nel suo impegno oltre che nella vita di tutti i giorni: «Ho avuto la possibilità di incontrare colleghi e persone che condividono il mio stesso orizzonte e con cui si creano relazioni autentiche – ricorda –, ci impegnavamo negli studi con un’attenzione all’etica, ai temi di ricerca, alle dinamiche relazionali, oltre che alla didattica e all’esperienza». Docente a contratto di Pedagogia sociale e interculturale all’Università Cattolica di Piacenza, Augelli tiene corsi sulle dinamiche relazionali e i processi di crescita personali e collettivi. Tra i suoi lavori, Il mistero dell’educazione. Spunti e orientamenti pedagogici sulle tracce di Gabriel Marcel (Milano 2020), In itinere. Per una pedagogia dell’erranza (Lecce, 2013), Erranze. Attraversare la preadolescenza (Milano 2010).

L'apertura al mondo è sempre stata una delle principali aspirazioni della vita di Ciro De Girolamo. Classe 1982, dopo la maturità al liceo scientifico di Avellino, l’arrivo a Milano per gli studi universitari alla Cattolica è stato il primo passo di una lunga serie di spostamenti in giro per il mondo.

Da studente ha partecipato a numerosi programmi di scambio internazionale e poi, dopo la laurea in Economia (tesi in Etica sociale), ha continuato con le esperienze all’estero. «La Cattolica è stata una mamma perché mi ha insegnato a guardare al mondo intero con fiducia. Sono abituato agli obiettivi, ma la vita mi ha portato spesso a vivere esperienze che mai mi sarei aspettato. È giusto pianificare, ma è importante anche capire che c’è un progetto su di noi che a volte ci sfugge».

Per amore della moglie, Ciro ha deciso di cambiare lavoro e vita e si è trasferito a Ginevra. Dal 2017 è responsabile di progetto per il gruppo Msc Cruises e collabora con organismi internazionali su sostenibilità, change management e privacy. «A sposarci è stato il professore relatore della mia tesi, don Ferdinando Citterio, una delle persone più brillanti che abbia mai conosciuto. Mia moglie è ortodossa, siamo una famiglia cristiana con valori ben radicati».

Valori approfonditi durante gli studi universitari, appezzati anche nel mondo del lavoro: «Da parte delle aziende c’è il desiderio di trovare pensieri alternativi per opporsi al decadimento generale. Significa umanizzare, portare valori nella vita concreta e nelle relazioni. La testimonianza resta fondamentale. Anche nel lavoro, chi ha ruoli di responsabilità ha maggiore influenza sugli altri. Le aziende lo sanno, per questo sono in ricerca di manager con menti e cuori pulsanti. Per fare calcoli bastano le macchine...».

«È l’inquietudine uno dei principali frutti dello studio e della ricerca». Carlo Assi subito dopo la laurea in Scienze politiche si è iscritto all’associazione degli alumni della Cattolica, restandone presidente dal 2011 al 2017 (oggi è vicepresidente vicario): «Sono stato il primo presidente con meno di 40 anni, e il primo non professore.

Cercando sinergie, focalizzando mission e obiettivi, siamo diventati interlocutori riconosciuti dell’ateneo». Nel 2016 ha contribuito a fondare il coordinamento delle Associazioni alumni italiane a Bruxelles «per rivendicare il ruolo del sapere nella costruzione europea, come servizio per le finalità comuni, con competenze specialistiche e apertura mentale».

Consigliere nazionale Avis, oggi si occupa di comunicazione interna per Intesa Sanpaolo. «L’università – riflette Assi – è luogo di cultura e di ricerca e abbraccia in ogni istante tutto l’orizzonte temporale di ciò che abbiamo dietro e davanti a noi. Un luogo che valorizza l’importanza del dialogo ma che insegna anche che non si deve costruire nulla con la menzogna. Ecco perché l’università è luogo di libertà». Una ricerca continua che nasce da quella stessa inquietudine di cui parlava il cardinale Martini all’inaugurazione nel 1987 della Cattedra dei non credenti: «È importante sentirsi inquieti. Sedersi e non pensare – spiega Assi – significa spegnere il cervello.

Ho ricevuto questa inquietudine nel corso della mia formazione alla Cattolica, sono grato a quegli anni. Ma è giusto precisare che non è un dono facile: significa essere sempre in ricerca, mettersi in gioco, esporsi alla possibilità di cambiare idea. L’esperienza universitaria insegna anche un corretto lavoro di squadra, non svalutando né l’io né il noi, superando sia il collettivismo sia l’iper-individualismo. La sintesi è la capacità di valorizzare il plurale, intendendolo come relazione tra persone».

Tutto è cominciato con un bollettino per l’iscrizione all’Università nascosto sotto una tazzina di caffè. Angela Mastronuzzi, 44 anni di Taranto, aveva saputo di essere stata ammessa sia alla Cattolica di Roma sia in una università statale. Ma aveva deciso di ripiegare su quest’ultima per non gravare sul bilancio familiare. Il papà però aveva capito che il suo desiderio non poteva essere sacrificato e quel bollettino per la Cattolica glielo pagò senza dirle niente.

Da allora la vita di Angela prende la strada tanto desiderata: nel 2002 una laurea in Medicina, cinque anni dopo la specializzazione in Pediatria, con indirizzo onco-ematologico. E poi tanto impegno nel sociale che lei non lascia mai da parte: dal 2001 al 2005 collabora alla direzione del Collegio universitario San Luca-Armida Barelli. Nel 2015 completa un dottorato in Medicina molecolare.


«Per me studiare alla Cattolica rappresentava un valore aggiunto rispetto alla mia formazione cristiana – ricorda –. Immaginavo che quegli studi avrebbero contribuito a formarmi come persona prima ancora che come professionista. Già dai primi anni dell’Università, anche attraverso le iniziative del centro pastorale e i vari gruppi che frequentavo, avevo la possibilità di impegnarmi nell’ospedale come volontaria. La formazione per me è stata fondamentale.

Dopo tanti anni ho ripreso i contatti con buona parte dei miei compagni universitari e con i colleghi che vivono nelle zone più disparate del mondo. Abbiamo iniziato così una serie di progetti di ricerca, ognuno mettendo a disposizione dell’altro la propria competenza. Poi ho avuto la possibilità di creare una rete di ricerca che mi permette di ampliare i miei studi». Dal 2010 è impegnata all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e dal 2017 è responsabile di Neuro-oncologia, nel dipartimento di Onco-ematologia diretto da Franco Locatelli.





Sabato, 17 Aprile 2021

Il vero significato dei legami, il senso di una promessa «per sempre», l’amore maturo al di là delle emozioni. Ne parliamo con il salesiano don Andrea Bozzolo, docente di teologia alla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e al Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II”.

Un sacerdote lascia 'per amore', un padre di famiglia “lascia” perché si è innamorato di un’altra donna. Come valutare l’amore fondato su una promessa sacramentale e quello che arriva dopo e lo sostituisce?

