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Giovedì, 22 Agosto 2019

Il test è facile facile. Proviamo a immaginare il Paradiso. Semplicemente, al di là delle riflessioni teologiche. Molti com’è ovvio lo penseranno popolato da un gran numero di bambini. Specie quelli vittime di malattie e violenza. Un’idea rafforzata dalla tenerezza che alimenta i sogni degli adulti, da molta letteratura “spiritual-romantica”, dall’amore per i propri figli. Soprattutto dalla lettura dei Vangeli, dove Gesù ammonisce: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli». E ancora: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio».

La questione dell'età


Eppure per trovare i primi bambini, non martiri, riconosciuti ufficialmente santi si è dovuto aspettare il 13 maggio 2017 e i pastorelli di Fatima: Francesco e Giacinta Marto. Un’apparente “lacuna” che si spiega con la prudenza legata al concetto di maturità, di consapevolezza delle proprie azioni. Si trattava cioè di capire a quale età un bambino è in grado di capire cosa siano le virtù cristiane e quindi di scegliere di viverle, fino all’eroismo. Tema che ha animato il dibattito della Chiesa per decenni e che in qualche modo continua ancora, sebbene nel 1981, in assenza di leggi canoniche, si sia espressa la Congregazione delle cause dei santi stabilendo che a sette anni una persona è in grado di rispondere consapevolmente alla grazia di Dio.
«Il dibattito – commenta monsignor Ennio Apeciti rettore del Pontificio Seminario Lombardo, consultore della Congregazione delle cause dei santi e responsabile dell’Ufficio delle cause dei santi dell’arcidiocesi di Milano – riguardava la cosiddetta santità canonica, la necessità di verificare se tutte le virtù erano state vissute in modo eroico e per un lungo periodo. Un problema, quello della sufficiente maturità che si dibatteva anche al tempo di Pio X riguardo la Comunione ai bambini. Siccome il processo canonico antico era molto severo e chiedeva la verifica anche delle intenzioni, ci si chiedeva quanta volontà ci potesse essere nei piccoli, quanta partecipazione personale superiore alla media nel vivere le virtù. Quando si parla dei bambini infatti si tende a dire che sono spontanei, semplici, il che sembra escludere quell’esercizio della volontà ritenuto fondamentale».

Per i martiri il discorso cambia.

Anche a proposito di martirio si è andato scoprendo che nei bambini spesso c’è una coscienza che lascia esterefatti. Il martire non agisce mai solo per sua volontà. C’è sempre un intervento della grazia che rende capaci di affrontare situazioni come la persecuzione e la morte. Intendo dire che anche un bambino può agire andando oltre le capacità e l’intelligenza riconducibili all’età, con una coscienza, una maturità che sfugge alle possibilità di un piccolo normale. C’è il sostegno dell’azione di Dio.

Almeno sette anni

Nel 1981 la plenaria della Congregazione delle cause dei santi ha indicato come età minima per essere canonizzati i sette anni.
La questione si era posta per casi come quello di san Domenico Savio, morto a 15 anni da compiere, e successivamente dei pastorelli di Fatima. Si è applicato anche alle cause dei santi il criterio di san Pio X sull’accesso alla Comunione, di quando cioè si è in grado di capire che non si tratta soltanto di pane ma del corpo di Cristo, l’età nella quale uno è in grado di apprendere, di riflettere sulle cose che fa.
In qualche modo una scelta collegata all’abbassarsi dell’età necessaria per ricevere la Prima Comunione.
Esatto. Il criterio è quello della maturità sufficiente.
Ma esiste anche una santità specifica dei piccoli, diversa da quella degli adulti? Ovvero i bambini santi restano bambini?
Certo, non devono essere adulti in piccolo. Restano bambini normali che vogliono divertirsi e che giocano, mettendo però nella freschezza tipica della loro età un amore appassionato per il Signore, che si manifesta nel parlare di Lui con entusiasmo e in una preghiera, anche qui nello stile dei piccoli, spontanea, semplice, che però mostra la partecipazione del cuore, la convinzione profonda.
È diverso, magari più difficile seguire una causa che riguarda un bambino?
È richiesta più prudenza, se così si può dire, perché devi stare attento a non leggere un bambino con gli occhi di un adulto o soltanto alla luce del catechismo. Nel caso di un piccolo si tratta di capire perché è riuscito a fare cose che hanno colpito gli altri, è molto importante la fama di santità. La causa di un bambino chiede ai giudici la prudenza, l’accortezza di non trattarlo da adulto, di ricordarsi che ha vissuto il Vangelo da bambino, secondo la sua età. L’adulto tante volte va sottoposto a verifiche, il bambino è più lineare, più semplice. Non puoi pretendere da lui una grande riflessione ma spontaneità e freschezza, caratteristiche che ti provocano.

Una fede fresca


Lei ha seguito il processo di Carlo Acutis, morto quindicenne nel 2006 e dall’anno scorso venerabile.

La sua è stata una vita bella, di un ragazzo preadolescente come sono tutti. Normale, tanto che a scuola copiava e qualche volte non faceva i compiti. Però aveva la capacità di dialogare, di incontrare, di appassionarsi e una grande attenzione a tutti i poveri. Non era rinchiuso o annoiato, sapeva voler bene. Ma di lui colpisce anche la modernità, era un giovane del suo tempo, non uno spiritualoide ma un appassionato di Dio. C’è poi il mistero della sua fama: come mai questo giovane, apparentemente come tutti gli altri, ha colpito tante persone?
Aveva il coraggio di fare scelte forti.
Se guardi dentro la sua vita vedi che a scuola era un testimone senza mezzi termini, che era uno appassionato della vita, che amava lo sport e le cose belle. Un giovane che navigava su internet, moderno dunque, ma che poi dialogava con gentilezza con il suo domestico, in pratica convertendolo, capace di diventare stimolo per i suoi genitori, di trascinarli. Però il grande mistero o miracolo di Carlo, ripeto, è legato alla diffusione della sua fama nel mondo intero. Mi impressionavo quando chiamavano dal Brasile, dall’America per sapere di uno che in apparenza era stato solo un bravo ragazzo, un bravo figlio, un ragazzo d’oratorio come tanti. Qui tocchi con mano il mistero di Dio, che è come se l’avesse scelto per essere mostrato a tutti, un esempio. Carlo è veramente il santo della porta accanto, come dice papa Francesco.

Non adulti in miniatura


Siamo abituati a quelle agiografie un tantino stucchevoli, dove sono tutti perfetti, mentre i santi sono persone con le loro mancanze, le loro imperfezioni.
Proprio come tutti noi, hanno qualità e difetti. Non bisogna essere nati santi, santi si diventa, vivendo quello in cui si crede. Come hanno fatto Carlo Acutis e tanti altri giovani.
Leggendo la vita dei pastorelli di Fatima, morti lui a 10 anni e lei a 9, ti accorgi che temevano il buio e la solitudine, come tutti i bambini.
Però poi Francesco consolava Giacinta. Il santo ha in sé una forza che gli dà una marcia in più. Può essere uno che si arrabbia, si alza in classe e sgrida i compagni, quello che la professoressa richiama e gli dà la nota, però quando parli della sua fede, non la nasconde.

Cosa ci insegnano i piccoli


Diceva all’inizio che i bambini non vanno considerati adulti in miniatura. Ma la santità dei piccoli cosa insegna ai grandi?
Da loro si può imparare una fede non incerta, che non sprofonda in mille considerazioni e osservazioni, quello slancio profondo che ti porta a dire: mi fido di quello che credo. Se Dio c’è, se quello che mio papà e mia mamma mi hanno insegnato su di Lui è vero, allora mi fido. I bambini ci insegnano la fiducia, e in un’epoca del sospetto non è poco. E poi quello che non so se chiamare entusiasmo, la semplicità. Intendo la freschezza, il non essere problematici. Per un bambino può essere bello tagliare la coda alla lucertola e subito dopo lo senti parlare con tenerezza della Madonna o di Dio. E poi il bambino, il ragazzo non è incerto, per certi verso ha coraggio, non si fa spaventare dalle cose esterne, può aver paura del buio ma non si fa fermare... va, non si tira indietro.
Una qualità che tra gli adulti latita.
Oggi c’è tanto bisogno di persone che non si tirano indietro. E di fiducia. I bambini sono "normalmente" semplici, umili, non hanno presunzioni di sé, hanno molta fiducia negli altri. Perché ci credono. E questo è un grande insegnamento, mi fa venire in mente l’invito di san Paolo a gareggiare nello stimarsi a vicenda. Il bambino sempre, normalmente, stima l’altro, se l’altro è sincero. Percepisce la verità. È il segreto dei piccoli, leggono nel cuore, non nelle parole.





Giovedì, 22 Agosto 2019

Si riapre l’iter per il processo di beatificazione di padre Matteo Adami, gesuita originario di Mazara del Vallo, ucciso in odium fidei a Nagasaki (in Giappone) il 22 ottobre 1633. La Santa Sede - tramite la Congregazione delle cause dei santi - ha detto sì alla riapertura del processo, rispondendo al vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, che aveva presentato istanza di riapertura del processo di beatificazione per il gesuita mazarese ucciso in Giappone. Un processo ripreso, in effetti, perché già lo stesso anno che padre Adami venne ucciso, in Giappone era stato avviato a Macao, poi, inspiegabilmente, interrotto. A produrre tutta la documentazione è stato il Comitato creato ad hoc che in questi anni ha rispolverato la figura di Adami. Sulle sue tracce si è messo il docente universitario Giovanni Isgrò che da tempo si è appassionato al mondo dei gesuiti e alla loro presenza in Sicilia.
Così Isgrò è stato a Roma presso l’Archivio gesuitico e all’Accademia di Madrid. «Ho raccolto le testimonianze di chi vide il martirio – dice il docente – queste sono trascritte in lingua portoghese. Ma nella documentazione sono contenute anche le lettere originarie che padre Adami intratteneva coi suoi superiori». La richiesta di riapertura del processo è successiva ai contatti avuti con l’arcidiocesi di Nagasaki e con la Curia dei gesuiti a Roma, che hanno dato il loro assenso affinché la diocesi di Mazara del Vallo potesse richiedere la riapertura del processo.

Nato a Mazara del Vallo il 17 maggio del 1576, padre Adami è entrato il 21 settembre 1595 nella Compagnia di Gesù, e nel Collegio Romano studia filosofia e teologia. Ulteriori approfondimenti negli studi dovette effettuarli presso il collegio di Coimbra in Portogallo, dove iniziò lo studio della lingua portoghese e la sua preparazione all’attività missionaria alla quale il Preposto Generale padre Claudio Acquaviva lo aveva incoraggiato. Il 25 marzo 1602, già sacerdote, padre Giovanni Matteo Adami si imbarca nel porto di Lisbona per l’India, dove completa i suoi studi a Goa, per dirigersi quindi a Macao, l’avamposto cinese più vicino al Giappone. Padre Adami svolse per anni la sua opera di evangelizzazione in Giappone, fino ai regni di Oshu e Deqa, assieme ai padri Girolamo De Angelis e Diego Cavalho e al fratello laico Yama Joam. Siamo agli inizi del ’600 e sono gli anni in cui iniziano le persecuzioni dei cristiani. Per cinque anni, dal 1627, si perdono le tracce di padre Adami. Nel 1632 si fa vivo a Osaka. L’anno successo un ordine dello Shogun decreta che i gesuiti sparsi nei regni più lontani siano condotti a Nagasaki. Padre Adami fu tradito da chi lo ospitava e venne giustiziato il 22 ottobre 1633.





