giovedì, 26 aprile 2018
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Giovedì, 26 Aprile 2018

Un camper da qualche mese gira per la provincia di Bergamo alla ricerca dei giovani e delle loro storie per provare a costruire una rappresentazione di questo universo che vada oltre i luoghi comuni. Fa tappa a feste, concerti, eventi sportivi e culturali ma anche davanti locali e discoteche: per andare incontro ai giovani. Chi sale sul camper viene provocato attraverso frasi, oggetti, domande, impressioni su ciò di cui è fatta la quotidianità e il futuro: le relazioni, la casa, il lavoro, il tempo libero e la spiritualità. E si raccolgono storie che si possono trovare sul sito www.beyoungs.it e i canali social su Facebook e Instagram.

È il camper di “Young's”, un progetto della diocesi di Bergamo nato in vista del Sinodo dei Giovani proposto da papa Francesco per il prossimo ottobre. "Da un lato la sua particolare attenzione a questo tema, – spiega don Emanuele Poletti, direttore dell’Ufficio per la pastorale dell’età evolutiva della diocesi, – dall'altro la richiesta che il nostro vescovo Francesco ci ha fatto da tempo di provare a conoscere ciò che accade nei mondi giovanili dentro e fuori la Chiesa. Queste le sollecitazioni che, con un gruppo ragazzi e di realtà associative diocesane, ci hanno spinto a dare il via al progetto".

Il camper di Young’s si ferma nei luoghi abitati dai giovani tra i 20 e i 30 anni e apre con loro un dialogo sui cinque temi che attraversano la vita di ciascuno: dal lavoro alla casa, dal tempo libero alle relazioni e alla fede. "L'idea, - aggiunge don Poletti, - è nata per mostrare plasticamente questo movimento di uscita, di andare incontro. Le cose accadono quando ci si muove".

In vista delle tappe estive del tour, con l'aiuto del Csv di Bergamo, Young’s cerca giovani volontari che da inizio maggio a fine luglio salgano a bordo del camper e dedichino un po’ del proprio tempo per scambiare idee, opinioni, esperienze con altri coetanei.

LA MAPPA DELLE TAPPE DEL CAMPER YOUNG'S

I volontari, accompagnati dai referenti del progetto, avranno il compito di accogliere i giovani, presentare l’iniziativa, condurre le attività sul camper, gestire i social network e se qualcuno se la sentisse potrà anche guidare il camper. Ogni volontario potrà dare la propria disponibilità per una o più tappe; l’impegno richiesto sarà prevalentemente serale o nei fine settimana.

Possono candidarsi come volontari tutti i giovani tra i 20 e i 30 anni, compilando l’apposito form online.

"Avremmo potuto chiedere aiuto anche a tanti adulti, – spiegano le referenti di Young’s, Federica Crotti e Silvia Premoli, – ma ci sembra più significativo che siano i giovani stessi a dare voce ai mondi giovanili". Un’occasione per lasciarsi provocare dalle nuove generazioni e provare a rompere lo stereotipo del giovane “sdraiato”. "Siamo profondamente convinti che, a differenza di quanto dicono alcune indagini sociologiche e i luoghi comuni, i giovani di oggi siano i protagonisti della loro vita e lo siano in chiave positiva”, conclude don Poletti.





Mercoledì, 25 Aprile 2018

Sarà la tomba di san Nicola, a Bari, il nuovo epicentro della preghiera del Papa per la pace in Medio Oriente. Cinque anni dopo l’analoga iniziativa per la Siria, che si svolse a Roma nel settembre del 2013. La notizia è stata data ai giornalisti dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke, che a margine del briefing sul C9 (il Consiglio dei cardinali per la riforma della Curia, di cui parliamo a parte) ha annunciato: «Il prossimo 7 luglio il Santo Padre si recherà a Bari, finestra sull’Oriente che custodisce le reliquie di San Nicola, per una giornata di riflessione e preghiera sulla situazione drammatica del Medio Oriente che affligge tanti fratelli e sorelle nella fede. A tale incontro ecumenico per la pace – ha aggiunto il portavoce vaticano – il Papa intende invitare i capi di Chiese e Comunità cristiane di quella regione. Fin da ora papa Francesco esorta a preparare questo evento con la preghiera».

Burke ha poi precisato che l’incontro si svolgerà nella Basilica di San Nicola, dove nella cripta sono custodite le spoglie del santo di Mira, traslate nel 1087 da alcuni marinai baresi. Allo stato attuale, ha aggiunto, non si sa se l’incontro avrà anche i caratteri di una visita pastorale e se, oltre ai leader religiosi cristiani, saranno invitati altri esponenti religiosi.

A Bari comunque la notizia ha suscitato sentimenti di gioia e gratitudine nei confronti del Santo Padre. «È un evento che commuove me, tutta la diocesi e la città – sottolinea l’arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci –. E noi come Chiesa locale che lo ospiterà vogliamo essere, con il nostro patrono san Nicola, simbolo di pace, di incontro tra le confessioni cristiane e tra i popoli».

Cacucci ricorda a tal proposito sia la visita del patriarca Bartolomeo in città, sia la traslazione a Mosca e San Pietroburgo di una reliquia del santo. E dunque, prosegue, «la prossima iniziativa di preghiera del Papa è in continuità con la vocazione ecumenica di san Nicola. Una iniziativa dalla «valenza profondamente cristiana - conclude l’arcivescovo –, ma anche un richiamo alla politica internazionale perché riconsideri attentamente le scelte che sono state attuate in Medio Oriente».

Anche padre Giovanni Distante, dallo scorso 13 aprile rettore della Basilica di San Nicola, esprime la sua «emozione». «Siamo contenti che il Papa abbia scelto Bari e san Nicola per un incontro di preghiera così importante – afferma il domenicano –. Il vescovo di Mira, infatti aiuta a guardare meglio l’Oriente. Lì tra l’altro la sua memoria è ancora più viva che nel nostro mondo occidentale. Per questo è significativo che Francesco abbia voluto dare all’incontro un carattere ecumenico, in questo momento così delicato. Così, tutti insieme, potremo chiedere a San Nicola il dono della pace prima di tutto tra noi cristiani e poi per il mondo».

Per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, padre Distante ritiene probabile che una parte dell’incontro possa svolgersi nella cripta della Basilica dove sono venerate le ossa del santo di Mira. E spera di poter accogliere, oltre al Papa, i patriarchi cattolici e ortodossi dell’oriente cristiano e anche Bartolomeo I.

Anche la Comunità di Sant’Egidio «si rallegra ed esprime vivo apprezzamento» per l’annuncio giunto ieri. «Si tratta di un’iniziativa di pace particolarmente opportuna in un tempo difficile – fa notare un comunicato stampa –. Ma sarà anche l’occasione di mostrare solidarietà alle antiche Chiese del Medio Oriente, la cui vita è segnata dalla sofferenza e i cui fedeli sono troppo spesso costretti all’emigrazione».

È la terza volta che il Papa si recherà in Puglia nel giro di pochi mesi: il 17 marzo a San Giovanni Rotondo, il 20 aprile ad Alessano e Molfetta e il 7 luglio, appunto a Bari, già visitata da Giovanni Paolo II nel 1984 e da Benedetto XVI nel 2005.
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Mercoledì, 25 Aprile 2018

“Il prossimo fine settimana, il Santo Padre accoglierà a Casa Santa Marta tre vittime di abusi commessi dal clero in Cile: rispettivamente Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo. Lo ha dichiarato oggi il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti. L'annuncio segue di pochi giorni un altro importante annuncio: quello della convocazione a Roma dei vescovi del Cile proprio per affrontare lo scandalo che in questi mesi sta scuotendo la Chiesa di quel Paese.

“Il Papa – ha spiegato Burke annunciando l'incontro con le vittime cilene di abusi - li ringrazia per aver accettato il suo invito: durante questi giorni di incontro personale e fraterno, desidera chiedere loro perdono, condividere il loro dolore e la sua vergogna per quanto hanno sofferto e, soprattutto, ascoltare tutti i loro suggerimenti al fine di evitare che si ripetano tali fatti riprovevoli”. Il direttore della Sala Stampa vaticana ha poi precisato che “il Papa riceverà le vittime individualmente, lasciando parlare ciascuno di loro tutto il tempo necessario”.

Burke ha concluso affermando che “il Santo Padre chiede preghiere per la Chiesa in Cile in questo momento doloroso, auspicando che questi incontri possano svolgersi in un clima di serena fiducia ed essere un passo fondamentale per rimediare ed evitare per sempre gli abusi di coscienza, di potere e, in particolare, sessuali in seno alla Chiesa”.

Sull'intera vicenda che ha come protagonista monsignor Ferdinando Karadima accusato di abusi sessuali, il Papa aveva inviato in Cile un proprio rappresentante, l'arcivescovo Charles J.Scicluna, che ha consegnato a Francesco un dossier di 2.300 pagine contenente i risultati dell'inchiesta condotta ascoltando 64 persone tra il Cile e New York. E proprio a seguito di questo report, che ha indagato anche sulle copertura che Karadima ha ottenuto da alcuni membri dell'episcopato cileno, tra cui il vescovo di Osorno Juan Barros Madrid, lo stesso Pontefice ha scritto nei giorni scorsi una lettera all'episcopato del Paese latinoamericano esprimendo "dolore e vergogna" per le "molte vite crocifisse" da questi abusi. Non solo. Ha chiesto all'episcopato cileno un incontro a Roma per dialogare sulle decisioni da prendere e su come chiedere perdono alle vittime per quanto subito. In attesa dell'incontro con i vescovi, il Papa ha deciso di partire dall'incontro con le vittime a cui chiedere il perdono.





