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Sabato, 20 Ottobre 2018

È raggiante Nada, diciotto anni appena compiuti, quando scopre che il giorno successivo non sarà festa e le lezioni si terranno regolarmente. «Che bello!», esclama seduta di fronte al banco. Volto incorniciato dai lunghi capelli scuri che nascondono l’apparecchio acustico, indossa la camicia bianca che è la divisa d’ordinanza. «Meglio venire qui... A casa mi annoio». Bastano poche frasi di un’adolescente alle prese con la maturità per capire che questa è una scuola singolare.

Centosessantasette alunni, dal nido al liceo delle scienze umane, “figli” di Paolo VI, il Papa che domenica scorsa è stato proclamato santo. O meglio, sono i suoi ragazzi prediletti. Tutti sordi. E tutti protagonisti di quel miracolo dell’“effatà”, di quell’“apriti” pronunciato da Cristo lungo le strade della Palestina con cui diede la parola a un sordomuto. Un miracolo che si ripete giorno dopo giorno da 47 anni e che ha coinvolto oltre settecento studenti passati da queste aule dove viene abbattuto il muro del silenzio totale e si realizza un’insperata apertura agli altri e al mondo che, partendo dall’udito, coinvolge l’intera persona.

Come vuole il brano del Vangelo, qui siamo davvero in Palestina: a Betlemme, fra i corridoi nell’istituto pontificio Effetà che da quel “grido” taumaturgico del Signore prende il nome. All’ingresso si legge che è una scuola «per la rieducazione audiofonetica». E poi compare un altro nome: quello di Paolo VI, cui il plesso è dedicato. Perché il Papa di Concesio l’aveva voluto in prima persona come dono di carità da lasciare alla Terra Santa dopo il suo storico viaggio del 1964.

Nada ha trovato la voce all’asilo di Effetà. Come Isrà, 24 anni, che dopo essere stata studentessa dell’istituto è oggi un’insegnante nelle stesse classi in cui lei ha cominciato a parlare. O come Alì, 23 anni, che nonostante il suo gravissimo difetto all’udito sta concludendo un corso in scienze infermieristiche all’Arab American University di Jenin. O ancora come chi – è il caso dei primi alunni oggi più che quarantenni – lavora in una lavanderia o in un’officina dopo aver messo su famiglia. Storie di rinascita oltre la disabilità. Storie di speranza che, però, si scontrano con aridi numeri. Sono quelli del bilancio in rosso della “scuola di Montini”, sempre più alle prese con le risorse che scarseggiano.

«È anzitutto la Missione Pontificia per la Palestina-Cnewa, legata all’episcopato nordamericano, a sostenerci. Ma ormai il fondo annuale che ci arriva non è sufficiente neppure a pagare le insegnanti», lancia l’allarme la direttrice suor Lara Hijazin. Quarantadue anni, originaria della Giordania, laurea in archeologia, è una delle sette religiose della congregazione italiana delle Maestre di Santa Dorotea che ha realizzato il sogno di Montini e che da sempre gestisce la struttura.

«Nel carisma del nostro fondatore, san Giovanni Antonio Farina, c’era proprio l’attenzione alle ragazze sorde che chiamava le “pupille dei miei occhi” e per le quali aveva aperto a Vicenza una scuola che ancora esiste. Qui a Betlemme tocca a noi, oggi insieme con quaranta laici, dare voce a chi la voce non ce l’ha». E aggiunge: «Per far quadrare i conti dovremmo rinunciare alle superiori. Ma non ce la sentiamo. Le questioni di budget non possono prevalere sulla persona, soprattutto quando si tratta dei più fragili».

A fianco dell’istituto c’è la Fondazione Giovanni Paolo II, la onlus per lo sviluppo e la cooperazione promossa dalle diocesi della Toscana che a Betlemme ha la sua sede per il Medio Oriente. «Da anni supportiamo l’istituto – spiega il vescovo Luciano Giovannetti, emerito di Fiesole e presidente della Fondazione a cui contribuisce la Cei –. Adesso la priorità è lanciare un ponte fra l’Italia e la Terra Santa per assicurare un futuro certo a questa realtà che non ha eguali in Palestina e non riceve fondi dallo Stato». Una pausa. E riprende: «Paolo VI è stato un pastore non solo di straordinaria profondità intellettuale ma anche di grandi gesti e ha declinato il Vangelo in promozione umana. Effetà ne è un esempio e non può essere dimenticato nei giorni in cui Montini diventa santo».

Per capire questo laboratorio bisogna entrare in un’aula che accoglie le “matricole” di tre anni. Quando i piccoli arrivano, «sono come muri», dice Arlen, la loro maestra. Hanno, sì, gli apparecchi acustici o l’“orecchio bionico”, vale a dire l’impianto collegato al nervo acustico nel cervello. «Ma non riescono a distinguere suoni e vocaboli». Eppure già a quattro anni i ragazzini ti assalgono gridando marhabaan, “ciao” in arabo, quando varchi la soglia dell’aula. E alle medie parlano in inglese. E alle superiori raccontano di aver studiato storia e letteratura. Come Bisan, 16enne dall’intelligenza vivace, divoratrice di libri, che ha vinto la sua sordità profonda. «È questo percorso che mostriamo ai genitori – osserva la direttrice –. E quando si rendono conto che un ragazzo di cinque anni può sostenere una conversazione o uno di dodici un’interrogazione, dicono commossi: “Ma allora c’è un domani per mio figlio...”».

A Effetà non si ricorre alla lingua dei segni. «Abbiamo messo al centro il metodo orale – afferma suor Lara –. Ed è un cammino ben più complesso, che parte dalla lettura labiale. Siamo convinti che l’integrazione di un ragazzo sordo in periferie poverissime, come quelle da cui provengono i nostri allievi, non può che passare dalla possibilità di comprendere chi ti parla e di comunicare a pieno con la parola». Ecco perché, negli anni della materna e in quelli iniziali delle elementari, le lezioni in aula si affiancano alle sedute di logopedia. A turno ogni studente ha un incontro di un’ora a tu-per-tu con la “voce” della sua tutor. Razan ha un piccolo di quattro anni nella sua stanza piena di giochi e figurine. A lui fa toccare la gola per “sentire” con il tatto le vibrazioni della “R”. «È tra le lettere più difficili da far recepire». Poi ci sono le insegnanti di sostegno. «La chiave di volta – racconta una di loro, Veronica – è quando il bambino comincia a capire. Di fronte a lui si spalanca il mondo. Comprende e comunica, come non aveva mai fatto prima. E acquista fiducia in se stesso dopo aver vissuto per anni in una campana di vetro». Però tutta questa schiera di “esperti” fa lievitare le spese. «Ma è la sola via possibile», ribadisce suor Lara.

È come una piccola oasi l’istituto che si affaccia su via Arafat, all’angolo con via Paolo VI. Accanto al portone principale svettano tre bandiere: sono quelle della Palestina, del Vaticano e dell’Italia. Nella hall sono state rispolverate le foto in bianco e nero del Papa bresciano con tre delle prime alunne di Effetà che aveva voluto giungessero a Roma per incontrarlo. «Montini – sottolinea suor Ginetta Aldegheri, veronese di nascita ma da quarant’anni fra i bambini di Betlemme – è stato davvero un Papa dal grande cuore, come disse il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, abbracciandolo in Terra Santa. Un profeta che a Betlemme ha scelto di guardare ai più poveri dei poveri: i bimbi che non hanno neppure la parola».

Infatti Paolo VI rimase colpito dall’alta incidenza della sordità fra i piccoli della Palestina. «Tutto ancora tremendamente attuale – ammette suor Lara –. I nostri studenti sono per la maggior parte figli di consanguinei. Vengono da villaggi isolati, fra Betlemme e Hebron, dov’è tradizione sposarsi fra cugini anche di primo grado per non disperdere il patrimonio familiare. Ci sono comunità di tremila abitanti dove quasi tutti hanno lo stesso cognome». E in località così ermetiche l’handicap è visto come una punizione divina. «Alla donna viene addossata la colpa dei “difetti” del figlio. E a lei è demandato ogni compito educativo».

La famiglia è tutt’altro che un alleato. «Ci raccontano gli studenti – confida Hala, insegnante da 24 anni ad Effetà – che, quando un parente viene in visita a casa, sono costretti a togliersi le protesi o a restare chiusi in camera. Perché i genitori li considerano una vergogna. Padri e madri, invece di esserci di supporto alla nostra impresa formativa, sono talvolta un ostacolo. È come applaudire con una mano sola». Eppure il battimani riesce comunque. All’uscita, quando finiscono le lezioni, c’è baccano: urla, chiacchiere, qualche scherzo. «Non sembra certo una scuola di sordi...», scherza suor Lara. E suor Ginetta si commuove: «Ogni tanto ripenso a quella piccola che per due anni è stata completamente muta. Mai una parola in classe. Oggi è un’assistente sociale... Chi l’avrebbe mai detto».

Era il 1971 quando ventidue bambini sordi, da tre a sette anni, entravano per la prima nell’istituto Effetà di Betlemme. Si realizzava così il sogno di Paolo VI che, di ritorno dal viaggio in Terra Santa del 1964, aveva chiesto una scuola per i piccoli “senza parola” della Palestina. A distanza di quasi mezzo secolo, l’istituto è un polo in grado di accogliere alunni dal nido alle superiori. Arrivano dalle periferie di Betlemme e Hebron. Non più, come accadeva in passato, anche dal nord della Palestina e da Gerusalemme. «Il muro costruito da Israele a poche centinaia di metri dalla scuola – riferiscono le insegnanti – impedisce a coloro che vivono dall’altra parte di giungere qui».

Su 167 studenti, quelli cristiani sono appena due. Il resto è musulmano. «La nostra scuola è per gli ultimi senza distinzioni di credo – spiega la direttrice suor Lara –. Così l’aveva immaginata Paolo VI: una “casa” attenta alla vita debole, nel segno dell’amicizia e della riconciliazione». Certo, come prevedono i piani di studio statali, c’è anche l’ora di religione islamica. «Ma in ogni aula abbiamo un’immagine di Maria con il Bambino fra le braccia che è icona condivisa anche dai musulmani – dice suor Ginetta –. Nessuno si è mai lamentato. Anzi, qualche genitore ci domanda: “Ma quale Dio è il vostro che vi fa fare tutto questo a famiglie di un’altra fede...”. E poi ci abbracciano: “Che cosa sarebbe mio figlio senza questa scuola che gli ha cambiato la vita...”».

Oggi, come al suo esordio, Effetà ha anche un convitto interno. Ha ospitato fino a 70 allieve. Adesso sono 24, hanno dai tre anni in su, e provengono da villaggi troppo lontani da Betlemme per essere raggiunti ogni pomeriggio. Con le più piccole dorme un’educatrice. Le altre possono contare sulla vicinanza delle suore: la porta della comunità religiosa è sempre aperta di notte, accanto alle loro camerette. E in questi giorni la scuola è in festa per la canonizzazione di Montini. Le insegnanti mostrano con orgoglio nella cappella le “reliquie” del Papa bresciano: uno zucchetto, la fascia bianca, il bastone. E ripetono: «Paolo VI santo? Per la nostra scuola è un onore avere il suo nome».

