martedì, 7 luglio 2020
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Martedì, 07 Luglio 2020

Più di 110 vescovi di tutto il mondo hanno firmato una Dichiarazione per chiedere agli Stati di fermare con urgenza gli abusi da parte delle imprese, introducendo una legislazione vincolante per regolamentare le loro attività e renderle responsabili a norma di legge. E in particolare per stabilire «una “due diligence” obbligatoria della catena di fornitura» per fermare questi abusi e «garantire la solidarietà globale«.

La Dichiarazione, coordinata da Cidse (Coopération internationale pour le développement et la solidarité), la famiglia internazionale delle organizzazioni di giustizia sociale cattolica, è stata sottoscritta anche dai cardinali Jean-Claude Hollerich, gesuita e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea, e Charles Maung Bo, salesiano e presidente della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche. In un articolo i due porporati hanno spiegato le ragioni della loro adesione sottolineando che negli ultimi anni «sono proliferati scandali che hanno coinvolto compagnie multinazionali, mettendo in questione la moralità del nostro sistema economico», come quelli svelati dai Panama Papers. Di qui il «forte obbligo morale» di chiedere ai governi di «meglio regolare le imprese private».

La Dichiarazione ribadisce che «le nostre economie dovrebbero seguire valori di dignità e giustizia, ed essere rispettose dei diritti delle persone e dell’ambiente ». Purtroppo però «l’abuso da parte delle imprese è diffuso e la crisi del Covid-19 ha aggravato la situazione soprattutto per le comunità più vulnerabili, prive di protezione sociale» e per le donne. Questa pandemia inoltre «ha messo a nudo la nostra interdipendenza e ha seminato il caos nelle catene di fornitura globali che collegano le fabbriche al di là dei confini nazionali, mettendo a nudo la nostra dipendenza da lavoratori vulnerabili che svolgono un lavoro essenziale in tutto il mondo».

Nella Dichiarazione i presuli «invocano la solidarietà tra tutti i membri della famiglia umana e affermano che senza una legislazione adeguata le imprese transnazionali non potranno essere ostacolate dall’evasione fiscale, dall’abuso dei diritti umani, dalla violazione delle leggi sul lavoro, dalla distruzione di interi ecosistemi». I vescovi firmatari sostengono quindi «che di fronte al fallimento di regolamenti volontari, la legislazione obbligatoria per regolamentare le imprese transnazionali è l’unica opzione legislativa efficace per proteggere le comunità e celebrare l’interconnessione della nostra natura umana».

Nella Dichiarazione si riconosce che il Commissario dell’UE per la Giustizia Didier Reynders ha fatto «un passo nella giusta direzione» quando ha annunciato che una legislazione europea obbligatoria sulla “due diligence” in tema di diritti umani e ambiente per le imprese sarà presto sviluppata. E si invita i leader degli Stati a far avanzare con coraggio la legislazione vincolante a livello di Nazioni Unite attraverso un impegno deciso nell’attuale processo per un Trattato ONU sui diritti umani e le attività commerciali.





Lunedì, 06 Luglio 2020

Si aprono il 7 luglio le iscrizioni per partecipare alla cerimonia di Beatificazione del venerabile Carlo Acutis (CHI ERA) che si svolgerà sabato 10 ottobre nella Basilica papale di San Francesco alle ore 16 e sarà presieduta dal cardinale Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Lo comunica la diocesi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino.

Oltre ai posti all’interno della Basilica sono previsti maxi-schermi all’esterno e, comunque, anche per poter accedere alle aree esterne, sarà necessario il pass. Per poter partecipare alla cerimonia è obbligatorio registrarsi sul sito www.assisisantuariodellaspogliazione.com alla sezione ‘Carlo Acutis’. Le iscrizioni, che rimarranno aperte fino ad esaurimento posti e nel rispetto delle normative anti-Covid, vanno effettuate sia per le persone singole che per i gruppi attraverso gli specifici moduli.

A coloro che si iscriveranno sarà poi comunicato, entro il mese di agosto, il posto assegnato, il pass d’‘ingresso e i modi di partecipazione.

Dal 1 al 17 ottobre sarà possibile venerare il corpo di Carlo Acutis presso il Santuario della Spogliazione (piazza Vescovado) dove è sepolto.





Sabato, 04 Luglio 2020

L’anno liturgico segna per questa prima domenica di luglio la XIV del Tempo ordinario nel rito romano, mentre in quello ambrosiano siamo alla V dopo Pentecoste. Per chi non può o non si sente ancora di partecipare alla Messa dal vivo ecco la nostra consueta guida alle Messe in diretta tv e streaming video organizzata per orario. Ricordiamo come sempre che il segnale tv del digitale terrestre è a diffusione territoriale, mentre lo streaming permette di poter seguire la Messa su smartphone, tablet o pc dovunque, con una buona connessione al Web. Chi volesse segnalare altre dirette per domenica 12 luglio scriva a f.ognibene@avvenire.it.

Ore 7

I frati Mercedari cui è affidato il santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari celebrano la Messa in diretta streaming sul sito www.bonaria.eu. Altre celebrazioni eucaritiche lungo la giornata, sempre con diretta online, alle ore 8.30, 10, 11.30, 18.30 e alle 20.

Ore 8.30

Su Tv2000 in diretta nazionale (canale 28) la Messa celebrata nel Santuario di Nostra Signora di Fatima a San Vittorino Romano. Celebra padre Michele Babuino, oblato di Maria Vergine.

Dalla diocesi di Noto la Messa nella parrocchia di San Giovanni Battista ad Avola (Siracusa). Celebra don Fortunato di Noto, vicario foraneo, fondatore e presidente dell’Associazione Meter. Diretta streaming sulla pagina Facebook della parrocchia.

Ore 9

Dalla diocesi di Livorno consueta diretta della Messa celebrata nel Santuario mariano di Montenero sull’emittente locale Granducato Tv e sulla pagina Facebook del Santuario di Montenero.

Ore 9.30

Dal Santuario della Natività di Maria - Regina Montis Regalis a Vicoforte, in diocesi di Mondovì, la Messa celebrata da don Duilio Albarello. Altre due Messe, alle 11 e alle 18, sono celebrate dal rettore don Francesco Tarò, mentre la liturgia delle 16 è presieduta da don Sergio Borsarelli, vice rettore. Tutte le Messe si possono seguire in diretta streaming sul sito www.santuariodivicoforte.it. Messe feriali ogni giorno alle 9 e alle 18, sempre in diretta streaming.

Appuntamento domenicale con la Messa celebrata nel Duomo di Milano dai canonici della Cattedrale. Diretta su ChiesaTv (canale 195), sul portale www.chiesadimilano.it, sul canale Youtube Chiesadimilano e su Radio Mater.

Da Torino in diretta su Rete 7 (canale 12, streaming www.rete7.cloud) Messa dal Santuario di Maria Ausiliatrice, Casa Madre dei Salesiani, dove si venerano le spoglie mortali di san Giovanni Bosco. Presiede don Bruno Ferrero, sdb. Messa feriale in diretta tutti i giorni alle 9.

Ore 10

Su Rete4 in diretta nazionale la Messa celebrata nel Santuario di Nostra Signora di Fatima a San Vittorino Romano da padre Carlo Rossi, oblato di Maria Vergine.

Monsignor Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, celebra la Messa nella parrocchia Santa Maria del Pozzo ad Ardore Marina. Diretta su Telemia, in streaming www.telemia.it oltre che sui canali Facebook della Diocesi di Locri-Gerace e del giornale diocesano Pandocheion-Casa che accoglie.

Diocesi di Lodi: dalla parrocchia di San Biagio a Codogno Messa in diretta streaming (canale Youtube della parrocchia) presieduta dal parroco e vicario foraneo monsignor Iginio Passerini. Diretta anche sulla radio parrocchiale di Codogno.

La Messa dalla parrocchia di Santa Maria di Caravaggio a Milano, celebrata dal parroco don Gennaro Prinza, viene trasmessa sulla pagina Facebook e sul canale Youtube della parrocchia.

Sul sito www.s-croce.it in streaming la Messa dalle parrocchie Santa Croce e Santissimo Nome di Gesù di Torino (zona Vanchiglietta) presieduta dal parroco don Roberto Populin. Vespertina alle 18, sempre in streaming. Messa feriale in diretta dal lunedì al venerdì alle 9.

Da Lecco la Messa celebrata nella basilica di San Nicolò da don Filippo Dotti, responsabile della Pastorale giovanile lecchese. Diretta su TeleUnica (canale 12 e 193 nelle province di Lecco e Sondrio; canale 193 nelle province di Milano, Monza e Brianza, Brescia, Bergamo, Cremona, Pavia, Piacenza e nel Comasco).

I frati minori Cappuccini che custodiscono il santuario Madonna d'Ogliastra a Lanusei celebrano la Messa con diretta streaming sulla pagina Facebook Santuario Madonna d'Ogliastra.

Dalla diocesi di Torino la Messa a San Carlo Canavese in diretta streaming su www.lanostraparrocchia.it Messa dalla parrocchia San Carlo Borromeo, presiede il parroco don Iulian Herciu.Messa feriale in streaming anche dal lunedì al sabato alle 18.

Ore 10.30

Dal Santuario di Montallegro a Rapallo, in diocesi di Chiavari, il Pontificale celebrato dal vescovo Alberto Tanasini a conclusione dei festeggiamenti in onore della Madonna. Diretta streaming sul canale Youtube di TeleRadioPace.

L’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi celebra la Messa nella parrocchia di Nostra Signora di Sion. Diretta su Telequattro e Radio Nuova Trieste.

Dalla diocesi di Velletri-Segni la Messa nella parrocchia di San Martino a Velletri, retta dai padri Somaschi, presenti da oltre 400 anni. Diretta streaming su canale Youtube e pagina Facebook della parrocchia.

Diocesi di Bolzano: dalla chiesa del Corpus Domini la Messa in diretta streaming sulla pagina Facebook di don Luigi Carfagnini.

Dalla Cattedrale di Tortona la Messa in diretta streaming su www.diocesitortona.it e su www.RadioPnr.it. Celebra il parroco don Claudio Baldi.

Diocesi di Macerata: la Messa nella chiesa di San Giorgio celebrata da don Gianluca Merlini è diffusa da Tv Cemtro Marche (camale 10) ed Emme Tv (canale 89 Marche), in streaming sul canale Youtube e sulla pagina Facebook Diocesi di Macerata.

Ore 11

Su Raiuno tradizionale appuntamento con la Messa in diretta, questa domenica dalla chiesa di Santa Maria in Campitelli a Roma, celebrata da monsignor Giacomo Morandi, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. Regia di don Simone Chiappetta.

Dalla chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano a Trivolzio, in diocesi di Pavia, la Messa celebrata dal parroco don Paolo Serralessandri. Diretta streaming sulla pagina Facebook della parrocchia (con link a Youtube). Nella chiesa sono custodite le spoglie di san Riccardo Pampuri.

Dal Duomo di Grosseto la Messa in diretta su Tv9 Maremma (canale 16), streaming su www.tv9italia.it. Presiede il parroco monsignor Piero Caretti.