Mercoledì, 25 Aprile 2018

Le elezioni del 4 marzo hanno fatto registrare una presenza di giovani alle urne decisamente superiore alle attese. I giovani sono quindi andati a votare, nonostante un trend in forte decrescita negli ultimi anni e una disaffezione verso la politica in continuo incremento. L’affluenza è stata di poco superiore al 70%, assolutamente in linea con le altre fasce della popolazione. Nei mesi precedenti le elezioni, i segnali erano certamente di grande malcontento e di profonda indecisione: emergeva però più forte l’indecisione che la voglia di astenersi, predominante la disillusione che il disinteresse. Si prospettava infatti non tanto un segnale di rinuncia dei giovani quanto una voglia di lanciare e lasciare un messaggio di inquietudine. E il voto espresso dai giovani è stato chiaro e decisivo ai fini dell’esito finale: molti si sono pronunciati non tanto dettati da una reale convinzione ma mossi da un’insoddisfazione verso un Paese che continua a lasciarli ai margini. E quindi, per molti, il voto non è stato espressione reale di cosa vogliono quanto più un segnale di quello che non vogliono più, ovvero un’offerta e un sistema politico che in questi ultimi anni non ha parlato con loro, non ha parlato di loro, e non li ha fatti parlare.


Il 40,9% dei giovani ha infatti dichiarato di essersi recato alle urne senza una solida convinzione. Il 22,2% si è trovato a scegliere alla fine il 'meno peggio' e il 18,7% a votare soprattutto per non far prevalere altre forze politiche considerate dannose per il Paese. Quasi un giovane su 4 ha deciso per chi votare a ridosso delle elezioni o addirittura in cabina elettorale. I partiti più tradizionali, e che maggiormente hanno rappresentato la politica degli ultimi decenni, sono stati i più penalizzati dalle nuove generazioni, che hanno così manifestato il loro profondo malcontento, rivolgendo il loro sguardo verso movimenti più anti-sistema e forze che non hanno avuto recenti esperienze di governo.

Al 4 marzo si è giunti con un percorso e una campagna elettorale che agli occhi dei giovani sono apparsi poco convincenti, credibili e coinvolgenti. La sintesi di questo clima stagnante è ben presentata in un capitolo del Rapporto Giovani 2018, edito da Il Mulino, appena uscito, nel quale viene illustrato il rapporto tra giovani e politica, tra voglia di partecipazione e mancanza di rappresentanza. I rispondenti del panel Rapporto Giovani – indagine condotta dall’Istituto Toniolo e realizzata in collaborazione con Università Cattolica e con il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo – sono stati seguiti longitudinalmente sul tema della politica per diversi mesi, con 4 indagini di approfondimento, 3 antecedenti le elezioni e una immediatamente successiva. Il dato che ha caratterizzato ogni rilevazione è stato un alto grado di disaffezione, non tanto verso la politica nel suo primordiale significato quanto verso il sistema politico italiano attuale, e nello specifico verso i partiti. A un anno dal recente voto il 34,4% dei giovani non assegnava a nessuna forza politica un punteggio di sufficienza. Questa percentuale saliva a pochi mesi dalle elezioni fino a quota 40,7%, per scendere parzialmente al 34,7% a ridosso delle urne. La disaffezione appariva e appare tuttora trasversale per genere, titolo di studio, provenienza e professione, e sfocia in una fiducia nei confronti delle istituzioni molto bassa. In una sorta di effetto trascinamento, non riguarda solo le istituzioni più politiche, ma finisce per coinvolgere anche altre istituzioni del mondo sociale e del tessuto economico, come Scuola, Forze dell’Ordine, Piccole-Medie Imprese, Ospedali e Volontariato.


L'orientamento politico dei giovani è apparso da subito molto articolato e di difficile lettura, con una bassa adesione ai partiti tradizionali, disaffezione generalizzata, alta disponibilità a dar consenso a chi dà voce alla protesta e alla frustrazione. È il ritratto, quindi, di una generazione delusa e confusa rispetto all’offerta attuale, ma soprattutto rispetto alla propria condizione, con una domanda di alleati credibili e coinvolgenti con i quali immaginare un destino migliore.

I dati di affluenza reali alle urne hanno, però, solo in parte confermato la tendenza che c’era in atto nelle ultime settimane. Anche tra i giovani poco meno di 3 elettori su 10 ha scelto di non esercitare il proprio voto, confermando solo parzialmente il quadro di forte disaffezione che traspariva, confermando i segnali di malcontento, premiando forze anti-sistema, come il Movimento 5 Stelle, di gran lunga preferito nella fascia giovanile, con punte di ben oltre il 40% in alcune zone del Paese. I fattori che hanno agito maggiormente sulla presa di decisione sono stati la costante attenzione verso offerte politiche nuove o con dosi di forte rinnovamento interno, e messaggi chiari, semplici, decisi.

Complessivamente i temi che maggiormente mettono d’accordo l’elettorato giovanile sono la riduzione delle indennità e l’abolizione dei vitalizi, che raccoglie il parere favorevole di oltre l’80% di tutti gli intervistati, e tutte le politiche che favoriscono l’ingresso nel mondo del lavoro, che soprattutto dai più giovani è visto come elemento di estrema preoccupazione. Per quasi un neo-elettore su due questo è il tema fondamentale, così come la distribuzione di risorse tra generazioni, la giustizia sociale e la meritocrazia, temi che la campagna elettorale ha solo marginalmente affrontato.


Il rapporto giovani-politica è apparso alquanto ambivalente. Alla base di tutto, infatti, troviamo uno scarso interesse per come è oggi vista la politica in Italia. A bocciarla è oltre la metà dei giovani (52,9%). Ci sono però rilevanti differenze per titolo di studio e in particolare rispetto alle condizioni in cui i giovani si trovano. Gli studenti, non ancora confrontati con le difficoltà del mondo del lavoro, pur avendole presenti essendo discusse nel dibattito pubblico, tendono a essere molto più favorevoli (voto positivo per circa il 60% di essi, anche se solo uno su 5 promuove con voti elevati). Chi ha un lavoro (spesso non del tutto coerente con la propria formazione e con retribuzioni mediobasse) è molto più critico (i voti positivi scendono al 46% circa). I Neet sono i più severi: solo il 36% promuove la politica italiana attuale. Per oltre il 40% dell’elettorato giovanile la politica è da bocciare senza appello, e per il 76% la politica non offre spazio di partecipazione o lo offre in modo molto limitato. Eppure l’ambivalenza è evidente: per il 70,7% la politica è uno strumento utile per migliorare la vita dei cittadini, e questa percentuale sale al 77,9% tra i più giovani. In coloro che si sono affacciati per la prima volta o da poco al mondo della politica sembra quindi esserci ancora uno spiraglio di fiducia e di possibilità che i partiti devono in qualche modo alimentare e tenere vivo con proposte convincenti e credibili, a partire proprio dal tema dell’ingresso nel mondo del lavoro, considerato prioritario per l’elettorato più giovane. La politica che prova a rinnovarsi piace ai giovani, fa scattare in essi una apertura di credito che deve però poi trovare conferma alla fatale prova dei fatti. Ed è a questa prova che ora le forze vincenti sono chiamate a rispondere e che non convince pienamente i giovani. Il fuoco in loro è vivo, e momentaneamente solo sopìto. Compito della politica, dei politici e dei partiti risvegliarlo. Le corde per attivare i giovani sono a lì disposizione, occorre solo toccarle.

Ricercatore in Statistica sociale Facoltà di Psicologia Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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Mercoledì, 25 Aprile 2018

La vita come bene in sé, da difendere sempre e comunque, senza «gerarchie». Porta questo messaggio nella sua visita di due giorni a Bruxelles il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, sullo sfondo della drammatica vicenda di Alfie Evans. Una visita che ha visto l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve incontrare il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, il vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans e il presidente del Comitato economico e sociale Ue Luca Jahier, oltre agli europarlamentari italiani.

Ad accompagnarlo monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, già delegato Cei alla Comece (la Commissione che riunisce i delegati delle Conferenze episcopali dei Paesi membri dell’Unione Europea) e il pastore di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, Mariano Crociata, vicepresidente della Comece.

«È assolutamente necessario – afferma Bassetti – che l’Europa ritrovi se stessa, come disse papa Francesco nel 2016, e soprattutto riscopra la sua anima, come amava dire Paolo VI». Un’anima «in cui non c’è posto per alcuna soluzione falsamente pietosa che ponga fine a un’esistenza ». Perché, prosegue il presidente della Cei, «la vita umana non si può mai togliere, va favorita in tutti i modi, a cominciare dalla vita dell’embrione, tenendo conto, come dice il Papa nella sua ultima lettera apostolica, che la vita è sempre vita».

