martedì, 27 ottobre 2020
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L'incontro previsto per il 26 ottobre con don Bruno Ferrero è stato annullato per indisposizione del relatore.










Ultime notizie

Martedì, 27 Ottobre 2020

«Sono giornate intense in cui tutti siamo chiamati a quel senso di responsabilità, che è parte essenziale del bene comune. Come Chiesa che è in Italia non ci tiriamo indietro». Dal cardinale Gualtiero Bassetti arriva l’assicurazione al Paese della vicinanza della Chiesa alla gente che in questa nuova fase di crisi non viene certo meno, anzi, si rilancia. Gli italiani devono affrontare un nuovo tempo di prova: «Sono giornate intense che stanno investendo tutto il nostro Paese, in ogni settore. Giornate di sofferenza che sembrano portarci indietro nel tempo».

Introducendo il suo intervento alla presentazione del XV Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, il presidente dell’episcopato italiano ha detto che «l’impegno, la cura, la custodia - ma anche la sofferenza per quanto avviene - delle nostre parrocchie sono una testimonianza viva, impastata con l’ascolto concreto delle ferite e dei drammi. Ascolto che, come comunità cristiana, rivolgiamo a tutti, nessuno escluso».

Bassetti ha ricordato le parole del presidente Mattarella sulle «innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza, sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della comunità».

Si tratta, aggiunge Bassetti, di un «contributo che la pandemia ha reso ancora più manifesto nelle sue dimensioni spirituali, ma anche sociali. Nel fratello sofferente abbiamo riconosciuto il volto del Cristo sofferente, che si fa Eucaristia, cioè dono per tutti, rendendoci fratelli. In questo momento della nostra storia siamo chiamati, ancora di più, a essere “Chiesa in uscita”». Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, presente al Rapporto Migrantes, ha espresso «un ringraziamento particolare».





Martedì, 27 Ottobre 2020

Vanno all’estero forze giovani e vitali, il pezzo migliore dell’Italia, circa 131mila cittadini nel 2019 che fanno salire la quota ufficiale degli italiani all’estero a 5,5 milioni. Numeri, quelli della XV edizione del rapporto Migrantes sugli italiani nel mondo, presentato stamane a Roma, che innescano inesorabilmente riflessioni sul senso di responsabilità a cui si è chiamati anche nei confronti dei migranti che arrivano nel nostro Paese. È appunto questo il ragionamento da cui parte il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, per sottolineare che «le ultime modifiche normative, in discontinuità con il recente passato, contribuiscono a restituire l’immagine di migranti e richiedenti protezione come persone in carne e ossa, vittime di un sistema globale di iniquità economica e politica, di ingiustizia sociale e non come criminali o minacce all’ordine pubblico. La cura di ogni persona migrante, qualsiasi sia la direzione del suo andare e il passaporto in suo possesso, è sempre doverosa». L’auspicio del cardinale adesso, perciò, è che «la stessa cura per i migranti italiani in mobilità, per chi è già all’estero da tempo, per chi è nato all’estero, per chi è partito da poco o per chi ha intenzione».

Partendo dai numeri degli Italiani nel mondo così, il presidente della Cei indica in particolare, «tre nodi da sciogliere». Il primo, «la carenza di un sistema anagrafico che tenga conto di tutti coloro che partono: le prime generazioni e le ultime, chi si è definitivamente stabilito oltreconfine e chi, invece, sperimenta percorsi di mobilità transitori»; il secondo: un sistema di rappresentanza che «va rimodulato, soprattutto a seguito dell’ultima tornata referendaria che ha decretato la riduzione del numero dei parlamentari»; il terzo, la cittadinanza.

Il Rapporto Italiani nel Mondo infatti, sottolinea Bassetti, evidenzia «l’importanza di un riconoscimento che non sia finalizzato all’uso e al consumo personale, al semplice possesso di un passaporto che apra le porte dell’Europa, ma alla definizione di una identità fortemente legata a un territorio in cui ci si riconosce, sebbene non ci si sia nati, e a cui si vorrebbe poter dare il proprio contributo concreto». Anche perché, la conclusione del responsabile dei vescovi, fermare la mobilità umana è «un’utopia, un’illusione. Governarla, guidarla, è invece la chiave di volta per affrontare un fenomeno che altrimenti può creare disagi e malesseri sociali. L’accompagnamento, però, deve prevedere anche il rispetto dei diritti di cui, negli anni, questo nostro Rapporto si è fatto portavoce esemplare: il diritto di migrare, il diritto di restare, il diritto di tornare, il diritto a una vita felice e dignitosa».

Durante la presentazione, a cui è intervenuto anche in videoconferenza il premier Giuseppe Conte, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha inviato un messaggio, ricordando come questo rapporto «mette al centro della sua analisi l’umanità della persona e le complesse ragioni che spingono i singoli a spostarsi, coinvolgendo esperti dei campi più diversi e mettendo quindi in luce la varietà di angolazioni dalle quali si può leggere il fenomeno delle migrazioni italiane e delle sue evoluzioni nel tempo». Dal canto suo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sottolineato che «è nostro dovere costruire le condizioni per garantire» ai giovani italiani che si stanno formando all'estero «la possibilità di tornare in Italia nel breve periodo, arricchiti dal bagaglio di esperienze umane, professionali e culturali maturate fuori dal nostro Paese».

I numeri del rapporto

Al primo gennaio 2020 la popolazione residente in Italia è composta di 60.244.639. Alla stessa data gli iscritti all’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, sono 5.486.081, il 9,1%. In valore assoluto si registrano quasi 198mila iscrizioni in più rispetto all’anno precedente (variazione 3,6%). Perciò se a livello nazionale la popolazione residente si è ridotta di quasi 189mila unità, gli iscritti all’Aire sono aumentati nell’ultimo anno del 3,7% che diventa il 7,3% nell’ultimo triennio.

In particolare nel 2019 (gennaio-dicembre) hanno lasciato l'Italia ufficialmente 131mila cittadini verso 186 destinazioni del mondo da ogni provincia italiana. Complessivamente, le nuove iscrizioni all’Aire nel 2019 sono state 257.812 (di cui il 50,8% per espatrio, il 35,5% per nascita, il 3,6% per acquisizione cittadinanza). «L'Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di paesi altri che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando cioè creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione». È questo, in definitiva, l’allarme che emerge dal Rapporto 2020 Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes.





Martedì, 27 Ottobre 2020

Con una battuta si potrebbe dire che «ha santi in paradiso» il cardinale nominato Marcello Semeraro. Alcuni già sugli altari, come Santa Teresina del Bambino Gesù. Altri in itinere, come il beato Carlo Acutis e il venerabile don Tonino Bello. Ma a lui, dotato di senso ironico, oltre che di solida formazione teologica, le battute piacciono. E ne sorride. Oltre tutto è il nuovo prefetto della Congregazione delle cause dei santi (dicastero vaticano di cui da oltre 10 anni è membro). E Teresa, Carlo e don Tonino corrispondono in pratica alle tre fasi della sua vita. Al giovane recentemente beatificato, ad esempio, monsignor Semeraro affida questo nuovo ministero al quale il Papa lo ha da poco chiamato.

«La mia prima reazione è stata di sorpresa – dice –. Proprio non me lo aspettavo. E poi di gratitudine al Santo Padre per la sua fiducia. Gli ho anche chiesto: “Santità, ma ne sarò capace? Cambiare ancora a quasi 73 anni non è facile”. Mi ha risposto: “Anch’io ho cambiato a 76 anni. Confida nel Signore'». Perciò il nuovo prefetto si è rivolto all’intercessione di Acutis. «Recentemente mi è stata donata un’icona in cui un giovane monaco porta sulle sue spalle un confratello anziano. L’ho trovata una bella immagine e spero che il giovane beato sia per me un sostegno». Nato a Monteroni, diocesi di Lecce, il 22 dicembre 1947, sacerdote dal 1971 e vescovo dal 1998 (prima a Oria, in Puglia, quindi ad Albano, dal 2004), Semeraro ha vissuto la prima parte del suo sacerdozio come docente di ecclesiologia nel Seminario regionale pugliese di Molfetta e alla Pontificia Università Lateranense. E proprio a Molfetta ritrova il conterraneo monsignor Bello, al quale lo legava una solida amicizia. Qualche anno dopo la sua morte, nella prefazione a un libro, scrisse di lui che «contagiava quasi a pelle, perché era un testimone». Ora ricorda: «Parlavamo in dialetto salentino e per me è sempre stato un punto di riferimento. Ho avuto l’onore di essere il censore dei suoi scritti nella causa di beatificazione. Spero, con l’aiuto del Signore, di poterla concludere». Di quegli anni fecondi di insegnamento gli allievi ricordano l’amore per la Chiesa, che trasmetteva con le sue lezioni e la speciale predilezione per Paolo VI. «Freddo (cioè lucido, ndr) di testa e caldo di cuore», dicevano del professor Semeraro, per la passione con cui insegnava. Una passione che si sarebbe trasferita anche nel ministero episcopale dapprima nella sua Puglia, quindi in un contesto completamente differente come quello di Albano, che fino alla nomina del successore continuerà a servire come amministratore apostolico.

