giovedì, 27 giugno 2019
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Mercoledì, 26 Giugno 2019

«Ho ritenuto di fare un passo indietro esclusivamente per l’amore che porto a questa Chiesa locale di Carpi alla quale ho cercato di dare tutto quanto era nelle mie possibilità. Spero, in tale modo, che i riflettori si spengano e sia restituita alla diocesi la necessaria tranquillità per compiere la sua missione e a me la serenità e la pace per dedicarmi alla sola ragione per la quale ho donato la mia vita al Signore: annunciare ai fratelli le meraviglie del suo amore». Con queste parole ieri a mezzogiorno il vescovo di Carpi, Francesco Cavina, ha annunciato al clero le sue dimissioni da pastore della diocesi. Dimissioni «sofferte» che, come scrive lo stesso Cavina, «dopo ripetute richieste, il Santo Padre, Francesco, con dispiacere ha accolto».

Cavina è arrivato a Carpi il 5 febbraio 2012. «I sette anni di intenso e sofferto lavoro alla guida della diocesi mi hanno portato a maturare la consapevolezza, con stupore e riconoscenza, che il Signore, nonostante le mie fragilità e povertà, si è fidato di me e mi ha affidato la ricostruzione materiale, morale e spirituale della comunità di Carpi, colpita nel 2012 da un terribile terremoto pochi mesi dopo il mio ingresso». Due Pontefici hanno visitato la diocesi durante il suo episcopato: Benedetto XVI il 26 giugno 2012 a Rovereto di Novi e papa Francesco il 2 aprile 2017 a Carpi (ad una settimana dalla riapertura della Cattedrale duramente colpita dal sisma) e a Mirandola. «Tuttavia – prosegue Cavina – i sette anni di ministero in mezzo a voi sono stati segnati da continui tentativi di delegittimazione, nonché, negli ultimi tempi, da intercettazioni telefoniche a seguito di denunce di presunti reati alla procura della Repubblica».

A partire dal dicembre scorso Carpi è stata protagonista dell’indagine “Carpigate”, un intreccio di appalti e favori con al centro l’ex vice sindaco. E lo stesso Cavina è stato coinvolto nell’indagine condotta dalla procura di Modena, proprio lui che aveva fatto della lotta al “chiacchiericcio” uno dei pilastri del suo episcopato, esortando spesso i fedeli nelle sue omelie a evitare il pettegolezzo. «L’aspetto più doloroso per quanto mi riguarda è che l’intera indagine si è contraddistinta per una diffusione mediatica, in tempo reale, di parte dell’attività degli inquirenti, anche quando si versava in pieno segreto istruttorio – scrive nella lettera –. Si è arrivati a pubblicare anche il contenuto di telefonate legate al mio ministero sacerdotale ed episcopale». Nonostante l’archiviazione della posizione di Cavina, per l’infondatezza delle accuse, «la gogna mediatica a cui sono stato sottoposto non si è interrotta». Una situazione molto pesante che ha portato il presule «dopo aver molto pregato e chiesto consiglio a persone sagge ed autorevoli», a maturare la sofferta decisione delle dimissioni. «Ringrazio tutti coloro che mi hanno voluto bene e aiutato in questi sette anni di ministero episcopale, perdono chi mi ha fatto del male, e chiedo a mia volta di essere perdonato da chi avessi, senza intenzione, fatto soffrire».

Il Papa, oltre ad avere accettato con dispiacere le dimissioni, ha provveduto a nominare Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, amministratore apostolico di Carpi. Domani Castellucci si recherà a Carpi per una prima visita alla diocesi. «Ringrazio papa Francesco e la Congregazione per i vescovi per la fiducia accordatami – commenta l’amministratore apostolico –. Ringrazio il vescovo Francesco, che ho sentito al telefono; pur provato dalle vicende degli ultimi mesi che hanno influito sulla sua decisione di rinunciare alla guida pastorale della diocesi di Carpi, è sereno e desideroso di continuare a servire la Chiesa. Cercherò di conoscere la diocesi, nei limiti delle mie disponibilità oggettive e capacità soggettive».

L'odissea giudiziaria. Subito scagionato dai magistrati, pubblicate telefonate personali (di Giacomo Gambassi)

Il sindaco Pd che caccia il suo vice. Il vice che dice di volersi candidare (ma non accadrà) per fare le scarpe al compagno di partito e che architetta un dossieraggio (con insinuazioni non vere) per mettere in difficoltà il primo cittadino. La ricerca di puntelli elettorali a vasto raggio. È una guerra tutta interna alla politica cittadina quella che sta scuotendo Carpi a colpi di incartamenti, intercettazioni telefoniche e stralci d’inchiesta pubblicati da mesi su testate locali e nazionali. In mezzo al tritacarne politico e cronachistico finisce anche il vescovo Francesco Cavina che entra (ed esce a stretto giro di posta) dall’indagine della magistratura – ribattezzata “Mangiafuoco” – su un presunto giro di malaffare nel Comune. Stando al materiale in mano ai Carabinieri, si configura per Cavina l’accusa di corruzione elettore. Un’ipotesi di reato che non regge neppure al vaglio della procura di Modena: sarà proprio l’organo inquirente a chiedere l’archiviazione per il vescovo che verrà accolta senza riserva dal giudice per le indagini preliminari. Una bolla che però si porta dietro una vera e propria «gogna mediatica» nei confronti di Cavina, come il presule la definisce nella lettera con cui ieri ha annunciato alla diocesi le sue dimissione accolte da papa Francesco.

La vicenda giudiziaria ha al centro il vice sindaco Pd rimosso, Simone Morelli. Secondo quanto viene pubblicato su siti e giornali – a cominciare dal settimanale L’Espresso che propone a inizio aprile un lungo articolo intitolato “La Santa Alleanza” che ha come primo bersaglio il vescovo – Morelli macchina per conquistare il municipio cercando il sostegno anche della Lega. E poi del mondo cattolico. Qui viene tirato in mezzo Cavina. Stando alle carte d’indagine – che poi si tradurranno in archiviazione –, Morelli si garantirebbe l’appoggio della Chiesa locale nella corsa contro il sindaco uscente Alberto Bellelli facendo pagare al Comune un’iniziativa diocesana: lo spettacolo “Fontane danzanti” voluto nell’ambito dei festeggiamenti per la ricollocazione sulla guglia più alta del Duomo della statua dell’Assunta. È la Madonnina di Carpi, simbolo civile e religioso, tornata l’8 dicembre scorso a svettare sulla città dopo il lungo restauro post-terremoto della Cattedrale visitata da papa Francesco (che arriva a Carpi il 2 aprile 2017 proprio grazie a Cavina per far sentire la sua vicinanza alle zone devastate dal sisma del 2012). Ciò che L’Espresso non dice nella sua ricostruzione è che la decisione dell’amministrazione di accollarsi le spese dell’evento (15mila euro) è presa dall’intera giunta all’unanimità. E il sindaco Bellelli appoggia in prima persona la scelta (che, in base all’indagine, sarebbe ai suoi danni). Nei confronti di Morelli restano ancora oggi in piedi le accuse di tentata concussione e di tentata diffamazione verso Bellelli ma non quella di corruzione elettorale.

Intanto sulla stampa (compreso L’Espresso) vengono pubblicate le intercettazioni di Cavina «legate al mio ministero sacerdotale ed episcopale», spiega il presule: dalla conversazione con una signora che lo considera «un angelo» al dialogo in cui un’altra donna congettura la presenza di sacerdoti omosessuali. Però tutta la storia è costruita attorno alla candidatura di Morelli. Che non ci sarà mai. Alle elezioni delle scorse settimane si è ripresentato Bellelli: è andato al ballottaggio ma ha sconfitto la sfidante di centrodestra Federica Boccaletti ed è stato riconfermato sindaco.





Mercoledì, 26 Giugno 2019

La sera del 28 giugno si vivrà nella Cattedrale dei Santi Matteo e Gregorio Magno a Salerno un appuntamento che non può passare inosservato. Quattordici giovani dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno verranno ordinati sacerdoti dall’amministratore apostolico, l’arcivescovo Luigi Moretti. Anche per una Chiesa locale come quella salernitana che, nonostante la contrazione delle vocazioni, è riuscita annualmente a ricevere in dono novelli presbiteri, il numero degli ordinandi è di tutto riguardo.

Ma le particolarità non si esauriscono nel numero. C’è la storia di tre fratelli, di cui due gemelli, che nella solennità del Sacro Cuore di Gesù, insieme agli altri undici diventeranno preti. Roberto, Carmine e Ferdinando De Angelis, 34 anni il primo e 30 i gemelli hanno scelto di donarsi totalmente a Cristo. È Carmine che racconta dello stupore di una scoperta. «Ho sempre custodito nel cuore e nella testa il seme che il Signore aveva posto in me. Lo hanno coltivato i miei genitori con il loro stile educativo improntato a una fede autentica e a principi solidi. Quando anche Ferdinando disse di volersi incamminare verso il sacerdozio non fui sorpreso. Lo fummo entrambi, invece, quando capimmo che il fratello maggiore, Roberto voleva diventare prete. Il primo a incamminarsi è stato lui, poi l’anno successivo toccò a me e a Ferdinando».

C’è stato un momento particolare in cui il Signore ha iniziato a scavare nella vita dei tre fratelli. E lo raccontano all’unisono. «Siamo di un piccolo paese di circa seimila abitanti, Bracigliano, nel quale il 2010 si intraprese l’Adorazione eucaristica perpetua con la speciale intenzione di chiedere che dei giovani rispondessero alla chiamata del Signore. La preghiera traccia il solco e non rimane mai inascoltata e così, con l’insistenza dei fedeli, c’è stato l’exploit. Noi abbiamo solo offerto la disponibilità e Dio ha fatto il resto».

Roberto descrive la sua vita di ordinario studente universitario laureando in lingue. «Ero attratto dalle chiese, dovevo entrarci e mettermi a pregare e la magnificenza delle opere d’arte mi parlava della bellezza che porta a Dio». Roberto, Carmine e Ferdinando hanno iniziato la loro formazione presso il Seminario metropolitano “Giovanni Paolo II” circa sette anni fa affidandosi al rettore don Gerardo Albano e agli altri educatori. E insieme si sono lasciati plasmare dalla Parola di Dio di cui sono innamorati. «Quelli della formazione sono stati anni molto belli – sottolineano i tre fratelli –, certo con qualche difficoltà dovuta alla condivisione di tutto con altri giovani in cammino, che all’inizio sembra difficile ma poi diventa naturale e bella. Ora tutti e quattordici siamo un gruppo affiatato, ci vogliamo bene e non comprendiamo perché tutti vogliano parlare solo di noi tre. Non siamo un fenomeno, siamo come gli altri e, senza gli altri, non saremmo arrivati da nessuna parte». Hanno ragione, quella sacerdotale è una grande famiglia. Così Alfonso Basile, Emmanuel Castaldi, Agostino D’Elia, Umberto D’Incecco, Bartolomeo De Filippis, Antonio Del Mese, Emanuele Ferraro, Giovanni Galluzzo, Emmanuel Intartaglia, Raffaele Mazzocca, e Giuseppe Roca assieme a loro saranno un’unica benedizione per tutta la Chiesa salernitana.





