lunedì, 22 luglio 2024
  Username:   Password:
Ricordami su questo PC
Nei mesi di luglio e agosto gli uffici di segreteria aprono solo su appuntamento via email (info@azionecattolicare.it) o chiamando il numero 339 2357174










Ultime notizie

Lunedì, 22 Luglio 2024

Il tema della «pace giusta» al centro del primo incontro “politico” del cardinale Pietro Parolin in Ucraina. E' il primo di una serie di appuntamenti diplomatici del segretario di Stato vaticano che da venerdì a domani martedì è nel Paese sotto le bombe per la sua prima visita dall'inizio del conflitto. Questa mattina il porporato ha incontrato a Kiev il primo ministro ucraino Denys Shmyhal. Un incontro proficuo, secondo entrambe le parti. E raccontato in una nota dal governo ucraino. «La sua visita in Ucraina e le sue visite alle città ucraine durante la guerra scatenata dalla Russia – ha detto il premier al cardinale – sono la prova dell’alto livello di attenzione al nostro Paese. Apprezziamo molto l’invio di aiuti umanitari e la partecipazione attiva della Santa Sede nel processo di rimpatrio dei bambini ucraini deportati e dei prigionieri di guerra». Del resto il Papa continua a inviare carichi di generi di prima necessità, come sta facendo non solo dall'inizio dell'invasione russa su vasta scala ma dal 2014 con l'operazione "Il Papa per l'Ucraina" legata agli scontri in Donbass.

Nel colloquio si è discusso anche di «sicurezza alimentare», anche dopo la visita di Parolin al porto di Odessa, sabato scorso, “corridoio del grano” per 400 milioni di persone nel mondo. E poi dei due temi al centro dell’agenda della diplomazia umanitaria su cui è impegnata la Santa Sede: il «ritorno dei prigionieri di guerra e dei bambini ucraini», ricorda la nota governativa. In questo contesto «il primo ministro ha ringraziato la Santa Sede per aver partecipato al primo summit della pace e per aver sostenuto le sue decisioni».

Il riferimento è alla presenza dello stesso Parolin con una delegazione vaticana al vertice in Svizzera del giugno scorso sul Piano di pace in dieci punti del presidente Zelensky. Appuntamento dove la Santa Sede ha rivolto la sua attenzione al quarto punto: quello umanitario su prigionieri e ragazzi “rubati”. Due questioni in cui il contributo della Chiesa, con il Papa in prima persona, la segreteria di Stato, la rete delle nunziature e la missione di pace del cardinale Matteo Zuppi, è stato fondamentale come canale “affidabile” fra Ucraina e Russia. E due questioni che, come ha detto Parolin in questi giorni in Ucraina, vogliono aiutare ad aprire spiragli di dialogo fra le due capitali in un conflitto dove una soluzione non è neppure oggetto di discussione.

All'incontro erano presenti anche il nunzio apostolico, l’arcivescovo Visvaldal Kulbokas, e dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash. «Denys Shmyhal ha anche espresso gratitudine per l'assistenza dei bambini ucraini che sono diventati vittime della guerra di aggressione russa», prosegue la nota. Implicito il richiamo alle centinaia di piccoli portati in Italia e curati al policlinico Gemelli. In quest’ottica il primo ministro ha espresso «la speranza per la partecipazione della Santa Sede nel ripristino dell'infrastruttura medica in Ucraina», altra emergenza del Paese. Come dimostrano gli attacchi agli ospedali di Kiev due settimane fa, fra cui quello al principale polo pediatrico dell’Ucraina colpito da un missile.





Lunedì, 22 Luglio 2024

«Mamma, portaci la pace». Kateryna Boyko ha dieci anni. E affida il suo “sogno” a un pezzo di carta dove in alto compare una “M” sormontata da una piccola croce. Sua madre, Anastasiya, rimette la penna nella borsetta. Sono originarie di Kramatorsk, la città della regione di Donetsk nell’Ucraina orientale che dall’inizio della guerra è sotto il fuoco costante dell’esercito russo. L’hanno lasciata due anni fa su «un treno pienissimo di gente che evacuava», racconta la donna. Si sono rifugiate a Kiev. E di prima mattina si sono fatte 180 chilometri per inginocchiarsi davanti quella che Kateryna chiama “mamma” nel messaggio lasciato ai suoi piedi come altre centinaia che riempiono i cestini. È la Madonna di Berdychiv, dal nome della cittadina nella regione di Zhytomyr dove si trova il santuario affidato ai Carmelitani Scalzi che custodisce l’immagina cara ai cattolici di rito romano. Ed è la patrona dell’Ucraina, come hanno stabilito i vescovi latini, che viene festeggiata nella memoria liturgica della Vergine del Carmine.

Alla «Regina delle steppe dell’Ucraina», secondo le parole della devozione popolare, il cardinale Pietro Parolin affida «le suppliche per ciò che agli occhi di molti può sembrare impossibile: il miracolo della tanto desiderata pace», spiega il segretario di Stato vaticano nell’omelia della Messa che presiede domenica a conclusione del pellegrinaggio nazionale alla Madonna dei prodigi. Nel santuario mariano arriva come inviato di papa Francesco che «porta nel cuore il vostro Paese e condivide il vostro dolore», dice al popolo che lo attende, e per «trasmettervi la sua particolare vicinanza e il suo affettuoso abbraccio paterno». È il fulcro spirituale delle cinque giornate di visita in Ucraina – la prima del segretario di Stato vaticano dall’inizio dell’invasione russa – che è cominciata venerdì 19 luglio e si conclude martedì 23 luglio quando si terrà l’incontro con il presidente Volodymyr Zelensky.

Parla di miracolo il cardinale perché «l’Ucraina sta vivendo l’ora buia del Calvario» in cui è «ancora difficile vedere all’orizzonte la luce pasquale della pace», lasciando intendere che al momento non ci sono le condizioni per un dialogo “politico” fra Mosca e Kiev e tantomeno per un tavolo sulla tregua. Come tocca con mano quando la stampa ucraina gli domanda chiarimenti sull’urgenza di ricevere armi e sulla «provocazione» cattolica di rivedere il concetto di guerra giusta. «Difendersi è un diritto. Il che significa anzitutto non toccare la popolazione. Però oggi il problema è: “Come?”. Soprattutto a causa dell’evoluzione delle armi e dell’uso degli ordigni atomici», avverte Parolin.

Ma è davanti alle telecamere della Chiesa greco-cattolica che il segretario di Stato spiega la natura diplomatica della sua visita: «Il Papa vuole aiutare ad aprire sentieri di pace che portino a una soluzione di questa guerra. Spero che la mia presenza possa offrire un piccolo contributo anche attraverso i colloqui politici». Colloqui in programma fra oggi lunedì e martedì. Del resto uno dei pochi canali aperti è quello della diplomazia umanitaria in cui il Pontefice e la Santa Sede, con la sua rete di nunzi e con la missione affidata da Francesco al cardinale Matteo Zuppi, giocano un ruolo di primo piano attestandosi nelle due capitali come interlocutori affidabili e come “risolutori” proficui. In particolare, per lo scambio dei prigionieri di guerra e per la restituzione dei bambini “rubati” dalla Russia all’Ucraina. Parolin ne fa cenno nella sua personale preghiera alla Vergine di Berdychiv quando chiede «che i bambini e i giovani abbiano un futuro sereno e certo», «che quanti difendono la loro patria siano protetti dagli attacchi del male», «che i prigionieri di guerra tornino ad abbracciare i propri cari».

Nella Cattedrale della Risurrezione a Kiev il cardinale tocca con mano le ferite e la resistenza della capitale. Il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, l’arcivescovo Sviatoslav Shevchuk, gli mostra a poche centinaia di metri la clinica neonatale dove meno di due settimane fa «un missile ha ucciso otto persone». E poi la cripta dove «nei primi mesi di guerra hanno vissuto centinaia di persone per ripararsi dagli attacchi» e che «ora continua a essere il rifugio dell’intero quartiere quando scattano gli allarmi anti-aerei». Shevchuk lo accoglie nel cuore della Chiesa di rito bizantino. «La Cattedrale trema quando ci sono i raid – spiega –. Ma la gente sa che le siamo accanto». E mostra a Parolin la mensa della Curia che ogni giorno sfama «duecento poveri che adesso sono in gran parte sfollati di guerra».

Berdychiv racconta una liberazione: quella del governatore di Kiev e Zhytomyr dalla prigionia dei tartari invocando l’intercessione di Maria che, come ex voto, volle un monastero in cui collocò una copia della Salus Populi Romani conservata nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Oggi la liberazione è quella dalla guerra. Le norme anti-raduni non permettono l’arrivo di 20mila pellegrini come accadeva fino al 2021. I posti nella chiesa sono contingentati ma il piazzale è pieno nonostante il sole cocente di un’estate con temperature oltre i 35 gradi. Nelle bandiere e negli striscioni dominano il giallo, il bianco e l’azzurro: un mix di colori fra le bandiere dell’Ucraina e del Vaticano. A Berdychiv, dove Parolin viene accompagnato dal nunzio, l’arcivescovo Visvaldal Kulbokas, e dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, il segretario di Stato incontra anche il nuovo ambasciatore italiano a Kiev, Carlo Formosa, che ha preso servizio il 1° luglio e che su X commenta la missione del cardinale: «Guardiamo con speranza e fiducia alla sua visita, segno di vicinanza all’Ucraina aggredita e simbolo degli sforzi della Santa Sede per una pace giusta e duratura».

Nella celebrazione entrano le «battaglie» che «divampano» e «i bombardamenti» che «non cessano», afferma il porporato. Ma anche il richiamo alla Chiesa in Ucraina a «svolgere una missione profetica: convocare una preghiera incessante affinché Dio converta coloro che seminano violenza e morte, calpestando negli altri quella dignità di figli di Dio». Poi l’invito a «non perdere mai la fiducia in Dio quando sembra che il male abbia il sopravvento, quando gli orrori della guerra e il dolore per le numerose vittime e le massicce distruzioni mettono in crisi la fede nella bontà divina, quando le nostre braccia cadono e non abbiamo nemmeno più forza per pregare».