Ma qui entra in campo un altro - anzi un’altra - dei suoi «santi in paradiso»: Santa Teresina del Bambino Gesù. «Non ne ero un fervente devoto – racconta Semeraro –, ma durante i lavori del Sinodo dei vescovi del 2001, dedicati proprio al ministero del vescovo, trovai nell’aula un reliquiario che conteneva una sua reliquia. Avvertii la segreteria del ritrovamento, ma nessuno la “reclamò” e così è rimasta a me e da quel momento non me ne sono mai più separato. La nomina a vescovo di Albano (nella cui Cattedrale è custodita una sua statua) mi è arrivata il 1° ottobre del 2004, sua festa liturgica, e proprio lo scorso 1° ottobre il Papa mi chiamò per annunciarmi la sua intenzione di nominarmi prefetto della Congregazione delle Cause dei santi. Non le considero semplici coincidenze». Sotto la protezione di Santa Teresina, negli anni di Albano (in cui, ha ricoperto anche la carica di presidente di Avvenire e durante i quali, come ha scritto egli stesso nell’editoriale di congedo sul mensile diocesano Millestrade, «abbiamo maturato il senso di una pastorale generativa») intenso è stato il rapporto di monsignor Semeraro sia con Benedetto XVI, sia con Francesco, che lo ha voluto segretario dell’organismo per la riforma della Curia e che gli fece anche la sorpresa di presenziare al suo 70° compleanno. Testimone dello storico primo incontro tra il Papa emerito e l’attuale Pontefice (la foto che li ritrae tutti e tre insieme è stata commentata a suo modo perfino dall’umorista Osho), anche di recente - venerdì scorso - il vescovo ormai emerito di Albano ha incontrato a Castel Gandolfo (che si trova nel territorio della diocesi) papa Ratzinger che vi ha trascorso una mezza giornata, passeggiando in carrozzina nei giardini e recitando il Rosario. «Abbiamo conversato per quasi mezz’ora – racconta – e l’ho trovato lucido come sempre. Per me è stato commovente e di gran conforto anche in vista dei prossimi impegni».





Martedì, 27 Ottobre 2020

«No, non lo considero un premio. Il Papa non lo concepisce così. Se lo pensiamo vuol dire non aver capito niente. Fino ad ora mi dovevo occupare della Chiesa di Siena adesso certamente dovrò avere uno sguardo sulla Chiesa universale, non so ancora come ma certamente è questa l’attenzione che il Papa chiede ai suoi cardinali, di essere con lui i portatori di un peso ancora più grande».

Così ha accolto la nomina a cardinale l’arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino, Augusto Paolo Lojudice. 'Romano de Roma', 56 anni, don Paolo come «assolutamente anche ora», vuole essere chiamato, ha svolto il suo servizio pastorale sempre nella Capitale e spesso in quartieri difficili di periferia. Ordinato sacerdote nel 1989, parroco a Santa Maria Madre del Redentore nel quartiere di Tor Bella Monaca, e a San Luca Evangelista nel quartiere Prenestino, direttore spirituale nel Pontificio Seminario Romano Maggiore, è ordinato vescovo nel 2015 come ausiliare per il Settore Sud della diocesi di Roma. È noto il suo impegno concreto con immigrati, rom, poveri, gli incontri sulla strada con le giovani prostituite, le iniziative per la legalità nella zona di Ostia a forte presenza mafiosa. Ma non ama essere definito un prete di strada. «Si tratta di essere preti e basta. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Non è che a uno piace una cosa e all’altro piace un’altra. A noi deve piacere il Vangelo. Poi ognuno ha la sua sensibilità e il suo carattere. Ma appartiene al Vangelo in quanto tale».

Don Paolo come ha saputo della nomina?

Lunedì scorso avevo incontrato il Papa per un’udienza dopo un anno di presenza a Siena. Abbiamo parlato un po’ di tutto, molto serenamente. Ma della nomina nulla. La notizia mi è arrivata dalla televisione.

Quando lo ha capito quale è stato il primo pensiero?

«E ci mancava pure questo!». Nel senso che di solito non mi annoio, ma come si è fatto altro si farà anche questo. Con grande serenità. Mi sto chiedendo quale tipo di impegno mi sarà chiesto. Vedremo. Ne parleremo.

Poi lo ha sentito il Papa?

Ancora no. Perché la vita continua, è stata una giornata piena. Qui la preoccupazione è stata subito «e allora se ne va». Mi fermano per strada per chiedermelo. No, non me ne vado. Non è assolutamente previsto perché non è nello stile di papa Francesco. Da Roma invece mi telefonano, «ora ritorna a Roma». Rispondo che è molto più probabile che resti a Siena. Il Papa vuole che ci restiamo in modo più forte, più impegnato.

Una maggiore responsabilità?

Papa Francesco ci ha ripetuto tante volte che il cardinalato non è un privilegio che tante volte, purtroppo, la storia e le situazioni hanno creato. Se siamo onesti lo dobbiamo dire. Anche di fronte agli scandali lui immagina una Chiesa diversa, secondo il Vangelo. Non è una fissazione, vuole solo portare la Chiesa a essere evangelica pienamente, non solo in teoria ma anche in pratica.

Dalle periferie come Tor Bella Monaca al cardinalato. È un percorso lineare?

Io lo sento così. Ho sempre cercato di essere me stesso dovunque sono stato. C’è stato un po’ di tutto nella mia vita, ma cerco di riportare tutto al fatto che comunque si parte dai poveri che sono un punto di osservazione fondamentale, come gli occhi dei bambini che sono i più poveri dei poveri.

Ora potrebbe tornare più spesso a Roma.

Mi fa intanto piacere tornare titolare di una chiesa romana. È la mia città, il mio mondo. Non ho mai finto di essere senese, non sarebbe tollerato. Quello che conta, ovunque sono stato, è mettersi dentro le cose. Conosci, capisci e poi le bellezze vengono fuori. Basta volerlo.

La Chiesa romana è attraversata da momenti difficili, e c’è chi sta provando ad approfittarne per attaccare il Papa. Pensa che le scelte dei cardinali siano un segnale chiaro?

Assolutamente. Credo che sia questo il punto. Il pensiero di papa Francesco è chiaro. Lo manifesta con le parole, col suo stile di vita, con le sue scelte. Speriamo di essere all’altezza di queste scelte.





Martedì, 27 Ottobre 2020

La Chiesa Cattolica consolida la scelta di gestire le risorse finanziarie con criteri di sostenibilità ambientale, sociale e di governance. L’attenzione ai fattori cosiddetti etici (ESG: Environmental, Social e Governance) e non solo ai criteri economico-finanziari, è ormai pratica consolidata nei mercati, ma i concetti di sostenibilità ed etica, così eterogenei fra di loro, non hanno standard ben definiti e condivisi. Proprio per rispondere a tale esigenza, la Cei offre una bussola da seguire.

Del resto, la finanza sostenibile ESG è ormai una realtà sul piano internazionale e vale oltre un terzo del Pil globale (circa 31 trilioni di dollari). Nello specifico, le Commissioni episcopali per il Servizio della carità e della salute e per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei hanno pubblicato il documento “La Chiesa Cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance”. Si tratta di uno strumento concreto di indirizzo per investire responsabilmente le risorse finanziarie della Chiesa e degli enti ecclesiastici presenti nel Paese, oltre che un contributo decisivo nel cammino di trasparenza e informazione su come la Chiesa governa le attività economiche.


Report sociali
Nummus.info fornisce quelle informazioni non finanziarie che permettono di integrare le scelte d’investimento con l’aspetto sostenibile e sociale attraverso report operativi.
La società trentina si avvale della ricerca ESG di MSCI ESG Research che mette a disposizione analisi derivanti da MSCI riguardanti il rating ESG, l’impatto sostenibile e le emissioni di CO2 e analisi personalizzate tramite una piattaforma proprietaria.

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Ai 17 obiettivi ESG dell’Onu (che vanno dal superamento della povertà alla lotta contro il cambiamento climatico) il documento della Cei affianca altre finalità: proteggere la vita e la dignità umana in tutte le sue forme, favorire l’emancipazione del lavoro femminile, sostenere la famiglia con figli e le relative politiche di welfare, ridurre la produzione di armi, perseguire la giustizia economica e incoraggiare la responsabilità aziendale. Il documento, presentato ieri, è il frutto di quattro anni di approfondimenti effettuati con il contributo di studiosi ed esperti: «I punti di riferimento di quel lavoro erano molteplici, dai documenti analoghi già pubblicati da altre Conferenze episcopali nazionali alla crescente sensibilità verso investimenti con attenzione all’ambiente, al sociale e alla governance, fino al documento della Santa Sede Oeconomicae et pecuniariae quaestiones », ha spiegato Stefano Russo, segretario generale della Cei. Mauro Salvatore, economo dalla Cei, parla di linee che costituiscono «un prontuario affidabile» per la gestione delle risorse economiche da parte delle realtà ecclesiali nel mondo economicofinanziario.

Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro ricorda che «la finanza va riportata al suo ruolo sociale » ed evidenzia come il testo Cei si inserisca in percorso che la Chiesa italiana sta portando avanti da tempo: «È frutto di un lavoro sinodale, raccoglie istanze molto sentite negli uffici della Cei, delle diocesi, negli economati».

Per l’arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente di Caritas italiana e della Commissione episcopale per il Servizio della carità e la salute, il documento è importante sotto diversi aspetti: «Ha valore profetico e valori ideali, ma va molto nel concreto dando indicazioni sui criteri con cui la Chiesa e chi condivide questo approccio etico può investire». In quest’ottica, rientra anche la cooperazione con Nummus. info, società trentina che si propone come 'certificatore' degli investimenti che rispettano i principi della finanza sostenibile e della Dottrina sociale della Chiesa. Nummus.info fornisce informazioni non finanziarie che permettono di integrare le scelte d’investimento con l’aspetto sostenibile e sociale attraverso report operativi in grado di evidenziare quelle società 'a rischio' o che potrebbero essere coinvolte in attività problematiche che non soddisfano i principi etici dell’investitore.





Lunedì, 26 Ottobre 2020

Tredici nuovi cardinali, di cui sei italiani, verranno creati in un concistoro fissato per sabato 28 novembre, vigilia della prima domenica di Avvento. Lo ha annunciato oggi papa Francesco al termine della preghiera dell’Angelus.