Questa domanda tocca uno dei nodi più delicati della cultura affettiva di oggi. I cambiamenti in cui siamo immersi hanno favorito un approccio all’esperienza familiare che valorizza la qualità soggettiva dei legami che vi si vivono, e non solo i vincoli che ne definiscono l’assetto istituzionale. Insieme a questa maturazione della sensibilità comune, bisogna però registrare un orientamento che porta in sé una grande ambiguità: la dimensione affettiva tende ad essere pensata come una sorta di energia cieca in cerca di appagamento, un moto incontenibile che si impone con valore assoluto e che non può essere in alcun modo sottoposto a giudizio. Per questo quando si parla di “amore” si fatica a intenderlo come una “storia” che si dispiega nella fedeltà; esso pare assai più come un “sentimento” a cui piegarsi. E così paradossalmente la fedeltà al proprio sentire finisce per sostituire la fedeltà all’altro: l’affetto anziché aprire alla relazione, si rinchiude sulla percezione immediata di sé. Alla domanda che lei mi fa, la risposta più diffusa è: “Se a lui/lei va bene così… allora è giusto così”. Sembra una risposta molto benevola e tollerante, ma in realtà è una risposta drammatica.

Drammatica addirittura? Il vescovo Sigismondi parla di un amore che inchioda nel tempo i sentimenti. Non si tratta di un linguaggio un po’ estremo?

Ma è proprio così. Se quella risposta fosse vera, questo significherebbe che a proposito degli affetti non è possibile maturare un senso condivisibile. Proprio nella dimensione della vita che ci apre all’incontro con gli altri, saremmo condannati a restare privi di un significato che si può comunicare. Se la giustizia degli affetti si riducesse a una valutazione soggettivistica, allora quella giustizia non esisterebbe più. Eros e logos, desiderio e ragione, affetto e valutazione etica non avrebbero più nulla in comune, non potrebbero dialogare e illuminarsi a vicenda.

Come aiutare allora le persone - sacerdoti e sposati allo stesso modo - a comprendere che mondo degli affetti e mondo della ragione non viaggiano su due binari paralleli, come vorrebbe un certo romanticismo, ma sono le due facce della stessa promessa?

Bisogna riscoprire che il mondo degli affetti è lo spazio di un’apertura originaria alla verità, che ci introduce nel grande lavoro dell’esistenza. Pensiamo a ciò che un bambino sperimenta nell’amore dei suoi genitori. La cura che si prendono della sua vita non porta forse in sé la testimonianza di un senso del vivere che è irriducibile all’arbitrio e che sostanzialmente orienta la nostra esistenza? Tanto che quando manca, denunciamo indignati un’ingiustizia insopportabile. L’amore di un padre e di una madre per i figli appartiene, infatti, all’ambito di ciò che consideriamo “inviolabile”. Ed è proprio il senso di questa inviolabilità che ci fa uomini. Qui si apre lo spazio per un discorso sulla verità che non rimanda puramente ai sillogismi di una ragione funzionale, ma si dischiude nella risonanza affettiva al mondo della vita. Non sarebbe una buona notizia se questa inviolabilità affettiva valesse solo per i legami che si istituiscono per la generazione della carne, e non anche per le scelte affettive della libertà, come l’alleanza del matrimonio e la dedizione per il ministero.

Un sacerdote si innamora di una donna ma “sceglie” di rimanere fedele all’impegno assunto. Un marito si innamora di un’altra donna ma sceglie di rimanere fedele alla moglie. Secondo una visione laica hanno represso la loro libertà. Come intendere invece la libertà connessa a una scelta di fedeltà?

La libertà non può essere “atomizzata”, come se vivesse di scelte successive che non dischiudono l’identità profonda della persona. La fedeltà non è l’imposizione esterna di una norma, ma è la struttura dell’identità personale che si dispiega nel tempo. Attraverso le decisioni quotidiane e soprattutto attraverso le grandi scelte della vita, ognuno di noi viene a capo di sé grazie al rapporto con altri. La scelta matrimoniale, ad esempio, sancisce l’incontro con l’amato/a che ha riconosciuto la mia unicità e si è impegnato a custodirla. L’accoglienza di una vocazione consacrata o ministeriale è l’incontro con una Parola divina che mi ha rivelato il mio essere più profondo. Allontanarsi da quel legame è allontanarsi da se stessi. Essere liberi non significa essere senza legami, ma avere i legami giusti. La fedeltà non è la ripetizione monotona dell’identico, ma la capacità creativa di attraversare le tempeste della vita senza lasciarsi trascinare dalla corrente.





Sabato, 17 Aprile 2021

Poteva diventare la classica notizia da trattare con silenzi imbarazzanti e paroline spifferate a mezza bocca. «Hai visto che? Ma non mi dire?»... Invece per annunciare che don Riccardo Ceccobelli, innamorato di Laura, una catechista della parrocchia, avrebbe chiesto la dispensa al Papa per lasciare lo stato clericale, il vescovo di Orvieto-Todi, Gualtiero Sigismondi, ha voluto essere presente domenica scorsa nella chiesa di Massa Martana (provincia di Perugia). E, accanto al suo sacerdote in crisi, ha dato l’annuncio ai parrocchiani. Nessun commento, soprattutto preghiere per accompagnare quella svolta certamente costata mesi di riflessioni e di sofferenze al prete e alla ragazza.

Nei giorni successivi però, per far cessare il clamore dei pettegolezzi, argomento invitante per il popolo dei social che non ci pensa un secondo a smettere i panni del virologo per indossare quelli del pastoralista o del teologo morale, nella ferma convinzione di aver già capito tutto, il vescovo ha preferito affidare a un comunicato meglio dettagliato il senso della vicenda. «La Chiesa – si legge nella nota della Curia – chiede ai preti di vivere il celibato con maturità, letizia e dedizione, quale testimonianza del primato del Regno di Dio e, soprattutto, come segno e condizione di una vita pienamente donata: senza misura.

Si diventa preti dopo almeno sette anni di discernimento e, attualmente, sempre più in età adulta, quando si ha maggiore coscienza e capacità di fare scelte definitive. Una delle affermazioni che, in questa circostanza, va per la maggiore – prosegue la Curia – è la seguente: “Al cuore non si comanda”. Tale opinione è indice di quanto, in un tempo segnato dal relativismo, la ragione sia sottoposta al dominio del sentimento. Si è parlato di eroismo davanti ad un prete che decide di mollare tutto perché si è innamorato di una ragazza; certamente occorre rispetto per la libertà di chi, pur avendo promesso solennemente di consacrare tutto se stesso a Cristo Gesù per il servizio alla Chiesa, non ce la fa, ma parlare di eroismo risulta davvero fuori luogo.

Gli eroi sono quelli che rimangono in trincea anche quando infuria la battaglia, come, ad esempio, i mariti e le mogli o i padri e le madri che non mollano nei momenti di difficoltà, perché si sono presi un impegno e l’amore li inchioda anche nel tempo in cui i sentimenti sembrano vacillare; come i sacerdoti che, senza limiti di disponibilità e con cuore libero e ardente, vivono la fedeltà di una dedizione totale».

Tutto chiaro, sembrerebbe. Grande comprensione umana per la scelta di don Riccardo, insieme però alla volontà di ribadire il senso di concetti come libertà, promessa, fedeltà, impegno, sacrificio. Altrimenti, fa capire Sigismondi, tutte le scelte finiscono per essere poste sullo stesso piano e tutto si confonde in un profilo indifferenziato che spegne la qualità dei diversi valori in campo. Può capitare che un sacerdote, come un marito, una moglie vengano meno alla promessa sacramentale. Una decisione che ha sempre e comunque pesanti costi umani e spirituali. La Chiesa comprende e nuovamente accoglie, ma riflettere e discernere è il minimo che si possa chiedere.