Mercoledì, 26 Giugno 2019

Ancora due sposi verso gli altari. Per Aldo Michisanti ed Enrichetta Onorante, genitori di tre figlie, si è appena aperta a Roma la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione. Il rito, lunedì scorso al Palazzo Lateranense, è stato presieduto dal cardinale vicario Angelo De Donatis, che ha ripercorso la profondità della vita di preghiera, le coraggiose scelte quotidiane e il servizio ai poveri posti a fondamento di una vita matrimoniale di gioie e incognite, nascondimento e misericordia, anche come ministri straordinari dell’Eucaristia.

Lui, nato nel 1937, ragazzino vivace del rione Monti, con la serenità della fede supera gravi malattie, riuscendo a proseguire gli studi fino alla laurea in Scienze politiche e al lavoro al ministero del Tesoro. Lei, classe 1945, all’ombra di un padre che abbandonata la famiglia poi si toglierà a vita, affetta da una malformazione cardiaca congenita e consacrata per questo dalla madre all’Immacolata, si diploma in ragioneria. Si sposano nel 1967. «Egli vi unisca e adempia in voi la sua benedizione »: come nella Bibbia per Tobia e Sara, così la vicenda matrimoniale di Aldo e Enrichetta è approdo e avvio di un cammino spirituale tenace. Nascono tre figlie, una delle quali voluta contro una diagnosi senza appello dei medici. «Quando chiedevo a mia madre come avessero superato le incognite e l’angoscia per farmi nascere – ricorda oggi Chiara – diceva: sapevamo che l’amore di Dio si sarebbe manifestato, in ogni caso. Non perdevano mai la Messa quotidiana, neppure d’estate. Ci hanno trasmesso una fede a portata di mano, perché Dio salva la nostra vita ogni momento. Mamma ripeteva: sciogliamo le mani a Dio. Solo se gli diamo piena fiducia, Lui potrà agire». Poi discernimento ed umiltà.

Negli ultimi anni, mentre pregano insieme dopo una diagnosi severa per la vista di Aldo, Enrichetta annota di aver implorato: «Dio mio aiutami, non sono capace di offrirti questa sofferenza». Nasce pace dalla confessione della sua povertà, del suo limite, l’abbandono al Signore cresce. In pochi mesi la malattia si arrestò.

Aldo muore nel 1997. Del suo decennio di vedovanza Enrichetta farà dono a Dio. Diventerà una colonna del Servizio nazionale Cei per gli interventi caritativi a favore del Terzo mondo, che assegna fondi 8xmille. Era nonna, ma viaggiava da Timor Est da ricostruire dopo la guerra civile, all’Asia e all’Africa. «In Honduras, il villaggio di 5mila abitanti di Divina Providencia, raso al suolo dall’uragano Mitch nel 1998, fu ricostruito grazie a lei, ne era la mamma – ha ricordato il cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, presente in Laterano, che la incontrò allora –. Oggi è un giorno di festa che aspettavamo da anni. Sono convinto questo processo camminerà rapidamente. Abbiamo bisogno di santi nell’ordinario della vita e della famiglia». Così Enrichetta incontrò anche papa Francesco, allora arcivescovo di Buenos Aires, che in lei scoprì sensibilità caritativa e dedizione alla Chiesa. «Ringrazio Dio del dono dei vostri amati genitori e del bene che hanno fatto – ha scritto il Pontefice nel messaggio letto in aula –. I poveri del mondo lodano Dio per la luce del loro amore coniugale». «Nelle famiglie Gesù può essere trovato sempre – ha scandito De Donatis – perché lì dimora in semplicità». E il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti ha aggiunto: «La santità è personale, ma quando coinvolge la famiglia si irradia ancora di più».





Mercoledì, 26 Giugno 2019

Il prossimo dicembre compirà 104 anni, ma già questo sabato festeggerà l’ottantesimo di ordinazione. Per capirci: quando don Bernardo Fusar Poli nasce nella campagna cremasca, è appena scoppiata la Prima guerra mondiale. E quando arriva la seconda, nel 1939, lui diventa prete.

Oggi vive a Bagnolo Cremasco, la comunità che ha guidato dal 1956 al 1991. E che quest’anno nella solennità dei santi Pietro e Paolo il 29 giugno - festeggerà con particolare affetto il suo parroco emerito. La Messa delle 10.30 sarà presieduta dal vescovo di Crema, Daniele Gianotti. Quale primo concelebrante è atteso il presule di Senigallia (Ancona), Franco Manenti, fino al 2015 sacerdote della diocesi lombarda: uno di quelli che con don Bernardo ha condiviso decenni di ministero. Ma ad accompagnare la quotidianità del festeggiato, oggi, è l’attuale parroco di Bagnolo, don Mario Pavesi. E se gli chiedi di raccontarti la sua quotidianità, risponde che «vive in casa, è lucido, e dedica gran parte della giornata alla lettura. Avvenire compreso».

Fino a un paio d’anni fa celebrava la Messa nella sua abitazione. Oggi, invece, è don Mario ad amministrargli la Comunione quotidiana. Eppure, in questi anni, don Fusar Poli si è dedicato anche alla scrittura. E proprio sabato, durante il rinfresco in oratorio al termine della Messa, sarà distribuita la pubblicazione di un suo testo: 'Gesù Cristo nelle definizioni di se stesso'. «Ci teneva molto», fa sapere don Pavesi.

Come spesso in questi casi, il segreto di tanta longevità sta nel rispetto delle regole. «Don Bernardo inizia la giornata verso le 8 – racconta il parroco di Bagnolo – fa colazione, e poi alterna momenti di lettura, preghiera e riposo. Pranza verso le 11.30, di nuovo riposa, e dopo la Comunione delle 16 sta un’altra oretta alla scrivania. La cena gli viene servita alle 18.30, e subito dopo inizia il riposo notturno».

Il vescovo Gianotti tiene molto alla celebrazione di sabato, e alla diocesi l’ha annunciata con queste parole: «Per il salmista, ottant’anni di vita rappresentano già un risultato straordinario. Ottant’anni di ministero rappresentano un record che pochissimi, penso, hanno raggiunto. Motivo in più per rendere grazie a Dio». Su don Fusar Poli è giunta pure la benedizione apostolica di papa Francesco, un segno «di apprezzamento – così si legge nel testo inviato dal Vaticano –- per il lungo servizio al Vangelo e alla Chiesa, come pastore mite e saggio».

Ma attenzione: sabato, don Bernardo sarà solo il festeggiato più illustre, non l’unico. Accanto a lui, altri quattro sacerdoti celebreranno il cinquantesimo di ordinazione. Don Lorenzo Vailati, per esempio, nato a Bagnolo proprio quando parroco era don Fusar Poli. E poi anche don Benedetto Tommaseo, don Franco Bianchi e don Giorgio Zucchelli, insieme a don Giacomo Carniti. Che in serata, con il suo coro 'Pregar Cantando' di Crema, offrirà nella parrocchiale di Bagnolo il concerto 'Quinquies magnificat'. Cinque Magnificat, insomma: uno per ogni festeggiato.





Lunedì, 24 Giugno 2019

È morto all'età di 93 anni monsignor Stefano Li Side, vescovo della diocesi di Tianjin, nella Cina Continentale, che dal 1958 aveva subito arresti, condanne ai lavori forzati e decenni di confino. Sofferente da molti anni di una malattia cronica, ultimamente era stato ricoverato in ospedale a Gixian.

Li Side era nato il 2 ottobre 1926 a Zunhua nella provincia di Hebei, da una famiglia di lunga tradizione cattolica. Nel 1940 entrò nel Seminario minore locale. Nel 1945 si trasferì al Seminario minore di Tianjin, nel 1949 passò al Seminario maggiore di Wen Sheng a Pechino. Il 10 luglio 1955 fu ordinato sacerdote della diocesi di Tianjin.

Nel grave contesto degli anni '50 - fa sapere un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede - Li Side fu arrestato nel 1958. Rilasciato nel 1962 e di nuovo arrestato nel 1963, fu condannato ai lavori forzati fino al 1980. Tornato a svolgere il ministero pastorale nella cattedrale di San Giuseppe, venne consacrato Vescovo a Tianjin il 15 giugno 1982, senza essere riconosciuto dal governo. Nel 1989 fu imprigionato per la terza volta, fino al 1991.

Nel 1992 le autorità lo costrinsero agli arresti domiciliari nello sperduto villaggio di montagna di Liang Zhuang Zi, nel distretto di Jixian, a 60 km da Tianjin, dove è rimasto fino alla morte, potendosi allontanare solo per recarsi in ospedale. Nonostante l'esilio e la lontananza, i fedeli che si recavano a trovarlo erano sempre numerosi. Il presule ha difeso i principi della Chiesa cattolica con coerenza e ha testimoniato il Vangelo di Cristo, mantenendosi eroicamente in comunione con il Successore di Pietro.

Monsignor Stefano Li Side era molto amato ed è sempre stato un punto di riferimento per sacerdoti e fedeli laici. Profondamente devoto di Maria, era molto attento all'evangelizzazione e alla missione della Chiesa. Ha curato le vocazioni al sacerdozio e nel 1994 ha fondato la Congregazione delle Suore del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria. Ha manifestato concretamente la sua attenzione pastorale anche verso le persone più bisognose.

Uomo di preghiera, interamente dedito al servizio di Dio, monsignor Li Side viveva in povertà e in profonda umiltà. Esortava sempre i fedeli a rispettare le leggi del Paese e ad aiutare i poveri. Anche nelle dolorose vicissitudini di diverso genere che hanno segnato la sua lunga vita, non si è mai lamentato, accettando ogni cosa come volontà del Signore.

Le messe commemorative, le condoglianze e le cerimonie di lutto, si sono tenute in una camera mortuaria del distretto di Jizhou, e non nella cattedrale di San Giuseppe a Tianjin. I suoi resti riposano nel distretto di Jizhou. La diocesi di Tianjin conta oggi circa 60 mila fedeli, 65 sacerdoti, 2 congregazioni femminili con circa 70 suore.





Lunedì, 24 Giugno 2019

Dopo la scelta dolorosa di un periodo di ritiro assunta dal cardinale Philippe Barbarin, un nuovo pastore giunge alla guida dell’arcidiocesi di Lione. Papa Francesco ha scelto monsignor Michel Dubost, 77 anni, come amministratore apostolico sede plena et ad nutum Sanctae Sedis per l’arcidiocesi, storico polo di diffusione del cristianesimo in Francia. Già vescovo emerito di Evry-Corbeille-Essonnes, monsignor Dubost assumerà le responsabilità di guida e gestione. Ma Barbarin resterà ufficialmente l’arcivescovo di Lione e primate delle Gallie.

Per l’arcidiocesi, è una nuova tappa dopo la sorpresa e lo smarrimento provocati dai risvolti giudiziari che hanno seminato profonda incomprensione, rabbia e sconcerto tra i fedeli. A inizio marzo, in modo incoerente con le richieste del pubblico ministero, il cardinale Barbarin era stato condannato in primo grado a sei mesi di carcere per non aver denunciato gli abusi sessuali compiuti da un prete dell’arcidiocesi, don Bernard Preynat. Le dimissioni che il porporato aveva deciso di presentare immediatamente non erano state accettate da papa Francesco. L’appello del processo potrebbe aver luogo in autunno e nell’attesa, il cardinale, pur continuando a godere della presunzione d’innocenza, aveva sentito di non poter sostenere la responsabilità della guida dell’arcidiocesi. Negli ultimi tre mesi, la gestione corrente della diocesi era stata gestita da padre Yves Baumgarten, vicario generale dell’arcidiocesi, ma questa soluzione era parsa fin dall’inizio come una transizione destinata a chiudersi.

