venerdì, 22 novembre 2019
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Giovedì, 21 Novembre 2019

Dieci milioni di euro: questo il bel gruzzolo che la diocesi di Bologna ha avuto a disposizione dai dividendi 2018 della Faac, la multinazionale dei cancelli automatici che la Diocesi stessa ha ricevuto in eredità dallo scomparso proprietario Michelangelo Manini.

E tutti sono stati utilizzati, nel 2019, seguendo l’indicazione del donatore, per opere «di bene»: carità e assistenza verso individui e famiglie, sostegno alla frequenza scolastica, aiuto agli immigrati, a chi cerca o ha perso il lavoro.

Ora la diocesi ha deciso di rendicontare pubblicamente come questi ingenti fondi sono stati e saranno impiegati. «Dei 10 milioni – spiega il vicario generale per l’Amministrazione, monsignor Giovanni Silvagni – uno è andato in tasse e 6,5 sono stati allocati in azioni caritative e sociali. Ne rimangono 2,5, conservati soprattutto per le emergenze ».

«La cifra esatta di quanto allocato è 6 milioni 492mila e 441 euro – precisa il vicario episcopale per la Carità, don Massimo Ruggiano –. Di questi, 1 milione mezzo è stato utilizzato dalla Caritas diocesana e da quelle parrocchiali, 1 milione 320mila per combattere la dispersione scolastica e per i doposcuola; 1 milione per il progetto 'Insieme per il lavoro'. I restanti 2 milioni e 671mila sono stati distribuiti su un gran numero di progetti di aiuto: 32 nella diocesi, 3 in altre zone d’Italia, 19 per i Paesi di missione».

Una distribuzione equa, dunque, che in diocesi si è servita soprattutto delle Caritas parrocchiali e zonali, sensibili «antenne» sul territorio. «È grazie a loro che riusciamo ad individuare i bisogni e ad aiutare concretamente – afferma don Matteo Prosperini, direttore della Caritas diocesana –. Nel 2019 ci hanno chiesto l’aiuto dei fondi Faac ben 178 parrocchie, che a loro volta hanno sostenuto 1.770 famiglie. E l’aiuto più grosso, naturalmente, è stato quello per il pagamento dell’affitto e delle utenze».

Don Prosperini ci tiene poi a precisare che gli aiuti «sono finalizzati non solo ad un sostegno immediato, ma anche e soprattutto ad aiutare le famiglie a rendersi autonome». Aiuto che viene anche dai progetti di sostegno scolastico, coordinati da Silvia Cocchi, incaricata per la Pastorale scolastica: sono stati sostenuti circa 300 bambini e ragazzi disabili, 2.400 studenti hanno usufruito dei doposcuola, quasi 3mila hanno avuto una piccola cifra, anche solo per poter partecipare a una gita scolastica o poter svolgere sport.

E anche «Insieme per il lavoro», il progetto creato da diocesi, Comune, Città metropolitana e parti sociali per aiutare chi non ha o ha perso il lavoro ha beneficiato dei fondi Faac: «Le richieste sono state circa 3.200 – spiega il referente per la diocesi Giovanni Cherubini – e tra chi ha fatto domanda, circa 850 hanno trovato lavoro ».





Giovedì, 21 Novembre 2019

La magistratura di Salta, in Argentina, ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti del vescovo argentino Gustavo Zanchetta, già vescovo di Orán, attualmente domiciliato in Vaticano, accusato del reato di abusi sessuali continuati ai danni di due seminaristi, aggravati dal fatto di essere stati commessi da un ministro di culto. È stata la pm María Soledad Filtrín a decidere di emettere il mandato nei confronti del presule, dopo che lo stesso non aveva risposto a ripetute telefonate ed email inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali.

Zanchetta, nato a Rosario il 28 febbraio 1964, ordinato sacerdote nel 1991 per la diocesi di Quilmes, nel 2013 era stato nominato vescovo di Orán. Un’esperienza che si era interrotta bruscamente, ufficialmente per motivi di salute, nel 2017, quando il presule aveva solo 53 anni. Nello stesso anno era stato chiamato da papa Francesco in Vaticano a ricoprire il ruolo di assessore dell’Apsa, l'organismo centrale nell'amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica.

Lo scorso gennaio, dopo che alcuni giornali argentini avevano riportato la notizia di seminaristi che accusavano il presule di abusi sessuali, citando anche le testimonianze di sacerdoti riguardo abusi di potere e malagestione finanziaria del Seminario, la Sala Stampa vaticana aveva confermato l’esistenza delle accuse e la sospensione di Zanchetta dal suo incarico all’Apsa.

A maggio, in una lunga intervista concessa dal Papa alla giornalista messicana Valentina Alazraki, Francesco aveva detto di aver voluto che si aprisse un’indagine e poi un procedimento su Zanchetta presso la Congregazione per la dottrina della fede, tuttora in corso.

Lo scorso giugno Zanchetta era stato formalmente incriminato dalla magistratura argentina, con ritiro del passaporto, obbligo di reperibilità e domicilio, nonché di sottoporsi a una perizia psichiatrica. Ad agosto il vescovo era tornato in Argentina e il giudice gli aveva concesso il permesso di recarsi in Vaticano per motivi di lavoro. Ora l’ordine di arresto.





Giovedì, 21 Novembre 2019

Nel nostro Paese quella dei giovani è una questione seria e spinosa, ancora troppo spesso rimandata e derubricata, come se i giovani, in quanto tali, potessero attendere, mettersi da parte rispetto a problemi più urgenti che intasano e monopolizzano le agende politiche. In realtà, i giovani hanno aspettato sin troppo e non hanno tempo da perdere, perché questo è anche il loro tempo. Tra i giovani, in tanti sembrano averlo capito e ne ravvisiamo tangibili segnali nelle loro pratiche. Ragazzi che affollano non soltanto le piattaforme social digitali, ma anche le piazze delle loro città; piazze che diventano luoghi in cui manifestare per i loro diritti, non solo individuali ma collettivi. Sono ragazzi che hanno maturato una sana coscienza planetaria, che li preserva dallo sterile individualismo narcisista imperante nelle passate generazioni e consente loro di pensarsi insieme agli altri nella diversità: collaborativi, virtuosamente interconnessi e meno soli.

Questa generazione ha delle cose da dire e un cammino da fare, delle risorse da reperire e da attivare. Ma non può farlo da sola, seppure siano apprezzabili e incentivabili i tentativi di intraprendenza. Chi se ne deve prendere cura? Chi può fare cosa? Vista la deprivazione generale del contesto sociale in cui si trovano a crescere, la Chiesa non si è tirata certamente indietro e ha fatto la sua parte. Prima ancora di capire cosa fare per loro, si è messa in ascolto, attraverso l’indizione di un Sinodo a loro dedicato. Le ricerche condotte dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, assieme a quanto rilevato dai padri sinodali, convergono su un risultato: i giovani esprimono il bisogno di una Chiesa 'più sociale'.

Come a una sorta di 'impresa multiservizi' alla Chiesa sono state rivolte richieste di aiuto, supporto, accompagnamento rispetto ad alcune fondamentali dimensioni della vita quotidiana e sociale: dal sostegno/indirizzamento alla scoperta e a alla valorizzazione dei propri talenti personali (Chiesa come agente di scouting), alla capacità di ascolto e assistenza psicologica (Chiesa-counseling), allo sviluppo di reti di relazione con le altre agenzie ed istituzioni del territorio finalizzate ad agevolare la ricerca della propria occupazione (Chiesa-agenzia per il lavoro), alla animazione culturale di alto livello (Chiesa-centro culturale).

Il tutto riunito nella dimensione fondante di una Chiesa immaginata come casa, comunità, ambiente 'protetto' in cui abitare non tanto per sfuggire alle prove di una società prestazionale sempre più dura ed esigente nei loro confronti, ma per trovare un luogo sano e tranquillo in cui mettersi alla prova e prepararsi ad affrontare quel mondo. Nei desideri dei giovani, in altri termini, c’è una 'voglia di società' che si accompagna a una simultanea e necessaria 'voglia di comunità'. C’è bisogno di uno spazio che obbedisce a logiche altre, che include e accoglie per lanciare e rilanciare, e che proprio per questo può fare da ponte tra le relazioni calde e dense di tipo comunitario e quelle più formali di tipo societario.

Spesso ci si chiede cosa la Chiesa possa fare per avvicinarsi ai giovani, per intercettare nuovamente i loro entusiasmi e i loro consensi. Domande come queste tendono spesso a spostare la questione sul piano dei linguaggi e della comunicazione, con il rischio sempre presente di abbandonarsi a operazioni che ricordano molto da vicino il marketing. In base a quello che i giovani ci hanno detto, sembrerebbe invece che la vera partita da giocare sia su un piano diverso; che il cambiamento da produrre non è (almeno in primis) nella sfera della comunicazione, ma in quello dei legami sociali, delle relazioni, delle forme del coinvolgimento dei diversi attori dentro e fuori la comunità, dei luoghi, dei tempi e dei ritmi entro cui la comunità stessa si pensa e si incontra come collettività. Proprio dall’emergere forte di queste tendenze nasce per noi una nuova domanda conoscitiva, che ci porta a indirizzare lo sguardo a quelle forme di vita comune che anche entro la Chiesa stanno nascendo e si stanno diffondendo, a macchia di leopardo, nelle diocesi italiane. Perché molto probabilmente è al loro interno che si trovano i germi di un possibile incontro tra un 'popolo' e una 'istituzione' in cerca delle proprie future forme, capace di innescare energie partecipative, nuove forme di legame e di appartenenza.

L'impressione è che la Chiesa e i giovani, nel tempo, si siano reciprocamente allontanati, più per inerzia delle cose che per scelta. Il risultato però è tangibile e desolante. Le 'periferie esistenziali' sono il tratto del nostro tempo e non risparmiano i più giovani, che quando incontrano le domande – quelle serie della vita – non sanno come leggerle, con chi condividerle, come rispondere. I tanti spazi della Chiesa, dislocati sui territori, sono potenzialmente luoghi di relazioni calde; luci sempre accese nella notte delle nostre città e del nostro tempo. In cuor loro, i giovani forse hanno sempre saputo di questa possibilità. Di non essere realmente soli, di potersi incamminare verso quelle luci accese; sanno, insomma, che quelle porte sacre sono sempre aperte e mai sbarrate, che sull’uscio ci sono persone misericordiose disponibili ad accoglierli, sempre. È proprio nelle prossimità delle Parrocchie che i giovani si avvicinano e accendono timidamente la loro lucina, una luce che sa di comunità, resa possibile dalla vita comune. Una lucina, che fa luce insieme alle altre, e rende più bella la vita per i giovani certamente ma anche per la Chiesa, che in questo modo torna ad essere generativa.