Sabato, 17 Aprile 2021

Benedetto Croce racconta che lo storico tedesco Mommsen, incontrando il ministro Quintino Sella nel 1871, gli chiese: «Ma che cosa intendete fare a Roma? Qui non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti». L’episodio è raccontato nel libro scritto a quattro mani da Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo Roma, la Chiesa e la città nel XX secolo (San Paolo) e potrebbe in effetti essere preso come filo conduttore per la lettura del volume, che riporta in primo piano le figure dei Pontefici e dei loro più stretti collaboratori romani, in pratica dalla breccia di Porta Pia ai giorni nostri. Il tutto seguendo la vocazione di Roma città universale e il respiro della storia, perché, come scrive Riccardi fin dal primo capitolo, «senza storia non si capisce Roma».

L’aspirazione a un rinnovato universalismo, che emerge con chiarezza già con Pio XI e il suo rifiuto del nazifascismo, troverà un’espressione compiuta con Pio XII, sia nel corso della II Guerra mondiale, quando il Papa fece di tutto per proteggere la città, tessendo una rete che salvò la vita a molti (ebrei compresi), sia soprattutto dopo la fine delle ostilità, quando cominciò a indicare, scrivono gli autori, «un tema su cui avrebbe insistito tanto fino alla morte. Roma e la sua Chiesa dovevano tornare a essere un modello di fede, di umanità e di civiltà per il mondo». Dopo il Giubileo del 1950, papa Pacelli intuisce il limite della pastorale ordinaria e lancia iniziative straordinarie come "il mondo migliore", di cui padre Riccardo Lombardi, detto "il microfono di Dio", fu uno dei principali animatori, e quasi alla fine del suo pontificato la Missione di Roma, comprendendo che come già era avvenuto in Francia la città cuore della cristianità era divenuta «quasi terra di missione».
Sono quelli i veri anni della svolta, perché accanto alla vocazione universale, comincia a svilupparsi la linea che attraverso Giovanni XIII e Paolo VI porterà fino a Giovanni Paolo II e al pieno affermarsi della dimensione diocesana ed evangelizzatrice della Chiesa che è in Roma. Può sembrare strano ai nostri occhi, abituati ormai a una netta distinzione tra la Curia Romana (che aiuta il Vescovo di Roma nel suo servizio petrino) e il Vicariato (che è la curia diocesana), ma in pratica fino al 1962, quando papa Roncalli lo trasferisce nel Palazzo Lateranense, quest’ultimo è percepito come una semplice appendice della prima. È dunque papa Roncalli, che proviene da una forte esperienza di vescovo diocesano, a riformare la diocesi. E il Sinodo Romano «fu la sua strada», si legge nel volume, per arrivare allo scopo. Purtroppo la sua intuizione non fu seguita dai fatti, perché quell’esperienza rimase quasi solamente una questione giuridica e inascoltati furono i richiami del Pontefice alla redazione di un testo sinodale più caldamente pastorale. Ma lo spostamento del Vicariato presso la Cattedrale di Roma, cioè la Basilica di San Giovanni in Laterano, inaugurò di fatto un nuovo sentiero, che sarebbe stato allargato da Paolo VI e ancora di più da Giovanni Paolo II.
Mentre la città si sviluppa nelle sue periferie, mentre nuove questioni sociali avanzano (casa, povertà, immigrazione dall’Italia e poi dal mondo), mentre la sinistra comunista acquisisce una sua egemonia culturale e il partito dei cattolici smarrisce l’ispirazione ideale per attestarsi quasi esclusivamente su istanze di potere, Paolo VI - che Roma la conosce bene - riorganizza il territorio diocesano dividendolo in cinque grandi settori (i punti cardinali più il centro) e dando impulso alla pastorale attraverso l’azione del cardinale vicario (Ugo Poletti), del vice gerente e dei vescovi ausiliari posti a capo dei settori. Si arriva così al 1974, l’anno del Convegno cosiddetto "sui mali di Roma", confronto franco con le diverse anime cattoliche della città, descritta allora dal sociologo Giuseppe De Rita come «culturalmente inerte, moralmente opaca, politicamente deresponsabilizzata». Non fu una stagione facile, ma innescò il fuoco di una nuova missione, che anche attraverso la nascente Caritas e l’opera di sacerdoti come don Luigi Di Liegro, avrebbe portato a una presenza sempre più missionaria nelle periferie, raggiunte anche attraverso un’imponente opera di costruzione di nuovi complessi parrocchiali.
L’avvento poi di Giovanni Paolo II dà corpo alla nuova evangelizzazione anche in città. Fin dall’inizio papa Wojtyla fece il vescovo di Roma attraverso le visite alle parrocchie e poi con il Sinodo diocesano (dal 1986 al 1993) e con la missione cittadina in preparazione al grande Giubileo del 2000, trovando nel cardinale Camillo Ruini la traduzione operativa del suo indirizzo. Così le comunità ecclesiali romane (compresi i nuovi movimenti ben presenti in città) poterono coniugare l’idea universalistica di Roma con quella della Chiesa locale che presiede alla carità. In definitiva, concludono gli autori, «per mezzo secolo seppure con impulsi diversi e con diversi promotori, la Chiesa di Roma è stata costantemente chiamata alla missione. E dal 2013, con l’Evangelii gaudium, papa Francesco l’ha chiamata a "uscire da sé"». Secondo una aggiornata visione universalistica.
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Sabato, 17 Aprile 2021

Sarà il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, a presiedere stamani alle 10.30 a Casamari la cerimonia di beatificazione dei sei monaci martiri uccisi in odio alla fede nel 1799 da un gruppo di soldati francesi, in rotta dopo la fine della Repubblica Partenopea, proprio nella storica abbazia cistercense vicino Frosinone. Tra i concelebranti ci sarà ovviamente anche l’abate di Casamari, dom Loreto Camilli, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

La comunità di Casamari come si è preparata?
Che questi nostri sei confratelli, padre Simeone Cardon, padre Domenico Zavrel, fra’ Albertino Maisonade, fra’ Zosimo Brambat, fra’ Modesto Burgen e fra’ Maturino Pitri, fossero morti per la testimonianza a Cristo, i monaci di Casamari lo hanno sempre percepito. Ora finalmente questo desiderio antico è stato esaudito. Per questo motivo la comunità con spirito filiale ringrazia papa Francesco. Con tali sentimenti abbiamo vissuto l’intero iter della causa di beatificazione. Le restrizioni imposte dalla pandemia ci hanno impedito di realizzare le iniziative in progetto per dare all’evento la risonanza che meritava. Nelle parrocchie della vicaria siamo riusciti comunque a promuovere la conoscenza della vita e della santità dei servi di Dio.


Condizionata dalle restrizioni anti Covid ma non meno sentita la cerimonia che oggi porterà agli onori degli altari sei monaci assassinati dall’esercito francese

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Qual è l’attualità di queste figure e cosa possono dire e insegnare agli uomini e ai fedeli di oggi?
Nella bimillenaria storia della Chiesa questo particolare dono di grazia del martirio non è certo venuto meno. Anzi, potremmo dire che, proprio a partire dai tempi della Rivoluzione francese fino ai nostri giorni, si è accresciuto enormemente il numero dei cristiani perseguitati e uccisi in odio alla fede. Lo ricorda papa Francesco: «I martiri oggi sono ancora tanti, più che nei primi secoli del cristianesimo». Agli uomini di oggi i martiri ricordano il valore della fedeltà concreta a Cristo, il dono della vita offerto a Lui.