Dunque «la vita di un bimbo che nasce vale quanto la vita di un profugo che arriva o di un malato terminale. Guai a fare una sorta di gerarchia, cercando di stabilire quale vita vale di più». In effetti, sottolinea il cardinale, «la vita è un valore di per sé, e quindi dall’inizio del concepimento fino alla sua fine naturale. Come ho già detto nella prolusione del Consiglio permanente di gennaio, la vita non si uccide, non si compra, non si sfrutta, non si odia. Bisogna smetterla con i discorsi ideologici e difendere veramente i diritti fondamentali della vita. E lo dico con le parole del Papa: solo Dio è il padrone della vita». Sulla vicenda del piccolo Alfie, il cardinale critica le autorità britanniche. «Di fronte all’apertura del Papa e di fronte alla apertura dell’Italia che è arrivata a dare la cittadinanza a questo bambino -– afferma – che è un gesto molto bello, trovare delle chiusure giuridiche è un modo di ragionare per lo meno contraddittorio e illogico. Se poi ci si mette sul piano della carità e del rispetto della persona umana, allora diventa incomprensibile.

Ai genitori dico di continuare a lottare e di continuare a sperare perché sicuramente nella loro forza di lottare c’è¨ l’aiuto di qualcuno che è più grande di loro». Sulle prospettive dell’Ue, racconta il porporato, con i suoi interlocutori a Bruxelles «ci siamo confrontati su questa casa comune che dev’essere l’Europa», la quale «deve tornare quella voluta dai padri fondatori, come Altiero Spinelli o Robert Schuman e cioè una comunità di persone e di famiglie, non un luogo di difesa di interessi particolari o delle finanze». Un’Europa «come difesa della pace, come difesa della persona, come protezione dei più umili», altrimenti «si sgretola con le proprie mani». Una casa comune alla quale «ciascuno deve mettere una piccola pietra, anche la Cei vuol fare fino in fondo la sua parte». Il discorso, naturalmente, non può che cadere anche sui migranti.

«La terra è di Dio – dice Bassetti – ma se la terra è di Dio che è un Padre, è chiaro che questa terra Dio la da indistintamente a tutti i suoi figli. Non è proprietà di qualcuno, la terra è di Dio. Noi facciamo le distinzioni tra profughi e migranti, poveri e ricchi. Ma Dio vede soltanto suoi figli. L’accoglienza cristiana parte da questo principio». Certo, «è chiaro che occorrono anche norme e regole per l’accoglienza e ci devono pensare gli Stati», ricordando quello che il Papa a Strasburgo ha definito «il principio di prudenza». Resta che «il principio di fondo rimane: Dio ti ha accolto, e tu accogli il fratello».





Martedì, 24 Aprile 2018

Per tutti era "don Tonino". Un prete, e poi un vescovo, innamorato di Cristo che ha scelto di spendere la sua vita in prima linea accanto agli ultimi, lottando insieme a loro e a tutti gli uomini di buona volontà per un mondo di pace. È al servo di Dio don Tonino Bello, esattamente 25 anni dopo la sua morte, arrivata per un tumore allo stomaco a 58 anni, che papa Francesco ha scelto di rendere omaggio il 20 aprile 2018.

I giovani del Salento cammineranno sui passi di don Tonino Bello, il vescovo degli ultimi, impegnato per la pace, in occasione del 25° anniversario della sua morte.

«La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia.
Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio.
Rifiuta la tentazione del godimento.
Non tollera atteggiamenti sedentari.
Non annulla la conflittualità.
Non ha molto da spartire con la banale "vita pacifica".
Sì, la pace prima che traguardo, è cammino.
E, per giunta, cammino in salita.
Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia, i suoi ritmi, i suoi percorsi preferenziali e i suoi tempi tecnici, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni.
Forse anche le sue soste.
Se è così, occorrono attese pazienti.
E sarà beato, perché operatore di pace,
non chi pretende di trovarsi all'arrivo senza essere mai partito, ma chi parte». (Don Tonino Bello)



Dal 5 al 10 agosto, prima di raggiungere Roma per l'incontro con papa Francesco il 12 agosto 2018, i ragazzi delle diocesi di Lecce, Brindisi-Ostuni, Otranto, Nardò-Gallipoli e Ugento-Santa Maria di Leuca faranno un pellegrinaggio all'insegna della «convivialità delle differenze» di cui parlava proprio don Tonino che con la sua vita, i suoi gesti e le sue parole ha raccontato l'importanza del rispetto, dell'apertura ai poveri, a chi arriva da lontano. Oltre 500 persone in cammino soprattutto giovani tra i 16 e i 35 anni, nei primi giorni di agosto, nei luoghi di don Tonino Bello, per unirsi ai Cammini di Leuca, proclamare la #cartadileuca e poi andare a Roma, per il Sinodo dei Giovani e incontrare Papa Francesco.


Domenica 5 agosto - Brindisi

Arrivo a Brindisi nel pomeriggio per la festa di accoglienza.

Lunedì 6 agosto - Lecce

Al mattino in cammino da Brindisi a Torchiarolo, con trasferimento in treno per San Pietro Vernotico e Lecce. Pranzo e relax prima del pomeriggio di animazione alla Basilica Santa Croce. In serata incontro con la comunità locale e cena.

Martedì 7 agosto - Copertino

Al mattino in cammino da Lecce a Copertino. Pranzo e relax prima del pomeriggio di animazione sul tema della Liturgia Penitenziale. In serata incontro con la comunità locale e cena.

Mercoledì 8 agosto - Otranto

Al mattino trasferimento da Copertino a Galatina e Otranto in pullman.

Pranzo e relax prima del pomeriggio di animazione sul tema il mosaico della Cattedrale. In serata incontro con la comunità locale e cena.

Giovedì 9 agosto - Alessano

Al mattina trasferimento da Otranto a Cerfignano in treno, e poi in cammino fino ad Alessano, dove inizia il vero e proprio pellegrinaggio nei luoghi di don Tonino Bello.

Venerdì 10 agosto - Leuca

All'1 di notte la preghiera sulla Tomba di don Tonino ad Alessano, con una Veglia di preghiera animata dai giovani preparata durante il cammino. Alle 02 del mattino in cammino per Leuca con Maria, sui passi di don Tonino, verso un’alba di pace.

Alle 7 del mattino è prevista la firma della #Carta di Leuca2 scritta dai giovani durante il cammino in Puglia e a seguire la Messa sul piazzale della Basilica Pontificia di Santa Maria di Leuca

Dopo la giornata al mare, alle 23 è prevista la partenza da Leuca per Roma.

Sabato 11 agosto - Roma

Alle 7 arrivo a Roma per la serata e l'incontro dei giovani con papa Francesco.

FONTI:

Cammini della Puglia

Don Tonino

Pagina FB di Cammini di Leuca

Carta di Leuca

Parco Cammini di Leuca

Fondazione Cammini di Leuca

Cammini di Leuca



Per avere altre informazioni si può inviare una mail a camminodeigiovani@gmail.com


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Martedì, 24 Aprile 2018

Povertà, incertezza del futuro, disoccupazione, guerre. È il mondo visto con gli occhi dei ragazzi che chiedono alla Chiesa, di mettersi in cammino con loro, in ascolto e con la fiducia nella loro capacità di "cambiare il mondo".

In preparazione del Sinodo dei vescovi sui giovani di ottobre migliaia di ragazzi con lo zaino in spalla da tutta Italia si metteranno in cammino dapprima verso i luoghi sacri delle loro diocesi, per poi fare rotta verso Roma per l'incontro dell'11 e 12 agosto con papa Francesco.

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Domenica, 22 Aprile 2018

È curioso osservare in questa stagione le greggi che si spostano tra i pascoli insieme ai loro pastori. È interessante intuirne il rapporto che sa di un legame misterioso, come di una conoscenza. Viene alla mente la parola di Gesù che per raccontare di sé prende dalla vita questa immagine e si identifica con il pastore spingendoci dalla parte delle pecore. La posizione potrebbe apparire piuttosto insolita, infastidire, perché le pecore sembrano tutte uguali, per niente libere, massificate.

Strano sentire la scomodità di tale prospettiva che, invero, ci è molto famigliare e pone il dito su una delle paure più profonde della nostra società: non essere visti da nessuno, non essere originali, sentirci soli nel mezzo di tutti. La pagina del Vangelo sprizza di luce, come sempre: «Il pastore chiama le pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (Gv 10,3-4). L’immagine è davvero eccezionale. Sembra di stare insieme a un direttore d’orchestra che sfiora con la sua bacchetta ogni singolo strumento e sentire la forza di ogni suo invito, di quel gesto semplice e deciso capace di far emergere la sinfonia, comunione armonica di tutte le differenze. Ecco la vocazione: dalla massa informe e addormentata della storia il tocco del digitus Dei, il timbro della sua Parola, risveglia, prima l’uno, poi l’altra, poi l’altro ancora, tira fuori dal sonno della morte – della vita senza vita – fa sorgere dalla massa l’unicità di ciascuno, perché tutti abbiano la vita in abbondanza (Gv 10,10). È triste ascoltare discorsi sul calo delle vocazioni, davvero.

Noi però siamo diversi da quei «profeti di sventura che sempre annunciano il peggio» (Evangelii gaudium 84), siamo fatti per riconoscere il grano che cresce, la fecondità della storia e della Chiesa. Le vocazioni non sono cose, numeri o quant’altro. Ogni uomo e ogni donna che viene al mondo è chiamato dal Padre anzitutto alla vita, tratto fuori dall’inesistenza per essere condotto alla vita eterna che – lo sappiamo – non è soltanto quella che verrà. Ciascuno è chiamato all’amore, alla santità, sinfonia bella che appartiene ad ogni persona e che tutti potremmo imparare a suonare ascoltando la voce del Maestro, ma che ancora contiene accordi dissonanti, note stonate, vere e proprie cacofonie. Ancora tanto abbiamo da imparare.