Questo re-incontro tra giovani e Chiesa è una risposta, da ambo le parti, che merita di essere valorizzata. L’Osservatorio Giovani, insieme a Odielle e Regione Lombardia, ha avviato pertanto un primo censimento delle nuove forme di vita comune giovanili (temporanee e permanenti) nate in seno alla Chiesa lombarda, che porterà allo studio e al racconto di alcune di queste, in modo che possano essere conosciute e prese in considerazione da altri giovani, che hanno il desiderio di mettersi in cammino con i propri pari. Tra le prime esperienze mappate, segnaliamo 'La Rosa dei 20', l’esperienza di vita comune promossa nella Diocesi di Milano, voluta dall’Arcivescovo Mario Delpini e affidata all’Azione cattolica ambrosiana per la sua realizzazione.

Nel mese di ottobre 2019, cinque ragazzi – 3 maschi e 2 femmine, studenti e lavoratori, età media 26 anni – sono andati a vivere insieme in un appartamento di una Parrocchia nel quartiere gallaratese di Milano. Questi ragazzi stanno facendo un pezzo di strada fianco a fianco attraverso una esperienza di vita comune permanente che si concluderà dopo circa nove mesi di coabitazione. Come afferma don Cristiano Passoni, che segue questo progetto con attenzione e dedizione, 'la vita comune è una proposta forte che incontra i desideri importanti dei giovani di oggi. La posta in gioco non è qualsiasi. Si tratta di vivere una vita ordinaria secondo il Vangelo'. Bisogna scommettere sul vivere insieme secondo il vangelo, secondo modalità nuove e innovative.

docenti dell’Università Cattolica, membri dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo


PROGETTO Il censimento delle esperienze giovanili di condivisione

L’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, in collaborazione con Oratori Diocesi Lombarde e con il contributo economico di Regione Lombardia, ha promosso l’indagine annuale Giovani e #VitaComune, che sarà realizzata nel corso dell’anno pastorale 2019-2020. L’obiettivo è mappare e studiare le tracce di un processo di trasformazione, evidenziando nuove forme di vita comunitaria e coabitativa che si stanno generando entro la cornice dell’appartenenza alla Chiesa. Quando si parla di esperienze di 'vita comune giovanile' distinguiamo tra 'temporanee' e 'permanenti': 1) Per esperienze giovanili di vita comune temporanea si intendono le esperienze che coinvolgono giovani di target di età diversi - adolescenti (1416enni), 17-19enni e giovani (20-29enni) - che hanno una durata limitata nel tempo: da alcuni giorni a qualche settimana. Le proposte prese in considerazione, in genere, sono organizzate in luoghi e tempi specifici dell’anno liturgico- pastorale (nei propri luoghi di appartenenza e non), con la presenza di educatori adulti. Sono invece escluse dalla ricerca tutte le esperienze di campi estivi o vacanze per/con i giovani. 2) Per esperienze giovanili di vita comune permanente si intendono le forme di vita comune fortemente caratterizzate dall’elemento della coabitazione, che viene sperimentata come scelta di vita per periodi significativamente lunghi. Al fine di censire le esperienze di #Vita-Comune giovanile presenti sul territorio lombardo, sono stati predisposti due specifici questionari. Chi volesse partecipare, segnalando la propria esperienza di vita comune, può compilare i questionari al link: https://www.chiesadimilano.it/pgfom/giovani/giovani-e-vitacomune-compila-i-questionari-sulla-ricerca-riguardante-le-nuove-frontiere-di-vita-cristiana-42979.html





Mercoledì, 20 Novembre 2019

Caro direttore,
inizia questo giovedì a Roma la XIX assemblea elettiva della Federazione italiana settimanali cattolici. Fin dal titolo scelto per l’assise “Libertà di stampa e presidi di libertà” è chiaro che si tratta di un momento decisivo per le 183 testate che rappresentano diocesi di ogni regione nonché comunità italiane all’estero. Un mondo variegato, ma anche per questo ricchissimo, che oggi deve interrogarsi sul suo futuro per proseguire nella sua preziosa opera di testimonianza e di radicamento sul territorio che dura, in alcuni casi, da oltre un secolo.

«Utili strumenti di evangelizzazione, uno spazio nel quale la vita diocesana può validamente esprimersi e le varie componenti ecclesiali possono facilmente dialogare e comunicare. Lavorare nel settimanale diocesano significa sentire in modo particolare con la Chiesa locale, vivere la prossimità alla gente della città e dei paesi, e soprattutto leggere gli avvenimenti alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa». Le parole di papa Francesco, pronunciate durante l’udienza concessa alla Fisc il 16 dicembre 2017, sono uno stimolo, ma soprattutto sottolineano come i Settimanali cattolici rappresentino concretamente la sua idea “Chiesa in uscita”.

I giornali diocesani sono “Valori” e non “costi” come purtroppo talvolta si è portati a pensare. Certamente i settimanali cattolici devono far quadrare i conti e soprattutto “stare sul mercato” confrontandosi con le altre realtà, ma una diocesi, senza la propria voce, resta afona, si condanna all’irrilevanza, e si perdono occasioni di testimonianza di Verità in un mondo sempre più popolato da strumentalizzazioni e Fake news. Nel mondo di oggi, infatti, oltre alla carità spirituale e materiale, è più che mai necessaria una “carità culturale”.

Eventi “in uscita” di richiamo nazionale
Anche per queste ragioni, una delle prime proposte concrete che si auspica diventino priorità per il prossimo quadriennio della Fisc, è quella di organizzare eventi culturali di richiamo nazionale. Giornate aperte a tutti in luoghi diversi del nostro Paese, fra le sue bellezze e le sue fragilità – nel già citato stile della Chiesa in uscita e che abita le periferie – dove grandi personalità, esperti di diversi campi, del giornalismo, ma non solo, possano confrontarsi su temi di attualità. Momenti di festa, di inclusione, di coinvolgimento giovanile, di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, materiale e immateriale. Una rete di quasi duecento testate radicate da decenni sul territorio ha in questo senso un potenziale illimitato.

Formazione per cavalcare l’innovazione
Al tempo stesso l’aggiornamento e la formazione sono essenziali per restare al passo coi tempi, intercettare nuovi lettori e confezionare un prodotto editoriale sempre attuale e interessante. Infatti, in un mondo comunicativo in continuo mutamento, chi resta fermo arretra inesorabilmente. Per questo sarà indispensabile proporre a tutti gli operatori dei settimanali diocesani (giornalisti, grafici, social media manager…) corsi di formazione con i migliori esperti del settore. Oggi è impensabile che un giornalista, scrivendo un pezzo per il web, non tenga conto della visibilità sui motori di ricerca e della sua fruibilità sui Social Media.

Abitare con forza i social e aprirsi i giovani

Altrettanto superficiale è considerare i Social come semplici luoghi di condivisione dei link degli articoli: essi sono strumenti che possono generare community. Un settimanale diocesano deve usarli per innescare dibattiti, raccontare esperienze, insomma generare comunità. La ricerca dell’innovazione assicura ai Settimanali diocesani un vivaio di futuri lettori. Sarebbe bello se le redazioni distribuite in modo così capillare sui territori, diventassero dei laboratori di ricerca e sperimentazione di nuove forme di comunicazione attraverso le tecnologie più avanzate. Le frontiere digitali non devono farci paura: anche Tik Tok è un luogo da abitare per entrare in contatto con gli adolescenti, usando il loro linguaggio e dialogando con il loro mondo. Tutti i giornali, anche i più piccoli, vanno aiutati a stabilire la loro presenza on-line e sui Social. Le redazioni meno strutturate o in difficoltà, devono trovare nella Federazione strumenti e servizi di rilancio e assistenza che almeno prevedano pacchetti pronti per la gestione di Siti e Social e soluzioni adeguate a riprogettare integralmente il proprio giornale, al fine di rilanciarlo con dignità e professionalità.

Strategie web comuni e ri-conversione su carta
Un’adeguata spinta innovativa potrà anche permettere un’integrazione Social e Web di tutte le testate sparse sul territorio che, se accompagnata ad una sinergia redazionale, potrà garantire una diffusione dei temi più cari ai giornali diocesani in modo capillare, innescando un meccanismo di engagement reciproco sui singoli profili Social di ogni realtà, valorizzando le singole voci all’interno di un unico e massiccio impianto comunicativo. Tale innovazione permetterà ad ogni singolo giornale di comunicare con la forza di 183 giornali: quando si tratterà di fare fronte comune sui temi condivisi questa struttura si rivelerà essenziale. Ancora, grazie all’integrazione Social, è possibile pensare a un progetto innovativo: quello della conversione dalla comunicazione digitale alla carta stampata. La Federazione potrebbe diventare pioniera nel tentativo di “trasformare” gli utenti in lettori e, perché no, in abbonati.

Comunità all’estero e dimensione europea
Altrettanto cruciale per la vita della Federazione è la delegazione estera. Dovranno essere valorizzati meglio i giornali italiani radicati in altri Paesi per lo più in Europa. Essi rappresentano la frontiera – non solo geografica – della Federazione. Garantiscono, ad esempio, la possibilità di sperimentare forme comunicative diocesane in contesti in cui il grado di secolarizzazione è più avanzato rispetto a quello italiano. Di fatto, i giornali esteri, ci offrono la possibilità di prepararci al futuro. È il momento di dare alla vita della Federazione un orizzonte Europeo. A tal proposito, anche al fine di alimentare il business senza sminuire lo spirito editoriale ed ecclesiale, è fondamentale che la Federazione inizi a partecipare ai bandi di euro progettazione, valorizzando le società editrici che compongono la famiglia dei settimanali cattolici, per lo più appartenenti al Terzo Settore.

Distribuzione postale e (non solo) in edicola
Infine un grave problema che accomuna tutte realtà editoriali diocesane, dal sud al nord, è quello legato ai ritardi e ai disservizi postali. Una criticità che penalizza gravemente le nostre testate che spesso contano su centinaia di abbonati fidelizzati. Riteniamo necessario intensificare le già avviate trattative con Poste italiane per cercare di ovviare a queste difficoltà, tornando a garantire un servizio efficace. Ogni soluzione deve comunque essere presa in esame perché sarebbe paradossale che nell’epoca in cui tutto può essere consegnato a domicilio – dai vestiti al cibo – proprio i periodici avessero difficoltà a giungere nelle case degli abbonati. A chi invece preferisce acquistare i giornali va comunque garantita una distribuzione efficiente, nonostante la chiusura di numerose edicole sul territorio. Anche in questo caso vanno migliorati i canali esistenti, esplorando al contempo altre soluzioni: dal tagliando comune per le testate Fisc alla vendita anche in altri esercizi dai minimarket ai centri commerciali.