Mercoledì, 21 Agosto 2019

Poco dopo le 9.30 di Melbourne, l’1.30 italiana di mercoledì 21 agosto, è stata annunciata la decisione dei giudici dopo l’udienza di appello tenutasi ai primi di giugno. La decisione giunge dopo che un primo processo per “reati storici” di abuso sessuale si era concluso senza un verdetto, mentre nel processo di primo grado la giuria aveva adottato all'unanimità un verdetto di colpevolezza. Un secondo capo di imputazione era stato invece respinto dal tribunale per mancanza di prove ammissibili. La sentenza di appello che giunge ora, invece, è stata frutto di un confronto che ha diviso la giuria: a pronunciarsi per la conferma della condanna di primo grado sono stati infatti due giudici su tre, un dato che conferma come il collegio giudicante non sia stato del tutto convinto dagli argomenti portati dal pubblico ministero. I legali di Pell stanno esaminando la possibilità di ricorrere all'Alta Corte, ultima istanza di giudizio. Intanto il cardinale Pell è stato riaccompagnato in carcere.

I dubbi del giudice dissenziente

Intanto, il giudice Mark Weinberg, che si è pronunciato contro la decisione di respingere l'appello del cardinale alla condanna di primo grado ha espresso dubbi sulle prove portate dall'accusa sostenendo che ci siano "significative possibilità" che l'accusato non sia colpevole perché ci sarebbe "una serie di prove che rendono impossibile accettare" la testimonianza decisiva per la formulazione del verdetto di condanna. Come riferiscono i media australiani, nel suo parere dissenziente il giudice ha detto che la decisione sul caso dipendeva interamente dal fatto che la testimonianza della vittima (uno dei due ex adolescenti che si presumono abusati da Pell nella sacrestia della cattedrale di Melbourne, l'altro è morto nel 2014) fosse credibile al di là di ogni ragionevole dubbio. "La giuria - ha scritto Weinberg - è stata invitata ad accettare la sua prova senza che ci fosse alcun supporto indipendente a essa". Non solo: in quanto affermato dal testimone "c'erano incoerenze e discrepanze e alcune delle sue risposte semplicemente non avevano senso".

I vescovi australiani: un giudizio molto doloroso per tutti

In una nota il presidente dei vescovi australiani, l'arcivescovo Mark Coleridge, afferma che la Chiesa cattolica del Paese crede che "tutti gli australiani devono essere uguali davanti alla legge e di conseguenza accetta il verdetto". "I vescovi - aggiunge la nota - si rendono conto che questo è stato e resta un tempo particolarmente difficile per i minori sopravvissuti agli abusi sessuali e per chi li sostiene. Riconosciamo il dolore che chi è stato abusato da sacerdoti ha sperimentato durante il lungo processo" e insieme "riconosciamo che questo giudizio sarà molto doloroso per molte persone. Restiamo impegnati a fare tutto il possibile per portare consolazione a quanti hanno molto sofferto e per assicurare che gli ambienti cattolici sono i posti più sicuri per tutti, ma specialmente per i bambini e gli adulti vulnerabili".

Il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede


Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede - riferisce il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni - prende atto della decisione di respingere l’appello del cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza. E che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili.

Una vicenda controversa

Il processo di primo grado a Pell, che riapriva un dossier precedentemente archiviato e che riguardava accuse di abusi su due coristi minorenni alla fine degli anni Novanta quand’era arcivescovo di Melbourne, si era concluso nel dicembre 2018 col verdetto di condanna a sei anni di detenzione reso noto il 26 febbraio.

Dopo che il Papa aveva concesso a Pell un periodo di congedo per consentirgli di difendersi tornando in patria, nello stesso giorno in cui era stato annunciato il verdetto la Sala stampa della Santa Sede aveva diffuso una dichiarazione in cui aveva confermato «le misure cautelari già disposte nei confronti del cardinale George Pell dall’ordinario del luogo al suo rientro in Australia», cioè che «in attesa dell’accertamento definitivo dei fatti, al cardinale Pell sia proibito in via cautelativa l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

Il porporato, sul conto del quale è aperto anche un processo canonico, sta attendendo in carcere di conoscere il suo destino. Avevano destato grande impressione le immagini che ritraevano Pell condotto nell’aula del tribunale in manette, come un pericoloso criminale, mentre – lo ricordava la stessa nota vaticana – «il cardinale ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado». Dalla Sala stampa della Santa Sede si sottolineava al contempo «il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane» affermando che «ci uniamo ai vescovi australiani nel pregare per tutte le vittime di abuso, ribadendo il nostro impegno a fare tutto il possibile perché la Chiesa sia una casa sicura per tutti, specialmente per i bambini e i più vulnerabili».

Quando il cardinale era stato rinviato a giudizio, nel giugno 2017, la Santa Sede ricordato che Pell «da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le Autorità australiane (ad esempio nelle deposizioni rese alla Royal Commission), ha appoggiato la creazione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e, infine, come Vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi».

Durante le udienze del processo di appello, cui Pell ha sempre preso parte, il pubblico ministero è stato incalzato dai tre giudici della Corte e – come ha notato il quotidiano inglese "Guardian" – «ha faticato a rispondere alle loro domande». Al verdetto della Corte sia l’accusa sia la difesa potranno opporre un ultimo ricorso all’Alta Corte australiana.





Mercoledì, 21 Agosto 2019

IL SANTO DEL GIORNO: PIO X

Il paese natale di Giuseppe Sarto, Riese Pio X, celebra oggi solennemente la festa liturgica del santo. Alle 10:30 la Messa al Santuario delle Cendrole, che era molto caro a don Sarto, concelebrata dai sacerdoti originari di Riese. «In questa felice circostanza – annuncia il parroco monsignor Giorgio Piva – don Raffaele Baccega celebra il 25° di sacerdozio e don Giuseppe Furlan il 45°». Alle 20 la Messa presieduta dall’arcivescovo Gianfranco Agostino Gardin, emerito della diocesi di Treviso, sotto la cui giurisdizione cade il comune di Riese. Seguirà la processione alla casa natale di Pio X e al termine ci sarà il bacio della reliquia.

Quest’anno le riflessioni e le preghiere durante la processione saranno curate da monsignor Antonio Guidolin e - anticipa il parroco - «ci aiuteranno meglio a comprendere come Giuseppe Sarto ha svolto il suo ministero di vescovo a Mantova e di patriarca a Venezia». Sempre quest’anno ricorre, tra l’altro, il 60° anniversario dell’arrivo e della permanenza a Venezia della salma di san Pio X, con pellegrinaggi da ogni paese del Veneto e non solo. «Questo – spiega ancora monsignor Piva – è un motivo in più per noi per partecipare alle celebrazioni e vivere con fede la festa liturgica del nostro santo, che è sempre spiritualmente presente, con la sua intercessione, a favore di tutti noi suoi conterranei, perché abbiamo a conservare e testimoniare la fede cristiana nel mondo di oggi».

La vita di san Pio X (che venne eletto Pontefice il 4 agosto 1903 e guidò la Chiesa fino al 20 agosto 1914, giorno della morte) ha ancora molto da insegnarci, ha ribadito spesso l’arcivescovo Gardin, aggiungendo che il desiderio di tutti è che «questo grande pastore, con la forza della sua fede e della sua dedizione alla Chiesa, torni idealmente vivo in mezzo a noi per insegnarci ed aiutarci ad essere consapevoli del dono grande della fede, capaci di riconoscere il primato di Dio, pietre vive di una Chiesa sempre pronta a rinnovarsi per essere fedele al suo Signore e Maestro ». La casa natale di san Pio X ed il museo che ne raccoglie le testimonianze sono ancora oggi molto frequentati dai pellegrini, oltre che dagli studiosi. E questo dimostra la devozione che in tutto il Veneto rimane viva per papa Sarto.





Martedì, 20 Agosto 2019

Padre Federico Gandolfo mi accoglie in maglietta e bermuda all’ingresso degli uffici della parrocchia della Santissima Trinità, situata ai piedi di un costone roccioso nel quartiere Nyakuron della capitale sud-sudanese Giuba. La trentina appena passata, è un frate francescano minore romagnolo, da quattro anni da queste parti. Nell’ampio piazzale della parrocchia le attività fervono all’avvicinarsi del tramonto, l’ora migliore per muoversi un po’. «Tra le tante attività della parrocchia – dice – ce n’è una a cui tengo particolarmente. Sin dal mio arrivo, tra gli ultimi degli ultimi, non potevo non considerare come soggetti da privilegiare i bambini di strada di Giuba».

Vengono stimati a circa 3mila dalle autorità governative, e non sono molto diversi da quelli che purtroppo esistono in altre grandi città del Sud del mondo, dal Cairo a Karachi, da Nairobi a Rio de Janeiro. Dormono davanti ai negozi per controllarli, fanno piccoli servizi, sopravvivono. «Lo so – confessa padre Federico –, ce ne sono ovunque di questi bambini, e non è possibile risolvere il problema nel suo complesso. Per alcuni di loro riusciamo a trovare il giusto ricongiungimento familiare, ma il più delle volte si tratta di orfani della guerra o della miseria. Spesso sono vittime di una terribile pratica tradizionale da queste parti che vuole che, quando una donna si risposa, il nuovo marito non sia obbligato a prendere con sé i figli di primo letto della donna, e quindi spesso vengono semplicemente abbandonati. La nostra è quindi una goccia d’acqua nel mare. Ma questi ragazzi mi tengono sveglio la notte, è un’esperienza di fede quella che viviamo, perché nella fede ogni goccia d’acqua è considerata un tesoro, anche se la questione sociale persiste. Quando in Europa mi chiedono dove vada e cosa faccia, io rispondo: “ Vado dai poveri della strada”. Allora mi fanno: “E li togli dalla strada?”. “No”. “E perché lo fai?”. “Perché in ognuno c’è Gesù”».

È proprio una questione di fede. Aveva cominciato con una signora cattolica che aveva chiesto aiuto in un’azione a favore dei bambini di strada. Si era offerto lui, l’unico della parrocchia. Aveva alle spalle 4 anni di lavoro sulle ambulanze a Bolzano, quindi il sangue e la strada non lo spaventavano. «Un giorno uno di questi ragazzi è morto di setticemia, e poco dopo altri due sono stati uccisi dalle milizie paramilitari. Abbiamo deciso di accelerare, di fare qualcosa di più, ed è stata quindi aperta in poco tempo la “Casa santa Chiara”, un orfanotrofio per una ventina di questi bambini e ragazzi, che vengono poi inseriti nella società grazie a delle adozioni locali. Abbiamo anche scolarizzato i ragazzi, insomma, qualcosa di buono è stato fatto». Poi l’incidente. «Alcuni mesi fa un ragazzino di strada è morto. Quella mattina, mentre era in agonia, mi avevano chiamato di continuo, ma ero irraggiungibile in quel momento. Quando il mio telefonino ha ricominciato a funzionare, mi hanno detto che era appena morto e che per le due ore di agonia non aveva mai cessato di invocare Abuna Kawaja, cioè il frate bianco, cioè io».