Dopo la benedizione finale, il vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia, Pavlo Honcharuk, legge l’atto di consacrazione dell’Ucraina al Cuore immacolato di Maria in cui si invoca conversione e ispirazione per «tutti i governanti» ma anche il dono di incrementare gli sforzi degli operatori di pace. Nel cortile Parolin benedice le statue di san Michele Arcangelo che il vescovo di Lutsk, Vitalij Skomarovskyj, presidente ella Conferenza episcopale ucraina, ha portato dal santuario di San Michele Arcangelo sul Monte Gargano e che andranno in ogni diocesi del Paese «provata dalla crudeltà della guerra» per essere «segno di speranza».

E da Berdychiv il segretario di Stato parte lasciando nel santuario un Rosario del Papa come «impegno a continuare a pregare» e ricevendo in dono da una donna, fra la folla, il Rosario realizzato dai bambini per i militari al fronte. «Lo terrò sempre con me in questi giorni», le sussurra il cardinale.






Lunedì, 22 Luglio 2024

Spagnoli, marito e moglie, tre figli già grandi, Mercedes e Alberto Perez Bueno sono i nuovi responsabili internazionali dell’Equipe Notre- Dame, il movimento laicale di spiritualità coniugale che a Torino, dal 15 al 20 luglio, ha vissuto il proprio XIII raduno internazionale. Nel loro racconto la bellezza e la responsabilità di essere Chiesa insieme e l’importanza della fede nella vita delle famiglie. Le Equipe Notre-Dame sono presenti in tutti e 5 continenti per un totale di oltre 60mila persone.





Lunedì, 22 Luglio 2024

Diciamoci la verità: tante volte una relazione si è interrotta, un’amicizia è venuta meno per colpa nostra. Siamo stati noi i responsabili di quella incomprensione che ha rischiato di mettere in crisi un rapporto cui pure teniamo tanto. Certo, ammetterlo non è facile, riesce molto più semplice trovare mille giustificazioni al nostro comportamento e gettare la croce addosso agli altri. Però se vogliamo recuperare terreno, se davvero desideriamo riconquistare l’affetto di chi si è allontanato, occorre dirlo con chiarezza: ho sbagliato, la colpa è solo mia. Vale nelle relazioni umane, ma anche nella vita dello spirito. Con un vantaggio: il Signore è sicuramente ben disposto, non desidera altro che perdonarci e riportarci a sé. Lo testimonia Pierre Lyonnet, gesuita francese ordinato sacerdote nel 1937, che ha dovuto convivere a lungo con la malattia trovando la morte il 23 gennaio 1949. «Eccomi con le mie viltà» è un passaggio della sua toccante preghiera.

«Ho fuggito la santità,
ho avuto timore,
ho tergiversato, esitato,
proceduto con calcoli meschini,
proprio quando più si imponeva
una piena disponibilità.
Gesù, Signore,
eccomi con le mie viltà
e i miei sciocchi desideri.
Concedimi la tua benevolenza
e il tuo aiuto:
ho veramente bisogno
della tua infinita bontà.
Dimentica il pessimo amico
che sono stato:
vorrei iniziare con te
un’amicizia nuova,
un’amicizia giovane e ardente,
un’amicizia in cui tutto
sia veramente comune,
un’amicizia per la vita e per la morte.
Dammi un cuore nuovo,
un cuore fedele ed umile
come quello di Maria,
entusiasta e fiero
come quello di Paolo».






Domenica, 21 Luglio 2024

Dalla cattedra universitaria alla Cattolica di Milano a uno dei pulpiti più impegnativi, quello da “predicatore del Papa”. Un percorso compiuto tenendo come stella polare fissa l’annuncio della Parola di Dio, soprattutto nei 44 anni da predicatore della Casa pontificia al servizio degli ultimi tre Papi: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e ora Francesco. Un record difficile da eguagliare ma di cui lui non si fa troppo vanto.

Il frate minore cappuccino di origini marchigiane Raniero Cantalamessa, cardinale, domani compirà 90 anni. E in vista di questo compleanno ripercorre i momenti più significativi della sua vita. Da quando, prima di farsi frate, si chiamava Vinicio: «Fui chiamato così in onore del protagonista del romanzo Quo Vadis?», racconta.

Papa Francesco, «che conosco da quando era cardinale e arcivescovo di Buenos Aires», lo ha creato cardinale il 28 novembre 2020, dispensandolo dal ricevere la consacrazione episcopale: «Voglio morire con il mio abito francescano, cosa che difficilmente mi avrebbero permesso se fossi stato vescovo».

Dal 2009, pur mantenendo l’ufficio di predicatore della Casa pontificia, che dal 1743 è da sempre ricoperto da un frate minore cappuccino, padre Cantalamessa ha deciso di vivere assieme ad alcune monache clarisse cappuccine nell’eremo dell’Amore Misericordioso a Cittaducale, nel Reatino, alle porte di Roma e ai piedi del monte Terminillo.

Dal suo album dei ricordi affiorano importanti «compagni di viaggio» come studioso di storia del cristianesimo, da sant’Agostino, a Pascal, da Kierkegaard all’amata Angela da Foligno. Ma anche Lutero. Senza dimenticare il venerato Padre Pio da Pietrelcina. Poi gli uomini di Chiesa con cui ha condiviso lo stesso sentire cum Ecclesia, come il cardinale Carlo Maria Martini con cui era avvezzo intraprendere ardue scalate sulle Dolomiti, nei pressi del lago di Carezza, «discutendo spesso di Sacra Scrittura», o il suo «maestro di sempre» all’Università Cattolica di Milano, il venerabile Giuseppe Lazzati, con cui nel 1969 fu tra i fondatori del Dipartimento di Scienze religiose nell’ateneo e che ricorda ancora oggi come un uomo che «aveva per i giovani, in università e fuori, il carisma del vero educatore».

Padre Raniero del suo Novecento rievoca anche gli anni della contestazione alla Cattolica di Milano, nel ’68 «quando ero un giovane docente di Storia delle origini del cristianesimo», e il suo confronto, per via dei suoi incarichi di teologo, con giganti del pensiero cattolico come Hans Urs von Balthasar o Yves Congar. Ricordi quelli che riemergono da questo colloquio con Avvenire, che sono in parte già racchiusi nel libro intervista pensato per i suoi 80 anni, edito da Àncora nel 2014, Il bambino che portava acqua. «In fondo sono rimasto il bambino di allora – sottolinea oggi Cantalamessa – e raccontai proprio questo particolare in una delle mie prime prediche a Giovanni Paolo II dopo essere stato nominato predicatore della Casa pontificia il 24 giugno 1980. Io ho continuato per tutta la vita a fare quello che facevo da bambino, quando portavo acqua ai mietitori nel campo dei nonni durante la Seconda guerra mondiale. È cambiata solo l’acqua che porto – la Parola di Dio – e sono cambiati i mietitori tra i quali, per oltre 40 anni, ci sono stati tre pazientissimi Pontefici Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e ora Francesco».

Dice padre Raniero pensando alla longevità del suo incarico come predicatore della Casa pontificia: «A precedermi in questo prestigioso ufficio per vent’anni fu il mio confratello frate Ilarino da Milano, al secolo Alfredo Marchesi nominato da Giovanni XXIII... Io sono al quarantaquattresimo anno di attività. Calcolando in media otto prediche l’anno, tra quelle di Avvento e quelle della Quaresima, risultano 352 prediche, corrispondenti a tantissime ore del tempo del Papa. Una bella responsabilità! Quando qualcuno mi chiede il perché di questo, rispondo, e non sto solo scherzando, che il motivo è che i Papi si sono probabilmente resi conto che quello è il posto dove il padre Cantalamessa può fare meno “danno” alla Chiesa».

Predicatore di razza, in questi oltre 40 anni padre Cantalamessa è stato spesso chiamato a proporre le sue meditazioni ad assemblee protestanti (tra queste quelle dei pentecostali, luterani e anglicani) anche per la sua capacità di spiegare la figura della Madonna a chi cattolico non è. Ricorda, per esempio, come se fosse ieri il Sinodo generale della Comunione anglicana del 2015, in cui tenne un sermone nell’abbazia di Westminster a Londra: «La regina Elisabetta fece notare la novità. Se un prete cattolico era stato invitato a predicare a Westminster, disse, voleva dire che qualcosa stava davvero cambiando tra i cristiani».

A segnare profondamente questo mite frate cappuccino – che, come il suo confratello Mariano da Torino, ha accompagnato anche tanti telespettatori della Rai con le sue meditazioni e la sua proverbiale frase «Pace e bene,» nelle trasmissioni dedicate all’informazione religiosa – è stato l’anno 1977, ovvero l’incontro con il Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS). Un evento da lui spesso descritto quasi come un secondo Battesimo. «È stata la grazia più grande della mia vita, dopo il Battesimo, la professione religiosa e l’ordinazione sacerdotale – confida – una grazia che ha rinnovato e rinvigorito tutte le grazie precedenti, un incontro che raccomanderei a tutti di fare, ognuno nel modo e secondo l’occasione che lo Spirito gli offre».

Tra le tante istantanee il cardinale rammenta i suoi incontri con Giovanni Paolo II, «un Papa da me conosciuto da vicino, essendo stato suo collaboratore per 25 anni, dei suoi 27 di pontificato». E tornano alla mente le meditazioni che Cantalamessa pronunciò per l’ultima Quaresima di papa Wojtyla, quella del 2005. «Giovanni Paolo II, come si sa, era gravemente infermo e morì poco dopo la Pasqua, il 2 aprile – ricorda Cantalamessa –. Durante la Quaresima le sue condizioni erano peggiorate ed era stato ricoverato al Policlinico Gemelli. Ma un paio di volte mi chiese, attraverso il suo segretario Stanislaw Dziwisz, che gli inviassi per fax il testo delle meditazioni sull’Eucaristia che stavo tenendo, in sua assenza, alla Curia. Il 18 marzo, nove giorni prima della sua morte, ricevetti una lettera con la sua firma in cui mi ringraziava di cuore “per la ricchezza di spunti meditativi che ha saputo offrire e per l’afflato spirituale con cui li ha presentati”».

Come certamente significativo per il porporato cappuccino è stato l’incontro e la collaborazione con il papa teologo, Benedetto XVI. Che ricorda così: «Papa Ratzinger, che anche da cardinale era tra i più assidui partecipanti alle mie prediche, mi confermò nell’ufficio e ho avuto l’onore di predicare alla sua presenza fino all’Avvento del 2012. Avevo preparato per lui anche le cinque meditazioni della Quaresima del 2013, ma sono rimaste nel cassetto, a causa della sua rinuncia al ministero petrino».