COME SOSTENERE LA SCUOLA DEI BAMBINI SORDI DI PAOLO VI

Un gesto concreto di solidarietà per celebrare la canonizzazione di Paolo VI, il primo Papa pellegrino in Terra Santa che a Betlemme nel 1964 volle si realizzasse un istituto pontificio specializzato nell’educazione e nella riabilitazione audiofonetica di bambini sordi. La scuola Effetà da quasi 50 anni accoglie ogni giorno oltre centosessanta bambini di varie religione e di diverse zone della Palestina. Ad Effetà entrano bambini sordi, isolati, emarginati ed escono ragazzi autonomi, capaci di relazionarsi con la società ed affrontare coraggiosamente il futuro. “Avvenire” insieme con la Fondazione Giovanni Paolo II invitano ad aiutare i bambini di Betlemme in ricordo di Paolo VI. È possibile sostenere i ragazzi di Effetà attraverso:

- Bonifico bancario intestato a Fondazione Giovanni Paolo II utilizzando il seguente Iban IT04I0539005458000000092116 (ricorda di inserire anche il tuo indirizzo nel campo causale)
- Bollettino su conto corrente postale n. 95695854 intestato a Fondazione Giovanni Paolo II, via Roma, 3 - 52015 Pratovecchio Stia (AR). Causale: “Per i bambini di Effetà Betlemme”
- Carta di credito o PayPal sul sito www.sostienieffeta.org

Fai un gesto di solidarietà con la tua parrocchia o associazione, con i tuoi familiari o amici. Facendo una donazione hai diritto alle agevolazioni fiscali previste dalla legge. I dati saranno trattati ai sensi dell’art. 13, Regolamento Europeo 679/2016 (c.d. “GDPR”).





Sabato, 20 Ottobre 2018

Solo un pazzo, oppure un uomo di grande fede, può immaginare che sia possibile «evangelizzare l’inferno». Ma è esattamente ciò che dal 2005, a San Paolo del Brasile, sta facendo padre Gianpietro Carraro. Questo missionario di 58 anni – nato a Sandon di Fossò ( Venezia) e ordinato prete a Chioggia nel 1987 – ha scelto di vivere insieme al popolo della strada: senza fissa dimora, drogati, alcolizzati, gli “scarti” della società in cui papa Francesco ci invita a vedere la carne di Cristo.

Don Gianpietro riceve oggi a Concesio (Brescia) il Premio Cuore amico, il cosiddetto Nobel dei missionari, che ogni anno viene attribuito a persone che si siano particolarmente distinte nel campo della carità, nel mondo. Insieme a lui verranno premiate Evelina Mattei, suora Maestra di Santa Dorotea di 70 anni, impegnata nella Repubblica Democratica del Congo, e Carla Magnaghi di 76 anni, laica consacrata dell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, attiva in Sud Sudan. In Brasile da 24 anni, nel 2005 padre Gianpietro ha iniziato un’esperienza nuova, chiamata Missão Belém (Missione Betlemme) che nel 2010 ha ricevuto l’approvazione diocesana del cardinale Odilo Scherer. «Una chiamata nella chiamata», la definisce lui, dopo l’esperienza nella Comunità di Villaregia e, successivamente, nell’Alleanza della Misericordia, un’associazione missionaria di San Paolo che si occupa dei poveri. Oggi la Missione Belem conta una sessantina di consacrati e consacrate con voti, centinaia di membri volontari, oltre a migliaia di amici e collaboratori presenti in Brasile e Haiti: nelle sue case sono accolte oltre 1.500 persone. Molti di coloro che vengono ospitati e recuperati dalla strada provengono dalla “crackolandia”: una terra di nessuno, nel cuore di una delle città più popolose e cosmopolite del Brasile, dove a tutte le ore si spaccia e si consuma la droga dei poveri.

Un vero e proprio inferno – chi scrive lo può testimoniare, essendoci stato – dove il missionario porta non solo una parola di consolazione e speranza, ma anche l’annuncio esplicito di Cristo come possibilità per una vita nuova. Tra quelli che hanno accolto la buona notizia di un Dio che ama anche i più derelitti ci sono persone che oggi, completamente riabilitate, guidano comunità e case di accoglienza; altri sono diventati persino sacerdoti. A condividere fin dalle origini l’impegno a fianco di meninos de rua, tossicodipendenti, anziani abbandonati e prostitute, c’è Calcida, una consacrata brasiliana, molto più del classico braccio destro del missionario: egli stesso la definisce cofondatrice di Missione Belem.

Con il contributo del Premio Cuore Amico, verrà realizzato un nuovo centro di accoglienza, per la cui costruzione saranno impegnati molti volontari della Missione Belém. I soldi del premio serviranno, invece, a Carla Magnaghi per potenziare le attività del Centro “Usratuna” (Nostra Famiglia in arabo) a Juba. Originaria del Varesotto, è entrata a 18 anni nell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, fondato dal beato don Luigi Monza. Da insegnante si è appassionata all’attività riabilitativa per bambini con disabilità e si è specializzata in psicomotricità e logopedia, lavorando per molti anni fra Como e Varese. Diventata esperta nel linguaggio dei segni, segue anche i bambini con sordità. Nel 1991 prende dimora in Sudan mentre infuriano i bombardamenti e il conflitto tra Spla (movimento di liberazione del Sud) e l’esercito.

A Juba il suo Istituto aveva aperto il Centro Usratuna su richiesta del comboniano Agostino Baroni, arcivescovo di Khartoum, perché fosse un segno di carità in un contesto islamico. All’epoca Juba era un villaggio immerso in un contesto di estrema povertà. Dopo soli cinque mesi dal suo arrivo viene preso d’assalto dai ribelli e il Centro Usratuna è invaso da più di tremila civili che vi si rifugiano per sfuggire alla violenza: vi resteranno ben sei mesi. Anche oggi in Sud Sudan infuria la guerra, tra Dinka e Nuer, con due milioni di rifugiati e una gravissima crisi economica. Carla che, negli anni, ne ha viste davvero di tutti i colori («per un periodo, nel 1991-92, Osama Bin Laden ha abitato vicino a noi, ma allora nessuno sapeva chi fosse!») ha sempre mantenuto, come le sue consorelle, un rapporto di amicizia, ricambiato, con i musulmani, senza mai dar adito ad accuse di proselitismo. Pure suor Evelina Mattei è una che di fegato ne ha da vendere. Più della metà dei suoi 70 anni li ha passati in Africa.

Era partita dal paese di PaoloVI nel 1975, fresca di diploma di infermiera e ostetrica. In Burundi, lavora in due dispensari, dove accoglie bambini e assiste le mamme, offrendo loro nozioni di igiene e alimentazione. La guerra però costringe la comunità delle suore a rifugiarsi nell’ex Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. Apre una nuova comunità, insieme ad alcune consorelle, a Kaniola. E lì si prende a cuore soprattutto la sorte delle donne: costruito un centro di maternità, suor Evelina spende lì le sue migliori energie. Nel 2009 viene mandata a Bukavu, nel periodo della guerra più cruenta. Suor Evelina vede la morte in faccia, con i soldati armati di machete e si prodiga nel campo profughi allestito in città. Oggi è a Burhiba dove, nel carcere sovraffollato e privo di medicine, porta la sua competenza medica e il suo sorriso agli ammalati. Grazie alla somma ricevuta con il Premio Cuore Amico la missionaria vuole infatti migliorare la difficile situazione sanitaria dei detenuti nella prigione centrale della città.





Sabato, 20 Ottobre 2018

«Auguro ai giovani d’incontrare sulla loro strada dei preti straordinari con un carisma per l’ascolto dei loro dubbi, dei loro desideri e anche delle loro dipendenze. Preti di cui abbiamo tanto bisogno perché capaci di rivelare la vera bellezza e di renderci più umani. Preti che non dobbiamo mai lasciare soli. Quando sono amati, gli esseri umani cambiano». A parlare è un giovane nello spirito che ha appena superato la soglia dei 90 anni. JeanVanier (del quale Queriniana ha appena mandato nelle librerie il volume Le grandi domande della vita; pagine 248, euro 18,00) è solo un po’ più ricurvo che in passato, ma il suo sorriso resta quello accogliente e dolcemente invadente di sempre, con cui ha incontrato fin dagli anni Sessanta l’umanità “ferita” dall’handicap mentale. E così ha fondato l’Arca, per abbracciare i disabili psichici, che oggi è diffusa in diversi Paesi, fra cui l’Italia, come ci ricorda nella sede storica del movimento, in piena campagna, nella Piccardia francese delle cattedrali gotiche.

Per i suoi 90 anni, lei ha diffuso un video con 10 regole di vita per divenire più umani. Conservare la propria umanità è difficile?
Molte persone sono perdute. Non sanno dove andare. Il mondo politico è diviso. La Chiesa non è sempre stabile. Emerge il problema dell’ambiente: che cosa accadrà nel pianeta fra 30 anni? Resta la questione del Medio Oriente: la Siria, l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, Israele. I ricchi diventano sempre più ricchi. I poveri sempre più poveri. Tutto questo sembra dirci che il mondo perde la sua stabilità e direzione. Al contempo, abbiamo tanti nuovi strumenti di comunicazione. Mi sono espresso proprio per questo sulla nostra umanità da proteggere, sentendomi anch’io talvolta perduto in mezzo a tutti questi cambiamenti.

Lei dedicò la sua tesi di dottorato in filosofia alla felicità secondo Aristotele. Riscoprire di continuo l’umanità aiuta a sperimentare la felicità?
Per Aristotele, ciò che conta è la realtà, l’esperienza. Ha una visione profondamente umana. Per lui, l’amicizia è un frutto che contribuisce alla felicità. Ma è problematico il suo disprezzo per le persone con un handicap e per i barbari. Gli mancava una visione della comunità universale, il senso della famiglia umana. Parlare di esseri umani significa riconoscere l’umanità di ciascuno, anche al Polo Nord e di fronte a tutte le religioni. Gli immigrati, ad esempio, sono persone con nomi e storie. Aristotele non è andato fino in fondo all’idea di esperienza. Invece, ciascun essere umano è importante.

Per lei la felicità è associata al cristianesimo?
Sì e no. L’idea di amare è cristiana, sì. Ma per certi aspetti, si può ritrovare quest’idea anche altrove. Nel buddismo o in certi passaggi del Corano, ad esempio. Avevamo qui uno psichiatra che non esercitava più in ospedale perché amava giocare a pallavolo con i suoi pazienti. Per questo, certi suoi colleghi lo disprezzavano. È stato il nostro psichiatra per 31 anni. Era felice di vivere in una comunità in cui ognuno era rispettato, al di là del proprio handicap. Possiamo davvero dire di non aver mai visto un uomo tanto umano. Aveva un tale desiderio di ascolto che riusciva sempre a spingere tutti a parlare. Era felicissimo di vivere in una comunità cattolica, ma diceva di desiderare la fede e di non averla. Personalmente, lo trovavo più cristiano di tanti cristiani. Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro. Era quello che lui viveva. Ci sono cristiani che vorrebbero una Chiesa più chiusa, circondata di muri, ma il cristianesimo non è questo. Non è la paura dell’altro. È invece ciò che papa Francesco ci mostra, rivelandoci Gesù. Gesù e il cristianesimo sono l’apertura all’altro, verso ogni essere umano. S’impara così la saggezza che c’è in ogni essere umano. In Italia, mi piace oggi osservare l’esempio della Chiesa che è aperta verso chi migra, molto più dello Stato.

La Chiesa sta imparando a coltivare più che in passato la cultura dell’incontro?
Sì e no. Seguo con fervore il Papa. Lo ascolto, lo guardo. Ho trovato eccellente il film appena uscito. Il Papa mi ricorda Gesù, va incontro alle persone. Ma percepisco un doppio movimento. C’è pure una Chiesa che vuole ancora mantenere i propri muri, proprio mentre il Papa incontra tutti. Gesù promise ai poveri il Regno di Dio. Lo fece in mezzo a tante forze opposte, come ha mostrato in un suo bel libro anche il teologo José Antonio Pagola. Ancor più che Giovanni Battista, Gesù disturbava molti nel Tempio.