Nove, di cui tre italiani, hanno meno di ottanta anni, e quindi con il dritto di partecipare al Conclave. Si tratta del vescovo maltese Mario Grech, 63 anni, segretario generale del Sinodo dei vescovi, degli italiani Marcello Semeraro, 73 anni, vescovo emerito di Albano, da pochi giorni prefetto della Congregazione delle Cause di Santi, Paolo Augusto Lojudice (56 anni, arcivescovo di Siena-Colle Val d'Elsa-Montalcino ed ex ausiliare di Roma) e padre Mauro Gambetti (55 anni fra due giorni, conventuale, Custode del sacro Convento di Assisi), dello statunitense Wilton D. Gregory, 73 anni, arcivescovo di Washington (il primo cardinale di colore degli Usa), dell’arcivescovo di Kigali in Rwanda Antoine Kambanda, 62 anni, dell’arcivescovo di Capiz nelle Filippine José F. Advincula, 68 anni, dell’arcivescovo di Santiago del Cile Celestino Aos Braco (75 anni, cappuccino, spagnolo di nascita), e del vicario apostolico di Brunei Cornelius Sim, 69 anni.

A questi nuovi porporati elettori papa Francesco aggiungerà anche quattro non elettori, di cui tre italiani. Si tratta del vescovo emerito di San Cristobal de Las Casas in Messico Felipe Arizmendi Esquivel, 80 anni, del nunzio Silvano M. Tomasi (80 anni, scalabriniano), del parroco del Divino Amore a Roma monsignor Enrico Feroci (80 anni, già direttore della Caritas diocesana) e di padre Raniero Cantalamessa, 86 anni, cappuccino, dal 1980 predicatore della Casa Pontificia.

La nomina di sei ecclesiastici della Penisola è stata accolta con gioia con la Chiesa italiana. “Esprimo gratitudine al Santo Padre per aver chiamato sei confratelli nel sacerdozio ad aiutarLo nel servizio alla Chiesa universale. Le Chiese che sono in Italia affidano al Signore i nuovi cardinali”, ha dichiarato il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei. I nuovi porporati annunciati, ha aggiunto, “sono frutto e dono delle nostre comunità”. “Conosco ciascuno di loro – ha proseguito il cardinale Bassetti – e sono certo che sapranno vivere questa nuova responsabilità con intensità e umiltà. Il Cardinalato - ci ricorda il Santo Padre - non significa una promozione, né un onore, né una decorazione; semplicemente è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore. A nuovi cardinali l’amicizia e l’affetto dell’Episcopato italiano, insieme al ricordo nella preghiera”.
"Scherzi da Papa", sono state queste poi le prime parole pronunciate dal neo cardinale eletto fra Mauro Gambetti a pochi minuti dall'annuncio della sua nomina. "Accolgo con riconoscenza e gioia questa notizia in spirito di obbedienza alla Chiesa e di servizio all'umanità in un tempo così difficile per tutti noi. Affido a San Francesco il mio cammino e faccio mie le sue parole di fratellanza. Un dono che condividerò con tutti i figli di Dio in un percorso di amore e compassione verso il prossimo nostro fratello”.

"A nome dei vescovi toscani - si legge in un messaggio del cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze - esprimo gratitudine al Papa per aver voluto onorare le nostre chiese con la nomina cardinalizia di monsignor Lojudice e mi rallegro con l’arcivescovo di Siena certo che le sue doti umane, spirituali e pastorali e la sua esperienza, prima a Roma e ora in Toscana, gli permetteranno di offrire al Santo Padre una valida collaborazione nella guida della Chiesa universale". Con la nomina di Lojudice quella toscana diventerà l'unica regione ecclesiastica italiana con due sedi diocesane con a capo un porporato. Siena non aveva un cardinale arcivescovo dal 1823 (Antonio Felice Chigi-Zondadari).

“Una notizia improvvisa – ha commentato l’arcivescovo di Siena, Augusto Paolo Lojudice – solo pochi giorni fa ho avuto l’onore di poter conferire con papa Francesco, durante il colloquio, però, non è mai saltata fuori la possibilità che potessi diventare cardinale. Sono onorato, la notizia, come tutti, l’ho appresa durante l’Angelus e sono rimasto quasi impietrito. Ho sentito diverse voci relativamente a una mia presunta partenza, non è assolutamente vero. Resterò a Siena, se c’è una cosa che abbiamo capito durante l’operato di sua Santità, è quella di avere la capacità di stravolgere tutti i piani, decidendo di testa sua. Per questo abbiamo già assistito a nomine fuori dalla cosiddette sedi cardinalizie”.

Con Lojudice nel Collegio cardinalizio ci sarano due elettori "romani di Roma". L'altro è l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi. E' dagli anni Settanta del secolo scorso che non succedeva. Un altro porporato annunciato oggi, l'ultraottantenne Feroci, pur essendo originario di Pizzoli (AQ) appartiene al clero romano.

Attualmente i porporati sono 219, 120 dei quali (escludendo il cardinale Angelo Becciu) hanno diritto di voto in un eventuale Conclave. Il 12 novembre compirà ottanta anni l'emerito di Washington Donald W. Wuerl. Con il concistoro del 28 novembre quindi i cardinali diventeranno 232, di cui 128 elettori, otto in più rispetto al limine massimo stabilito da Paolo VI ma più volte superato dai suoi successori. I porporati elettori torneranno ad essere in 120 al massimo in quindici mesi, nell'aprile 2022 (nel 2021 compiranno 80 anni in sei, mentre saranno in 11 nel 2022, di cui tre nei primi quattro mesi dell'anno).

Dopo il prossimo Concistoro i cardinali elettori creati da Papa Francesco saranno 73, 39 quelli di Benedetto XVI e 16 quelli di Giovanni Paolo II. Gli europei saranno 53 (di cui 22 italiani), i latinoamericani 24 (computando Aaos Braco), gli africani 18, gli asiatici 16, i nordamericani 13, 4 i provenienti dall'Oceania. Dopo quella italiana (22) la componente più nutrita continuerà ad essere quella statunitense (9) seguita da quella spagnola (6). Brasile, Canada e Francia ne hanno 4. Germania, India, Messico, Polonia e Portogallo 3.

Nel periodo successivo ai Patti Lateranensi, che avevano restituito alla Santa Sede la piena libertà per le nomine episcopali della Penisola, si era consolidata la tradizione che in Italia oltre al vicario di Roma fossero otto le diocesi che prevedessero la porpora: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli e Palermo. Con Papa Francesco questo automatismo è saltato. Comunque al momento il numero di cardinali residenziali italiani è sostanzialmente in linea con il passato. Su 22 porporati elettori provenienti dalla Penisola, dieci sono residenziali: gli emeriti di Genova, Milano con gli ordinari di Firenze e Napoli - nominati prima del 2013 - e poi gli ordinari di Agrigento, Bologna, L'Aquila, Perugia, Roma (vicario), e, ora, Siena, designati da Papa Francesco.

Dopo il 28 novembre Papa Francesco avrà creato complessivamente - in sette concistori - 79 cardinali elettori, tra i quali 14 italiani e 15 curiali. Lojudice e Gambetti diventeranno rispettivamente il quarto e terzo cardinale più giovane del Sacro Collegio (dopo il centrafricano Dieudonné Nzapalainga, 53 anni, e il portoghese curiale José Tolentino de Mendonca, 55 anni a dicembre. Gambetti viene preconizzato tra i cardinali elettori senza essere ancora vescovo. Una circostanza piuttosto rara. Mai avvenuta con Benedetto XVI, accaduta una volta con Giovanni Paolo II (padre Roberto Tucci che però compì 80 anni meno di due mesi dopo aver ricevuto la berretta) e più volte con Paolo VI (ad esempio con Charles Journet, con i padri Giulio Bevilacqua e Jean Danielou e da ultimo con padre Luigi Ciappi nel 1977, tutti comunque consacrati vescovi prima del concistoro di nomina). Presumibilmente a padre Gambetti, che come Custode scade a febbraio, verrà affidato un nuovo incarico.

Con il nuovo Concistoro avremo per la prima volta un cardinale in Rwanda e nel sultanato del Brunei che è uno dei pochi Paesi a non avere rapporti diplomatici con la Santa Sede e dove è applicata rigidamente la sharia. La porpora arriverà per la prima volta anche nell'arcidiocesi di Capiz. In passato le Filippine avevano avuto cardinali solo a Manila e Cebu. Grech poi sarà il terzo cardinale maltese della storia, dopo l'omonimo agostiniano Prosper (1925-2019) e Francesco Sceberras Testaferrata (1757-1843).

Per quanto riguarda i cardinali appartententi al clero religioso nel nuovo concistoro ce ne saranno quattro: tre della famiglia francescana (due cappuccini - il votante Aos Braco e il non elettore Cantalamessa - e il conventuale Gambetti, votante) più lo scalabriniano, non votante, Tomasi. Dopo il 28 novembre quindi ci saranno 51 cardinali appartenenti a istituti religiosi, di cui 29 votanti. Tra questi ultimi salesiani saranno sempre 5, i gesuiti 4, mentre i cappuccini passeranno da 1 a 2 raggiungendo spiritani e domenicani. Prima di Gambetti gli ultimi cardinali appartenenti all'ordine dei francescani conventuali risalgono all'Ottocento: il romagnolo Antonio Francesco Orioli (1778-1852) e il siciliano Antonio Maria Panebianco (1808-1885), entrambi ebbero incarichi nella Curia romana.

Infine il peso della Curia. Anche se di poco, continua a scendere. Dopo il 28 settembre i cardinali curiali, ex curiali o con uffici assimilabili saranno 29 su 128, con un terzo di che ha già superato i 75 anni.





Domenica, 25 Ottobre 2020

Durante l'Angelus di domenica 25 ottobre, papa Francesco ha riletto il dialogo tra Gesù e il dottore della legge al centro del Vangelo odierno. Gesù, spiega il papa, «supera il trabocchetto» che gli pone l'interlocutore, ovvero portarlo dentro la disputa sulla «gerarchia delle prescrizioni».