Tra i particolari doni ricevuti da papa Francesco ve n’è uno in particolare che padre Cantalamessa custodisce, anche se è stato un dono indiretto: l’aver canonizzato nel 2013 la sua amata Angela da Foligno, la terziaria francescana vissuta tra il 1248 e il 1309. «Per ringraziarlo, gli ho scritto un biglietto in cui ho ricordato la promessa che un giorno Gesù fece ad Angela: “Io benedirò perfino chi ti sentirà nominare”, e ho aggiunto: “Che cosa farà dunque per chi l’ha posta addirittura sul candelabro più alto della Chiesa?”».

«Ringrazio Dio di avermi dirottato dalla cattedra universitaria al pulpito» conclude padre Cantalamessa, «certamente non condanno lo studio e la ricerca, ci mancherebbe, anzi, la mia esperienza universitaria si è rivelata importantissima al fine della predicazione. Ma di sicuro predicare la Parola di Dio è la cosa più bella che ti possa capitare, perché sai di annunciare la buona notizia, la verità. Sai di non ingannare la gente. Per me è stata una vocazione, della quale sono molto felice, ma, ripeto, bisogna stare attenti: si può predicare l’umiltà ed essere superbi!».





Sabato, 20 Luglio 2024

In vista del Giubileo, un itinerario attraverso i luoghi della memoria cristiana a Roma. La Città Eterna felice e fortunata per la grazia della permanenza e del martirio di Pietro, il Principe degli apostoli e di Paolo, l’Apostolo delle genti. Quello che qui si propone è un itinerario che segue il filo d’oro che si dipana attraverso le vie regine di Roma, le sue case e le sue basiliche, i suoi vicoli disseminati di osterie e madonnelle, i suoi santuari, storie di persecuzioni e sorprendenti conversioni, con l’obiettivo di aiutare i “romei” di oggi a trarre dalla visita “ad Petri sedem” conforto e conoscenza della vita per la quale è vera l’immagine dantesca della «Roma onde Cristo è romano». Un aiuto a guardare le tracce che, nel tempo che scorre, sono rimaste, talvolta quasi impercettibili o nascoste, a testimoniare la vita di una storia di grazia che entra nella storia.

«Così partimmo alla volta di Roma. E i fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Quando Paolo li vide rese grazie a Dio e prese coraggio» ( At 28,14-15). Così negli Atti degli Apostoli l’arrivo di Paolo a Roma. L’evangelista Luca descrive da testimone quel primo incontro con i cristiani della Città di Cesare. I cristiani di Roma, tranne alcuni, non conoscevano Paolo di persona, ma dall’Apostolo avevano ricevuto anni prima una lunga lettera piena di affetto: «La fama della vostra obbedienza è giunta ovunque», aveva scritto loro, nella speranza di poterli raggiungere presto. Gli erano perciò andati incontro lungo la via Appia per una cinquantina di chilometri, fino a una stazione di ristoro per i viaggiatori chiamata Tres Taberanae (a circa otto chilometri dalla attuale cittadina di Cisterna). Qualcuno si spinse anche oltre, per un’altra dozzina di chilometri, arrivando al Forum Appi, dove terminava il canale navigabile proveniente da Terracina. Le parole di Luca lasciano immaginare la commozione di Paolo nel vederli. Paolo arrivava in catene.

Fino a quel momento la missione dell’Apostolo delle genti era stata un vero ciclone per tutto il Mediterraneo. Dopo tre lunghi viaggi verso la Grecia e l’Asia Minore, peripezie e fughe rocambolesche, giungeva ora prigioniero a Roma per essere processato dal tribunale di Cesare, al quale egli stesso, come cittadino romano, si era appellato, dopo essere stato accusato da alcuni giudei a Gerusalemme di oltraggiare la legge di Mosè. Dalla via Appia dunque, in compagnia del discepolo Luca, e sotto custodia del centurione Giulio, Paolo entra nella Città eterna. È la primavera dell’anno 61.

A Roma regna il caos. Cantieri aperti, traffico di carri. Un milione di persone di tutte le razze e le lingue: è la Roma di Nerone, che sta facendo costruire la sua prima enorme reggia, la Domus transitoria, tra il Palatino e l’Esquilino. Una città che si presenta magnifica nei suoi monumenti e nelle sue fastose dimore, misera nei densissimi quartieri popolari fatti di case in affitto separate da stretti vicoli.

Paolo, attraversata la città, viene consegnato al comandante dei Castra Praetoria, la grande caserma dei pretoriani al margine esterno dell’abitato (circa metà della cinta dei Castra è tutt’ora visibile lungo l’odierno viale del Policlinico) dove Tiberio, una quarantina di anni prima, aveva acquartierato la guardia imperiale e quella di pubblica sicurezza. A Paolo però viene concesso di risedere fuori dall’accampamento, «di abitare per suo conto con un soldato di guardia», riferisce Luca. Ottenuto quindi dalla prefettura il regolare permesso, in attesa del processo si mette alla ricerca di una stanza d’affitto. Era questo il sistema della custodia militaris (una via di mezzo tra la custodia libera, semplice sorveglianza, e la custodia publica, vera detenzione penale) che permetteva al prigioniero di scegliere la residenza ma di uscire con un soldato che lo accompagnava tenendolo legato con la catena al polso. Una condizione che garantiva comunque una certa libertà a Paolo per svolgere il suo ministero se, come è scritto negli Atti, poteva accogliere «tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di Dio, e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento». Agli arresti domiciliari, nella casa che aveva preso a pigione, Paolo trascorre due anni interi, tutto il tempo previsto per la custodia preventiva. Ed è con l’accenno a questa prima prigionia romana dell’Apostolo delle genti che Luca chiude la narrazione degli Atti. Trascorsi i due anni Paolo riacquisterà la libertà, e, intorno al 63, intraprenderà altri viaggi in Oriente e Occidente, ma nuovamente arrestato, viene ricondotto a Roma. Una nuova detenzione, l’ultima, prima di spargere il sangue a gloria di Gesù Cristo nel luogo detto ad Aquas Salvias, nei pressi della via Laurentina.

Come quella di Pietro, anche la presenza di Paolo a Roma ha lasciato dietro di sé l’impronta di una memoria, tracce di un passaggio suffragate dagli Atti stessi. Ma dove trova affitto Paolo in custodia militaris? È una casa in affitto in riva al fiume, nella grande ansa del Tevere, poco distante dall’Isola Tiberina, dove con ogni probabilità Paolo prende alloggio al suo arrivo. Siamo nella zona che corrisponde all’odierno Rione Regola, nome che deriva dalla corruzione dialettale del latino arenula, sabbia, perché nell’ansa del Tevere si depositavano le sabbie trasportate dalle acque. Una tradizione costante risalente al II secolo vuole che la prima abitazione dell’Apostolo Paolo sorgesse nel punto in cui si trova oggi la chiesa di San Paolo alla Regola, nei pressi quel quartiere ebraico. L’unica chiesa, entro le mura di Roma, dedicata all’Apostolo. E gli elementi che vengono ad avvalorare l’insistente tradizione non mancano.

Paolo esercitava il mestiere di fabbricante di tende di pelle, mestiere che, come sappiamo da Luca, aveva praticato a Corinto. La zona del Rione Regola, densamente popolata già in età Repubblicana, ospitava gli artigiani del cuoio, per la maggior parte ebrei, che avevano il loro quartier generale sulla sponda opposta del fiume, in Trastevere. Luca negli Atti informa che Paolo appena giunto nella capitale volle spiegare la sua situazione agli ebrei di Roma, tanto che già «dopo tre giorni egli convocò a sé i più in vista tra i giudei… E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio». È quindi verosimile che l’Apostolo abbia preferito questo luogo per prendervi dimora, come è scritto in nota ad un antico necrologio recitato nella chiesa di San Paolo alla Regola: «Gli era più comodo [questo ospizio] per discorre sovente con gli ebrei e per esercitarsi nella professione da sé umilmente assunta dei conciatori».

L’usanza di lavorare il cuoio nell’ansa del Tevere è continuata nel corso dei secoli fino all’Ottocento insieme alla memoria paolina, tanto che la località nel Medioevo era nota come Contrada Pauli: « In loco qui dicitur Pauli», nel luogo che è detto di Paolo, come riportano le fonti. Le origini della chiesa risalgono a papa Damaso (366-384) che volle costruirla intorno a quel vano che si riteneva abitato da Paolo e successivamente trasformato in oratorium. La considerazione dell’importanza rivestita dalla chiesa di San Paolo alla Regola si è tramandata nel tempo. I papi, in occasione della festa di Pietro e Paolo, quando a causa di guerre o pestilenze non potevano recarsi alla basilica fuori le Mura, venivano a celebrare qui la sua memoria.

Il luogo dove il Dottore delle genti iniziò a predicare a Roma, nel corso del XVI secolo, divenne sede di un importante centro di studi di dogmatica, con una ricca biblioteca, ma nel 1798, in seguito alle devastazionei compiute dall’occupazione francese, che distrussero completamente la biblioteca, la chiesa iniziò un lento declino. Oggi San Paolo alla Regola è adibita al culto dei cristiani copti e a causa delle profonde modifiche subite nel corso dei secoli non rimane quasi traccia delle antiche costruzioni. Scavi recenti hanno tuttavia riportato alla luce nuovi elementi che vengono ad avvalorare l’antica tradizione. È qui dunque che l’Apostolo riceveva i suoi amici come Epafra, giunto da Colossi per stargli vicino, e con lui Marco, Aristarco e ancora Epafrodito, che aveva raccolto una somma tra i cristiani di Filippi per aiutarlo a pagare la pigione e le spese del lungo processo?