Marco Gervino e Davide Imeneo sono consiglieri nazionali Fisc

Il sito della Federazione Italiana Settimanali Cattolici





Mercoledì, 20 Novembre 2019

L'Italia stava lentamente risorgendo dall’«inutile strage» (come venne definita da Papa Giacomo Della Chiesa la Prima guerra mondiale) e sul soglio di Pietro siedeva Benedetto XV, quando Aldo Mongiano, il primo novembre del 1919, veniva alla luce a Pontestura, nell’Alessandrino e in diocesi di Casale Monferrato. Oggi è il decano dei vescovi italiani, vive nel suo paese natio con la sorella Caterina.
Una vita, la sua, consumata come missionario. Adolescente, a dodici anni, ha scelto di entrare in Seminario e a 24 anni viene ordinato sacerdote. Poco dopo nasce in lui la chiamata al servizio missionario.

Missionario della Consolata a Roraima

Come altri due suoi fratelli, Pietro e Luigi, monsignor Mongiano è missionario della Consolata, l’istituto fondato nel 1901 dal beato Giuseppe Allamano. Per molti anni ha vissuto missionario in Africa, ma è alla diocesi brasiliana di Roraima che è legato il suo nome. In questo angolo nel Nord del Brasile, sul Rio Branco, al confine con l’Amazzonia, vivono gli indios Yanomami, per anni vessati dai proprietari terrieri.
Monsignor Mongiano, consacrato vescovo nel 1975 nella chiesa di San Filippo a Casale, partì subito per la Prelatura di Roraima, di cui è poi stato pastore dal 1979 (data in cui viene ufficialmente eretta la nuova diocesi brasiliana) fino al 26 giugno 1996.

Dalla parte delle popolazioni indigene

Lungo questi anni si è schierato a fianco di questo popolo indigeno amazzonico con gesti concreti, come la campagna di solidarietà ideata proprio dai missionari della Consolata e denominata «Uma vaca paro o Indio» che ebbe in Italia il sostegno dell’allora arcivescovo di Ravenna-Cervia e futuro cardinale Ersilio Tonini, che coinvolse anche l’allora Pontefice, Giovanni Paolo II da cui ricevette una donazione. Gli indios potevano avere la terra solo se erano proprietari di bestiame, donando a loro mucche e tori, ebbero la possibilità di avere la terra. Un’operazione non facile, lo stesso Mongiano fu minacciato per il suo impegno, ma non si arrese. L’azione a favore degli indios resta un pilastro del suo episcopato.
Ha sempre mantenuto uno stretto collegamento con l’Italia. In Piemonte c’è il comitato Co.Ro. a favore della popolazione di Roraima.
Nel suo libro «Roraima, tra profezia e martirio», emerge la testimonianza di un religioso e di un vescovo legato alla devozione della Madonna Consolata che ha lavorato con tutto se stesso per questo angolo di mondo, con una missione dalle caratteristiche uniche, nel senso della trasformazione di una società e della persona umana.

Gli auguri di papa Francesco

Per i suoi 100 anni monsignor Mongiano ha ricevuto dal vescovo di Casale Monferrato, Gianni Sacchi, la lettera autografa di papa Francesco con gli auguri e la benedizione apostolica per l’importante ricorrenza e traguardo raggiunto.
In tanti hanno voluto festeggiare con lui i suoi 100 anni. Lo scorso 2 novembre il parroco don Giampio Devasini, che è anche il vicario generale della diocesi di Casala Monferrato, ha organizzato una piccola festa con la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo emerito di Mondovì, Luciano Pacomio, anch’egli originario della diocesi casalese. «Monsignor Aldo Mongiano – è stato detto in quella occasione di festa e ringraziamento – è uomo vittorioso. La sua amabile mitezza che è l’unica vera fortezza, unita a perseveranza in Mozambico e poi da vescovo in Amazzonia, ha creato meraviglie. Esprimiamo il ringraziamento per una vera trasfigurazione: del tempo umano, delle piccole scelte che grazie al Buon Dio divengono opere sproporzionatamente grandi».
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Mercoledì, 20 Novembre 2019

A 50 anni dalla riapertura delle catacombe di san Gennaro, a Napoli, il rione Sanità può pregare nuovamente sulle reliquie dei santi Agrippino e Gennaro, che sabato scorso durante la Messa presieduta dal vescovo ausiliare di Napoli Lucio Lemmo, ritornano nel luogo della loro sepoltura. Si tratta della più antica aula di culto, nel vestibolo inferiore delle catacombe di san Gennaro.

Il reliquiario contenente i resti mortali del primo patrono di Napoli e sesto vescovo della città Agrippino e del vescovo di Benevento Gennaro, precedentemente conservato nella Cattedrale di Napoli, è stato deposto al di sopra della tomba dedicata a sant’Agrippino, che reca al centro la cosiddetta fenestella confessionis, attraverso la quale si potrà nuovamente toccarlo per chiedere grazie. Oltre ai fedeli del rione Sanità, con i parroci don Antonio Loffredo e don Giuseppe Rinaldi, c’erano oltre duemila fedeli provenienti dalle parrocchie di Arzano e di Maria Santissima delle Grazie al Purgatorio, comunità particolarmente devote a sant’Agrippino, da tutti ricordato come il difensore dei poveri della città da ogni abuso commesso e per questo molto venerato a Napoli. «Fu il cardinale Corrado Ursi – ricorda Lemmo nell’omelia – 50 anni fa a compiere questo stesso gesto: investendo in maniera profetica sul rione Sanità ed avviando un percorso di recupero del quartiere, riaprendo le catacombe e restituendole alla Chiesa locale». Oggi spetta a don Loffredo con i suoi giovani proseguire il cammino tracciato, fedele all’invito dell’arcivescovo del tempo «cambiare la storia della Sanità in santità».

Così come hanno indicato i vescovi successori Michele Giordano e Crescenzio Sepe, in continuità con la stessa visione pastorale che affidava le catacombe e le Basiliche ai giovani del rione Sanità. Concorda e rilancia l’arcivescovo emerito di Campobasso, Armando Dini, presente all’epoca dell’apertura delle catacombe e intervenuto alla celebrazione. «Parte dei resti mortali dei due vescovi santi rendono le catacombe luogo di preghiera e di venerazione: chiediamo loro di darci la forza per seguirne l’esempio ». Dal 24 al 26 novembre, ci sarà a Napoli un convegno per riflettere sui 50 anni dell’apertura delle catacombe di San Gennaro e spunto per ritornare sulle altre esperienze virtuose della città, tra cui i 10 anni di attività della cooperativa “La Paranza”, formata dai giovani che vivono, lavorano e operano per il riscatto del rione Sanità.





Martedì, 19 Novembre 2019

Tra i 4.500 emendamenti alla manovra, non manca l’annunciata misura targata M5s per far pagare gli arretrati Ici-Imu al mondo non profit, spacciata come recupero di quanto, secondo i proponenti, non avrebbe pagato «la Chiesa» (in realtà mai citata nella sentenza della Corte Europea di Giustizia su cui si poggia l’intervento normativo). Analoga proposta arriva dal Psi.

Torna nel mirino l’Imu (ma si dovrebbe parlare di Ici) per il non profit. Ma la realtà, stando agli ultimi dati, vede il solo Vaticano aver versato lo scorso anno 9 milioni per l’imposta dovuta sui suoi immobili al Comune di Roma. Per gli immobili commerciali del non profit l’imposta municipale, introdotta da Monti, era entrata in vigore nel 2013 (per l’anno di imposta 2012).

Faceva invece correttamente riferimento all’Ici la sentenza della Corte di Giustizia Europea di un anno fa, che invitava lo Stato italiano a riscuotere quanto non versato. Intanto l’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (l’ente che gestisce gli immobili del Vaticano), ha reso noto di recente quanto versa. Nel 2018 - secondo quanto riferito dallo stesso presidente, monsignor Nunzio Galantino - ha pagato di Imu 9 milioni, 228mila euro e 30 centesimi.

A questa cifra occorre aggiungere poi quanto versato per gli immobili di Propaganda Fide, della Cei, delle varie diocesi. Ma ogni singola parrocchia o realtà ecclesiastica, se ha una attività commerciale è tenuta a pagare l’imposta al Comune di riferimento. Sempre tornando ai dati diffusi da monsignor Galantino, nel primo semestre del 2019 l’Apsa ha versato Imu, a titolo di acconto, per 4,434 milioni. Nella sentenza della Corte di Giustizia Europea di un anno fa, il calcolo che si faceva delle imposte non versate nel passato era tra i 4 e i 5 miliardi di euro.

I giudici di Lussemburgo avevano annullato la sentenza del Tribunale Ue e, di conseguenza, anche la decisione della Commissione Europea che stabiliva l’impossibilità da parte dello Stato italiano di procedere al recupero di quei presunti 'aiuti fiscali'. Ma le verifiche con il governo italiano non hanno ancora portato a una conclusione.





Sabato, 16 Novembre 2019

Si celebra questa domenica oggi nell’orbe cattolico una Giornata che porta l’impronta molto chiara di Bergoglio. La sua genesi l’ha raccontata lui stesso nella Lettera apostolica Misericordia et misera. «Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII domenica del tempo ordinario, la Giornata mondiale dei poveri». L’Anno Santo straordinario, com’è noto, si chiuse domenica 20 novembre 2016. L’evento richiamato da Francesco avvenne il fine settimana precedente, quando si radunarono in Vaticano circa seimila senzatetto, poveri ed emarginati in varie forme provenienti da dodici Paesi.

«La speranza dei poveri non sarà mai delusa» (Sal 9,19) è il tema che il Papa ha scelto per la Giornata di oggi. «Il Signore non abbandona chi lo cerca e quanti lo invocano» scrive sempre il Papa nel suo messaggio ufficiale, «la condizione dei poveri obbliga a non prendere alcuna distanza dal Corpo del Signore che soffre in loro».

Francesco sarà impegnato con la Messa alle 10 nella Basilica di San Pietro poi con il pranzo nell’Aula Paolo VI insieme a 1.500 indigenti provenienti da Roma, dalle diocesi del Lazio e oltre. Nel corso dell’ultima settimana sul lato sinistro del Colonnato di piazza San Pietro è stato allestito un presidio sanitario che offre visite mediche specialistiche ai più bisognosi. Si tratta di una struttura polifunzionale di 300 metri quadri che Francesco ha visitato venerdì assieme al nuovo centro di accoglienza notturna e diurna di Palazzo Migliori, a pochi metri dal Colonnato, una dimora dell’800 di quattro piani e duemila metri quadri affidata all’Elemosineria apostolica e ora gestita dalla Comunità di Sant’Egidio.

Ma sono tante le iniziative oggi anche nel resto della penisola, con Messe, pranzi con i poveri e altro. A Rimini, per esempio, ieri sera si è tenuta una veglia di preghiera, mentre oggi al termine della Messa il vescovo Francesco Lambiasi consegnerà alcuni oggetti simbolici: coperte alla Protezione Civile, farmaci ai volontari dell’opera Sant’Antonio, un vassoio con alimenti alla Caritas diocesana, alcuni indumenti alla Comunità Papa Giovanni XXIII e ad un assessore comunale la mappa dei servizi presenti sul territorio per i poveri. Ad Andria il vescovo Luigi Mansi darà alla comunità diocesana e in particolare agli operatori della carità le «prospettive pastorali», un’appendice alla lettera pastorale incentrata sulla parabola del Buon Samaritano.