È allora che padre Federico ha deciso di ingranare una marcia superiore. Il francescano ha così riunito una ventina di ragazzi della sua parrocchia – «i più attivi e sensibili, ragazzi che pur non avendo nessun confort (quasi sempre a casa non hanno elettricità e acqua corrente), almeno hanno una casa e una famiglia nella quale vivono» – , ha fatto stampare delle magliette con una scritta sulle spalle Peace and Good People (Pace e buona gente), parafrasando il motto francescano, e una volta alla settimana si muovono alla ricerca di questi bambini di strada. Ha pure ottenuto l’autorizzazione da parte del ministro competente. In realtà sono bambini ma anche adolescenti, perché vanno sostanzialmente dai 7 ai 17 anni. Ne vedono un centinaio a ogni uscita. «Portiamo loro del cibo – spiega –, un po’ di compagnia, soprattutto medicine e curiamo le loro ferite ».

Molti di loro in effetti si trascinano piaghe purulente, che spesso riescono a sopportare solamente sniffando colla da mattina a sera, visto che l’effetto primo di questa droga dei poveri è abbassare la soglia del dolore. «Altrimenti non so come resisterebbero, con piaghe scarnificate attraverso cui si vede l’osso», precisa padre Federico. «I ragazzi della parrocchia – continua -, abituati alla vita comunitaria di sport, feste e liturgie, non avevano mai pensato di mettersi a fare qualcosa per gli altri. Oggi per esempio comprano un pacchetto di biscotti e lo offrono ai bambini: è nulla, ma almeno si rendono conto che c’è chi sta peggio di loro. Al ritorno dalla prima girata, nel pullmino c’era un silenzio di tomba, nessuno osava parlare, tanto era stato lo shock provato dai ragazzi. Ora questi ragazzi trovano incarnato nei bimbi di strada quel Gesù che dicono di amare, sotto il volto più francescano dell’emarginato, del povero, del piccolo, del malato, dello sporco. Non tutti hanno resistito all’impatto con tali sofferenze, ma il grosso del gruppo tiene, e anzi si sente più motivato di prima. Così, quando in pullmino recitiamo la preghiera di san Francesco per prepararci agli incontri per strada, c’è una vera comunione tra di noi. Poi si lavora».





Martedì, 20 Agosto 2019

«Ci vuole un fiore», cantava Sergio Endrigo in quella poesia in musica scritta con Gianni Rodari. Parafrasando quel celebre brano che ha tirato su generazioni di bambini, per don Luca Franceschini ci vuole (o ci vorrebbe) un albero. Anzi, ne servirebbero tanti. Per che cosa? «Per contrastare il surriscaldamento del pianeta e l’effetto serra», risponde deciso il 53enne sacerdote della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, nell’alta Toscana. Una lunga barba bianca che gli contorna il viso, sguardo lieto e indagatore, don Luca assomiglia, d’impatto, a uno di quegli uomini delle favole, buoni e generosi, che hanno il privilegio di far battere il loro cuore al ritmo del creato.

E in sostanza è così davvero. Parroco della Visitazione della Beata Vergine Maria, a Massa, conosciuta da tutti come Madonna del Monte, perché costruita sul finire del XVI secolo alle pendici del Monte di Pasta, è anche direttore diocesano e regionale dell’Ufficio beni culturali ecclesiastici e membro del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto della Cei, in rappresentanza dell’Italia centrale.

Insomma, don Franceschini è spesso circondato dal bello, da quello che l’arte ha prodotto nei secoli per cogliere almeno qualche frammento della Bellezza con la maiuscola. Nello stesso tempo è anche un uomo profondamente innamorato del Creato. «Tutto parte da quando ero un ragazzino – racconta –. Avevo un cugino che collezionava coleotteri e che conosceva tutto sulla natura. Mi regalava libri che mi hanno sensibilizzato ai temi del Creato».

Per questo, giovanissimo, Luca si iscrive al Wwf, poi alla Lipu. «E – racconta ancora – negli anni delle scuole superiori andavo in cerca di alberi secolari da segnalare al Wwf perché venissero catalogati e protetti». Poi il Seminario, l’ordinazione sacerdotale, ma gli impegni pastorali non lo hanno mai distolto dal coltivare l’attenzione al creato. Tutt’altro. Si è messo anche a piantarli, gli alberi.

Come quel meraviglioso tiglio in Garfagnana, che ha attecchito nel prato dove organizza i campi dell’Acr. O come il gingko biloba, che ha deciso di regalare a Viola, nipote di una sua cugina, per la sua Prima Comunione. «Non sono uno che ama fare i regali – confessa – e soprattutto quando li faccio, mi piace che significhino qualcosa. Così, in occasione della prima Comunione di Viola, ho pensato che il regalo migliore che potevo fare a lei e alla sua generazione era un albero».

L’ha scelto con cura, don Luca. Il gingko biloba non è, infatti, un albero qualsiasi. È un fossile vivente, dal momento che ha origini nella preistoria. «Esisteva già ai tempi dei dinosauri – conferma don Franceschini – ed è anche un albero medicinale. Il segno mi è sembrato bello». Assieme all’albero una bella lettera, nella quale don Luca spiega alla nipotina il valore di quel dono: «Sono convinto, infatti che saranno gli alberi a salvare il mondo dall’inquinamento e dal riscaldamento, che ne è conseguenza. La Comunione è la vita e la salvezza per noi, dobbiamo però pensare anche al nostro mondo, al futuro dei bambini. Pur convinto che Gesù è l’unico Salvatore del mondo, mi sento anche di dire che “gli alberi salveranno il mondo”. Proprio loro che sono un prezioso dono di Dio. Allora grazie a Gesù che ci salva e grazie a Dio per la sua creazione».

Per don Franceschini l’impegno della Chiesa sul versante della tutela dell’ambiente è significativo, ma ci sono ancora margini. «Ancora tra noi cattolici non c’è una mentalità sufficientemente attenta al Creato. Non c’è bisogno di diventare ecologisti, perché è Gesù che salva il mondo. Tuttavia c’è anche la nostra responsabilità in gioco. Il Creato è dono di Dio e non altra cosa dall’amore per il Signore. La teologia della centralità dell’uomo, che è naturalmente buona, rischia di tradursi per noi in padronanza sul Creato. Mentre siamo custodi e come tali dovremmo esercitare più responsabilità».

Piantare alberi, allora, può diventare un piccolo segno concreto di questa custodia, che ha bisogno di scelte coerenti e lungimiranti. «Ultimamente – conclude don Luca – viaggio molto e mi accorgo che lungo le strade gli alberi stanno scomparendo, perché vengono tagliati… Io credo invece che vadano piantati».






Lunedì, 19 Agosto 2019

“Non fatevi rubare i sogni, sono il futuro”: il monito di papa Francesco, lanciato nell’agosto scorso, è un «bellissimo titolo», ammette il cardinal Gualtiero Bassetti, che però al Meeting di Rimini ne aggiunge un pezzo. Perché non si sogna da soli: «Statevi accanto, sostenetevi, fatevi compagni di viaggio. Come mi insegnò il cardinal Benelli - ha detto - non c’è bisogno di maestri ma di testimoni che credono in quello che dicono e che, soprattutto, sono disposti a prenderti per mano». Con queste parole, l’arcivescovo di Perugia aggiunge un tassello anche alla pedagogia dell’incontro cui il Meeting di Comunione e liberazione lavora da quarant’anni e lo fa linkando il magistero di Bergoglio all’emergenza culturale (e pastorale) del momento, quella della relazione.

Oggi Bassetti è tornato al Meeting, per la prima volta, da presidente della Cei - era già intervenuto nel 2014 ma vi partecipa, come ha ricordato, fin dal 1970 - e ha preso per mano i giovani con la confidenza della Sentinella di Isaia e con schiettezza tutta toscana. I sogni e il futuro di cui parla la Chiesa, ha infatti chiarito, non sono né l’anelito alla spensieratezza, né alla carriera: «Ben più alta è la meta a cui i nostri giovani sono chiamati - è il messaggio l’aicivescovo di Perugia -. Una meta di cui si possono trovare le coordinate nell’Esortazione post-sinodale Christus vivit».

Con lo slancio di Luca - «Ragazzo, dico a te, alzati!» (Lc 7,14) - ha spiegato che da troppo tempo nella vita dei giovani italiani, deprivata della sua naturale dimensione spirituale (che «non cancella né la capacità di sognare e né la volontà di aiutare l’altro», come ha commentato, ricordando i sogni del patriarca Giuseppe e l’esempio di Paola Bonzi, la fondatrice del Centro di aiuto alla vita dell'ospedale Mangiagalli, a Milano, scomparsa pochi giorni fa) ), mancano speranza, fede e concretezza. «Oggi, molti giovani - ha detto -, condizionati da una società edonista che troppo spesso banalizza le amicizie e i rapporti umani, conducono una vita individualistica che non permette di apprezzare, fino in fondo, il senso del “vivere insieme”». Invece, «occorre restituire il significato profondo del concetto di relazione. Perché è solo attraverso la relazione con gli altri che un giovane può diventare parte di un corpo vivo: di una famiglia, di una comunità cittadina, di una scuola, di un’associazione e di una comunità ecclesiale».

Partendo proprio dal concetto di relazione - con il corpo, con gli altri e con il trascendente - l’Arcivescovo ha scavato nel rapporto tra giovani e Chiesa. Partendo dalla necessità di «riattribuire alla relazione con il corpo un significato autentico, combattendo ogni banalizzazione e ogni deriva ideologica» e sottolineando la «dimensione spersonalizzante» o quella «di amicizia superficiale e di solitudine delle giovani generazioni che quotidianamente vivono gran parte delle loro relazioni sul web», è giunto a descrivere così il rapporto tra i giovani e Dio: «complesso e non certo univoco; a tratti intenso, a volte intimo, spesso incostante e di breve durata».

Si crea spesso un “rapporto a tempo” con la Chiesa, che si spezza per «un rapporto con il corpo e con gli altri banalizzato, oppure perché scandalizzati dai peccati della Chiesa». Questo rapporto risente anche la «grande e irrisolta» questione educativa: «un’educazione alla fede, al valore della vita e al saper abitare la comunità. Mai come oggi, dunque, siamo chiamati ad essere Chiesa in uscita verso i giovani e penso che siano straordinariamente attuali le parole di Paolo VI quando disse che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”». Di Montini ha ricordato anche la risposta a La Pira nella quale il Papa auspicava che un giorno si potesse ricordare «una Chiesa che soffriva ma che con tutte le sue forze amava l’uomo».

Per costruire una simile Chiesa servono «credibilità della testimonianza cristiana e responsabilità nei rapporti umani», ha affermato il cardinale, riversando la “profezia” di Paolo VI su questa generazione di giovani, che è «problematica ma non si ripiega su se stessa e cerca di amare l’uomo». Una generazione, ha aggiunto, che ha tanti talenti ma poca speranza, e che è ostaggio di una società «vecchia e immobile», di «consorterie e oligarchie». Uno stallo di cui il pastore non si dà pace: «È triste quel Paese che non sa dare speranza ai propri figli!».