Certamente nelle sue vicinanze, in quegli anni, furono scritti anche gli Atti dell’inseparabile Luca, il «caro medico», come Paolo lo definisce nella Lettera ai Colossesi. Trascorsi i termini della custodia militaris Paolo viene rilasciato. E c’è di sicuro un’altra casa romana che Paolo frequenta. Quella all’Aventino dei coniugi Prisca e Aquila, commercianti di pelli. Paolo li incontrò per la prima volta a Corinto nel 50: «Qui trovò un giudeo chiamato Aquila» scrive Luca. Prisca era romana, probabilmente della nobile stirpe degli Acilii Glabriones, la stessa gens cui apparteneva il senatore Caio Mario Pudente presso il quale aveva trovato ospitalità Pietro nella sua abitazione al Viminale e che anche Paolo frequenta.

Il secondo arresto che lo riporta a Roma è però custodia publica nel carcere comune. L’arresto deve essere avvenuto all’improvviso, forse a Troade. La Roma che aveva visto durante i due anni della prima detenzione è cambiata: viene naturale pensare al clima instauratosi nei processi contro i cristiani in seguito all’incendio dell’anno 64. Anche un cittadino romano come Paolo non poteva più contare su uno svolgimento regalare dell’azione giudiziaria. Il dato certò è che Paolo viene condannato e per un civis romaus la prassi prevede la decapitazione fuori le mura della città.

Una piana a tre miglia da Roma, nei pressi della via Laurentina, a sinistra della via Ostiense, qui una tradizione costante riconosce, già all’inizio del II secolo, il luogo della decapitazione di Paolo. Era chiamato ad Aquas Salvias, una località dove i romani usavano praticare il pugilato (in valle pugilum). Nel VI secolo vi è già presente una chiesa. Nel VII secolo papa Onorio I (625-638) fa costruire nei pressi della chiesa un monastero per ospitarvi i monaci originari della Cilicia, la terra natale di Paolo. Da quel momento fino ai nostri giorni, il luogo del martirio “la bocca di Cristo”, os Christi, come lo avevano denominato gli antichi monaci, ospitò sempre una comunità monastica affinché non si trascurasse mai, in un luogo così insigne, di lodare il Signore giorno e notte. Gli scavi condotti nell’Ottocento hanno definitamente accertato quanto al costante tradizione della Chiesa aveva tramandato. Gli scavi riportarono alla luce anche un breve tratto di strada romana che termina, come si può ancora vedere, davanti alla chiesa sorta sul luogo della decapitazione. Sono queste pietre l’ultimo tratto di strada percorso da Paolo.

(2 - continua)






Sabato, 20 Luglio 2024

I mosaici, tra le dita. Bellezza a 360 gradi, per tutti. Ravenna si prepara ad accogliere i pellegrini in arrivo per il Giubileo con una logica di accessibilità universale. Ieri mattina, nella basilica paleocristiana di Sant’Apollinare Nuovo, sono stati presentati i percorsi di accessibilità per l’anno santo 2025.

Il Giubileo “passa” anche da Ravenna: la diocesi che, attraverso l’Opera di Religione gestisce cinque degli otto monumenti Unesco della città, ha aderito al progetto Cei «Giubileo for All» che punta a creare in tutt’Italia itinerari accessibili per i pellegrini. Grazie ai 15 pannelli multisensoriali e tattili che sono il fulcro del progetto, i mosaici si potranno “toccare”, sentire i profili dei volti di Cristo e dei santi e le architetture delle basiliche, seguire i contorni delle tessere, percepire materiali e luci. Lo potranno fare tutti, a prescindere dalle capacità e abilità grazie all’apparato di mappe tattili e parlanti e alle guide audio-video accessibili in lingua dei segni italiana (Lis) e internazionale, con un semplice smartphone, a partire dal Qr code presente sul pannello.

È l’emozione provata da Salvatore Bentivegna, vicepresidente nazionale del Mac (Movimento apostolico ciechi) che assieme a Ens (Ente nazionale sordi) e all’Istituto Sordi di Torino ha contribuito realizzare i pannelli: «Prima “vedevo” il Cristo in trono (uno dei mosaici di Sant’Apolllinare Nuovo, ndr) spiegato da una guida ravennate – racconta –: toccare le forme con le dita, è una sensazione molto diversa. Riesci davvero a farti un’idea». È una scelta di campo quella dell’accessibilità universale per la diocesi di Ravenna-Cervia, evidente nella preghiera segnata in Lis e con sottotitolazione con la quale si è aperta la presentazione dei pannelli e il seminario successivo dal titolo «Il volto della speranza risplende nei mosaici di Ravenna» al quale hanno partecipato, tra gli altri, suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale Cei per la pastorale delle persone con disabilità, l’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, il prefetto Castrese de Rosa, il sindaco Michele de Pascale e al quale ha inviato un contributo video la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli. Ma anche nel rendere le celebrazioni per il patrono, Sant’Apollinare, più accessibili, con la sottotitolazione e la “traduzione” in Lis della Messa pontificale di martedì prossimo, 23 luglio.

«Questa diocesi ha fatto una rivoluzione culturale che parte dal toccare, usare tutti i nostri sensi, per partecipare e vedere – dice suor Donatello –. Un progetto ideato per le persone disabili e soprattutto progettato con loro. Questi luoghi sono nati come annuncio del Vangelo per tutti. Ora lo sono davvero per tutti, nessuno escluso. E questo passa attraverso la bellezza». È un «arricchimento del percorso, per l’oggi e anche per il futuro – ha aggiunto l’arcivescovo di Ravenna-Cervia, Lorenzo Ghizzoni –. E una grande occasione per il Giubileo. Coloro che, da pellegrini, verranno a Ravenna potranno trovare itinerari accessibili a tutti tra i tesori di arte e fede della nostra città». «Le persone con disabilità in Italia sono tra gli 8 e i 13 milioni – quantifica Serafino Corti, coordinatore tecnico-scientifico dell’Osservatorio sulla condizione di queste persone alla Presidenza del consiglio dei ministri –. E solo tra il 4 e il 6% dei luoghi sono accessibili. Aver investito sul loro tempo libero è un segno che dà dignità». «Si tratta di una platea immensa di persone – aggiunge Dino Angelaccio, coordinatore del progetto “Giubileo for all” –: il 15% possono pensare di visitare un luogo della cultura, solo il 5% di partecipare a un evento. Eppure da tempo esistono linee guida per ideare, promuovere un evento che sia per tutti. Da Ravenna lanciamo questa sfida ambiziosa. La cifra è l’accessibilità universale».

E l’accessibilità è anche una delle condizioni necessarie per il riconoscimento di siti Unesco, aggiunge Maurizio Di Stefano, presidente di Icomos Italia (International council on monuments and sites). «Il diritto alla bellezza è un diritto universale quindi deve essere per tutti e di tutti – prosegue Angelaccio –. Questi pannelli che presentano rilievi e texture e altezze differenti permettono a tutti di vivere un’esperienza di bellezza. Al centro c’è la persona al di là delle sue caratteristiche fisiche, sensoriali, anagrafiche e linguistiche» Mosaici e non solo. Oltre ai pannelli tattili, per l’Anno santo per i pellegrini che arriveranno in città sono stati progettati anche quattro itinerari sulle orme di santi e figure significative della spiritualità ravennate. Oltre al percorso nei monumenti Unesco, ce n’è uno alla scoperta dei volti di Maria sul territorio, uno che segue le tracce di Dante Alighieri in città, dalla parrocchia che ne ha accolto le esequie alla zona dantesca e infine alla ricerca delle rappresentazioni del santo patrono. Itinerari che verranno illustrati in una “guida del pellegrino” disponibile per l’anno del Giubileo e contenente testi per vivere un momento di preghiera in ogni tappa.





Venerdì, 19 Luglio 2024

La parrocchia? Se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Ma c’è. E conferma d’essere non solo «il volto storico che assume il cristianesimo quando abita la vita delle persone», ma ancora oggi «la struttura di base dell’esperienza di fede» e «la porta d’ingresso al cristianesimo». E certo si può «parlare a ragione», nelle incandescenze di questo cambiamento d’epoca, «della necessità di una riforma della parrocchia, ma solo a condizione di non abbandonare il carattere religioso e popolare (non settario) del cattolicesimo che essa rappresenta». E che la rende «unica e insostituibile». Così scrive monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, nel suo contributo al “Bilancio di missione dell’Arcidiocesi di Milano 2022-2023”, diffuso di recente.

Un saldo di 12 milioni. Questo documento, alla seconda edizione, offre per la prima volta i dati aggregati dei rendiconti economici delle 1.107 parrocchie ambrosiane. Numeri che, col loro peculiare linguaggio, ricordano quanto la parrocchia sia e resti la struttura di base e la «figura quotidiana» della Chiesa per i cinque milioni e mezzo di abitanti della diocesi di Milano. Anzitutto: dall’elaborazione di 1.068 rendiconti di gestione relativi al 2022 di parrocchie e santuari, emerge come le entrate assommino a 239.158.446 euro e le uscite a 227.142.287 euro, con un saldo di oltre 12 milioni. Due le principali destinazione delle risorse: il 70%, pari a 166.783.965 euro, è stato indirizzato alle attività pastorali ordinarie, il 18% (43.119.403 euro) alle manutenzioni straordinarie e alle ristrutturazioni. Quei quasi 167 milioni sono stati impiegati per il 52% in ambito educativo-formativo, per il 22% in attività celebrativo-sacramentali, per il 14% in ambito caritativo-assistenziale, per il 9% in attività culturali e aggregative. La provenienza delle risorse? Il 67% viene da offerte, collette e altre entrate da attività pastorali ordinarie (per un totale di oltre 160 milioni di euro), il 24,5% da entrate per attività straordinarie, l’8,3% sono proventi da immobili. Ogni abitante della diocesi offre alla parrocchia – quale valore medio annuo – 28,94 euro.

Le parrocchie indebitate. Nel 2019 il debito consolidato delle parrocchie aveva toccato i 55.841.000 euro. Quell’anno, su iniziativa della diocesi, è stato avviato un processo di consolidamento delle esposizioni – che si è concretizzato, di norma, nella trasformazione del debito dalla forma dei brevi affidamenti a quella dei mutui programmabili. Da allora il debito consolidato delle parrocchie è sceso ai 41.714.796 euro del 2023. Che cosa manda in rosso i loro conti? L’86% dell’indebitamento è legato a voci come la costruzione delle chiese, gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e ad altre spese per l’amministrazione del patrimonio immobiliare destinato al culto o alla vita sociale (oratori, campi sportivi, scuole materne). Il restante 14% dell’indebitamento sostiene e integra la tesoreria delle parrocchie che hanno croniche necessità – dalle piccole comunità di montagna ad alcune parrocchie della periferia di Milano. In questo percorso di riduzione del debito gioca un ruolo importante il “Fondo per la Perequazione” avviato nel 2016 dall’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, e rinnovato nel 2022 dal suo successore, Mario Delpini. Un modo con cui le parrocchie più “ricche” possono aiutare quelle più in difficoltà. Ebbene: dal 2016 al 2023 sono stati distribuiti 2.930.000 euro alle comunità più bisognose. E quasi 1,5 milioni solo nel 2022-2023.