Gesù, prosegue il papa, unisce i due grandi precetti che Dio ha dato al suo popolo tramite Mosè: amare Dio e amare il prossimo. E spiega: da un lato «la vita morale non può ridursi a una obbedienza ansiosa e forzata», dall'altro la carità fraterna deve essere fatta di gesti concreti, fattivi, non teorici. «Ci annoiamo ad ascoltare, non ci annoiamo mai di parlare», è il monito di papa Francesco circa il precetto dell'amore verso il prossimo.

Tornando al rapporto con Dio, che è in relazione costante con il rapporto con il prossimo, Francesco invita a valorizzare di più la «preghiera di adorazione», che «spesso trascuriamo» ma è «il nocciolo della preghiera».

Dopo la preghiera dell'Angelus e la benedizione, il papa ha voluto rivolgere un pensiero alla Nigeria: «Seguo con particolare preoccupazione le notizie che giungono dalla Nigeria, circa gli scontri violenti avvenuti di recente tra le Forze dell’ordine e alcuni giovani manifestanti. Preghiamo il Signore affinché si eviti sempre ogni forma di violenza, nella costante ricerca dell’armonia sociale attraverso la promozione della giustizia e del bene comune».





Domenica, 25 Ottobre 2020

Anche il Dpcm del 24 ottobre, firmato dal premier Giuseppe Conte, conferma la validità delle misure già in vigore per lo svolgimento delle funzioni religiose e l'accesso ai luoghi di culto.

All'articolo 1, comma p, si specifica che "l'accesso ai luoghi di culto avviene con misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro".

Al comma q, il Dpcm conferma: "Le funzioni religiose con la partecipazione di persone si svolgono nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal Governo e dalle rispettive confessioni di cui agli allegati da 1, integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico, a 7".

Rispetto al precedente Dpcm del 13 ottobre, di analogo tenore, nel nuovo Dpcm del 24 ottobre si esplicita con ulteriore chiarezza che sono valide anche le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico arrivate successivamente alla stipula dei Protocolli.

A seguito del Dpcm del 13 ottobre, il direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana, Vincenzo Corrado, diede una precisazione alla stampa valida anche per interpretare il nuovo Dpcm:

“Il Dpcm del 13 ottobre 2020 sulle misure di contrasto e contenimento dell’emergenza Covid-19 lascia invariato quanto previsto nel Protocollo del 7 maggio circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo. Esso rimane altresì integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico, già trasmesse nel corso dell’estate. Tra queste, a titolo esemplificativo: guanti non obbligatori per il ministro della Comunione che però deve igienizzarsi accuratamente le mani; celebrazione delle Cresime assicurando il rispetto delle indicazioni sanitarie (in questa fase l’unzione può essere fatta usando un batuffolo di cotone o una salvietta per ogni cresimando), la stessa attenzione vale per le unzioni battesimali e per il sacramento dell’Unzione dei malati; reintroduzione dei cori e cantori, i cui componenti dovranno mantenere una distanza interpersonale laterale di almeno 1 metro e almeno 2 metri tra le eventuali file del coro e dagli altri soggetti presenti (tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet. L’eventuale interazione tra cantori e fedeli deve garantire il rispetto delle raccomandazioni igienico-comportamentali ed in particolare il distanziamento di almeno 2 metri); durante la celebrazione del matrimonio gli sposi possono non indossare la mascherina; durante lo svolgimento delle funzioni religiose, non sono tenuti all’obbligo del distanziamento interpersonale i componenti dello stesso nucleo familiare o conviventi/congiunti, parenti con stabile frequentazione; persone, non legate da vincolo di parentela, di affinità o di coniugio, che condividono abitualmente gli stessi luoghi dove svolgono vita sociale in comune. Nelle settimane in cui le Diocesi riprendono le attività pastorali, la Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana assicura un’interlocuzione costante con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero degli Interni e il Comitato tecnico-scientifico, per monitorare il quadro epidemiologico e l’evoluzione della pandemia”.





Domenica, 25 Ottobre 2020

Anche in Italia i laici guideranno una liturgia della Parola nelle domeniche e nelle feste di precetto? Oppure amministreranno il battesimo? O celebreranno i funerali? E ancora. Assisteranno ai matrimoni su delega del vescovo? E predicheranno in chiesa (ma non a Messa)? Non è questo il futuro della parrocchia nella Penisola. Almeno nell’immediato, grazie al cielo. E non lo prospetta l’Istruzione vaticana sulla “conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa” uscita a luglio. Perché la scelta di affidare a un “non prete” alcune azioni liturgiche «rappresenta una forma straordinaria cui si può ricorrere in contesti molto distanti ecclesialmente da quello del nostro Paese», spiega don Armando Sannino, docente di teologia della parrocchia al Pontificio Istituto Pastorale “Redemptor Hominis” dell’Università Lateranense a Roma. Don Sannino ha scandagliato nel dettaglio il volto della parrocchia italiana e lo racconta nel volume Nuova immagine di parrocchia. Un modello di rinnovamento( Lateran University Press; pagine 384; euro 34). «Le eccezioni presenti nel recente documento della Congregazione per il clero non sono una novità e il testo non apre scenari nuovi – afferma il docente –. Si tratta di opzioni pastorali immaginate per aree del mondo dove la mancanza di sacerdoti è conclamata. L’Italia, che pure soffre per la riduzione del clero, vive altre tipologie di criticità che non giustificano l’adozione di queste modalità ». Anche il caso di avere la Messa ogni due domeniche, alternata con una liturgia della Parola, non si concilia con il Belpaese. «Sarebbe un errore adottare tale soluzione unicamente per risvolti pratici – riferisce don Sannino –. Del resto in Italia le Messe festive sono celebrate con sostanziale capillarità, nonostante gli evidenti disagi di alcuni presbiteri che per soddisfare tante necessità devono sottoporsi a veri e propri tour per raggiungere le varie chiese».


Il teologo Sannino: rinnovarsi curando le relazioni e collaborando di più Non bastano input dall’alto o lettere dei vescovi «Le diocesi accompagnino le comunità perché incontrino la gente»

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Cambiare si può

È ben altro ciò di cui ha bisogno la parrocchia nella Penisola per togliersi «quelle ruggini che ha accumulato», come le definisce il teologo, e per continuare a essere «fontana del villaggio », secondo la celebre definizione di Giovanni XXIII. «Le nostre comunità – avverte il sacerdote – sono consapevoli della necessità di un rinnovamento ma ancora stentano a trovare le vie per declinarlo nel concreto. Uno stallo che porta a una pastorale ancora molto centrata sulla preparazione ai sacramenti e sulla loro celebrazione. La prassi sacramentale, pur rimanendo un tesoro inestimabile per la parrocchia, andrebbe, però, collocata in un’azione globale che ha come fulcro l’evangelizzazione. Infatti, mancando un’effettiva spinta missionaria, si fa fatica a incidere sul vissuto della gente che in massima parte non ha familiarità con le stanze ecclesiali e quindi con il Vangelo». Di fatto all’ombra del campanile c’è carenza di «progettualità », parola chiave secondo il docente. Che chiarisce: «Non basta fornire indicazioni dall’alto. Non ci si può fermare ai documenti o alle lettere pastorali di un vescovo. Occorre accompagnare le parrocchie perché le istanze di rinnovamento siano tradotte nel quotidiano. Tocca quindi alle diocesi attrezzarsi per essere accanto alle comunità e favorire la loro conversione in senso missionario ». Come? «Ad esempio, passando dagli slogan a veri e propri laboratori pastorali che coinvolgano i sacerdoti e gli operatori pastorali per creare o consolidare una rete di collegamento fra tutti gli abitanti della parrocchia. Perché oggi l’annuncio del Vangelo non può limitarsi agli amboni o alle locandine affisse magari negli atri dei condomini. Una strategica azione pastorale deve aiutare la parrocchia a risvegliare il coinvolgimento e il senso di appartenenza attraverso un’effettiva cura delle relazioni, da cui passa la trasmissione della fede. E ciò va fatto anche ricorrendo alla Rete e ai social network che andrebbero sempre di più utilizzati».

Oltre il campanile

Niente marketing pastorale, comunque. «Compito della comunità non è vendere un prodotto ma proporre la vita nuova in Cristo che va accolta con libertà interiore». Elemento fondamentale resta il territorio che fa essere la parrocchia una “casa fra le case”, come dice l’Istruzione. «Se questa dimensione ha prima di tutto implicazioni giuridiche legate al diritto canonico – sottolinea il teologo – il documento vaticano parla del territorio anche come spazio esistenziale che va oltre le delimitazioni geografiche. Allora, per progettare il domani, la parrocchia non può avere una visione statica del territorio ma deve assumere una prospettiva dinamica che tenga conto di una società dove la mobilità ha modificato abitudini e stili di vita e che vede tante persone, più che dimorare in una zona, transitarvi o sceglierla. Ecco perché diventa vitale la collaborazione fra le parrocchie per essere maggiormente capaci di situarsi, in una logica di incarnazione, in contesti dove il territorio non risponde più a caratteristiche omogenee». Comunità senza confini, quindi? «Direi comunità aperte, che non si ritengono autosufficienti e che sono in grado di dare una lettura teologica del territorio cogliendo il passaggio di Dio fra il popolo», suggerisce il docente. L’Istruzione pone l’accento sulle aggregazioni fra parrocchie, come le unità pastorali, sempre più diffuse in Italia, ma anche i decanati o le foranie. «Guai se le riduciamo a formule di ingegneria pastorale per fronteggiare la carenza dipresbiteri: in prospettiva sarebbero destinate al fallimento – sostiene lo studioso –. Prima di adottare qualsiasi denominazione giuridica, la sinergia fra le parrocchie ha bisogno di un’attenta lettura della realtà, con i suoi problemi e le sue potenzialità. Spesso, invece, si assiste a scelte che sono più che altro frutto di un’impostazione ideologica e non di un’analisi del vissuto concreto».