Tuttavia, chi ha conosciuto il Signore ha ricevuto una missione particolare, a servizio di tutti, lo sforzo per cercare di disseppellire Dio dal cuore degli uomini (Etty Hillesum), dalla parte delle pecore, le une a servizio delle altre per accompagnare l’opera dello Spirito, che fa sorgere la vita, la vocazione. Forse qui siamo in calo, quantomeno tocca stare molto guardinghi. Sembra che ci piaccia rimanere nell’ovile, al comodo della nostra esistenza, senza invischiarci troppo con il fango delle strade, senza comprometterci. Forza! Preghiamo insieme in questa Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni perché tutti ci apriamo all’ascolto della voce del Signore che ci spinge fuori per compiere la nostra missione. Questa voce appassiona il cuore, infrange le barriere, rompe gli indugi, vince la paura, sconfigge il male, lava le colpe (Messale Romano, Annuncio della Pasqua): è la voce del Risorto, la forza del suo Spirito. Forza, che cosa hai da fare di buono nella tua vita? A quali scelte il Signore ti invita? Quali passi devi compiere per uscire, andare, vivere? Coraggio! «La vocazione è oggi. La missione cristiana è per il presente. E ciascuno di noi è chiamato – alla vita laicale nel matrimonio, a quella sacerdotale nel ministero ordinato, o a quella di speciale consacrazione – per diventare testimone del Signore, qui e ora» (Francesco, Messaggio per la 55esima Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni). Preghiamo oggi, e anche lunedì.

*Sacerdote, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale delle Vocazioni





Domenica, 22 Aprile 2018

COLBERTALDO ( TREVISO) Ha 85 anni, prete da 50, e ancora parroco in attività. Nonostante le traversie, soprattutto di salute, negli anni giovanili, non ha mai perso l’entusiasmo, la passione. «Ci vuole passione nella testimonianza del Vangelo, anche se ci rimette il cuore, come nel mio caso».

Parliamo di don Antonio Moretto, parroco di una comunità che cento anni fa ha patito duramente la Prima guerra mondiale, sul Piave, che lambisce il paese, e poi la seconda. Prima di arrivare sulle colline del Prosecco, a Colbertaldo, vocate alla protezione dell’Unesco come patrimonio paesaggistico dell’umanità, don Antonio è stato in missione. «Nel povero e fragile scaffale della mia vita mi rivedo come in una biblioteca di 50 volumi, anzi di 60, compresi i 10 del cammino vocazionale. Un cammino tutto in salita – ammette –, pieno di buche, di fango e polvere, di sassi e massi, di frane... la salute: due interventi allo stomaco a 16 anni, la sospensione degli studi a causa della seconda guerra mondiale, la povertà della famiglia, la “vocazione adulta” poco affidabile in quei tempi in cui i Seminari straripavano di vocazioni di bambini e ragazzi e le parrocchie avevano preti in abbondanza. Grazie al Signore che mi ha aperto e appianato la strada per mezzo di coraggiosi sacerdoti: ho raggiunto la meta che mi ha portato nel terzo mondo, Uruguay, Bolivia e Argentina».

Don Antonio, infatti, è stato ordinato prete a Canelones, in Uruguay, nel 1968. «Era un sogno già da bambino, quando ordinato presbitero a 35 anni mi sono immerso tra i poveri, gli ultimi, i maltrattati, gli affamati, nelle dittature le cui atrocità avevo visto da ragazzo in Italia durante la Seconda guerra mondiale».

Le precarie condizioni di salute gli hanno imposto di ritornare in Italia. Era il 1991. Si è fatto carico di due parrocchie, Vidor e Colbertaldo. «Abbiamo avviato una delle prime unità pastorali della diocesi di Vittorio Veneto. Oggi ci si lamenta perché non tutte le comunità dispongono di un prete residente. Ma in Bolivia, io e il vescovo, facevamo i “saltimbanchi” tra 27 villaggi, il più vicino a 25 chilometri, il più lontano a 250, che raggiungevamo solo a dorso di cavallo, come racconto nel mio libro “Il grido del popolo”».

Le terre del Prosecco garantiscono una buona qualità della vita, ma anche qui, nonostante tutto, confessa, il problema più grande «per me presbitero è rileggere la sofferenza, le ferite, il dolore e il pianto di tanta gente che mi richiama alle situazioni vissute oltre oceano». «Come sacerdote ogni giorno spezzo il Pane, lo consacro nella Messa, mi nutro del Corpo e Sangue di Gesù e mi domando: perché Dio mio quello che faccio è sempre troppo poco? Come sacerdote da 50 anni, prima nelle lontane missioni del sud del mondo, ora nella missione che è qua, non mi è mai bastato il lavoro in parrocchia: Messe, preghiere, catechesi, attività pastorali, visite alle famiglie e ai malati, accoglienza e ospitalità agli immigrati, spesso in un clima di indifferenza e di cristianesimo di facciata, solo di tradizione, ma carente di convinzione e di testimonianza e credibilità. Lo Spirito Santo ha mandato un nuovo vento in papa Francesco per scavare nei cuori, nella Chiesa e nell’umanità, e aprirli alla misericordia di Dio. Noi preti, con entusiasmo, dovremmo saper accoglierlo. C’è ancora, invece, una grande sofferenza, per me e per noi presbiteri: il linciaggio verso tanti uomini di Chiesa che vivono l’oggi con coraggio e con profezia. Ci sono anche oggi tanti poveri Cristi crocifissi perché vivono con coraggio la novità e la libertà del Vangelo; tanti, presbiteri e non, che camminano con fatica ma con fecondità sulla strada della santità».





Sabato, 21 Aprile 2018

È tornata a nuova vita la cupola della Cattedrale di San Lorenzo a Genova dopo i recenti lavori di restauro resisi necessari a causa delle infiltrazioni d’acqua che causavano il gocciolamento sull’altare. La fine dei lavori è stata celebrata con una presentazione ufficiale che si è svolta nella stessa Cattedrale e alla quale ha preso parte anche il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa). L’evento è stato inserito nell’ambito delle manifestazioni del nono centenario della consacrazione della Cattedrale.

Il restauro è durato quasi tre anni ed è stato finanziato per la maggior parte dalla Compagnia di San Paolo oltre a diversi altri benefattori. I lavori, infatti, sono iniziati nell’agosto 2015 e sono terminati nel marzo 2018. Quanto eseguito – spiega la diocesi in un comunicato – ha consentito di studiare la cupola del Duomo come mai è stato possibile sino ad oggi. Non solo la fase costruttiva presieduta dall’architetto perugino Galeazzo Alessi, ma anche il periodo successivo, sino ad arrivare ai giorni nostri, periodo in cui la cupola ha subito mutamenti e modifiche di ogni specie, che ne hanno cambiato la conformazione architettonica e il suo skyline, alterando le linee che Alessi aveva tracciato nel suo progetto realizzato tra il 1556 e il 1567. Il mutamento della cupola ha inizio con il bombardamento francese del XIV secolo, quando Luigi XIV tentò invano di sottomettere Genova. I danni causati dalle bombe scagliate dalle imbarcazioni francesi furono notevoli, tanto che alla metà del XVIII secolo furono necessari imponenti lavori per consolidare la cupola. Altri interventi importanti furono eseguiti nel 1820 dall’architetto civico Carlo Barabino e nel 1843 dal suo successore Giovanni Battista Resasco.

«È un bel momento per la nostra Cattedrale e per Genova perché finalmente la cupola è ritornata nello splendore suo proprio e, soprattutto, nella sua funzionalità», ha sottolineato il cardinale Bagnasco ricordando l’importanza di «levare l’anima verso Dio» perché «laddove il culto viene meno l’uomo non sa più dove andare e si identifica con obiettivi immediati. Il culto invece salva il tempo dalla sua tristezza, lo libera dalla sua miseria, lo assume dentro un orizzonte che lo eleva, lo illumina, ne fa uno spazio di libertà». Contemporaneamente è stato anche presentato il volume Il restauro della cupola di San Lorenzo - Galeazzo Alessi a Genova, edito da Sagep e curato da Claudio Montagni, progettista del restauro e direttore dei lavori.





Venerdì, 20 Aprile 2018

«Non si può tenere il piede in due staffe. Non possiamo accettare che la guerra sia definita “sempre ingiusta” e poi ritenerla “inevitabile”. La guerra è il fine tenacemente perseguito da bande, cricche e cosche che vedono nella pace una minaccia per i loro profitti». Colpiscono per la lucidità queste affilate affermazioni del vescovo di Molfetta, Tonino Bello, pronunciate al tempo della guerra del Golfo. Colpiscono per l’attualità, considerato oggi anche il permanere della perversa situazione di guerra in Siria che continua con il coinvolgimento diretto delle grandi potenze, e che - come ha osservato il Papa lo scorso 15 aprile - «nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale», faticano a «concordare un’azione comune in favore della pace». Dopo la guerra del Golfo, la guerra esplosa nell’ex Jugoslavia tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, condizioneranno molto l’impegno pastorale di don Bello, evidenziando il suo carisma profetico e la sua molteplice attività a difesa della pace. La sua storia e quella di Pax Christi, di cui è stato presidente per otto anni, non può essere considerata che parte integrante della storia profonda dell’Italia, perché vive nella Costituzione, nel cuore dell’annuncio evangelico ed è magistero di pace della Chiesa, seppure allora scarsamente compreso dalla gerarchia e da certi ambienti clericali.