Due secoli dopo lo scenario purtroppo non è molto cambiato in diverse parti del mondo: in tal senso, quale messaggio di pace e di speranza può arrivare da questi sei martiri?
I monaci che hanno affrontano il martirio erano persone che respiravano la pace del monastero, accoglienti anche verso il nemico. Ricordo che ogni credente, sull’esempio dei martiri, è portatore di valori, quali la rettitudine, la fedeltà, l’amore per il bene comune, l’attenzione per gli altri, la benevolenza, la misericordia, la speranza, che possono contribuire alla edificazione di società più giuste e più sane.

Questa beatificazione che valore assume anche per la testimonianza monastica?
La beatificazione dei servi di Dio sul luogo dove loro hanno vissuto e donato nel sangue la loro vita, ci testimonia l’attualità del carisma cistercense come via d’amore alla santità, oltre a ricordarci come la testimonianza nel sangue è in questo caso il coronamento di una vita vissuta nell’oblazione incondizionata e nell’obbedienza alla regola monastica.

E che valore ha per la comunità di Casamari in particolare, così duramente colpita con la morte dell’abate Romagnuolo per Covid nell’estate scorsa e di cui lei è il successore?
Con la morte del caro abate Eugenio abbiamo sperimentato su noi stessi il dramma legato a questa epidemia, sentendo nostro il grido di dolore che si eleva da ogni parte del mondo. Per questo preghiamo ogni giorno il Signore perché, attraverso i rimedi della scienza medica venga debellato questo virus. Siamo riconoscenti e grati all’abate Eugenio perché con lui si è chiuso il processo diocesano ed è iniziato quello presso la Congregazione delle cause dei santi.


Ci saranno altre iniziative per perpetrare la memoria dei beati?
Finché permangono le restrizioni dovute alla diffusione pandemica è difficile fare programmi. Intanto le reliquie, esposte sotto un altare della basilica a loro dedicato, favoriscono il culto dei fedeli e pongono interrogativi al comune visitatore dell’abbazia. Nell’imminenza celebreremo una Messa di ringraziamento con il vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, Ambrogio Spreafico, che ha introdotto la causa di beatificazione e canonizzazione.





Venerdì, 16 Aprile 2021

Il 25 aprile l'Albania è chiamata alle urne per eleggere il Parlamento. Il momento è difficile, complicato anche dalla pandemia. La Conferenza episcopale albanese ha pubblicato un messaggio che si rivolge a tutti gli albanesi, compresi quelli che vivono in Italia.

La dichiarazione della Conferenza episcopale albanese per le elezioni parlamentari?

Il voto per l’elezione dei rappresentanti al Parlamento rappresenta una possibilità concreta per esprimere la nostra partecipazione alla vita democratica del Paese. La sfida di ogni processo elettivo è garantire elezioni oneste e trasparenti in cui siano rispettati ogni voto e ogni votante, così come anche il risultato finale. La Chiesa cattolica considera importanti le elezioni, quando esse si svolgono secondo i principi democratici e con la partecipazione di tutte le forze e degli attori politici.

Come nelle passate occasioni, alla vigilia delle elezioni del 25 aprile 2021, noi Vescovi della Chiesa cattolica, per la responsabilità che abbiamo nella guida del popolo affidatoci, vogliamo rivolgerci a tutti i fedeli cattolici e agli uomini di buona volontà.?Siamo consapevoli che i nuovi eletti si troveranno ad affrontare diverse sfide. In primis, la pandemia da Covid-19 che il nostro Paese sta attraversando. Un ringraziamento lo dobbiamo a tutto il personale medico – dottori, infermieri e operatori sanitari – come anche ai familiari degli ammalati che, rischiando la vita, sono stati al loro fianco giorno e notte. D’altra parte, però, sono necessarie strategie psico-sociali efficaci per uscire vittoriosi da questa pandemia.

Sul piano politico, è urgente che la riforma della giustizia, attualmente sulla carta, divenga realtà prima possibile. L’ulteriore rafforzamento delle istituzioni e la loro efficienza costituiscono un compito primario per i nuovi eletti.

In ambito sociale, non possiamo non evidenziare la grossa ferita dei giovani e delle famiglie che abbandonano l’Albania. Serve un’attenzione particolare verso tutte le zone del Paese, da Nord a Sud, nelle aree rurali come in quelle urbane, dove spesso si registrano situazioni di estrema povertà, mancanza di infrastrutture e servizi essenziali, soprattutto strade e strutture sanitarie.

A preoccuparci poi è il livello di istruzione in molte zone del Paese e le condizioni di vita di alcune fasce della popolazione. Tante famiglie stanno ancora soffrendo le conseguenze del terremoto del 2019: una delle priorità dev’essere sicuramente la ricostruzione, che ha bisogno di procedere necessariamente a ritmi più serrati.

L’Albania può avere un futuro migliore se ci impegniamo tutti insieme, cittadini e mondo politico.
Occorre un impegno corale anche per eliminare la corruzione che, come hanno sottolineato nei giorni scorsi le istituzioni internazionali, rimane ancora una pericolosa insidia nelle istituzioni e nella nostra società in generale.

Un’altra sfida, nonostante tutti i passi fatti in avanti negli ultimi 30 anni, resta l’integrazione europea dell’Albania.

Alla vigilia delle elezioni, dunque, noi Pastori vorremmo innanzitutto invitare tutti a partecipare a questo momento di vita democratica. Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, si tratta di un diritto e un dovere di ogni cittadino da esercitare secondo le leggi vigenti e in piena libertà. Perciò, recarsi alle urne è un dovere morale a prescindere dalla preferenza che ognuno esprimerà.

In secondo luogo, come abbiamo avuto modo di ribadire anche nelle precedenti dichiarazioni, il fenomeno della compravendita del voto è una grossa piaga che necessariamente deve essere sradicata. Chi vende il proprio voto in cambio di denaro, ha venduto la sua dignità e quella della sua famiglia. Inoltre, chi compra il voto con i soldi approfittando della povertà degli elettori, non è degno dell’incarico per il quale chiede di essere votato.

Inaccettabile è poi il fatto che, al pagamento di denaro, si aggiunga il giuramento sui libri sacri. È altresì inaccettabile che la votazione avvenga sotto minaccia oppure dietro la promessa di un posto di lavoro. Il lavoro è frutto della meritocrazia e non del partitismo o della militanza politica.

Come Vescovi inoltre riteniamo che non sia opportuno votare candidati con un passato poco chiaro. L’integrità morale deve essere una conditio sine qua non perché l’elettore possa scegliere con libertà e serenità.

Ci auguriamo che il 25 aprile ognuno eserciti il diritto e il dovere del voto avendo presente il bene comune, che è anche lo scopo di ogni attività politica. Allo stesso tempo, preghiamo Dio che, per l’intercessione della Madre del Buon Consiglio, aiuti gli albanesi in questo momento fondamentale per la vita del Paese.

Dato dalla Sede della Conferenza Episcopale il 15 aprile 2021

I Vescovi cattolici dell’Albania

(la versione originale è in albanese)





Venerdì, 16 Aprile 2021

Il papa emerito Benedetto XVI compie oggi 94 anni: è infatti nato il 16 aprile del 1927 a Marktl am Inn, in Baviera, diocesi di Passau. Joseph Ratzinger continua a vivere con grande riservatezza nel monastero Mater Ecclesiae all’interno della Città del Vaticano, accudito da alcune Memores Domini (consacrate del movimento di Comunione e Liberazione) e accompagnato dal suo segretario particolare, l’arcivescovo Georg Gänswein, tuttora prefetto della Casa Pontificia.