Dalla Cattedrale di Cremona la Messa in diretta streaming sui canali social della Diocesi, sul portale diocesano e in tv su Cremona1.

Ore 11.30

Sul sito www.gesunazareno.it diretta streaming della Messa dalla parrocchia Gesù Nazareno a Torino (zona corso Francia) affidata ai padri Dottrinari. presiede il parroco padre Ottorino Vanzaghi.

Ore 12

Angelus del Papa su Tv2000 e Raiuno.

Il vescovo di Bergamo Francesco Beschi celebra una Messa in suffragio delle vittime del Covid nella cappella sulla vetta della Presolana. Diretta su Bergamo Tv (canali: 21 provincia di Bergamo; 39 Bergamo, Brescia, Milano, Monza, Lodi, Cremona; 42 Brescia e Cremona).

Ore 18

Il vescovo di Padova Claudio Cipolla ordina in Cattedrale due nuovi preti, Eros Bonetto e Luca Gottardo. La Messa viene diffusa in diretta streaming attraverso il canale Youtube della Diocesi di Padova (dalle ore 17.40 un momento di preghiera, preparazione e presentazione dei due ordinandi) e l'emittente Telenordest (canale 19).

L’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice presiede in Cattedrale la Messa nel corso della quale amministra i sacramenti dell’iniziazione cristiana a 17 catecumeni italiani e stranieri. Diretta sui profili social dell’Arcidiocesi di Palermo (Facebook e Yuotube).

Dalla diocesi marchigiana di San Benedetto la liturgia eucaristica presieduta da don Vincenzo Catani nella parrocchia di Santa Caterina d’Alessandria a Comunanza. Diretta su Vera Tv (canale 79) e in streaming sul sito del giornale diocesano www.ancoraonline.it.

In diocesi di Termoli-Larino, dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie a Ururi (Campobasso) la Messa celebrata da don Fernando Manna in diretta su Telemolise2 e in streaming sul canale Youtube e la pagina Facebook Parrocchia Ururi.

I frati minori Cappuccini cui è affidato il santuario Madonna d'Ogliastra a Lanusei celebrano la Messa in diretta streaming sulla pagina Facebook Santuario Madonna d'Ogliastra.

Ore 19

Tv2000, in diretta nazionale la Messa celebrata nel Santuario di Nostra Signora di Fatima a San Vittorino Romano da padre Carlo Rossi.

La Messa nella parrocchia dell'Immacolata a Macerata, celebrata da don Andrea Leonesi, viene trasmessa su Emme Tv (canale 89 Marche) e in streaming sul canale Youtube Unità pastorale Immacolata Santa Croce Macerata.

Diocesi di Trapani: la diretta della Messa dalla parrocchia Gesù Cristo Redentore di Alcamo celebrata da don Franco Finazzo sulla pagina Facebook della parrocchia.

Dalla chiesa della Cittadella militare della Cecchignola a Roma la Messa celebrata dal cappellano militare don Salvatore Nicotra con diretta sui profili Facebook e Youtube Parrocchia del Comprensorio Città Militare Cecchignola.

Ore 19.30

Dalla diocesi di Acireale la Messa nella parrocchia del Rosario a Cosentini celebrata da don Benoit Atemengue in diretta streaming sulla pagina Facebook Diocesi di Acireale. Nella liturgia prevista la consegna del mandato agli animatori del Grest. Cosentini ha subito il terremoto del 2018, la celebrazione sarà sulla piazza del paese a causa della chiesa tuttora inagibile.

Il direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della diocesi di Andria don Felice Bacco celebra la Messa nella Basilica di San Sabino a Canosa di Puglia. Diretta streaming: www.sansabinocanosa.it e www.laterradelsole.it.





Sabato, 04 Luglio 2020

«Certo la Provvidenza Divina nei suoi mirabili piani si serve talvolta di noi miseri fuscelli per operare il Bene e noi talvolta non vogliamo conoscere anzi osiamo negare la Sua esistenza, ma noi, che grazie a Dio, abbiamo la Fede, quando ci troviamo davanti ad anime così belle [...], non possiamo che riscontrare in esse un segno evidente della esistenza di Dio». Così all’amico Marco Beltramo il 10 aprile 1925 dopo una visita a Clementina Luotto. «Io passo la vita dedicata allo studio […]. La mente inzuppata di questa arida scienza trova ogni tanto pace e refrigerio e godimento spirituale nella lettura di san Paolo. Io vorrei che tu provassi a leggerlo: è meraviglioso e l’anima si esalta da quella lettura e noi abbiamo sprone a seguitare la retta via…», così il 29 aprile 1925 all’amico Isidoro Bonini, socio del circolo universitario cattolico “Cesare Balbo”.

«Troverà in questa lettera tre programmi per il concerto che si darà a favore dei poveri della Madonna della Pace, soccorsi dalla nostra Conferenza; glieli invio fiducioso in ciò che è scritto nel Vangelo: “Bussate e vi sarà aperto”. Mille auguri di pronta guarigione…», così un mese dopo a Tina Bonelli spesso tacciata scherzosamente d’incapacità inguaribile quanto all’organizzazione delle frequenti gite. Queste frasi sono spigolate dalle ultime lettere di Pier Giorgio Frassati, giovane dell’alta borghesia torinese (il padre Alfredo era proprietario del quotidiano La Stampa) mancato a ventiquattro anni nel 1925, ancor oggi ricordato come testimone di fede nel mondo giovanile, specie associativo. E non a caso tutta Azione Cattolica, Fuci, San Vicenzo, Terz’ordine Domenicano…, tutta preghiera e Vangelo e studio, ma anche tutta gite e incontri fra amici, sport, arrampicate, scalate, vette da raggiungere – quasi metafore di una spiritualità laicale – è stata la sua vita. Impegnata alla fine nella consapevolezza di perderla. «Sto aspettando di giorno in giorno di armarmi di una volontà, che mi dia la forza di portare a termine l’ultima fatica; poiché ormai sono vicino a raccogliere ciò che ho seminato», così a Marco Beltramo – con parole lette oggi meno sibilline – alla vigilia della morte.

«Solo impegnando la vita – consapevoli di perderla! – creiamo per gli altri e per noi le condizioni di fiducia nuova nel futuro. E qui il pensiero va spontaneamente a un giovane che ha davvero speso così la sua vita, tanto da diventare un modello di fiducia e audacia evangelica per le giovani generazioni […]: il beato Pier Giorgio Frassati», così papa Francesco a Torino nel 2015. Il ritratto di questo giovane affascinato dalla vita cristiana, pronto a spendersi per i più bisognosi – tanto che non solo li visitava nelle loro stamberghe o nel Cottolengo, ma aveva piegato pure i suoi studi, ingegneria mineraria, per lavorare accanto ai minatori – si delinea nitido soprattutto nel suo epistolario curato dalla sorella Luciana (mancata nel 2007, poi al centro del libro dedicatole da Marina Valensise con il titolo La temeraria edito da Marsilio). Questa corrispondenza è tornata in libreria in una nuova edizione, con le quattrocento missive arricchite da inediti e da una prefazione del cardinale Matteo Zuppi (Effatà, pagine 368, euro 16). Ed è proprio l’arcivescovo di Bologna, aprendo il volume a cogliere da subito la cifra di questa esistenza, breve e infinita al contempo, perché centrata sulla vicinanza quotidiana a Gesù ed espressa nell’amore per il prossimo: «…Se qualcosa emergeva della vita santa che lo Spirito Santo andava plasmando in lui – osserva – questo avveniva proprio nei rapporti con gli amici, con i poveri e con il Signore. Così che amicizia, carità e fede insieme si tengono e insieme si illuminano nella sua vita e nelle sue Lettere».





Sabato, 04 Luglio 2020

Festa e preghiera, ieri sera nella Cattedrale di Torino, per ricordare il beato Pier Giorgio Frassati. Nel giorno della memoria liturgica del giovane beato, morto a Torino il 4 luglio del 1925 a 24 anni, protagonisti i giovani e le tante realtà associative che lo hanno scelto come modello. A presiedere la Messa nel Duomo dove è sepolto e dove nel 2015 sostò in preghiera papa Francesco, che anche nella Christus vivit lo ha indicato come esempio per i giovani «per la sua gioia trascinante che superava anche tante difficoltà della sua vita» e per l’amore per i poveri, l’arcivescovo di Torino monsignor Cesare Nosiglia.

La tradizionale celebrazione è stata anche occasione per affidare al beato la ripresa delle attività negli oratori: «La festa del beato Pier Giorgio Frassati quest’anno assume un valore tutto particolare – ha commentato don Luca Ramello direttore della pastorale giovanile –. La pandemia del Covid-19 ha infatti segnato tutta la società, con la sua carica di morte e di sofferenze. Ma in questo buio sono brillate tante stelle di prossimità a chi stava soffrendo. Con uomini e donne di ogni età, molti giovani si sono distinti per la loro pronta generosità, per la loro carità creativa, per la loro fede forte. In Pier Giorgio Frassati hanno trovato un modello straordinario, da cui attingere ispirazione e forza. Oggi è dunque l’occasione per tornare dal beato Pier Giorgio per invocare la sua intercessione, per rinnovare il legame con la sua amicizia, per affidargli la ripresa di tutte le attività di pastorale giovanile, in particolare la riapertura degli oratori». A concelebrare anche il superiore generale della Piccola Casa della Divina provvidenza padre Carmine Arice a testimonianza del legame tra lo spirito caritativo e concreto di san Giuseppe Benedetto Cottolengo e del giovane beato.

Pier Giorgio Frassati che veniva beatificato da Giovanni Paolo II il 20 maggio del 1990, quando lo definì «l’uomo delle beatitudini» era terziario domenicano, membro della Fuci e dell’Azione Cattolica, amante della montagna, mosso da una instancabile dedizione per i poveri. Una vita “piena” della quale monsignor Nosiglia ha voluto richiamare diversi elementi. «Di Pier Giorgio – ha sottolineato l’arcivescovo – ammiriamo la voglia di vivere, di salire in alto per conquistare le vette delle montagne, la gioia dell’amicizia e l’impegno dello studio fino a quello sociale e politico. Un ragazzo moderno, attivo, dinamico, trascinatore, ricco di iniziativa e mai pago dei traguardi raggiunti. Ricordiamo il suo invito a non vivacchiare, ma a prendere in mano la propria vita ogni giorno per trarne motivo di impegno e puntare in alto verso ideali grandi». «Pier Giorgio – ha aggiunto – non fa o pensa a cose straordinarie per puntare alla santità, ma vive l’ordinario di ogni giorno quale via che il Signore gli offre per trasformarlo in straordinario grazie alla intensità della sua fede e del suo amore».

Ecco dunque che la festa del beato è divenuta anche una occasione per richiamare proprio i giovani che hanno vissuto questi mesi con fatica, che si trovano in condizioni di precarietà a non abbandonarsi alla sfiducia, a non cercare vie effimere di felicità. «Ci vuole lo spirito delle Beatitudini di cui Pier Giorgio si è nutrito e ha imitato alla lettera – ha concluso Nosiglia – per vedere e vivere ogni esperienza anche le più dolorose nella luce di Dio, del suo amore perché “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” e ogni momento di vita va offerto a Lui per trarne motivo di gioia».