Certe comunità cristiane hanno conosciuto di recente delle derive anche gravi. Cosa dovrebbe essere una comunità?
Non un luogo sicuro, ma una missione nella quale le persone si amano fra loro. In questo modo, una comunità è un luogo di liberazione. Quando si vive assieme, sorgono problemi, ma si può riconoscere che gli altri, nella comunità, hanno la stessa missione. Si impara quanto sia importante aver bisogno gli uni degli altri. La comunità è una scuola per imparare ad accettare l’altro e non per coltivare una visione personale, com’è accaduto in certe comunità dove delle dipendenze, come quella sessuale, sono divenute persino degli strumenti di potere. Al contrario, quando il nostro desiderio d’umanità e di pace cresce, il nostro ego si restringe. Esiste una tensione che viene superata ricevendo i nutrimenti della Chiesa. La preghiera, l’Eucaristia, la Parola di Dio, l’esempio del Papa».





Venerdì, 19 Ottobre 2018

Nasce durante il Sinodo dei giovani. E non è un caso. Si tratta di una nuova app gratuita, ideata e sviluppata da quattro universitari di Milano, che mostra la localizzazione delle chiese più vicine. Con DinDonDan sarà immediato trovare gli orari di apertura delle chiese, le Messe feriali e festive e gli orari di disponibilità dei sacerdoti per le confessioni a Milano.

QUI È POSSIBILE SCARICARE DINDONDAN dal Google Play Store

DinDonDan nasce dall’idea di Alessandro e Angelo (Ingegneria), Federico (Giurisprudenza) e Giacomo (Design), spinti dal desiderio di mettere insieme le loro competenze, e intende mettere a portata di mano tutte le informazioni utili di ogni singola chiesa, sia per chi è di passaggio a Milano sia per chi, per qualunque motivo, si trovi lontano dalla parrocchia abituale.

ECCO COME FUNZIONA LA APP DINDONDAN

DinDonDan localizza l’utente, gli mostra le chiese più vicine con gli orari delle Messe, permettendogli di selezionare quelle ancora accessibili (si pensi a chi rientra in città la domenica sera). Preziosa la funzione "filtro", per selezionare giorni e orari e avere una mappa personalizzata.

Grazie alla "segnalazione modifiche" DinDonDan permette agli utenti di segnalare eventuali modifiche agli orari, il che la rende continuamente aggiornata e partecipativa. Con l’opzione "Aggiungi chiese" si possono segnalare chiese e orari non ancora presenti nel database. C’è poi una sezione con testi di papa Francesco sul significato della Messa. Così l’utente ha a portata di smartphone non solo il «dove» e il «quando», ma anche il «perché».

Al momento DinDonDan mostra le chiese di Milano e dintorni, ma l’obiettivo è di espandersi verso altre zone d’Italia.

Per informazioni, chiarimenti e segnalazioni si può scrivere: dindondanapp@gmail.com

QUI È POSSIBILE SCARICARE DINDONDAN dall'App Store








Giovedì, 18 Ottobre 2018

Per il momento l’invito al Papa a recarsi nella Corea del Nord è arrivato a voce. E Francesco «ha dato la disponibilità ad andare» se sarà invitato ufficialmente. A confermarlo, dopo le prime dichiarazioni dell’entourage del presidente sudcoreano Moon jae-in, è stato ieri il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. In sostanza Moon, che con il Pontefice è stato 35 minuti a colloquio, si è fatto latore con papa Bergoglio di un messaggio verbale da parte del leader nordcoreano Kim Jong-un.
E il segretario di Stato vaticano ha detto che l’eventuale viaggio avrebbe lo scopo di dare un «appoggiare il processo di pacificazione e di denuclearizzazione della penisola coreana». Prudenza e condizionale sono d’obbligo, tuttavia. Lo stesso Parolin ha infatti aggiunto che «un viaggio di questo genere ha bisogno di una seria preparazione e considerazione», che «non si lavora ancora a una visita» e che «bisognerà aspettare un attimo, è stato solo un primo approccio, che va nel senso di quanto già era stato detto». Ma la sensazione degli osservatori è che un passo avanti sia stato fatto.
Non quello decisivo, ma comunque importante. Così come importante, nell’ambito del processo di pacificazione della Penisola coreana, è sicuramente l’udienza di ieri, che segue la Messa celebrata mercoledì pomeriggio proprio da Parolin in presenza dello stesso Moon e che si aggiunge al viaggio (uno dei primi del pontificato), compiuto da Francesco a Seul nell’agosto del 2014. Non è un mistero, infatti, l’ammirazione del governo sudcoreano verso il Papa, testimoniata del resto dalla frasi rivolte dal presidente a Francesco: «Lei non è solo il Capo della Chiesa cattolica, ma un maestro per l’umanità», ha sottolineato Moon al momento del congedo. E poco prima, arrivando nella Sala del Tronetto (dove il Pontefice lo attendeva per il benvenuto), aveva salutato così: «Io vengo come capo di Stato coreano, sono cattolico, per me è un onore incontrarla. So che in questi giorni è indaffarato: grazie per aver trovato il tempo per me mentre il Sinodo continua».
Anche il comunicato ufficiale, emesso dalla Sala Stampa conferma la pace al centro del colloquio. «È stato espresso vivo apprezzamento – si legge infatti nella nota – per il comune impegno nel favorire ogni utile iniziativa che consenta di superare le tensioni ancora esistenti nella Penisola coreana, per aprire una nuova stagione di pace e di sviluppo». Nel corso dei cordiali colloqui (Moon ha visto poi sia Parolin sia l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati) sono state rilevate, prosegue il comunicato, «le buone relazioni bilaterali ed il positivo contributo che la Chiesa offre in ambito sociale, educativo e sanitario, così come per la promozione del dialogo e della riconciliazione tra Coreani». E infine «sono state trattate alcune questioni di carattere regionale», il che fa pensare che si sia fatto riferimento anche alla Cina (il portavoce vaticano, Greg Burke, confermando un nuovo invito a recarsi a Taiwan, ha detto però che tale viaggio «non è allo studio»).
Molto cordiale l’atmosfera anche al momento dello scambio dei doni. Moon ha regalato al Papa un bassorilievo di un artista coreano raffigurante di Cristo. Quindi indicando la corona di spine, ha detto: «Queste sono le sofferenze del popolo coreano». Il Papa ha offerto un medaglione con un ramo d’ulivo, precisando che rappresenta il suo «desiderio per la pace in Corea». «Lei lavori per questo», ha poi detto salutando Moon. Parole che vanno ben oltre un semplice congedo.





Mercoledì, 17 Ottobre 2018

Una nuova parrocchia dell’arcidiocesi di Madrid in Spagna sarà dedicata a san Paolo VI. Un gesto, una decisione importante che arriva all’indomani della canonizzazione, domenica scorsa, del Pontefice bresciano (1897-1978).

L’arcivescovo di Madrid, il cardinale Carlos Osoro Sierra, era del resto tra i concelebranti e nell’occasione ha annunciato di aver firmato il decreto di erezione della nuova chiesa che sorgerà a Tres Cantos, cittadina che si trova circa 25 chilometri a nord della capitale spagnola.

Al rito di canonizzazione erano presenti anche il vicario episcopale della vicaria VIII (la zona pastorale dove sorgerà il luogo di culto intitolato a Montini), padre Ángel Camino, e il parroco della nuova chiesa, padre Juan Manuel Rilo Naya.





Martedì, 16 Ottobre 2018

Il silenzio avvolge piazza Maggiore alle 19 e ventisette. Tace Matteo Zuppi. Tacciono i pastori e gli imam. Tacciono le campane dei bonzi e quelle di San Petronio, che puoi sentire gorgogliare la fontana del Gigante: un minuto di silenzio per ricordare le vittime delle violenze e delle guerre, di ogni tempo e di ogni parte. Un istante che fa rivivere i protagonisti silenziosi di Ponti di Pace, perché sono quei morti, in fondo, i promotori di quest’incontro di popolo, il vero motivo per cui più migliaia di persone si sono ritrovate a Bologna per rinnovare lo spirito di Assisi, trentadue anni dopo il grande incontro interreligioso promosso da papa Wojtyla.

Quello che si è concluso martedì sera, quando i 300 rappresentanti delle grandi religioni del mondo hanno accompagnato in processione i loro fedeli, attraverso le vie del centro, alla preghiera comune per la pace, non è stato un incontro di ingenui, ciechi di fronte al divampare della terza guerra mondiale a pezzi, come la chiama papa Francesco. Semmai, «è ingenuo l’ottimismo di chi non vuole vedere che i ponti richiedono pazienza, tempo, capacità, sistema, coraggio, tanto amore» come ha detto l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi. Aggiungendo: «C’è chi pensa di trarre convenienze seminando pregiudizi e parole di condanna e inimicizia ma dimentica che queste diventano semi di azioni che poi colpiscono tutti».

Nel prosieguo della lunga cerimonia che si è conclusa con la firma dell’appello di pace e l’accensione dei candelabri, il vescovo di Haimen Joseph Shen Bin ha ammesso che «tutti i Paesi del mondo sono in teoria d’accordo con il principio di non violenza ma i problemi rimangono». Talvolta, però, la pace accade, come dimostra l’accordo tra la Cina e la Santa Sede sulla nomina dei vescovi, «luce che illumina le tenebre» commenta il presule cinese.

Bernice King, figlia di Martin Luther King, ha sottolineato la forza dell’amore - «le nostre religioni devono diventare sempre più ecumeniche e non settarie» - ma anche la «povertà di spirito che ci tiene separati uno dall’altro» e ha spiegato che «la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di mettere il nostro progresso morale al passo del nostro progresso scientifico».
Ponti di pace, dunque, non si limita a far giustizia di una certa idea della pace, quella, appunto che sia solo una grande ingenuità, ma inquadra chiaramente il “nemico”: «Ne usciamo con la consapevolezza di non essere prigionieri della paura» ha detto il presidente della comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo: «La solitudine, condizione così diffusa nel nostro tempo, porta con sé un carico di pessimismo, fa diventare aggressivi, fa temere l’incontro con l’altro. Non siamo soli».

Concetti che ritornano nell’appello di pace sottoscritto da tutti i rappresentanti religiosi che hanno partecipato all’edizione bolognese. Ricorda che «la pace non è mai acquisita per sempre», che la priorità è «guardare negli occhi l’altro e non restare prigionieri della paura». Sottolinea come questo sia un tempo di grandi opportunità, ma anche «di perdita di memoria e di spreco» che «scarica sulle future generazioni pesi e conti insopportabili».