Questo sarà il primo compleanno in cui il Papa emerito non avrà accanto a sé, né sentirà la voce del fratello Georg, scomparso l’1 luglio 2020 all’età di 97 anni. Una grande perdita per il Pontefice emerito, tale da spingerlo l’anno scorso a una faticosa visita a Ratisbona per dare l’estremo saluto a Georg.

L’ultima dichiarazione pubblica Benedetto XVI l’ha rilasciata due settimane fa al settimanale cattolico tedesco Die Tagepost, esprimendo la sua gratitudine per l’Anno di san Giuseppe indetto da papa Francesco e per la Lettera apostolica Patris corde.





Giovedì, 15 Aprile 2021

"Auguro che questo tempo di Ramadan sia un tempo di rinnovamento spirituale, di preghiera, di riconciliazione e di pace per tutti i fedeli della comunità musulmana di Perugia, affinché possano rinnovare il legame con Dio e con i fratelli, non solo di fede, ma anche con tutte le persone in mezzo alle quali vivono". Così il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti,
presidente della Cei, nel suo messaggio inviato alla comunità musulmana del capoluogo umbro all'inizio del Ramadan.

Anche l’islam italiano ha iniziato martedì a vivere il mese del Ramadan. Un momento forte per i seguaci di Maometto che rappresentano ormai una realtà cospicua nel nostro Paese. Nelle grandi città, ma non solo. Un tempo che può essere anche occasione di conoscenza e dialogo nella prospettiva di una sempre maggiore integrazione sociale. Ne parliamo con monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Eccellenza, come guardare e come accompagnare, da cattolici, questo periodo particolarmente intenso per i fedeli islamici?
Quello cominciato martedì è, per i musulmani tutti e quindi anche per quelli italiani o che vivono nella Penisola, un momento di testimonianza della genuinità della loro fede. Per gli islamici, è il cuore del loro anno rituale, come lo è per noi la Pasqua. Si tratta di un tempo di preghiera e digiuno. E può essere letto come un segno, che diventa istruttivo anche per noi, di separazione da se stessi per sottolineare il legame con Dio rinunciando a ciò che nella vita quotidiana sembra indispensabile ed essenziale. In questo tempo di pandemia il digiuno può anche essere letto come un invito ad essere più solidali con gli altri.

Concretamente le nostre comunità come possono solidarizzare con gli islamici che vivono un momento forte della loro fede?
Ciò può avvenire nella vita quotidiana. Nelle nostre città, nei nostri borghi è già radicata una convivenza quotidiana. Lo vedo qui a Frosinone dove i figli delle famiglie musulmane e delle famiglie cristiane frequentano le stesse scuole. Certo, a volte ci sono pregiudizi da entrambe le parti, ma poi nel condividere la vita quotidiana possono essere superati. Ciò detto, quello che manca è approfondire questa mutua conoscenza che potrebbe aiutare a fare crescere quella comunione di vita, quella convivenza che in tanti auspichiamo. Mi sembra che nel nostro Paese ci siano diversi segni in questa direzione. Ma questo non ci esime da continuare e approfondire questo cammino. Anche perché una sempre maggiore integrazione con le comunità islamiche già radicate in Italia potrà certamente favorire quella dei profughi musulmani che continuano a raggiungere il Paese.

Integrazione, insieme ad accoglienza, sono le parole chiave spesso invocate da papa Francesco quando parla del fenomeno migratorio.
A parte alcuni episodi abbastanza circoscritti, mi sembra che in Italia, ripeto, ci sia un impegno per favorire l’integrazione che coinvolge movimenti e parrocchie. Nella nostra diocesi, ad esempio, abbiamo fedeli islamici che ci aiutano a servire come volontari nella mensa per i poveri oppure nelle parrocchie. Altrove ragazzi musulmani partecipano alle attività degli oratori, nel pieno rispetto della loro fede. La sfida del progetto dei corridoi umanitari è un segno che l’integrazione è sempre possibile, anche per famiglie che provengono da situazioni particolarmente difficili e di grande sofferenza.

Il Pontefice, con parole e gesti, sprona il mondo cattolico in questo processo di integrazione.
Papa Francesco ci ricorda che l’incontro e la relazione sono fondamentali nel dialogo e per la pace. Senza questo rapporto personale, anche documenti importanti rischiano di fermarsi agli esperti ma non entrano nel patrimonio comune delle nostre comunità. Il Documento sulla fratellanza umana di Abu Dhabi, accompagnato dai viaggi negli Emirati e dagli incontri in Egitto e a Roma con la più grande autorità sunnita al-Tayyeb, il recente incontro con il leader sciita al-Sistani nella città santa di Najaf in Iraq, costituiscono nel loro insieme un grande segno, anche profetico. Infatti, in un mondo globale, ma insieme frammentato e a volte violento, il Papa con il suo magistero accompagnato da gesti concreti ci mostra che è davvero possibile costruire una convivenza che, pur mantenendo le innegabili diversità, aiuti a promuovere la pace.

Niente cibo e bevande fino al tramonto

Nel calendario islamico il Ramadan è il nono mese dell’anno (dato che si tratta di un calendario composto da 354 o 355 giorni, il Ramadan cade in momenti differenti dell’anno solare) e quello in cui si pratica il digiuno (Sawm), per commemorare la prima rivelazione del Corano a Maometto. Il digiuno consiste nell’astenersi dal consumare cibi e bevande (e dai rapporti sessuali) dall’alba fino al tramonto. Chi è impossibilitato a digiunare perché malato dovrà recuperare i giorni che ha saltato. Le donne incinte o che allattano, i bambini e i malati cronici sono esentati dal digiuno e al suo posto devono compiere – secondo le proprie possibilità – azioni di carità, per esempio dare nutrimento a persone bisognose indipendentemente dalla loro religione. Le donne durante il ciclo mestruale non devono digiunare e devono successivamente recuperare i giorni mancati. Al termine del Ramadan viene celebrato lo “Id al-fitr” che significa «festa dell’interruzione del digiuno».





Giovedì, 15 Aprile 2021

A conclusione del discorso rivolto ai partecipanti all’incontro organizzato dall’Ufficio Catechistico nazionale della Cei, sabato 30 gennaio, papa Francesco ha invitato la Chiesa italiana a riprendere con prontezza e decisione il cammino nella direzione segnata dal Convegno della Chiesa italiana di Firenze nel 2015: «La Chiesa italiana – ha detto – deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi [...]. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare». Ricordiamo tutti il tema di Firenze – «Il nuovo umanesimo in Gesù Cristo» – e il discorso che papa Francesco tenne il 10 novembre. Un discorso che appare sempre più in sintonia con il cammino della Chiesa italiana, la quale, con il suo presidente cardinale Bassetti, ha da poco avviato l’iter per il percorso sinodale.