Sabato, 04 Luglio 2020

Fare rete per offrire a bambini, ragazzi e giovani un’estate nel segno dello stare e crescere insieme, oltre che per aiutare le famiglie a riprendere la strada verso la normalità dopo i mesi difficili del lockdown: è questo l’orizzonte nel quale si colloca la speciale collaborazione tra oratori, pastorale giovanile e Regioni messa in campo in questo periodo. Un confronto serrato che nasce dalla consapevolezza del prezioso ruolo sociale giocato dagli oratori, riconosciuto in Italia da una legge del 2003, e che, come raccontiamo in questa pagina, in molte regioni ha visto il contributo diretto dei responsabili della Pastorale giovanile alla stesura delle indicazioni locali per l’applicazione delle Linee guida nazionali sui servizi all’infanzia e all’adolescenza legate all’emergenza Covid-19. In alcuni casi le Regioni hanno deciso di mettere sul tavolo anche dei finanziamenti che hanno permesso a parrocchie e oratori di ripartire con i centri estivi nel rispetto delle stringenti normative sanitarie attuali. Il messaggio è chiaro: se l’Italia può ripartire è anche grazie all’impegno della comunità cristiana a favore delle nuove generazioni.

Matteo Liut

Lombardia

Anche i sedicenni coinvolti nel servizio ai più piccoli

Tra i soggetti interpellati in questi mesi dalla Regione per ideare e affrontare la ripresa delle attività estive rivolte ai ragazzi, non potevano mancare gli oratori che in Lombardia sono circa 2.300 e funzionano come punti di riferimento per i giovani e il territorio. «Le istituzioni – spiega il coordinatore di Odielle (Oratori diocesi lombardi) don Stefano Guidi – si sono rese conto dell’importanza della presenza e del lavoro sul campo degli oratori. Proprio la competenza pratica ed educativa ci ha permesso di sollevare temi importanti. In particolare gli adolescenti tra i 12 e i 17 anni rischiavano di sfuggire allo sguardo dell’ente pubblico, naturalmente rivolto ai bambini più piccoli rispetto ai quali il bisogno delle famiglie era urgente. Gli oratori hanno sottolineato che una questione educativa seria riguarda anche i ragazzi di medie e superiori che hanno bisogno di proposte e non possono essere lasciati a sé stessi. La bontà di questo dialogo con la Regione è emerso nell’ultima ordinanza che riconosce la possibilità del volontariato anche agli adolescenti di 16 anni».

Ilaria Beretta

Liguria

Specificità dei campi estivi finalmente valorizzata

La funzione sociale ed educativa degli oratori, riconosciuta da una legge regionale ormai sedici anni fa, assume in quest’estate una valenza particolarmente significativa: i ragazzi stanno riscoprendo tutta la bellezza di stare insieme nei luoghi aperti con responsabilità e passione dalle parrocchie, dagli enti e dalle associazioni cattoliche. Presidi di crescita che sono stati strutturati tenendo in considerazione le “linee guida” consegnate dalla Regione Liguria per le attività estive dei bambini e degli adolescenti. In sede di confronto per giungere alla definizione del provvedimento, l’ente regionale ha coinvolto la Conferenza episcopale ligure al fine di considerare gli aspetti tipici dell’oratorio e dei campi estivi. Un dialogo che rientra in quella indicazione già definita nel 2004 che attesta il servizio educativo a favore dei minori attraverso «la valorizzazione del tempo libero, attività di integrazione sociale ed interculturale ed attività rivolte a limitare i fenomeni di devianza e disagio minorile giovanile».

Alberto Gastaldi

?Umbria ?

Dialogo costruttivo, avviato a beneficio dei giovani

Dopo le linee giuda del governo per l’avvio dei centro estivi 2020 in tempo di Covid–19, sono iniziati i contatti tra la Regione e la Conferenza episcopale dell’Umbria per calarle nel “pianeta” dei 110 oratori presenti nella terra dei santi Benedetto e Francesco. Un dialogo costruttivo tra Donatella Tesei per la Regione e l’arcivescovo Renato Boccardo per la Ceu. Le istituzioni civili hanno ascoltato le specificità degli oratori, illustrate dal coordinatore umbro don Riccardo Pascolini. «Con la Regione – afferma il sacerdote – abbiamo studiato in modo non asettico le linee guida nazionali. È stato un lavoro proficuo e la parte civile ha anche riconosciuto come valore aggiunto, e ne siamo chiaramente felici, l’educazione tra pari che noi proponiamo come metodo. L’istituzione regionale ha ribadito ancora una volta l’importanza del servizio degli oratori umbri alla cooperazione del bene della gioventù. Da parte nostra abbiamo ricevuto attenzione e siamo ancora più consapevoli del valore di quanto facciamo per la formazione umana, culturale e spirituale delle nuove generazioni. Quindi, con coraggio siamo partiti con i Grest».

Francesco Carlini

?Marche ?

Contributo da 800mila euro per le attività delle diocesi

Quello tra le diocesi delle Marche e la Regione è «un rapporto continuo» che «si è intensificato nell’ultimo periodo per la messa a punto del Decreto appena approvato che prevede un contributo di 800mila euro per la riapertura delle attività degli oratori a seguito dell’emergenza Covid». Lo conferma Simone Longhi, segretario dell’Osservatorio giuridico della Regione ecclesiastica marchigiana, specificando che tale somma sarà ora ripartita tra le diocesi «per il 70% proporzionalmente alla popolazione di età inferiore ai 18 anni e per il 30% proporzionalmente all’estensione territoriale». La collaborazione con le istituzioni regionali, fa sapere Longhi, continua sempre a sostegno della funzione socio–educativa delle realtà ecclesiali. «Con il presidente della Conferenza episcopale marchigiana, monsignor Piero Coccia, e con il delegato regionale per la Pastorale giovanile, don Paolo Sabatini, stiamo lavorando a un Protocollo di intesa che vada ad aggiornare quello del 2015, ormai scaduto, e aiuti sacerdoti e diocesi a riattivare la rete degli oratori che il Covid ha indebolito».

Stefania Careddu

Campania

Grandi temi su cui riflettere, dal bullismo al lavoro nero

«Non si tratta solamente di sostenere l’avvio dei centri estivi negli oratori e nelle associazioni che fanno riferimento alle parrocchie ma, molto più, di riconoscere il ruolo decisivo di queste realtà nella formazione e nell’educazione dei ragazzi e dei giovani». Don Francesco Riccio, incaricato regionale della pastorale giovanile della Campania, va diritto al problema. Oltre a preoccuparsi delle linee–guida per l’apertura dei campi estivi, la pastorale giovanile «ha lavorato in questi mesi per un obiettivo importante – prosegue Riccio – un protocollo d’intesa tra le Chiese della Campania e la Regione della durata di tre anni e che rappresenta il riconoscimento della realtà degli oratori per l’educazione dei ragazzi e le necessità delle famiglie». I temi su cui rifletteranno i giovani saranno il lavoro nero, l’evasione scolastica, il bullismo, la legalità. Ma sarà fondamentale adottare una “conversione pastorale”, dice don Francesco, «che renda stabile la collaborazione fra Regione ed enti educativi, permettendo anche di contare su risorse certe per la programmazione delle attività. Mettersi in rete significa, innanzitutto, investire».

Rosanna Borzillo

Puglia

Dagli animatori volontari una testimonianza preziosa

Anche in Puglia, la Regione ha lavorato gomito a gomito con l’Ufficio regionale di Pastorale giovanile. «Ci sono due novità elaborate insieme, rispetto alle linee guida nazionali. La prima – spiega don Davide Abascià, responsabile regionale – è la possibilità di aggiungere degli operatori minorenni volontari non retribuiti, accanto agli adulti che seguono i bambini. La figura dell’animatore è fondamentale e strategica per accompagnare l’adulto nelle attività. E poi sono stati gli stessi adolescenti, in molti casi, a chiedere ai parroci di poter essere utili. Abbiamo dato voce a questa forma di testimonianza. Il secondo aspetto nuovo è stato di considerare i centri estivi parrocchiali, per la loro pluridecennale attività, equiparati ai centri accreditati, con la possibilità di chiedere contributi economici ai Comuni. È un ulteriore riconoscimento degli sforzi che facciamo, puntando sulla progettualità educativa. Questo periodo è stato suggellato da dialogo, ascolto e confronto, una linea intrapresa già lo scorso anno con un protocollo d’intesa per gli oratori, rinnovato a marzo scorso, tra Conferenza episcopale pugliese e Regione».

Marina Luzzi

Emilia Romagna

Inaugurato un nuovo canale ma adesso servono i fondi

«È stato un percorso lungo, ma ora possiamo dire che la collaborazione con la Regione Emilia–Romagna è buona». Don Marcello Palazzi, incaricato regionale per la Pastorale giovanile, è soddisfatto di un rapporto che ha raggiunto il punto più alto con il tavolo messo in campo nel post–pandemia, per ripartire con l’attività oratoriale. «Dopo anni di incomunicabilità – ricorda don Marcello –, solo dal 2010 c’è stata un’apertura, sono aumentate le occasioni di confronto e si è capito il nostro ruolo sociale. Ora abbiamo ottimi rapporti oltre che con gli amministratori, con dirigenti e tecnici». Tradotto, significa «avere un canale diretto per rispondere in tempi rapidi alle domande di parrocchie e diocesi». Premiata così la scelta dei quindici vescovi della regione che si sono mossi insieme (anche) sulla Pastorale per i giovani. Un aspetto negativo? «A differenza di altre regioni, noi non abbiamo ancora ricevuto fondi specifici per l’attività», chiosa don Palazzi.

Matteo Billi

Piemonte

Una collaborazione feconda sinergie vincenti nella fase 2

«Una collaborazione buona e feconda». Don Luca Ramello, responsabile della pastorale giovanile piemontese e coordinatore del Top, il tavolo sugli oratori creato per gestire la «fase 2» tra la Conferenza episcopale piemontese e la Regione Piemonte giudica positivo il lavoro che ha permesso la riapertura in sicurezza degli oratori. «Abbiamo portato il nostro contributo – spiega – per poter applicare le disposizioni del governo tenendo conto della specificità dell’oratorio che ha caratteristiche differenti rispetto ai centri estivi». Siamo riusciti ad avviare una formazione online «Covid–19» a cui abbiamo già 12mila iscritti. Da anni gli oratori piemontesi hanno un sostegno finanziario dalla Regione, ora con il lavoro paziente e puntuale della Pastorale giovanile si è giunti ad un protocollo, presentato nei giorni scorsi, e che sarà firmato dal presidente Cep, l’arcivescovo Cesare Nosiglia, dopo l’approvazione della Giunta Cirio. Il rapporto sarà più stretto e riguarderà anche l’aspetto normativo. Un passaggio molto importante.