Nel mattatoio di Sarajevo si rese conto con grande dolore dell’indifferenza, anzi dell’irrisione diffusa in Italia per imprese non violente ritenute inutili. «Che strazio ascoltare la domanda di armi – scrive in “Convivialità delle differenze” –. Del resto chi vive sempre nella violenza difficilmente può immaginare strade nuove. Generazioni intere immerse nelle guerre non vedono altro che la loro continuazione… la non violenza deve essere praticata a ogni livello come difesa disarmata e strumento di soluzione dei conflitti. Per rifiutare la schiavitù della guerra è necessario diventare tessitori di rapporti umani, ricompositori dei piatti sbilanciati della giustizia, non i garanti del disordine legalizzato. I sarti del mantello del diritto, non gli industriali delle divise militari. Purtroppo gli esperti del facile scetticismo sono anche gli indifferenti al dolore dei poveri alla solidarietà, estranei alla ricerca della giustizia».

Per don Tonino la pace non è tanto un problema morale, quanto di fede. Perché, più che il nostro agire, tocca il nostro essere di persone “conformate a Cristo” in profondità. La pace per lui coincide con la struttura dell’esistenza cristiana e con il piano salvifico di Dio. Si radica addirittura nella Trinità. «“Pace a voi” è la prima parola del Risorto. La Chiesa deve tenerne conto. Le prime parole del Risorto – rileva in “La speranza a caro prezzo” – vanno accolte con tutta l’attenzione che si deve ai manifesti programmatici». Per questo «la pace non è un merletto che si aggiunge all’impegno della Chiesa, bensì il filo che intesse l’intero ordito della sua pastorale. Non è una delle mille cose che la Chiesa evangelizza. Non è uno scampolo del suo vasto assortimento…

Se è vero, come dice San Paolo che “Cristo è la nostra pace”… sollecita a vivere nella Chiesa lo shalom biblico e a far aprire gli occhi alla gente sulle tristissime situazioni di non pace». «Shalom è l’unica parola per la quale siamo abilitati a parlare con forza – afferma – il Vangelo è così chiaro sulla non violenza attiva, che non si possono operare sconti sul prezzo del paradosso». Sono di conseguenza «interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale».

Alla fonte del Vangelo il vescovo di Molfetta unisce altre testimonianze di riferimento che vedono, insieme al salvadoregno arcivescovo martire Óscar Romero, un autore verso cui la sintonia ideale ed ecclesiale è costante: Primo Mazzolari, la cui statura è stata ripresentata da papa Francesco con la visita alla sua tomba quasi un anno fa. È il Mazzolari del “Tu non uccidere”, scritto sui carboni ancora ardenti dell’ultima guerra mondiale e che lega indissolubilmente la giustizia alla pace – perché la guerra non è solo bombe ma l’esistenza di un «violento sistema economico che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri» – e che indica la scelta dei poveri e della non violenza come essenza del Vangelo e come necessità storica. È pertanto proprio su questo filone ecclesiale attento e sensibile ai motivi congiunti e decisivi della povertà e della pace, che Mazzolari e Tonino Bello sono veri e propri «padri della Chiesa», della Chiesa di Cristo «nostra pace», ministra di non violenza, e che li vede, al tempo stesso, maestri civili di nonviolenza attiva. Entrambi hanno annunciato il magistero di pace della Chiesa indicando una teologia e una prassi di nonviolenza come messaggio profondo del Vangelo di Cristo, sostanza profonda della civiltà umana e impegno primario per tutti. Seppure quindi le loro esperienze sono diverse, svolte in realtà geografiche e in epoche storiche differenti, sono plasmati da una stessa profezia della pace come beatitudine evangelica, come shalom, pienezza biblica. A unificarli è il Concilio Vaticano II. Mazzolari lo anticipa e lo prepara tra ostili incomprensioni e condanne ecclesiastiche, Tonino Bello lo incarna e lo sviluppa contrastato da veleni politici e da tante letali ipocrisie clericali. «La cosa che mi fa più soffrire è vedermi delegittimato come pastore», dirà nella Messa Crismale del 1991. «Ma cosa c’è di strano che un vescovo parli di giustizia, di nonviolenza attiva, di solidarietà fraterna – replicava a chi lo accusava di demagogia – non è forse Gesù stesso che ci chiama a destabilizzare le strutture di peccato di questo mondo?».

I titoli dei messaggi negli anni del suo episcopato sono eloquenti, da “La pace, dono di Dio affidato agli uomini” (1982) fino a “Se cerchi la pace, va’ incontro ai poveri” (1993) un canovaccio scomodo di un programma pratico di vita. Con l’impegno precursore dei tempi del vescovo presidente di Pax Christi la pace non violenta è diventata non un pacifismo astratto ma la scoperta del genoma della dignità umana, il grembo del nostro conoscersi-riconoscersi. In questa prospettiva risuonano molti accenti che conducono oggi alla ricerca della soluzione costruttiva della riconciliazione, dell’unità nella molteplicità, della “convivialità delle differenze” – come dice il vocabolario toniniano – per contrastare i venti di guerra. Denunciare così il circuito perverso dei mercanti di morte e allo stesso tempo andare avanti come veri cristiani sul sentiero delle Beatitudini coniugando insieme realismo, profezia e parresia, fedeltà e creatività è il magistero rivissuto nello stile di papa Francesco che oggi viene pellegrino alla sua tomba. Perché don Tonino Bello non è solo contemporaneo, viene incontro dal futuro.





Giovedì, 19 Aprile 2018

Questa mattina in Vaticano, papa Francesco ha ricevuto in udienza Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, e monsignor Gualtiero Sigismondi, assistente ecclesiastico generale dell’associazione.

Molti i temi toccati nel corso dell'incontro. Il Papa ha voluto incoraggiare l’Azione Cattolica ad andare avanti nella sua azione missionaria, con sempre maggiore coraggio e capacità di rischiare, per il bene della Chiesa e a servizio del popolo di Dio.
Proprio il tema del popolo, che sarà al centro del prossimo Convegno delle presidenze diocesane di Azione Cattolica (a Roma, dal 27 al 29 aprile presso la Domus Pacis), è un tema molto caro a papa Francesco, che ha voluto indicare all’Azione Cattolica quanto l’essere Chiesa popolare significhi essere Chiesa di tutti, stare in mezzo al popolo, condividerne la quotidianità.

Al termine dell’udienza, il presidente Truffelli ha donato a Papa Francesco una copia del suo libro-intervista “La P maiuscola. Fare politica sotto le parti” (editrice Ave), scritto prendendo spunto dall’invito rivolto da papa Francesco agli aderenti all’Azione Cattolica in occasione dell’Incontro in Piazza San Pietro del 30 aprile 2017. Il testo offre alcune indicazioni per capire in che modo la comunità dei credenti è chiamata a concorrere alla costruzione del bene comune. Monsignor Sigismondi a sua volta ha donato al Santo Padre una copia del suo “L’alfabeto della preghiera è quello dell’amore” (editrice Ave).






Giovedì, 19 Aprile 2018

Molfetta e Alessano aspettano papa Francesco. Nelle due cittadine pugliesi legate al ricordo del vescovo Tonino Bello, dove Francesco giungerà domani, fervono i preparativi. Ad Alessano, in particolare, paese di 6mila abitanti in provincia di Lecce e diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, dove don Tonino nacque e dove mosse i suoi primi passi da sacerdote, è continuata anche questa mattina l'incessante processione sulla sua tomba, sita al centro di un semplice anfiteatro tufaceo nel cimitero comunale. Grandi poster, all'ingresso, ritraggono il vescovo di Molfetta e il Papa. All'olivo che si sporge sulla lastra di marmo con la semplice scritta del nome sono state applicate diverse bandiere della pace, che tappezzano anche tutte le case del paese. E le colonne del pronao hanno lunghi striscioni verticali con una stilizzazione del volto del vescovo, per il quale è in corso la causa di beatificazione.

A poche centinaia di metri di distanza, infine, in un campo antistante il cimitero, si lavora alacremente per allestire il palco dove papa Francesco, domani mattina, dopo la visita in forma privata alla tomba di di don Tonino, rivolgerà il suo saluto ai fedeli, prima di ripartire per Molfetta, dove celebrerà la Messa nel porto, sullo stesso luogo ove si svolsero, 25 anni fa i funerali del vescovo.

Nel cimitero incontriamo uno dei due fratelli di don Tonino, Marcello Bello, 78 anni, tre nipoti, Stefano, Francesca e Raffaella e un pronipote, Tonino Bello, di quasi 7 anni, che è figlio di Stefano ed è orgoglioso di portare il nome del prozio.