A Carbonia ieri si è tenuta una grande raccolta alimentare e di prodotti per l’igiene, mentre la Caritas diocesana ha organizzato una visita guidata al Centro unico di distribuzione e al Centro di ascolto, due strutture cruciali nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. La diocesi di Cassano all’Jonio ha organizzato una serie di incontri, iniziati lo scorso 31 ottobre, con economisti e sociologi, e ha chiesto a ogni parrocchia e associazione di impegnarsi nel mese di novembre per vivere al meglio la Giornata per i poveri.





Sabato, 16 Novembre 2019

È arrivato in piazza Tahrir, cuore delle proteste che stanno scuotendo Baghdad, su una delle centinaia di Tuc Tuc. Quelle che in Italia tutti conoscono come Ape Piaggio, nella capitale dell’Iraq sono fra i simboli della rivolta che ha un’eco in tutto il mondo. E il cardinale Louis Raphaël Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, ha scelto il piccolo e popolare mezzo di trasporto per immergersi fra le migliaia di giovani (e meno giovani) che sono in strada dall’inizio di ottobre. Uniti, al di dà dell’appartenenza religiosa o dell’etnia, per chiedere un futuro nuovo in questa «terra santa», come la definisce il cardinale. «Benvenuti ai nostri fratelli cristiani, saluti al Papa, onori a voi, e benedizioni da voi...» è stato il grido con cui sono accolti il patriarca e la delegazione della Chiesa caldea. «A tutti devono essere garantiti un lavoro, un alloggio, i sostegni necessari per abitare nel nostro Paese. È così che si costruisce la pace, non sicuramente alimentando le paure, le preoccupazioni, la miseria», spiega Sako ad Avvenire. Iracheno, 71 anni, creato cardinale da papa Francesco nel 2018, parteciperà all’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei che farà giungere a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020 i vescovi degli Stati affacciati sul grande mare e che sarà concluso da Bergoglio. Sako, che è anche presidente dell’Assemblea dei vescovi cattolici d’Iraq, porterà in Puglia attese e difficoltà dell’intera Chiesa caldea che ha ramificazioni anche in Turchia, Libano, Egitto e Siria oltre a comprendere i cattolici della diaspora.

La sua visita ai manifestanti si è conclusa di fronte al palazzo di quattordici piani che torreggia sulla piazza e che è divenuto l’emblema della mobilitazione irachena: è il “Ristorante turco” dove si sosta sventolando bandiere e striscioni. «Sono rimasto colpito da come tutti si guardano l’un l’altro come fratelli nati nello stesso Paese – racconta il patriarca –. I giovani chiedono in modo pacifico diritti, quei diritti che sono stati loro “rubati”. Quando si privano le persone dei servizi, dell’elettricità, dell’acqua, dei centri sanitari o educativi, dell’occupazione si commette peccato. E la corruzione e il settarismo contribuiscono al deterioramento della situazione».


Nel documento di preparazione all’Incontro di Bari si cita un’intuizione di Paolo VI: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Una frase che può essere applicata anche all’Iraq odierno...

Sicuramente. La riconciliazione fra i popoli, o anche all’interno di un Paese, non può prescindere dalla giustizia sociale. Perno di ogni azione e di ogni scelta deve essere la dignità dell’uomo che va assicurata in ogni luogo e in ogni momento.

La guerra scatenata dal Daesh può dirsi conclusa. E il fondamentalismo?

Il conflitto è militarmente finito, ma non l’ideologia che lo ha alimentato e che continua a fare breccia grazie all’ignoranza. È innegabile che tutto si collochi nel contesto religioso della Jihad islamica, ossia della “guerra santa”. Invece non ci possono mai essere guerre sante. Anche per l’islam. Come testimonia il fatto che sono stati moltissimi i musulmani uccisi in questi anni. Fondamentale è il Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi lo scorso febbraio da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar. È un richiamo a cambiare mentalità, a uscire da visioni settarie. In un mondo che si è trasformato in villaggio globale, abbiamo l’urgenza di osare la pace tutti insieme, di collaborare senza distinzioni di credo, etnia, cultura per il bene dell’umanità. Basta vendette. Solo il perdono e la riconciliazione sono le vie per una reale svolta.

In Iraq il 95% della popolazione è musulmana. Come i cristiani affrontano la scommessa del dialogo?

Quello che viviamo ogni giorno è il dialogo della vita. Siamo gli uni accanto agli altri nel lavoro, nella scuola, adesso nelle strade per le manifestazioni di queste settimane. Cristiani e musulmani sono chiamati a cercare un vocabolario “comune” intorno al messaggio religioso. Mai si può ricorrere alla fede per giustificare la violenza. Ecco perché noi cristiani abbiamo anche la missione di aiutare i nostri fratelli musulmani a capire che la religione è amore, fraternità, rispetto della vita e dell’altro.

La guerra del Califfato si è portata dietro un preoccupante esodo dei cristiani dal Paese. C’è allarme?

Per la nostra Chiesa una delle maggiori sfide è quella di continuare ad avere un popolo qui. Le famiglie sono divise ormai fra l’Iraq e i luoghi della fuga. Così rischiano di essere cancellati duemila anni di storia e di presenza cristiana. È compito dell’intera Chiesa universale ma direi anche di tutto il mondo sostenerci in queste terre dove affondano le radici della nostra fede e della nostra civiltà. Siamo una minoranza piegata dai problemi e dalle sofferenze, siamo vittime di persecuzioni, abbiamo vissuto il martirio, ma restiamo un esempio di fedeltà al Vangelo, soprattutto per l’Occidente secolarizzato.

Fuggire sembra quasi un obbligo...

Si lascia il Paese a causa della guerra, delle discriminazioni, delle difficoltà socio-economiche. E tutto ciò non è disgiunto dalla presenza dell’islam. Eppure i nostri padri hanno resistito. Anche noi dobbiamo farlo e potremmo contribuire a cambiare gli “schemi” musulmani. Se l’islam resta com’è oggi, chiuso in se stesso, non ha un domani.

Tema migrazioni. Nove rifugiati su dieci provengono da Paesi in difficoltà fra cui Siria e Iraq.

Accogliere i profughi è un dovere e mostra quanto una nazione sia generosa verso chi è nel bisogno. Ma c’è anche l’analoga responsabilità ad aiutare le persone a restare nelle loro terre. Occorre un impegno collettivo perché siano migliorate le condizioni di vita nei Paesi d’origine. Al centro deve esserci il concetto di cittadinanza e non quello di appartenenza religiosa. Si parla spesso di diritti umani ma serve che siano fatti rispettare ovunque, anche qui.

Ci potrà mai essere un’autentica libertà religiosa in Iraq?

Accadrà sicuramente. Non si può imporre una fede a un uomo o a una donna. La religione è legata alla coscienza e fa parte del Dna personale: non può essere un’autorità esterna a indicarla. E oggi, grazie al cielo, anche Internet è un supporto. L’Arabia Saudita ha proibito di far entrare una Bibbia, ma la Sacra Scrittura si trova con un clic sul web.


I conflitti in Iraq e Siria hanno costretto altri 3,4 milioni di bambini a non poter avere un’istruzione. Ciò ha portato il numero di studenti “senza scuola” in Medio Oriente e in Nord Africa a quota 16 milioni.

L’istruzione è un diritto. In Iraq la guerra lo ha negato perché ha distrutto aule e scuole. Oggi una parte consistente della popolazione non sa neppure leggere. Ciò può favorire l’estremismo.


La Chiesa è impegnata in questo campo.

Siamo in prima linea con le nostre scuole che sono frequentate da numerosi musulmani: si arriva anche al 90% degli alunni. Studiare fianco a fianco con chi ha una fede diversa è una maniera positiva di costruire un avvenire riconciliato.

E la comunità internazionale?

È assente. L’Occidente agisce qui cercando solo i propri interessi. E, quando si fabbricano armi che poi vengono vendute ai nostri Stati, si deve avere la consapevolezza che si partecipa a preparare guerre e distruzione.

Come giudica l’evento sul Mediterraneo?

È una necessità. C’è bisogno di una visione complessiva soprattutto per il Medio Oriente che porti a imbastire una strategia concreta. Noi cristiani siamo tenuti a spenderci per la pace. Il che significa affrontare temi come l’incontro fra i popoli, la sicurezza, i diritti ma anche il nostro futuro in questi luoghi. Sono grato alla Cei per l’iniziativa e in particolare al cardinale Bassetti che l’ha voluta.


Sako: dal 2018 con la porpora a Baghdad


Louis Raphaël Sako è cardinale dal 2018 per volontà di papa Francesco. 71 anni, nato a Zakho in Iraq, ha frequentato il Seminario dei padri domenicani a Mossul. Sacerdote dal 1974, ha conseguito il dottorato in storia alla Sorbona di Parigi. Nel 2013 è diventato arcivescovo di Kirkuk. È stato eletto patriarca di Babilonia dei caldei durante il Sinodo convocato da Benedetto XVI nel 2013 a Roma e ha ricevuto da papa Ratzinger l’ecclesiastica communio.






Sabato, 16 Novembre 2019

"Padre Nostro che sei nei cieli, sia sempre rispettato il tuo nome…ho attraversato l'inferno invocando il tuo aiuto, la tua guida mi è stata molto cara affinché non mi perdessi del tutto in questa vita strana…Sto pagando il mio debito, rimetto a te la parola interdetta, così sia ora e per sempre nei secoli".

È il Padre nostro scritto dietro le sbarre da un detenuto del carcere di Alessandria che padre Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali, ha conosciuto durante la sue visite "in galera". Teologo, formatore della cooperativa sociale "Coompany & C" che si occupa di reinserimento sociale dei ristretti nel penitenziario alessandrino, padre Beppe vive a Torino nel Convento Madonna della Guardia: è autore del libro "Padre nostro che sei in galera" (Edizioni Messaggero di Padova) scritto con i "fratelli briganti", come san Francesco chiamava le persone che erano cadute nelle maglie del crimine.

La sua invocazione suona tanto più attuale alla luce dell'iniziativa lanciata da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale delle carceri italiane, di invitare tutti i reclusi italiani, in occasione della terza Giornata mondiale dei poveri, a pregare per papa Francesco. "Fin dall'inizio del suo pontificato - la sua prima visita l'ha riservata ai giovani ristretti nel carcere minorile di Casal del Marmo - il Papa ha sempre avuto una particolare attenzione alle persone detenute, i poveri dei poveri perché sono privi della libertà, considerati gli scarti della società, quelli per cui qualcuno vorrebbe gettare la chiave e far marcire nelle celle" dice padre Giunti. "Sono briganti, come dice san Francesco ma nostri fratelli: chi ha commesso un reato è chiamato a pagare il proprio debito con la giustizia ma rimane un uomo, per noi cristiani rimane un figlio di Dio.