Chiara Genisio





Sabato, 04 Luglio 2020

Un anno speciale, quello che stiamo vivendo, per le celebrazioni in memoria di santa Maria Goretti, proclamata santa da Pio XII esattamente 70 anni fa, il 24 giugno 1950. Ma ricorre anche il 130° della nascita, avvenuta a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890. E lunedì prossimo, nel giorno del suo martirio e memoria liturgica, verrà ricordata nel santuario di Nettuno (Roma), animato dai padri passionisti e intitolato proprio alla compatrona: alle 18 è in programma una solenne concelebrazione presieduta dal cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila. Nell’ospedale della cittadina sul litorale tirrenico la piccola Maria, 11 anni e mezzo, fu ricoverata in gravissime condizioni il 5 luglio 1902, dopo essere stata trafitta per 14 volte con un punteruolo da Alessandro Serenelli, che voleva stuprarla e reagì con violenza omicida al suo rifiuto.

Operata d’urgenza, la bambina morirà il giorno dopo per una setticemia, perdonando più volte il vicino di casa che l’aveva aggredita ed esprimendo un ultimo desiderio: «Lo voglio con me in Paradiso». A Corinaldo, nel Santuario diocesano a lei dedicato, la giovanissima martire verrà festeggiata domani: alle 21 Messa solenne presieduta da Franco Manenti, vescovo di Senigallia. Stasera, sempre alle 21, a presiedere la celebrazione eucaristica sarà il vescovo di Jesi, Gerardo Rocconi.

«La piccola santa ci ricorda sempre che la vita è un dono che non va sprecato, è un’esperienza unica a cui dare un senso profondo, è un’opportunità di redenzione da cogliere, per se stessi e per gli altri – fa notare sul sito del santuario il rettore don Giuseppe Bartera – in un anno così particolarmente provato dall’emergenza sanitaria che colpisce il mondo intero e dalla crisi economica e sociale che ne consegue, chiediamo a “Marietta” di sostenerci con il suo esempio di fede tenace, di accompagnarci nelle scelte quotidiane con la luce che viene dalla sua purezza d’intenti e con la forza della sua determinazione». Patrona anche di Latina, la santa è stata ricordata nella rispettiva diocesi dal vescovo Mariano Crociata il 28 giugno: quest’anno, per le precauzioni sanitarie, non si è svolto il tradizionale pellegrinaggio notturno a piedi della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno fino alla casa del martirio di Maria Goretti, in località Le Ferriere, dove viveva con la famiglia.

Invece Colle Gianturco in Paliano (Frosinone) è il luogo della campagna palianese dove la famiglia Goretti arrivò da Corinaldo nell’ottobre 1896, rimanendovi per due anni e tre mesi, sino al febbraio 1899. Qui, in famiglia, Maria frequentò «la scuola elementare della fede cristiana», riferisce padre Antonio Coppola, passionista della comunità di Santa Maria di Pugliano. Domani alle 18.30 celebrerà una Messa in memoria del martirio della santa nei luoghi legati alla sua vita, che il Comune di Paliano si sta impegnando a restaurare: dalla casa che fu abitata dai Goretti alla cappella vicina. La santa verrà festeggiata anche a Itri (Latina) presso il convento dei padri passionisti: lunedì la Messa solenne alle 18 sarà presieduta da padre Antonio Rungi.





Venerdì, 03 Luglio 2020

Piccolo o grande, artigianale o fatto in serie, il crocifisso va al cuore della fede cattolica. Esporlo, indossarlo significa, o almeno dovrebbe, riconoscere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, morto per la salvezza di ogni uomo, e poi risorto e asceso al cielo. Un’appartenenza che il vescovo di Caltagirone, monsignor Calogero Peri ha sentito particolarmente forte durante la malattia, il Covid-19 che l’ha costretto per oltre un mese nell’ospedale “Gravina”. Sulla parete della sua stanza, infatti, campeggiava solitaria una piccola riproduzione del crocifisso di San Damiano portata lì da un diacono permanente, Francesco Arcidiacono, che lavora presso la struttura. «Era un punto di luce e colore, una presenza – spiega il presule, 67 anni, da 10 pastore della Chiesa calatina – là dove non c’erano colore e presenza ». È iniziato così un dialogo, fatto anche di domande e paure, di affidamento delle proprie sofferenze, soprattutto di ascolto e alla fine di conforto e consolazione. Di gratitudine verso l’amore di Dio e chi, dal personale sanitario ai confratelli preti, se ne faceva testimone e interprete. Un’esperienza di fede legata a filo doppio all’iniziativa che parte oggi nel santuario del Santissimo Crocifisso del Soccorso. Alle 18.15 infatti monsignor Peri celebrerà l’Eucaristia, primo atto per la costituzione di un Museo internazionale del Crocifisso che dovrebbe vedere la luce il 14 settembre. L’idea è partita dal rettore del Santuario padre Enzo Mangano che si è rivolto ad artisti, ceramisti (Caltagirone è una delle loro patrie) e donatori privati. L’invito è a manifestare, attraverso l’arte «ceramicale, pittorica, scultorea o altro» la propria «fede, la propria devozione, il proprio sentire». Questo santuario, in cui si venera un’immagine di Cristo crocifisso con santa Brigida genuflessa ai suoi piedi, «rappresenta – spiega Peri – un richiamo e un importante punto di spiritualità per il nostro territorio, un luogo dove appena arrivi senti di respirare un’aria diversa. Il punto di partenza per la bellissima iniziativa lanciata da padre Mangano è la stessa Caltagirone dove ci sono oltre 100 fabbrichette, botteghe artigianali e artistiche di ceramica».

Ma il Museo, naturalmente non vuole essere solo un’esposizione artistica.

Sarà anche l’occasione per sottolineare la centralità della croce nella nostra fede. San Paolo è molto chiaro: non mi vanterò di altro se non della croce di Cristo Gesù. Che significa amore, servizio, modello di vita cristiana, di obbedienza, di ascolto di una storia più grande di noi. La spiritualità del crocifisso, delle sue rappresentazioni, delle sue interpretazioni, la tradizione e lo studio teologico che l’accompagnano, possono diventare un elemento di catechesi costante.

E il pensiero ritorna all’esperienza personale della recente malattia e al ruolo che lo sguardo al crocifisso ha svolto durante la pandemia.

Questo riferimento può essere un’ulteriore scintilla, un richiamo perché il dialogo sul tema si possa estendere, amplificare. Più volte il Papa ha utilizzato il riferimento forte al crocifisso, basti pensare alla preghiera del 27 marzo in una piazza San Pietro vuota. Il crocifisso come segno dell’amore nudo di fronte al mistero di Dio, soprattutto al mistero della vita e della morte, è stato un punto di riferimento per tutti i credenti, che mi auguro duri anche al di là del periodo che stiamo vivendo. In questo senso il Museo può essere uno stimolo, un invito alla riflessione.

Oggi è il primo passo in vista dell’inaugurazione che dovrebbe essere il 14 settembre, nella festa dell’Esaltazione della Croce.

È una celebrazione in cui si lancia l’idea e che segna anche la riapertura del santuario a una celebrazione pubblica dopo il Covid. Spero che già a settembre l’esposizione, cui io stesso contribuirò con un certo numero di crocifissi, sia ricca, Ma ho pochi dubbi, basterà che alcuni ceramisti diano qualcosa delle loro produzioni.

Dopo la malattia è cambiato qualcosa nel suo modo di vivere la sua missione di vescovo, il servizio episcopale?

È cambiato l’atteggiamento, la disposizione, la sensibilità rispetto alla realtà. L’esperienza della malattia mi ha fatto sostare a considerare in modo differente le cose di sempre. Poi non so in che cosa questo si tradurrà, credo sia prematuro dirlo. Io ritengo che questo tempo di pandemia abbia parlato, ci abbia detto tanto, abbia gridato delle cose. Si tratta di riuscire ad ascoltarle e a tradurle in azioni pastorali diverse. Sono contrario a un ritorno pedissequo alla normalità che abbiamo lasciato, perché la storia va avanti, è apertura, bisogna essere aderenti alle urgenze, ai richiami, alle novità che ci indica. Come Chiesa abbiamo il compito di innalzare le vele, per assecondare il vento nella direzione che vorrà lo Spirito. Questo virus arriva all’inizio del millennio, di un decennio, nel momento in cui la Chiesa italiana avvia i suoi orientamenti pastorali quinquennali mentre sta arrivando nelle comunità la terza edizione del Messale Romano. Senza voler dare troppa importanza alle coincidenze temporali, credo che di casuale ci sia poco. Il terzo millennio si deve caratterizzare per una concezione, una coscienza e un vissuto di Chiesa molto diversa da quella del primo ma anche del secondo millennio.

Bisogna dare tempo e spazio al cambiamento.

O siamo capaci di accogliere questa indicazione nuova, rinnovata dallo spirito o assisteremo al declino di un mondo e di una cristianità concepita in un certo modo. L’alternativa è mettersi da subito in ascolto, vedere gli elementi germinali di questa ecclesiologia nuova, di questa prospettiva cambiata. La gente, per quello che ha vissuto, ha sperimentato un altro movimento della vita di fede. Noi abbiamo considerato una spiritualità per cui sono gli altri a muoversi verso di noi, suoniamo le campane e aspettiamo che la gente venga, mentre l’impianto, il movimento, la missione eucaristica ci porta a suonare i campanelli, ad andare in città. Noi andiamo in chiesa pensando di fare qualcosa per il Signore, spesso non abbiamo coscienza che in realtà Dio sta facendo qualcosa per noi e di noi. Su questo dobbiamo scommettere di più. Io avevo già iniziato una catechesi sistematica in diocesi sull’Eucaristia, per presentare il nuovo Messale, mi ero impegnato a scrivere tre lettere pastorali, di cui due sono pronte, perché vorrei cogliere questa intuizione, che il nuovo Messale non è solo la traduzione di un testo ma è una teologia e una coscienza ecclesiale diversa del mistero eucaristico, come fonte di ispirazione ma anche come tensione di un vissuto credente, dove cercare di imitare Gesù. Significa fare il massimo di amore, di servizio, di donazione.

Quindi l’insegnamento di fondo, ci spinge a non aspettare che gli altri vengano ma a muoverci noi..

Rimanere immobili chiedendosi quando potremo tornare a fare le cose come prima, sarebbe sbagliato. Dobbiamo fermarci per capire che cosa ci dice questo tempo ora, con quali prospettive. La gente ha acquisito una sensibilità molto diversa rispetto a tre mesi fa, oggi è concentrata sulle cose davvero essenziali, ha dovuto e deve fare delle scelte, anche economiche, impegnative, cambia il lavoro, cambia il modo di scommettersi per la rinascita e la ripresa del Paese, non tutte le cose che avevano una prospettiva riprenderanno. Abbiamo tante indicazioni, alcune preziose, altre drammatiche. Questo tempo è stato una grazia come occasione di riflessione ma anche una disgrazia per chi rischia e ha perso il lavoro. Non dobbiamo mai separare le due cose e come Chiesa, per quanto è possibile, dobbiamo fare sì che tutto concorra al bene di coloro che amano. La grande sfida riguarda quanto amore saremo capaci di metterci, ma non amore detto, raccontato, bensì amare nei fatti, nella verità.