I laici? Non finti preti

Guida della comunità è il sacerdote, ribadisce l’Istruzione. No, quindi, al laico “co-parroco” o “responsabile parrocchiale”. «Dietro c’è una motivazione teologica, non solo pratica. È intorno alla mensa del Signore che la vita comunitaria trova la sua massima espressione. Il sacerdote, presiedendo l’Eucaristia, ricorda a tutti che ogni processo pastorale ha come obiettivo quello di crescere nella comunione in Cristo del quale i ministri sacri sono segno sacramentale ». Una prospettiva che non favorisce certo visioni distorte sul ruolo dei laici. «Non si tratta di farne dei finti preti – conclude don Sannino –. E l’Istruzione non vuole frenarne il contributo. Anzi, nell’ottica della corresponsabilità, sono il motore di un nuovo dinamismo pastorale ma nel rispetto della loro identità e vocazione. Richiamando un concetto caro a papa Francesco, diremmo che va costruita una parrocchia sinodale».







Domenica, 25 Ottobre 2020

«Padre Pio era con gli 'arditi neri' al massacro di San Giovanni». Con questo titolo il quotidiano socialista 'Avanti!' del 2 aprile 1961 ricostruiva l’eccidio di San Giovanni Rotondo del 14 ottobre 1920, quando in piazza Municipio vennero uccise 14 persone e più di 60 restarono ferite. L’articolo a firma di Giancarlo Smidile veniva scritto nel pieno della 'seconda persecuzione' contro Padre Pio, allora accusato di immoralità, affarismo e superstizione, posizione sostenuta da alcune autorità religiose e da una parte dell’opinione pubblica. In risposta alle accuse dell’Avanti! era intervenuto 27 anni dopo lo storico don Giosuè Fini con la pubblicazione «Precisazioni sull’eccidio di San Giovanni Rotondo del 14 ottobre 1920», edita dalla casa editrice Leone di Foggia.

La ricerca di Fini partiva dalla necessità di chiarire una volta per tutte l’estraneità di Padre Pio in quella tristissima vicenda. Da precisare che Giovanni Paolo II era stato a San Giovanni Rotondo il 24 maggio 1987 e si era inginocchiato in preghiera sulla tomba del futuro santo, testimoniando concretamente la sua personale devozione al frate di Pietrelcina. Rispetto ai fatti del 1920, toccò a Giosuè Fini stabilire la verità storica contro le presunte calunnie dei socialisti, che vedevano in Padre Pio l’ispiratore di un gruppo politico denominato gli 'Arditi di Cristo', allora accusati in Parlamento dal deputato Michele Maitilasso di aver provocato i manifestanti costringendo così le forze dell’ordine a sparare contro la folla inerte. Era, quello, un periodo di grandi tensioni sociali che va sotto il nome di 'biennio rosso'.

A San Giovanni Rotondo le elezioni del 1920 erano state vinte dai socialisti, che al momento di insediarsi nel municipio trovano la via sbarrata dai carabinieri ai quali era stato ordinato di impedire l’esposizione della bandiera rossa dal balcone comunale. Nei disordini che ne seguirono restarono a terra 13 lavoratori e il carabiniere Vito Imbriani. In realtà, gli 'Arditi di Cristo' contraddistinti da un 'gagliardetto nero con lo stemma pontificio' non sono mai esistiti.

A quel tempo, spiegherà lo storico Raffaele Mascolo, vi erano i cosiddetti 'Arditi d’Italia', un gruppo nato in seno alla sezione Mutilati e Combattenti che portavano un gagliardetto nero. Dunque, nessun partito di Padre Pio, né tanto meno la sua presenza o partecipazione alla manifestazione di piazza del 14 ottobre. «Ero uno studente del Seminario serafico del Convento di San Giovanni Rotondo, allora diretto da Padre Pio», raccontava al cronista il compianto Matteo Mangiacotti (è morto nel febbraio 1999), console emerito a New York e direttore generale del ministro degli Esteri.

Aveva incontrato Padre Pio nel 1918, pochi mesi prima della sua stimmatizzazione, ed era rimasto allora sorpreso nel vedere quel giovane soldato appena congedato dall’ospedale di Napoli vestire l’abito cappuccino. «La mattina dell’eccidio ero anch’io in piazza Municipio per quella che sembrava una giornata di festa con la banda musicale venuta dalla vicina San Marco in Lamis», è il racconto del console Mangiacotti. E continua: «Quando all’improvviso ho sentito colpi di arma da fuoco e visto gente che scappava terrorizzata, istintivamente mi sono diretto verso il Convento correndo come un forsennato. Padre Pio era vicino l’olmo del piazzale e pregava intensamente. Piangendo mi sono rifugiato nel suo abbraccio cercando di raccontargli quanto stava accadendo in paese. Lui stringendomi forte: 'Preghiamo, perché non sanno il male che stanno facendo', mi diceva mentre si udivano ancora in lontananza gli spari sordi dei fucili ».

All’epoca dei fatti Padre Pio era già conosciuto per via delle stimmate e della fama di santità ed era al centro di un’intensa devozione popolare. Tra i devoti vi erano i reduci di guerra, che già nell’estate di quello stesso anno erano stati in prima linea quando si è trattato di sventare un primo tentativo di allontanare il frate da San Giovanni Rotondo. Scrive Giosuè Fini: «Le sezioni dei Mutilati e dei Combattenti erano all’avanguardia nel promuovere le manifestazioni popolari per impedire l’allontanamento del caro Padre da San Giovanni Rotondo, ordinato dalle supreme autorità religiose». Un legame speciale che si spiegava con la miracolosa guarigione della moglie del presidente della Sezione Mutilati, Michele Mondelli, ma più di ogni altra considerazione con l’amore disinteressato dei sangiovannesi per il monaco santo Padre Pio, che aveva chiesto ai superiori di poter restare a San Giovanni Rotondo, perché lì doveva realizzarsi un disegno che la Provvidenza aveva scritto per lui.





Sabato, 24 Ottobre 2020

«Come credenti siamo chiamati a portare i pesi gli uni degli altri. Si tratta di sentirsi protagonisti di un modo nuovo di essere Chiesa in Italia, nel nostro territorio, tra la nostra gente. Per questo sono necessari cuore e testa. Essere responsabili mi pare che richieda generosità e intelligenza: nei tempi di passaggio il cuore da solo può portare disordine, mentre la testa da sola può suggerire soluzioni disumane. A noi questo tempo chiede forse di far nascere o sostenere nuove vie di annuncio». Sono parole del presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, che nei giorni scorsi ha proposto una riflessione su cosa vuol dire «annuncio» in questo tempo che si sta facendo ancora difficile per tutti. Anche per questo la Messa domenicale è un appuntamento irrinunciabile: occorre alimentare il serbatoio della speranza e dell’altruismo, al quale tutti possano attingere. La nostra guida domenicale alle Messe in diretta tv e social in cattedrali e santuari vuole rispondere a questa esigenza inseparabile dalla vita quotidiana dei cristiani e venire in aiuto di chi non può o non si sente di partecipare di persona, anche se le condizioni di sicurezza in tutte le parrocchie sono massime. Buona domenica a tutti, allora, nel ricordo gli uni degli altri.


Sabato 24 ottobre

Ore 21
Rosario in diretta dalla Santa Casa di Loreto su Telepace Fano Tv, in streaming su www.santuarioloreto.it e sul canale Youtube Santa Casa Loreto. Da lunedì al sabato Angelus e Rosario alle 12 in diretta su Vatican News, Telepace e in streaming su www.santuarioloreto.it e sul canale Youtube Santa Casa Loreto. Messa feriale alle 7.30 dalla Santa Casa in diretta su Telepace Fano Tv, streaming www.santuarioloreto.it e sul canale Youtube Santa Casa Loreto.

Domenica 25 ottobre
Ore 7
Su Tv2000 (canale 28 digitale terrestre e 157 Sky, diretta nazionale) la Messa dal Santuario della Madonna di Montenero a Livorno.

A Cagliari i frati Mercedari del Santuario mariano di Nostra Signora di Bonaria – patrona della Sardegna – celebrano la Messa con diretta streaming sul sito www.bonaria.eu. Altre liturgie eucaristiche alle 8.30, 10, 11.30, 18.30 e alle 20, sempre in diretta.

Ore 7.30
Oropa: sul sito www.santuariodioropa.it/funzioni-in-diretta/ vengono trasmesse le Messe dalla Basilica antica di Oropa alle 7.30, 9, 16.30 (presiede il rettore don Michele Berchi) e 18.15.

Ore 8
Da Santa Maria degli Angeli la diretta della Messa celebrata nella Porziuncola. Altre Messe in diretta alle 9.30, 11, 13, 17 e 19. Tutte le celebrazioni sono live streaming su www.porziuncola.org nella sezione Web Tv.

Ore 8.30
Su Tv2000 diretta della Messa dal Santuario della Madonna di Pompei.

Santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio: le Messe festive sono trasmesse in diretta streaming sul sito www.santuariodicaravaggio.it alle 7, 8.30, 10, 11.30, 16 e 17.30.

Ore 9
Dalla parrocchia-Santuario di Santa Rita da Cascia a Torino su Youtube, con accesso dal sito www.srita.it, si può seguire in diretta streaming la Messa festiva presieduta dal rettore monsignor Mauro Rivella, che guida anche la liturgia eucaristica delle 10.30. La parrocchia celebra la festa liturgica di santa Rita, che cade il 22 maggio ma che è stata rimandata.

Ore 9.30
Dal Duomo di Milano diretta della Messa festiva su Chiesa Tv (canale 195 digitale terrestre) e in streaming sul sito www.chiesadimilano.it.


In diretta su Rete 7 (canale 12 del Digitale terrestre o su www.rete7.cloud) la Messa dalla Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, Casa Madre dei Salesiani, dove si venerano le spoglie mortali di san Giovanni Bosco. Presiede don Vincenzo Trotta sdb. Messa feriale in diretta dalla Basilica tutti i giorni alle 9.

Diocesi di Mondovì: dal Santuario della Natività di Maria Regina Montis Regalis collegandosi a www.santuariodivicoforte.it/diretta-streaming/ si possono seguire le Messe delle 9.30, 11, 16 e 18.