Su questo punto, particolarmente esplicito è stato monsignor Emmanuel Gobilliard, uno dei tre vescovi ausiliari: «Ciò non poteva durare troppo a lungo, monsignor Baumgarten non deteneva tutti i poteri e a livello simbolico, mancavamo di una figura d’autorità per ricreare l’unità». La nuova configurazione corrisponde proprio a un auspicio espresso dai tre vescovi ausiliari, sostenuti dallo stesso cardinale Barbarin.

Monsignor Dubost si era distinto negli ultimi anni anche per il sostegno nei confronti dei vertici dell’arcidiocesi finita al centro di una tempesta anche mediatica, oltre che giudiziaria. Membro a Roma del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, guiderà adesso una delle diocesi francesi con la più forte vocazione in questo senso. Eudista, cioè membro della Congregazione di Gesù e Maria, giunto nel 2000 alla guida della diocesi di Evry-Corbeille-Essonnes, nella banlieue sud di Parigi, monsignor Dubost aveva in precedenza ricoperto per oltre un decennio la responsabilità di vescovo presso le forze armate. La sua ordinazione sacerdotale risale al 1967. Nell’arcidiocesi di Lione, anche le voci più proiettate verso il futuro riconoscono che restano vive le ferite lasciate dallo scandalo legato agli abusi sessuali del prete Bernard Preynat, rimosso nel 2015 da ogni incarico pastorale dal cardinale Barbarin. Quest’ultimo, giunto a Lione come arcivescovo nel 2002, ovvero più di un decennio dopo gli ultimi abusi di cui è accusato Preynat, potrà ora dedicarsi anche a preparare la prova dell’appello.





Domenica, 23 Giugno 2019

«Sono stata una bambina vivace e impegnativa, di quelle che bombardano i genitori di “perché?” e non si accontentano di risposte preconfezionate... Ma ho avuto la grazia di nascere da due genitori che si erano convertiti da poco, quindi nel momento della massima scoperta di questa grande notizia che troppo spesso si dà per scontata. Mi è andata bene». Ed è tuttora impegnativa, Chiara Amirante, 52 anni, ogni definizione le va stretta: laureata in scienze politiche alla Sapienza di Roma, autrice di bestseller e personaggio televisivo, soprattutto fondatrice della comunità Nuovi Orizzonti, nata 25 anni fa nei meandri della Stazione Termini per salvare 27 ragazzi dai loro inferni personali e oggi divenuta la casa spirituale di 700mila testimoni di luce nei cinque continenti. Lei sarà anche premiata alla Festa di Avvenire a Lerici, il 31 luglio.

Chiara, un quarto di secolo di Nuovi Orizzonti è un giro di boa non indifferente. Come lo sta vivendo?

Venticinque anni ti portano a riguardare indietro e contemplare con stupore quello che Dio ha operato. In realtà ogni giorno faccio questo esercizio di ringraziare il Padre, ma certamente farlo tutto insieme per i 25 anni mi ha colmato il cuore di commozione. Ho ripensato a quei primi giorni in cui, da ragazza, mi sono immersa nell’inferno della strada, tra tanti fratelli sofferenti, nella droga, nella disperazione, nell’abbandono dopo il carcere, nella prostituzione, e poi a quanti di loro sono passati dalla morte alla vita. Nel 1994 cominciavamo con la prima piccola comunità, in una villetta familiare mandata senza preavviso dalla Provvidenza, i materassi sparsi ovunque. Da quei 27 su cui nessuno avrebbe scommesso, vero popolo della notte, è poi fiorito questo popolo di “cavalieri della luce”, testimoni della risurrezione nelle stesse strade in cui prima vivevano di espedienti. Il giorno di Pentecoste a Frosinone eravamo in tremila a festeggiare questo anniversario, una folla di persone, ciascuno un miracolo. Ho visto le lacrime di tanti mentre a 82 ragazzi consegnavo quella piccola croce simbolo dell’essere consacrati come “Piccoli della gioia”, sapevo che quasi tutti i presenti erano stati nella morte ed erano risorti spiritualmente, e da lì è salito il nostro grazie a Dio di questa grande famiglia che sempre più ci chiama a essere testimoni di gioia per chi ha perso la speranza.

Lei è una consacrata, ma Nuovi Orizzonti è una realtà che ha molti volti ed esperienze diverse. Che cosa vi accomuna?

Per lo più noi abbiamo una consacrazione laicale, ci sono anche “Piccoli della gioia” sposati, sposi chiamati al servizio del Padre anche nel lavoro quotidiano, oppure nelle missioni, ovunque, le “Famiglie di Nazareth” che vivono una dedizione totale a Dio, aperte all’accoglienza. È questa la nostra caratteristica specifica, anche se poi abbiamo pure sacerdoti, religiosi e religiose: la consacrazione come “Piccoli della gioia” è per tutti gli stati di vita. Credo che sia un segno dei tempi se lo Spirito Santo sta mandando tanti carismi e chiama i laici là dove sono. Riflette ciò che già il Concilio chiariva, e cioè che la santità è una chiamata per tutti, non è qualcosa che possiamo delegare a sacerdoti e religiosi. Oggi soprattutto, in un mondo spesso radicato in «strutture di peccato », come le chiamava Giovanni Paolo II, c’è un’urgenza assoluta di sposi santi, di santi immersi nel mondo del lavoro, di professionisti santi, capaci di rinnovare la società da dentro. Va detto però che come Chiesa siamo un po’ indietro nel riconoscere il contributo che ciascun laico può portare: colpa di quel clericalismo duro a morire di cui parla papa Francesco. Il sacerdozio è un dono immenso, ma poi siamo tutti corpo di Cristo.

Quei genitori che lei da bambina bombardava di domande hanno fatto in tempo a vedere il suo cammino?

Poverini, sì. Sentirsi dire da una figlia che va a vivere in strada non è facile. Avevo sentito la chiamata a lasciare tutto per andare a vivere in strada con la mia nuova famiglia, ero anche guarita all’improvviso da una malattia incurabile... In una giornata di spiritualità, quando erano sotto l’azione dello Spirito Santo, ho detto loro che avrei lasciato la casa e il lavoro per seguire Gesù nei bassifondi della città... Per la grande stima che avevano di me mi hanno dato la loro benedizione, sapevano che se facevo delle pazzie era perché Dio me le metteva nel cuore, essendo io molto razionale. Ma poi papà ha cercato di farmi ragionare, diceva che per una ragazza era troppo pericoloso. Mamma ha capito subito che era una chiamata e niente mi avrebbe distolto, ma lui ha vacillato, «Se vuoi diventare santa fallo lontano da me, perché non posso morire di crepacuore », mi ha detto. Ma Dio non si lascia mai vincere in generosità e proprio il giorno in cui dovevo trasferirmi in strada con la mia nuova famiglia di disperati è arrivata dalla Provvidenza la prima struttura per iniziare l’accoglienza residenziale. Mamma e papà sono poi venuti a vivere nove giorni di ritiro spirituale con i 27 arrivati tutti da esperienze estreme...

Che cosa proponeva a questi ragazzi?

Di fare un’esperienza di risurrezione. «Non importa se credete che Gesù è figlio di Dio – dicevo loro –meditate almeno le parole di questo grande uomo che mi hanno portato a rischiare la vita per voi». Meditavamo la promessa di Gesù, che se chiediamo al Padre lo Spirito Santo egli ce lo dona: avevano i cuori tanto spezzati che nessun percorso umano avrebbe potuto trasformare i loro cuori di pietra in cuori di carne. Il nono giorno era la festa del Battesimo di Gesù. La maggior parte di loro non aveva mai pregato, ognuno ha chiesto lo Spirito in modo molto semplice, balbettando qualche parola. Non piangevano da quando erano bambini, ci siamo trovati tutti in lacrime e in quella cappellina siamo rimasti fino a sera, nessuno riusciva ad allontanarsi. Mio papà, vedendo questi lupi trasformarsi in angeli, si è tranquillizzato, innamorato di ciò che Dio stava operando non ci ha più lasciati.

Tra tanti salvati, è andata incontro a sconfitte?

Non credo nelle sconfitte. Quando Gesù ha vissuto il più grande fallimento, ha ottenuto la più grande vittoria per l’umanità. Dio è morto, ma da quella morte è avvenuto il miracolo dei miracoli. C’è nella nostra vita la terribile possibilità di dire “no” all’amore di Dio, il che è la tragedia della nostra esistenza ma anche la forza del libero arbitrio. La cosa bella è che ogni “no” può sempre ritornare a essere un “sì”. Poi è vero che quando perdi per strada qualcuno lì per lì ti arriva la spada nel cuore, ma per la mia lunga esperienza so che, se Dio ha seminato il suo amore in un cuore, quel cuore resta segnato e il più delle volte prima o poi ritorna. Certo, c’è sempre un Pietro che rinnega o un Giuda che tradisce, ma se un tempo mi scoraggiavo e soffrivo, ora è più forte la certezza che le tenebre non prevarranno.

A volte si sente sola?

Da 25 anni porto la croce terribile di raccogliere il grido lancinante dei fratelli, e non si arriva a tutti. Nonostante il Papa chieda di uscire nelle periferie esistenziali, l’indifferenza è ancora un grave peccato di omissione da parte di troppi. Ci sono poi tanti che attaccano il Papa: come si può avere la presunzione, da cattolici, di saperne più del Pontefice? Il Divisore è abile...

Come si spiega la presenza di tanti attori, cantanti, vip, attratti da Nuovi Orizzonti, da Nek a Bocelli a molti altri?

Me lo chiedo spesso. Certo nel mondo dello spettacolo c’è grande sete di spiritualità, di uscire dalle apparenze per trovare rapporti veri. Vedere in Nuovi Orizzonti le realtà di ragazzi rinnovati dal Vangelo, toccare con mano i miracoli di tante risurrezioni interiori, riaccende in loro una nostalgia. Il mondo ci propone una gioia patinata. Quando vedono la luce negli occhi dei nostri ragazzi, dicono: «La voglio anch’io questa luce, se ce l’ha fatta lui allora posso anch’io ». E da personaggi tornano a sentirsi persone.






Sabato, 22 Giugno 2019

L’anno scorso aveva scelto Ostia, quartiere romano sul litorale, per celebrare i riti del Corpus Domini. Domenica, invece, papa Francesco sarà a Casal Bertone, altra zona di periferia, immortalata da Rossellini nel suo Roma città aperta. Celebrerà la Messa, alle 18, sul sagrato della parrocchia di Santa Maria Consolatrice; al termine partirà la processione con il Santissimo Sacramento, guidata dal cardinale vicario Angelo De Donatis. Un percorso di un chilometro e duecento metri, lungo via di Casal Bertone, via di Portonaccio e via Latino Silvio.