Il passaggio centrale del documento rappresenta un’autentica sfida a se stessi, oltre che un’assunzione di responsabilità: «Le religioni, come i popoli, hanno varie strade davanti – vi si legge –. Lavorare all’unificazione spirituale che è mancata finora alla globalizzazione o lasciarsi utilizzare per rafforzare le resistenze alla globalizzazione, sacralizzando confini, differenze, identità e conflitti. O, infine, restare chiusi nei propri recinti di fronte a una globalizzazione tutta economica». La pace non è disarmata: «Le religioni sono legame, comunità, mettere insieme. Sono ponti» e «nella loro sapienza millenaria sono laboratori viventi di unità e di umanità, rendono ogni uomo e ogni donna un artigiano di pace». Cambiare il proprio cuore è dunque il primo passo per costruire un futuro di pace e «la preghiera è l’energia più potente per realizzare la pace anche laddove sembra impossibile». Il 33° incontro si terrà a Madrid.
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Martedì, 16 Ottobre 2018

I poveri non possono più aspettare. Lo scrive il Papa nel messaggio inviato al direttore generale della Fao, José Graziano da Silva in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione. Si tratta però – sottolinea il Pontefice – di «agire in modo urgente, coordinato e sistematico». Chi soffre aspetta «da noi un aiuto efficace che lo tolga dalla sua prostrazione, non solo propositi o convegni che, dopo aver studiato dettagliatamente le cause della loro miseria, abbiano come unico risultato la celebrazione di eventi solenni, impegni che non giungono mai a concretizzarsi o vistose pubblicazioni destinate a ingrossare i cataloghi delle biblioteche». L'ultimo rapporto della Fao sulla fame nel mondo

IL MESSAGGIO INTEGRALE

Non bastano i buoni propositi
Ma perché i sogni, i buoni propositi divengano realtà occorre unione di sforzi, nobiltà di cuore e preoccupazione costante per far proprio, con fermezza e determinazione, il problema dell'altro. E tuttavia, come in altre grandi problematiche che colpiscono l'umanità, spesso ci imbattiamo in enormi ostacoli nella soluzione dei problemi, con barriere ineluttabili frutto di indecisioni o ritardi, con la mancanza di determinazione dei responsabili politici, tante volte immersi solo negli interessi elettorali o intrappolati da opinioni distorte, perentorie o riduttive. Manca realmente la volontà politica. È necessario – scrive il Papa – volere davvero mettere fine alla fame, e questo, in definitiva e prima di tutto, non si realizzerà senza la convinzione etica, comune a tutti i popoli e alle differenti visioni religiose, che pone al centro di qualsiasi iniziativa il bene integrale della persona e che consiste nel fare all'altro quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Si tratta di un'azione fondata sulla solidarietà tra tutte le nazioni e di misure che siano l'espressione del sentire della popolazione».

Il 2030 obiettivo di riferimento
E a sollecitare ancora di più un impegno non teorico, il Papa indica una data di riferimento. «L’iniziativa Fame Zero 2030 – sottolinea infatti – offre un quadro propizio per tale impegno e, senza dubbio, servirà a realizzare il secondo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, che mira a «sradicare la fame, ottenere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e di promuovere l’agricoltura sostenibile. Un vantaggio di queste proposte è che sono state capaci di stabilire mete specifiche, obiettivi quantificabili e indicatori precisi. Sappiamo che dobbiamo armonizzare una duplice via di attenzione, con azioni a lungo e a breve termine per far fronte alle condizioni concrete di chi, al giorno d’oggi, patisce gli strazianti e affilati artigli della fame e della malnutrizione».


Il tema della Giornata mondiale dell’alimentazione quest’anno è: “Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo #famezero entro il 2020 è possibile”. La Fao, come noto è l'agenzia delle Nazioni Unite impegnata nella lotta contro la fame e per questo si occupa particolarmente di agricoltura e di produzione alimentare, specie per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo.





Martedì, 16 Ottobre 2018

Sette arazzi affacciati dalla Loggia di una piazza che, per quanti ne ha visti, lungo i secoli, potrebbe chiamarsi non solo San Pietro ma piazza della santità, perché è da qui che prende il via l’ultimo tratto di un percorso tra terra e cielo, del quale è preludio una celebrazione di così intensa bellezza come la canonizzazione. Un papa e un vescovo, due curati d’anime e due suore, gli stati maggiori, dal fronte dei consacrati, per l’annuncio e la pratica del Vangelo. E un laico, un giovane operaio al quale toccò lavoro, fin da piccolo, alla bottega della sofferenza. Sette arazzi, un racconto, anzi una trama di santità intrecciata come non mai in un misterioso ricamo che parla di Chiesa e di vita. Romero accanto a Paolo VI che in vita gli diede coraggio, e Papa Montini a fianco di Caterina Kasper, la religiosa tedesca da lui proclamata beata nell’aprile del 1978 in una delle ultime celebrazioni prima della morte.

E vicini i due santi napoletani, don Vincenzo Romano, il parroco faticatore di Torre Del Greco, e Nunzio Sulprizio, beati al tempo del Concilio e, quindi, anch’essi per mano del pontefice dell’arazzo accanto. La santità si fa largo da mille e più strade, ma sempre tiene lontana l’insidia del bivio tra fede e vita, sicché è essa il vertice di come stare nella Chiesa; e non meno di come stare nel mondo. Questo raccontavano, tutti insieme, e ognuno a suo modo, i sette santi di una domenica d’ottobre, tutta piena di Concilio e ritagliata nel cuore di un Sinodo che Francesco, dedicandolo ai giovani, ha posto in quella scia, perché non si allenti la presa di quell’abbraccio al mondo e, e su di esso si spalanchino ancora più quelle finestre che in molti, rinfacciando alla Chiesa l’antica attitudine alla prudenza, vorrebbero invece tenere socchiuse.

Raccontavano, i nuovi santi, di una chiesa che volta le spalle a quelle 'mezze misure' evocate da Francesco come la misura certa del fallimento e della tristezza, dei ponti tagliati, dei muri innalzati, dei cammini avvelenati che, per mare e per terra, fermano e condannano chi va in cerca di un tetto o di una patria, di libertà o di un tozzo di pane. Ed era un racconto fatto di altre parole, anzi di opere che, a loro volta, parlavano di carità, compassione, accoglienza. Un linguaggio che da solo, e tanto più oggi, serve a mettere con le spalle al muro chi guarda i numeri e non le persone, e chi perfino fa caso al colore della pelle.

La santità attraversa i secoli ma resta sempre senza tempo. E così è possibile riportare e spendere per l’oggi la dottrina e la sapienza di un Papa, Paolo VI, che ha irrevocabilmente aperto, nelle stanze della cultura moderna, la Cattedra del Dialogo; come il martirio di un Pastore, Oscar Romero, che per il suo popolo ha dato la vita. Testimonianze fatte anche d’altro, come la predilezione per i poveri e i derelitti delle due suore, entrambe fondatrici, il sacerdozio tutto eucaristico di don Francesco Spinelli o il genio pastorale di un parroco di paese, don Vincenzo Romano, per il quale vale ancora oggi il detto secondo il quale «ogni torrese ha il mare in casa e don Vincenzo nel cuore».

Senza contare il lascito dell’unico laico, Nunzio Sulprizio, che s’affacciò alla vita per lasciarla presto – non aveva ancora vent’anni – nel segno di una dedizione totale agli altri. Anche da questi due santi napoletani è stato possibile, domenica, trarre un racconto per l’oggi. Riguarda naturalmente la stessa Napoli, nelle cui cronache quotidiane si stenterebbe a rintracciare la presenza di santi. Ma, dati alla mano, non esiste altra diocesi al mondo con un maggior numero di canonizzazioni e perfino di processi in corso. Non è stato detto che la santità è segno di contraddizione?





Martedì, 16 Ottobre 2018

Si presentò con quella frase che lo fece entrare immediatamente nel cuore della gente: «Se mi sbaglio, mi corrigerete». E invece nei 26 anni e mezzo successivi fu lui a 'correggere' la storia. Della Chiesa e del mondo. Il 16 ottobre di quarant’anni fa – alle 18,18 – arrivò la fumata bianca. E poco meno di mezz’ora dopo – alle 18,45 – il cardinale protodiacono Pericle Felici dette l’annuncio che il cardinale Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, era stato eletto 264° Papa, scegliendo di chiamarsi Giovanni Paolo II. Iniziava così uno dei più lunghi e straordinari pontificati della storia della Chiesa, al quale lunedì papa Francesco (cui si deve il 27 aprile 2014 la canonizzazione del suo predecessore) ha voluto rendere omaggio, ricevendo in udienza il presidente della Polonia, Andrzej Duda.

Un colloquio in un clima cordiale, riferiscono le fonti vaticane, nel corso del quale è stata ribadita «l’importanza dei valori cristiani nella storia del Paese, specialmente nella formazione della sua identità culturale e religiosa» e si sono toccati temi come «la promozione della famiglia e l’accoglienza », ma anche il contributo della Polonia nel progetto di integrazione europea. Un argomento al quale san Giovanni Paolo II aveva dedicato molte energie e molti interventi, chiedendo sempre che quel progetto non fosse limitato agli aspetti economici, ma che riguardasse soprattutto i valori cristiani del Continente, da inserire anche nella Costituzione europea (richiesta profetica anche alla luce di quanto l’Unione sta vivendo oggi e, purtroppo, rimasta inascoltata). Nel corso dell’udienza sono state inoltre toccate anche tematiche di carattere internazionale, «quali il conflitto in Ucraina, la situazione nel Medio Oriente, le migrazioni, e la salvaguardia del creato in vista della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, che si terrà a Katowice in dicembre», riferisce la Sala Stampa.

Ma soprattutto è stato il momento dello scambio dei doni a 'suggellare' il ricordo del Pontefice polacco e i punti di contatto con l’attuale pontificato. Il presidente Duda ha donato infatti al Papa una copia del quadro della Divina Provvidenza e Francesco lo ha ringraziato per aver scelto proprio questo dono. Si tratta del dipinto di Gesù, così come apparve alla mistica santa Faustina Kowalska (e da lei fatto eseguire secondo la richiesta del Signore), nel cui convento il giovane Karol Wojtyla si recava a pregare quando era un operaio della Solvay (la chiesetta annessa si trovava infatti sul tragitto che il futuro Pontefice percorreva a piedi ogni giorno). Giovanni Paolo II canonizzò suor Faustina e volle istituire la festa della Divina Misericordia, in coincidenza con la Domenica “in albis” (nei primi vespri della quale, il 2 aprile 2005, concluse la sua esistenza terrena). Papa Francesco, come è noto, ha fatto della Misericordia l’architrave del suo pontificato. Né i parallelismi tra i due Papi si fermano qui. Primo Pontefice non italiano dopo più di quattrocento anni, anche Giovanni Paolo II - presentandosi quella sera del 16 ottobre - si definì «chiamato di un Paese lontano». Parole che richiamano alla mente quelle di Francesco nell'analoga occasione del 13 marzo 2013: «Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo». E se, specialmente oggi, la distanza geografica è incomparabile (Cracovia dista da Roma poco più di un’ora di aereo, Buenos Aires molto di più), nel 1978 – in piena guerra fredda – la Polonia sembrava davvero «un Paese lontano».

Ad avvicinarla al resto mondo, così come tutto l’est oltre cortina, ci avrebbe pensato Giovanni Paolo II, il pontefice che dopo l’attentato del 1981 avrebbe abbattuto il muro di Berlino, permettendo all’Europa di respirare finalmente a due polmoni, avrebbe viaggiato più di tutti i suoi predecessori messi insieme, annunciando il Vangelo veramente fino agli estremi confini della Terra, avrebbe creato ponti verso i giovani, avrebbe inaugurato un’epoca nuova di rapporti con gli ebrei (e colpisce che il 16 ottobre, del 1943 in quel caso, sia la data del rastrellamento del ghetto di Roma) e aperto strade mai percorse prima al dialogo interreligioso. Dopo 40 anni, è estremamente significativo che l’anniversario della sua elezione giunga due giorni dopo la canonizzazione di Paolo VI e mentre è in corso il Sinodo dei giovani. Il Papa che voleva essere 'corretto' e che invece ha corretto la storia continua ad essere presente nella comunione dei santi.





Martedì, 16 Ottobre 2018

«Abbiamo vissuto un miracolo. Siamo qui per ringraziare, abbiamo atteso tanti anni questo momento e finalmente è arrivato». L’arrivederci a Roma è ora la strada di un nuovo inizio per Giovanni Battista Yang Xiaoting e Giuseppe Guo Jincai, i vescovi cinesi che per la prima volta hanno partecipato ai lavori di un Sinodo dopo la sigla storica dell’intesa Santa Sede-Cina sulle nomine episcopali che ha reso possibile per tutti i vescovi cinesi di essere in piena comunione con il Papa e per milioni di fedeli cattolici di far parte di un’unica comunità.