Padre Giunti: «I detenuti si sentono abbracciati, hanno capito che il Papa li accoglie: domenica la loro preghiera per Francesco, la preghiera dei poveri dietro le sbarre, sarà una restituzione a quell'abbraccio di padre misericordioso che non giudica»

Per quest'attenzione particolare che questo Papa riserva al mondo carcerario, mentre la Chiesa dedica una giornata ai poveri, i poveri dietro le sbarre pregheranno per lui: per ringraziarlo perché non dimentica mai chi vive la detenzione e con le sue parole anche di denuncia - come è accaduto per l'ergastolo che il Papa ha più volte definito 'un problema da risolvere' - invita tutti a non dimenticare chi vive nelle prigioni". Il francescano parla spesso durante le sue visite nel carcere di Alessandria, in particolare con i collaboratori di giustizia che nel suo libro ha invitato a rileggere il Padre Nostro, della parabola del padre misericordioso.

"È un padre che attende il figlio scrutando l'orizzonte. Appena lo vede gli corre incontro. Il figlio ha preparato un discorso ma il padre non lo ascolta, lo abbraccia. Ecco il gesto di papa Francesco con i detenuti: li abbraccia perché come Dio Padre non condanna nessuno alla sua pena. E i carcerati, che nella maggior parte sono persone semplici e hanno bisogno di gesti 'forti' si sentono abbracciati, hanno capito che il Papa li accoglie: domenica la loro preghiera per Francesco, la preghiera dei poveri dietro le sbarre, sarà una restituzione a quell'abbraccio di padre misericordioso che non giudica".

Padre Giunti richiama le parole di Francesco pronunciate nei giorni scorsi al congresso dell'Associazione internazionale di diritto penale in cui sottolineava "l'uso improprio della custodia cautelare per cui il numero di detenuti senza condanna già supera ampiamente il 50% per cento della popolazione carceraria" o la necessità di mettere in atto le misure alternative alla detenzione in modo che il periodo dello sconto della pena "sia come prevede la nostra Costituzione all'art.27 un tempo per la rieducazione e il reinserimento nella società: solo facendo in modo, come dice il Papa che nelle celle non venga chiusa la speranza, che le carceri non diventino 'polveriere di rabbia ma luoghi di recupero' si può abbattere la recidiva e far voltare pagina chi ha sbagliato.

Il Papa indica la strada per uscire dalle sbarre e i detenuti gli sono grati e, come chiede spesso Francesco, pregano per lui".





Sabato, 16 Novembre 2019

Monsignor Giuseppe Baturi, finora sotto-segretario della Conferenza episcopale italiana è il nuovo arcivescovo di Cagliari. Subentra a monsignor Arrigo Miglio che lascia per raggiunti limiti d’età.
Nato il 21 marzo 1964 a Catania, Baturi, laureato in giurisprudenza, come alunno del Seminario Arcivescovile ha frequentato lo Studio teologico San Paolo di Catania, conseguendo il baccalaureato in teologia.

Successivamente ha ottenuto la licenza in Diritto canonico, presso la Pontificia Università Gregoriana, Sacerdote dal 2 gennaio 1993, dopo l’ordinazione è stato parroco a Valcorrente, frazione di Belpasso (1993-2002) ed economo diocesano di Catania (1999-2008). È stato, inoltre, vicario episcopale per gli Affari economici, membro del Consiglio presbiterale, procuratore generale dell’arcivescovo, vicepresidente dell’Opera catanese per il culto e la religione, membro dei Consigli di amministrazione dell’Opera Pia dei chierici poveri, del Pio Istituto educativo San Benedetto e dell’Associazione Comitato Regina Pacis di Belpasso e del Comitato direttivo della Fondazione Michelangelo Virgilito di Palermo. È stato inoltre responsabile di Comunione e liberazione per la Sicilia.

Cappellano di sua santità e canonico maggiore del Capitolo Cattedrale di Catania, dal 2012 è direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi giuridici e segretario del Consiglio per gli Affari giuridici della Cei. Dal 2015 è sotto-segretario della stessa Conferenza episcopale italiana.






Sabato, 16 Novembre 2019

Firenze. Al via il 3° Forum di Etica Civile. «Verso un patto tra generazioni: un presente giusto per tutti » è il tema del terzo Forum nazionale di Etica Civile che si tiene oggi e domani a Firenze. In questa pagina anticipiamo due degli interventi previsti oggi. Domani tra gli altri interverrà Enrico Giovannini, portavoce Asvis, e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.

Sotto la spinta delle trasformazioni demografiche e tecnologiche, ogni generazione si trova a costruire in modo nuovo il proprio percorso rispetto a quelle precedenti, sia perché le età della vita non sono più le stesse, sia perché il mondo cambia e offre sfide inedite. Questo mette ancor più che in passato al centro il ruolo delle nuove generazioni, che vanno intese come il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se messe nelle condizioni adeguate sono quelle maggiormente in grado di mettere in relazione le proprie potenzialità con le opportunità delle trasformazioni in atto. Se, invece, i giovani sono deboli e mal preparati, sono i primi a veder scadere le proprie prerogative e a trovarsi maggiormente esposti con le loro fragilità a vecchi e nuovi rischi. I giovani non sono solo una categoria anagrafica. La giovinezza rappresenta la fase progettuale di ogni nuova generazione. Dalla capacità, quindi, di creare progetti solidi e dalla possibilità di realizzarli con successo dipende la solidità e la prosperità di una comunità. Per crescere in termini di ricchezza economica e di benessere sociale la risposta più che dal conflitto dovrebbe arrivare dalla proficua collaborazione tra generazioni, che però deve avere come principale attenzione quello che di nuovo i giovani possono dare anziché quello che gli anziani possono conservare.

Le generazioni più mature dovrebbero spostarsi dalla difesa di quanto raggiunto nel passato, al mettersi a disposizione per consentire alle nuove generazioni di disporsi in ruoli d’attacco verso il futuro. Questo è possibile solo con un diverso approccio culturale che abbandoni l’idea passiva del cambiamento come ciò che ci porta via qualcosa rispetto a ieri, per passare a considerare il cambiamento come un impegno attivo che consenta al domani di darci qualcosa in più rispetto ad oggi. Per costruire un futuro migliore - che apra alla speranza e non schiacci in difesa - serve quindi un impegno comune nel mettere ciò che è nuovo nelle condizioni migliori per trasformarsi in valore aggiunto a beneficio di tutto il Paese. L’Italia risulta purtroppo essere una delle economie avanzate che in questo secolo maggiormente hanno preteso di creare sviluppo e benessere senza promuovere un contributo qualificato delle nuove generazioni. La combinazione tra riduzione demografica dei giovani e il deterioramento delle loro prospettive occupazionali presenti e previdenziali future non ha quasi eguali in Europa. Il problema non è solo la carenza di politiche efficaci, manca a monte una vera attenzione nei confronti dei giovani e un approccio strategico nel-l’affrontare il tema della crescita con le nuove generazioni. Tutto quello che riguarda le nuove generazioni è sconsolatamente al ribasso nel nostro paese rispetto al mondo con cui ci confrontiamo. Ciò che è cresciuta in questi anni è la loro incertezza nel futuro e la ricerca di un miglior futuro all’estero. Una disattenzione pubblica che abbandona i giovani a sé stessi oppure li relega nella condizione di figli passivamente dipendenti dai genitori. Di conseguenza siamo uno dei paesi sviluppati che maggiormente hanno lasciato crescere accentuati squilibri generazionali. Questi squilibri costituiscono un rilevante freno allo sviluppo competitivo dell’economia, rendono meno stabile il sistema di welfare pubblico, alimentano diseguaglianze sociali e territoriali.

Questi squilibri si possono gestire e superare solo passando dalla preoccupazione dei rischi legati a vincoli e costi, all’investimento sulla capacità di produrre ricchezza e benessere delle nuove generazioni in tutto il loro corso di vita. Il rischio è, altrimenti, quello di scivolare in una spirale negativa di 'degiovanimento' quantitativo e qualitativo della società. Non investire sulle nuove generazioni porta ad una riduzione delle loro prospettive nel luogo in cui vivono. Partecipano di meno al mercato del lavoro, rimangono più a lungo dipendenti dai genitori, si accontentano di svolgere lavori in nero o sottopagati, oppure se ne vanno altrove. Chi rimane riesce a fare molto meno rispetto ai propri desideri e alle proprie potenzialità. Fornisce un contributo produttivo e riproduttivo più basso. Così l’economia non cresce e non si formano nuove famiglie. Questo porta ulteriormente le nascite a diminuire e la popolazione ad invecchiare, con risorse sempre più scarse da redistribuire e conseguente aumento delle diseguaglianze. I dati del 'Rapporto giovani 2018' dell’Istituto Toniolo, evidenziano un desiderio nei giovani italiani di sentirsi riconosciuti positivamente come forza di sviluppo del Paese non certo inferiore rispetto ai coetanei europei. Si sentono però forniti di minori strumenti utili a superare le proprie fragilità e a far emergere le proprie potenzialità, fuori dall'ambiente protettivo della famiglia di origine. Per uscire da questa spirale negativa che combina scadimento delle condizioni dei giovani, crescita di squilibri demografici e di diseguaglianze sociali, indebolimento della capacità di crescita economica, è necessario cambiare strategia di sviluppo del Paese, non costringendo i giovani ad adattarsi al ribasso a quello che l’Italia oggi offre, come fatto sinora, ma consentendo all’Italia di crescere al meglio di quanto le nuove generazioni possono dare.

Al di là dei livelli attuali di disoccupazione e sottoccupazione quello che pesa, infatti, è soprattutto il non sentirsi inseriti in processi di crescita individuali e collettivi, ovvero inclusi in un percorso che nel tempo consenta di dimostrare quanto si vale e di veder riconosciuto pienamente il proprio impegno e il proprio valore. È necessario, di fondo, soprattutto un cambiamento culturale che sposti i giovani dall’essere considerati come figli destinatari di aiuti privati dalle famiglie, a membri delle nuove generazioni su cui tutta la società ha convenienza a investire in modo solido, riconoscendo ad essi il ruolo di 'nuovo di valore' in grado di generare nuovo valore.

Demografo, Università Cattolica





Sabato, 16 Novembre 2019

Firenze. Al via il 3° Forum di Etica Civile. «Verso un patto tra generazioni: un presente giusto per tutti » è il tema del terzo Forum nazionale di Etica Civile che si tiene oggi e domani a Firenze. In questa pagina anticipiamo due degli interventi previsti oggi. Domani tra gli altri interverrà Enrico Giovannini, portavoce Asvis, e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.