Giovedì, 02 Luglio 2020

Tutelare i minori dalle conseguenze della pandemia da Coronavirus che ha acuito povertà, diseguaglianze sociali, carenze educative. Con una particolare attenzione ai bambini disabili e rifugiati. È l'obiettivo del Protocollo d'Intesa sottoscritto a Roma tra la Conferenza Episcopale Italiana e il Comitato Italiano per l'Unicef - Fondazione Onlus, che avvia così una reciproca collaborazione mirata alla tutela dell'infanzia sul territorio italiano sia nel periodo di emergenza sanitaria causata dalla pandemia da Covid-19 sia dopo che questa potrà considerarsi contenuta e terminata. Il Protocollo - che avrà la durata di tre anni - è stato firmato dal Segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, e dal Presidente dell'Unicef Italia, Francesco Samengo.

«Per educare un bambino ci vuole un villaggio, ha ricordato più volte papa Francesco, e la Chiesa, nel suo essere comunità, guarda con responsabilità e sollecitudine alle giovani generazioni», ha affermato monsignor Russo. «Non può esserci cammino di sviluppo autentico - ha aggiunto il Segretario della Cei - che lasci indietro bambini e adolescenti nella povertà, nell'abbandono, nel disagio, nella malattia. Ogni bambino ha il diritto di essere accompagnato nella crescita con tutto il sostegno possibile, anche e soprattutto dopo un'emergenza globale di questo tipo. Il Protocollo firmato oggi con Unicef contribuisce a edificare un futuro di cura e sicurezza per i più piccoli, che ha le fondamenta nel terreno della prevenzione».

«Tutti i bambini hanno il diritto di sopravvivere, crescere e realizzare le proprie potenzialità per costruire un mondo più a misura di bambino», ha dichiarato Samengo: «Sono certo che, grazie a questo Protocollo con la Cei, potremo compiere attività concrete per far fronte all'emergenza sanitaria e, soprattutto, per prevenire i suoi gravi effetti secondari sulle condizioni di vita di tanti bambini e adolescenti, in particolare le conseguenze sulla crescita della povertà e delle disuguaglianze, avendo particolare attenzione ai più vulnerabili e invisibili».

Questi i principali obiettivi previsti dal Protocollo: individuare, promuovere e realizzare iniziative comuni di sostegno alle comunità in Italia nell'ambito dell'emergenza sanitaria e dei suoi effetti secondari, quali, tra gli altri, l'aggravamento della condizione di povertà, l'inasprimento delle disuguaglianze sociali, il rischio di abbandono scolastico o di carenze educative, il rischio di carenze nella tutela della salute, il rischio di violenze con particolare attenzione ai diritti e alle condizioni di vita delle bambine e dei bambini e degli adolescenti, compresi i minori con disabilità, quelli fuori dalle famiglie o bambini e adolescenti rifugiati, richiedenti asilo e migranti, accompagnati e non; individuare, sviluppare ed attuare iniziative comuni per la tutela dei minori in Italia e per il miglioramento delle loro condizioni di vita e la loro piena partecipazione anche dopo l'emergenza; incentivare iniziative congiunte di prossimità volte alla prevenzione, promozione e protezione dei minori residenti in Italia e delle loro famiglie in condizioni di disagio sociale, economico ed educativo.





Giovedì, 02 Luglio 2020

Nella sua autobiografia pubblicata negli anni ’90 – in italiano con il titolo La mia vita – che abbracciava il periodo 1927-1977, Joseph Ratzinger raccontava il momento emozionante del ritorno del fratello Georg - scomparso il primo luglio a Ratisbona all'età di 96 anni - dalla prigionia in Italia al termine della guerra. «Perché la nostra gioia fosse piena mancava ancora qualcosa» scriveva Ratzinger in riferimento alla sua famiglia, «dall’inizio di aprile non avevamo più avuto notizie di mio fratello. A casa nostra si era quindi in ansia, sia pur silenziosamente. Tanto più grande fu perciò la nostra gioia quando, in una calda giornata di luglio, si sentirono improvvisamente dei passi e colui del quale per tanto tempo non si era saputo nulla, era ora in mezzo a noi, abbronzato dal sole d’Italia, e, riconoscente e sollevato, intonava sul nostro pianoforte il Grosser Gott, wir loben dich».

Qui Ratzinger si riferiva a un celebre canto liturgico tedesco, «Grande Dio, noi ti lodiamo». «I mesi successivi – continuava sempre l’allora cardinale dipanando i ricordi – in cui potemmo gustare la ritrovata libertà, che ora avevamo imparato a stimare nel suo giusto valore, sono tra i più bei ricordi della mia vita. A poco a poco i dispersi facevano ritorno. Ci cercavamo a vicenda, ci scambiavamo i ricordi e i nuovi progetti di vita. Mio fratello e io, insieme con molti altri reduci, lavoravamo, per quanto possibile, nel seminario semidistrutto, che per sei anni era stato adibito a ospedale militare, per renderlo nuovamente utilizzabile per il suo scopo originario. Di libri, nella Germania distrutta ed economicamente prostrata, non era possibile acquistarne. Ma dal parroco e in Seminario potevamo ricevere qualcosa in prestito, cercando così di muovere i primi passi sul terreno sconosciuto della filosofia e della teologia. Mio fratello si dedicava appassionatamente alla musica, che è il suo carisma particolare. Durante le feste di Natale riuscimmo a combinare un incontro tra i nostri compagni di classe; molti erano caduti e, a maggior ragione, i reduci erano riconoscenti per il dono della vita e per la speranza che rinasceva, pur in mezzo a tutte le distruzioni».

Della passione per la musica che accomunava i fratelli Ratzinger, anche Georg aveva parlato in un’intervista: «Nella nostra casa tutti amavano la musica. Nostro padre aveva una cetra che suonava spesso la sera. Cantavamo insieme. Per noi era sempre un evento. A Marktl sull’Inn, poi, c’era una banda musicale che mi affascinava molto. Ho sempre pensato che la musica sia una delle cose più belle che Dio abbia creato. Anche mio fratello ha sempre amato la musica: forse l’ho contagiato io». E sull’altra comune e ben più decisiva “passione”, sempre Georg aveva detto: «Mio fratello ed io eravamo entrambi chierichetti, tutti e due servivamo Messa. Ci fu presto chiaro, prima a me e poi a lui, che la nostra vita sarebbe stata a servizio della Chiesa». E aveva aggiunto un aneddoto: «A Tittmoning Joseph aveva ricevuto la Cresima dal cardinale Michael Faulhaber, il grande arcivescovo di Monaco. Ne era rimasto impressionato e aveva detto che sarebbe voluto diventare anche lui cardinale. Ma, solo qualche giorno dopo quell’incontro, osservando il pittore che tinteggiava i muri di casa nostra, disse anche che da grande avrebbe voluto fare l’imbianchino…».





Mercoledì, 01 Luglio 2020

È morto martedì 30 giugno 2020, alle ore 4 del mattino, monsignor Pietro Ganapini, missionario e sacerdote Fidei Donum da 59 anni in Madagascar per la diocesi di Reggio Emilia-Guastalla. Era il pioniere e il decano dell’équipe reggiana e si è speso ogni giorno della sua vita al servizio dei più poveri, soprattutto dei bambini, quelli che lui chiamava affettuosamente “i più poveri tra i poveri”, quelli che non avevano la possibilità di studiare. Era anche un musicista ed ha composto canti per la Messa, creando una tradizione liturgica malgascia. La morte è avvenuta in modo banalmente crudele, lui che in Africa aveva anche contratto la malaria, e ne era sopravvissuto: dopo una caduta dalle scale in casa, cinque giorni fa.
La fine è arrivata martedì mattina all'alba. Don Pietro era nato a Pantano di Carpineti il 19 gennaio 1928 e aveva ricevuto l’ordinazione presbiterale il 13 agosto 1950. Don Pietro aveva insegnato nel Seminario di Albinea dal 1950 al 1952 e successivamente nel Seminario di Marola dal 1952 al 1961. L’entusiasmo dell’enciclica Fidei Donum di Pio XII del 1957 e la conoscenza di padre Dario Asti, gesuita di Fontanaluccia, lo portarono a partire come missionario nel novembre del 1961 per l’Isola Rossa. È il primo della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla a scendere ed aprirà la strada a tanti missionari: sacerdoti, suore e laici. Nella sua lunga esperienza ha potuto conoscere profondamente la cultura del paese. Ha prestato servizio come parroco a Ilanivato, per arrivare fino alla sede di Ambanidia, guidata dal 1974 al 2006. In seguito si è trasferito alla Casa della Carità di Tongarivo (periferia di Antananarivo) dove consacrate e ospiti hanno potuto godere spiritualmente della sua presenza sacerdotale. Il carismatico sacerdote diceva: «Il vivere nella Casa di Carità è per me scuola di purificazione e di preghiera, perché possa lasciare più spazio all’opera dello Spirito Santo nella mia povera vita estremamente bisognosa della grazia di Dio». In questi ultimi 20 anni don Pietro si è dedicato in maniera molto intensa all’istruzione dei bambini, sostenuto dall’Associazione benefica Amga (l’associazione amici di don Pietro Ganapini); con lo sforzo delle popolazioni locali ha costruito oltre un centinaio di scuole nella periferia della capitale Antananarivo. Don Pietro affermava: «Migliaia di ragazzi hanno potuto ricevere basi di istruzione e di sviluppo che non saranno facilmente quantificabili in termini di cifre, ma che nella vita della nazione portano e porteranno frutti di maturità umana e cristiana».Come cariche di significato e di gratitudine sono state le parole espresse dal vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca:« Don Pietro ci ha dato la testimonianza di una vita missionaria al servizio dei poveri, senza nessuna ombra di riduzione sociologica o ideologica. Egli era semplicemente Cristiano. La sua passione per la musica, che lo ha portato a creare tanti testi liturgici e popolari, cantati anche in lingua malgascia, rivela il lato angelico del suo animo ma anche una pienezza umana che chiedo a Dio di donare a tutti noi, presbiteri della Chiesa di Reggio Emilia - Guastalla. Ora le spoglie mortali di don Pietro riposeranno in Madagascar, come lui ha voluto, ma la sua esperienza può trasbordare ben oltre e illuminare la missione cristiana di tanti nostri laici e presbiteri. Ritengo che don Pietro, con i suoi 92 anni, rappresenti una delle benedizioni più singolari della mia vita e sia un segno di come il cristianesimo possa trasformare la vita presente rendendola una vera anticipazione dell’eterno».

Domani le esequie nel suo Madagascar


Il funerale di monsignor Ganapini avrà luogo nella parrocchia malgascia di Malaza domani alle 10. La diocesi di Reggio Emilia-Guastalla invita sacerdoti, diaconi e laici a partecipare, in comunione di preghiera con la Chiesa del Madagascar, alla santa Messa di suffragio che sarà celebrata in Cattedrale a Reggio Emilia domani alle 10.30 familiari e amici di don Pietro hanno poi fissato una Messa di ringraziamento per il lungo e fecondo ministero missionario di don Ganapini sabato 4 luglio alle ore 19 a Pantano di Carpineti.