Sostegno al territorio. Tutte queste cifre integrano i dati sulle risorse impiegate a livello di Curia e di “enti centrali”. Le risorse destinate nell’anno 2022-2023 assommano a 68.739.473 euro. Rispetto all’anno precedente si registra un significativo incremento, con un 32% di crescita dovuto, da un lato, alla definitiva uscita dall’emergenza Covid (che aveva limitato il volume dei servizi erogati) dall’altro all’aumento delle entrate da parrocchie ed enti (che ha permesso di assegnare più contributi al territorio). La parte più cospicua, il 43%, pari a quasi 30 milioni di euro, è stata indirizzata dunque al sostegno di attività e progetti sul territorio: di questi, oltre 17 milioni sono stati destinati a carità e assistenza, quasi 8 milioni alle necessità delle parrocchie, circa 1,7 milioni alle missioni, altrettanti ai progetti di educazione, formazione e cultura, poco più di 1 milione all’assistenza e formazione del clero. Il restante 40% delle risorse è stato destinato alla “cura amministrativa” (vigilanza canonica, consulenza amministrativa, servizi) e il 17% alla “cura pastorale” (indirizzo, coordinamento, formazione). Da dove vengono quei quasi 69 milioni? Il 34% da contributi di parrocchie, enti e privati, il 26% dall’assegnazione dell’8xmille ordinario e straordinario, il 36% da altri proventi di attività e servizi, il 4% dall’utilizzo di fondi vincolati o riserve di patrimonio.

L’unione fa il risparmio. Portando di nuovo l’attenzione sotto i campanili: sono 857 le parrocchie aderenti al Gad (Gruppo acquisti diocesano). Sommate ai 117 enti e altre realtà diocesane, portano a 974 i “clienti” supportati da Gsa (Gestione Servizi e Acquisti). L’unione fa la forza? Sì. E fa risparmiare, quando si tratta di acquistare energia, gas o altro. I benefici generati in totale per questa via? Superano i 7 milioni di euro.

Persone, oltre i numeri. Il Bilancio di missione non si ferma qui. Alle sezioni dedicate agli enti centrali e alle parrocchie se ne aggiungerà una terza dedicata ad ambiti specifici come la carità, l’educazione, la formazione e la comunicazione, ha annunciato monsignor Bruno Marinoni, vicario episcopale per gli Affari economici. Anche in questo caso: «non si tratta solo di numeri – come ha scritto l’arcivescovo Delpini introducendo l’ultimo Bilancio – ma di persone, di opere di carità, di volti e storie». Come quelle che abitano le oltre mille parrocchie ambrosiane.





Venerdì, 19 Luglio 2024





Venerdì, 19 Luglio 2024

Chi attraversa l’autostrada che da Roma va verso Milano, all’altezza di Firenze Nord, non può fare a meno di notare la grande chiesa a forma di tenda che a pochi metri dalla carreggiata da 60 anni sembra quasi volere “dialogare” con i viaggiatori. È la chiesa di San Giovanni Battista progettata da Giovanni Michelucci e “sognata” proprio come una tenda, una sosta, un luogo di silenzio e di preghiera. Allorquando infatti il famoso architetto accettò l’incarico, scrisse e propose: il concetto strutturale al quale mi sono ispirato è semplice, mi sembra e l’ho chiarito nel primo schizzo che ho fatto: una tenda portata da quattro bastoni». E tale infatti è, fatte le dovute proporzioni, la Chiesa , grandiosa capace di contenere anche 800 persone. La tenda dei nomadi del popolo eletto, dei popoli antichi, e dei popoli anche dell’epoca moderna che non hanno una terra stabile; e in fondo la tenda di ogni uomo che è pellegrino verso il Cielo.

Al suo interno, oltre l’opera grandiosa di Michelucci, vanno notate le sculture di Emilio Greco, il Crocifisso di Iorio Vivarelli , il portone di bronzo di Periche Fazzini che nell’insieme costituiscono uno degli esempi di architettura sacra moderna più solidi e affascinanti. In tal senso lo stesso architetto ebbe a scrivere: «Questa chiesa è una piccola città, uno spazio modulato nel quale gli uomini, incontrandosi, dovrebbero, se il linguaggio architettonico ha raggiunto la sua efficacia, riconoscersi in un interesse e in una speranza comune che è quella di ritrovarsi».

Quest’anno ricorrono i 60 anni dalla sua consacrazione, fatta dal cardinale Ermenegildo Florit. Era il 5 aprile 1964: da allora in poi migliaia di pellegrini, gruppi parrocchiali, viaggiatori, turisti, ingegneri, architetti sono entrati nella “tenda”: chi per pregare e cercare il silenzio e chi per ammirare l’opera architettonica di Michelucci. Spicca tra tutti, il nome di Karol Wojtyla, futuro Giovanni Paolo II, il quale il 14 novembre 1965, allora vescovo ausiliare di Cracovia, si recava a Roma per il Concilio Vaticano II, e qui si fermò, scrivendo nel registro questa dedica-augurio: «Deus adiuvet in ministerio» (Dio aiuti nel vostro servizio)

Da allora in poi questa chiesa è divenuta simbolo sia della tenda di preghiera e sia del connubio tra arte e fede, tra poesia e mistica, tra musica e testimonianza cristiana, in un susseguirsi di eventi e proposte di approfondimento su diversi temi tra arte, fede, teologia e spiritualità, che hanno dato vitalità alla Piana del Bisenzio, che sta tra i Comuni di Campi Bisenzio, Prato, Calenzano e Sesto Fiorentino.

L’anniverario è stato celebrato con un testo teatrale «La tenda tra le ombre del viaggio» di Davide Rondoni. Una degna e adeguata commemorazione nel segno dell’incrocio tra fede e arte.

rettore della chiesa di San Giovanni Battista all’Autostrada





Giovedì, 18 Luglio 2024

"Sono entrato come parroco alla Madonna del Prato a luglio 2016. Un mese dopo c’è stato il terremoto e la chiesa è stata chiusa". L’incipit non è confortante eppure è proprio da queste premesse, consegnateci da don Fabrizio Cellucci, che comincia la storia della rinascita di un prezioso edificio artistico e sacro, oggi tornato a risplendere grazie ai fondi 8xmille.

Siamo a Gubbio, la città di pietra, il cui dedalo di strade spande a destra e a manca esempi di arte medioevale. Prima di avventurarcisi varcando le porte dell’antico borgo, però, sulla soglia a metà tra la città e la campagna, sorge la chiesa della Madonna del Prato, la cui sobria facciata di pietra locale palombina nasconde al visitatore una ricca decorazione interna e una cupola affrescata: una goccia di Barocco resa unica tanto per lo stile delle decorazioni, inconsuete in questa zona, quanto per la notorietà degli artisti che vi lavorarono, tra cui spicca la firma di Francesco Castelli detto il Borromini.

"La Madonna del Prato - ci guida Elisa Polidori, direttrice dell’ufficio Beni culturali della diocesi di Gubbio e del Museo diocesano - è una chiesa con una sola navata e due cappelline laterali; è stata eretta nel 1662 per volere del vescovo Alessandro Sperelli, sul terreno di proprietà delle Monache di Santo Spirito, in sostituzione di una chiesa precedente che si trovava in quell’esatta porzione di terreno". Per edificarla vennero chiamate maestranze di peso e si convinse del progetto persino un architetto del calibro del Borromini. "Della sua bellezza - spiega Polidori - colpisce soprattutto la cupola, che è un tripudio di vortici e virtuosismi realizzati dalle mani di Francesco Allegrini e del francese Louis Dorigny e che attraggono lo sguardo del visitatore verso il cielo".

Purtroppo la chiesa ha subito vari danni strutturali durante i terremoti del 1984, del 1997 e del 2016 che hanno interessato l’Umbria. "In particolare - ammette Polidori - il sisma del 2016 ha dato il colpo di grazia alla Madonna del Prato. Le pitture murarie, gli stucchi aggettanti e le sculture in gesso, che sono parti fondamentali per leggere un’architettura barocca, hanno subito lesioni e movimentazioni gravi. Non si prefigurava un restauro facile".

"Appena sono arrivato - continua la storia il parroco della Madonna del Prato, don Cellucci - ho pensato di avviare le operazioni di controllo sismico della struttura; avevamo appena cominciato e c’è stato il terremoto: con le scosse tutte le criticità sono venute a galla e abbiamo dovuto chiudere la chiesa per un lungo periodo". Le celebrazioni della comunità - un gruppo di circa 1.200 persone - si sono spostate in un vicino prefabbricato che era stato edificato fin dal 1984 e che, a intermittenza, ha supplito alle esigenze di culto e alle attività ecclesiali durante i periodi di inagibilità della parrocchiale. "I fedeli erano così abituati a questa situazione che, quando a luglio 2018, abbiamo annunciato il restauro della chiesa, quasi tutti erano disincantati: non lo credevano possibile. In effetti era un sogno e stavamo sognando davvero in grande". Il progetto - che prevedeva il rifacimento impianti di riscaldamento e di illuminazione, la rimessa in sesto dell’architettura dal punto di vista strutturale, il restauro e il consolidamento di 330 metri quadri di intonaci, stucchi e affreschi - si preannunciava titanico ma è riuscito grazie a una sinergia tra parrocchia e diocesi e soprattutto ai contributi 8xmille alla Chiesa cattolica. Per merito delle firme dei contribuenti che hanno espresso questa scelta in dichiarazione, infatti, ben 533mila euro hanno potuto essere destinati alla riqualificazione della Madonna del Prato. A questi soldi si sono aggiunti circa 250mila euro provenienti dai fondi per il terremoto messi a disposizione dalla Regione Umbria.
I lavori sono cominciati a ritmo serrato e dopo quattro anni, comprensivi di progettazione ed effettivo cantiere cui hanno partecipato numerose e qualificate maestranze, il 20 dicembre 2020 la nuova Chiesa della Madonna di Prato di Gubbio è stata inaugurata. Dal vecchio prefabbricato oggi tutte le celebrazioni e le attività parrocchiali sono tornate nella loro sede originaria e ogni anno gravitano intorno alla chiesa 12mila persone, tra cui figurano scolaresche e numerosi turisti per i quali sono a disposizione anche visite guidate. Per chi arriva alla Madonna del Prato in autonomia invece è stata messa a punto una guida interattiva scaricabile con un QR Code realizzato grazie al progetto di promozione culturale presentato dall’associazione locale Ars Sacra e anch’esso finanziato con fondi 8xmille.