Sui migranti sulla Open Arms

Bassetti è stato poi sollecitato dai giornalisti riguardo ai temi politici e di attualità. Sulla Open Arms e i migranti tenuti a bordo, "la posizione della Chiesa è molto semplice: noi facciamo il mestiere del Samaritano. Dove sono andati quelli che sono sbarcati l'ultima volta? Li abbiamo presi noi. È molto semplice. Noi non siamo politici non siamo operatori sociali, noi ci consideriamo nella figura e nella missione del Samaritano".

Sulla situazione politica e la crisi di governo

E sulla situazione generale del Paese: "La primavera italiana? Siamo ancora un po' nella notte. Siamo al cambio della sentinella di Isaia. Notte, freddo, cambia la sentinella. Quella che arriva domanda alla sentinella, quanto manca all'alba? E la sentinella risponde, l'alba viene, la primavera viene".






Domenica, 18 Agosto 2019

Essere dei buoni cristiani e onesti cittadini è stato uno dei richiami più forti di san Giovanni Bosco ponendo un occhio di riguardo all’importanza di educare i giovani e a cercare di garantire, anche ai più disagiati, un futuro che coniughi dignità, riscatto e speranza. A questo mandato del fondatore della Società di San Francesco di Sales restano fedeli anche oggi in Terra Santa i suoi figli, i salesiani, un drappello di valorosi religiosi dai 30 ai 90 anni di età, molti dei quali di origine italiana. Una presenza che risale al 1891 e che è confermata da opere simbolo, collocate spesso ai margini del “muro della discordia” che divide israeliani e palestinesi. Fra le più conosciute la cantina di Cremisan, da cui ogni anno escono 180mila bottiglie, tra cui pregiati brandy e creme di limoncello, vendute, nonostante gli alti costi di spedizione, in tutto il mondo e che, sorta nel 1885, ancora oggi consente la produzione del “vino” da Messa per cattolici e ortodossi; e poi il forno di Betlemme, il più antico della città, rimasto aperto anche durante i periodi di coprifuoco durante l’intifada, che da anni riesce a distribuire gratuitamente il pane a cento famiglie bisognose e a sfornarne 15 di tipo diverso per i palati più variegati.


Si tratta di realtà e “patrimoni di carità” che hanno permesso negli anni alla Famiglia religiosa di autosostenersi e così assicurare, di riflesso, la sopravvivenza di importanti avamposti educativi in questa terra. Basti pensare agli oratori, alle parrocchie e alle scuole professionali o al prestigioso istituto universitario di Ratisbonne a Gerusalemme dove molti salesiani in formazione soggiornano per lunghi periodi «per approfondire le radici teologiche e bibliche del rapporto tra giudaismo e cristianesimo », ci rivela il 31enne egiziano Edward Gobran. Ad essi si aggiunge il liceo di indirizzo tecnologico di Nazareth, ritenuto dallo stesso governo israeliano per il suo livello di istruzione un istituto di eccellenza. «Il nostro obiettivo – racconta Adele Amato a capo del Planning and development office dell’ispettoria salesiana del Medio Oriente – è quello di vigilare sulla trasparenza dei donatori, riservando la massima attenzione alla gestione delle risorse e alla sostenibilità. Il nostro sogno? Liberare il più possibile i nostri padri da ruoli amministrativi per restituirli alla loro vocazione delle origini: educare i giovani». Una prospettiva che trova d’accordo l’attuale superiore dell’ispettoria salesiana del Medio Oriente, che comprende oltre a Israele, Palestina, il Libano, l’Egitto, la Siria e solo fino a pochi anni fa l’Iran e composta da una settantina di religiosi. Spiega il venezuelano don Alejandro José Leòn Mendoza: «Il fine ultimo è proprio questo: coinvolgere sempre più le forze laiche attraverso un progetto di accom- pagnamento e formazione».

Tra i progetti infatti messi in cantiere dai missionari salesiani, nel corso di questi anni in accordo con il patriarcato latino di Gerusalemme, vi è la trattativa, «incominciata più di vent’anni fa», tiene a precisare don Alejandro, per la cessione in leasing di una parte dei terreni di Beitjemal, la casa fondata dal salesiano don Antonio Belloni che si estende su 103 ettari lungo le colline della Giudea, a 30 chilometri da Gerusalemme. Gli appezzamenti sono destinati dal piano regolatore della vicina città di Beit Shemesh ad aree edificabili per l’espansione del centro urbano. Una vicenda quest’ultima salita agli onori delle cronache in Italia per la ricostruzione dei fatti distorta e affrettata fornita da un articolo del marzo scorso su “L’Espresso” che trasformava questi eroici figli di Don Bosco in “palazzinari di Terra Santa”. «La realtà dei fatti è molto diversa – sottolinea don Alejandro José Leòn Mendoza – . La cessione in leasing consentirebbe alla nostra Congregazione di poter contare su introiti che permetterebbero di realizzare una serie di attività a beneficio dell’intero territorio e delle minoranze cristiane, a partire dal sostegno alle opere del patriarcato di Gerusalemme, destinatario della metà dei ricavi». E aggiunge un particolare: «Potremmo così rilanciare strutture come Cremisan su cui si potrebbe avviare una ristrutturazione capace di trasformare il complesso in una casa di formazione permanente per lo studio della Bibbia e della spiritualità salesiana». E a colpire della vasta casa di Bejtgmal, che in passato è stata un’ex scuola agricola, è il silenzio che la circonda con i suoi uliveti secolari. Ma anche la storia che vi si respira: la tradizione vuole che qui riposi, in un sepolcro, il corpo del martire Stefano. Sempre tra queste mura ha prestato il suo ministero il coadiutore salesiano Simon Srugi, oggi venerabile e ricordato tuttora per la sua assistenza medica ai poveri.


«Il nostro essere in questo angolo di Israele in pieno contesto ebraico – racconta il direttore della struttura, il salesiano Gianmaria Gianazza, classe 1943 con una specializzazione in lingua e letteratura araba sui manoscritti cristiani all’Università dei gesuiti di San Giuseppe a Beirut e allievo proprio in queste discipline del gesuita Peter Hans Kolvenbach– consente di far sperimentare ai pellegrini in visita un’autentica catechesi essenziale sul cristianesimo grazie alla bellezza del paesaggio». Un “vendita” dei terreni che potrà dare un po’ di ossigeno e fiato per «rimettere in sesto le nostre opere che necessitano di interventi urgenti come l’oratorio, il centro giovanile, il nostro museo dei presepi ma anche le aule scolastiche», osserva il salesiano originario di Aleppo, don Bashir Souccar, direttore della scuola tecnica di Betlemme frequentata da 180 ragazzi al mattino e altrettanti nel pomeriggio.

Fra i luoghi e presidi formativi c’è quello di Nazareth con le sue scuole, frequentate da circa 400 studenti (in maggioranza musulmani), tra primaria e secondaria con l’indirizzo tecnologico (considerato un trampolino di lancio a chi si diploma per accedere alle più prestigiose università di Israele, in particolare alle facoltà di ingegneria) assieme all’oratorio. «In ogni contatto diretto con i giovani – osserva il direttore di quest’opera il veneto don Lorenzo Saggiotto – cerchiamo di investire molto sui valori umani sulle orme di quanto ci ha trasmesso il nostro fondatore Don Bosco». Un impegno educativo nel solco della recente Dichiarazione sulla fratellanza umana e sulla convivenza comune di Abu Dhabi firmata nel febbraio scorso da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib. È il clima di accoglienza che si respira proprio tra le ampie navate della Basilica dedicata a Gesù Adolescente a Nazareth. Un luogo “molto salesiano” anche nella sua simbologia: non distante dall’ambone e dall’altare campeggia una bella icona di stile bizantino che ritrae Gesù con al suo fianco quasi a “guidarlo” il giovane salesiano san Domenico Savio. «Un luogo di culto – annota don Saggiotto – che rappresenta un punto di riferimento per la vita comune non solo dei cattolici che sono una minoranza ma anche per i cristiani delle varie confessioni. Tutti qui si sentono figli della “stessa” parrocchia». Un segno quasi profetico che ha soprattutto il sapore della testimonianza. Simile alla frase ispirata da Don Bosco che questo piccolo e variegato “esercito” di preti porta incisa sul retro di una semplice croce metallica che indossano quotidianamente: «Studia di farti amare». «È proprio così – è la riflessione dell’economo ispettoriale e direttore della cantina, il veneziano don Pietro Bianchi –. Vogliamo stare in mezzo ai ragazzi e alla gente del luogo avendo a cuore il loro sviluppo e il loro futuro nella terra di Gesù».





Domenica, 18 Agosto 2019

Nel borgo di Civitella in Val di Chiana, a una ventina di chilometri da Arezzo, la piazza centrale è intitolata a don Alcide Lazzeri. Anche nel portone di bronzo della chiesa c’è il suo ritratto accanto a Gesù Buon Pastore. Don Lazzeri è stato il parroco ucciso dalla ferocia nazista il 29 giugno 1944. La prima delle 244 vittime della divisione “Hermann Göring” in ritirata che in questo angolo di Toscana, fra Civitella, Cornia e San Pancrazio di Bucine, ha compiuto una delle più atroci stragi della seconda guerra mondiale in Italia. Il sacerdote «offrì la propria vita in cambio della salvezza del suo popolo e non fu ascoltato», spiega il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, l’arcivescovo Riccardo Fontana. Perché, quando i soldati del Reich fecero irruzione nella chiesa piena di fedeli, dopo la prima Messa per la solennità dei santi Pietro e Paolo, e uno dei militari si mise a gridare «Tutti fuori », don Lazzeri si presentò e disse: «Uccidete me e lasciate libero il mio popolo».

Una morte «in odio alla fede», si legge nell’editto firmato da Fontana per l’apertura della fase diocesana del processo di beatificazione a settantacinque anni esatti dall’assassinio del prete. La Conferenza episcopale toscana ha dato il via libera. «Ancora oggi – aggiunge l’arcivescovo – è viva la sua fama di martirio. Con questa scelta la nostra Chiesa vuole consegnare alle generazioni future il messaggio che la fede sa resistere al male». La causa è iniziata nel giorno dell’eccidio, con l’insediamento del tribunale nella chiesa di Civitella. Era presente anche l’ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling. «Un gesto di fraternità con il popolo di Germania per costruire in- sieme un’Europa senza il dramma delle ideologie totalitarie e liberticide», commenta Fontana.

Nato a Chitignano nel 1887, Alcide Lazzeri entrò giovanissimo nell’Ordine dei Frati minori francescani alla Verna dove, compiuti i 23 anni e vestito il saio, venne ordinato sacerdote. Fu cappellano accanto alle giovani truppe durante la Grande guerra. Un’esperienza che lo accompagnò per tutta la vita. Lasciato l’Ordine, fu nominato parroco, fino a giungere a Civitella. «Avendo conosciuto tra il 1915 e il 1918 i danni irreparabili di un conflitto, è stato sempre difensore della pace», ricorda Fontana. Il massacro di Civitella fu preceduto dal raid partigiano in cui persero la vita tre soldati tedeschi. «Don Alcide – continua l’arcivescovo – si preoccupò di mostrare l’estraneità della comunità a quanto accaduto e organizzò per essi una sepoltura cristiana ». Il 29 giugno la rappresaglia. Il paese venne messo a ferro e fuoco. «La chiesa – sottolinea Fontana – fu profanata. Il parroco continuò a professare l’innocenza della sua gente, implorando di prendere lui al loro posto. E fu il primo a essere trucidato, come monito per gli altri».