Generazione: la parola che domina queste giornate è decisiva; lo è nel senso proprio del termine, poiché essa decide del futuro; è una di quelle parole letteralmente 'pregnanti', che concentrano passato, presente e futuro. Quando un popolo non genera più, diventa sterile e muore; cresce invece quando è fecondo, è materno, dà vita ad altri. Nella lingua greca, il verbo gennao ha a che fare con l’origine, con la 'genesi'. E proprio il libro della Genesi, il primo della Bibbia, conclude il famoso racconto dei giorni della creazione con un breve commento: «queste sono le generazioni del cielo e della terra, quando vennero creati» (Gen 2,4a). Il sostantivo 'generazione', del resto, percorre l’intera Bibbia: comparendo 245 volte, senza contare le ricorrenze del verbo 'generare'. Negli scritti fondativi dell’ebraismo e del cristianesimo, ai quali si riconducono spesso anche quelli della tradizione islamica, ciò che oggi chiamiamo 'intergenerazionalità' è dunque ben presente. È marcata la coscienza di una responsabilità non solo orizzontale, verso gli altri esseri umani oggi esistenti, ma anche e soprattutto verticale, verso gli esseri umani che verranno. Se il primo libro dell’Antico Testamento comincia con le generazioni del cielo e della terra, cioè con uno sguardo cosmico evolutivo, il primo libro del Nuovo Testamento – il Vangelo di Matteo – comincia martellando il verbo 'generare'. Le prime parole sono: «genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo». E poi ripete di seguito per ben 38 volte, nel giro di soli 16 versetti, il termine 'generò', inanellando di seguito 42 generazioni, per arrivare infine a dire: «Così fu generato Gesù Cristo»... (Mt 1,18).

Le prime pagine del Primo e del Secondo Testamento hanno dunque come 'editoriale' il tema delle generazioni: le generazioni cosmiche e quelle storiche. Sono squarci, quelli biblici, che oggi definiremmo di «ecologia integrale»: non sono fotografie, ma filmati: l’errore fondamentale delle civiltà e delle culture sterili o scarsamente feconde, nel corso dei secoli, è quello di pensare solamente al proprio fotogramma, incorniciarlo ed abbellirlo, dimenticando che si tratta appunto di un fotogramma, cioè di una tessera appartenente ad un insieme in movimento. Questa concentrazione su di sé e sul proprio 'particolare' come se fosse il 'tutto', questo appiattimento sul presente che nel linguaggio biblico è l’essenza del 'peccato', cioè l’egoismo, rende sterile il grembo della società. È un ripiegamento che guarda solo all’io e all’oggi, impedendo di aprirsi al tu e al domani. Da qualche decennio ci stiamo rendendo conto meglio di come questa carenza di 'etica civile' abbia determinato nella nostra civiltà occidentale lo squilibrio ambientale che rischia di consegnare ai posteri una creazione ferita e sconvolta; e di come abbia prodotto lo squilibrio sociale che costringe i bambini e i giovani di oggi a farsi carico del sostentamento degli anziani: pensiamo non solo all’avventatezza del sistema pensionistico costruito pochi decenni fa in Italia, ma più globalmente alla spregiudicatezza di una finanza incontrollata, sganciata dall’economia reale e dai più elementari codici etici.

Una delle espressioni più rivoluzionarie di papa Francesco, in questo senso, è l’incitamento rivolto spesso ai più giovani a «non lasciarsi rubare la speranza». Potrebbe suonare come espressione poetica, ma è invece – evangelicamente – sovversiva. Proprio la speranza, lo sguardo fiducioso al futuro, è la prima vittima di un atteggiamento sterile, ripiegato sull’io e sull’oggi, tutt’altro che generativo. I giovani sono il termometro del grado di fecondità sociale: la loro carenza di speranza è la misura della febbre degli adulti, sintomo di quella patologia che si chiama egoismo, di un’etica individualista che è il contrario dell’etica civile. Grazie a Dio, e a molte persone di buona volontà, non mancano incoraggianti segnali in controtendenza. Potendo avanzare dei paragoni con i ragazzi e i giovani di quasi mezzo secolo fa – per motivi anagrafici – mi sembra giusto registrare una maturazione etica e civile delle nuove generazioni in diverse direzioni: dal rispetto per le persone disabili e svantaggiate alla capacità di rapportarsi positivamente alle diversità sociali, culturali e religiose; dalla sensibilità ecologica alla ricerca di contesti di fraternità e di pace; dalla creatività artistica all’impegno nel volontariato educativo e assistenziale. È inaccettabile la definizione generalista dei 'giovani di oggi' come individui disimpegnati, qualunquisti e distruttivi: ce ne sono, come in tutte le epoche – e come ce ne sono tra gli adulti – ma non costituiscono la cifra del nostro tempo. I giovani, è vero, sono attratti meno dalle istituzioni e più dalle relazioni; e, se entrano nelle istituzioni, è perché possono coltivare delle relazioni. Ma il senso delle istituzioni – sociali, politiche, religiose – è proprio quello di promuovere relazioni giuste e fraterne.

Tra l’io dell’individuo e il noi dell’istituzione c’è il tu della società, delle relazioni di fraternità e prossimità. Per questo l’esperienza intergenerazionale per eccellenza, che è l’educazione – oggi definita spesso 'sfida' – non va pensata a senso unico, ma a doppio senso di circolazione. Non è una semplice eredità da consegnare, ma un vero e proprio 'patto' da stipulare, dove lo scambio è reciproco. La generazione degli adulti deve offrire a quella dei giovani un patrimonio di saggezza ed esperienza; la generazione dei giovani deve presentare a quella degli adulti un patrimonio di istanze, attese e speranze. Il 'futuro della città' dipende anche da quanto gli adulti si lasciano educare dai giovani, si lasciano interpellare dalle loro inquietudini e aspettative. Sono i giovani, oggi, a chiedere agli adulti un’etica più civile, più rispettosa dell’ambiente e delle marginalità. «Il grido della terra e il grido dei poveri», per usare l’espressione rilanciata dalla Laudato sì, risuona specialmente attraverso la sensibilità del mondo giovanile, che sarebbe stolto ignorare o sottovalutare. Generare, per un adulto, non è mai un’azione indolore: la nascita di ogni essere umano comporta sacrifici, attese, sofferenza nel parto, impegno per l’educazione, impiego di risorse per il sostentamento e la cura. 'Generare' per il futuro della città è un’azione che richiede un livello etico alto, negli adulti; un livello che contrasta il ripiegamento sull’io e sull’oggi ed esige proprio quel patto intergenerazionale che la teologia ebraica aveva espresso attraverso la mitica figura di Noè, simbolo dell’intera umanità. Dopo il diluvio, nel quale si salvano lui, la sua famiglia e la coppia di ciascuna specie animale, «Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: 'Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra'. Dio disse: 'Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra » (Gen 9,8-13). Oggi serve un nuovo arcobaleno tra Dio e gli uomini, tra il cielo dell’etica e la terra della tecnica. Senza questo patto, senza questo nuovo arcobaleno, il diluvio universale dell’egoismo ci travolgerebbe.

Arcivescovo di Modena





Venerdì, 15 Novembre 2019

Si è fermato con tutti, in ogni stanza, salutando i pazienti e informandosi delle loro condizioni di salute e ringraziando medici e crocerossine per il loro servizio di questi giorni. Non si è fatto spaventare dalla pioggia papa Francesco e, come è consuetudine ormai nei venerdì della misericordia, ieri ha scelto il presidio sanitario che da una settimana in piazza San Pietro cura senzatetto e bisognosi, un dono per la terza Giornata mondiale dei poveri. Accompagnato dal presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, l’arcivescovo Rino Fisichella, il Papa poco dopo le 16 ha riempito i cuori dei pazienti che attendevano il proprio turno nell’ambulatorio con il suo sorriso. E loro hanno ricambiato con un lungo applauso.

Quando poi gli viene presentato il responsabile dei medici di famiglia, Francesco spiazza tutti con la sua simpatia. «Questo è il responsabile? Perché tutti gli altri sono irresponsabili?», ride mentre indica il resto dei camici bianchi. Gratitudine per loro che dedicano parte del proprio tempo per curare gratis i poveri e affetto sincero per quelle creature a molti invisibili che non hanno i soldi per pagarsi persino un banale farmaco.

C’è chi gli chiede una benedizione per i figli lontani, chi gli mostra la foto dei propri genitori il giorno del matrimonio e chi rimane impietrita e commossa nello stringergli la mano. «Non sono riuscita a dirgli nulla – racconta Roxana, ucraina in Italia come badante – è stata un’emozione forte, non so spiegare».

Non lesina invece di ascoltare le spiegazioni di ogni malanno dei poveri il Papa. Nel suo giro per gli ambulatori si ferma a chiedere ai medici che tipologie di problemi hanno più di frequente i senzatetto. Si intrattiene molto a parlare anche con il podologo, la novità di quest’anno del presidio, richiestissimo da chi vive in strada con scarpe vecchie e scomode. Poi la lunga sosta nella stanza di infettivologia, dove lo specialista Massimo Andreoni ha presentato a Francesco la novità che partirà da giovedì prossimo.

«Avremo un presidio itinerante di infettivologia che andrà ad eseguire per tutta Roma ai bisognosi test hiv, tbc, epatite», spiega, è «un modo per continuare ad occuparci di loro». Bergoglio ascolta attento e poi continua il suo giro fermandosi a toccare il capo di uno dei senzatetto che si è inginocchiato davanti a lui. E acconsentendo con pazienza ad ogni selfie richiesto. «Il Papa ha voluto ascoltare le storie di queste persone per molti invisibili – ha detto Fisichella una volta che Bergoglio è salito in macchina – che invece qui trovano accoglienza e ascolto, oltre che cure».

Ma il “pomeriggio della misericordia” non si è concluso qui. Il Papa infatti, lasciato il presidio, si è recato a inaugurare un nuovo centro di accoglienza notturna e diurna in Palazzo Migliori, a pochi metri dal Colonnato; una dimora dell’800 di quattro piani e 2mila metri quadri affidato all’Elemosineria apostolica e gestita dalla comunità di Sant’Egidio.

Ad accoglierlo infatti il cardinale Konrad Krajewski, il vescovo Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, fondatore e presidente della Comunità di Sant’Egidio. Con loro si è recato prima nella cappella San Giorgio, affermando che «la bellezza guarisce», poi ha visitato i dormitori che ospiteranno fino a 50 persone e il refettorio intrattenendosi a tavola con alcuni ospiti e parlando della necessità di «educare i giovani alla compassione». Con il nuovo dormitorio «i poveri abiteranno al palazzo migliore. Solo questo», ha detto l’elemosiniere del Papa. Mentre Andrea Riccardi ha voluto sottolineare che «qui siamo di fronte al Vaticano, dentro e nel cuore del Papa. I poveri hanno casa davanti al Papa».