È un ricordo commosso e corale quello che viene dai familiari. «Nostro zio – rivela Raffaella – aveva un sogno. Diventare santo. Lo aveva scritto anche in un articolo per il bollettino parrocchiale che abbiamo ritrovato da poco. E la ha realizzato». «È diventato santo abbracciando la gente – aggiunge Marcello -, amando gli altri come Gesù Cristo. La sua era una santità dell'ordinario, della vita di tutti i giorni. Sempre coerente con gli insegnamenti del Vangelo». Francesca rivela a questo proposito un episodio illuminante. «Un giorno mio padre, sapendo che la Ritmo di zio Tonino non andava più bene, si recò dal concessionario e gli ordinò una Tipo. Non certo un macchinone, dunque. Poi la sera, nella telefonata quotidiana che sempre i due fratelli si scambiavano, gli disse della “sorpresa” che gli aveva fatto. Zio Tonino gli rispose: “Sai dove vado io domani? A un convegno a Bari a parlare della povertà. E ti sembra che possa presentarmi con la macchina nuova di zecca?”. Niente, non ci fu verso di fargli accettare il dono. Si tenne la sua Ritmo scassata».

Non bisogna però immaginare don Tonino Bello come un musone o un uomo triste. Anzi. Sempre Francesca racconta così il suo saper essere animatore della famiglia.

Conclude Stefano: «Anche noi familiari stiamo riscoprendo a 25 anni dalla morte il vero zio Tonino. Avevo 20 anni quando morì. Non sempre a quell'età si è in grado di comprendere fino in fondo certe cose».

La famiglia darà domani al Papa due doni simbolici. Una stola dello zio, che gli fu regalata durante un viaggio a El Salvador, nel decennale dell'assassinio di monsignor Romero. E un grembiule ricamato dalle donne di Alessano. Simbolo di quella Chiesa del grembiule che era così cara al vescovo di Molfetta e che ora ha in Francesco il suo principale propugnatore.





Giovedì, 19 Aprile 2018

Monsignor Tonino Bello «parlando ai suoi sacerdoti metteva in parallelo la stola e il grembiule, ovvero l’altare con la strada, con l’officina, con il luogo del lavoro, del sudore, della sofferenza». Egli «davvero ha preconizzato i tempi di papa Francesco». Parola di Domenico Cornacchia, vescovo di Molfetta- Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, la diocesi guidata da Bello dal 1982 al 1993. Avvenire lo ha intervistato alla vigilia della visita pastorale che domani porterà il Pontefice a Molfetta e Alessano in occasione del 25° anniversario della prematura scomparsa di “don Tonino”.

Eccellenza, che clima attende il Papa?
C’è trepidazione, gioia, stupore, meraviglia. Da parte mia, del clero e soprattutto del popolo, che non fa altro che ringraziare il Signore per aver ricevuto come pastore monsignor Tonino Bello. È per lui infatti che il Santo Padre si muove e ci viene a far visita. Noi siamo qui ad attendere il papà che va incontro ai propri figli.

Come vi siete preparati?
Più che badare agli aspetti esteriori abbiamo voluto rispolverare innanzitutto il messaggio spirituale, pastorale di don Tonino. E poi ci stiamo preparando nella preghiera. Tutte le mattine, in tutte le realtà ecclesiali della diocesi viene recitata una orazione molto bella composta da noi per il grande evento. Il giorno 13 abbiamo vissuto una bella veglia per i giovani, erano circa cinquecento, nella Basilica Madonna dei Martiri, titolo che fu consegnato a questo santuario dal Papa proprio per le mani di monsignor Bello nell’anno mariano del 1987.

Qual è il lascito di don Tonino alla diocesi?
Una grandissima eredità spirituale, morale e umana. Un giorno ricevendomi qui in episcopio mi portò nella sua cappella dove c’era uno scrittoio con una montagna di carte, e mi disse: “Vedi Mimmo, le cose che scrivo le scriviamo a quattro mani” e indicò il Tabernacolo. Tutto ciò che egli ha detto è frutto della sua preghiera, della sua unione con il Signore. Trascorreva molte ore, di giorno e di notte, davanti al Santissimo. Don Tonino tre quattro volte a settimana si faceva chiudere in Duomo da mezzogiorno alle quattro. È davvero toccante che un pastore così attivo, così impegnato in mille iniziative, trovasse un tempo così prolungato per l’adorazione eucaristica. Questa è la sua eredità spirituale.

Poi c’è quella pastorale.
Sì, la pastorale della strada, dell’ascolto, della promozione sociale, della difesa degli emarginati, di quelli che non ce la fanno, dei disperati, dei disoccupati. In una delle sue lettere aveva coniato questa bellissima espressione: “noi sul passo degli ultimi”.

E quindi l’eredità umana.
Sì la sua grande carica umana. La sua umanità era veramente sacramento della spiritualità del Signore. Era una persona intelligente e versatile in mille campi. Bravissimo a scuola, praticava sport, il nuoto, cantava e suonava la fisarmonica. Aveva mille talenti concentrati nel suo cuore. E la gente intravedeva attraverso questa sua umanità la carezza di Dio.

Tonino Bello è ricordato anche per il suo impegno per la pace. Pochi mesi prima di morire volle recarsi a Sarajevo. Ricordo che il fratello medico cercò fino all’ultimo di dissuaderlo. Ma egli, come un profeta, volle andare. Perché quello che lui predicava lo ha messo in pratica fino agli ultimi istanti della sua vita.

Che ricordo personale ha di don Tonino?
Ne ho molti e belli. Ricordo che venne due volte nel mio paese di origine, Altamura, a parlare al liceo dove insegnavo. Mi ha commosso tanto scoprire, quando sono entrato qui in episcopio nel 2016, che un disegno donatogli il 9 aprile 1986 da una mia alunna, Silvana, era ancora appeso nell’anticucina. Ma c’è un episodio che mi ha toccato in modo particolare.

Quale?
Ho celebrato con lui, nella stanza dove è morto, una delle sue ultime Messe. Era il 17 marzo 1993, il giorno prima del suo compleanno. Fu un dono inaspettato. Infatti don Tonino celebrava di solito con un altro sacerdote che quel giorno però giunse quando ancora era assopito, mentre si svegliò proprio un minuto dopo mio arrivo. Ero andato per chiedergli consiglio sulla nomina a direttore spirituale del Seminario regionale di Molfetta. Così in quell’occasione non solo ebbi la sua approvazione per accettare, ma quasi quasi è come se mi avesse detto: «Ti passo il testimone, ci rivediamo qui tra una ventina d’anni come mio successore».

A che punto è la causa di beatificazione? Nel 2015 si è chiusa positivamente la fase diocesana. Il postulatore, monsignor Luigi Michele De Palma, insieme all’esperto esterno Ulderico Parente, sono già al lavoro per la stesura della “Positio super virtutibus”. Sono certo che con la visita del Papa l’iter della causa avrà un moto naturalmente accelerato.





Mercoledì, 18 Aprile 2018

La prima volta dell’arcivescovo Matteo Zuppi al Tpo di via Casarini a Bologna, e la prima volta di un vescovo in un centro sociale, perlomeno in Italia. Non poteva non fare notizia l’incontro di lunedì sera nel capoluogo emiliano: «In effetti la Curia bolognese non l’avevamo mai invitata», afferma la voce storica del Tpo, Domenico Mucignat. Ma Zuppi mette le cose in chiaro sin da subito: «No, non voglio mandare nessun segnale, per me è normale parlare con tutti». E continua: «Se parlare fa notizia è veramente preoccupante. Siamo messi male. Bisogna aggiornare le geografie, siamo antichi e parlare non significa diventare uguali. Se parli con tutti costringi tutti a riparlare con tutti. Proprio perché siamo liberi da qualunque strumentalità, siamo qui oggi ». L’occasione è fornita dalla presentazione del libro Terra, casa, lavoro, un volume che raccoglie tre dialoghi di papa Francesco agli incontri mondiali dei movimenti popolari avvenuti a Roma, nel 2014 e nel 2016, e a Santa Cruz, nel 2015.

Un’occasione ghiotta per il centro sociale, ma anche per Zuppi, perché se c’è un tema che tanto il pontefice quanto i movimenti sociali hanno a cuore, è proprio l’antagonismo al sistema neoliberista o “del denaro”, come di solito lo chiama Bergoglio. Tanto che, nella discussione, si toccano temi alti fin da subito: si passa da Togliatti a papa Giovanni XXIII, dal marxismo ai beni comuni, si citano Lenin, Gramsci e naturalmente papa Francesco. «Io non smetto di essere vescovo, come il Papa non ha smesso di essere Papa – scandisce l’arcivescovo di Bologna –. Lui si preoccupa dei problemi del mondo affrontandoli con chi se ne occupa tutti i giorni. Questo forse crea difficoltà perché ci costringe a confrontarci. Cos'è che ci unisce? Abbiamo tanto da dire perché c’è molto da fare. I discorsi del Papa riportati in questo volume ci insegnano a spezzare la tragedia dell’iniquità e dare speranza ai poveri».

Prove di dialogo tra cattolici, a occhio e croce la maggioranza di quelli seduti nel grande cerchio nella sala del Tpo, e attivisti, quelli che fanno la lotta sporcandosi le mani e, se necessario, anche la fedina penale. E infatti le differenze rimangono ed emergono nel corso dell’incontro, sulla sessualità, per esempio, o il corpo delle donne, come ricordano le attiviste a cui Zuppi risponde tranquillo: «Abbiamo diversi punti di vista. Posizioni diverse, tutto qui». Due mondi che in fondo si erano già avvicinati da tempo, due anni fa, sul suolo migliore di tutti, quello dell’esigenza concreta di un richiedente asilo che aveva urgente bisogno di trovare un alloggio. Lo hanno aiutato in due, una parrocchia e lo sportello migranti insieme al progetto “Accoglienza degna” di Làbas, un altro centro sociale.