Fino al campo della Pro Roma Calcio, proprio accanto a Casa Serena, la struttura di accoglienza per senza fissa dimora dei Missionari della Carità di padre Sebastian Vazhakala, che fu amico di Madre Teresa. In piazza, per partecipare alla Messa del Santo Padre, ci saranno almeno centocinquanta ospiti della Casa, assieme ai Missionari e alle Missionarie della carità. «Segno che l’Eucaristia celebrata prosegue nel servizio», osserva il parroco di Santa Maria Consolatrice, don Luigi Lani. Per loro verrà riservato un apposito settore; così pure per i bambini che hanno ricevuto il sacramento della Comunione e per le loro famiglie, per gli anziani e gli ammalati, per i ragazzi degli oratori estivi e i loro animatori di tutte le parrocchie del territorio. Uno spazio ad hoc anche per i ministri straordinari della Comunione delle otto comunità della prefettura, che saranno impegnati nella distribuzione dell’Eucaristia.

La Messa sarà animata dai cori riuniti di Santa Maria Consolatrice e i ministranti della parrocchia si occuperanno del servizio liturgico, ma per il resto «è coinvolta tutta la prefettura, la XIV della diocesi di Roma», ci tiene a sottolineare don Lani (oltre a Santa Maria Consolatrice nella prefettura vi sono anche le parrocchie di San Barnaba, Sant’Elena, Santa Giulia Billiart, San Giuseppe Cafasso, San Leone I, San Luca Evangelista, Santi Marcellino e Pietro ad duas Lauros). A Santa Maria Consolatrice, però, ci sono un fermento e un’attesa particolari per l’arrivo di papa Francesco. «È il quarto Pontefice che viene qui – rimarca il sacerdote –; prima di lui ci sono stati Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che ne era cardinale titolare». Per questo motivo fu la prima parrocchia romana visitata dal Papa emerito, il 18 dicembre 2005.

Nei giorni scorsi tutta la comunità si è preparata ad accogliere il Pontefice, soprattutto i più piccoli. «Abbiamo deciso di dedicare l’oratorio estivo, che è iniziato il 10 giugno, al tema del pane – spiega don Luigi –. Lo abbiamo chiamato simpaticamente “Boni come er pane”: un percorso di giochi e riflessioni attraverso episodi del Vangelo quali la moltiplicazione dei pani e dei pesci, le nozze di Cana, l’incontro con i discepoli di Emmaus e, naturalmente, il Corpus Domini». Una solennità, quella del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, che Francesco, come Paolo VI prima di lui, ama celebrare nei diversi quartieri. «L’Eucaristia celebrata in mezzo alla gente, in piazza, luogo di raduno, lì dove abitualmente le persone si ritrovano – osserva in proposito padre Giuseppe Midili, direttore dell’Ufficio liturgico diocesano – evidenzia come la partecipazione alla Messa generi comunione con Dio e tra di noi».





Sabato, 22 Giugno 2019

Una lettera del Papa ai carcerati. Consegnata da chi il carcere, pur innocente, lo ha conosciuto a lungo per dolorosa esperienza personale. I detenuti dell'Isola della Gorgona (livorno) hanno ricevuto oggi un doppio prezioso regalo: le parole di Francesco e la visita del cardinale Ernest Simoni, anziano ma indomito porporato albanese che dal 1963 al 1990 fu condannato a 28 anni di lavori forzati (in una cava, in miniera e nelle fogne di Scutari) sotto il regime dittatoriale comunista del suo Paese.

Il Papa scrive: «Tutti noi facciamo sbagli nella vita e tutti siamo peccatori. E tutti noi chiediamo perdono di questi sbagli e facciamo un cammino di reinserimento, per non sbagliare più. Quando andiamo a chiedere perdono al Signore, Lui ci perdona sempre, non si
stanca mai di perdonare e di risollevarci dalla polvere dei nostri peccati». Di qui il suo invito alla conversione. « Da parte mia, vi incoraggio a guardare al futuro con fiducia, proseguendo con il prezioso aiuto del vostro cappellano e degli altri educatori il percorso di cambiamento e di rinnovamento interiore, sostenuti dalla fede e dalla speranza che il Signore, ricco di misericordia, ci è sempre accanto».

Così dunque Francesco ha voluto rispondere alla lettera che gli stessi detenuti gli avevano mandato, proprio tramite il cardinale Simoni, al termine di una sua precedente visita al penitenziario. Il Papa ha così incaricato il porporato, di cui apprezza l'insatancabile zelo apostolico, di recapitare la sua risposta.

E Simoni, che ha 90 compiuti, non si è fatto pregare. Oggi non solo ha recapitato la missiva di Francesco, ma si fermato con 90 detenuti e i 50 agenti di polizia del carcere, per celebrare la Messa, ascoltare le loro storie e offrire il conforto della sua esperienza. A chi gli chiedeva come ha vissuto i 28 anni della sua durissima prigionia ha risposto con una battuta: «Il vostro carcere in confronto a quelli dell'Albania comunista è un albergo a cinque stelle. Ma comprendo e condivido la vostra sofferenza e vi esorto, come ha detto il Papa, ad avere fiducia in Cristo e fare tutto quello che potete per mettere riparo al male commesso sia a voi stessi e alla vostra dignità umana, sia ai fratelli che avete offeso con la vostra condotta».

Anche il Papa nella sua lettera scrive di conoscere «la situazione non sempre facile delle carceri». Pertanto, aggiunge, «non manco di esortare sempre le comunità ecclesiali locali a manifestare concretamente la vicinanza materna della Chiesa in questi luoghi di dolore e redenzione». Un auspicio che il cardinale Simoni, il quale vive a Firenze ed è canonico onorario del Duomo di Santa Maria del Fiore, si è fatto prontamente interprete.





Sabato, 22 Giugno 2019

Ancora un percorso sotto lo sguardo di Maria e alla luce del Sinodo sui giovani, quello che papa Francesco ha annunciato durante l’udienza, questa mattina 22 giugno, ai partecipanti all’XI Forum internazionale dei giovani, svoltosi in questi giorni in Vaticano, promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita.

Si tratta di una prosecuzione del “trittico mariano” che ha scandito il percorso delle Gmg nel triennio 2017-2019, nel quale erano state scelte una frase del Magnificat, la preghiera che Maria recita nell’incontro con sua cugina Elisabetta, e due tratte dall’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente (Lc 1,49)” nel 2017; “Non temere Maria perché hai trovato grazia presso Dio (Lc 1,30)” nel 2018; e “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,38)” per il 2019 in occasione della Ggm di Panama.

Ricevendo i giovani il Pontefice ha voluto rivelare loro quelli che saranno i temi che scandiranno le tappe verso la Giornata mondiale della gioventù a Lisbona nel 2022. “Per questa tappa del pellegrinaggio intercontinentale dei giovani ­ - ha detto Bergoglio ­ho scelto come tema “Maria si alzò e andò in fretta (Lc 1.39)””. Ma ha anche voluto indicare gli slogan scelti per le edizioni delle Giornate mondiali del 2020 e del 2021, che si svolgeranno come di tradizione a livello diocesano nella Domenica delle Palme. Due frasi che sembrano ben collegarsi alle conclusione del Sinodo dei vescovi sui giovani dell’ottobre 2018.

Per il prossimo anno i giovani saranno chiamati a meditare sulla frase “Giovane, dico a te, alzati” (cfr Lc 7,14 e ChV 20), mentre l’anno successivo sulla frase tratta dagli Atti degli Apostoli (Ap 26,16) “Alzati! Ti costituisco testimone delle cose che hai visto”.

Ai ragazzi e alle ragazze presenti all’udienza il Papa ha ribadito il concetto che “voi siete l’oggi di Dio, l’oggi della Chiesa” e che “la Chiesa ha bisogno di voi per essere pienamente sé stessa”. Dunque un invito a mettere a frutto quanto scaturito dal Sinodo dei vescovi dello scorso anno che ha avuto come focus proprio i giovani e la loro capacità di discernimento vocazionale. E se come “testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni – ha detto il Papa – è stato scelto l’episodio dei discepoli di Emmaus”, Francesco sottolinea che i giovani devono “essere legati gli uni agli altri” perché “da soli non sopravvivrete. Avete bisogno gli uni degli altri per segnare veramente la differenza in un mondo sempre più tentato dalle divisioni”.

L’applicazione delle conclusioni del Sinodo sui giovani e cammino verso la Giornata mondiale della gioventù di Lisbona 2022, sono dunque, per volontà del Papa, fortemente legate tra loro. “Non ignorate la voce di Dio che vi spinge al alzarvi e seguire le strade che Lui ha preparato per voi, come Maria, ed insieme a Lei, siate ogni giorno portatori della sua gioia e del suo amore”, ha concluso il Papa.





Sabato, 22 Giugno 2019

Il 24 marzo 1920, accogliendo i desideri di molti piloti d’aereo reduci della prima guerra mondiale, papa Benedetto XV, su richiesta del cardinale Agostino Richelmy, arcivescovo di Torino, e di altri cardinali e vescovi, proclamò la «Beatissima Vergine Maria, denominata di Loreto, la principale patrona presso Dio di tutti i viaggiatori in aereo».

A quell’epoca l’Aeronautica militare italiana non era ancora una forza armata, ma fin dal momento della sua fondazione, avvenuta tre anni dopo, il 28 marzo 1923, in tutti i suoi reparti si venerava la Virgo Lauretana. Ancora oggi sono numerose le testimonianze nelle quali l’Aeronautica militare, attraverso la fede e la devozione di tanti suoi membri, dimostra una viva venerazione alla propria celeste patrona.

Ed è in virtù di questo vincolo speciale che la lega alla Madonna di Loreto che è stata firmata ieri a Loreto, presso il Museo pontificio, un’intesa tecnica tra la Delegazione pontificia per il Santuario della Santa Casa e l’Aeronautica militare italiana, finalizzata al coordinamento e alla promozione di eventi per il 2020, anno centenario dalla proclamazione della Vergine Lauretana patrona degli aviatori.

La cerimonia è stata presieduta dall’arcivescovo delegato pontificio, monsignor Fabio Dal Cin, e dal comandante del Centro formazione Aviation english di Loreto, colonnello Davide Salerno, i quali, utilizzando la stessa stilografica usata da papa Francesco il 25 marzo scorso per firmare nella Santa Casa la prima copia dell’Esortazione apostolica Christus vivit, hanno siglato l’accordo. Con l’occasione monsignor Dal Cin ha annunciato che «il Santo Padre ha concesso il Giubileo lauretano per i tutti i viaggiatori in aereo, militari e civili, e per tutti coloro che giungeranno pellegrini al Santuario della Santa Casa da ogni parte del mondo». «Ringraziamo papa Francesco di questo grande dono del Giubileo», ha aggiunto l’arcivescovo, «che verrà aperto l’8 dicembre prossimo, solennità dell’Immacolata.

In quell’occasione il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, presiederà la celebrazione di apertura della Porta Santa del Giubileo, che si concluderà il 10 dicembre 2020. L’indulgenza plenaria dell’Anno giubilare riguarderà i fedeli che varcheranno la Porta Santa per chiedere il dono della conversione a Dio e ravvivare la propria filiale devozione a Colei che ci protegge nei viaggi in aereo».