Al gesto eroico di don Lazzeri deve la sua vocazione presbiterale il vescovo emerito di Fiesole, Luciano Giovannetti, oggi 85 anni e quel 29 giugno chierichetto accanto al sacerdote, che sarà fra i testimoni nella causa. «E che quella di Civitella sia stata una strage contro il Vangelo – conclude Fontana – lo testimonia anche ciò che una donna aveva consegnato al mio predecessore Emanuele Mignone: le ostie calpestate dai soldati nazisti in segno di spregio e i brandelli dell’abito sacerdotale di don Alcide il cui corpo fu bruciato».





Domenica, 18 Agosto 2019

«Molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo». Le parole del profeta Isaia nel canto poetico del «servo sofferente » potrebbero essere un epitaffio per la beata Margherita da Città di Castello o beata Margherita della Metola, dal nome della località con un fortilizio a Mercatello sul Metauro (Pesaro-Urbino) dove nacque nel 1287. Margherita venne al mondo infatti storpia, con una gamba più lunga dell’altra, cieca e con altri gravi deformità. Il padre Parisio era il capitano del fortilizio, la madre Emilia una donna di profonda fede. E infatti alla piccola, che accanto agli handicap fisici presentava un intelletto molto vivace e una notevole memoria, fu assicurata presto un’educazione cristiana che lei assorbì come il suo principale nutrimento. Un’anima prediletta, nella sofferenza


Fu battezzata nello stesso fonte dove ricevette il Battesimo, nel 1660, un’altra santa e mistica di origine marchigiana, Veronica Giuliani. La sua vita, per come è stata tramandata, poggia su una legenda che ci è giunta in due redazioni latine elaborate nella seconda metà del XIV secolo. Stando ad esse Margherita sarebbe stata sostanzialmente reclusa dai genitori, a più riprese e in diverse località, per l’imbarazzo che suscitava il suo aspetto e infine, tra i 16 e i 19 anni, sarebbe stata abbandonata presso la chiesa di San Francesco a Città di Castello in Umbria. Secondo una recente rivisitazione delle fonti fatta da monsignor Sergio Campana e Ubaldo Valentini, i genitori di Margherita avrebbero in realtà cercato di proteggerla, lei così vulnerabile, da un clima di violenza e di scorribande armate fra i Comuni di allora. Fino a ottenere per lei l’ammissione, tutt’altro che scontata allora, in un monastero.


Quello su cui tutti sembrano concordare è invece che da questa comunità di religiose Margherita fu allontanata, perché richiamava le suore, esplicitamente o con il suo comportamento, al rispetto della regola. E che poi, accolta in casa da due benefattori ed entrata fra le Mantellate – le terziarie domenicane – fu riconosciuta dalla città come una santa, una presenza di luce soprannaturale anche per le guarigioni che operò e la vicinanza cristiana che manifestò ai sofferenti. La sua fama si diffuse rapidamente. Un’autorità del tempo, fra Ubertino da Casale, tra i principali esponenti dell’ala rigorista del francescanesimo, mentre si trovava alla Verna intento a comporre la sua opera Arbor vitae, scrisse nell’introduzione di una misteriosa vergine consacrata e non vedente di Città di Castello, delle sue virtù, del suo dono della predizione e dei prodigi da lei compiuti. Morì a 33 anni, Margherita.


Nel 1609 papa Paolo VI la proclamò beata dopo un rigoroso processo presieduto dal cardinale Roberto Bellarmino. E il culto della sua figura non si è mai interrotto, grazie anche all’opera dei domenicani. Negli ultimi vent’anni c’è stato un revival di interesse, con pubblicazioni e biografie uscite negli Stati Uniti e in Francia. La diocesi di Città di Castello, in previsione del settimo centenario della morte della beata, l’anno prossimo, ha rimesso in moto la sua causa di canonizzazione formando un comitato apposito. «La beata Margherita, gravemente disabile, può essere di aiuto a molti oggi – dice il vescovo Domenico Cancian – il suo è un messaggio potente contro la cultura dello scarto. Da noi la devozione nei suoi confronti è ancora forte, ha lasciato un segno profondo. Diverse opere si sono ispirate a lei nella nostra città, come le suore che accoglievano i non vedenti».





Sabato, 17 Agosto 2019

Ieri ha compiuto 80 anni il porporato irlandese Sean Baptist Brady, arcivescovo di Armagh dal 1996 al 2014, creato cardinale da Benedetto XVI nel novembre 2007. Ordinato sacerdote a Roma nel 1964 Brady si è laureato in diritto canonico presso la Pontificia Università Lateranense nel 1967. Il suo primo incarico è stato quello di docente presso il St. Patrick’s college di Cavan, dal 1967 al 1980, quando è stato nominato vice rettore del Pontificio Collegio Irlandese a Roma. Nel 1987 è diventato rettore del medesimo Collegio, incarico che ha mantenuto fino al 1993, quando è ritornato in Irlanda per diventare parroco. Nel dicembre 1994 è stato nominato arcivescovo coadiutore di Armagh e ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 19 febbraio 1995. Quando il cardinale Daly, il 1° ottobre 1996, ha presentato la rinuncia al governo pastorale, gli è succeduto come arcivescovo di Armagh e Primate di tutta l’Irlanda. Dall’ottobre 1996 al settembre 2014 è stato anche presidente della Conferenza episcopale irlandese.


Con gli 80 anni di Brady il numero dei cardinali elettori scende a 118 su 216 (di cui 72 creati da ciascuno degli ultimi tre Pontefici). Dei “votanti” 57 sono quelli creati da Francesco, 43 da Benedetto XVI e 18 da Giovanni Paolo II. Tra i votanti ci sono ora 50 europei (di cui 22 italiani), 21 latinoamericani, 12 nordamericani, 16 africani, 15 asiatici e 4 dell’Oceania. I curiali e quelli residenti a Roma sono 27 (tra cui 11 italiani), mentre i “religiosi” sono 23 (di cui 4 della congregazione salesiana, la più rappresentata; seguono con 2 ciascuna i gesuiti, i domenicani e gli spiritani). Dopo l’Italia le nazioni con più porporati sono gli Stati Uniti (9), Spagna (5) e poi Brasile, Francia, India e Polonia (4 ciascuno). Canada, Germania e Messico ne hanno 3, mentre ne contano 2 Argentina, Perù, Portogallo e Venezuela. L’Irlanda non ha più cardinali elettori.


Da qui a fine anno ci saranno altri quattro cardinali che supereranno gli 80 anni: l’africano Laurent Monsengwo Pasinya il 7 ottobre; il polacco Zenon Grocholewski l’11 ottobre; l’italiano Edoardo Menichelli il 14 ottobre; e l’indiano Telesphore Placidus Toppo il 15 ottobre. E saranno in quattro a farlo nel corso del prossimo anno: il libanese Bechara Boutros Rai il 25 febbraio; gli italiani Agostino Vallini il 17 aprile e Lorenzo Baldisseri il 29 settembre; lo statunitense Donald William Wuerl il 12 novembre.
Tenendo conto del limite di 120 cardinali votanti stabilito da Paolo VI e confermato (ma più volte superato) dai successori, a fine anno quindi ci saranno (almeno) sei “posti liberi” per un eventuale Concistoro (ma la data classica della solennità di Cristo Re, il 24 novembre, cade durante il viaggio in Thailandia e Giappone, tuttavia non ancora confermato ufficialmente), “posti liberi” che saliranno ad (almeno) dieci nel 2020.





Venerdì, 16 Agosto 2019

"Oggi prende forma una Fondazione che non solo si occupa dei vari problemi, della prevenzione e dell'abuso, ma anche della ricerca di politiche per salvare sempre più minori da tutto ciò che è manipolazione e in qualche modo distrugge il loro cuore". È quanto afferma il Papa in un videomessaggio inviato all'Università Cattolica del Cile e alla 'Fundacion para la Confianza' che hanno siglato un'alleanza per la creazione del Centro 'Cuida'. "Con tutte le scienze ausiliarie che utilizzerete - aggiunge il
pontefice, secondo quanto riferisce Vatican News - prendetevi cura dei bambini".

La Fundacion para la Confianza è stata fondata nel 2010 da vittime di abusi compiuti dall'ex sacerdote Fernando Karadima. Tra queste, James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, che nel 2018 hanno incontrato Papa Francesco. La sua missione è lottare contro gli abusi su minori. Il centro Cuida è uno spazio accademico e di ricerca per rispondere alla necessità della prevenzione degli abusi.

Durante la cerimonia di inaugurazione del Centro Cuida, il rettore dell’Università cattolica, Ignacio Sánchez, ha indicato una priorità: contribuire ad una politica pubblica che permetta di costruire una società più rispettosa e protettiva nei confronti dei bambini e degli adolescenti.






Mercoledì, 14 Agosto 2019

Cosa esprime il cordoglio corale suscitato dalla morte di Nadia Toffa? Oltre alla sua giovane età, vi ha contribuito certo la sua notorietà di giornalista «vivace, impegnata e coraggiosa»; ma ciò che ha colpito tutti sono state la dignità, la forza e la speranza con cui ha affrontato la malattia, fino a fargliela definire «un dono, un’occasione, un’opportunità»; ha colpito il suo sorriso – autentico fiore d’inverno –, la sua passione per la vita – così fragile e così straordinaria –, l’affetto dei famigliari, degli amici e dei colleghi. Questa donna ha convinto perché ha saputo dar voce all’anelito profondo e irriducibile, che abita il cuore: è desiderio di incontro e pienezza, urgenza di verità e giustizia, che disegna il volto, il nome e l’impegno di ciascuno nella realtà, per dirla con il tema del Meeting che si apre domenica a Rimini.

Per il Paese ritrovare questo orizzonte è forse la necessità più impellente. Lo scrivo mentre, come tutti, seguo gli esiti del dibattito politico in corso. La crisi che stiamo ancora una volta attraversando, prima che di partiti, è crisi di sistema e di visione. Mette in luce la prevaricazione di alcuni, ma anche la debolezza di molti altri, che affrontano la responsabilità politica quasi fosse un gioco.

Il Parlamento è cosa seria, vitale. È la Chiesa delle democrazie. Nei settant’anni di storia repubblicana gli eletti che l’hanno composto sono stati specchio del Paese: in molti casi, persone da cui prendere esempio per la passione civile con cui hanno servito le Istituzioni. Anche oggi fra i parlamentari vi sono tante persone libere e rigorose, che hanno il dovere di prendere la parola per richiamare tutti a responsabilità. Credo che, più che il loro numero, conti la possibilità che fra loro ci siano non solo i fedelissimi dei capi di turno, ma tante persone oneste, competenti, attente a parlare a tutti. La politica, prima che di numeri, è fatta di persone.

Ancora una volta tocca al Parlamento trovare una soluzione per aiutarci a rimanere un grande Paese, democratico ed europeo. Governare è una necessità; governare bene è un dovere. Il Parlamento non diventi, perciò, la trincea di una lunga guerra di posizione. Come nei legami familiari, tutte le forze politiche tornino a guardarsi negli occhi con la disponibilità a individuare le strade per convivere senza inganno o inutili astuzie.