Mercoledì, 01 Luglio 2020

Joseph Ratzinger «si è speso tutto per la sua vocazione» e in tutte la tappe della vita sacerdotale ha sempre voluto portare a termine il suo compito di pastore, cioè essere sempre disponibile per ciò che Dio vuole e per cercare di «introdurre gli altri alla Sua conoscenza». Quel 29 giugno del 1951 in cui venne ordinato nel duomo di Frisinga, così come oggi.Parola di fratello, oltre che di confratello. C’era anche Georg Ratzinger quel giorno a ricevere l’imposizione delle mani da parte del cardinale Faulhaber, arcivescovo di Monaco e Frisinga. E alla vigilia del 60° anniversario, del Giubileo sacerdotale di diamante, il fratello maggiore di Benedetto XVI ritaglia per Avvenire pochi minuti della sua giornata per tornare con la mente e col cuore a quel giorno.L’ex direttore del coro di voci bianche della cattedrale di Ratisbona, i celebri Regensburger Domspatzen, insiste più volte sul concetto della missione da compiere. Sul fatto che Dio si affida agli uomini per realizzare i suoi disegni. E che questi devono fare la propria parte nella vigna del Signore, per usare un’immagine cara al Pontefice.

Monsignore, come vive questa ricorrenza? Quale ricordo più forte le suscita?

I ricordi dell’ordinazione e della Primiz, la prima Messa, sono ancora molto vivi nella mia memoria. Certo, da allora sono successe tante cose. Le forze vengono meno, la vista anche (problemi agli occhi rendono sempre più difficile suonare il piano al sacerdote-musicista ndr). Ma sento una grande gratitudine per quello che abbiamo potuto vivere.

Allora, dopo il disastro della guerra, cosa significava per voi, per la vostra generazione, diventare sacerdoti? Cosa vi spingeva?

La coscienza della nostra missione. Del fatto che Dio non ha abbandonato il mondo e che questo vive a partire da Dio. Questo è il compito più bello: essere mandati da Dio e annunciare il suo amore alle persone.

Per voi l’ambiente in cui è maturata la vocazione è stato la famiglia, cosa che oggi sempre più spesso manca. Chi di voi due per primo ha deciso per questa vita?

La prima considerazione la trovo giusta. Poi, io sono maggiore di tre anni e tre mesi e forse in me la decisione è maturata prima. Essendo più vecchio, ho anticipato mio fratello in tutto.

E lui come ha vissuto il proprio stile sacerdotale nelle varie tappe della sua vita: cappellano, professore, vescovo, cardinale, infine Papa?

Ha sempre incarnato la figura del pastore, che è per Dio e vuole introdurre gli altri alla Sua conoscenza. Penso sempre che mio fratello possa essere un esempio, perché si è speso tutto per la sua vocazione e non ha mai posto innanzi le proprie preferenze personali. Il suo compito è per lui la vita.

Una fedeltà nell’umiltà che lo ha portato al momento dell’elezione a definirsi un lavoratore nella vigna del Signore...

...e lo è davvero. Ha voluto esserlo. Per questo ha usato quell’immagine evangelica, in cui la Chiesa viene paragonata a una vigna, nella quale qualcuno deve lavorare affinché il vino riesca bene. E lui in questa vigna della Chiesa vuole assolvere pienamente il suo compito.





Mercoledì, 01 Luglio 2020

E' morto a Ratisbona monsignor Georg Ratzinger, fratello di Bendetto XVI. Il sacerdote musicista aveva 96 anni ed era malato da tempo. Proprio per l'aggravarsi delle sue condizioni, il Papa emerito il 18 giugno si era recato in Germania, rimanendo a Ratisbona per qualche giorno e ritornando a Roma il 22 giugno. I due fratelli, sempre molto uniti, erano stati ordinati presbiteri lo stesso giorno. E Benedetto XVI, benché a sua volta gravato dagli anni (ha tre anni in meno di Georg) e dagli inevitabili acciacchi dell'età, non aveva voluto mancare di dargli un ultimo saluto finché era in vita cosciente. Al punto che il portavoce della diocesi di Ratisbona aveva definito "un elisir di vita" il suo viaggio in Germania.

Nato a Pleiskirchen, in Baviera, il 15 gennaio 1924, Georg Ratzinger aveva iniziato a suonare l’organo nella chiesa parrocchiale fin da quando aveva 11 anni. Nel 1935 entra nel seminario minore di Traunstein, ma nel 1942 viene arruolato nelle Reichsarbeitsdienst, e in seguito nella Wehrmacht, con la quale combatte anche in Italia. Catturato dagli Alleati nel marzo 1945, resta prigioniero a Napoli per alcuni mesi prima di essere rilasciato e di poter far ritorno in famiglia. Nel 1947 assieme al fratello Joseph, entra nel seminario Herzogliches Georgianum di Monaco di Baviera. Il 29 giugno 1951, entrambi i fratelli, insieme a una quarantina di altri compagni, vengono ordinati sacerdoti nel Duomo di Frisinga dal cardinale Michael von Faulhaber. Dopo essere diventato maestro di cappella a Traunstein, per trent’anni, dal 1964 al 1994, è il direttore del coro della Cattedrale di Ratisbona, il coro dei “Regensburger Domspatzen”. Ha girato il mondo facendo numerosi concerti e ha diretto molte incisioni per Deutsche Grammophon, Ars Musici e altre importanti etichette discografiche con produzioni dedicate a Bach, Mozart, Mendelssohn e altri autori.

Come già ricordato, Georg e Joseph Ratzinger sono sempre stati molto uniti. Il 22 agosto 2008 il musicista venne insignito della cittadinanza onoraria di Castel Gandolfo, dove spesso si recava per trascorrere qualche giorno insieme a Benedetto XVI, durante i soggiorni estivi del Papa. E proprio in quella occasione il Pontefice aveva dato una chiave di lettura del rapporto che lo legava al fratello. "Dall’inizio della mia vita - aveva sottolineato - egli è stato sempre per me non solo compagno, ma anche guida affidabile. È stato per me un punto di orientamento e di riferimento con la chiarezza, la determinazione delle sue decisioni. Mi ha mostrato sempre la strada da prendere, anche in situazioni difficili".

A sua volta Georg così parlava del fratello in un'intervista di 11 anni fa. "Mio fratello ed io eravamo entrambi chierichetti, tutti e due servivamo Messa. Ci fu presto chiaro, prima a me e poi a lui, che la nostra vita sarebbe stata a servizio della Chiesa". Certamente il fratello maggiore è stato determinante anche per l'amore alla musica che ben presto contagiò anche il futuro Papa, del quale è ben nota la predilezione per autori come Bach e Mozart e il quasi quotidiano esercizio al pianoforte.

Uniti dall'affetto fraterno, Goerg e Joseph erano comunque diversi dal punto di vista caratteriale. Vatican News ricorda ad esempio che Georg non brillava per le qualità diplomatiche e che non aveva nascosto di non aver esultato per l’elezione del fratello, avvenuta nell’aprile 2005: «Devo ammettere che non me l’aspettavo - aveva detto - e sono rimasto un po’ deluso... Dati i suoi gravosi impegni, ho capito che il nostro rapporto si sarebbe dovuto ridimensionare notevolmente. In ogni caso, dietro la decisione umana dei cardinali c’è la volontà di Dio, e a questa dobbiamo dire sì».

In realtà anche nel corso del Pontificato i rapporti tra i due non si erano allentati e spesso Georg veniva a Roma (o a Castel Gandolfo d'estate). Certamente era al fianco del Papa nel 2017, quando il Papa emerito aveva compiuto 90 anni e una celebre foto lo ritrae con un beneaugurante boccale di birra bavarese. Proprio Georg, tra l'altro, fu tra i primi a ricevere la confidenza di Benedetto XVI che aveva maturato la decisione della rinuncia. Due anni prima, nel 2011, il sacerdote musicista, intervistato da una rivista tedesca, Georg Ratzinger aveva detto: «Se non dovesse più farcela dal punto di vista della condizione fisica, mio fratello dovrebbe avere il coraggio di dimettersi».

Georg Ratzinger era stato anche toccato dallo scandalo per le violenze (anche sessuali) sui minori del coro dei “Regensburger Domspatzen” tra il 1958 e il 1973. Il sacerdote spiegò che dei due insegnanti di Ratisbona accusati di abuso, uno fu allontanato nel 1958, prima che lui arrivasse alla direzione del Coro, e l’altro a lui non risulta avesse compiuto azioni scorrette. «Non mi occupavo della disciplina dei ragazzi, ma della musica", disse in un'intervista al Corriere della Sera. Ma ammise di aver dato qualche scapaccione. Non più di quanto si usava all'epoca, aggiunse.

La Conferenza Episcopale Italiana "si unisce nella preghiera al Papa emerito Benedetto XVI per la scomparsa del fratello Georg. La passione per la Verità che ora contempla - scrivono i vescovi in una nota - attenua il momentaneo distacco terreno. La speranza in Colui che è la risurrezione e la vita ci aiutino a colmare il vuoto che lascia".















Mercoledì, 01 Luglio 2020

Oltre centomila follower, più di un milione di like. Raccolti ad uno ad uno su TikTok, il social network considerato ancora tra i più 'inaccessibili' (e incomprensibili) per gli adulti, persino per i più esperti della Rete. Eppure suor Claudia (Hermana Claudia è il suo nickname) ci è riuscita. Nata in Argentina, ha 49 anni e appartiene alla congregazione delle Suore di Carità di Nostra Signora del Buono e Perpetuo Soccorso, fondata nel 1850 da Madre M. Agostina Lenferna de Laresle nell’isola Maurizio e oggi presente in 14 Paesi con scuole e strutture di accoglienza per poveri e malati.

Da tre anni suor Claudia vive a Roma ed è l’economa generale, dopo essere stata 10 anni nell’Amazzonia peruviana, nella casa generalizia. «Ad aprile, avevo qualche linea di febbre e mi sono messa in quarantena. Soltanto dopo è emerso che non avevo contratto il coronavirus, ma durante le lunghe ore a letto, guardando il cellulare, ho scoperto TikTok. I miei primissimi video non avevano contenuto religioso ed erano in spagnolo. Proseguendo, ho iniziato a parlare brevemente di fede e a mostrare immagini sacre. E a quel punto ho iniziato a ricevere qualche messaggio poco gentile, ma soprattutto tantissime richieste di preghiere o di conforto».

TikTok, però, non è un social network facile e forse per questo resta ancora un mistero per molti: in un video della durata massima di un minuto, registrato con il telefonino, ci si gioca tutto. Se è noioso, chi lo guarda può passare immediatamente al successivo con un semplice gesto del pollice. Si possono aggiungere centinaia di filtri e una base musicale, ma 60 secondi sono pochissimi, soprattutto per parlare di cose serie. Quasi sempre viene utilizzato da adolescenti e preadolescenti per balletti 'virali' o per imitare gli artisti più famosi: suor Claudia gioca con gli effetti più divertenti, partecipa alle 'challenge', festeggia il compleanno delle consorelle, racconta la gioia del Vangelo.