L’icona della “Santa Casa in volo” con Maria – ha concluso l’arcivescovo Dal Cin – «ci aiuterà a vivere spiritualmente la grazia del Giubileo per costruire insieme la grande casa del mondo per la gloria di Dio e la concordia di tutti gli uomini». Da parte sua il colonnello Salerno ha definito quella di ieri «una giornata particolarmente significativa. È la firma di un atto formale che suggella un legame che dura ormai da cento anni. Un legame che si estende a tutto il territorio che ci ospita e che ci vede presenti durante i diversi eventi religiosi quali il recente pellegrinaggio Macerata-Loreto ma anche eventi che invece ci coinvolgono attivamente come in caso di esercitazioni o calamità naturali per portare supporto alla popolazione». Al termine della cerimonia i presenti si sono trasferiti nella Basilica per la recita dell’Angelus dall’interno della Santa Casa.





Venerdì, 21 Giugno 2019

«Anche tu, città nostra e di tutti, possa sperimentare la gioia e il desiderio del convivere fraterno, tu che sei arcipelago di competenze, di solitudini, di fierezze e di miserie, di intraprendenza e di concorrenza, di alleanze e di contrapposizioni! Ascoltatevi, accoglietevi, camminate insieme: ascoltate la vocazione che il Padre vi rivolge ad essere fratelli e sorelle». È l’invito che l’arcivescovo Mario Delpini ha lanciato a Milano e alle terre ambrosiane, nell’omelia al termine della celebrazione diocesana del Corpus Domini. Parole rivolte alla «città intraprendente e creativa in mille progetti», eppure «smarrita sulla direzione promettente e sul fine ultimo», ed esortata a ascoltare «la voce di Dio», «la promessa del Padre», «la parola della sapienza che viene dall’alto», perché i molti talenti, le intelligenze, le energie positive che abitano la città – e qui l’arcivescovo ha citato, uno per uno, gruppi sociali e categorie professionali, dagli architetti agli stilisti, dai banchieri agli scienziati, dagli operatori di borsa ai giornalisti – sappiano mettersi in ascolto, in dialogo, in cammino con la città della povertà e delle fragilità, e da questa imparare a fare di Milano un luogo di speranza e fraternità per tutti.
La celebrazione – giovedì sera, 20 giugno – si è aperta con la Messa presieduta da Delpini nella storica chiesa di Santa Maria del Carmine, nell’abbraccio della sua comunità «che è un piccolo spaccato di Chiesa dalle genti», ha detto nel suo saluto all’arcivescovo padre René Manenti, scalabriniano, rievocando il cammino sinodale vissuto dalla diocesi ambrosiana e dando voce alla «gioia» di questa parrocchia che è riferimento per alcune comunità cattoliche straniere. Quindi, la processione eucaristica che ha portato i 2.500 partecipanti fino all’Arena Civica, passando per via Mercato, Foro Buonaparte, via Quintino Sella, piazza Castello e via Gadio. «Cresce lungo il cammino il suo vigore», era lo slogan – tratto dal titolo della lettera pastorale 2018-2019 di Delpini – che ha ispirato e identificato come «itinerario di grazia» questa celebrazione diocesana che si è snodata, quest’anno, fra zona Brera e Parco Sempione, con i fedeli in cammino e in preghiera sotto lo sguardo di turisti e curiosi nella bella sera d'estate.

Da Brera al Parco Sempione, dando voce agli ultimi

«Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! Per questo abbiamo percorso la città portando il Sacramento del Corpo di Cristo: poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti un solo corpo, e rinnoviamo l’invito che il Papa rivolge, costruendo comunità accoglienti e aperte alle necessità di tutti, specialmente delle persone più fragili, povere, bisognose», ha detto l’arcivescovo nell’omelia pronunciata all’Arena (testo che pubblichiamo integralmente di seguito). «Vorremmo costruire insieme una città che sia come una dimora della speranza, non solo una organizzazione della convivenza – ha proposto il presule –. Vorremmo costruire una città che sia cammino, non solo residenza rassicurante. Vorremmo costruire una città che sia preghiera, non solo progetto e calcolo. Vorremmo essere testimoni di una speranza di vita eterna e non solo dell’aspettativa di tempi migliori». Una riflessione, quella dell’arcivescovo, che ha assunto il tono, il respiro, il valore di un «Discorso alla città», come quelli che ogni anno l’arcivescovo rivolge a Milano per la festa di Sant’Ambrogio. Una riflessione offerta al termine di un percorso lungo le vie della Milano della ricchezza, delle residenze di lusso, degli uffici, dello shopping, del turismo internazionale, per chiamare all’alleanza con la Milano delle periferie urbane ed esistenziali.

«Se il mio popolo mi ascoltasse». Il testo dell'omelia

Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, alla Messa e alla Processione diocesana del Corpus Domini, svoltasi la sera di giovedì 20 giugno dalla chiesa di Santa Maria del Carmine all’Arena Civica, a Milano. «Se il mio popolo mi ascoltasse!», è il titolo della riflessione offerta dal presule.

«Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie» (Sal 81,14) è il sospiro di Dio che il salmista raccoglie. Mi azzardo a farmi voce anch’io del sospiro di Dio.
Se tu ascoltassi la voce di Dio, città amata, benedetta, fiera, generosa! Se tu ascoltassi la parola della sapienza che viene dall’alto, città colta, esperta in ogni scienza, audace in ogni pensiero! Se tu ascoltassi la promessa del Padre, città intraprendente e creativa in mille progetti e smarrita sulla direzione promettente e sul fine ultimo!
Ardisco farmi eco e interprete della parola di Dio. Abbiamo percorso qualche strada della città, noi popolo di Dio, guidati dalle parole della sapienza e della preghiera antica, offrendo all’adorazione il santissimo sacramento, quasi a far echeggiare il sospiro di Dio: se tu ascoltassi, città nostra e città di tutti.
Se tu ascoltassi l’esclamativo della gioia del convivere fraterno! Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! (Sal 133,1).
Che anche tu, città nostra e di tutti, possa sperimentare la gioia e il desiderio del convivere fraterno, tu che sei arcipelago di competenze, di solitudini, di fierezze e di miserie, di intraprendenza e di concorrenza, di alleanze e di contrapposizioni!
Ascoltatevi, accoglietevi, camminate insieme: ascoltate la vocazione che il Padre vi rivolge ad essere fratelli e sorelle.
Gli architetti, gli ingegneri, i creatori di arredi, di interni e di esterni, che cosa possono imparare se ascoltano i poveri, i giovani, gli anziani? Forse nascerebbero quartieri lenti, propizi all’incontro, forse tornerebbero i bambini.
I ricercatori nelle frontiere avanzate della medicina, della genetica, delle neuroscienze, i gestori della sanità pubblica e privata, che cosa possono imparare dai preti, dalle suore, dalle badanti, da tutti coloro che raccolgono il gemito dei malati e le loro angosce? Forse si inventerebbero ospedali abitati dalla pazienza insieme con la scienza, dal prendersi cura oltre che dalle cure.
I banchieri, i finanzieri, gli operatori della borsa, la guardia di finanza e le forze dell’ordine che cosa potrebbero imparare ascoltando i commercianti e gli imprenditori, le famiglie e i disperati oppressi dai debiti e dalle insolvenze? Forse si inventerebbe una terapia per l’avidità, un argine alle imprese velleitarie, un incoraggiamento alla sobrietà.
Gli amministratori dei condomini, le associazioni professionali, i sindacalisti degli inquilini, le associazioni dei consumatori, che cosa imparano se ascoltano coloro che non sanno esprimersi, che non sanno dire le loro ragioni? Forse si potrebbe sperimentare la pratica del buon vicinato, della prossimità spicciola e benevola, forse nei cortili tornerebbero a giocare i bambini.
Gli artisti, gli insegnanti, i giornalisti, gli uomini di cultura, i poeti che cosa possono imparare dagli assistenti sociali, dagli operatori della carità? Forse si potrebbe imparare una lingua di parole buone, di discorsi che siano come carezze, di notizie che siano come buone ragioni per aver fiducia nell’umanità. Forse ci sarebbero parole di speranza per distogliere i giovani dallo sperpero della giovinezza e per orientare tutti a vivere la vita come vocazione.
Gli stilisti, la gente della moda e dello spettacolo, i pubblicitari che cosa possono imparare visitando i quartieri squinternati, interrogando lo squallore e il degrado? Forse si potrebbe condividere il messaggio della bellezza e la cura per un ambiente all’altezza della dignità della persona e un’autorizzazione ad avere stima di sé.
Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! Per questo abbiamo percorso la città portando il Sacramento del Corpo di Cristo: poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti un solo corpo (1 Cor 10,17) e rinnoviamo l’invito che il Papa rivolge, "costruendo comunità accoglienti e aperte alle necessità di tutti, specialmente delle persone più fragili, povere, bisognose" (Angelus 18 giugno 2017).


Se il mio popolo mi ascoltasse! Il Signore è il mio pastore ... mi guida per il giusto cammino ... Nel nome del Cristo saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati. Di questo voi siete testimoni (Lc 24,47-48).
Abbiamo percorso alcune strade di questa città nostra e di tutti, offrendo all’adorazione il sacramento della Pasqua perché vogliamo condividere l’esperienza di essere perdonati, la grazia di avere una speranza di redenzione e di salvezza. Vorremmo costruire insieme una città che sia come una dimora della speranza, non solo una organizzazione della convivenza. Vorremmo costruire una città che sia cammino, non solo residenza rassicurante. Vorremmo costruire una città che sia preghiera, non solo progetto e calcolo.
Vorremmo essere testimoni di una speranza di vita eterna e non solo di tempi migliori.
Per questo il nostro camminare è stato pregare, per questo le mille chiese della città e il duomo che ne è il centro invitano a pregare, per questo noi siamo solo testimoni: vorremmo andare insieme con tutti fino all’incontro che stringe una nuova alleanza, fino all’incontro con il Padre che si è rivelato misericordia, perdono, vita eterna nel Figlio suo Gesù Cristo.
Mario Delpini
arcivescovo di Milano





Venerdì, 21 Giugno 2019

A Rzeszów, Polonia, la sera della festa del Corpus Domini, circa 50mila persone hanno partecipato al concerto "Un cuore e uno Spirito", che è stato organizzato per la diciassettesima volta. Si tratta di uno dei più grandi concerti di evangelizzazione in Europa che quest’anno ha visto la presenza sul palcoscenico di oltre 200 artisti.

"L'idea di organizzare il concerto è nata durante la processione del Corpus Domini. Gesù vuole che siamo uno, vuole che siamo felici. E niente unisce le persone meglio di una preghiera comune" - ha sottolineato Jan Budziaszek, co-organizzatore del concerto.
All'inizio del concerto è stata letta una lettera di Papa Francesco con un saluto e una benedizione per i partecipanti.

Gli artisti sono stati accompagnati dall'orchestra e dal coro "Un cuore e uno Spirito" che è formato da quasi 200 volontari provenienti da tutta la Polonia e dall'Ucraina. Nel concerto, che ha durato più di tre ore, i partecipanti hanno ascoltato circa 30 canzoni e inni religiosi.

Il Corpus Domini è un giorno speciale dell'anno, quando, oltre alle processioni, molti luoghi in Polonia ospitano concerti di lode e di culto. Quest'anno sono i concerti sono stati organizzati, tra l’altro, a Cracovia, Lublino, Opole, Zamosc, Krasnik e Myslowice.