È con questi pensieri nel cuore che auguro a tutti i lettori di “Avvenire” una buona festa dell’Assunta. Fin dalla sua definizione, nel 1950, il dogma non contiene soltanto l’affermazione che ciò che la Chiesa ritiene per Maria è anticipo e promessa di quella che sarà la salvezza integrale di ogni persona. Come disse allora Pio XII in Piazza San Pietro – presenti Alcide De Gasperi e Robert Schuman – l’Assunta ha a che vedere con il bene comune: «Voi, poveri, malati, profughi, prigionieri, perseguitati, braccia senza lavoro e membra senza tetto, sofferenti di ogni genere e di ogni Paese; voi, a cui il soggiorno terreno sembra dar solo lacrime e privazioni, per quanti sforzi si facciano e si debbano fare alfine di venirvi in aiuto, innalzate lo sguardo verso Colei che, prima di voi, percorse le vie della povertà, del disprezzo, dell’esilio, del dolore...». Sì, in Maria assunta in Cielo ci possiamo riconoscere tutti, a partire dai poveri di ogni tempo, quelli del difficile periodo successivo al secondo conflitto mondiale e quelli di ogni generazione, compresa la nostra.
Sotto la sua materna intercessione poniamo con fiducia le sorti del nostro amato Paese.

Gualtiero Bassetti, cardinale, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei





Mercoledì, 14 Agosto 2019

La musica ha lodato, esaltato e celebrato nei secoli la «divina fanciulla, cattedrale del silenzio», si direbbe prendendo a prestito i versi di padre David Maria Turoldo. È la Madre di Dio contemplata anche attraverso il linguaggio universale delle note. Che ha raccontato persino la sua assunzione al cielo. Le parole dell’antifona dei Vespri della solennità di oggi, Assumpta est Maria in coelum, gaudent angeli, hanno ispirato composizioni per lo più da riscoprire. A cominciare da quelle di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525-1594). Il “princeps musicae” scrive il mottetto che accoglie l’antifona mariana e che rappresenta un «vertice assoluto per fervore e capacità di commozione», spiega monsignor Vincenzo De Gregorio, preside del Pontificio Istituto di musica sacra. Un mottetto da cui poi prenderà spunto per ricavare alla fine del Cinquecento la Missa Assumpta est Maria, una delle ventidue Messe a sei voci scritte dal maestro. Con le sue sonorità brillanti, è una perla che ha fatto breccia anche nelle chiese della Riforma.

Risale a un secolo dopo la morte di Palestrina un altro capolavoro in onore della Vergine “d’agosto”. È la Missa Assumpta est Maria del francese Marc-Antoine Charpentier (1634-1704), interessante compositore mariano conosciuto ai più per il preludio del Te Deum che è la “sigla dell’Eurovisione”. La sua Messa è pervasa di una dolcezza densa, malinconica eppure ricca di calore. È una partitura di paradossi, come summa paradossale è la Vergine che ha suscitato musica “alta” e musica popolare: dal Gregoriano ai nostri giorni. «Intorno alla Madonna – afferma De Gregorio – è stata ricamata una straordinaria storia artistica che ha incluso anche la musica. Se vogliamo indicare un riferimento dobbiamo risalire al 431 quando nel Concilio di Efeso viene sancito il dogma della maternità divina di Maria che così può essere chiamata Madre di Dio». Si dovrà attendere invece il 1950 per arrivare al dogma dell’Assunta proclamato da Pio XII. «Tuttavia – fa sapere lo studioso – già dal Cinquecento l’assunzione della Vergine irrompe nell’iconografia e quindi nella musica».

Testo mariano per eccellenza è l’Ave Maria, «compendio della nostra fede che porta a Cristo e che insiste sul mistero dell’Incarnazione, del Dio fatto uomo», chiarisce il preside. Da Palestrina all’austriaco Anton Bruckner (1824-1896), la nota preghiera è entrata negli spartiti. Con casi anche curiosi. «Pensiamo alle celebri melodie di Franz Schubert (1797-1828) e di Charles Gounod (1818-1893). Entrambe non sono nate come musica sacra. Sono composizioni a se stanti su cui sono state applicate le parole dell’Ave Maria. Ciò dimostra come l’intuito popolare trascenda parruccamenti o accademismi. Va aggiunto che l’Ave Maria, non essendo un testo prettamente liturgico, è stata tradotta presto nella lingua corrente. E ciò l’ha resa particolarmente attrattiva».


Fra le versioni dell'Ave Maria da tornare ad ascoltare (e magari a cantare) ci sono quelle di Saverio Mercadante (1795-1870) o di Lorenzo Perosi (1872-1956). «Particolarmente amata nel Mezzogiorno è l’Ave Maria del napoletano Raffaele Cimmaruta, anche in questo caso frutto dell’innesto del testo religioso su una melodia preesistente».

Lo stesso è accaduto con l’altrettanto rinomata Ave Maria di Pietro Mascagni (1863-1945), la cui partitura è quella dell’intermezzo di Cavalleria rusticana. E l’invocazione che inizia con il saluto dell’Angelo ha varcato anche i confini dell’opera lirica. Giacomo Puccini (1858-1924) l’ha inserita in Suor Angelica; Giuseppe Verdi (1813-1901) in Otello.

«E del genio di Busseto possiamo ricordare anche la preghiera corale della Vergine degli Angeli nella Forza del destino – sottolinea De Gregorio –. Questo testimonia la forza attrattiva della Madonna: anche i grandi autori, magari scettici o non segnati da una particolare sensibilità religiosa, sono rimasti colpiti da Maria, icona suprema della donna che racchiude in sé le dimensioni della femminilità e della maternità».

Altra sorgente di musica sulla Vergine è rappresentata dalle antifone mariane. Definizione non precisa che racchiude il Salve Regina, il Regina Caeli, l’Alma Redemptoris Mater o l’Ave Regina Caelorum. «Esse si collocano all’interno della Liturgia delle Ore, a conclusione dei Vespri o della Compieta. E sono state messe in musica da grandi autori». Hanno firmato il Salve Regina ad esempio Alessandro Scarlatti (1660-1725), Antonio Vivaldi (1678-1741), Georg Friedrich Haendel (1685-1759) o Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736).

A Palestrina si deve una struggente Alma Redemptoris Mater, mentre il Regina Coeli annovera numerose varianti polifoniche. È di Johann Michael Haydn (1737-1806) una toccante Ave Regina Coelorum; ed è stata scritta da Carlo Gesualdo (1566-1613) una versione per l’Assunzione.

Cantico mariano che segna la Liturgia delle Ore – proprio dei Vespri – è il Magnificat. Eccolo sulle note di Palestrina o di Claudio Monteverdi (1567-1643), di Francesco Durante (1684-1755) o di Vivaldi. Ma anche del protestante Johann Sebastian Bach (1685-1750). «Con la Riforma luterana – chiarisce l’esperto –, anche se viene meno l’intensità del rito eucaristico, non si intacca l’assetto della preghiera quotidiana. I Vespri restano. E il Magnificat, essendo testo biblico, riscuote grande attenzione».

Così una sua traduzione tedesca del Magnificat (Mein Herz erhebet Gott den Herrn) è messa in musica dal riformato Felix Mendelssohn (1809-1847).

C’è poi lo Stabat Mater che la tradizione vuole sia attribuito a Jacopone da Todi. «Al centro si colloca la tragicità della morte di un figlio che si rispecchia nella sofferenza di Cristo vista con gli occhi del credente che guarda a Maria», riferisce lo studioso. Sono oltre quattrocento i musicisti che si sono accostati a questa sequenza. «Lo Stabat Mater di Gioachino Rossini (1792-1868) è un capolavoro, non assolutamente secondo al giustamente insigne Stabat Mater di Pergolesi», dice il preside.

Fra i contemporanei c’è l’estone Arvo Pärt, autore di uno Stabat Mater premiato nel 2008 e anche di un Magnificat in stile tintinnabuli, a metà fra monodia e polifonia.

La musica mariana è segnata anche dalle Litanie lauretane. Oltre a Monteverdi e a Palestrina, si devono a Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) le “celestiali” Litaniae de Beata Maria Virgine Lauretanae.

Ma le composizioni in onore della Regina del cielo non sono solo quelle d’autore. Hanno anche un’impronta legata alla devozione popolare. «E hanno come apripista il Laudario di Cortona, ossia quel codice musicale manoscritto del XIII secolo che rilegge la vita di Gesù alla luce di Maria e da cui è fiorita una ricchissima epopea di canti mariani che ancora oggi arricchiscono il tessuto ecclesiale». L’attuale repertorio che esprime la venerazione per la Madonna include brani come Mira il tuo popolo o Nome dolcissimo che «sono autentiche gemme, a partire dal testo», avverte De Gregorio.

E aggiunge lo studioso: «Fra i tanti autori rimasti nell’ombra mi piace citare un modestissimo prete dell’attuale arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, don Luigi Guida, che ha creato un canto divenuto famoso nel mondo: Dell’aurora tu sorgi più bella. Aveva studiato al Conservatorio di Napoli e ha dedicato la vita alla musica. Così è giusto che sia sepolto nella ex Cattedrale di Vico Equense affacciata sul golfo di Napoli. E la luce mattutina che si riflette nel mare ha probabilmente ispirato a don Guida le parole del brano».





Mercoledì, 14 Agosto 2019

«Vedo proprio che siete due bravi ragazzi. E poi che bella idea quella di fare il viaggio di nozze con sant’Agostino». Pinuccia, signora dal volto sereno, incrociata davanti al santuario della Beata Vergine Maria a Cantù, abbraccia Maddalena Frigerio e Marco Conti. Ventisette anni entrambi, lei guida turistica sulle sponde del lago di Como, lui insegnante di tedesco che anno dopo anno è costretto a cambiare scuola, si sono sposati sabato 3 agosto nella chiesa di Santa Maria al Monte Barro in provincia di Lecco. E poi sono partiti per la luna di miele. A piedi, in pellegrinaggio. Lungo il Cammino di sant’Agostino, l’itinerario dell’anima nato da qualche anno in Lombardia che unisce i luoghi legati alla memoria del vescovo teologo di Ippona e poi chiese e santuari che costellano questo angolo d’Italia.

Diciassette le tappe messe in programma dalla coppia: da Monza a Pavia, la città che custodisce l’arca con le reliquie del dottore della Chiesa nella basilica di San Pietro in Ciel d’oro, passando per Milano dove il santo ha ricevuto il Battesimo dal vescovo Ambrogio. Quattrocentoquindici chilometri in tutto, «scanditi dalla nostra fede ritrovata», racconta Maddalena. Perché un po’ come Agostino, anche loro si considerano “convertiti”: il santo per la perseveranza di sua madre, Monica, e di Ambrogio; Maddalena e Marco grazie a «una serie di persone che abbiamo incrociato negli ultimi anni sulla nostra strada», rivelano. Sono ad esempio una collega di lavoro o addirittura il custode di una chiesa a Monza. «Testimoni della gioia del Vangelo – sostengono i neo sposi –. E ci siamo chiesti se questi incontri siano stati casuali. No, abbiamo risposto. È stata la Provvidenza a volerli». Quindi il ritorno a Messa, il corso di preparazione al matrimonio («stupendo», sussurra Maddalena) e infine la celebrazione del matrimonio stesso.