«La fede cresce quando riusciamo a condividerla. In un periodo così difficile, credo sia bello trasmettere un po’ di allegria e di speranza. Anche questa è evangelizzazione». Ogni giorno la religiosa riceve oltre 500 messaggi che contengono soprattutto richieste di preghiere. «Mi sento investita di una grandissima responsabilità. Prego e chiedo alle mie consorelle di pregare per tutte le persone che mi contattano sui social. Ho vissuto per anni in una zona molto povera dell’Amazzonia dove la gente non aveva quasi nulla. In Italia c’è più ricchezza, ma in tutto il mondo le persone sono uguali. E anche qui c’è bisogno di speranza, con quel grande vuoto esistenziale che solo Dio sa riempire».





Martedì, 30 Giugno 2020

«Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà», scrive papa Francesco all’inizio di Querida Amazonia, prima di illustrare i suoi sogni per la regione. A meno di cinque mesi dalla pubblicazione dell’Esortazione, la Chiesa d’Amazzonia s’è messa in cammino per dare compimento alle suggestioni del Pontefice e al lungo processo sinodale, cominciato già a Puerto Maldonado il 19 gennaio 2018, con un anno e nove mesi prima dell’apertura dei lavori a Roma. La data scelta per uno dei passi cruciali non è casuale: la solennità dei Santi Pietro e Paolo, giornata in cui la Chiesa universale fa memoria delle proprie radici e si stringe intorno al successore di Cefa perché con la sua testimonianza l’aiuti a scoprire la rotta nelle pieghe del presente e del futuro.

Il 29 giugno è nata così ufficialmente la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia. Una “buona notizia” in questi tempi bui per il pianeta e per la regione, tanto ferita dal Covid: i contagi sfiorano il mezzo milione e le vittime sono oltre tredicimila. «La Conferenza fa parte dei nuovi cammini aperti dal Sinodo amazzonico. Nel processo di costruzione siamo stati animati dal nostro caro papa Francesco: lui stesso ha suggerito il nome», racconta il cardinale Claudio Hummes, presidente della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), eletto alla guida del nuovo organismo al termine di tre giorni di assemblea celebrata via Web a causa della pandemia.

All’incontro hanno partecipato rappresentanti della Santa Sede - i cardinali Lorenzo Baldisseri, Marc Ouellet, Luis Tagle e Micheal Czerny -, e della Chiesa del Continente - a partire dal presidente del Consiglio episcopale latinoamericano, Miguel Cabrejos -, nonché altre realtà ecclesiali e tre rappresentanti dei popoli indigeni. Una pluralità armonica che si riflette nella configurazione - approvata all’unanimità - del nuovo organismo. Affiancherà il cardinale Hummes come vicepresidente David Martínez de Aguirre, vicario episcopale di Puerto Maldonado e segretario al Sinodo. Eugenio Coter, vescovo di Pando, in Bolivia, rappresenterà al suo interno, nel Comitato esecutivo, le Conferenze episcopali della regione insieme alle presidenze del Celam, della Rete ecclesiale pan amazzonica (Repam) della Conferenza latinoamericana dei religiosi (Clar) e della Caritas latinoamericana.

Rilevante la scelta di inserire nella Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia tre rappresentanti indigeni: due laici - Patricia Gualinga e Dario Siticonatzi, rispettivamente dei popoli Sarayaku e Ashaninka - e suor Laura Vicuña, del popolo Kariri. L’istanza per la sua creazione emersa con forza durante i lavori dell’Assemblea sinodale. Ed era stata espressa nel Documento finale per promuovere «la sinodalità fra le Chiese della regione», aiutare «a delineare il volto amazzonico di questa Chiesa» e continuare «a trovare nuovi cammini per la missione evangelizzatrice», si legge al punto 115. Affermazioni accolte dal nuovo organismo che nasce nel seno Celam, ascritto alla sua presidenza, ma autonomo. E si propone - nel solco di quanto indicato da papa Francesco in Querida Amazonia - di contribuire all’incarnazione del Vangelo nella regione per «aprire strade all’audacia dello Spirito», avendo fiducia e permettendo concretamente «lo sviluppo di una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale», come si legge nell’Esortazione.

Il cardinale Hummes, fin dall’inizio del lavoro di costituzione, aveva espresso il proprio sogno per questa nuova Conferenza: «Che si incarni nelle comunità del territorio, parlo di comunità ecclesiali ma anche comunità civili e comunità indigene. Dev’essere un organismo dinamico, vicino alla gente, capace di camminare al suo fianco, di ascoltarla e di decidere insieme come costruire nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia e per una ecologia integrale». Solo così potrà essere all’altezza del Sinodo amazzonico, un «evento storico – conclude il presidente della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia –. Nessun Sinodo precedente è stato tanto sinodale e riformatore come questo».





Martedì, 30 Giugno 2020

Esperienza umana non solo mistica o religiosa. Il Cammino di Santiago da sempre costituisce un percorso di condivisione e comprensione mutua fra i pellegrini del mondo che lo intraprendono per avventura, ricerca personale, percorso interiore o anche un modo diverso di turismo «slow» a contatto con la natura, la cultura, la gastronomia e l’ospitalità locali, addentrandosi nei suggestivi paesaggi fra meseta e montagna, i parchi nazionali delle cime dei Pirenei o le rive dell’Ebro, i prati verdi e le coste della Galizia e delle Asturie. Ognuno ha la sua ragione per lasciarsi catturare dalla magia ricostituente del Cammino.

Ma tutti dovranno adattarsi alle nuove misure di igiene e sicurezza con le quali la rete pubblica di albergues e ostelli inizia dal primo luglio la riapertura graduale, nello stesso giorno in cui riaprono anche la Cattedrale di Santiago - dove riposano le spoglie dell’apostolo san Giacomo il Maggiore - e il Centro internazionale di Accoglienza al viandante. Nell’era post Covid-19 molto cambia, seppure non l’essenziale.

Anzitutto, lo zaino del pellegrino. Il Consiglio Giacobeo ha approvato una serie di raccomandazioni per quanti torneranno a percorrere l’itinerario, uno dei beni culturali più significativi della Spagna, che si prepara all’Anno Santo Giacobeo 2021. Nella "nuova normalità" della guardia sempre alta contro il virus, la condivisione si coniuga solo in termini di emozioni, ma non di spazi o utensili. Per cui sono raccomandati termos per acqua e alimenti personali, posate non monouso da sterilizzare e riutilizzare, a parte il sacco a pelo e un kit igienico con mascherine, idrogel e aerosol disinfettanti. E una penna, per annotare tappe e appunti di viaggio. Fra i consigli: privilegiare il pagamento con applicazioni sul cellulare o carta di credito, senza dimenticare contanti per i donativi agli ostelli di accoglienza.


A piedi, in bicicletta, persino a cavallo. Sono le tre modalità con cui il pellegrino può affrontare il Cammino di Santiago.
Lungo il percorso (che complessivamente è di 800 chilometri, se si parte dal versante francese dei Pirenei) ci sono ostelli e case di accoglienza dove sostare e fermarsi a mangiare e dormire, anche se quest’anno le norme anti Covid-19 modifica in parte le modalità di accesso. Esistono più cammini verso Santiago, anche se la meta resta unica.

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Ma, soprattutto, consultare prima la disponibilità di posti - all’applicazione Ign - perché non tutti gli albergues saranno aperti e quelli funzionanti lo saranno al 50/75% della capacità. Le nuove regole obbligano i gestori alla pulizia di servizi e spazi comuni almeno 6 volte al giorno.

Ai pellegrini si raccomanda di disinfettare banchi e tavoli delle aree di riposo prima di utilizzarli, e di igienizzare le mani prima di aprire le fontane. Lo zaino va lasciato fuori dai recinti chiusi, evitando il contatto con quelli di altri pellegrini, dopo averlo sanificato con disinfettante e rinchiuso in una borsa di plastica pulita. Anche la bicicletta, per chi sceglie cicloturismo, va lasciata distante dalle altre e disinfettata alla ripresa dell’itinerario, dopo la sosta. Il Cammino non si libera della mascherina e della distanza di sicurezza, obbligatorie anche sui belvedere e, ovviamente, all’interno e all’esterno delle strutture di ospitalità, dove bisognerà evitare di toccare le suppellettili. Importante, inoltre, pianificare i pasti, perché cucine e mense degli ostelli saranno probabilmente chiusi.

E va, infine, ricordato che nelle strutture «non si somministrano cure», per cui in caso di necessità bisognerà recarsi in un centro sanitario «con le massime misure di protezione per te e per chi ti assiste». «Che la stanchezza non ti faccia dimenticare le misure di prevenzione» l’ultima avvertenza, con l’indicazione che, in caso di sintomi come tosse secca, febbre, difficoltà respiratoria, va contattato il numero di emergenza indicato in ogni regione. E con il consiglio di attivare, per sicurezza, l’applicazione Alertcops, per segnalare il proprio itinerario.

In ogni caso, si ricorda che la lista di raccomandazioni non è un protocollo sanitario, bensì una sintesi della Guida per gli Ostelli pubblicata dalla segreteria di Stato per il Turismo. I patronati turistici in Galizia danno il benvenuto da oggi ai «camminanti» sulla via che dal Medio Evo unisce Santiago con l’Europa, anche se resta lontano il record di 350.000 pellegrini di oltre 100 paesi giunti nel 2019. Gli italiani erano stati i più numerosi dietro ai soli spagnoli, seguiti da tedeschi, portoghesi, francesi e statunitensi.





Martedì, 30 Giugno 2020

In Gesù vivo. «Così chiudevi le tue lettere, salutando. Non pensavamo che la tua “lettera” finisse così presto, ma in Gesù vivo ti salutiamo e ti affidiamo a Lui perché vivi con Lui, sei per sempre in Gesù che è morto ed è risorto per te e per noi.». Con queste commosse e commoventi parole il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, ieri ha concluso l’omelia nella Messa esequiale per monsignor Lino Goriup, scomparso improvvisamente giovedì scorso a 55 anni: un infarto, probabilmente, che lo ha colto all’ingresso della canonica della parrocchia cittadina di Santa Caterina di Strada Maggiore, che guidava dal 2009.

I funerali sono stati celebrati nel parco del Seminario arcivescovile e regionale, all’aperto, perché questo, ha ricordato Zuppi all’inizio, è «uno dei luoghi più cari a don Lino, che lo ha visto entrare giovane, brillante, per iniziare la formazione e poi accompagnare quella di altri ragazzi» alla presenza di centinaia di persone.

Goriup infatti era molto conosciuto, stimato ed amato in tutta la diocesi e anche al di fuori. Laureato in Filosofia e in Teologia, era stato nominato ad appena 35 anni rettore del Seminario regionale Flaminio, e aveva poi sempre continuato ad insegnare alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, pubblicando anche numerosi volumi.