Venerdì, 15 Novembre 2019

«Che la pedopornografia sia una piaga planetaria e in crescita vertiginosa è noto a tutti. Ma è altrettanto noto che nessuno fa niente per fermare questo scempio. Le parole del Papa allora sono un richiamo importante, un sigillo contro un abominio che lascia indifferenti coloro che dovrebbero contrastarlo con azioni precise e concrete». Così don Fortunato Di Noto, il sacerdote da decenni attivo contro ogni forma di abuso sui minori, fondatore dell’associazione “Meter” per il contrasto in particolare alla pedopornografia.

Ogni giorno voi siete sul Web a stanare i pedocriminali e a denunciarli alle polizie postali di tutto il mondo. Il vostro dunque è un osservatorio "privilegiato" delle dimensioni della piaga.
Da gennaio a oggi abbiamo individuato più di 15 milioni di nuove immagini pedopornografiche che riprendono bambini e li immettono nel mercato della pedofilia virtuale. Immagini, prodotte in tutto il mondo, che abbiamo denunciato alle autorità competenti. Le quali spesso sono rapidissime a dar seguito alle nostre denunce e ad oscurare i siti, ma ancora più rapidi sono i criminali: per un sito che si chiude, altri se ne attivano, il tutto nel mondo liquido della Rete, dove è difficilissimo orientarsi e risalire ai responsabili, navighi sul Web da una stanza di un paesino italiano e il provider magari è ucraino o africano. Ha ragione Francesco, non è più il tempo delle parole, bisogna che tutti si prendano le loro responsabilità sul campo

All’incontro con il Papa c’erano infatti esponenti di Microsoft, Amazon, Google, Apple, Facebook...
La responsabilità dei server provider è enorme e non a caso Francesco si è appellato a loro. È vero che si parla di pedopornografia virtuale, ma ricordo che dietro ogni video c’è un bimbo in carne ed ossa abusato davvero. Non sono cartoni animati, sono milioni di bambini violati seriamente. È assolutamente necessario che i provider la finiscano di appellarsi alla privacy, questo è un grande problema. E poi occorre che i Paesi lavorino insieme per una uniformità normativa: esistono ancora decine di nazioni che non hanno nemmeno una legge propria, soprattutto in Est Europa, in Africa e nel Sud Est asiatico. Non hanno nemmeno le polizie adatte al contrasto del fenomeno. Se il fenomeno è globale, bisogna intervenire globalmente.

I provider possono fare prevenzione, agire alla fonte, ma questo poi non basta.
Certo che no. Non basta cancellare i dati e le immagini, è vitale individuare i bambini e liberarli da questo traffico lucrosissimo. I piani sono tre: la prevenzione, la repressione e l’aiuto.

Le cose sono rese difficili anche dall’abilità tecnologica dei pedocriminali, spesso superiore rispetto alle conoscenze delle istituzioni e delle stesse agenzie di contrasto. Il virtuale sfugge ai controlli.
Mentre le parlo al telefono, sono nel deserto di Israele, dove questa mattina ho incontrato bambini scalzi, chiaramente in stato di disagio ma tutti con il cellulare in mano, tutti "connessi". Il che è una cosa bellissima, può aprire infinite possibilità di sviluppo e conoscenza in ogni angolo della terra, ma ci dice anche quanto grande sia la responsabilità di chi gestisce un potere così immenso.

Con il Papa ha trattato di questi temi?
Più volte. Il 5 maggio, nella giornata dei Bambini vittime di violenza ha voluto incontrare “Meter” e ci ha parlato a lungo, è stato molto importante. Ci ha chiesto di non perdere la forza in questa battaglia epocale, dalla quale dipende il futuro dei nostri ragazzi, anzi dei nostri bambini.

Sì, perché l’età a rischio si abbassa sempre più...
Come “Meter” denuncia ogni giorno, non solo si abbassa vertiginosamente l’età dei bambini come vittime fisiche dell’abuso pedopornografico (addirittura neonati), ma si abbassa anche l’età dei bambini vittime come fruitori: soli in casa, o comunque più esperti dei genitori nell’uso del computer, già piccolini hanno accesso a immagini terribili e crescono con una idea distorta del mondo. Ormai è noto che esiste un cervello reale e uno virtuale e tutte le società pediatriche del mondo denunciano il pericolo della sovraesposizione ai nuovi media, sia a causa di un possibile adescamento, sia appunto perché incontrano in modo traumatico la "nudità del mondo", che poi è commercio. Anche i genitori, allora, hanno una forte responsabilità educativa, non si può lasciare che i bambini accedano per ore al giorno, e in solitudine, a strumenti che hanno una potenza di comunicazione enorme. Si parla tanto di diritti dell’infanzia, ma poi si fa molto poco in concreto per salvaguardare il futuro dei nostri bambini, anche a livello valoriale.





Venerdì, 15 Novembre 2019

Teologia e pastorale hanno bisogno l'una dell'altra. Infatti «limitarsi a un puro pragmatismo è una tentazione disastrosa della pastorale. D’altronde la ricerca teologica deve partire dagli interrogativi emergenti della vita pastorale». Lo ha detto l'arrcivescovo di Bari-Bitonto, monsignor Francesco Cacucci, nella prolusione con cui ha inaugurato, giovedì 14 novembre, l'anno accademico 2019-2020 della Facoltà teologica pugliese, del quale è Gran Cancelliere. Il presule ha dunque proposto di avviare una approfondita riflessione in tal senso. «Qual è lo specifico di una teologia pastorale che bene articoli gli orientamenti della Chiesa
universale e italiana con le sfide della Chiesa pugliese a partire da una lettura teologica delle nostre pratiche pastorali?».

Per Cacucci serve dunque «una teologia dell’azione pastorale che, lungi dal limitarsi ad una fenomenologia della pratica, risponde alle istanze più diverse del nostro tempo». Una maniera di fare teologia - ha quindi aggiunto - che non si limita a trattare temi teologici già definiti, ma che è capace di avviare processi, per l’elaborazione di un pensiero originale. Per incamminarci in questa prospettiva, mi sembra fecondo formulare l’ipotesi beninteso ardua, secondo cui l’elaborazione di un originale teologico di lettura della pratica pastorale in stile «dialogico-sinodale» potrebbe aiutare la nostra facoltà a sviluppare un pensiero teologico-pastorale proprio (made in Puglia), ripensando e riconvertendo la stessa pratica pastorale».

L'arcivescovo di Bari-Bitonto ha anche elencato una serie di sfide della pastorale in Puglia: da quella ecumenica («la comprensenza del mondo bizantino e di quello latibno in terra pugliese costituisce una ricchezza incommensurabile per la nostra Chiesa»; e a tal proposito Cacucci ha ricordato l'incontro sul Meditteraneo frontiera di pace del prossimo mese di febbraio) a quella sociale («la Puglia crocevia di popoli») a quella culturale, con la pregnanza della pietà popolare «semplice, ma solida, legata alle proprie radici storiche»). Per poi concludere: «Per fare teologia pratica non possiamo esimerci dal collocarci nella rotta della Chiesa del nostro tempo a tutti i livelli. La rotta che essa persegue è quella di uno stile ecclesiale sinodale.

In questa direzione, emerge l’appello a passare una teologia pratica che si limita soltanto a rilevare dei problemi pastorali per tentare di fornirne una risposta teologica ben inquadrata». Tuttavia, ha sottolineato il presule, «questa nuova prospettiva, ci invita ad essere vigilanti per evitare ogni giustapposizione nella maniera di concepire il rapporto teologia-pratica o fede-cultura, mettendoci nelle condizioni di osare un’articolazione che ci permetta di cogliere più in profondità e in maniera sempre nuova la bellezza della nostra fede. Auspico che la nostra Facoltà Teologica Pugliese possa proseguire per questo cammino, affinché diventi un cantiere aperto che abbia il coraggio di produrre una riflessione teologica sempre più creativa, audace e profetica per il nostro tempo».

Il preside della Facoltà, don Vito Mignozzi, ha ricordato il cammino compiuto nell'ultimo anno. Il numero degli studenti, innanzitutto: in totale si tratta 368 persone. Di questi 15 sono in cammino verso il dottorato, 25 gli iscritti ai due cicli di licenza, 257 gli studenti del ciclo istituzionale, 56 i fuori corso e 15 gli uditori. A questo numero, ha fatto notare il preside, deve aggiungersi anche quello degli iscritti presso i quattro istituti mentropolitani collegato accademicamente alla Facoltà, che oggi risulta essere di 494 studenti. I docenti invece sono 71. Nello scorso anno accademico 70 sono stati gli studenti chehanno concluso il ciclo istituzionale conseguendo il primo grado di baccalaureato in Teologia; 8 sono stati quelli che hanno conseguito il titolo di licenza . «Anche i dati provenienti dagli Istituti Superiori di Scienze Religiose sono confortanti - ha notato Mignozzi -. Sempre nello scorso anno accademico sono stati conferiti 120 titoli di Laurea Triennale in Scienze Religiose e 104 di Laurea Magistrale».

Il preside ha concluso: «Dialogo e lavoro “in rete” dovranno essere i tratti di uno stile caratterizzante il nostro essere Facoltà. Ci sono necessari per far crescere «un’autentica cultura dell’incontro» (VG, 4b) anzitutto all’interno della nostra stessa istituzione. Solo facendo crescere il senso di una comune appartenenza, le peculiarità e le specificità non saranno mortificate, ma al contrario potranno trovare la loro migliore valorizzazione a vantaggio di tutti».





Venerdì, 15 Novembre 2019

Proviene da Scurelle, il comune della Valsugana in provincia di Trento, il presepe che verrà allestito in Piazza San Pietro per il Natale 2019. Giunge, invece, dall'Altipiano di Asiago l'abete rosso, alto circa 26 metri, con diametro di 70 centimetri, che verrà innalzato accanto al presepe. È stato donato insieme con una ventina di alberi più piccoli dal Consorzio di usi civici di Rotzo-Pedescala e San Pietro in provincia di Vicenza.

«Albero e presepe sono legati insieme - riferisce il Governatorato - dal comune ricordo della tempesta dell'ottobre-novembre 2018 che devastò molte zone del Triveneto». Quest'anno, inoltre, il Gruppo Presepio Artistico Parè di Conegliano, in provincia di Treviso, curerà l'allestimento del Presepe all'interno dell'Aula Paolo VI.

La tradizionale inaugurazione del presepe e l'illuminazione dell'albero di Natale in piazza San Pietro si terranno giovedì 5 dicembre, alle ore 16.30. Nella mattina del 5 dicembre, le delegazioni di Scurelle, del Consorzio di usi civici di Rotzo Pedescala e San Pietro e del Gruppo Presepio Artistico Parè di Conegliano saranno ricevute in udienza da papa Francesco. In sostituzione delle piante rimosse verranno ripiantati 40 abeti per reintegrare i boschi gravemente danneggiati dalla tempesta del 2018.

L'albero e il presepe rimarranno esposti fino alla conclusione del tempo di Natale, che coincide con la festa del Battesimo del Signore, domenica 12 gennaio 2020.