A dialogare sul libro ci sono anche Luciana Castellina, giornalista e fondatrice del Manifesto e il curatore del testo Alessandro Santagata. «Prendere la parola pubblica insieme anche perché o il conflitto diventa alternativa o non ne usciamo. La prospettiva è un lungo periodo di violenza e di barbarie – sintetizza Castellina –. Che ce ne facciamo di Palazzo Chigi se la società continua a rimanere quella che è? La spinta comune è al cambiamento, mettendo al centro le persone. Gli ultimi». Una parola utilizzata molto spesso, in primis da papa Francesco, da Matteo Zuppi e dagli attivisti. L’arcivescovo di Bologna corona il suo intervento con un’altra parola che gli è particolarmente cara: ricucire. Ricucire una società sbrindellata che disperde le proprie energie anche su battaglie comuni che oggi avrebbero bisogno di un intervento collettivo.





Mercoledì, 18 Aprile 2018

«Ma che cosa ne sapete voi di noi?». È la domanda indispettita di una ragazza verso i suoi genitori che facevano alcune considerazioni non proprio benevole sui giovani; una reazione che apre almeno a due considerazioni: la facilità con cui gli adulti presumono di conoscere il mondo giovanile e il desiderio dei giovani di essere guardati con occhi liberi e ascoltati con attenzione. Ascoltare è un esercizio tanto prezioso quanto difficile: esso esige attenzione verso l’altro e la disponibilità a distogliere almeno un poco l’attenzione da sé; in tempi di esasperato individualismo ed egocentrismo, esercizio tutt’altro che semplice. Non solo: ascoltare significa anche non presumere di sapere già, di conoscere l’altro, la sua storia, i suoi sogni e le sue paure; significa saper considerare quella dimensione di mistero che ciascuna persona sempre racchiude in sé. Eppure vi è stato un periodo in cui diverse personalità della cultura e della politica sembravano andare a gara a coniare etichette con cui stigmatizzare presunti difetti dei giovani: sdraiati, bamboccioni, schizzinosi, indifferenti, ecc., una pratica che ha mostrato una sostanziale non conoscenza dell’animo giovanile e che non ha fatto altro che accrescere la distanza già rilevante tra le generazioni.

Vi sono tanti modi di ascoltare, almeno quanti sono gli scopi dell’ascolto: la curiosità, il bisogno di capire, il desiderio di stabilire con l’altro una comunicazione che può farsi sintonia profonda, condivisione, apertura al dialogo. Chi ascolta veramente è sempre disponibile a mettersi un po’ in gioco, a rivedere le proprie posizioni, a lasciarsi un po’ cambiare dalla relazione. Chi ascolta, comunica all’altro il suo interesse per lui e gli riconosce la dignità di interlocutore, lo ritiene portatore di un’esperienza, di un pensiero, di esigenze importanti. Tutto questo è tanto più vero quando ad essere ascoltati sono i giovani e a mettersi in atteggiamento di ascolto è quella generazione adulta che spesso si sente disorientata davanti ad atteggiamenti e comportamenti che stenta a comprendere. «Non capisco i giovani di oggi!»: è una delle tante espressioni che capita di sentire sulla bocca di sacerdoti, educatori, genitori, insegnanti che giorno per giorno sono alle prese con il difficile compito di accompagnare i giovani nella loro crescita e nelle loro scelte.

Il senso di estraneità che gli adulti provano di fronte al mondo giovanile è uno dei sintomi della vastità dei cambiamenti che interessano oggi le nuove generazioni, così profondi e rapidi da giustificare l’impressione degli adulti di non comprendere i giovani che vivono loro accanto. Questo però non motiva il fatto che ci si chiuda in una reciproca estraneità senza fare uno sforzo di conoscenza e soprattutto di ascolto dei giovani: del loro modo di interpretare la vita, delle loro attese, delle loro inquietudini, dei loro progetti. I giovani sono sempre portatori di una novità da decifrare, a maggior ragione lo sono i giovani di oggi, espressione di quel cambiamento antropologico che è in corso da quando la tecnologia più sofisticata e avanzata ha modificato il loro modo di entrare in relazione con la realtà, con se stessi, con gli altri, modificando il modo di dare senso alle esperienze fondamentali della vita. Così, ascoltare i giovani significa raccogliere indizi del mondo che verrà e preparasi ad affrontarlo con loro. La distanza che la velocità dei cambiamenti in atto ha creato tra le generazioni rende particolarmente importante l’ascolto: è un modo per capire e anche per far sentire l’attuale generazione giovanile meno sola.

Chi ascolta i giovani, sa che una delle sofferenze che essi portano dentro di sé è un sottile senso di solitudine, perché sentono che la generazione adulta non è disposta o non è preparata ad essere punto di riferimento per loro, che devono affrontare una situazione inedita e in essa devono orientarsi, trovare il proprio posto, riuscire a mettere a frutto le risorse che sono consapevoli di avere per la società. Papa Francesco, che i giovani sa ascoltarli, nel discorso che ha rivolto loro in occasione dell’incontro presinodale del 19 marzo, ha ammesso: «Troppo spesso siete lasciati soli». L’ascolto è l’unica condizione per instaurare con i giovani una relazione che possa aiutarli a crescere, che li sostenga, che li aiuti a diventare i protagonisti che sono chiamati ad essere nella società e nella Chiesa, per loro stessi e per la loro famiglia. Dall’ascolto può nascere una nuova alleanza tra le generazioni, necessaria a giovani ed adulti, che forse non si rendono conto che senza un confronto aperto e vivo con i più giovani, il loro contributo alla vita della società e del mondo intero è destinato ad avvizzire e a perdere di vitalità. Dei giovani ha bisogno la società; dei giovani ha bisogno la Chiesa. Essi sono la componente innovativa di ogni contesto umano: solo con loro, comunità umana e cristiana potranno vivere quella perenne rigenerazione che impedirà loro di essere fuori tempo, di invecchiare e di diventare insignificanti.

Il Sinodo dedicato ai giovani e verso il quale è incamminata la Chiesa sarà un’esperienza di discernimento corale e comunitario. È stato preceduto da un’intensa esperienza di ascolto dei giovani, attraverso un questionario online e attraverso molti incontri di giovani che nelle diocesi, nelle città, sui territori sono stati interpellati perché facessero sentire la loro voce. Nel cammino preparatorio di questo Sinodo la Chiesa ha detto ai giovani di aver bisogno di sentire la loro voce, di ascoltare le loro domande, le loro inquietudini, le loro critiche, il loro cuore. È un ascolto fortemente voluto da Papa Francesco che ritiene che vi sia bisogno di questo: «Questa Riunione presinodale vuol essere segno di qualcosa di grande: la volontà della Chiesa di mettersi in ascolto di tutti i giovani, nessuno escluso. E questo non per fare politica. Non per un’artificiale 'giovano-filia', no, ma perché abbiamo bisogno di capire meglio quello che Dio e la storia ci stanno chiedendo. Se mancate voi, ci manca parte dell’accesso a Dio». L’ascolto è un modo per coinvolgere, per suscitare responsabilità: il Papa è consapevole che il futuro della Chiesa e il necessario processo di rinnovamento non potranno avvenire senza il coinvolgimento e il contributo dei giovani.

Del resto tra Papa Francesco e i giovani si è stabilito da subito un rapporto di fiducia profonda, immediata: i giovani vedono in lui un punto di riferimento, si sentono interpretati dalle sue parole schiette, vere e semplici, sentono che il modo con cui egli guarda a loro non ha nulla di strumentale o di retorico, ma è desiderio di vedere la realtà del mondo e della Chiesa con i loro occhi. Papa Francesco sa che le parole dei giovani potranno essere dure, potranno forse anche ferire: «A volte, evidentemente, voi non siete, i giovani non sono il premio Nobel per la prudenza. No. A volte parlano 'con lo schiaffo'. La vita è così, ma bisogna ascoltarli. Qualcuno pensa che sarebbe più facile tenervi 'a distanza di sicurezza', così da non farsi provocare da voi. (...). I giovani vanno presi sul serio!». E con questa consapevolezza, Papa Francesco ha ripetutamente invitato i giovani ad esprimersi senza paura, con libertà, perché la Chiesa ha bisogno di conoscere ciò che effettivamente essi pensano. L’auspicio è che la lezione che Papa Francesco ha dato alla Chiesa e alla società intera faccia scuola; non sia l’impegno passeggero di una stagione, ma divenga l’abituale stile di relazione tra generazioni che non possono che crescere e far crescere nella reciproca alleanza.

*Coordinatrice Osservatorio Giovani Istituto Giuseppe Toniolo


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Mercoledì, 18 Aprile 2018

Quando partì tredici anni fa il Corso internazionale di esorcismo e preghiera di liberazione, il primo nel suo genere al mondo, voleva essere un’iniziativa molto discreta. Scatenò invece una curiosità e un’attenzione mediatica che non è mai venuta meno. Da allora, a ogni edizione non si contano gli articoli e i rilanci nelle lingue più disparate. Segno, come dicono alcuni, che la Chiesa parla troppo poco del demonio nella sua azione pastorale? Può essere.