Viene in mente l’ampia e articolata relazione che il 4 aprile 1967, in un altro momento delicato come l’immediato post- Concilio, monsignor Carlo Colombo – del quale è recentemente ricorso ricorre il trentesimo anniversario della morte (Olginate, 13 aprile 1909 – Milano, 11 febbraio 1991) – tenne all’Assemblea generale della Cei sul tema «La cultura teologica del clero e del laicato». Tema e contesto sono diversi. Questo non impedisce però di vedere e, anzi, consente di valorizzare alcuni elementi di un’interessante e, per qualche aspetto, sorprendente continuità. Nella relazione del 1967, Colombo caratterizzò in questi termini la situazione religiosa in Italia: «Sappiamo tutti che il problema religioso fondamentale del nostro popolo è il problema della fede: di conservare, rinnovare, approfondire, e spesso semplicemente raggiungere una fede cristiana e cattolica convinta, capace di illuminare la vita» (in G. Colombo, Un’isola teologica, Milano 2004). Da teologo e da pastore – dal 1964 era vescovo ausiliare della diocesi di Milano – leggeva il problema anche in riferimento alle nuove generazioni: «Il bambino battezzato a mano a mano che diventa adulto si incontra oggi con un contesto sempre meno cristiano, e la sua fede incontra sempre maggiori difficoltà a mantenersi ferma e coerente, mentre la sua intelligenza e la sua anima si aprono sul mondo. [...] Ha bisogno di una luce maggiore, di un’assimilazione più personale, di una convinzione più profondamente radicata nell’intelligenza e nella volontà: di una maggiore cultura cristiana».


Nel trentesimo anniversario della morte del «teologo di Paolo VI», si evidenzia l’attualità dell’obiettivo di «organizzare razionalmente il divenire sociale e storico, per creare il regno degli uomini uguali sulla terra»

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Indubbiamente molto vicino alla situazione attuale. Una sintonia che si nota ancora di più quando Carlo Colombo passa a precisare i «caratteri spirituali della nostra età» e li individua nella tensione verso un «nuovo umanesimo»: «Se vogliamo [...] riassumere in alcune linee fondamentali i caratteri spirituali della nostra età, per ricavarne gli impegni che ne derivano per un approfondimento della teologia, credo che li possiamo formulare a un dipresso in questo modo: gli uomini sono alla ricerca di un nuovo “umanesimo” ». Carlo Colombo, che aveva partecipato ai lavori del Concilio Vaticano II – dal 1960, su nomina di Giovanni XXIII, in qualità di membro della Commissione teologica preparatoria e, poi, nel prestigioso ruolo di consigliere teologico personale di Paolo VI –, precisa il senso che intende attribuire all’espressione “nuovo umanesimo”: «Una visione e un’organizzazione di tutta la realtà per la celebrazione dell’uomo, della sua felicità e della sua piena manifestazione».

Una bella sintesi, che appare singolarmente vicina ai «tratti dell’umanesimo cristiano» che papa Francesco ha presentato a Firenze: «Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio». Un umanesimo che, ha detto ancora Francesco, può essere «autentico » solo se contempla «l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale» e che, nel 1967, Carlo Colombo riteneva «nel medesimo tempo personale e comunitario: personale, perché tende a riconoscere a ogni uomo un valore proprio, uguale a quello degli altri; e comunitario (a differenza dell’umanesimo rinascimentale, individualista), perché accenna a un primato della comunità, cioè della moltitudine di persone uguali, rispetto all’individuo singolo». Un umanesimo che, ha sottolineato ancora papa Francesco, si deve riconoscere nell’«azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente» e, come disse monsignor Carlo Colombo alla Cei, deve essere «proteso a dominare la materia e a organizzare razionalmente il divenire sociale e storico, appunto per creare il regno dell’uomo, o meglio: il regno degli uomini uguali sulla terra».

La sintonia emerge anche nel riconoscere i rischi di un malinteso umanesimo. Papa Francesco li ha sintetizzato nella tentazione «pelagiana», che «porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte», e nella tentazione «gnostica », che invece «porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale perde la tenerezza della carne del fratello». Carlo Colombo, quasi allo stesso modo, vedeva il rischio del nuovo umanesimo nella perdita dell’equilibrio tra dimensione storica e trascendente e nel dimenticare che l’esperienza umana è sempre contrassegnata dal peccato e dalla grazia: «Un umanesimo dimentico dei fini eterni e soprannaturali, e pure delle origini religiose della sua storia e delle condizioni religiose dello stesso sviluppo umano: dimentico del peccato e della grazia, che sono fattori permanenti, i fattori più profondi della vita dell’uomo sulla terra, e di ogni umanesimo».


«I caratteri spirituali della nostra età sono dati dalla ricerca di una visione e un’organizzazione della realtà per la celebrazione dell’uomo e della sua felicità»

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Come valutare questa sorprendente continuità, a distanza di quasi cinquant’anni e in due momenti diversi ma ugualmente cruciali nella storia della Chiesa italiana? Almeno due le considerazioni che si possono ricavare. Anzitutto, una conferma del valore e della pertinenza della prospettiva del “nuovo umanesimo”. Una direzione che è stata individuata più volte e da interpreti di assoluto valore. Una direzione nella quale, perciò, sembra saggio camminare con sempre maggiore consapevolezza, determinazione e fiducia. Si può, inoltre, constatare come la teologia, quando è “buona”, sia in grado di offrire un grande aiuto alla Chiesa e alla società. Carlo Colombo, che dedicò gran parte della sua vita alla teologia – dal 1938 docente di teologia dogmatica presso la Pontificia Facoltà teologica di Milano ( Venegono Inferiore) fu dal 1967 al 1985 il primo preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (Milano) e, dal 1969 al 1974, membro della Commissione teologica internazionale –, ne conosceva bene valore e limiti. Non a caso, quando nel 1983 nel volume Il compito della teologia raccolse «una serie di riflessioni [...] approfondite lungo una vita intera », lo aprì con questo simpatico e coraggioso ricordo: «Un grande maestro, che è stato anche mio maestro, monsignor Carlo Figini [1883-1967], soleva terminare le sue lezioni di teologia ai discepoli prossimi al sacerdozio con queste parole: “La teologia non è altro che il buon senso applicato alla fede. Se un giorno trovaste che la teologia non è d’accordo col buon senso, dubitate della teologia, non dubitate mai del buon senso”».

Siamo certi che Carlo Colombo confidò questo ricordo non per sfiducia nella teologia ma per sottolineare come il teologo sia chiamato a un duplice e impegnativo compito: «Trasmettere la fede della Chiesa a tutti» e, allo stesso tempo, conoscere e comprendere «ogni vera indagine della ragione umana». Solo in questa costante tensione tra autenticità dell’umano e ricerca della verità cristiana i grandi “maestri” vedono la possibilità di un fecondo cammino della Chiesa italiana verso un “nuovo” e sempre più autentico “umanesimo”.






Mercoledì, 14 Aprile 2021

Papa Francesco tornerà ad affacciarsi su piazza San Pietro domenica prossima, 18 aprile, per la recita del Ragina Caeli. L'andamento fluttuante della pandemia, con le misure necessarie a contenerla, farà schiudere quindi le ante dello studio papale e Francesco riapparirà per recitare la preghiera mariana del tempo di Pasqua, e salutare i fedeli.

Nelle ultime settimane, la finestra era rimasta serrata il 21 marzo e il 5 aprile, mentre la recita dell'Angelus del 28 marzo, la Domenica delle Palme in San Pietro, e del Regina Caeli di domenica scorsa - con il Papa nella chiesa di Santo Spirito in Sassia per la Festa della Divina Misericordia - erano stati intonati da Francesco al termine delle due celebrazioni.

Il primo lockdown dello scorso anno aveva tenuto lontani i fedeli dal colonnato del Bernini dall'8 marzo al 24 maggio, con il Papa a guidare le preghiere domenicali in diretta streaming dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico. Successivamente Francesco, ricorda Vatican News, si era affacciato dal suo studio per alcuni mesi fino al 20 dicembre. Poi un nuovo stop fino al 7 febbraio, una nuova riapertura fino al 14 marzo e infine, come detto, l'ultima chiusura al 21 marzo scorso.