Venerdì, 15 Novembre 2019

Educare all’affettività e alla sessualità al tempo del web. Compito tanto difficoltoso quanto inutile, sostiene chi pensa che tanto, in rete, i ragazzi dispongano di ogni tipo di informazione possibile. No, replica chi invece è convinto che senza lo sforzo di trovare un senso profondo a quegli "oggetti" meravigliosi ma non sempre facili da maneggiare che sono cuore e corpo, sia impossibile arrivare a un rapporto sereno con sé stessi e con gli altri. E che, dalla qualità delle relazioni affettive, discenda anche uno sguardo più maturo sulla fede, se è vero che il trascendente non è mai disincarnato ma sempre strettamente connesso alle nostre esperienze, soprattutto quelle più coinvolgenti e più intime. Ecco perché, quando si parla di educazione all’affettività e alla sessualità la Chiesa non può dire "non mi riguarda". Del resto lo spiegano in modo esplicito sia il Documento finale del Sinodo sui giovani, sia la Christus vivit che sottolinea l’importanza di «educare la propria sessualità, in modo che sia sempre meno uno strumento per usare gli altri e sempre più una capacità di donarsi pienamente a una persona in modo esclusivo e generoso» (Ch.v265).

Per dare seguito a queste sollecitazioni, circa 200 giovani formatori di Azione Cattolica si ritrovano da oggi a domenica a Morlupo, alle porte di Roma, nella Casa dei padri rogazionisti, per un confronto con un gruppo di esperti. "A cuore scalzo" non è un convegno formale, ma un dialogo diretto. A ciascuno degli specialisti sono state inviate alcune domande. E avranno un solo un quarto d’ora ciascuno per rispondere. «Anche per noi è stata una sfida e l’occasione di un ripasso tutt’altro che semplice», scherzano ma non troppo la psicologa Roberta Carta e il marito Diego Buratta, responsabile della cooperativa "Pepita" che si occupa di servizi educativi.

Perché, quando tra le domande dei giovani ci sono temi come la difficoltà di trasmettere la visione cristiana della sessualità oppure le ragioni che devono motivare la necessità di non "bruciare i tempi" per avere il primo rapporto, anche i terapeuti più navigati sono chiamati a misurare le parole con attenzione. «Dobbiamo accompagnarli a vivere una sessualità che non sia solo il richiamo a una regola astratta. Conoscere sé stessi, dare senso alle proprie decisioni, aprirsi a relazioni serene ed equilibrate è più importante di un generico richiamo alla morale, anche perché rischiamo di rifugiarci in un linguaggio normativo che i giovani non comprendono più», osserva Roberta Carta.


LE DOMANDE
1 Castità e poi?
Perché noi giovani credenti siamo costretti a scegliere tra l’essere casti o l’essere superficiali?
2 Perché aspettare?
Per avere un rapporto matrimoniale è necessario dover aspettare e perché?
3 Cybersex
Come i media influenzano la sessualità? In che modo vivo il rapporto con il mio corpo sui social? Qual è l’influenza dei media sulla mia dimensione affettiva, inclusa l’identità di genere?
4 Sensi di colpa
Come gestire gli eventuali sensi di colpa legati alle nostre pulsioni? E se il mio partner è di un’altra religione?

E, quindi, come si risponde a chi chiede qual è l’età giusta per il primo rapporto? Considerando anche che i giovani formatori di Ac dovranno maturare dentro sé stessi un approccio equilibrato e sereno per trasmettere a loro volta queste indicazioni agli adolescenti loro affidati. C’è una via adeguata e comprensibile tra l’elenco dei divieti, ormai improponibile, e il laissez faire della rinuncia educativa? «La formula – riprende l’esperta – potrebbe essere di rivolgere loro una domanda del genere: "Quando pensi si essere abbastanza maturo per mettere la tua vita nelle mani di un altro/a dal punto di vista mentale e fisico? Pensi di avere la responsabilità sufficiente per farti carico della vita di un’altra persona?"». Perché la sfida è tutta qui, spiegare che cuore e corpo devono viaggiare sempre connessi. E proprio per questo occorre sottolineare l’importanza di curare le relazioni, cioè il rispetto reciproco, le attenzioni, le parole giuste.

Quelle che cercheranno di trovare anche Marinella Perroni, biblista, e don Aristide Fumagalli, teologo morale, chiamati a ricordare ciò che Scrittura e magistero indicano sul tema. A Nicoletta Musso, mediatrice familiare, e Piera Di Maria sessuologa Piera Di Maria, è stato chiesto di avventurarsi nelle emozioni filtrate, o distorte dal web. «Intanto diciamo loro che la sessualità è una cosa meravigliosa, un dono da custodire e da comprendere. Ai ragazzi vogliamo mandare messaggi semplici, senza parole troppo complesse, del tipo "fai pace con il tuo corpo, accettalo e rispettarlo e ringrazia Dio per quello che hai, fai pace con la tua storia e con quella della tua famiglia accogliendone luci e ombre, pensa che le relazioni vanno curate e costano fatica, ma questo è il senso della vita e da qui nasce l’amore"».

E Caterina Donato, giovane psicologa della diocesi di Messina, spiegherà ai ragazzi che pulsioni adolescenziali e vita di fede non sono in contrasto: «Le esperienze della corporeità non confliggono con l’amore di Dio perché il corpo è dono del Padre. Per accettare la relazione, occorre imparare ad accettarsi. Questione complessa, soprattutto oggi con la grande confusione sull’identità di genere».

Ne è consapevole padre Pino Piva, gesuita, educatore proprio sulla pastorale di frontiera, in particolare con i giovani omosessuali che «come tutti gli altri, hanno bisogno d’essere accompagnati nella loro crescita umana e spirituale, ed ecclesiale; come gli altri. E per questo riprenderò una parte del n. 150 del Documento finale del Sinodo dei giovani. In particolare dove i vescovi sollecitano ad aiutare i giovani "a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé"».

Un invito che Michele Tridente e Luisa Alfarano, vicepresidenti nazionali dell’Azione cattolica per il Settore giovani, non intendono lasciare cadere: «Il rischio in cui è facile cadere è quello di trattare questi temi come un tabù, preferendo il silenzio e rischiando di cedere alla tentazione del giudizio verso i comportamenti degli altri. Questo genera spesso incomprensioni e allontanamento dalla Chiesa. La strada invece – concludono – è quella del dialogo e del confronto soprattutto con chi la pensa diversamente e con chi vive in modo poco sereno il rapporto con il proprio corpo e le relazioni affettive».





Giovedì, 14 Novembre 2019

La vita delle scuole cattoliche non è facile, perché manca in Italia una vera parità che altri Paesi riescono a garantire tra scuole statali e non statali». Ma anche se «negli ultimi 10 anni hanno chiuso mille istituti», aggiunge subito il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, «non dobbiamo indurci a considerazioni pessimistiche. Ci sono anche tante realtà in cui le scuole aprono per dare risposta alla domanda di educazione cristiana che le famiglie desiderano per i propri figli».

Ancora una volta la Chiesa italiana fa sentire la propria voce per denunciare i rischi che la scuola paritaria sta correndo. Lo fa in un seminario promosso da Usmi e Cism (con il patrocinio del Senato e della Cei), che rappresentano tante congregazioni religiose con un forte carisma educativo e sono promotrici di scuole cattoliche.

Il presidente della Cei dice con chiarezza che «non siamo qui per chiedere privilegi o scorciatoie, e neppure per sottrarci dai controlli doverosi, ma intendiamo tornare a chiedere per i genitori la piena libertà di scelta in campo educativo» che la legge 62/2000 non è riuscita ancora a risolvere.

Lo riconosce anche la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, nell’intervento che ha aperto l’incontro romano. «La legge 62 – sottolinea la presidente – molto ha fatto per dare vita a principi costituzionali, ma non ha prodotto i risultati sul piano sostanziale». Una legge non completata che ha come riflesso quello di «non permettere a tutti l’accesso ai percorsi educativi ritenuti più validi. Eppure moltissime ricerche dimostrano come una sana concorrenza darebbe la possibilità di valorizzare i percorsi educativi e la professionalità dei docenti. Un aspetto che farebbe bene all’intero Paese».

Invece, avverte padre Luigi Gaetani, presidente nazionale della Cism, «ci troviamo a domandarci se possiamo assistere inerti alla circostanza che il ricco sceglie fra una scuola pubblica statale e pubblica paritaria, mentre il povero obtorto collo deve accontentarsi?». Parole amare per realtà scolastiche che invece «vogliono garantire la libertà di scelta dei genitori in campo educativo».

Gli fa eco don Roberto Dal Molin, referente Cism nell’Unesu: «In Italia il sistema scolastico è egualitario sulla carta, ma nei fatti non rimedia le differenze tra gli studenti legate al contesto familiare e sociale, anzi concorre a incrementarle». Ma «possiamo accettare che delle famiglie si trovino davanti al dilemma di non comprare scarpe nuove per garantire la retta dei propri figli a scuola?» si domanda il cardinale Bassetti, che aggiunge: «Non stiamo parlando di scuole confessionali, ma di vere e proprie scuole aperte a tutti».

Cosa fare allora? Una strada, risponde suor Anna Monia Alfieri delegata dell’Usmi nel Consiglio nazionale della scuola cattolica (Cnsc), «è rappresentata dall’introduzione del costo standard di sostenibilità, che coinvolga l’intero sistema scolastico e riconosca ogni singolo alunno titolare di un buono, garantendo davvero la libertà di scelta dei genitori». È uno degli strumenti indicati nel documento del Cnsc dal titolo "Autonomia, parità e libertà di scelta". «Forse è giunto il tempo di sedersi attorno a un tavolo per dare piena attuazione alla legge 62» chiede il presidente della Cei rivolgendosi al ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti. La scuola cattolica e le sue realtà associative «sono pronte», cosi come le congregazioni religiose presenti in Cism e Usmi. A parlare deve essere adesso il mondo politico e le Istituzioni.





Giovedì, 14 Novembre 2019

In virtù della sua buona frequentazione della Rete è stato proposto come patrono di Internet. Ora per Carlo Acutis, morto nel 2006, a soli quindici anni, di leucemia, la beatificazione è più vicina.

La Consulta medica della Congregazione delle cause dei santi ha infatti espresso parere positivo su un presunto miracolo attribuito alla sua intercessione.

A renderlo noto è stato il postulatore della causa, Nicola Gori, facendo riferimento alla seduta di oggi. «Continuiamo a pregare perché il Signore voglia presto glorificare il suo servo, a incoraggiamento del cammino di santità di tutta la Chiesa, specie dei giovani» ha commentato l’arcivescovo Domenico Sorrentino, pastore di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, diocesi titolare della causa. Ora si attende il parere della Commissione teologica. Acutis è stato dichiarato venerabile nel 2018.






Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla - Atto normativo

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