"Il progetto di miglioramento della Madonna del Prato è stato condotto anche con l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e l’impatto ambientale - aggiunge don Cellucci -. L’impianto elettrico è stato predisposto con lampade led a basso consumo, il vecchio riscaldamento ad aria sostituito con pannelli radianti a pavimento e, non potendo installare il fotovoltaico sul tetto di un bene di valore storico-artistico, come parrocchia abbiamo optato per un contratto per la fornitura elettrica proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili". Nell’ambito del restauro c’è stato spazio anche per un piccolo adeguamento liturgico con la progettazione di un nuovo altare e ambone. "Il recupero della Madonna del Prato ha un valore simbolico per la città di Gubbio perché questa chiesa è davvero un unicum per il territorio" commenta Polidori. Ma è anche un cambiamento radicale che interessa la comunità di fede che qui si riunisce. "Prima dei restauri - rivela il parroco - celebrando alla Madonna del Prato si provava affetto, ma anche precarietà. Oggi il restauro e l’adeguamento degli impianti rendono la chiesa un luogo sicuro che favorisce l’accoglienza e l’ascolto e finalmente permette di leggere e apprezzare i simboli e le decorazioni di cui questa chiesa è rivestita".





Giovedì, 18 Luglio 2024

"Camminavo nella tendopoli del paese, dove abitano centinaia di migranti in attesa del permesso di soggiorno. A un certo punto, in un angolo, ho visto un ragazzo: stava cucinando pasta e fagioli in una pentola lurida, completamente annerita. Sono rimasto impressionato e ho detto: dobbiamo fare qualcosa". Il diacono Michele Vomera, direttore della Caritas calabrese di Oppido Mamertina-Palmi, racconta così la scintilla che ha acceso l’idea di creare una mensa diocesana a San Ferdinando, paesino della città metropolitana di Reggio Calabria, a due passi da Rosarno e dal porto di Gioia Tauro.

Era il 2019. L’intuizione di Vomera si concretizzerà un anno dopo, grazie ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica: circa 115mila euro, ricevuti tra il 2020 e il 2022, che hanno finanziato l’acquisto di tutte le attrezzature per una cucina solidale allestita nei locali messi a disposizione dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida. Oggi la mensa funziona a pieno regime: conta 100 posti a sedere e, grazie a 40 volontari, distribuisce 400 pasti alla settimana a persone fragili e in difficoltà economica. Fin dalla sua inaugurazione, in piena pandemia, ha attivato un servizio da asporto che ancora oggi vede giovani volontari fare la spola tra la cucina e i bisognosi, compresi quelli della tendopoli di San Ferdinando da cui è partito il progetto.

"La nostra diocesi - spiega Vomera - è piccola: ha circa 175mila abitanti e 66 parrocchie. Sul territorio i migranti costituiscono il 6% della popolazione ma vivono separati dal resto della società, in punti ben precisi e riconoscibili della città, per esempio nella tendopoli di San Ferdinando, a contrada Russo a Taurianova o nel villaggio della solidarietà di Rosarno. Qui le persone arrivate in Italia non riescono a integrarsi e sono letteralmente messe da parte. Forse anche per questo all’inizio molti non si aspettavano che i migranti avrebbero accettato da noi un piatto di pasta; c’era l’idea che preferissero cucinare le ricette tipiche della loro cultura. Invece non c’è mai stato nessun problema, abbiamo sempre ricevuto complimenti e ringraziamenti. E oggi nel menù, oltre alle preparazioni della cucina italiana, abbiamo aggiunto anche qualche piatto tipico africano".

Ma in diocesi non ci sono solo stranieri e tra gli italiani la Caritas si interessa soprattutto ai numerosi anziani dei paesini dell’entroterra che vivono il fenomeno dello spopolamento. "A molte persone che frequentano la mensa - dice Vomera - non manca il pasto ma affetto, dialogo e supporto. Ricordo il caso di Enrico: mi raccontò di un problema di salute che non riusciva a superare per un intoppo burocratico; ne abbiamo parlato a tavola e lo abbiamo aiutato a risolvere attivando una rete proprio come si farebbe per un amico".

Da qualche anno a Gioia Tauro la diocesi, su impulso delle quattro parrocchie locali che hanno anche offerto gli spazi di un ex asilo, ha voluto anche un emporio della solidarietà, un piccolo supermercato dove le famiglie possono fare la spesa in materia autonoma. L’emporio, reso possibile anche dai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica e aperto tre giorni alla settimana, sostituisce la distribuzione dei pacchi alimentari ai bisognosi e, più che un servizio assistenzialista, assomiglia a un piccolo negozio di vicinato dove le persone prese in carico dai Centri di ascolto Caritas possono acquistare prodotti alimentari, di pulizia e igiene usando un’apposita carta a punti. "L’approccio è molto diverso - ci spiega il direttore Caritas - perché le persone possono scegliere quello di cui hanno realmente bisogno, evitano sprechi e si vedono restituita la loro autonomia". L’esperimento funziona e la Caritas sta attualmente pensando di aprire succursali in altre località.

All’emporio la Caritas aggiungerà presto anche un negozio di vestiti (nuovi o in ottimo stato) dove gli utenti potranno comprare pantaloni e magliette al prezzo simbolico di 1 euro al pezzo. L’ennesimo anello di una catena di solidarietà che la mensa e l’emporio hanno innescato sul territorio. Attualmente, per esempio, la Caritas sta studiando come recuperare le eccedenze alimentari collaborando con alcune catene di grande distribuzione e ha attivato una cooperazione con aziende locali che da un lato donano materie prime importanti per le attività di ristorazione e dall’altro si prestano a ospitare giovani per un percorso lavorativo.
"Sul territorio della nostra diocesi il lavoro nero è dappertutto", spiega il direttore della Caritas che non a caso ha dedicato gli ultimi progetti 8xmille al contrasto di impieghi precari e irregolari. "Abbiamo permesso ad alcuni ragazzi di inserirsi in aziende in regola e di avviare stage di minimo sei mesi per approcciarsi al mondo del lavoro. Ha funzionato: la metà dei 21 tirocini attivati finora si è trasformata in un contratto a tempo indeterminato".





Giovedì, 18 Luglio 2024

È un gesto semplice, senza costi per chi lo compie, ma essenziale per sostenere il bene compiuto dalla Chiesa tramite migliaia di iniziative a sostegno dei più fragili: così il responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, Massimo Monzio Compagnoni, spiega il senso della firma dell’8xmille a favore della Chiesa cattolica. Gli abbiamo chiesto di fare chiarezza su una materia in cui spesso si fa ancora molta confusione. Anche tra i cattolici.

Di 8xmille si potrebbe parlare a lungo, affrontando la questione da una moltitudine di punti di vista. Quali sono gli aspetti più importanti?

Direi che possiamo cominciare facendo un po’ di chiarezza su alcuni luoghi comuni fuorvianti riguardo all’8xmille e alla Chiesa cattolica. Ad esempio, ricordiamo che l’8xmille non costa nulla! Non è una tassa aggiuntiva e non si riferisce al proprio reddito personale, ma allo 0,8% dell’intero gettito Irpef, che viene comunque destinato dallo Stato, come previsto dalla legge, in base alla scelta di chi ha firmato. Quindi chi decide di non firmare rinuncia a partecipare alla scelta, un po’ come chi non va a votare quando ci sono le elezioni.

Quindi, a differenza del 5xmille, che fa riferimento al proprio reddito dichiarato e può dunque avere una consistenza diversa in base al contribuente, le firme per l’8xmille sono tutte uguali?

Esattamente. È un magnifico esempio di democrazia fiscale in cui la firma di un milionario e quella di un pensionato che percepisce un assegno sociale hanno lo stesso identico valore: ogni firma vale uno. E il diritto alla firma ce l’hanno tutti, purché percepiscano una qualsiasi forma di reddito. Anche chi non ha l’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi, come ad esempio alcuni pensionati. Perché rinunciare ad esercitarlo? Qualcuno ancora pensa che la firma per l’8xmille sia in conflitto con quella per il 5 o il 2xmille, ma anche questo è sbagliato. Si può firmare per la Chiesa cattolica e contemporaneamente destinare il 5xmille alla propria associazione preferita. Sono tutti gesti che contribuiscono a far crescere il bene comune senza gravare in alcun modo sulle tasche dei cittadini (che l’Irpef l’hanno comunque già versata).

Perché firmare, a questo punto, è abbastanza chiaro. Ma perché farlo proprio per la Chiesa cattolica?

Innanzitutto, perché la Chiesa vive esclusivamente delle offerte dei suoi fedeli. Quindi ogni cattolico ha il dovere di sostenerla garantendo le risorse necessarie: allo svolgimento della sua attività pastorale, alla sopravvivenza dei sacerdoti, alla manutenzione di chiese ed oratori adibiti al culto e, infine, alle attività caritative. Detto ciò, aggiungo anche che la firma alla Chiesa cattolica "fa bene e fa del bene". Nella nostra campagna promozionale siamo partiti dalla constatazione che compiere gesti d’amore e di attenzione per gli altri fa stare bene chi li fa, oltre che chi li riceve. Ogni firma per la Chiesa cattolica si trasforma immediatamente in migliaia e migliaia di gesti di cura per chi è in difficoltà, in Italia e nei paesi più poveri del mondo. Quindi firmare vuol dire entrare in questo immenso vortice di bene. Un vortice che, se improvvisamente questi fondi venissero meno, si fermerebbe in modo catastrofico soprattutto per i 6 milioni di italiani ormai certificati sotto la soglia di povertà.