Venerdì, 21 Giugno 2019

«Il grande pericolo che oggi attraversa il concetto di accoglienza è che non più percepito dai popoli cristiani come dettame evangelico ed esempio della fratellanza umana, ma come una “invasione” di popoli su altri popoli. Questo sentimento deve essere fortemente evitato oggi, anche dalle nostre Chiese, affinché non si realizzi il binomio accoglienza-invasione».
Con queste riflessioni anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I ha voluto dare il suo contributo al convegno partenopeo sulla Veritatis Gaudium nel contesto del Mediterraneo che vede oggi la presenza di Papa Francesco alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Manifestando la sua piena sintonia con il Papa, con una lettera inviata al vice-preside della Facoltà ha espresso l’importanza di elaborare una teologia dell’accoglienza, adatta al nuovo contesto del Mediterraneo.
Per il Patriarca ecumenico di Costantinopoli il tema del contesto del Mediterraneo e il tema dell’accoglienza sono due temi che fondano il loro postulato principale sul concetto di dialogo nei suoi multiformi aspetti, ma anche sulle dinamiche ed introversioni che esso contiene.
Se il Mare Nostrum, il mare tra le terre, è stato culla di storia, civiltà, lingue, culture e religioni capaci di interconnessioni e di scambi, che hanno guidato i processi sociali dell’intera area per secoli, contribuendo alla crescita dei popoli che ad esso si affacciano e nel quale il cristianesimo ha giocato un ruolo fondamentale, oggi – fa osservare Bartolomeo nella lettera – questo mare d’incontro non è più tale, è anzi piuttosto visto come confine da non valicare tra nord e sud del mondo. E questo, a suo avviso, pone «interrogativi allo stesso concetto di accoglienza dello straniero di cui il cristianesimo è espressione massima».
«L’accoglienza – afferma – non può pertanto limitarsi ad una opera di assistenza, ma deve guardare al tema della verità e della giustizia, per comprendere le cause, curarne gli effetti e testimoniare con forza il pericolo di vecchie e nuove schiavitù dell’essere umano, celate molte volte sotto forme di un acceso buonismo, di subdoli concetti di libertà illimitate, le cui conseguenze stanno affiorando prepotentemente all'interno di molti popoli, anche cristiani».
Per Bartolomeo I è quindi necessario esaminare con cura il modo di accogliere, il perché accogliere, ma soprattutto il come accogliere, nel rispetto delle popolazioni locali.
«L’accoglienza – sostiene – deve diventare principalmente integrazione, ma mai sincretismo. Se vi è la necessità di una giustizia mondiale per molti popoli in movimento, vi è anche la giustizia dei popoli che aprono i propri confini. C’è il dovere evangelico ed umano di accogliere chi è in difficoltà, ma c’è anche il dovere di chi viene accolto di rispettare tradizioni, costumi, fedi di coloro che lo accolgono».





Venerdì, 21 Giugno 2019

Pubblichiamo il Messaggio della Commissione episcopale Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace in occasione della 69ª Giornata nazionale del Ringraziamento, che sarà celebrata il prossimo 10 novembre. Il titolo è “Dalla terra e dal lavoro: pane per la vita”. Per tanti popoli il pane non è solo un cibo come tanti altri, ma elemento fondamentale, che spesso è base per una buona vita. Quando manca, invece, è la vita stessa ad essere a repentaglio e ci si trova esposti ad un’insicurezza che alimenta tensioni sociali e conflitti laceranti. Il pane diventa anche simbolo della vita stessa e delle sue relazioni fondamentali, che chiedono lode e responsabilità. Per questo la manna è chiamata “il pane dal cielo” e viene indicata tra i segni della presenza di Dio, che sosteneva la vita del popolo di Israele nel deserto ( Sal 105,40).

Pane che sostiene il cuore

Il profumo di pane evoca nella vita quotidiana un gusto di cose essenziali, saporite; per molti ricorda un contesto familiare di condivisione e di affetto, un legame alla terra madre. Non a caso, quando il Salmo 104 ringrazia il Creatore per i doni che vivificano l’essere umano ed il creato, è proprio nel pane che tale lode ha un punto culminante: «Tu fai crescere l’erba per il bestiame e le piante che l’uomo coltiva per trarre cibo dalla terra, vino che allieta il cuore dell’uomo, olio che fa brillare il suo volto, e pane che sostiene il suo cuore» ( Sal 104,14-15). Il canto del salmista raccoglie in un unico movimento la lode a Dio per il dono che viene dalla terra e quella per l’operare laborioso degli esseri umani che la coltivano. C’è un forte legame tra il pane e il lavoro, tanto che alcune espressioni come “guadagnare il pane” o “portare a casa il pane” indicano l’attività lavorativa umana. La stessa dinamica si trasfigura nell’Eucaristia e si svolge nella benedizione per i frutti della terra e del nostro lavoro, così come nella loro offerta a Dio, Creatore e Padre. E la stessa dinamica chiede di essere attualizzata ogni giorno, nel ringraziamento quotidiano per il cibo che consumiamo, da soli, nelle nostre famiglie o nelle comunità.

Un pane, molti pani
Nel pane si illumina, dunque, la realtà benedetta con cui ha a che fare l’opera preziosa di chi lavora la terra. Scopriamo così che anche in tale ambito l’unico dono di vita del Creatore dà luogo ad una varietà di forme: tra le cose belle che esprimono la cultura di un territorio c’è la varietà dei campi e il mutare dei colori secondo le stagioni, oltre alla tipicità del modo di panificare. Davvero il lavoro degli esseri umani si radica in tante colture e culture diverse e lo testimonia la varietà dei grani tradizionali che stiamo riscoprendo: anch’essa contribuisce a quelle forme e quei sapori del pane, che anche nel nostro paese partecipano alla bellezza dei territori. I nostri campi accolgono il dono a partire dal seme e dai campi di grano, per coltivarlo e trasformarlo con un lavoro che non è soltanto la risposta a una necessità umana, ma anche condivisione della cura del Creato.

Pane spezzato per la fraternità e per la pace

Tenere lo sguardo sull’Eucaristia aiuta a scoprire anche la realtà di un pane che è fatto per essere spezzato e condiviso, nell’accoglienza reciproca. Si disegna qui una dinamica di convivialità fraterna che spesso si realizza anche nell’incontro tra realtà culturalmente differenti, quando attorno alla diversità condivisa dei pani si creano momenti di unità. Allora emerge con chiarezza che il pane è anche germe di pace, generatore di vita assieme. Favorisce uno stile ecumenico. La stessa condivisione presente nei racconti evangelici di moltiplicazione dei pani è il fragile punto di partenza per l’intervento del Signore: Gesù provoca il gesto generoso di pochi per saziare abbondantemente la fame di tutti. La logica accogliente della condivisione è valorizzata dalla sorprendente grazia del Signore e si rivela come sapienza, ben più lungimirante dell’egoistica chiusura su di sé. Ma gli stessi racconti narrano anche della raccolta di quanto alla fine avanza, a segnare una netta distanza dell’accoglienza del dono rispetto alla cultura dello scarto. Al contrario, le tante esperienze di recupero alimentare finalizzate alla solidarietà esprimono una felice convergenza di sostenibilità ambientale e sociale.

Pane di vita, pane di giustizia

Il pane è dunque fonte di vita, espressione di un dono nascosto che è ben più che solo pane, di una misericordia radicale, che tutto valorizza e trasforma. «Io sono il pane di vita», dirà Gesù ( Gv 6,35): una realtà così semplice ed umana giunge a comunicare il mistero della presenza divina. Lasciamo allora che la forza simbolica del pane si dispieghi in tutta la sua potenza - anche nelle pratiche che attorno ad esso ruotano perché illumini l’intera vita umana, nella sua profondità personale e nel vivere assieme. Nella preghiera cristiana del Padre nostro chiediamo a Dio di darci “il nostro pane quotidiano”: una richiesta che ciascuno non fa solo per sé, ma per tutti. Se si chiede il pane, lo si chiede per ogni uomo. Commentando questa frase papa Francesco ha affermato durante l’Udienza dello scorso 27 marzo: «Il pane che chiediamo al Signore nella preghiera è quello stesso che un giorno ci accuserà. Ci rimprovererà la poca abitudine a spezzarlo con chi ci è vicino, la poca abitudine a condividerlo. Era un pane regalato per l’umanità, e invece è stato mangiato solo da qualcuno: l’amore non può sopportare questo. Il nostro amore non può sopportarlo; e neppure l’amore di Dio può sopportare questo egoismo di non condividere il pane». Il simbolo deve essere trasparente; occorre un pane che mantenga le promesse che porta in sé. Un pane prodotto ogni giorno rispettando la terra e i suoi frutti, valorizzandone la biodiversità e garantendo condizioni giuste ed equa remunerazione (evitando ad esempio le forme di caporalato, di “lavoro nero” o di corruzione) per chi la lavora. Un pane che, nella sua semplicità, non tradisca le attese di cibo buono, nutriente, genuino. Un pane che non può essere usato per vere e proprie guerre economiche, che i paesi economicamente forti conducono sul piano della filiera di commercializzazione, per imporre un certo tipo di produzione ai mercati più deboli. Queste condizioni richiedono molteplici attori nelle fasi progettuali, imprenditoriali, produttive, consumatori responsabili. La forza simbolica del pane corre a ritroso fino alle messi dorate e al dono della natura per la vita, entra nelle profondità dove ci raggiungono le parole di Gesù: «Io sono il pane della vita» ( Gv 6,48), che ci spalancano all’orizzonte della comunione con Lui. Dunque, il pane sia accolto in stili di vita senza spreco e senza avidità, capaci di gustarlo con gratitudine, nel segno del ringraziamento, senza le distorsioni della sua realtà. Nulla - neppure le forme della produzione industriale, inevitabilmente tecnologiche e con modi di produzione che talvolta modificano geneticamente le componenti di base - deve offuscare la realtà di un pane che nasce dalla terra e dall’amore di chi la lavora, per la buona vita di chi lo mangerà. Il pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, diventi alimento di vita, di dignità e di solidarietà. Roma, 1° maggio 2019, memoria di san Giuseppe lavoratore.





Venerdì, 21 Giugno 2019

Definisce il Mediterraneo un «luogo teologico» perché «da esso vengono alla nostra fede provocazioni a pensare» e perché «ci aiuta a capire il sogno di Dio, per quanto paradossale possa sembrare, il sogno di un’unità della famiglia umana come armonia delle diversità». Giuseppina De Simone è la coordinatrice del biennio di specializzazione in “teologia dell’esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneo” che da due anni propone a Napoli la Sezione San Luigi della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale. Nella linea di questo percorso si colloca il convegno nel capoluogo campano che papa Francesco conclude oggi. Fra gli interventi di ieri – prima giornata di lavori – c’è stato quello di Giuseppina De Simone. «Il Mediterraneo – spiega la docente ad Avvenire – ci pone dinanzi a una storia che è fatta di incontri e di scontri, di contaminazioni feconde tra culture popoli religioni, una storia in cui le diversità si sono composte in sintesi sorprendenti, persino a partire da situazioni di conflitto. Un contesto di contesti che ha tessuto un sentire comune, un’identità mediterranea che è centrata su alcuni valori primo fra tutti l’ospitalità».