Mercoledì, 14 Aprile 2021

Sarà domenica 9 maggio il giorno della beatificazione, nella Cattedrale di Agrigento, del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. Il 22 dicembre papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce il martirio “in odio alla fede”. Ieri l’annuncio della data da parte dell’arcidiocesi siciliana assieme ai particolari sul rito. A presiedere la celebrazione sarà alle 10 il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.

Il 9 maggio è una data strettamente legata alla figura di Livatino e di un altro santo. È infatti l’anniversario della visita nel 1993 di san Giovanni Paolo II ad Agrigento. E della sua famosa “invettiva” contro la mafia, con parole molto forti entrate ormai nella storia. «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!».

Un intervento non previsto, quello di papa Wojtyla, al termine della Messa. Un ammonimento che è strettamente legato all’incontro che aveva avuto poche ore prima coi genitori di Livatino. «Una cosa è leggerlo sui giornali o vederlo alla televisione, ma altro è vedere direttamente quel volto di madre dolorosa», disse al termine dell’incontro, come ci raccontò Ida Abate, professoressa di latino e greco del giovane Livatino, per tanti anni custode della sua memoria, presente quel giorno. Papà Vincenzo e mamma Rosalia toccarono il cuore del Papa.

La madre non disse una parola, mentre per tutto il tempo dell’incontro il Papa le teneva le mani, guardandola con tenerezza e sofferenza. Il papà continuava a dire: «Santità, avevamo solo lui, ce lo hanno ammazzato». «Non dimenticherò mai lo sguardo del Papa pieno di partecipazione e affetto», ci testimoniò ancora la professoressa. L’anziano papà ebbe anche parole di speranza. «Hanno reciso un fiore, ma non potranno impedire che venga la primavera». E anche la professoressa riuscì a parlare, ricordando Tertulliano: “Dal sangue dei martiri il seme di uomini nuovi”. «Il Papa mi guardò con molta attenzione, come per dire “è vero”. Poi disse che Rosario era “uno dei martiri della giustizia e indirettamente della fede”».

Dopo 28 anni quelle parole si sono concretizzate e il grande Papa e il “piccolo giudice” si rincontrano, ancora il 9 maggio. In preparazione all’evento saranno predisposte altre iniziative di carattere civile ed ecclesiale sulla figura del prossimo beato, sul suo essere “giudice giusto”, capace di coniugare giustizia e carità. Livatino aveva appena 37 anni, ma aveva già svolto importantissime indagini contro la mafia, la corruzione, gli intrecci tra clan, politica ed economia.

Papa Francesco nell’udienza al Consiglio superiore della magistratura, il 17 giugno 2014, lo aveva definito «testimone esemplare, giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana». Venne ucciso mentre da solo, sulla sua utilitaria, si stava recando da Canicattì, doveva viveva coi genitori, al tribunale di Agrigento. Senza scorta, che, pur cosciente delle minacce, non aveva mai voluto perché, spiegava «non voglio che altri padri di famiglia debbano pagare per causa mia», accettando così il martirio.

La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il servo di Dio, si legge nel documento che ha annunciato la decisione di papa Francesco, «fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso stabile, lo definiva con spregio “santocchio” per la sua frequentazione della Chiesa. Dai persecutori era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante».





Mercoledì, 14 Aprile 2021

Chi lo conosce bene sa che don Davide Banzato se la cava anche a pallone, ma a lungo ha giocato soprattutto a nascondino e lo ha fatto con Dio: per un po’ è riuscito anche a tener testa alla chiamata, ma alla fine quel ragazzino che nella sua Padova gridava «Tutto ma prete mai» si è lasciato battere e da 15 anni è sacerdote. Una storia che don Banzato, assistente spirituale di Nuovi Orizzonti e volto noto in tv di programmi religiosi, racconta proprio in «Tutto ma prete mai », in libreria da oggi, mercoledì 14 aprile, (Piemme, 302 pagine, euro 16,90). Dentro queste pagine ci sono volti e nomi frutto di mille incontri sulle strade, secondo la mission di Nuovi Orizzonti, insieme a tutte le «Dio-incidenze», come le chiama la fondatrice Chiara Amirante, che hanno stravolto ma soprattutto coinvolto la vita di don Banzato. Nel raccontare molte volte è un fiume piena, in altre entra in punta di piedi nelle storie altrui e si capisce che il libro sgorga dal cuore, perché don Davide non si nasconde mai dietro un dito, neppure quando parla dei suoi innamoramenti o di prove che non finiscono, neanche da prete. Coinvolgenti sono le pagine dedicate a Medjugorje e agli ostacoli frapposti dalla mafia locale interessata all’area dove sorge la Cittadella Cielo di Nuovi Orizzonti: don Banzato e Amirante vengono bersagliati da lettere anonime con le peggiori infamie (pedofilia, droga) mandate a cardinali e vescovi e rischiano perfino la vita quando le loro auto vengono manomesse.

"Gli incontri che mi hanno cambiato"

Il libro non ha tratti agiografici: colpisce in positivo, ad esempio, la mancanza di riferimenti ai “successi” televisivi e al coinvolgente modo di spiegare Gesù sul piccolo schermo proposto da don Banzato. Ma non è neppure un manuale per diventare preti. «La vocazione – scrive don Davide – non è mai solo nostra, è un parto a cui tanti prendono parte. La vera vocazione di tutti è fare brillare quella scintilla interiore che ci rende unici e irripetibili, puntando a fare della nostra vita un capolavoro, vivendo con intensità e amore ogni attimo presente. La vo-cazione siamo noi stessi, con tutto il nostro bagaglio di esperienze ». Gioca con i titoli dei capitoli l’autore: «pre-vocazione», «pro-vocazione», «voc-azione», perché nella chiamata c’è tutto, compreso un inferno esistenziale dopo quel grido «Tutto ma prete mai». Anche altri incontri disegnano la parabola vocazionale, come quello con il parroco romano don Andrea Santoro, poi ucciso in Turchia. O l’anno prima dell’ordinazione quello con un’altra ragazza: «È iniziato da lì un vero e proprio calvario che mi ha portato a vivere uno sdoppiamento mai sperimentato prima. Da una parte il mio cuore batteva come non mai, dall’altra avevo la consapevolezza di aver sentito con estrema chiarezza la chiamata di Dio per il sacerdozio».

"Alla fine mi sono fidato di Dio"

L’aspirante prete allora vuole capire e si rifugia in una chiesetta, solo con acqua, fette biscottate e tabernacolo e qui avverte un altro segno e comprende che è bene fidarsi del Signore. E si fida anche la mattina dell’ordinazione, quando va su un monte con mille dubbi e gli fanno sapere che il vescovo ordinante Salvatore Boccaccio, che incontrò da ragazzino in una vacanza estiva e che poi ritroverà presule proprio a Frosinone dove don Banzato è diventato prete e ora vive, ha avuto un incidente ed è finito in ospedale: pensa ad un altro segno, stavolta per non rispondere alla chiamata, ma Boccaccio firma, lascia l’ospedale e gli dice: «Questa notte sono caduto a terra, ma non è stato un incidente. Ho sentito una chiara e netta spinta da dietro. È stato il diavolo, perché non vuole che io ti ordini sacerdote, ma io sono venuto lo stesso».