Ore 10
Su Canale 5 la diretta della Messa dal Santuario della Madonna di Pompei.

Dal Santuario pontificio della Santa Casa di Loreto Messa in diretta su Telepace, Fano Tv, streaming www.santuarioloreto.it e sul canale YouTube "Santa Casa Loreto”.

Dalla Cattedrale di Senigallia la Messa in diretta streaming audio su www.diocesisenigallia.eu.

Ore 10.30
Dal Santuario nuovo della Madonna dei Fiori a Bra sul sito www.santuariomadonnadeifioribra.com e sul canale Youtube del Santuario si può seguire la Messa in diretta streaming presieduta da don Sebastiano Viotti.

Ore 11
La Messa in diretta su Raiuno va in onda dalla chiesa di San Nicola Magno in Salve (Lecce).


Assisi: Messa dal Santuario della Spogliazione celebrata dal rettore del Santuario padre Carlos Acácio Gonçalves Ferreira in diretta sulla pagina Facebook della Diocesi di Assisi-Nocera-Gualdo e in tv su Maria Vision (canale 602 in Umbria, streaming su Mariavision.it). Nel Santuario sono custodite le spoglie mortali del beato Carlo Acutis.

Ore 12
In diretta l’Angelus del Papa su Tv2000 e Raiuno.


Dalla Basilica superiore di San Francesco ad Assisi la Messa presieduta dal vescovo Domenico Sorrentino nel 34esimo anniversario dell’Incontro di preghiera per la pace del 27 ottobre 1986 voluto da san Giovanni Paolo II. Diretta streaming sui canali social della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino.

Ore 16
Dal Santuario di Santa Rita a Cascia la Messa trasmessa in diretta streaming sul canale Youtube del Monastero Santa Rita da Cascia youtube.com/monasterosantarita.

Ore 18
In diocesi di Trento la Messa dal Santuario della Madonna di Montagnaga di Piné. Diretta streaming sul canale Youtube del Santuario.

Ore 19
Su Tv2000 la Messa in diretta dal Santuario mariano di Pompei.





Sabato, 24 Ottobre 2020

Positivo ma in buone condizioni di salute. Il vescovo di Alessandria Guido Gallese si è sottoposto nei giorni scorsi a un tampone il cui esito, nella mattina di sabato 24 ottobre, è stato di positività al Covid-19. Ne dà notizia il sito della diocesi con una breve nota nella quale si informa che Gallese «si sta curando in casa, rimanendo in stretto isolamento» mentre «sono stati avviati gli accertamenti previsti da parte degli organismi incaricati, che includono anche il tracciamento e le verifiche dei contatti a rischio». Tra gli impegni che saltano, anche «le ordinazioni sacerdotali di don Santiago Ortiz e don Domenico Dell’Omo, previste per il 31 ottobre e il 7 novembre», rinviate «a data da destinarsi».

In un messaggio ai sacerdoti il vescovo si affida alla Madonna della Salve, patrona della diocesi di Alessandria, perché «ci protegga e interceda per noi in questo momento così difficile, in cui siamo chiamati ad offrire amorevolmente le nostre fatiche e sofferenze, come ci insegna l’Apocalisse, alla luce della quale stiamo camminando come Chiesa alessandrina».





Sabato, 24 Ottobre 2020

Monsignor Pierbattista Pizzaballa è stato nominato da papa Francesco patriarca di Gerusalemme dei Latini di cui da quattro anni era amministratore apostolico.

Nato il 21 aprile 1965 a Cologno al Serio, diocesi e provincia di Bergamo, Pizzaballa è stato accolto nel Seminario minore della Provincia Francescana di Cristo Re, a Bologna, nel settembre 1976. Trasferitosi nel convento di La Verna per il noviziato, ha emesso la professione perpetua a Bologna il 14 ottobre 1989. Dopo il primo ciclo di studi filosofico - teologici, ha conseguito il Baccellierato in teologia presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma il 27 gennaio 1990 ed è stato ordinato sacerdote il 15 settembre 1990 nella Cattedrale di Bologna dal cardinale Giacomo Biffi.

Arrivato nella Custodia di Terra Santa il 7 ottobre 1990, ha completato gli studi di specializzazione allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme nel 1993. In seguito è stato professore di ebraico biblico alla Facoltà Francescana di Scienze Bibliche e Archeologiche di Gerusalemme.

Ha iniziato il servizio nella Custodia di Terra Santa il 2 luglio 1999 e il 9 maggio 2001 è stato nominato Guardiano del convento dei Santi Simeone e Anna a Gerusalemme. Impegnato nella pastorale dei fedeli cattolici di espressione ebraica, è stato nominato Vicario Patriarcale nel 2005 fino al 2008.

Il Definitorio Generale dell’Ordine dei Frati Minori lo ha eletto Custode di Terra Santa e Guardiano del Monte Sion nel maggio 2004, incarico che ha mantenuto fino all’aprile 2016. Il 24 giugno 2016 papa Francesco lo ha nominato arcivescovo titolare di Verbe e amministratore apostolico “sede vacante” della Diocesi Patriarcale di Gerusalemme dei Latini. Il 10 settembre è stato consacrato Vescovo nella cattedrale di Bergamo dal cardinale Leonardo Sandri.

Come noto il Patriarcato di Gerusalemme dei Latini ha giurisdizione sui cattolici di rito latino residenti in Israele, Palestina, Giordania e Cipro. La sua sede è a Gerusalemme, e consta di un territorio suddiviso in 71 parrocchie, raggruppate in 6 vicariati.

La notizia della nomina di Pizzaballa è stata immediatamente salutata da una messaggio che esprime gioia e gratitudine. «In particolare – recita il testo – i vescovi, i vicari patriarcali, i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e le religiose, i consacrati e le consacrate, il popolo di Dio di tutte le parrocchie, nonché gli operatori delle istituzioni diocesane, si congratula con il nuovo patriarca, augurandogli che le eccezionali responsabilità a lui affidate portino molto frutto, soprattutto nelle insolite circostanze attuali. Possa “sua beatitudine” ricevere da Dio salute e abbondanza di benedizioni per continuare a servire la nostra Chiesa locale, promuovendo la pace, la giustizia e la riconciliazione».





Sabato, 24 Ottobre 2020

«Il signor Tomislav Vlasic è incorso nella pena della scomunica» per «non aver mai ottemperato ai divieti a lui imposti nel precetto penale canonico emesso nei suoi confronti dalla Congregazione per la dottrina della fede il 10 marzo 2009». A dare comunicazione del grave provvedimento è la diocesi di Brescia, nella cui giurisdizione Vlasic, dimesso dallo stato clericale e non più appartenente alla famiglia francescana, vive e opera.

Tomislav Vlasic nei primi anni delle presunte apparizioni mariane a Medjugorje era stato vicino ai ragazzi e alle ragazze a cui sarebbe apparsa la Madonna. Ma già nella seconda metà degli Anni ’80 su di lui si erano addensate critiche da parte delle autorità ecclesiastiche. Nel marzo 2009 la Congregazione per la dottrina della fede aveva deciso di dimetterlo dallo stato clericale e di non proseguire nella sua attività di apostolato non avendone più titolo.

Il comunicato della diocesi di Brescia sottolinea che Vlasic «ha continuato a svolgere attività di apostolato nei confronti di singoli e di gruppi, sia mediante conferenze che attraverso mezzi informatici» e «ha continuato a dichiararsi religioso e sacerdote della Chiesa cattolica, simulando la celebrazione di Sacramenti non validi». Con la scomunica viene ora «fatto divieto» a Vlasic «di prendere parte alla celebrazione dell’Eucaristia o a qualsiasi atto di culto pubblico».





Sabato, 24 Ottobre 2020

Le parti di frasi del Papa tratte dall’intervista della vaticanista Valentina Alazraki per l’emittente Televisa, trasmessa in Messico il 28 maggio 2019, ora rimontate nel docufilm Francesco di Evgeny Afineevsky appena presentato alla Festa del Cinema di Roma hanno suscitato un’eco mondiale, con reazioni di ogni tenore. Incluse quelle di chi ha pensato a una “svolta” nel magistero e ha espresso, a seconda delle estrazioni, perplessità o entusiasmo. Come tanti in questi giorni, ci ha molto riflettuto anche monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, che si è sentito interpellato da tanta gente come pastore, per capirle meglio.

Lei come le legge?

La prima parte delle parole del Papa riguarda il diritto di un ragazzo con orientamento omosessuale a rimanere nella propria famiglia, ma soprattutto a essere considerato dai propri genitori, parenti e amici come persona, figlio di Dio e sua immagine. Come persona destinata alla vita eterna e alla gioia possibile sulla terra, persona che non deve essere dileggiata o calunniata. Già questa prima frase – nella versione offerta dal film – è risultata stravolta: si è parlato di un diritto alla famiglia come se fosse il diritto a formare una famiglia. Non dimentichiamo che in America Latina (il Papa in realtà ha pronunciato quelle parole di fronte a una giornalista messicana) ancora molti giovani con orientamento omosessuale sono allontananti dalla casa.

Entriamo nel merito dei temi sollevati dalla diffusione di alcune parole del Papa sulle relazioni tra persone dello stesso sesso. Da vescovo che da tempo ha aperto un dialogo con le persone omosessuali, come dev’essere il rapporto tra dottrina della Chiesa e prassi pastorale?

È di fatto un tema nuovo, non tanto perché la Chiesa non l’abbia mai affrontato ma perché si sta ponendo in un modo nuovo di fronte alle persone con orientamenti omosessuali. È ciò che accennavo sopra. Nello stadio attuale penso che sia bene ascoltare tutto ciò che queste persone vogliono comunicare (profondità di affetti, attese, speranze, proteste...) e ricordare loro il pensiero della Chiesa come è espresso nel Catechismo. Non come una pietra sulla loro vita, ma come un possibile orizzonte a cui aprirsi con la grazia di Dio, sapendo che la natura di ciascuno è piena di cadute, ma anche di risurrezioni. È un cammino in avanti che dobbiamo ancora scrivere e che non avverrà mai se ci chiuderemo alle persone e se annacqueremo l’antropologia cristiana. Non pensiamo di poter risolvere tutti i problemi.