Di sicuro la partecipazione in crescita all’iniziativa da parte di sacerdoti e anche laici da tutto il mondo – a questa edizione sono presenti in 260 – testimonia una forte richiesta di formazione e di indicazioni chiare e dottrinalmente solide. Il corso è da sempre organizzato a Roma dall’Istituto Sacerdos del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, dei Legionari di Cristo, in collaborazione con il Gris (Guppo di ricerca e informazione socio-religiosa).

Lunedì è avvenuta l’apertura con la lectio del cardinale Ernest Simoni, seguita dagli interventi di Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, su «Il ruolo del vescovo nel ministero dell’esorcismo»; di Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, su «L’esorcismo ministero di misericordia e consolazione nello smarrimento della società contemporanea »; dalla relazione di padre Pedro Barrajón, del Regina Apostolorum, su «Angeli e demoni nella Sacra Scrittura e nel Magistero della Chiesa» e di altri. Fra gli interventi che si sono susseguiti ieri e che continueranno fino a sabato anche quello di un altro vescovo, Raffello Martinelli, della diocesi di Frascati, poi dei padri domenicani Ciro Bova e François Dermine, del sacerdote tedesco Helmut Moll, che fu allievo di Joseph Ratzinger a Ratisbona, e di una lunga serie di esperti di demonologia e di scienze umane che possono toccare in qualche modo la demonologia stessa. «In questi tredici anni se c’è una cosa che è cambiata è appunto questa» dice padre Barrajón, tra gli ideatori originari del corso e rimasto fra gli organizzatori, «il programma si è aperto all’apporto di discipline – dalla psicologia, al- la criminologia, alla farmacologia, vedi il tema delle droghe – che aiutano a disegnare un quadro ampio dell’azione demoniaca o a discernere dove questa non è realmente presente.

Costante invece è sempre stata l’attenzione al mondo dell’occultismo, dei saperi magicoesoterici e dei culti satanici o para-satanici. La novità di quest’anno è una serie di approfondimenti su come l’esorcismo è interpretato in alcune culture del mondo». Oggi infatti parleranno padre Moses Chileshe su «La stregoneria in Africa e l’azione del ministero dell’esorcismo » e padre Pedro Silva Albes su «Il ministero dell’esorcismo in Paraguay e America Latina e la diffusione dei culti afroamericani». Da un po’ di tempo possono partecipare al corso anche i laici. «La scelta è stata molto discussa all’inizio – racconta sempre Barrajón – poi si è pensato di offrire anche ai laici questa possibilità, previa una lettera di raccomandazione del proprio vescovo, sia perché alcuni di loro erano motivati da esigenze di studio serie sia perché, se è vero che l’esorcismo è un ministero che può essere svolto esclusivamente da un sacerdote con una delega abituale o ad actum da parte del vescovo, è anche vero che i laici possono svolgere con la preghiera un’azione di supporto importante all’azione dell’esorcista ».

Anche la preghiera di liberazione, è bene specificarlo, «ovvero quella che viene usata in casi meno gravi, cioè non di possessione ma di vessazione o di infestazione», deve «essere fatta da un sacerdote. Solo in casi eccezionali può essere fatta anche da un laico». E com’è attualmente la situazione delle diocesi per quanto riguarda gli esorcisti? «È abbastanza variegata – risponde il sacerdote legionario – in Italia praticamente tutte le diocesi ne hanno almeno uno, c’è stata un’ottima risposta. Altrove, penso alla Germania, sul tema c’è una sensibilità molto minore.

Diversi partecipanti al corso dall’America Latina raccontano di come nei loro Paesi a fronte di una domanda molto alta di esorcismi, la presenza di sacerdoti delegati e preparati a farli resta ancora molto limitata». Chiediamo se oggi l’infiltrazione del demonio avviene più tramite canali diretti, come l’azione di sette o ambienti che si fanno veicolo di influssi satanici, o per un’azione più “atmosferica”, in una cultura dove il peccato è esibito e celebrato pubblicamente. «Nel risorgere di un neopaganesimo come quello a cui assistiamo avanzano l’occultismo e la presenza di culti esoterici pericolosi. Alcuni autori cristiani dei primi secoli facevano peraltro altro notare come l’esigenza di esorcismi diminuiva man mano che le culture venivano evangelizzate. Questo vuol dire che più è grande e diffusa la vita di grazia minore è l’azione del demonio. Quando il cristianesimo arretra aumentano sia le tentazioni che l’influsso straordinario del demonio».





Martedì, 17 Aprile 2018

Papa Francesco: l'omaggio a don Tonino Bello ad Alessano e Molfetta

Per la prima volta il Papa in una sua visita pastorale in Italia renderà omaggio a un vescovo. "Venerdì 20 aprile - aveva annunciato lo scorso 2 febbraio Greg Burke, portavoce vaticano, Francesco si recherà in visita pastorale ad Alessano (Lecce), nella diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e a Molfetta (Bari) nella diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi", in occasione dei 25 anni dalla morte di monsignor Tonino Bello.

Il 20 aprile Francesco arriverà in elicottero alle 8,30 ad Alessano e sarà accolto dal vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli, e dal sindaco di Alessano, Francesca Torsello. Il Papa pregherà sulla tomba del vescovo Bello e saluterà i suoi familiari. Nel piazzale del cimitero incontrerà i fedeli e terrà un discorso.

Alle 9.30 decollerà quindi da Alessano per atterrare nella zona del porto adiacente il Duomo di Molfetta, dove sarà accolto dal vescovo Domenico Cornacchia e dal sindaco Tommaso Minervini. Alle 10.30 nel porto di Molfetta si terrà una concelebrazione eucaristica. Alle 12 la partenza per il Vaticano.

Il programma ufficiale della giornata del 20 aprile è stato pubblicato dal sito della Santa Sede.

Un vescovo dalle scelte forti e coraggiose

Un prete, un parroco, un pastore scomodo. Monsignor Antonio Bello, per tutti “don Tonino” è stato un vescovo dalle scelte forti e
coraggiose, ma profondamente innamorato di Gesù e della Chiesa. Sua l’espressione Chiesa del grembiule, a testimoniare il dovere, la bellezza, di stare sempre dalla parte degli ultimi. Sempre sua la plastica immagine di convivialità delle differenze, definire lo stile del dialogo, fatto di ascolto e condivisione. Teologo e scrittore sensibilissimo, lo si ricorda anche per le bellissime pagine dedicate a Maria e per la forza con cui ha ribadito più volte il proprio no alla guerra e alla corsa agli armamenti.

Nato ad Alessano, nel Leccese, il 18 marzo 1935, figlio di un maresciallo dei carabinieri e di una casalinga dalla fede semplice e grande, don Tonino frequenta il Seminario prima a Ugento, poi a Molfetta ricevendo l’ordinazione sacerdotale l’8 dicembre 1957. Nella sua prima stagione da giovane prete della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca gli fu affidata la formazione dei giovani del Seminario diocesano di cui fu per 22 anni vice-rettore. Nel 1978 fu nominato amministratore della parrocchia del Sacro Cuore di Ugento, e l’anno successivo parroco della Chiesa Matrice di Tricase. Un incarico pastorale nel quale si mostrò particolarmente attento ai temi della povertà e del disagio.

Il 10 agosto 1982 fu nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e, il 30 settembre dello stesso anno, della diocesi di Ruvo diventando al momento dell’unificazione delle quattro Chiese locali il primo pastore di Molfetta-Giovinazzo-Ruvo-Terlizzi. L’ordinazione episcopale porta la data del 30 ottobre 1982. Tre anni più tardi è chiamato alla presidenza di Pax Christi.

La rinuncia ai segni esteriori del potere

Sin dall’inizio il suo ministero episcopale fu caratterizzato dalla rinuncia ai segni esteriori del potere. Comunione, evangelizzazione e scelta degli ultimi sono i perni su cui svilupperà la sua idea testimonianza di fede al servizio di una Chiesa davvero in uscita, per utilizzare un’immagine cara a papa Francesco. Non a caso promosse la costituzione di gruppi Caritas in tutte le parrocchie della diocesi, fondò una comunità per la cura delle tossicodipendenze, lasciò sempre aperti gli uffici dell’episcopio.

Le campagne per il disarmo e l'obiezione di coscienza

Ma fecero scalpore anche sue prese di posizioni pubbliche come la vicinanza agli operai delle acciaierie di Giovinazzo in lotta per il lavoro, la partecipazione alla marcia di Comiso per dire no ai missili, l’opposizione all’installazione degli F16 a Crotone e degli Jupiter a Gioia del Colle. E poi la campagne per il disarmo, per l’obiezione fiscale alle spese militari, soprattutto la marcia pacifica a Sarajevo, di cui fu ispiratore e guida malgrado la malattia che lo consumava. Partito da Ancona insieme a 500 volontari il 7 dicembre 1992 si fece promotore di quella che definiva un’altra Onu, fatta dai popoli, dalla base. Celebre il discorso tenuto a Sarajevo, città sotto assedio: ”Noi siamo qui - disse - allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva (…).Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà (…). Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”. Pochi mesi dopo, il 20 aprile 1993 morì ucciso dal cancro.

Scrittore e poeta molto amato, Bello è stato anche fondatore della rivista "Mosaico di pace". Dopo il via libera della Congregazione delle cause dei santi, il 30 aprile 2010 nella Cattedrale di Molfetta si è aperta la fase diocesana della sua causa di beatificazione.






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