Un legame molto forte, quello con i suoi alunni, come del resto era stato forte quello con i giovani del Seminario che aveva guidato per 5 anni. Di questa esperienza, ha ricordato Zuppi, don Lino diceva: «L’unica cosa che ho saputo indicare senza posa era quello che stava succedendo a me: dare la vita a Cristo significa ricevere se stessi e il mondo in dono da Lui. I preti non sono freddi burocrati pronti al comando, ma persone diventate, nell’amore di Gesù, “genitori di se stessi”, padri liberi e responsabili di un popolo di figli». Era stato anche vicario episcopale degli arcivescovi Biffi e Caffarra per il Settore Cultura e Comunicazione per poi diventarlo per il Settore Cultura, Università e Scuola.

Il dolore e anche l’incredulità dei presenti e di tanti per una perdita così improvvisa e inaspettata sono stati raccolti dall’arcivescovo e posti nell’ottica cristiana: «Abbiamo davvero tanto bisogno del Signore – ha detto Zuppi – come gli antichi naviganti lo avevano delle stelle e in realtà, quando avviene come per Lino, capiamo che i nostri passi non vagano perché sono contati da Dio e le nostre lacrime, anche quelle segrete, non sono perdute e senza risposta».

E ancora: «Resta solo Gesù, inizio e fine di tutto, come è stato nella vita breve di Lino, nella sua fede profonda e indiscussa, ereditata dalla sua famiglia». A proposito delle sue radici familiari il cardinale ha fatto riferimento alla «vicenda, fiera e dolorosa» della gente dell’Istria. La mamma era infatti italiana (originaria dell'isola di Lussino) e aveva vissuto il dramma dell'Esodo. Il ramo paterno della famiglia, Goriup, appartiene invece alla comunità slovena in Italia e durante il ventennio subì le persecuzioni anti-slave fasciste. Lui era e si sentiva anche un bisiaco, perché nato nell'area geografico-culturale della Bisiacaria (posta nella parte meridionale della provincia di Gorizia). Anche questo aiuta a capire un connotato del suo carattere esaltato dalla sua fede e sottolineato infine da Zuppi: «Ricordiamo Lino come uomo intelligente e libero, capace di parlare con tutti e di trovarsi a suo agio con storie e sensibilità diverse perché aveva Cristo nel cuore. Sempre con gentilezza e col sorriso. Lino ha atteso la sua manifestazione e l’ha vista e indicata predicando il Vangelo, con leggerezza e profondità, sempre con tanta umanità».





Martedì, 30 Giugno 2020

Fare chiarezza nell’amministrazione della Fabbrica di San Pietro. E’ quanto richiesto dal Papa al nunzio Mario Giordana, nominato Commissario straordinario dell’ente vaticano. “A seguito della recente promulgazione del Motu Proprio ‘Sulla trasparenza, controllo e concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano’” – informa un comunicato della Sala Stampa vaticana – il Santo Padre, “ha nominato ieri ‘Commissario straordinario per la Fabbrica di San Pietro’ il nunzio apostolico mons. Mario Giordana, affidandogli l’incarico di aggiornare gli Statuti, fare chiarezza sull’amministrazione e riorganizzare gli uffici amministrativo e tecnico della Fabbrica. In questo delicato compito il Commissario sarà coadiuvato da una commissione”.

“Tale scelta – prosegue il comunicato – segue anche una segnalazione proveniente dagli uffici del Revisore Generale, che ha portato, questa mattina, all’acquisizione di documenti e apparati elettronici presso gli uffici tecnico e amministrativo della Fabbrica di San Pietro”. Quest’ultima operazione, si legge nel testo, “è stata autorizzata con decreto del Promotore di Giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano, e dell’Aggiunto, Alessandro Diddi, previa informativa alla Segreteria di Stato”.

L'operazione sembra avvalorare il nuovo corso all'interno delle Mura Leonine, voluto anche e soprattutto dal Papa, di sottoporre a verificare le diverse amministrazioni dello Stato. E del resto il riferimento all segnazione da parte degli uffici del Revisore generale, contenuto nella nota diffusa ai giornalisti, va proprio nella direzione indicata. Fare trasparenza su tutto, appalti e contratti prima di ogni altra cosa, ed eliminare così eventuali zone grigie.

La Fabbrica di San Pietro (in latino Reverenda Fabrica Sancti Petri) è l’ente a suo tempo appositamente creato per la gestione dell’insieme delle opere necessarie per la realizzazione edile e artistica della Basilica di San Pietro in Vaticano. Alla Fabbrica è affidata la complessa gestione della più grande chiesa del mondo e delle strutture sul territorio adiacente di sua pertinenza. Dal 5 febbraio 2005 è presieduta dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica Vaticana. L'ente si articola in Comitati, Uffici e Studi, tra i quali il Comitato di Amministrazione e l'Ufficio Amministrativo. L'Ufficio Tecnico include gli addetti al personale e i responsabili della Necropoli Vaticana e delle Antichità Classiche. Vi è poi l'Ufficio per le Celebrazioni Liturgiche, l'Archivio Storico Generale (distinto dall'Archivio Segreto Vaticano) e lo Studio del Mosaico. A proposito dell'Archivio Storico Generale, va segnalato che fra i preziosi documenti catalogati vi sono migliaia di note, progetti, contratti, ricevute, corrispondenze (ad esempio fra Michelangelo e la Curia), che costituiscono una documentazione del tutto sui generis sulla quotidianità pratica degli artisti coinvolti.

Tra le curiosità, vi sono anche alcuni modi di re legati alla Fabbrica. Per far passare i materiali per il cantiere alle dogane senza che essi pagassero il dazio si incideva su ogni singolo collo l'acronimo in latino A.U.FA. (ovvero Ad Usum FAbricae: - e cioè destinato - ad essere utilizzato nella fabbrica - di S. Pietro -). Nella tradizione popolare romana nacque subito la forma verbale "a ufo" o "auffa", tuttora utilizzata a Roma e in molte altre località per indicare qualcuno che vuole ottenere servigi o beni in modo gratuito. Allo stesso modo, ancora oggi, quando si parla di un lavoro perennemente in cantiere si è soliti paragonarlo alla Fabbrica di San Pietro.





Domenica, 28 Giugno 2020

Prete del sorriso e della denuncia, insegnò l’accoglienza verso tutti attraverso la testimonianza quotidiana in un quartiere complesso come l’Albergheria, diventando punto di riferimento di famiglie, bambini, volontari, che scoprirono la bellezza e le contraddizioni del centro storico di Palermo.

È morto all’alba di sabato, nella canonica della parrocchia di Santa Lucia a Castelvetrano don Baldassare Meli. Aveva 76 anni. Originario di Aragona nell’Agrigentino, salesiano, ordinato sacerdote nel 1971 e per 17 anni anima del Centro Santa Chiara a Palermo, fu in prima linea nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti dei bambini. Il tumore lo ha portato via.

Durante la sua permanenza a Palermo, alla fine degli anni Novanta, denunciò assieme al suo confratello, don Roberto Dominici, un turpe giro di pedofilia a Ballarò e all’Albergheria. Scattarono indagini, retate, processi nel 1996 e poi ancora nel 2000. I riflettori del mondo si accesero su quello scandalo. Ma non sempre l’azione di questi sacerdoti fu compresa e in molti casi subirono l’isolamento. Don Meli fu accolto dalla diocesi di Mazara del Vallo nel 2004 e inviato a Castelvetrano.

Negli ultimi mesi ha vissuto a casa di Ninetta Sammarco e Gesualdo Di Fazio, per le cure mediche a cui si era sottoposto. La camera ardente è stata allestita nella parrocchia di Santa Lucia a Castelvetrano. I funerali si sono svolti lunedì mattina, alle 10.30, in parrocchia, presieduti da Domenico Mogavero, vescovo di Mazara, e trasmessi sul canale YouTube della diocesi.

«Ci ha lasciato un fratello presbitero carissimo. Un amico sincero. Un apostolo infaticabile – ricorda Mogavero –. Un cuore aperto a tutti e pronto al perdono. Il Signore lo ha sostenuto e consolato con l’amore di quanti gli sono stati vicini, ricambiando l’amore da lui ricevuto». «Appassionato della profezia della denuncia evangelica, ci accomunava e ci appassionava quell’abbaiare quando tutto intorno taceva nell’indifferenza che è humus per chi schiacciava e abusava dei piccoli», ricorda don Fortunato Di Noto, presidente di Meter.

«Don Meli è stato un punto di riferimento per la città – sottolinea il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – Dobbiamo a lui e alla comunità di Santa Chiara tanta parte di quella elaborazione culturale e politica dei percorsi di solidarietà, inclusione e accoglienza che sono oggi al centro della nostra azione».





Domenica, 28 Giugno 2020

Un cardinale al servizio degli anziani bisognosi. Non solo in Francia, ha commosso tanti fedeli l’annuncio da parte del cardinale Philippe Barbarin, 69 anni, per quasi due decenni arcivescovo di Lione e primate delle Gallie (2002-2020), di un imminente trasferimento in Bretagna, dove intende offrire i propri giorni, non lontano dal capoluogo Rennes, come cappellano della casa generalizia delle Piccole Sorelle dei poveri dedite agli anziani in difficoltà.

Una decisione che giunge dopo l’accettazione da parte del Papa delle dimissioni di Barbarin da arcivescovo, per contribuire al ritorno di un clima sereno a Lione, dopo la bufera mediatico-giudiziaria dovuta all’accusa d’aver occultato il passato pedofilo dell’ex sacerdote Bernard Preynat. Accusa dalla quale Barbarin e gli altri esponenti sono stati assolti.

«Fare qualcosa di nuovo procura sempre della gioia. Non sono mai stato cappellano in una grande casa religiosa», ha detto Barbarin alla radio cattolica Rcf, aggiungendo che, su richiesta di Pierre d’Ornellas, arcivescovo di Rennes, potrebbe pure insegnare presso il Seminario diocesano, oltre a restare disponibile per la guida di ritiri spirituali.

Nel percorso dell’arcivescovo emerito, c’era già stata un’importante esperienza in Madagascar come prete fidei donum e come insegnante di teologia in Seminario fra il 1994 e il 1998. Questo periodo, che aveva preceduto la nomina episcopale a Moulins, è stato spesso evocato da Barbarin come centrale nel suo percorso.

«Nella vita di un prete l’importante è il contatto con la gente e il servizio del Signore e della Chiesa. La mia vera vocazione è di essere prete e lo sono sempre rimasto», ha detto Barbarin, aggiungendo di pregare «tutti i giorni» per le vittime di abusi nella Chiesa. Il cardinale ha pure confermato di restare a disposizione di papa Francesco, che potrebbe affidargli delle missioni d’inviato soprattutto in Medio Oriente, dove Barbarin ha una lunga esperienza anche a livello ecumenico e interreligioso.

Del resto, per vivere al meglio la transizione, il cardinale ha scelto di recente di ritirarsi per tre mesi nel monastero benedettino di Abu Gosh, non lontano da Gerusalemme.






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