Concluso ieri il tempo previsto della loro permanenza ai lavori sinodali, prima di rientrare ai loro impegni pastorali nelle rispettive diocesi della Cina continentale, hanno voluto stringersi alla piccola comunità dei cattolici cinesi della Città Eterna per raccontare e condividere con loro questa «esperienza di grazia». Così nel cuore del rione Monti alla chiesa di san Bernardino da Siena in via Panisperna, che dal 2003 è officiata dalla comunità dei cattolici cinesi di Roma, hanno voluto celebrare la Messa insieme ad alcuni sacerdoti romani e con molta semplicità si sono rivolti ai fedeli in un clima di feriale convivialità. Il vescovo cinquantenne Giuseppe Guo Jincai, nativo di Chengde, ha raccontato la sua storia. Ha studiato nel Seminario dell’Hebei fino al 1992. È stato ordinato vescovo di Chengde senza mandato pontificio nel novembre 2010. Guo Jincai è uno uno dei sette vescovi canonicamente legittimati e riaccolti nella piena comunione da papa Francesco, nel quadro del dialogo che ha portato all’intesa sinovaticana sui criteri di selezione dei futuri vescovi cinesi. A lui abbiamo chiesto come ha vissuto queste giornate.

Eccellenza, cosa ha significato per lei partecipare per la prima volta a un Sinodo?
Quando ho ricevuto l’invito di partecipare al Sinodo sui giovani non credevo potesse essere vero. Mai avrei pensato potesse succedere. Per me è stata un’esperienza di grazia. Veramente ho sentito come la Chiesa è un’unica grande famiglia, abbiamo lo stesso battesimo, la stessa fede. Anche se le culture e le lingue sono diverse siamo una sola cosa e siamo così testimoni di una Chiesa unita nella diversità. Insieme al confratello Yang Xiaoting abbiamo potuto sperimentare un arricchimento nel dialogo paziente e fraterno.

Nella Messa d’inizio del Sinodo dandovi il benvenuto il Papa si è visibilmente commosso…
Quando abbiamo visto e sentito il Papa pronunciare quelle parole rotte dalla commozione anche noi ci siamo profondamente commossi. E sappiamo che anche di là in Cina, subito dopo, quando i fedeli hanno visto dal- le immagini così il Papa hanno provato gli stessi sentimenti. Come si può esprimere tutto questo? In quell’istante sono volati via più di settant’anni, abbiamo sofferto, abbiamo aspettato tanti e tanti anni… e finalmente è arrivato, la grazia di essere nella piena comunione con il successore di Pietro, la gioia di partecipare a un Sinodo della Chiesa… mi sono sentito, ci siamo sentiti tanto amati e chiamati dal Signore per testimoniare la stessa fede sotto la guida di Pietro. Oggi siamo qui per ringraziare.

In questi giorni ha incontrato spesso papa Francesco?
Abbiamo alloggiato a Santa Marta e abbiamo potuto convivere nella quotidianità insieme al Papa. Abbiamo potuto guardare la fede che vive nella ferialità, mangiare alla stessa mensa… un’emozione per noi. Davanti a questa esperienza che solo adesso si è compiuta ho ripensato a quel grande missionario italiano che secoli fa ha aperto la strada: Matteo Ricci. Ma cinquecento anni fa lui era solo, è venuto in Cina da solo, non aveva avuto allora il sostegno e l’aiuto che abbiamo ricevuto noi oggi che ci siamo sentiti sostenuti, incoraggiati dall’accoglienza del Papa, dal suo abbraccio, dall’abbraccio della Chiesa universale.

Avrà dunque avuto anche la possibilità di parlare a lungo con il Papa. Cosa vi siete detti?
Abbiamo potuto parlare con familiarità come figli con il loro padre. Ci ha detto che ci ama, ama il nostro Paese e che sempre prega molto per i cristiani in Cina. Noi gli abbiamo detto che la Chiesa in Cina prega per lui. Abbiamo ricevuto anche la sua benedizione come un papà che benedice i suoi figli. E noi abbiamo visto come si prende cura così di ogni vescovo.

In questi tempi difficili papa Francesco si è però rivolto con un appello ai cristiani chiedendo preghiere speciali per proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividere. In Cina si prega per questo?
Il suo appello è il nostro. Dalla preghiera si ottiene il bene. È importante pregare insieme. Tutti i giorni in questo mese di ottobre in ogni parrocchia cinese si prega il rosario con le invocazioni come ha chiesto il Santo Padre. Preghiamo per le intenzioni del Papa, per l’unità fra di noi nella Chiesa di Cristo, perché il mondo veda che siamo una.

Cosa porterete di questi giorni alle vostre comunità?
Quello che abbiamo vissuto qui è un miracolo, è una grazia. E tutta la gioia che viene da questa grazia la portiamo come testimonianza ora in Cina e la condivideremo con i fedeli e i nostri confratelli vescovi, portando loro la benedizione del Papa. La porteremo unita anche a quella della Chiesa italiana, noi siamo stati ben accolti qui a Roma, anzi… invitiamo tutti, i vescovi e i cardinali italiani a venire nelle nostre comunità in Cina.

Quanto per lei potrebbe essere possibile che il Papa venga in Cina il prossimo anno?
In questi giorni abbiamo invitato papa Francesco a venire in Cina. Noi lo aspettiamo. Il momento lo sa il Signore. Ma noi preghiamo per questo, diciamo il rosario perché presto venga questo momento, che verrà. Come la nostra presenza qui, che da impossibile è diventata possibile.


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Lunedì, 15 Ottobre 2018

Martedì sera a Bologna la chiusura della 32esima edizione dell'incontro "Ponti di pace" promosso dalla Comunità di Sant'Egidio: leader religiosi, esponenti di primo piano della cultura, della società civili e politica insieme per rilanciare l'impegno a realizzare percorsi capaci di superare conflitti.

Non tanto per riguardo all’ospite, ma perché, parlando di «Disarmare i conflitti», a «Ponti di pace» non si poteva non parlare dell’accordo di pace che nel 1992 ha posto fino alla guerra civile del Mozambico. Centrale, come si sa, il ruolo della comunità di Sant’Egidio, diplomazia parallela ma anche molto efficace nello sbrogliare la matassa di odi e di interessi che in 17 anni di guerriglia ha provocato migliaia di morti e milioni di sfollati.

Come ha ricordato Nelson Castiano Chigande Moda, esponente della comunità di Sant’Egidio in Mozambico, il processo di pace è tutt’altro che concluso: «Lavoriamo per cambiare la persistente mentalità di violenza che permane nel paese, in primo luogo con l’educazione, che, come insegnava Mandela, è l’arma più potente per cambiare il mondo». Tuttavia, ha aggiunto nel dibattito presieduto dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio, «dobbiamo ancora disarmare i cuori» e «le religioni possono fornire un grosso contributo».

Le armi, ha detto il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini, «sono idoli potenti. La fiducia che si ripone nelle armi come garanzia di sicurezza è idolatria»; guardando al dibatito italiano, ha aggiunto che «l’idea di liberalizzare il possesso delle armi, che circola nel governo, non fa i conti con la statistica che dice l’esatto contrario. Il Censis ha stimato che se si liberalizzassero le armi del quotidiano si passerebbe a 150 morti per arma da fuoco a 2.550 all’anno».

Bernardini, che è stato un grande sostenitore dei corridoi umanitari, ha chiesto ai cristiani di "vigilare" e identico è stato il registro dell’intervento di Alison Boden, dell’Università di Princeton, ministro della United Christian Church (Ucc), la quale, non si è fermata alla pur puntualissima analisi statistica del "peso" degli Stati Uniti nella produzione e nel commercio delle armi denunciando anche che «l’amministrazione Trump sta armando milizie cristiane in Iraq». Ma soprattutto ha insistito sulla «grande responsabilità delle comunità religiose: possiamo dire la verità sugli interessi che alimentano questo commercio, possiamo dirla a chi ha il potere e talvolta il potere l’abbiamo noi» ha dichiarato, ricordando il pressing in corso da parte dei cattolici Usa per interrompere la vendita di armi all’Arabia Saudita e l’impegno della Ucc contro le armi nucleari.

La morte atomica è da settant’anni il nemico dei buddisti giapponesi, come ha spiegato il monaco Tendai Gijun Sugitani, secondo il quale gli accordi internazionali di questi anni dimostrano la possibilità di fermare la proliferazione delle armi nucleari e di far prevalere la prospettiva umanitaria sui calcoli politici. «Il problema però non è ridurre le armi, è proibirle» ha esclamato. Ancor più appassionato l’intervento del vescovo messicano Josè Raul Vera Lopez, che ha denunciato i "crimini" perpetrati dal sistema economico mondiale attraverso armi invisibili come il trattato di libero commercio tra Messico, Usa e Canada, «che spoglia la mia gente dei suoi diritti, della terra, dell’acqua…» ha ricordato. Il presule ha invocato la mobilitazione contro i governanti che «trovano modo di spogliare i cittadini dei loro beni e consegnarli a pochi impresari anche quando la Costituzione li tutelerebbe: fanno modificare le leggi a vantaggio di pochi favorendo le grandi imprese e danneggiando l’ambiente. La cosa grave è che in questa fase sono riusciti a sostenere i loro propositi su una base apparentemente legale attraverso sistemi politici ed economici che sono invece sistemi criminali».





Lunedì, 15 Ottobre 2018

«Mi chiamo Nour Essa e sono siriana»: è stata una giovane donna siropalestinese, una delle richiedenti asilo salvate da papa Francesco a Lesbo nel 2016, a toccare il cuore di tutti, raccontando la sua odissea alla 32esima edizione di Ponti di pace, la tre giorni bolognese con cui la Comunità rinnova lo spirito dell’incontro interreligioso per la pace promosso da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986.

L’incontro, organizzato con l’arcidiocesi di Bologna, coinvolge centinaia di leader delle grandi religioni mondiali, impegnati a far rivivere lo “spirito di Assisi”. Ieri pomeriggio l’inaugurazione, con migliaia di giovani e adulti ad affollare il Palazzo dei Congressi della Fiera. E con due messaggi forti.

Quello di Antonio Tajani, che ha denunciato «un attacco all'Europa concentrico, da Est ma anche da alcune lobby americane che hanno interesse ad avere potere sul mercato interno europeo». Il secondo messaggio politicamente impegnativo è giunto dall’imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb: dopo aver affermato che «le religioni sono innocenti del sangue sparso nel loro nome» ha denunciato «la politica della discriminazione razziale, con un uso spregiudicato della forza per sottomettere l’altro perché diverso».

La tavola rotonda si era aperta proprio con un messaggio del Papa in cui Bergoglio esortava a «elaborare insieme memorie di comunione che risanino le ferite della storia» senza mai arrendersi al «demone della guerra», alla «follia del terrorismo», alla «forza ingannevole delle armi». Subito dopo, l’arcivescovo Matteo Zuppi, ha aperto la discussione esortando a difendere l’Europa «da qualsiasi spinta divisiva» e il fondatore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ha sottolineato: «C’è bisogno di una visione globale ed ecumenica per vivere e le religioni, in un mondo spaventato, diviso e arrabbiato, sono un soffio sereno che alimenta la coscienza del destino comune dei popoli». L’inaugurazione è proseguita con l’intervento del rabbino capo di Francia Haim Korsia e il patriarca siro ortodosso Ignatius Aphrem II, per concludersi con l’intervento dell’induista Sudheendra Kulkarni. Il meeting prosegue fino a martedì.