Un altro tema chiave proposto dal docufilm è la disciplina di legge per le relazioni tra persone dello stesso sesso. Il Papa si dice favorevole a una forma di tutela legale: lei cosa pensa?

È la seconda parte della frase del Papa, che riguarda la ley civil, il tentativo operato da Jorge Bergoglio quando era arcivescovo di Buenos Aires di opporsi alla equiparazione tra matrimonio naturale e unione tra persone dello stesso sesso, attraverso il riconoscimento di diritti essenziali. In Italia la Cei si è opposta alle unioni civili perché i diritti della persona erano già riconosciuti e perché troppo forte era il rischio che una legge sulle unioni civili indebolisse l’istituto del matrimonio già fortemente in crisi. Io non sono contrario a una tutela legale, purché si chiamino le cose con il loro nome.

I figli: è noto che una parte delle forze che hanno sostenuto l’approvazione della legge italiana sulle unioni civili chiede l’estensione della piena genitorialità. Qual è il suo pensiero?

Il mio pensiero è assolutamente contrario. I genitori sono un padre e una madre, non due padri o due madri. Se accettassimo questo andremmo contro tutta la saggezza di tante correnti di studi psicologici raccolte in molte tradizioni tra cui quella cristiana, che ci indica l’importanza dalla figura maschile e di quella femminile, soprattutto nei primi tempi di vita della persona. Certo, un padre o una madre possono morire presto, ma questo non giustifica lo stravolgimento del loro posto nella crescita del bambino.

Che passi sta compiendo la Chiesa nei confronti della condizione omosessuale e delle relazioni affettive? E quali vanno ancora compiuti?

Sta sempre più prendendo coscienza della persona omosessuale come persona e si sta interrogando sul significato delle relazioni affettive tra due persone omosessuali. Risposte definitive ancora non ce ne sono. Sono certo che se avremo la pazienza di camminare ascoltando le persone, senza tradire la Parola di Dio, si apriranno nuove strade. L’errore più grosso è cadere nell’equivoco che per raggiungere l’uomo occorra aderire alla mentalità mondana o annacquare la profondità della Parola di Dio.

È decisivo il metodo del dialogo, ma va esercitato nella chiarezza: su quali punti ritiene debba esserci fermezza da parte della Chiesa, e dove si può trovare un terreno di incontro con le istanze dell’associazionismo omosessuale?

L’ideale della castità deve essere proposto non perché sia un ideale facile ma perché è possibile e può aiutare la vita affettiva a sperimentare un’integrazione tra gli orientamenti sessuali e la propria vita intellettuale e spirituale. Nel proporre l’ideale della castità la Chiesa non misconosce per nessuno, indipendentemente dagli orientamenti sessuali, la difficoltà a viverla. Semplicemente vuole aiutarci a camminare in avanti. Non bisogna mai escludere un bene, anche se per raggiungerlo occorre attraversare un mare difficile. Quanto al dialogo, è assolutamente necessario incontrarsi: ci sono molte persone credenti con tendenze omosessuali che si radunano attorno a sacerdoti per pregare, interrogarsi e aiutarsi nella loro condizione di vita. Tutto ciò va accolto, senza creare ghetti ma integrando le persone nella vita ordinaria delle comunità.

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Venerdì, 23 Ottobre 2020

Il coronavirus non lascia immutata nemmeno la commemorazione dei fedeli defunti del prossimo 2 novembre. Ieri la Penitenzieria apostolica ha diffuso un decreto in cui si introducono concessioni per evitare assembramenti nei cimiteri. Il motivo di queste misure, scrivono il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, e il reggente monsignor Christophorus Nykiel, è il numero di richieste giunte alla Penitenzieria da parte dei vescovi affinché, a causa della pandemia, «venissero commutate le pie opere per conseguire le indulgenze plenarie applicabili alle anime del Purgatorio».

Due i punti principali del decreto. Il primo: «L’indulgenza plenaria per quanti visitino un cimitero e preghino per i defunti anche soltanto mentalmente, stabilita di norma solo nei singoli giorni dal 1° all’8 novembre, può essere trasferita ad altri giorni dello stesso mese fino al suo termine». E «tali giorni, liberamente scelti dai singoli fedeli, potranno anche essere tra loro disgiunti».

Secondo aspetto: «L’indulgenza plenaria del 2 novembre, stabilita in occasione della commemorazione di tutti i fedeli defunti per quanti piamente visitino una chiesa o un oratorio e lì recitino il Padre Nostro e il Credo, può essere trasferita non solo alla domenica precedente o seguente o al giorno della solennità di Tutti i Santi, ma anche a un altro giorno del mese di novembre, a li- bera scelta dei singoli fedeli».


Remissione della pena L’indulgenza è la totale o parziale remissione della pena temporale che resta da scontare – sulla terra o in Purgatorio – per i peccati già confessati e perdonati sacramentalmen te. Per usare un’immagine, se consideriamo il peccato come un chiodo piantato in un muro, esso viene tolto con la Confessione. Resta però l’effetto del male commesso e che va riparato, il foro appunto, che l’indulgenza per così dire chiude

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Per quanto riguarda invece gli anziani, i malati e coloro che «per gravi motivi non possono uscire di casa» – ad esempio a causa di restrizioni imposte dall’autorità pubblica come lockdown e coprifuoco – costoro «potranno conseguire l’indulgenza plenaria purché, unendosi spiritualmente a tutti gli altri fedeli, distaccati completamente dal peccato e con l’intenzione di ottemperare appena possibile alle tre consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), davanti a un’immagine di Gesù o della Beata Vergine Maria, recitino pie orazioni per i defunti, ad esempio le Lodi e i Vespri dell’Ufficio dei defunti, il Rosario, la Coroncina della Divina Misericordia, altre preghiere per i defunti più care ai fedeli, o si intrattengano nella lettura meditata di uno dei brani evangelici proposti dalla liturgia dei defunti, o compiano un’opera di misericordia offrendo a Dio i dolori e i disagi della propria vita».

Per le condizioni spirituali necessarie a conseguire pienamente l’indulgenza, si rimanda alle indicazioni emanate dalla stessa Penitenzieria in un’articolata nota dello scorso 19 marzo reperibile su www.vatican.va («Circa il Sacramento della Penitenza nell’attuale situazione di pandemia») in cui si leggeva tra le altre cose: «Laddove i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali».

Infine la Penitenzieria apostolica, il più antico dicastero della Curia Romana, prega vivamente tutti i sacerdoti che non hanno impedimenti fisici a mettersi a disposizione con generosità per le Confessioni e per amministrare la Comunione agli infermi. E visto che le anime del Purgatorio vengono aiutate dai suffragi dei fedeli «e specialmente con il sacrificio dell’altare a Dio gradito », tutti i sacerdoti sono invitati a celebrare tre volte la Messa il giorno della commemorazione dei defunti.






Venerdì, 23 Ottobre 2020

«Ciò che dobbiamo fare è una legge sulla convivenza civile, hanno diritto a una forma di tutela legale. L’ho già sostenuto». Al di là delle forzature mediatiche, l’opinione di Jorge Mario Bergoglio sulle coppie omosessuali non è cambiata negli ultimi dieci anni.

La frase riportata nel documentario di Evgeny Afineevsky ricalca quanto già espresso nel 2010 quando, come arcivescovo di Buenos Aires, si trovò ad affrontare l’infuocato dibattito sulle nozze gay, legge fortemente voluta dal governo dell’allora presidenta Cristina Fernández de Kirchner. A ricordarlo non sono solo accreditate fonti giornalistiche di quell’epoca, tra cui il biografo ufficiale Sergio Rubín.

Ieri, in un messaggio su Facebook, monsignor Victor Manuel Fernández, arcivescovo di La Plata, teologo e profondo conoscitore del pensiero bergogliano, ricostruisce la vicenda, sottolineando come per papa Francesco, prima e dopo l’elezione al soglio pontificio, si devono distinguere due piani.

Da una parte c’è il «matrimonio», termine con un significato preciso, applicabile solo a un’unione stabile tra una donna e un uomo, aperta alla vita. «Questa unione è unica, perché implica la differenza tra l’uomo e la donna, uniti da un rapporto di reciprocità e arricchiti da questa differenza, naturalmente capace di generare vita», spiega monsignor Fernández. Qualunque altra unione simile richiede, dunque, una denominazione differente.

Unioni o convivenza civile, appunto. «Jorge Mario Bergoglio ha sempre riconosciuto, pur senza necessità di definirli matrimonio, l’esistenza di legami molto stretti fra persone dello stesso sesso, che vanno al di là del mero piano sessuale, ma sono alleanze intense e stabili. Le persone si conoscono a fondo, condividono lo stesso tetto per molto tempo, si prendono cura e si sacrificano l’uno per l’altro», afferma l’arcivescovo di La Plata. In caso di malattia grave o morte, uno dei due può desiderare i suoi beni all’altro o che sia quest’ultimo ad essere consultato invece di un familiare. «Tutto ciò può essere contemplato da una legge» sulle «unioni civili o normativa di convivenza civile, non matrimonio».

A tal proposito, monsignor Fernández conferma quanto già riportato dai media dieci anni fa. Ovvero che, durante il dibattito sul cosiddetto matrimonio igualitario in Argentina, il cardinal Bergoglio sostenne tale posizione durante un incontro ad hoc con l’episcopato: la maggioranza, però, si oppose. La questione era già emersa subito il conclave del 2013. Da allora, il successore di Pietro ha sempre mostrato sensibilità e attenzione pastorale nei confronti delle persone omosessuali. Certo, nel docu-film di Afineevsky, Francesco torna espressamente sulla questione delle unioni civili e ripropone, da Papa, quanto già affermato dieci anni fa. Nemmeno questo, però, è un inedito assoluto.