Adesso il viaggio alternativo. Negli zaini che tutti i giorni si caricano sulle spalle hanno infilato idealmente l’enciclica Laudato si’. «Un testo profetico – affermano –. È vero che in un certo senso il documento di papa Francesco sulla “cura della casa comune” ha ispirato la nostra avventura. Ci è particolarmente caro il concetto di “decrescita felice” accennato anche dal Pontefice. E come coniugi ci siamo proposti di vivere quello stile di sobrietà raccomandato dal Papa che si traduce in scelta di vita nel segno della sostenibilità ambientale». Così la coppia ha rinunciato all’auto, ha ridotto al minimo gli imballaggi, compra prodotti sfusi, privilegia oggetti di seconda mano. «E per la luna di miele niente aereo», scherzano. Solo le gambe.


Ogni sera, al termine di ciascun tratto, i due rientrano a casa. E il giorno successivo si rimettono in marcia sulle vie del santo. «Abitiamo ad Albese con Cassano, in provincia di Como, e così possiamo raggiungere facilmente le località di partenza. Con i mezzi pubblici, naturalmente». Sette o otto ore di cammino quotidiano per percorrere in media una trentina di chilometri. «Ci piace l’idea di un turismo lento, fatto di silenzio, dialogo fra noi, scambi con chi incontriamo», sottolinea Marco. Come il sagrestano di Triuggio, Francesco, che «ci ha trasmesso l’amore travolgente per la sua chiesa». Nella prima frazione gli sposi sono stati accompagnati da Renato Ornaghi, l’ideatore del Cammino di sant’Agostino che ha fondato anche un’associazione per fare dell’itinerario un clone di quello secolare di Santiago di Compostela, con tanto di credenziale del viandante e rifugi dove sostare. «Anche noi siamo stati pellegrini in Spagna», confidano i coniugi lombardi. Adesso lo sono nella loro terra, la Brianza. «Ammettiamo che non siamo profondi conoscitori di Agostino. Ecco perché consideriamo questo progetto un’occasione preziosa per scoprire il grande santo», dice Maddalena. E Marco aggiunge: «Lungo i sentieri stiamo toccando con mano una religiosità di popolo commovente. Inoltre, ogni volta che entriamo in una chiesa, dedichiamo una preghiera a chi abbiamo appena conosciuto o a chi ci ha chiesto un sostegno spirituale».

La coppia ha diffuso sui social le date di ciascuna tappa. «Non per protagonismo – chiariscono i due – ma per stimolare chiunque voglia a condividere un tratto con noi». Maddalena e Marco hanno anche fondato un’associazione nel Lecchese: si chiama “Faggio sul lago” e si propone di favorire la salvaguardia del Creato e di valorizzare un approccio etico e responsabile al turismo. «Va incentivata una coscienza verde che sia sempre più forte e radicata». Il loro pellegrinaggio si concluderà il 22 agosto. E sei giorni dopo, il 28 agosto, gli sposi novelli celebreranno la memoria liturgica del “dottore della grazia”.


Il Cammino di sant'Agostino, dalla Brianza a Genova


In mano la carta del pellegrino. Sulle spalle uno zaino. Nel cuore il desiderio di scoprire a piedi uno dei dottori della Chiesa. È così che si può affrontare il Cammino di sant’Agostino, l’itinerario con cui si uniscono i luoghi italiani del vescovo teologo di Ippona: dalla Brianza, terra in cui ha coltivato la sua conversione, a Genova, la città dello sbarco delle sue spoglie giunte dal Nord Africa, passando per Milano, luogo del Battesimo, e per Pavia, dove sono custodite le sue reliquie. Novecentotredici chilometri in tutto, che si riducono a quattrocento toccando le tappe lombarde della vita del santo. Soste che, viste su una cartina geografica, formano il disegno di una rosa: da qui l’idea di chiamare il Cammino di sant’Agostino anche “Cammino della rosa”. A lanciare il percorso è stata l’associazione presieduta da Renato Ornaghi (www.camminodiagostino.it) che ha fatto nascere anche nell’aeroporto di Malpensa il primo “hub” per i pellegrini il quale permette ai marciatori arrivati in aereo di entrare direttamente nel Cammino.





Mercoledì, 14 Agosto 2019

Seguite attentamente lo schema: una linea orizzontale da cui si dipartono verso l’alto quattro linee inclinate che convergono verso un unico punto, una X. E da quella X parte una linea perpendicolare a quella orizzontale. Quello che a prima vista sembrerebbe una rappresentazione geometrica è in realtà una geniale sintesi dell’essenza del cristianesimo.

La linea orizzontale rappresenta la traiettoria della storia umana, quelle che si alzano convergenti verso un punto – la X, il Mistero – raccontano la ricerca da parte dell’umanità di qualcosa che dia significato al rapporto tra la propria realtà contingente e il senso ultimo dell’esistenza; la linea che dalla X si dirige verso il basso descrive l’intervento del Mistero nella storia attraverso l’incarnazione.

Migliaia di giovani si sono imbattuti in questa “sintesi grafica” del cristianesimo che don Luigi Giussani (1922-2005) ha proposto per tanti anni, prima tracciandola alla lavagna delle classi del liceo Berchet di Milano, poi all’Università Cattolica e in seguito nelle conferenze tenute in Italia e nel mondo e nelle pagine dei suoi libri.

Ora questa “invenzione” è diventata un monumento che campeggia nella rotatoria che porta al Palacongressi di Rimini, intitolata alcuni anni fa al sacerdote ambrosiano e fondatore della Fraternità di Comunione e Liberazione su iniziativa di un comitato di cinque ex sindaci di Rimini.

Lunedì prossimo alle 9 il monumento verrà inaugurato alla presenza del sindaco Andrea Gnassi, del vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, e di Davide Prosperi, vicepresidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Alcuni cittadini riminesi hanno commissionato l’opera all’architetto Marco Benedettini, che ha realizzato un basamento e una parete di due metri di altezza in antiche pietre d’Istria, materiale di recupero da lavori di scavo e di proprietà comunale. Sui due lati (mare e monte) sono stati collocati gli elementi dello schema grafico in acciaio corten, aggiungendo illuminazione e verde di decorazione. Il progetto è stato approvato dalla Soprintendenza alle belle arti di Ravenna e il manufatto è stato donato al Comune di Rimini.

Nella città romagnola, che da quarant’anni ospita il Meeting per l’amicizia tra i popoli, è nata una delle prime comunità di Comunione e Liberazione, e fu proprio durante un viaggio in treno verso Rimini negli anni Cinquanta che il servo di Dio Giussani – discutendo con un gruppo di studenti liceali e scoprendo la loro ignoranza rispetto al cristianesimo – cominciò a maturare la decisione di impegnarsi a fondo nella educazione dei giovani e nella riproposizione del cristianesimo come avvenimento sperimentabile “qui e ora”.

Nel suo libro All’origine della pretesa cristiana, il sacerdote ripropone lo “schema” che descrive l’irrompere del Mistero nella traiettoria umana: a partire dall’incarnazione il rapporto tra l’uomo e il destino non sarà più basato su uno sforzo immaginativo ma sul riconoscimento di una Presenza che accompagna la sua esistenza. E ora anche un monumento ricorda ai riminesi e ai turisti la rivoluzione portata da Gesù: Dio si è fatto uno di noi.





Martedì, 13 Agosto 2019

Una nuova vita per quella che è stata la “casa dei Papi” in Valle d’Aosta. È l’obiettivo di un vero e proprio bando di concorso che la Famiglia salesiana, proprietaria dell’intero immobile e del terreno circostante, ha deciso di lanciare in queste settimane. Lo fa rivolgendosi a una agenzia specializzata, il Cpa Service, ma l’intenzione è quella di salvaguardare un pezzo di storia di questa valle e anche della Chiesa. Bisogna risalire a un decennio fa per ritrovare le immagini di Giovanni Paolo II prima e Benedetto XVI poi, che scelgono per il loro riposo estivo questo piccolo chalet a Les Combes in Valle d’Aosta.

Per dieci anni, a partire dal 1989, papa Wojtyla decide di passare un periodo di riposo non a Castel Gandolfo, ma nel verde della montagna. E così quella casetta diventa uno scenario conosciuto in tutto il mondo, perché qui si trasferiscono anche gli inviati e i vaticanisti di molte testate per cogliere i momenti di queste vacanze papali – in particolare le lunghe passeggiate negli oltre 13mila metri quadrati attorno all’edificio –, ma anche luogo nel quale viene pubblicamente recitato nel giorno di domenica la preghiera mariana dell’Angelus. Anche Benedetto XVI alcuni anni dopo per due volte tornerà in questa valle. Nel frattempo accanto alla baita “papale” sorge una vera e propria struttura ricettiva per ospitare il seguito pontificio e le forze della sicurezza chiamate a vegliare sulle vacanze del Vescovo di Roma: duemila metri quadrati di edificio che arriva a ospitare fino a 120 persone.

La baita che ospita il Papa permetteva a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI di poter ammirare dalla finestra della camera da letto il Monte Bianco. Una vista mozzafiato. Ora la casa che fungeva da base estiva per il Pontefice è diventata una sorta di museo, mantenendo intatto l’arredamento e la disposizione dei mobili di quei periodi. Ma se per la baita il futuro appare piuttosto delineato, così non è per l’altra struttura, quella che ospitava il seguito. Con il tempo è forse venuto meno la curiosità di salire fino a quella località, per “vedere” e “passeggiare” sui luoghi in cui il Papa veniva a riposare. E mantenere questa struttura appare complesso e costoso. A dispiacere è proprio il mancato utilizzo della struttura, che al contrario potrebbe offrire diverse possibilità di utilizzo.

Proprio da questa considerazione nasce il bando promosso dalla proprietà salesiana e gestita dalla Cpa Service: un concorso per dare idee sul futuro di questa casa. Ovviamente esistono alcuni vincoli ambientali, storici e della Soprintendenza, ma «cerchiamo di raccogliere idee tra giovani architetti, fondazioni, associazioni, startup, persone fisiche, per ripensare un futuro». Si tratta di una «sfida», riconoscono i promotori del bando (o come lo definiscono loro un “open innovation”), che si dicono fiduciosi di poter ricevere quell’idea vincente (si possono mandare proposte presentate in duemila battute entro il 30 ottobre all’indirizzo mail info@cpaservicesrl.com), che magari eviti la messa in vendita della struttura e ne promuova un utilizzo nuovo e innovativo. Anche per ricordare la figura di san Giovanni Paolo II. E l’idea più innovativa sarà quella vincente, che comunque non vincolerà né l’attuale né la futura proprietà. Gli attuali gestori, però, non nascondono la speranza di trovare un progetto che faccia tornare all’antico splendore questo angolo di paradiso in Valle d’Aosta.





Martedì, 13 Agosto 2019

Chi è l’adulto? Participio passato del verbo adolescere, è sinonimo di "cresciuto": in quasi tutte le culture è apparso desiderabile giungere a una reale maturità, e così il passaggio verso il mondo delle responsabilità è stato ritualizzato in una festa. Invece sono in molti a rilevare come oggi, almeno in Occidente, essenziale sia rimanere o ritornare giovani, se possibile per tutta la vita. A livello antropologico si tratta di una deregulation senza precedenti. Non è più definito che cosa sia proprio di ogni generazione e ciò che ci si debba aspettare dalle diverse età. Ognuno può prendersi il ruolo dell’altro. Le possibilità di ciascuno si moltiplicano, così come una competizione in cui chiunque può rivelarsi avversario. Per il cristianesimo si tratta dell’implosione di un rapporto tra le generazioni apparentemente imprescindibile per la trasmissione della fede: in famiglia e poi in comunità gerarchicamente strutturate i grandi educano i piccoli alla vita, introducendo a un ordine spirituale che si vorrebbe riflesso in quello sociale.