Papa Francesco ha a cuore il Mediterraneo: prima l’incontro a Bari lo scorso anno con i capi delle Chiese del Medio Oriente; adesso la presenza a Napoli; quindi di nuovo a Bari il prossimo anno per l’Incontro dei vescovi della regione promosso dalla Cei. Perché questa attenzione?

Il Mediterraneo è “mare nostrum” non solo perché qui ci sono le radici della nostra fede e perché qui sono nati i tre grandi monoteismi che così profondamente, e a diverso livello, hanno contribuito alla formazione della civiltà occidentale e all’intreccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud del mondo, ma perché il Mediterraneo è “mare humanum” per il fatto stesso di essere mare tra terre, luogo del “tra”. Dal Mediterraneo, come ha profeticamente intravisto Giorgio La Pira, può venire il nostro futuro, il futuro di una cultura dell’incontro, come ama dire papa Francesco, di un’umanità ritrovata. Così come la conflittualità più devastante e la negazione dell’umano, la pace può scaturire dal Mediterraneo.

Perché un biennio teologico dedicato a questo mare?

Tutto nasce dall’esigenza di ripensare l’annuncio di fede a partire dalle provocazioni della storia e in dialogo con chi vive una fede diversa dalla nostra. La nostra teologia del Mediterraneo è cominciata mettendo al centro l’esperienza religiosa come ciò che ci unisce.

Da culla di civiltà e fedi a tomba di disperati: così appare oggi il Mediterraneo. C’è bisogno di una teologia di frontiera?

Sicuramente si. È una teologia implicata e militante la nostra. Una teologia che spinge a un’assunzione di responsabilità nei confronti della storia. Ma è della fede in Cristo ed è della vita della Chiesa l’essere sulla frontiera perché dalla parte dei più poveri, degli ultimi, degli scartati. Essere sulla frontiera pone allora nella condizione di uno sguardo più ampio che non è di parte, ma che può contribuire a tenere insieme, a ricucire relazioni di vita e di senso.

Come il Mediterraneo interroga la Chiesa?

Non si tratta di applicare alla vita categorie astratte, ma si tratta di lasciare che “il mare della vita” ci insegni quanto in essa è manifestato: la natura relazionale degli uomini del mare; dagli antichi racconti della migrazione e della peregrinazione classica, alle vicende dei popoli e delle tensioni anche sanguinose per una pretesa egemonica, al riconoscimento di un “tra” che cerca ciò che ci unisce e non ciò che ci divide. La teologia ascolta criticamente tutto questo e aiuta a spiegare le vele della comune navigazione dell’umanità di fratelli e non di nemici.

Nel febbraio 2020 la Cei organizza l’Incontro dei vescovi del Mediterraneo. Lei fa parte del comitato scientifico. Quali prospettive di fronte a un’iniziativa «unica nel suo genere», come lo ha definito il cardinale Bassetti?

Credo ci sia un’enorme potenzialità di speranza in questo evento. È un seme di pace posto nello stile della sinodalità. I vescovi si ritrovano per ascoltarsi ed ascoltare, per condividere le fatiche e le attese di Chiese locali che portano la sofferenza e sostengono la speranza della loro gente. Non un convegno, ma un incontro di spiritualità da cui può venire una prospettiva ulteriore di senso per costruire insieme il Mediterraneo come frontiera di un incontro reale, di una pace possibile. Frontiera di nuova umanità.





Giovedì, 20 Giugno 2019

Non trovi marito? Prega sant’Antonio. La tradizione è nota nei luoghi antoniani e ancor più in Portogallo e America Latina. L’ha ricordato scherzando anni fa, nel novembre 2017, lo stesso papa Francesco incontrando un gruppo di studenti padovani: «In Argentina si venera tanto sant’Antonio, è il patrono delle ragazze che cercano un fidanzato» diceva in un video preso al volo, divenuto virale. E di fronte ai lunghi tempi di attesa aveva ricordato che a vent’anni le ragazze chiedevano al “Santo” che un fidanzato «venga, tenga e convenga»; a trenta «che il fidanzato venga e tenga» e a quarant’anni, se ancora non si era trovata l’anima gemella… beh l’importante è che ne arrivi uno!

Il santo dei miracoli è invocato per tante ragioni, per salute, malattia, lavoro, per ritrovare le cose perdute e anche marito o moglie! E innumerevoli sono gli aneddoti che si annoverano attorno a questa devozione e i riscontri di un santo che fa incontrare le persone (galeotto fu sant’Antonio anche per chi scrive, che trovò marito proprio raccontando su queste pagine l’ostensione del 2010, ndr).

Facendo tesoro di questa devozione e raccogliendo un’esigenza per il secondo anno, nell’ambito del Giugno Antoniano, i frati della basilica antoniana di Padova rilanciano l’appuntamento con “Sant’Antonio casamenteiro” (che fa accasare) in programma sabato 22 giugno. Un’iniziativa gettonatissima visto che nel giro di pochi giorni le iscrizioni – obbligatorie sul sito santantonio.org – sono talmente tante che si è dovuto trovare un luogo più ampio.

Ai single della fascia 20-50 anni viene proposto un pomeriggio di riflessione, di incontro e festa: si inizia alle 16.30 nella sala Sant’Antonio Bonaventura con il “gruppo Sale”, un’esperienza avviata ai Santuari antoniani di Camposampiero (Pd) come occasione di incontro, amicizia e condivisione tra persone che si trovano sole in età matura, per proseguire con la messa in basilica e la preghiera “Si quaeris miracula” (Se cerchi miracoli), con cui ci si rivolge al “Santo” per le più svariate ricerche, e la conclusione con “Love is all around”, un momento di festa e fraternità animata dalla banda musicale di Selvazzano.

«Come frati – commenta il rettore del santuario, padre Oliviero Svanera – abbiamo riflettuto su una situazione che coinvolge sempre più persone che non hanno ancora trovato una propria strada nella vita, che sia affettiva, personale o lavorativa. Persone che non hanno una gratificazione o uno sbocco vocazionale adeguato, che non significa necessariamente spirituale. Persone che cercano di dare un senso alla propria vita e che spesso portano sulle spalle una grande sofferenza, anche se non espressa esplicitamente. Per loro la nostra iniziativa vuole essere un’opportunità di preghiera, riflessione e incontro affidandosi all’intercessione di sant’Antonio».





Giovedì, 20 Giugno 2019

Scrivo queste note sulle pagine del taccuino bagnate dalle gocce dell’acqua sollevate dalle pagaie che fanno avanzare la piroga che mi sta riportando sulla terra ferma dal villaggio di Nzulezu. Siamo partiti da Beyin, sulla costa ovest del Ghana, dovendoci sobbarcare un paio di chilometri a piedi lungo un canale che non ha abbastanza acqua in questa stagione secca per poter essere navigato dalle piroghe locali, scavate in un solo tronco, con assi di legno trasversali e basta.

Dopo venti minuti di navigazione, siamo giunti a un tratto di palude immerso nella foresta tropicale, assai suggestivo e ricco dei rumori della vita vergine. Un’altra mezz’ora abbondante ed è apparso il villaggio di Nzulezu, che conta circa 500 anime. È costruito in modo ingegnoso, ma ovviamente precario, con tronchi del diametro di una ventina di centimetri appena piantati nell’acqua, con delle tavole grezze a formare un pavimento, e poi con pareti drizzate grazie alle tante canne delle raphia palm, bastoni di cinque centimetri di diametro perfettamente dritti, di modo che possono essere allineati l’uno accanto all’altro creando un’ottima parete uniforme, almeno per queste zone calme e calde. Nell’abitato si scorgono palafitte inclinate su un lato, o addirittura collassate. Le si lasciano marcire del tutto, poi vengono sostituite, visto che i residui lignei solidificano il terreno.

La qualità della vita su queste palafitte è facile da immaginare: c’è una scuola elementare, si distinguono almeno tre cappelle - metodista, pentecostale e cattolica romana -, c’è una palafitta che funge da ambulatorio, ma il medico lo si vede solo ogni due o tre mesi, c’è un centro comunitario. È qui che incontro Kwse, un giovane uomo cattolico che mi racconta una storia affascinante: «Noi isoelle non siamo originari del Ghana, ma del Mali. Veniamo da Tumbuctu, al tempo del grande impero. Era scoppiata una guerra per la proprietà della terra, provocata da un’invasione di senegalesi. I nostri antenati non erano preparati alla guerra, erano degli agricoltori, quindi furono sconfitti. C’era anche una ragione religiosa, perché loro erano musulmani e noi cristiani. Sconfitti, i nostri antenati decisero di emigrare, dopo aver chiesto il parere del sacerdote della missione.

Sono quindi passati in Burkina Faso, e poi qui in Ghana, nel XV secolo. Dopo una lunga odissea sono arrivati da queste parti, vicino a Sekondi». «Ma ben presto arrivarono gli schiavisti – continua Kwse –, e quindi i nostri antenati cercarono di fuggire verso l’interno. Alla fine decisero di stabilirsi sulla palude, dove i soldati europei non osavano penetrare, perché erano infidi per via degli alligatori e della malaria. Dapprima vivevano su zattere di raphia palm, poi le innalzarono facendone delle palafitte, per rendere le loro abitazioni più sicure e salubri. Viviamo di pesca, caccia e agricoltura: siamo diventati anche pescatori e cacciatori, ma non abbiamo mai dimenticato le nostre origini contadine. Le sfide? L’istruzione, soprattutto, perché perfino la scuola elementare è minacciata, gli insegnanti sono pagati pochissimo dallo Stato. Siamo noi, vendendo un po’ di artigianato ai turisti, che paghiamo i maestri. E poi c’è il problema sanitario.

Ma in fondo siamo felici». Vengo attirato da un vocio proveniente da una delle vie laterali, in realtà è una semplice passerella traballante, che giunge nella cappella cattolica dedicata a Cristo Re. È in corso, evidentemente, la distribuzione di vestiti donati da qualche benefattore. Steven Ashua è il presidente della comunità: «Il parroco viene da Kendu una volta al mese, ma la nostra comunità, composta da circa 70 persone, è salda e continua a riunirsi ogni giorno, per la preghiera comunitaria e per l’aiuto reciproco. Ogni mattina ci riuniamo alle 6 per la preghiera comune, mentre la sera dalle 5 in chiesa comincia la funzione per tutti, molto partecipata, anche dai bambini, che dura da due a tre ore, con comunione della Parola, con scambio di testimonianze, con canti e recita di poesie, con la benedizione finale con l’Eucaristia».

Osservo il locale della cappella - sarà vasto un centinaio di metri quadri invaso da donne e bambini, c’è comunque qualche uomo, si stanno distribuendo i vestiti giunti la vigilia dalla capitale. Noto che la gente sceglie i migliori capi non per sé, ma per gli altri: «Fa parte della nostra tradizione – dice Veronica, una madre di famiglia con 4 figli – di occuparsi prima del benessere dei fratelli e poi della propria famiglia. In realtà tutti noi ne traiamo vantaggio, perché sono gli altri che pensano a noi». Robe da non credere. Steven conferma: «La vita qui a Nzulezu non è facile, le condizioni igieniche e strutturali sono precarie, come hai potuto vedere. Ma ciò ci spinge ad occuparci degli altri come di noi stessi».