Nel libro che raccoglie le conversazioni con il sociologo Dominique Wolton, pubblicato in Francia nel 2017 e in Italia l’anno successivo, c’è già un accenno al riguardo. «Matrimonio è un termine che ha una storia. Da sempre, nella storia dell’umanità e non solo della Chiesa, viene celebrato tra un uomo e una donna», afferma Francesco in Dio è un poeta, edito nel nostro Paese da Rizzoli. E aggiunge: «È una cosa che non si può cambiare. È la natura delle cose, è così. Chiamiamole unioni civili. Non scherziamo con la verità».

Il documentario Francesco, insignito ieri, nei giardini vaticani, del premio Kinéo, non contiene, dunque, verità sconvolgenti.

Del resto non era questo l’obiettivo dell’autore, ebreo non praticante di origini russe. Attraverso la raccolta di testimonianze e immagini, il regista cerca di narrare le ferite del mondo: le guerre, l’esodo infinito a cui sono costrette migliaia di persone, i muri vecchi e nuovi, fisici e mentali che separano gli uni dagli altri. Il racconto segue il Papa nei suoi viaggi, da Lampedusa a Manila, da Ciudad Juárez a Santiago. Il racconto su Francesco, spiega Afineevsky, però, piano piano, si è trasformato in un film «sull’umanità che commette errori, fatta di peccatori...». La chiave è contenuta in una frase di Oscar Wilde cara al Papa e riportata nel filmato: «Ogni santo ha un passato e ogni peccatore ha un futuro».





Venerdì, 23 Ottobre 2020

Il rinnovo dell’Accordo del 2018 tra Santa Sede e Governo cinese (non, come si è detto e scritto, Partito comunista cinese!) lancia un triplice messaggio: alla Chiesa in Cina; ai dirigenti, ai funzionari e all’intera società cinesi; al mondo intero.

Ai cattolici cinesi comunica un orizzonte di stabilità, fondamentale per continuare e rilanciare processi appena iniziati. Agli organi di governo centrali e locali e a tutti i cittadini cinesi trasmette con chiarezza la posizione delle massime autorità nei rapporti con la Santa Sede e nei confronti della Chiesa in Cina.

Al mondo intero le due parti palesano la loro volontà di proseguire con calma ma con determinazione la strada del dialogo, respingendo qualunque opposizione. Nelle loro comunicazioni ufficiali, Santa Sede e Cina sottolineano l’importanza dell’Accordo, esprimono un giudizio positivo sui primi due anni, parlano di buona collaborazione, dichiarano che proseguiranno il dialogo.

L’'Osservatore romano' aggiunge che tale dialogo è «fortemente e promosso dal Santo Padre», in «indubbia continuità con i suoi predecessori », in particolare Benedetto XVI che ha anche approvato la bozza dell’Accordo poi firmato nel 2018. È una risposta autorevole a quanti insistono nel contrapporre Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a papa Francesco, come ha fatto recentemente anche il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha usato a sua volta un tono piuttosto caldo, parlando di «amichevole trattativa» e di volontà di «mantenere stretti contatti e consultazioni » per promuovere il «miglioramento delle relazioni».

Naturalmente, come è stato ripetuto tante volte, molti problemi restano da risolvere, ma l’Accordo è stato firmato nel 2018 e ora viene rinnovato proprio perché ci sono e si vuole affrontarli. Il rinnovo è particolarmente importante per la Chiesa cinese proprio perché , come sottolinea il comunicato della Santa Sede, l’Accordo ha un «fondamentale valore ecclesiale e pastorale». Negli ultimi mesi, molte iniziative si erano fermate in attesa di questa conferma. Ora possono proseguire i preparativi per l’elezione di nuovi vescovi, oggetto specifico dell’Accordo, e altre azioni, da questo indirettamente favorite. Ci saranno sicuramente altri passi importanti nella riconciliazione tra le due comunità, quella 'sotterranea' e quella 'ufficiale'. Potrà riprendere inoltre il riconoscimento dei vescovi clandestini: è già accaduto per sette di loro e altri aspettavano proprio il rinnovo per chiedere tale riconoscimento. La Santa Sede li ha lasciati liberi di agire secondo coscienza e probabilmente non tutti accetteranno di essere riconosciuti, come il vescovo Guo Xinjin di Mindong.

Ma l’uscita dalla clandestinità di molti vescovi preparerà la costituzione di una Conferenza episcopale vera e propria, che avrà il compito di sostenere un grande impegno di evangelizzazione in Cina. È l’obiettivo perseguito da Matteo Ricci, dal cardinal Celso Costantini e da tutti i Papi contemporanei.

Colpisce, la sovrapposizione che si sta creando in queste ore nei siti dei cattolici cinesi tra la notizia sull’Accordo e moltissimi commenti all’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti. Rivolgendo un messaggio ai partecipanti dell’incontro di pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio il 20 ottobre in Campidoglio, il vescovo Shen Bin di Haimen ha ripreso Fratelli tutti, affermando che «San Francesco d’Assisi ha speso tutta la sua vita alleviando il dolore dei poveri e dedicandosi con tutte le proprie forze alla pace e alla fraternità» e la Chiesa cattolica in Cina ha voluto seguirne l’esempio dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19 che «ha mostrato quanto l’umanità sia fragile». «I cattolici cinesi – ha aggiunto – vogliono assumersi con coraggio le proprie responsabilità in tempo di crisi, si sentono sulla stessa barca insieme ai popoli di tutti gli altri Paesi, dimostrando i sentimenti della grande famiglia cattolica cinese» che sono gli stessi dell’enciclica di Francesco. Le parole del Papa trovano insomma, oggi, un’eco diretta e forte tra i cattolici cinesi e vengono da loro rilanciate pubblicamente in un modo impensabile fino a poco tempo fa.

TUTTI GLI ARTICOLI SULLE RELAZIONI TRA CINA E SANTA SEDE


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Giovedì, 22 Ottobre 2020

È morto il 21 ottobre, dopo aver dato segnali di miglioramento. Fra Aligi Quadri, cappuccino di 83 anni, è la prima vittima del Covid tra i consacrati presenti in diocesi di Crema. Originario della bergamasca, collaboratore parrocchiale nella comunità dei Sabbioni, alle porte della città, era conosciuto soprattutto per il suo ministero di confessore. Eppure, il cuore della sua vita umana e sacerdotale ha battuto in Brasile, dove è stato missionario tra il 1957 e il 2012: prima come maestro dei novizi e degli studenti dell’Ordine, poi come parroco nella provincia del Maranhão Parà a Porto Franco.

A livello del Brasile sarebbe una piccola parrocchia – aveva detto in un’intervista, nel 2012 – però solo la città ha 20mila abitanti, e poi c’è una parte dell’interno con 14, 15 comunità”. Qui, come durante il suo precedente incarico, fra Aligi si è dedicato con particolare cura alle adozioni a distanza. “Dove mi trovo ci sono famiglie ricche o benestanti – aveva spiegato – ma quando andiamo nella periferia della città incontriamo subito la povertà, e la miseria anche”.

Nel 2016, ormai a Crema, aveva festeggiato i 60 di professione religiosa. Nessun regalo: “Oggi si loda e si ringrazia il Signore”, aveva detto. E subito dopo: “Sono vicino al traguardo, ma sono sempre disponibile”.





Giovedì, 22 Ottobre 2020

E' un cappuccino 83enne, bergamasco ma attivo nella pastorale della diocesi di Crema, il 124esimo sacerdote italiano morto di Covid dall'inizio della pandemia. Fra Aligi Quadri, missionario in Brasile sino al 2012, si occupava della parrocchia di San Lorenzo, nel quartiere Sabbioni. Era molto apprezzato in particolare per il suo ministero nel confessionale. La morte, il 21 ottobre, è giunta dopo alcuni giorni di ricovero, con la sua comunità religiosa in quarantena e la parrocchiale prudenzialmente chiusa.

Il religioso è la terza vittima nel clero attivo nelle diocesi italiane di questa seconda ondata pandemica: si aggiunge al vescovo di Caserta Giovanni D’Alise, deceduto il 4 ottobre, e al salesiano don Giorgio Colajacono, scomparso l’8. Con loro il Covid ha purtroppo ripreso a mietere vittime anche tra i nostri sacerdoti, imponendo di aggiornare una contabilità che si era fermata il 28 maggio (qui l’elenco completo dei sacerdoti italiani morti nella prima “ondata” del virus). E’ la conferma che il contagio tocca la Chiesa al pari di tutta la società, della quale è componente viva. E se la pandemia torna a diffondersi in maniera preoccupante – e letale – in tutto il Paese, lo fa anche nella comunità ecclesiale, a cominciare proprio dai suoi pastori. Pastore lo era monsignor D’Alise, napoletano, 72 anni, dal 2014 alla guida della diocesi di Caserta dopo aver condotto quella di Ariano Irpino-Lacedonia, primo vescovo di una diocesi italiana a morire per effetto del virus. Colajacono, 80enne genovese, era direttore dell’Istituto Don Bosco di Alassio.

Il sacrificio dei preti italiani non è un fatto isolato: il 29 settembre il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) aveva pubblicato un rapporto che, sommando i dati forniti da 38 episcopati del continente, dava un totale di 400 sacerdoti morti da fine febbraio a causa del Covid-19. Un conteggio che in alcuni Paesi (come l’Olanda) includeva però anche i religiosi, mentre la cifra fornita dalla nostra Conferenza episcopale (121, appunto) contempla esclusivamente il clero diocesano o integrato in servizi pastorali attivi sul territorio. La cifra dei sacerdoti deceduti nel nostro Paese non include dunque le decine di religiosi - spesso anziani, in molti casi ospiti di case di riposo dedicate - decimati dalla pandemia (come anche nel caso delle suore, anche loro duramente provate dal passaggio del Covid).






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