Sebbene in qualche angolo del pianeta sembri funzionare ancora, internet materializza ovunque lo scardinamento di quel modello, connettendo ormai "orizzontalmente" ragazzi e adulti a ogni latitudine, senza distinzione di ruoli e identità. Non deve dunque sorprendere che, in ambito cattolico, persino il Sinodo dei vescovi si orienti a non concepire più i giovani semplicemente come "destinatari" della fede: non c’è semplicemente un messaggio da trasmettere da chi sa a chi non sa, ma un’esigenza continua di convertirsi insieme alla novità del Vangelo. Potremmo allora legittimamente chiederci: i giovani hanno ancora bisogno degli adulti? In che cosa possiamo aiutarli? Come ci interpella questo tempo?

Ci sono questioni che investono la fede stessa in cui i millennials stanno evidentemente facendo da apripista e come da enzimi nel corpo sociale. Intensa, ad esempio, è generalmente la loro sensibilità per la cura della casa comune, nelle sfide che riguardano il rispetto per il creato e la necessità di cambiamento nei nostri comportamenti quotidiani. Durante un incontro sul rapporto tra economia e ambiente, ad esempio, un ragazzino di 12 anni interviene raccontando a tutti che quest’anno in quaresima ha vissuto il digiuno dalla plastica. Alla domanda: «Ma cosa vuol dire?», così risponde: «Ogni sabato vado a fare la spesa con mia mamma e vigilo su come fa gli acquisti, chiedendole con insistenza di limitare la plastica, in modo da scegliere confezioni ecologiche e materiali riciclabili». D’altra parte, gli adolescenti che fanno notare al loro prete come i foglietti della preghiera avrebbero potuto esser stampati fronte-retro e su carta riciclata sono gli stessi che vanno sollecitati con un certo vigore affinché non trasformino in una discarica lo scenario alpino in cui stanno pranzando al sacco. L’adulto, insomma, rimane determinante a strutturare in habitus ciò da cui mente e cuore sono attratti, favorendo e accompagnando il passaggio dall’entusiasmo a convinzioni che muovono poi i comportamenti reali.

Il punto, forse, è riconoscere la circolarità delle sollecitazioni: anche dal più piccolo, sempre più spesso, si è messi in questione e chiamati a crescere ancora. In questo il contesto contemporaneo si dimostra realmente nuovo. Più si trascorre tempo incontrando i ragazzi e i giovani del nostro Paese, più ci si rende conto che verso i loro adulti di riferimento essi costituiscono una costante provocazione al confronto e all’apertura. Dove le gerarchie si sono indebolite e i ruoli sono diventati sempre più interscambiabili, la sostanza delle parole e dei comportamenti è la vera questione. In questo, spazzando via molte formalità, i giovani esercitano a propria volta una propria maieutica, che chiede a chi li ha preceduti di venire nuovamente o maggiormente alla luce. Durante una conferenza sui temi della finanza due adolescenti si stavano dimostrando attentissimi. Erano collaboratori di Radio Immaginaria, un network dei ragazzi. Dialogando con loro a margine dei lavori arrivano importanti domande: «Che cosa possiamo dire ai nostri genitori per convincerli ad essere più consapevoli di come usano il denaro? Come possiamo far capire loro che non possono lamentarsi di un mondo che non funziona, se poi loro stessi con le loro scelte contribuiscono a farlo andare così? Si dice che noi giovani non siamo interessati ai grandi temi, per esempio all’economia e della finanza, ma quanto dipende dal modo in cui ci vengono trasmessi?». Domande a degli adulti, sugli adulti: l’incontro tra generazioni rimane quindi imprescindibile, a condizione che includa l’interlocutore e divenga uno scambio.

In realtà, il cambiamento d’epoca ci riconduce così ai fondamentali dell’educazione. Adulto è chi si assume la responsabilità di ciò che dice e di ciò che fa, del mondo così come è configurato, della sua bellezza e delle sue miserie. Sa di non sapere, riconosce il proprio potere e i suoi limiti: quelli strutturali, ma anche quelli necessari a dare agli altri spazio e respiro. Fragile, limitato, in movimento, l’adulto fa una proposta, si posiziona, si colloca con un carattere proprio nella complessità. È il contrario del bambino che scalpita, si gonfia e grida pretendendo di esser tutto e di ottenere tutto. Non è rigido, perché della realtà conosce le sfumature e l’instabilità: la sua coerenza non è ostentazione di principi, ma duttilità e costanza, partecipazione ai problemi altrui, affidabilità. Di fronte alle domande dei giovani, l’esortazione Christus Vivit (CV) di papa Francesco lancia un appello alla Chiesa che per essere credibile ai loro occhi «a volte ha bisogno di recuperare l’umiltà e semplicemente ascoltare, riconoscere in ciò che altri dicono una luce che la può aiutare a scoprire meglio il Vangelo. Una Chiesa sulla difensiva, che dimentica l’umiltà, che smette di ascoltare, che non si lascia mettere in discussione, perde la giovinezza e si trasforma in un museo. Come potrà accogliere così i sogni dei giovani?» (n. 41).

La prima generazione del nuovo millennio non vuole fare a meno o liberarsi di noi adulti, anzi. Il punto è che molte volte non riusciamo a interagire, perché le aspettative reciproche non si incrociano. Vorremmo che fossero pronti ad ascoltare quello che abbiamo da dire e da trasmettere e loro si aspettano, piuttosto, di trovarsi davanti a persone che li comprendano, che li guardino con fiducia e che li sollecitino nelle loro potenzialità e nel superamento di difficoltà e disagi. È capitato durante una lezione con diverse classi di licei e di istituti tecnici di Matera. Ci eravamo preparati, volevamo dare il meglio di noi; abbiamo cercato di arrivare con una presentazione ben fatta e accattivante; rischiavamo di parlare troppo. Fino a quando una insegnante ha chiesto la parola: possiamo mostrarvi quel che abbiamo realizzato noi? I ragazzi hanno cominciato, allora, a condividere la loro preparazione al nostro evento: in modo più originale e innovativo si sono fatti portavoce, gli uni verso gli altri, dei principali messaggi che noi adulti intendevamo trasmettere. E allora, perché chiamare dei relatori? La risposta non ha tardato a venire, con un momento di dialogo insieme ai ragazzi. Domande precise, puntuali, profonde: chiedevano una testimonianza credibile, aiuto, speranza e racconti di vita. «Siamo chiamati a investire sulla loro audacia ed educarli ad assumersi le loro responsabilità» (DF 70): a questo ci richiama il Sinodo. «Si tratta prima di tutto di non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli, confidando un po’ di più nella fantasia dello Spirito Santo che agisce come vuole» (CV230).





Martedì, 13 Agosto 2019

Madonna di Campiglio rilancia la devozione a Nostra Signora d’Europa, sorta nel santuario di Gibilterra. E l’amplifica con un carillon di sette campane, in grado di eseguire – accanto alle tradizionali melodie liturgiche – anche l’Inno alla gioia: la composizione tratta dalla Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven eletta nel 1972 inno d’Europa. «È il regalo di un benefattore – spiega il parroco, don Romeo Zuin – che ha pensato d’impreziosire la nostra chiesa con questa opera d’arte».

Attenzione: questa «nostra chiesa» non è la chiesa parrocchiale della località incorniciata dalle Dolomiti di Brenta, ma il luogo di culto sorto nella sua frazione settentrionale, il Passo Campo Carlo Magno che unisce la Rendena alla Val di Sole. Una chiesa affollata d’estate e nella stagione sciistica, sorta negli anni Novanta come risposta della comunità campigliana all’espansione turistica di questa sua località. Qui, sui prati da cui svettano le Dolomiti patrimonio Unesco, una leggenda di oltre sei secoli vuole che il fondatore del Sacro Romano Impero abbia fatto riposare il suo esercito. Era scaturita da questo mito l’idea di don Ernesto Villa, allora parroco di Campiglio: attingere alla figura di Carlo Magno, primo unificatore del Vecchio Continente nel segno del cristianesimo, per dedicare il nuovo luogo di culto a Nostra Signora d’Europa. Lo consacrò il 5 agosto 2005 l’allora arcivescovo di Trento, Luigi Bressan.

E proprio lunedì della scorsa settimana – nel 15° anniversario dell’evento – don Zuin ha scenograficamente rimosso il drappo che copriva la nuova struttura campanaria temporaneamente esposta all’interno della chiesa. L’assemblea liturgica riunita per la Messa ha così potuto ammirare non solo i sette bronzi realizzati dalla fonderia Grassmayr di Innsbruck in Austria, ma anche i loro ceppi lignei, tutti decorati a pirografo da due artisti lombardi legati al committente. La campana maggiore, dedicata a Nostra Signora d’Europa, reca impresso a fuoco anche “Francesco Sommo Pontefice”, “Lauro Tisi arcivescovo di Trento” e “Romeo Zuin parroco di Madonna di Campiglio”. Le altre sei lasciano invece l’intera scena al santo patrono d’Europa cui ognuna è votata: Benedetto da Norcia, Caterina da Siena, Brigida di Svezia, Cirillo, Metodio, e Teresa Benedetta della Croce. Questa mattina, nell’ambito degli eventi inaugurali, è intervenuto in chiesa Umberto Folena.

«Ci troviamo a parlare dell’Europa dei padri. A fare memoria», ha detto l’editorialista di Avvenire, il cui incontro è stato parte integrante del festival “Mistero dei monti” promosso ogni anno dall’Azienda per il turismo di Campiglio Pinzolo e Val Rendena. Entro la prima mattinata di giovedì, solennità dell’Assunta, le campane scenderanno nella chiesa parrocchiale di Campiglio: lì, alle 17.30, saranno benedette dallo stesso Bressan, invitato per la Messa patronale della comunità. Su “al Campo”, come dicono i campigliani, torneranno però già la mattina successiva.

Per tutto il mese rimarranno in chiesa. A settembre, poi, verranno innalzate sulla sua facciata esterna dalla Sabbadini Campane di Fontanella (Bergamo). Raggiunta la loro collocazione definitiva, scandiranno il mezzogiorno con l’Ave Maria di Lourdes e l’Inno alla gioia: una quotidiana e suggestiva preghiera a Nostra Signora d’Europa.





Lunedì, 12 Agosto 2019

Furto nel santuario mariano di Barbana, l’isola della laguna di Grado in provincia di Gorizia. È stata rubata la corona del Rosario donata da papa Francesco in occasione dei 160 anni della consacrazione della cappella dell’apparizione. A portarla a Grado e a porla fra le mani della statua della Madonna era stato nel giugno del 2018 il cardinale Piero Parolin, segretario di Stato.

Tra l’altro i ladri hanno anche tentato di portar via le piccole rose che la Madonna tiene in mano, ma non ci sono riusciti. La scoperta del furto è stata fatta nei giorni scorso. Ad accorgersene è stato il sacerdote don Federico Basso mentre accompagnava in pellegrinaggio al Santuario un gruppo di fedeli.






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