Ma di quanti soldi stiamo parlando? Possiamo dire che la Chiesa sia ricca?

Questa domanda mi permette di sgombrare il campo da un altro luogo comune: la Chiesa non è ricca! Pensate, ad esempio, che i redditi derivanti da tutti i patrimoni diocesani coprono solo il 6% del fabbisogno annuale necessario per garantire una remunerazione minima ai 32mila sacerdoti in Italia e in missione all’estero; circa il 70% di questo fabbisogno è coperto dai fondi provenienti dall’8xmille. Ma su questo tema voglio anche ricordare una figura a cui sono molto affezionato, un pioniere del sistema di sostegno economico alla Chiesa: il cardinale Attilio Nicora, che è mancato sette anni fa. "Non numen, nummus, sed artifex", diceva spesso: "il denaro non è un dio ma uno strumento". Uno strumento che va usato per fare il bene e con trasparenza. La Chiesa riceve ogni anno, dai fondi dell’8xmille, poco più di un miliardo di euro. Una cifra importante, è evidente, ma che ogni anno viene destinata, spesa e rendicontata con la massima trasparenza e secondo le finalità previste dalla legge 222 del 1985.

Ovvero?

I fondi servono in primo luogo per le esigenze di culto e pastorale della popolazione italiana, compresa, ad esempio, la cura dell’immenso patrimonio architettonico e artistico che fa parte della nostra cultura e della nostra tradizione (manutenere tutte le chiese costa molto). La seconda finalità è proprio quella della carità, nel nostro Paese e in quelli più poveri del mondo. Parliamo di quasi 250 milioni di euro che servono, attraverso migliaia di progetti, per sostenere anziani e disabili, famiglie in difficoltà, persone senza fissa dimora, vittime delle dipendenze, immigrati da integrare, donne vittime di violenza da proteggere, avviamento al lavoro per chi lo ha perso o mai trovato, etc. Infine la terza finalità per cui è stato istituito l’8xmille, come ho già accennato, è quella del sostentamento degli oltre 32mila sacerdoti che ci sono in Italia, una parte dei quali anche anziani e malati e circa 300 missionari fidei donum. Siamo noi fedeli che dobbiamo farci carico dei sacerdoti che svolgono a tempo pieno attività a servizio della comunità. Lo possiamo fare con le offerte o con una firma che non costa nulla. Per questo ogni firma è importantissima.

E come stanno andando le firme?

In calo. Negli ultimi 20 anni la Chiesa cattolica è passata dal 90% a poco meno del 70% dei consensi. Sono ancora moltissimi: più di 11milioni e mezzo di contribuenti firmano per la Chiesa cattolica. Ma la previsione è che continueranno a calare. Proprio per questo dobbiamo fare tutti la nostra parte, nessuno escluso, perché questa meravigliosa Istituzione che ci insegna ad amare la Parola di Gesù e questa indispensabile macchina della solidarietà continuino a funzionare. Mai come oggi, perciò, è essenziale esserne consapevoli e invitare tutti (anche i pensionati che non fanno la dichiarazione dei redditi) alla firma. La nostra Chiesa ne ha bisogno.





Giovedì, 18 Luglio 2024

La necessità, e in molti casi anche l’urgenza non più differibile, «di avviare una pastorale il più possibile idonea alle aree interne» è stata al centro della due giorni tenutasi a Benevento con la partecipazione di 30 vescovi di 14 regioni, conclusasi ieri con l’intervento di monsignor Giuseppe Baturi, segretario della Cei.

I presuli, come gli stessi hanno dichiarato nel documento finale frutto anche dei gruppi di lavoro della mattinata di ieri, si sono interrogati soprattutto «sulla ministerialità che nasce dal Battesimo; una ministerialità che coinvolge tutte le membra del Popolo di Dio e la molteplicità delle vocazioni, nella consapevolezza che non possiamo continuare a ripetere stereotipi ormai da tempo superati, ma aprirsi alla voce dello Spirito, che non fa tanto cose nuove, ma fa nuove tutte le cose. È necessario, perciò, superare l’ottica ristretta del campanile, per aprirci a forme nuove, capaci di valorizzare al meglio le risorse a nostra disposizione».

Dai vescovi è arrivato anche un sincero ringraziamento «ai sacerdoti e agli operatori pastorali che con generosità lavorano nei territori interni affrontando non poche difficoltà», laddove ad esempio ci sono preti con 5-6 parrocchie anche molto distanti, tra monti e valli, e aggiungendo un aspetto nuovo: «Anche la formazione nei Seminari dovrà tener conto di queste problematiche», proprio perché magari i preti giovani saranno quelli più di altri chiamati a misurarsi sul “fronte pastorale” delle aree interne.

I vescovi parlano altresì di un incontro riuscito, anche come misura dell’amicizia e di una sinodalità concreta, e che molto ha poggiato sulle parole di papa Francesco del gennaio scorso, ricevendo l’Associazione per la sussidiarietà e la modernizzazione degli Enti locali: «I piccoli Comuni, soprattutto quelli che fanno parte delle cosiddette aree interne, e che sono la maggior parte, sono spesso trascurati e si trovano in condizione di marginalità. I cittadini che li abitano, una porzione significativa della popolazione, scontano divari importanti in termini di opportunità, e questo resta una fonte di disuguaglianza».

«Ci impegniamo a restare – hanno quindi rimarcato i vescovi riuniti nella città sannita su iniziativa dell’arcivescovo Felice Accrocca e riprendendo quanto già dichiarato in un precedente Forum –. La Chiesa non vuole abbandonare questi territori, senza per questo irrigidirsi in forme, stili e abitudini che finirebbero per sclerotizzarla. In tal senso ci impegniamo ad aiutare i nostri giovani che vogliono restare, cercando di offrire loro solidarietà concreta, e ci impegniamo ad accompagnare quelli che vogliono andare, con la speranza di vederli un giorno tornare arricchiti di competenze ed esperienze nuove. In questi giorni abbiamo seminato, certi della Parola di Dio: “Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge”. Confidiamo che le nostre comunità siano quel terreno buono che, accogliendo il seme della Parola, la facciano crescere e fruttificare».

Temi che ha toccato anche Baturi, nel suo intervento finale, lanciando altresì la proposta di «elaborare una nuova riflessione, assumendo le priorità emerse nel corso dei vari appuntamenti annuali. Sarebbe interessante declinare tutto il patrimonio di questi anni in un testo, che deriverebbe dall’esperienza vissuta di alcuni vescovi, da consegnare a tutti. A noi interessano i problemi di una marginalità della popolazione, del costituirsi di comunità, della modificazione dei ritmi di lavoro e dell’ambiente naturale». Il segretario generale della Cei ha quindi aggiunto come «il servizio a una comunità comprende anche il governo dei beni. In questo senso, un ruolo importante possono giocarlo i Consigli per gli affari economici che devono sempre operare secondo i principi di trasparenza e informazione». E a tal proposito «urge una ricomprensione ecclesiale di questo servizio».

Per le aree interne, insomma, la Chiesa italiana continuerà ad orchestrare «una sinfonia dei ministeri battesimali», come rimarcato da Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, nella relazione centrale svolta martedì. Al contempo, prosegue anche l’azione più prettamente sociale che tanti campanili svolgono nei territori sempre più spopolati, così come di pungolo alla politica, secondo quanto espresso con nettezza nell’intervento di martedì scorso dal presidente della Cei, Matteo Zuppi, e che i vescovi hanno sottolineato nel documento finale.

© riproduzione riservata





Mercoledì, 17 Luglio 2024

Decisivo, per la vita, è scoprire e ricordare sempre che siamo tutti destinati a vivere in favore di altri: è questo il cuore della riflessione sulla gratitudine che in questa conversazione - nuova tappa della serie avviata da Avvenire in occasione dell’Anno della preghiera - propone don Dario Vitali, teologo, docente di Ecclesiologia alla Pontificia università Gregoriana e consultore del Sinodo dei vescovi, attualmente in corso, dedicato al tema della sinodalità.

Viviamo un tempo segnato da individualismo e narcisismo, dal diktat di essere indipendenti, di farsi da sé. In questo contesto culturale, come educare a essere grati per il fatto che «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,7)? Per il fatto che, come dice San Paolo, nel corpo ci sono molte membra ciascuna delle quali è importante e bisognosa delle altre?

È bene focalizzare l’attenzione proprio sul termine “educare”, ossia educere, portare a pienezza qualcosa che è dentro di noi. Dunque, educare alla gratitudine significa anzitutto esplicitare che la gratitudine è una dimensione costitutiva dell’essere umano. Essa è tale in ragione della vita, che è dono di Dio: acquisire comprensione di questo dono fa scaturire gratitudine e benedizione. Perciò, educare alla gratitudine significa anzitutto educare a un senso della vita che riconosca che non ci siamo fatti da soli né che siamo persone separate e indipendenti dalle altre. La presunzione di onnipotenza, che inevitabilmente si scontra ogni giorno con i limiti umani, finisce per generare un senso di fallimento: penso che il costante aumento di casi di disagio esistenziale e disturbi nelle relazioni sia dovuto anche a una drammatica solitudine, all’individualismo dell’uomo contemporaneo che dice e cerca di non aver bisogno di nessuno e diventa incapace di costruire legami.

Vi è dunque un secondo aspetto da evidenziare, quello delle relazioni, in ordine all’educazione alla gratitudine.

Sì, è indispensabile educare alla relazione con Dio e con gli altri: tale dimensione è costitutiva dell’essere umano. Quando manca questa educazione alla relazione – soprattutto alla relazione come dono – sorgono stili di vita improntati o alla dipendenza o alla sopraffazione: o si domina o si è dominati. Oppure alla competizione, per cui le relazioni diventano semplicemente funzionali alla realizzazione di sé sul piano sociale e non invece elementi orientati alla maturazione della persona all’interno di un mondo capace di gratuità. In quest’opera educativa dobbiamo quindi essere capaci anche di indicare figure che sono in grado di testimoniare la gratuità e vivere il duplice comandamento dell’amore: amore a Dio che si invera nell’amore al prossimo e amore al prossimo che trova nell’amore a Dio la propria sorgente. Scoprire e sperimentare la dimensione della gratuità rende capaci di riconoscere che i propri carismi e gli aspetti più strutturali del proprio essere (ad esempio, l’intelligenza) sono doni di Dio destinati agli altri e non proprietà di cui godere per la propria autoaffermazione.