C’è pure un’organizzata vita catechetica nella chiesa cattolica, in cui l’altare rimane sempre ricoperto da una candida tovaglia inamidata, «sostituita ogni giorno», come mi conferma una donna che funge da intendente di Steven. Justice, bel nome, è il catechista responsabile: «Abbiamo 8 bambini e bambine e 12 ragazzi e ragazze nei nostri due gruppi di catechismo. Ci riuniamo almeno tre volte alla settimana e seguiamo un programma dettagliato fornito dalla diocesi. Insegniamo il catechismo della Chiesa cattolica e leggiamo il Vangelo. Soprattutto, i bambini e i ragazzi vengono abituati a vivere quel che imparano.

Ogni riunione comincia con il racconto fatto dai bambini o dai ragazzi che spiegano come hanno messo in pratica quanto imparato nella riunione precedente». Steven e gli altri mi offrono una gustosa bevanda a base di cocco, un po’ salata a dire il vero: «La tua visita è una benedizione di Dio», mi dicono. In realtà la benedizione mi sembra che sia io ad averla ricevuta conoscendo questo sacramento di Cristo che è la comunità cattolica di Nzulezu.





Mercoledì, 19 Giugno 2019

Il Corpus Domini (Corpo del Signore), è sicuramente una delle solennità più sentite a livello popolare. Vuoi per il suo significato, che richiama la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, vuoi per lo stile della celebrazione.

Una festa di popolo

Pressoché in tutte le diocesi infatti, si accompagna a processioni, rappresentazione visiva di Gesù che percorre le strade dell’uomo. Lo ha ricordato una volta di più il Papa che nell’ultima udienza generale ha auspicato che «la celebrazione della Santa Messa, l’adorazione eucaristica e le processioni per le strade delle città e dei paesi siano la testimonianza della nostra venerazione e dell’adesione a Cristo che ci dà il suo corpo e il suo sangue, per nutrirci del suo amore e renderci partecipi della sua vita nella gloria del Padre».

Le origini nel Medio Evo, in Belgio

La storia delle origini ci portano nel XIII secolo, in Belgio, per la precisione a Liegi. Qui il vescovo assecondò la richiesta di una religiosa che voleva celebrare il Sacramento del corpo e sangue di Cristo al di fuori della Settimana Santa. Più precisamente le radici della festa vanno ricercate nella Gallia belgica e nelle rivelazioni della beata Giuliana di Retìne. Quest’ultima, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, nel 1208 ebbe una visione mistica in cui una candida luna si presentava in ombra da un lato. Un’immagine che rappresentava la Chiesa del suo tempo, che ancora mancava di una solennità in onore del Santissimo Sacramento. Fu così che il direttore spirituale della beata, il canonico Giovanni di Lausanne, supportato dal giudizio positivo di numerosi teologi presentò al vescovo la richiesta di introdurre una festa diocesi in onore del Corpus Domini. Il via libera arrivò nel 1246 con la data della festa fissata per il giovedì dopo l’ottava della Trinità.

Papa Urbano IV e il miracolo eucaristico di Bolsena

L’estensione della solennità a tutta la Chiesa però va fatta risalire a papa Urbano IV, con la bolla Transiturus dell’11 agosto 1264. È dell’anno precedente invece il miracolo eucaristico di Bolsena, nel Viterbese. Qui un sacerdote boemo, in pellegrinaggio verso Roma, mentre celebrava Messa, allo spezzare l’Ostia consacrata, fu attraversato dal dubbio della presenza reale di Cristo. In risposta alle sue perplessità, dall’Ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino (conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare ancora oggi custodite nella basilica di Santa Cristina. Nell’estendere la solennità a tutta la Chiesa cattolica, Urbano IV scelse come collocazione il giovedì successivo alla prima domenica dopo Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua).

Papa Urbano IV incaricò il teologo domenicano Tommaso d’Aquino di comporre l’officio della solennità e della Messa del Corpus et Sanguis Domini. In quel tempo, era il 1264, san Tommaso risiedeva, come il Pontefice, sull’etrusca città rupestre di Orvieto nel convento di San Domenico (che, tra l’altro, fu il primo ad essere dedicato al santo iberico). Il Doctor Angelicus insegnava teologia nello studium (l’università dell’epoca) orvietano e ancora oggi presso San Domenico si conserva ancora la cattedra dell’Aquinate e il Crocifisso ligneo che gli parlò. Tradizione vuole infatti che proprio per la profondità e completezza teologica dell’officio composto per il Corpus Domini, Gesù - attraverso quel Crocifisso - abbia detto al suo prediletto teologo: "Bene scripsisti de me, Thoma". L’inno principale del Corpus Domini, cantato nella processione e nei Vespri, è il "Pange lingua" scritto e pensato da Tommaso d’Aquino.

Papa Francesco domenica a Casal Bertone


In numerosi Paesi, tra cui dal 1977 l’Italia, la celebrazione è stata spostata dal giovedì alla domenica successiva. In molte Chiese locali però, tra cui obbligatoriamente Milano, anche alla luce della recente riforma del calendario ambrosiano, la tradizione è rimasta invariata così che la celebrazione e la processione eucaristica rimangono al giovedì. Così anche Roma fino al 2017 mentre già l’anno scorso il Papa aveva deciso di spostare alla domenica la processione del Corpus Domini, celebrando la solennità a Ostia, come Paolo VI nel 1968. Domenica prossima, 23 giugno, invece Bergoglio si recherà a Casal Bertone, quartiere periferico di Roma dove alle 18 presiederà l’Eucaristia sul sagrato della parrocchia di Santa Maria Consolatrice. Seguirà la processione con il Santissimo Sacramento nelle strade della zona, guidata dal cardinale vicario Angelo De Donatis. La processione che si concluderà al campo di calcio adiacente Casa Serena, struttura di accoglienza per senza fissa dimora.

Tanti modi di celebrare


Come detto il Corpus Domini è sentissimo ovunque e diventa occasione per iniziative particolarmente significative. In Italia ad esempio il vescovo di Civitavecchia-Tarquinia monsignor Luigi Marrucci ha scelto la data del 20 giugno per l’apertura dell’Anno eucaristico diocesano che si concluderà il 14 giugno 2020. A presiedere la Messa inaugurale è stato chiamato il nunzio apostolico in Italia, l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig. A Campobasso invece, presso la chiesa di San Paolo,è stata allestita la “tenda eucaristica” attiva dal 20 al 23 giugno. “Pane per tutti” il tema guida della proposta che coinvolge tantissimi fedeli nei turni delle veglie notturne. Particolare la celebrazione del Corpus Domini anche a Savona dove domenica 23 giugno la processione eucaristica avrà come richiamo costante il mare che sarà benedetto dal vescovo, monsignor Calogero Marino.





Martedì, 18 Giugno 2019

Da domani fino al 22 giugno si svolgerà a Sassone di Ciampino (Roma) il Forum internazionale dei giovani, promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita sul tema: "Giovani in azione in una Chiesa sinodale".

Parte quindi la fase attuativa dell'ultima Assemblea Generale del Sinodo dei vescovi svoltosi in Vaticano dal 3 al 28 ottobre 2018. Lo scopo del Forum Internazionale dei Giovani è quello di promuovere, proseguire e concretizzare l'ampio processo di conversione pastorale sul tema 'I giovani, la fede e il discernimento vocazionale', rilanciato da papa Francesco anche in occasione della recente Giornata Mondiale della Gioventù di Panama. "Il Sinodo sui giovani non è finito ma è nella sua fase attuativa. Dobbiamo fare tanto ancora", ha sottolineato in conferenza stampa padre Alexandre Awi Mello, segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Sono stati invitati a partecipare al Forum giovani delegati delle Conferenze episcopali e dei principali movimenti e comunità ecclesiali con grande diffusione internazionale, con la presenza inoltre di alcuni specialisti della pastorale giovanile a livello internazionale. Oltre 240 ragazzi, tra cui i 18 che hanno partecipato al Sinodo in qualità di uditori. I Paesi rappresentati saranno 109 e 37 tra movimenti e associazioni cattoliche. Sabato è prevista l'udienza con papa Francesco.

L'obiettivo specifico di questo incontro post-sinodale sarà l'attuazione delle proposte del Sinodo dal punto di vista della pastorale giovanile. Nel Documento finale, il Sinodo chiedeva infatti "di rendere effettiva e ordinaria la partecipazione attiva dei giovani nei luoghi di corresponsabilità delle Chiese particolari, come pure negli organismi delle Conferenze episcopali e della Chiesa universale". Grande spazio sarà dato alla preghiera, al confronto e alla discussione tra i giovani stessi, protagonisti nelle diverse realtà ecclesiali da cui provengono, in cui offrono generosamente il proprio servizio.

I lavori del Forum si svilupperanno in tre passaggi: mercoledì 19 giugno si affronterà il tema: "Il cammino sinodale e il suo impatto nelle Chiese locali". Ai lavori parteciperanno i cardinali Kevin Farrell (prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita) e Lorenzo Baldisseri. "Christus vivit, il frutto maturo del Sinodo dei giovani" è il tema di giovedì mentre venerdì 21 giugno l'ultima parte dei lavori, sarà dedicata ai "Giovani in azione in una Chiesa sinodale: il nostro contributo".

I lavori termineranno sabato 22 giugno con la messa nella Basilica di San Pietro celebrata dal cardinale Farrell, seguita dall'udienza con papa Francesco.

Al Forum si potrà partecipare anche “a distanza” attraverso le reti social. “Invitiamo tutti i giovani ad inviare notizie, foto e video che verranno pubblicati con l’hashtag ufficiale #youthforum19 sui social media del Dicastero (Twitter, Instagram, Flickr) e anche sul nostro sito www.laityfamilylife.va – ha spiegato padre João Chagas, responsabile dell’Ufficio giovani del Dicastero -. Chiediamo ai giovani di tutto il mondo di condividere attraverso i loro social media (Facebook, Instagram, Twitter) tutto ciò che viene fatto nelle Chiese locali per applicare l’esortazione ‘Christus vivit’, usando sempre lo stesso hashtag #youthforum19”.

Alla conferenza stampa erano presenti anche tre giovani, Desfortunées Kuissuk Feupeussi, responsabile per i giovani della Comunità Emmanuel in Camerun, uditrice al Sinodo, Isabella McCafferty, membro del Consiglio per i giovani della Conferenza episcopale neozelandese, e Michele Borghi, delegato del Movimento di Comunione e Liberazione presso la Consulta nazionale delle aggregazioni laicali della Cei.

Nella videointervista che correda questo articolo, il cardinale Farrell parla della necessità di coinvolgere i giovani nella vita della Chiesa, e del fatto che loro si sentano spesso esclusi. "L'idea che abbiamo è di chiedere ai vescovi di ascoltarli. C'è bisogno di apertura, che non si abbia paura delle loro idee". Poi Farrell ha detto come Gesù, con i suoi 33 anni, sarebbe stato invitato a questo incontro. Gesù, proprio come i giovani di oggi, ha avuto il coraggio di confrontarsi con gli scribi e i farisei, non si è fatto intimidire dal loro modo di pensare (si possono attivare i sottotitoli in italiano cliccando la rotellina delle impostazioni). Sono i giovani che con la loro compassione sono presenti per risolvere i problemi del mondo: chi sono i volontari quando ci sono terremoti, inondazioni? "Anche Gesù era un giovane, era giovane nello spirito!".






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