Domenica, 14 Ottobre 2018

Sono santi. Paolo VI, Oscar Arnulfo Romero Galdámez, Francesco Spinelli, Vincenzo Romano, Maria Caterina Kasper, Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e Nunzio Sulprizio aggiungono i loro nomi all'immenso elenco dei canonizzati di tutte le epoche.

Papa Francesco li ha proclamati all'inizio della celebrazione eucaristica in una piazza San Pietro invasa da fedeli giunti da Brescia, Milano, Napoli, Pescara, dalla Spagna, dalla Germania e da tutta l'America Latina. Sono santi, ha detto il Papa nell'omelia, perché hanno fatto "la scelta coraggiosa di rischiare" per seguire Gesù e "hanno avuto il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via".

In sostanza hanno applicato quanto Gesù dice nel Vangelo proclamato in questa domenica 14 ottobre di "lasciare quello che appesantisce il cuore" e soprattutto le ricchezze terrene. "Dove si mettono al centro i soldi non c'è posto per Dio e non c'è posto neanche per l'uomo", ha ammonito Francesco. "Per questo la ricchezza è pericolosa e - dice Gesù - rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no - ha proseguito il Papa -. Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare". "Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose".

I santi invece hanno fatto la scelta di mettere Gesù al centro delle loro vite. "Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto", ha sottolineato il pontefice. "Gesù non si accontenta di una 'percentuale di amore': non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente". L’ha fatto Paolo VI, ha ricordato Francesco, "sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri".

Paolo VI, ha fatto notare il Pontefice, "anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità".Papa Bergoglio ha poi notato che "è bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli".

Lo stesso possiamo dire, ha aggiunto il Papa, di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e del nostro ragazzo napoletano Nunzio Sulprizio, santo giovane, coraggioso, umile - ha aggiunto a braccio -, che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e offerta di se stesso". "Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi".Francesco ha anche proposto, alla luce di questi esempi, un esame di coscienza ai cristiani di oggi.

"Chiediamoci da che parte stiamo. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo?". Perciò ha esortato: "Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare le ricchezze, le nostalgie di ruoli e poteri, le strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di«autocompiacimento egocentrico»: si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti". La tristezza, ha concluso il Papa, "è la prova dell'amore in compiuto". Mentre la gioia sgorga da "un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore".

Alla Messa erano presenti numerosi capi di Stato, tra i quali il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. All'inizio della celebrazione è stato il prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, cardinale Angelo Becciu, a presentare brevemente i profili dei sette nuovi santi. Sono state portate all'altare le loro reliquie: per Paolo VI la maglietta che indossava a Manila nel 1970 con le gocce di sangue delle ferite subite in seguito all'attentato. Frammenti di osso per gli altri canonizzati. Una ciocca di capelli per Nazaria Ignazia March Mesa.

QUI LE BIOGRAFIE DEI NUOVI SANTI

Infine, prima della recita dell'Angelus, Francesco ha ringraziato i presenti e in particolare le delegazioni ufficiali dei Paesi, "venute per rendere omaggio ai nuovi Santi, che - ha detto - hanno contribuito al progresso spirituale e sociale delle rispettive Nazioni". In particolare ha citato la regina madre Sofia di Spagna, il presidente Mattarella, i presidenti del Cile, di El Salvador e di Panama.

"Un pensiero speciale rivolgo a Sua Grazia Rowan Williams e alla delegazione dell’Arcivescovo di Canterbury, con viva gratitudine per la loro presenza", ha aggiunto il Papa. Un saluto anche al "folto gruppo delle ACLI, rimaste molto riconoscenti al Papa Paolo VI".





Domenica, 14 Ottobre 2018

Discreta e riservata, per tanti anni ha nascosto il privilegio di «essere nata in una famiglia singolare». Poi, ha cominciato ad aprirsi un po’, rammaricandosi per «aver taciuto troppo» anche con chi le è stato vicino su «esperienze uniche ed insegnamenti meravigliosi». Lei è Chiara Montini, ricercatrice, figlia di Francesco, fratello di Giovanni Battista, nipote di Paolo VI . Giunta a Roma con i familiari, non nasconde la sua gioia.

Allora: ci voleva la canonizzazione per togliere questo grande Pontefice dal cono d’ombra: basterà a farlo conoscere e amare per davvero?

Lo spero. Perché, è vero, per lunghi anni, persino la sua Brescia l’ha relegato in un angolo ben nascosto. Perché, sbagliando, lo ha ritenuto troppo lontano dal popolo della Chiesa e troppo in alto per poterlo avvicinare. Questa, invece, è anche l’occasione per sentirlo tutti vicino, per sfatare logori cliché: il papa freddo, mesto, e per riflettere sulla sua grande fede, sul suo amore alla chiesa e agli uomini.

Lei è nata quando suo zio aveva appena saputo della sua nomina a Milano.
Sì. Da Roma venne a Brescia e mi battezzò. E sette anni dopo mi diede la prima comunione e la cresima. I primi ricordi, quelli più lontani, sbiaditi mi riportano all’eremo di Camaldoli sopra Gussago, vicino a Brescia, dove in agosto, per qualche giornata lo zio da Milano si ricongiungeva con i familiari. Veniva a trovarci anche nella casa di via delle Grazie. Ci riunivamo a pranzo dallo zio Lodovico, l’altro fratello. E quando la mia famiglia si trasferì a Bovezzo, talvolta, di domenica, ci regalava un’ora di compagnia. D’estate la vera meta delle vacanze era invece la Svizzera: Melchtal, non distante dall’abbazia di Engelberg. Lo zio ci veniva con i segretari e padre Bevilacqua. Ricordo la serenità di quel tempo fra passeggiate, visite a chiese e rifugi. A volte percorrendo sentieri ripidi lo zio mi stringeva la mano: mi dava una sicurezza che mi pare di avvertire ancora oggi. Ci raccontava storie di santi, ci parlava del Curato d’Ars…


Nel periodo milanese voi andavate mai da lui?

Sì. E per noi bambine era bello entrare in arcivescovado da un ingresso riservato e sapere che lo zio ci avrebbe sorpreso con doni inattesi. Una volta ci regalò persino un agnellino, un’altra volte due tortore, più tardi una Olivetti Lettera 22 che ancora conservo

L’ultima volta in cui l’ha visto prima dell’elezione?
È stato il 16 giugno 1963, prima di partire per il Conclave. Venne a Bovezzo dove, appunto, viveva la mia famiglia. Non avrei immaginato che non sarebbe più tornato da noi…Diventato Papa - eravamo incollati alla tv - fu come se l’avessimo un po’ perduto. Non ci apparteneva più: anzi dava alla nostra famiglia responsabilità e doveri.

Gli incontri successivi?

Non sono mancati, a cadenza annuale e sempre legati a festività mariane - l’8 dicembre in Vaticano per l’Immacolata e l’8 settembre per la natività di Maria, a Castel Gandolfo… E anche qui tanti ricordi: la Messa mattutina nella cappella privata, le serate nei giardini di Villa Barberini dove era direttore il bresciano Emilio Bonomelli. Ancora lo rivedo inginocchiato davanti all’altare, immobile, in contemplazione. E la sera lo ricordo con mio padre e Jean Guitton, a conversare seduti su poltroncine di vimini all’aperto. Poi su quelle sedie col passare degli anni ci sono finita anch’io con mia sorella, specie dopo il 1971, quando mancò nostro padre e lui, pur preso da responsabilità gravi ci è sempre stato vicino. Per me diventò un punto di riferimento. Finito il liceo chiesi di incontrarlo per farmi consigliare sul percorso da prendere. Non avevo le idee chiare: mi esortò a studiare la storia, anche le nostre radici, le stesse dalle quali lui aveva attinto linfa. Quando mi guardava, con quei suoi occhi limpidi e chiari, sembrava riuscisse a leggermi dentro.

Negli Anni ’70 Paolo VI subì anche contestazioni…

Già. E la nostra famiglia soffriva quanto lui e con lui. Quando studiavo più volte sono rimasta ferita dalle frecciate scoccate dai certi coetanei contro la mia famiglia e l’operato di mio zio. È in quel periodo che ho cominciato a tenere sotto silenzio il mio cognome. Ma più tardi, con il passare degli anni mi sono sentita più forte. E ho reagito. In che senso? Ho capito che non potevo negare e mascherare il privilegio toccatomi. E ho messo a fuoco il dovere di condividere questa eredità con chi non lo ha conosciuto.

In sintesi: cosa insegna a tutti la vita di Montini?

Insegna che si può percorrere un cammino di santità, che non è un traguardo dopo una corsa ad ostacoli sovrumani, ma la cifra delle nostre azioni quotidiane.

In cosa trova sia stato davvero coraggioso suo zio Paolo VI?

Direi nell’accettare il confronto con la modernità, nel tenere un dialogo sempre aperto. Ma con ogni sforzo, con tenacia. Diceva che per compiere il proprio dovere, bisogna fare qualcosa di più del proprio dovere. E lui l’ha sempre fatto.





Domenica, 14 Ottobre 2018

Un Papa proveniente dalla cattedra di sant’Ambrogio e un vescovo d’oltreoceano martire, profondamente legati, salgono oggi uniti da Francesco al culto della Chiesa universale. Fin dal suo primo incontro con Paolo VI il vescovo di San Salvador, Oscar Romero, aveva ricevuto sostegno a proseguire con coraggio nella sua difficile missione, ostacolata anche da gravi incomprensioni interne, diffamazioni e calunnie. Venti giorni prima del suo assassinio, quasi quarant’anni fa, aveva detto in una predica: «Per me il segreto della verità e dell’efficacia della mia predicazione è stare in comunione con il Papa». E il rapporto con Paolo VI costituiva per lui un riferimento decisivo per identificare le sue responsabilità e modellare la sua fisionomia di vescovo sulle esigenze del Vangelo, del Concilio e del magistero.

E anche con l’espressione di questa fedeltà egli aveva vissuto pienamente il suo motto episcopale di matrice ignaziana: Sentire cum Ecclesia e quindi nella Chiesa. Significativamente la loro canonizzazione cade oggi nel mezzo di un Sinodo, istituzione voluta come eredità conciliare ed elevata nel 1965 proprio da Paolo VI. Coincide anche con il cinquantesimo della Conferenza generale degli episcopati latinoamericani, inaugurata e presieduta da Paolo VI a Bogotà nel 1968, che ha pure rappresentato la prima visita di un Papa al continente americano. Ma soprattutto la doppia canonizzazione è opportunamente declinata nella contingenza di un cammino sinodale che proprio con il Successore di papa Montini, figlio della Chiesa latinoamericana, ha recuperato la sua antica e fondamentale dimensione: quella di un reale dinamismo di ascolto che deve implicare tutti i livelli della vita della Chiesa, a partire dal popolo di Dio, del quale i vescovi sono parte come pastori così come il Papa, in quanto supremo servitore-testimone della fides totius Ecclesiae e garante dell’unità.

Del resto il De opportunitate canonizzationis, cioè l’opportunità di una canonizzazione in relazione all’oggi, è norma integrante dello stesso processo canonico, perché in ogni causa si deve sempre rilevare l’importanza e il significato che questa riveste per la Chiesa del suo tempo e per quello presente. E qui si tratta di una canonizzazione dal duplice significato. Entrambi sono stati autentici interpreti del Concilio, capaci di coniugare tradizione e modernità, e per entrambi il destino fu segnato dalle calunnie. Paolo VI è il “Papa del dialogo” che ha portato a compimento il Vaticano II e Oscar Romero è il primo grande testimone della Chiesa del Concilio, ucciso in odium fidei per mano di uomini di regimi idolatri, che si proclamavano cattolici, armati dall’odio della persecuzione più violenta, quella che viene dall’interno.