Mercoledì, 14 Aprile 2021

Tante volte la realtà è diversa da come la percepiamo. A girare per mercatini, quando l’emergenza Covid lo consente, è tutto un mescolarsi di fragranze dolciastre, di fumi sottili, di bastoncini usati per profumare gli ambienti e creare atmosfere vagamente orientali. Si accendono decine di “incensi” e certo la varietà degli aromi che solleticano le narici non fa pensare a un settore in difficoltà. La crisi invece c’è e investe la materia prima più ricercata, quella per intenderci impiegata nelle liturgie sacre. Secondo la rivista “Nature sustainability”, infatti, della preziosa resina se ne produce sempre meno e se ne consuma sempre di più. Si calcola che tra vent’anni la sua quantità sarà ridotta del 50% e il trend, in calo, è destinato a proseguire, fino a un ipotetico azzeramento entro mezzo secolo.

Oltre a incendi, pascoli selvaggi e all’azione di insetti “nemici” le cui larve si insinuano nei tronchi, la colpa va cercata nella guerra, nella violenza, che in modo più o meno cruento riguarda tutti i maggiori Paesi produttori, dalla Somalia allo Yemen, dall’Etiopia al Sudan all’India settentrionale. E conflitti vogliono dire anche campi bruciati, raccolti persi, esportazioni ufficiali bloccate, commercio in nero. La soluzione, ovvio, sarebbe la pace ma nel frattempo si tratta di correre ai ripari, di fronteggiare l’emergenza. Nell’immediato – ha spiegato il biologo americano Stephen Johnson al “Catholic news service” – occorre garantire una maggiore tracciabilità sulla provenienza dei prodotti e potenziare l’autogestione.

Cioè puntare su coltivazioni magari piccole, private, ma in un’area più ampia. Dove la differenziazione potrebbe essere utile per provare a garantire una maggiore eticità del sistema produttivo. Nessuno in ogni caso mette in dubbio l’importanza dell’incenso, delle oleoresine secrete dalle piante del genere Boswellia, per i riti sacri.


La Scrittura insegna ad usarlo
Il liturgista Tomatis: il fumo che sale verso
l’alto è metafora viva della preghiera a Dio

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«Anche se oggi – spiega Paolo Tomatis docente di liturgia alla Facoltà teologica di Torino – quando si utilizza l’incenso i nostri bambini si tappano il naso e gli adulti cercano di ridurre le volute di fumo, al contrario del Medio Evo dove bisognava stare attenti perché le persone si muovevano per andare a prendere, per "afferrare" l’incenso. E viene il dubbio che questo dipenda non solo da un cambiamento culturale a ma anche da una scarsa qualità, per cui se manca, se è più difficile reperire quello "vero" proveniente da Oriente ci si aggiusta in qualche modo.

Non tutte le essenze sono uguali insomma. Penso a quelle che si possono trovare un po’ ovunque sulle bancarelle.
Sono incensi che bruciano ma sono meno compatti, usati principalmente per creare un’atmosfera olfattiva. Ma non c’è solo il profumo. La forza dell’incenso utilizzato nei suoi “grani” non spezzettati e non mescolati è anche quella di produrre il fumo, che sale verso l’alto, metafora viva della preghiera a Dio. “Come incenso salga a Te la mia preghiera”, recita il Salmo 140.

L’incenso ha una grande valenza simbolica.
Da una parte nella sua funzione olfattiva ha il significato di creare un ambiente di preghiera che sia simbolo di ordine, di pulizia, di bellezza, da cui la connessione tra profumo e ordine morale. Dall’altra parte richiama l’onore, il rispetto verso Dio ma anche verso i ministri, verso tutti i segni della presenza di Cristo: la croce, l’altare, i ministri, il popolo stesso, i morti nel rito delle esequie. Quindi segno di preghiera, segno di ordine e pulizia, segno di sacrificio, segno di onore e di rispetto.

Quando si parla di incenso il pensiero corre al dono del Magi.
Certo, un’offerta che è segno di venerazione, di adorazione ma la Scrittura è ricca di molti altri riferimenti. Nell’Apocalisse l’incenso simboleggia l’adorazione. Addirittura nell’Esodo si spiega come dev’essere preparato.

Ci sono momenti in cui è obbligatorio l’utilizzo dell’incenso.
L’ordinamento generale del Messale Romano dice che nell’Eucaristia domenicale lo si può usare sempre ma in modo facoltativo. Cioè non è strettamente obbligatorio ma utilizzarlo nelle celebrazioni esprime una loro particolare solennità. Nei riti delle esequie o della consacrazione di una nuova chiesa si prevede invece esplicitamente l’uso dell’incenso.

Nelle esequie che significato ha?
È un segno di onore e rispetto che sale a Dio in connessione con il sacrificio della vita della persona. Ci si augura e si prega perché l’esistenza del defunto sia gradita al Signore allo stesso modo con cui l’incenso sale a Dio. «Il profumo dell’incenso è segno di quel sacrificio di lode che è la vita del giusto» spiega il rito delle esequie.

Storicamente le prime comunità cristiane guardavano con sospetto al suo uso, forse perché richiamava i riti pagani.
Non solo i riti pagani ma anche il culto dell’imperatore dove la dimensione civile assumeva anche un’impronta religiosa. Tanto più che proprio l’offerta dell’incenso poteva diventare il grande simbolo dell’apostasia, richiesta ai cristiani durante la persecuzione. Si può dire che per l’incenso si dava la vita, nella misura in cui rifiutarsi di bruciarlo davanti all’immagine di una divinità o dell’imperatore poteva portare alla condanna a morte. Quando, nel IV secolo, il cristianesimo diventa una Chiesa di massa, la religione ufficiale dell’impero, nel processo di sostituzione si registra anche un’inculturazione del segno che comincia a entrare poco per volta nella liturgia. Si discute se ciò sia avvenuto anzitutto per una funzione pratica come odorare gli ambienti o, più probabilmente, per una questione simbolica, per cui come prima avveniva per le autorità civili, ora si incensano i ministri ordinati, che hanno peraltro anche funzioni civili.

L’incenso viene utilizzato pressoché in tutte le religioni.
Certamente. Dall’Egitto pre israelitico alla religione d’Israele, a tutte le fedi del Mediterraneo e poi dell’America Latina o dell’India, è un segno che possiamo definire universale, che si accompagna a funzioni sacrificali, al grande tema del sacrificio, che rappresenta il “gesto” per eccellenza di ogni religione.

Siamo partiti dal rischio di una ridotta disponibilità della materia prima. Ma dobbiamo essere preoccupati?
Non ho competenze specifiche circa le aziende produttrici ma oggi esistono ambienti come l’Africa che riescono a ottenere incensi di qualità. E certamente in un tempo nel quale si ha la capacità di mescolare i materiali e usarne di nuovi per trasformare gli elementi, si possono immaginare strategie per trovare qualità senza ricorrere alle resine preziose dell’Oriente.

Una sfida anche culturale, mi sembra di capire.
In campo liturgico si deve tenere conto di fattori nuovi, per esempio di non avere più chiese con alte volte, per cui l’incenso rischia di “affumicare” l’ambiente. Sotto il profilo culturale invece se non si è smarrito il senso del fumo che sale verso l’alto, almeno in Occidente ci si è però allontanati dal gesto dell’incensare cose e persone, per cui a volte si preferisce far bruciare i grani in un piccolo braciere anziché utilizzare il turibolo.






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