Un vescovo che applicava all’inferno di quegli anni ciò che aveva visto descritto nelle opere dei Padri della Chiesa. Che ricorreva a sant’Agostino e a san Tommaso per giustificare chi si solleva contro la tirannia sanguinaria. Che citava la Populorum progressio e che pochi mesi prima di morire, a un giornalista venezuelano che gli rifa- ceva l’ennesima domanda sulla sua “conversione” da prete all’antica a pastore militante sbilanciato in politica, aveva risposto chiaro: «La mia unica conversione è a Cristo, e lungo tutta la mia vita». Era il 1978 e a un altro che gli domandava se il suo pensiero poggiasse sulla teologia della liberazione il vescovo aveva risposto che il suo pensiero teologico «è uguale a quello di Paolo VI, definito nella Evangelii nuntiandi ». Il ricordo dettagliato della sua ultima udienza con papa Montini, a testimonianza della fedeltà al magistero della Chiesa, si trova nel diario dell’arcivescovo. «Paolo VI mi ha stretto la mano destra e l’ha trattenuta a lungo fra le sue due mani e pure io ho stretto con le mie due mani la mano del Papa».

«Comprendo il suo difficile lavoro – gli disse papa Montini –, è un lavoro che può essere incompreso e ha bisogno di molta pazienza e fortezza ma vada avanti con coraggio, con pazienza, con forza, con speranza». È noto che Paolo VI ebbe sempre nel cuore la cristianità dell’America Latina e che il suo documento pastorale, l’Evangelii nuntiandi, resta senza dubbio – come affermato più volte da Francesco – il documento pastorale del post Concilio che oggi è ancora attuale. A seguito del Vaticano II si era andata formando in America Latina una nuova coscienza di Chiesa che dalla Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellin nel 1968, – nella quale con la centralità dei poveri si rimetteva in piena luce la dottrina sociale della Chiesa – passando attraverso l’Evangelii nuntiandi e la Populorum progressio di Paolo VI ha portato alla quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi tenutasi ad Aparecida in Brasile nel 2007. E da lì è confluita nell’esortazione programmatica di papa Francesco Evangelii gaudium. Lungo quedialogo sto percorso si è trovato Romero, come pioniere di un disegno che trovò conferma proprio ad Aparecida: «Un’altra Chiesa è necessaria. Un’altra Chiesa è possibile».

Lungo questo percorso si è formato papa Francesco. Se per Montini, come per Romero, è stata prioritaria una Chiesa di dialogo, la via su cui la Chiesa è chiamata oggi a camminare è il dialogo. E nel magistero di Francesco dire dialogo non è una parola ma una descrizione fondativa, che racchiude una prospettiva ecclesiale ed ecclesiologica. Perché quando si dice dialogo nella Chiesa, si dice colloquium salutis, ovvero la fedeltà a Cristo nell’Ecclesiam suam. Il dialogo infatti è radicato nell’agire di Dio verso l’uomo, come tutta la storia della salvezza evidenzia. Non si tratta dunque di strategia pastorale ma di assumere il metodo di Dio e di continuarlo nel dipanarsi del tempo. Ciò implica che il dialogo interno alla Chiesa e della Chiesa con il mondo riceve da Dio i suoi contenuti e i suoi metodi. Francesco mostra e descrive continuamente quanto Paolo VI scrisse nella sua prima enciclica Ecclesiam suam e nella quale proprio il fiorisce per la prima volta nei documenti del magistero con un’accezione programmatica: «La Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa colloquio».

Ed è la nota acuta nei testi del Vaticano II, la ritessitura di un dialogo interrotto e stracciato. Fin dall’inizio del pontificato Francesco ha posto il dialogo a bussola orientativa della sua missione facendosi erede delle vie indicate dal Vaticano II. E riproposte a 360 gradi sia all’interno della Chiesa – come documenta il processo sinodale attuale e quelli passati sulla famiglia – sia nel proporre «la cultura dell’incontro», ribadendo che la centralità della missione ecclesiale richiede il dialogo con tutti: è la Chiesa come fruttificazione della semina che fu il pontificato di Paolo VI. «Mi ritornano alla mente le sue parole, con le quali istituiva il Sinodo dei vescovi – affermava papa Francesco il giorno della sua beatificazione nell’ottobre 2014, anch’essa nel mezzo di un Sinodo –: “Scrutando attentamente i segni dei tempi cerchiamo di adattare le vie e i metodi (...) alle accresciute necessità dei nostri giorni e alle mutate condizioni della società”».

E citata la lettera montiniana Apostolica sollecitudo continuava: «Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera e importante: grazie! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!». La stessa testimonianza portata fino all’effusione del sangue dal vescovo salvadoregno. Che la proclamazione della loro santità avvenga nel contesto di un Sinodo sulle nuove generazioni assume una risonanza carica di significati e di prospettive. Lungo una rotta imperscrutabile, disegnata dal Signore, si è compiuto un cammino dal quale non si torna indietro, che è al tempo stesso una traditio lampadis, una consegna ai giovani delle direzioni su cui la Chiesa è chiamata ad andare avanti. © RIPRODUZIONE RISERVATA Nel magistero del primo Papa sudamericano risuonano la profezia di Montini e la fedeltà radicale di Romero al Vangelo.





Domenica, 14 Ottobre 2018

Pubblichiamo stralci della prefazione del vescovo di Albano e presidente del Consiglio di amministrazione di Avvenire-Nei Marcello Semeraro al volume di Eliana Versace Paolo VI e Avvenire. Una pagina sconosciuta nella storia della Chiesa (Studium; 187 pagine; 18 euro).

«Il rapporto di Avvenire con Paolo VI non è più - e oramai da tempo - una pagina sconosciuta nella storia della Chiesa in Italia, come si legge nel sottotitolo di questo volume, che ora è nuovamente pubblicato. La ristampa, patrocinata da S. Em. il cardinale Giovanni Battista Re, offre occasione per nuovamente esprimere gratitudine a Eliana Versace per questa sua ponderosa ricerca storica. Essa dimostra che il vincolo del giornale con Paolo VI non è soltanto istituzionale, ma addirittura di origine. Senza la tenace volontà e il forte impegno di papa Montini, Avvenire non sarebbe nato! Quanto scrive l’autrice nei paragrafi introduttivi del libro è vero del tutto: «Se si può riconoscere ad Avvenire un padre, se si dovesse indicare un fondatore, questo fu sicuramente Paolo VI…» (...). A poche settimane dalla prima comparsa nelle edicole di Avvenire, introducendo la preghiera dell’Angelus del 17 novembre 1968 il Papa ricordava ai fedeli «il bisogno di avere e il dovere di sostenere un giornale che rifletta le loro idee, le illustri, le difenda e le diffonda» e spiegava che esso in Italia «è una disposizione della Conferenza episcopale italiana e trae la sua ispirazione dal Decreto conciliare sulle comunicazioni sociali»: una forma delicata di espropriarsi dalla sua opera, per farne dono alla Chiesa italiana.

La lettura di questo volume aiuta a comprendere in forma approfondita il senso delle parole del Papa; importante, tuttavia, è l’aggancio all’evento conciliare. Anche Francesco si richiamerà al Vaticano II durante l’udienza del 1° maggio 2018 alla famiglia di Avvenire, che per il cinquantesimo della nascita desiderava attingere anche visibilmente dalla “cattedra” da cui aveva preso gli inizi. In un contesto ormai profondamente mutato – non solo nel settore comunicazione della Chiesa italiana, ma pure della Santa Sede –, alludendo al n.11 di Gaudium et spes il Papa dirà che «autentici servitori della tradizione sono coloro che, nel farne memoria, sanno discernere i segni dei tempi e aprire nuovi tratti di cammino». Discernere è, per Francesco, l’impegno della Chiesa in questo millennio. Lo è pure per Avvenire. I cinquant’anni trascorsi dalla nascita di Avvenire hanno stemperato alquanto le iniziali difficoltà. All’inizio del capitolo terzo di questo volume Versace richiama ancora, dopo averle analiticamente ricostruite, quelle discussioni: i rimpianti e i timori, la scelta del nome e del direttore, il legame istituzionale con la Cei, la linea editoriale... È pure richiamato l’atteggiamento del quotidiano francese Le Monde, che indicava la nascita del nuovo quotidiano italiano come évenement politique de première grandeur. A proposito, allora, d’impressioni estranee al contesto tipicamente italiano, aggiungo, in conclusione, anche una personale testimonianza. Incontrando, all’inizio di questa estate, il Papa emerito Benedetto XVI, ho avuto la possibilità di fargli dono del volume Voci del verbo Avvenire.

I temi e le idee di un quotidiano cattolico 1968-2018. Era stato preparato in tempo per l’incontro con Francesco. Si tratta di una testimonianza voluta dal nostro quotidiano per ricordare 50 anni di vita. Mentre, dunque, gli illustravo il significato dell’iniziativa e gli ricordavo l’attività del giornale, Benedetto XVI commentava familiarmente: «Come mai per la Chiesa in Germania non si è pensato a qualcosa di simile?». Gli ho replicato sorridendo: «Santità, come posso saperlo? La stessa cosa, però, lei me l’ha detta nel maggio 2008 mentre nell’atrio dell’Aula Paolo VI si visitava la mostra di Avvenire, allestita per il quarantesimo anniversario di fondazione». E papa Benedetto, sorridendo anch’egli ha risposto: «L’ho già detto? Ma lo domando davvero: come mai non si è pensato?». Penso che la benevola sorpresa di Benedetto XVI si possa pure intendere come attestato di ammirazione per Paolo VI e come augurio per il nostro giornale.





Domenica, 14 Ottobre 2018

Nel cinquantesimo anniversario della fondazione del quotidiano cattolico milanese L’Italia, l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini esortò i cattolici ambrosiani a «formarsi la coscienza giornalistica che a loro si addice » mantenendosi «fedeli» al giornale cattolico, che era diffuso oltre i confini della loro diocesi e della regione lombarda. A esso – scriveva Montini nel novembre del 1962, concludendo le manifestazioni indette per celebrare l’anniversario – spettava il compito di seguire «con particolare interesse le vicende della nostra società in via di trasformazione, con l’intento di educare il nostro popolo al senso di giustizia e di carità e di favorire lo sviluppo economico e sociale, secondo gli insegnamenti della sociologia cristiana» e inoltre proprio il giornale avrebbe dovuto studiare e riflettere «i grandi problemi del nostro tempo» con la passione e la speranza «d’un progressivo ordine civile e cristiano ». Il quotidiano cattolico «è insomma – terminava Montini – un giornale che cerca di affermarsi come testimonianza sincera e moderna d’un cattolicesimo vivo».

L’appassionato interesse per il mondo della stampa e dell’informazione aveva in Giovanni Battista Montini antiche e profonde radici. Paolo VI è stato indubbiamente il Papa che, più di tutti i suoi predecessori, conobbe meglio il mondo del giornalismo, avendolo frequentato e praticato sin da ragazzo. Ricevendo i rappresentati della stampa cattolica italiana dopo la sua elezione, il nuovo Pontefice ricordò il padre Giorgio Montini, «giornalista d’altri tempi, si sa, e giornalista per lunghi anni, direttore d’un modesto, ma ardimentoso quotidiano di provincia», Il Cittadino di Brescia, che nel ruolo della stampa aveva intravisto «una splendida e coraggiosa missione al servizio della verità, della democrazia, del progresso; del bene pubblico in una parola». Montini era fermamente convinto che i mezzi di comunicazione potessero essere ausiliari alla Chiesa nel fondamentale compito di annunciare il Vangelo. «Per una fede come la nostra – diceva nel 1962 ai giornalisti de L’Italia – che ha per primo strumento la comunicazione del pensiero, anzi della verità, questo organo di diffusione della parola di verità, ch’è un giornale cattolico, appare sotto questo aspetto in tutta la sua funzionalità e dignità». Già nel 1950, discutendo con l’amico e filosofo Jean Guitton, Montini si interrogava sulla efficace capacità della Chiesa di saper comunicare al mondo la verità della quale è portatrice: «A cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?».

Proprio in quegli anni, tra il 1949 e il 1950, l’allora sostituto Montini presiedette una riunione in Segreteria di Stato, ove si valutò l’eventualità di un “assorbimento” del quotidiano cattolico bolognese L’Avvenire d’Italia da parte de L’Italia, che avrebbe così potuto ampliare la sua area di diffusione nel Nord e nel Centro del Paese. L’idea di un quotidiano cattolico che avesse una più ampia distribuzione riemerse più forte e coraggiosa negli anni in cui Montini era arcivescovo di Milano e seguiva personalmente le vicende de L’Italia dalla cui unificazione con L’Avvenire d’Italia, il 4 dicembre del 1968, sarebbe nato Avvenire. «L’esperienza del mio ministero – disse l’allora arcivescovo di Milano già nel dicembre 1955, a conclusione del suo primo anno di episcopato, ricevendo in udienza tutti i dipendenti de L’Italia – mi fa ora meglio apprezzare l’importanza e l’urgenza di una stampa nostra, sana, forte, efficace, pronta ad affermare con nobiltà e con coraggio i diritti della verità, gli insegnamenti della Chiesa, gli interessi cattolici».

La stampa cattolica italiana, seppur di antica tradizione, restava però ancorata prevalentemente alle singole realtà diocesane o a particolari gruppi religiosi. Diventato Papa, Paolo VI, con molta determinazione, perseguì il suo intento, riuscendo a superare le perplessità della maggior parte dell’episcopato italiano, preoccupato per le ripercussioni finanziarie di una tale impresa. I vescovi italiani, infatti, avevano accolto con riluttanza l’idea di far nascere un quotidiano cattolico nazionale e la accettarono infine solo per obbedire al fermo volere del Papa. Erano emerse molte resistenze al progetto di unificazione dei due quotidiani cattolici, sia a Milano che a Bologna. Una risoluta contrarietà fu manifestata dal card. Giovanni Colombo, che era diventato arcivescovo di Mila- no nel 1963 succedendo proprio a Montini, e che conosceva bene i problemi della stampa cattolica essendo stato presidente dell’Itl, società editrice de L’Italia. A Bologna il card. Giacomo Lercaro difese strenuamente L’Avvenire d’Italia, gravato da un pesante deficit, e si rivolse, con una accorata lettera, direttamente al Papa, che aveva espresso in precedenza alcuni rilievi sull’indirizzo politico-religioso del giornale. Paolo VI impose ai vescovi la sua volontà di dar vita a un quotidiano nazionale dei cattolici italiani dimostrandosi lungimirante e tutt’altro che amletico e incerto.

Papa Montini si rivelò invece molto fermo e determinato nel far nascere e sostenere Avvenire, intraprendendo una iniziativa editoriale di grandissimo spessore che non aveva eguali nel panorama della stampa cattolica europea ed internazionale. Il giornale, realmente e quasi concretamente fondato da Paolo VI, incentivando una maggiore unità nel mondo cattolico, avrebbe potuto rappresentare un vero «strumento di evangelizzazione» la quale, sola, «porta con sé – spiegava il Papa – l’elevazione dell’uomo, ne promuove la dignità, la libertà, la grandezza ». Ad Avvenire non mancò mai la vigile protezione del Papa che seguì il giornale con quotidiana, costante e paterna attenzione, fino alla morte. Egli stesso, durante un’udienza ai giornalisti cattolici, confidò che il primo giornale da lui letto al mattino era Avvenire, mentre, nel 1969, ricevendo il segretario della Conferenza episcopale italiana, monsignor Andrea Pangrazio, Paolo VI affrontò come primo argomento «la situazione del quotidiano cattolico», e ribadì che, nonostante le difficoltà incontrate dall’ancor giovane Avvenire, «la parola d’ordine» era quella di «sostenere il quotidiano cattolico». Il giornale, che doveva avere carattere nazionale, era rimasto nei primi tempi prevalentemente diffuso nel Nord e nel Centro della Penisola, mentre più stentata sembrava la ricezione nel Sud del Paese, ma nell'estate del 1971 i vescovi meridionali, rispondendo agli inviti e alle raccomandazioni di Paolo VI, si riunirono per discutere la realizzazione di un’edizione di Avvenire per il Sud, che venne poi realizzata a partire dalla primavera del 1972 nella sede di Pompei. I vescovi italiani si interrogarono a lungo sulla finalità e sulla natura del quotidiano cattolico mentre per il Papa, che rivide personalmente le Linee pro- grammatiche del quotidiano stabilite dalla Cei, il giornale avrebbe dovuto avere carattere formativo oltre che informativo, «così da fare di Avvenire uno strumento di vera crescita spirituale di tutto il popolo di Dio». «Dobbiamo avere una maggiore coesione fra di noi – era l’accorato e improvvisato appello rivolto dal Papa agli operatori delle comunicazioni sociali nel 1971 –, una maggiore coscienza che noi dobbiamo parlare, parlare insieme ». Il giornalista di Avvenire doveva diventare un «alleato del Papa», secondo un’espressione propria di Paolo VI, in questo difficile compito di evangelizzazione. «Siate apostoli» è l’implorazione di papa Montini ai giornalisti cattolici, ai quali chiedeva di impegnarsi a «dare sempre parole, siano severe, siano facili, siano amichevoli, siano divertenti, siano solenni e profonde, che fanno del bene a chi le accetta». A 50 anni dalla sua fondazione, Avvenire ha risposto con successo a quelle che erano le speranze e le attese del Papa che ne è stato fondatore, ispiratore e, sempre, paternamente protettore.

Nell'articolata vicenda che ha condotto alla nascita di Avvenire sono evidentemente rintracciabili i due prioritari intenti che ispirarono il pensiero e mossero la vita e tutta la lineare e coerente azione pastorale di Giovanni Battista Montini prima e di Paolo VI dopo: il perseguimento della maggiore unità possibile all’interno della Chiesa e tra questa ed i suoi fedeli; e, confortato da tale unità, il necessario, indifferibile, dialogo della Chiesa con la società moderna, per far conoscere al mondo le ragioni profonde della fede in Cristo.





Domenica, 14 Ottobre 2018

Increduli, frastornati, emozionati. Più di tutto felici. «Potevo non esserci più», afferma Cecilia Flores. Poco più di tre anni fa, questa 35enne di San Salvador è stata sul punto di morire. Dopo il terzo parto, avvenuto il 28 agosto 2015, i medici le avevano scoperto una malattia rara: la sindrome di Hellp. «Dopo un delicato intervento, le avevano dovuto indurre il coma. Quando l’ho vista, distesa e immobile, il suo corpo forato da 14 tubi, ho capito che l’avrei persa», racconta il marito, Alejandro Rivas, 42 anni. Lo stesso specialista aveva ammesso che non c’è più nulla da fare. «Dobbiamo prepararci al peggio», aveva detto ad Alejandro. «Se non è stato così è solo grazie alle preghiere a Dio di “Monseñor”. Siamo qui per ringraziarlo», aggiunge la moglie. La coppia è giunta a Roma insieme ai figli - Emiliano, Rebeca e Luis Carlos -: il regalo della Chiesa salvadoregna alla persona la cui guarigione miracolosa per intercessione di Óscar Arnulfo Romero, come riconosciuto dalla Santa Sede il 6 marzo scorso, ha portato alla canonizzazione odierna dell’arcivescovo martire.

Per la famiglia Rivas Flores - lui tecnico, lei casalinga -, residenti nel quartiere popolare di Mejicanos, è il primo viaggio fuori dal Paese. A renderlo possibile anche il sostegno di alcune persone della comunità neocatecumenale romana - movimento di cui fanno parte -, che li hanno accolti in casa. «I bambini non stanno nella pelle… E nemmeno noi. Parteciperemo alla Messa del Papa in piazza San Pietro. Non l’avrei mai creduto possibile…», aggiunge Alejandro. È stato lui, quella lunga notte dopo aver visto Cecilia in fin di vita, a rivolgersi a Monseñor. «Erano le due del mattino e non potevo dormire. D’un tratto, per caso, ho trovato la Bibbia di mia nonna Rebeca e, fra le pagine, c’era una foto di Romero. Lei gli era tanto devota, a differenza mia. Me ne parlava sempre da bambino. Mi citava brani interi delle sue omelie che ascoltava, ogni domenica, immancabilmente, alla radio. Poi, purtroppo, le troppe bugie “sull’arcivescovo guerrigliero” con cui hanno martellato la mia generazione, mi hanno creato un pregiudizio inconscio nei suoi confronti. In pratica ho iniziato a scoprire questo grande salvadoregno dopo la beatificazione». Quella notte, però, ad Alejandro sono tornate in mente le parole della nonna sul grande amore di Romero per il suo popolo. «Allora l’ho pregato: “So che amavi tanto i salvadoregni. Per favore, ora, intercedi per Cecilia”». L’indomani mattina, quando Alejandro si è recato all’ospedale, ha scoperto che gli organi interni della moglie avevano rincominciato a dare piccoli segni di funzionamento. Una settimana dopo, la donna, ormai fuori pericolo, è stata dimessa.

«Ho sempre creduto nella forza della preghiera. Sperimentarla su di me, però, è stata un’esperienza indescrivibile – conclude Cecilia –. Sono qui con la mia famiglia per pregare San Romero per la Chiesa, che lui tanto amava, e per papa Francesco, affinché lo sostenga nel suo difficile compito. Specie ora. Sono solo un’umile fedele, non ho un’istruzione teologica, ma percepisco, nelle sue parole e nei suoi gesti, la luce di Cristo. Tutti i giorni, in casa, diciamo un’orazione a Monseñor affinché aiuti il Pontefice. E anche tanti amici lo fanno. Nessuno meglio di me sa che Romero ascolta i salvadoregni. E ora cammina al fianco di Francesco».





Sabato, 13 Ottobre 2018

Sabato sera papa Francesco si è recato in visita da Benedetto XVI nel monastero Mater Ecclesiae, dove il Pontefice emerito vive. Una visita alla vigilia dalla canonizzazione di Paolo VI e di altri sei beati, tra cui l’arcivescovo salvadoregno Romero. Un gesto di grande delicatezza verso il suo predecessore, l’ultimo tra i cardinali creati da Montini ancora in vita.

Era il 27 giugno 1977 e da pochi mesi Ratzinger era stato nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga. In quel Concistoro papa Montini creò cardinali anche l’arcivescovo di Firenze, Giovanni Benelli, l’arcivescovo emerito di Cotonou, Bernardin Gantin (all’epoca presidente della Pontificia Commissione “Justitia et Pax”), il vescovo titolare di Miseno, il domenicano Luigi Ciappi (era il teologo della Casa Pontificia). In quella circostanza Paolo VI rivelò anche il nome di un cardinale in pectore, creato nel Concistoro dell’anno precedente: l’amministratore apostolico di Praga, Francesco Tomasek.

Fu l’ultimo Concistoro di Paolo VI, morto il 6 agosto 1978. Ratzinger era stato presente alla cerimonia di beatificazione di papa Montini, avvenuta il 19 ottobre 2014. Con molta probabilità invece non sarà presente domenica in piazza San Pietro. Da qui il gesto di papa Francesco che ha deciso di andarlo a trovare alla vigilia della canonizzazione di Paolo VI.






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