Quanti vivono un passaggio duro e doloroso della vita e pensano di non avere motivi per ringraziare Dio possono contare sulla Chiesa che li sostiene e trova, anche per loro, motivi per ringraziare. Questo cosa dice della Chiesa?

Ci dice una dimensione che ancora fatichiamo a cogliere. Dopo tanti secoli durante i quali si è affermata una visione istituzionale della Chiesa, legata alle funzioni, alle strutture, alla sua dimensione visibile, fatichiamo a comprendere l’essere Chiesa come appartenenza al Corpo di Cristo, che supera addirittura i confini della storia poiché la Chiesa non è soltanto quella presente sulla terra, ma anche quella del cielo. Se non maturiamo la consapevolezza di essere il Popolo di Dio in cammino verso il Regno, un Popolo che – attraverso il dono dello Spirito – può realizzare nella storia anticipazioni di Regno, difficilmente i momenti di difficoltà diventeranno anche momenti in cui ci sentiremo sostenuti dalla Chiesa. Dobbiamo riscoprire questa dimensione misterica della Chiesa, prestare ascolto allo Spirito che ci dà certezza di appartenere al Corpo di Cristo. La dimensione della vita cristiana è una dimensione ecclesiale, che mi domanda partecipazione quando sono nella forza ma mi restituisce forza e capacità di gratitudine quando sono nella difficoltà. E anche di questa dimensione ecclesiale dovremmo imparare a rendere grazie a Dio.

A suo giudizio, è diffusa la gratitudine verso la vita di Gesù a Nazaret, quei trent’anni che rappresentano già la missione redentrice in atto?

Direi che lo è poco. Gesù a Nazaret è cresciuto “in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52), in quel nascondimento che può essere sintetizzato nell’immagine che Gesù stesso utilizza: “se il chicco di grano, caduto a terra, non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Rimanere in mezzo agli uomini è una forma del morire a se stessi che costituisce la fecondità e la forza del Gesù che poi incontriamo nella vita pubblica: c’è una corrispondenza potente, che veramente impressiona, tra il Gesù della vita pubblica e quello della vita nascosta di Nazaret. Paolo VI in un famoso intervento lodò la vita di Nazaret sottolineando che la spiritualità cristiana si dipana nella ordinarietà dell’esistenza vissuta come relazione con Dio. Se pensiamo che Gesù ha trascorso a Nazaret ben trent’anni comprendiamo quale peso ha la vita vissuta come relazione con il Padre. Una certa spiritualità si è concentrata unicamente sul momento della morte di Cristo come momento salvifico ma ciò in qualche modo ha finito per velare tanto il ministero messianico di Gesù quanto la sua vita a Nazaret, una vita che Lui ha vissuto – in relazione con il Padre – come obbedienza, lode, benedizione, gratitudine.

Verso chi prova maggiore gratitudine?

Il primo grazie va a Dio per il dono della vita, il secondo lo rivolgo alla Chiesa, che è stata il grembo che mi ha accolto e mi ha cresciuto mettendomi poi in grado di offrire, a mia volta, un servizio agli altri sia come parroco che come teologo. In particolare la gratitudine va alla mia famiglia, ricca di affetti, onestà, senso della giustizia, etica del lavoro. Sono parimenti riconoscente al vescovo che mi ha ordinato sacerdote, don Dante Bernini: da lui ho imparato a comprendere la vita e il gusto della Chiesa. Un altro profondo grazie va al gesuita Zoltan Alszeghy: alla sua scuola ho appreso e approfondito il tema della Chiesa come Popolo di Dio e il tema del sensus fidei. Quanto all’esperienza di lavoro al Sinodo, sono grato al Signore perché vedo come conduce la sua Chiesa in mezzo anche a tensioni, tentazioni, difficoltà e contrapposizioni che rischiano di sfigurarla. E gli sono grato perché mi permette di offrire il mio piccolo contributo a motivo di un cammino di vita e di studio dedicato proprio al tema oggi affrontato nel Sinodo.





Mercoledì, 17 Luglio 2024

Un’ombra pesante, un’ombra criminale va ad offuscare la memoria dell’Abbé Pierre, il sacerdote francese, apostolo dei poveri soprattutto attraverso la fondazione del Movimento Emmaus, morto il 22 gennaio 2007 all’età di 94 anni. Il religioso, infatti, sarebbe stato responsabile di numerosi episodi di violenza e molestia sessuale. A testimoniarlo sono gli stessi organismi che fanno riferimento a quello che in vita è stato riconosciuto come figura di riferimento, anche attraverso gesti spettacolari, nella lotta alla miseria. Emmaus international, Emmaus France e la Fondazione Abbé Pierre hanno deciso di rendere pubblici fatti «legati alla violenza o alle molestie sessuali» da lui commesse tra la fine degli anni ’70 del secolo scorso e il 2005. L’indagine è partita un anno fa dalla denuncia di una donna ma da subito è stato chiaro che non si trattava di un episodio isolato. Per questo Emmaus international, Emmaus France e la Fondazione Abbé Pierre hanno incaricato una società esperta nella prevenzione della violenza, il gruppo Egaé, di raccogliere le altre denunce. In particolare, sono state ascoltate le testimonianze di sette donne. Una di loro, informa la nota che rende pubblici gli esiti dell’inchiesta, «era minorenne all'epoca dei primi fatti. Secondo le informazioni raccolte, diverse altre donne hanno subito episodi simili, ma non sono state ascoltate». Di lì in poi, prosegue il comunicato, «è stato messo a punto un sistema di raccolta di testimonianze e di sostegno, strettamente confidenziale, rivolto alle persone che sono state vittime o testimoni di comportamenti inaccettabili da parte dell'Abbé Pierre».

Sconcerto e dolore

Non c’è infatti nessuna volontà di sminuire l’accaduto nel comunicato che rende noti gli abusi. Anzi, le organizzazioni che hanno pubblicato l’esposto «rendono omaggio al coraggio delle persone che hanno testimoniato e reso possibile, attraverso le loro parole, portare alla luce queste realtà. Noi gli crediamo, sappiamo che questi atti intollerabili hanno lasciato il segno e siamo dalla loro parte». Ciò non toglie, naturalmente, che «queste rivelazioni scuotono le nostre strutture, all’interno delle quali la figura dell’Abbé Pierre occupa un posto di rilievo. Ognuno di noi conosce la sua storia e il suo messaggio. Queste azioni cambiano profondamente il modo in cui guardiamo a un uomo noto soprattutto per la sua lotta contro la povertà, la miseria e l’esclusione».
Lo stesso Abbé Pierre, peraltro in una celebre intervista pubblicata nel 2005 aveva ammesso di aver violato il voto di castità. «Mi è capitato di cedere al desiderio sessuale in modo passeggero – disse -. Ma non ho avuto mai un legame regolare, perché non ho lasciato che il desiderio sessuale prendesse radici. Questo mi avrebbe portato a vivere una relazione duratura con una donna: ciò era contrario alla mia scelta di vita. Ho conosciuto l'esperienza del desiderio sessuale e del suo rarissimo soddisfacimento che è stato sorgente di insoddisfazione. Per essere pienamente soddisfatto, il desiderio sessuale ha bisogno di esprimersi in una relazione amorosa, tenera, fiduciosa».

Il profilo

Nato a Lione in una famiglia numerosa ma benestante il 5 agosto 1912, Henri-Antoine Grouès (da laico si chiamava così) entrò 19enne tra i Frati Cappuccini per essere ordinato sacerdote nel 1938. Fervente antinazista, partigiano e membro attivissimo della resistenza, di lui si ricorda come esemplare l’appello “Amici miei, aiuto!” per il soccorso ai senza tetto lanciato il 1° febbraio 1954 dai microfoni di Radio Luxembourg e capace di scatenare in Francia la cosiddetta “insurrezione della bontà”. Già deputato all’Assemblea nazionale, per il suo impegno a favore degli ultimi ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Legion d’onore e il Premio Balzan per la pace. Morì il 22 gennaio 2007 a seguito di un’infezione polmonare.
Tornando alle accuse di violenza, in un post pubblicato su X la Conferenza episcopale francese dichiara di aver appreso «con dolore» delle testimonianze che accusano l'Abbé Pierre. In attesa di prendere piena conoscenza del rapporto, l’episcopato transalpino «tiene a garantire alle persone vittime la sua profonda compassione e vergogna» soprattutto per il fatto che tali atti «possano essere stati perpetrati da un prete».






Mercoledì, 17 Luglio 2024

Letteratura e cinema ne hanno fatto, anche, la protagonista di romanzi rosa e spettacoli al limite dell’assurdità. Basti pensare a come la racconta “Il Codice da Vinci” di Dan Brown, al centro nel 2003 di una feroce polemica. Il nuovo episodio di Taccuino celeste è dedicato a Maria Maddalena, uno dei personaggi più discussi del Nuovo Testamento, alle figure femminili con cui viene spesso confusa e a cosa significa che «fu liberata da sette demoni» come scrive il Vangelo. Punto di partenza la decisione, presa da papa Francesco nel 2016, di elevare la sua memoria liturgica al grado di festa.

Taccuino celeste è il podcast di Avvenire dedicato ai temi della fede e della religione, a cosa crede chi crede. Nelle ultime settimane si è occupato tra l’altro del significato di scisma ed eresia, di quanto devono durare le omelie, del culto delle reliquie, del latino come lingua ufficiale della Chiesa, di come comunicarsi, se cioè sia lo stesso ricevere l‘ostia consacrata sulla lingua o in mano.
Si può ascoltare il podcast Taccuino celeste sul sito di Avvenire e sulle principali piattaforme di streaming come Spotify, Amazon music, Spreaker, Apple podcast e YouTube. Ogni mercoledì un nuovo episodio. Per domande, suggerimenti e proposte di temi si può scrivere a social@avvenire.





Martedì, 16 Luglio 2024

Le lacrime scese silenziose sul volto di fratel Cosimo, che ha seguito in disparte l’annuncio ufficiale, hanno fatto da sigillo alla notizia del riconoscimento ufficiale del valore spirituale e pastorale dell’esperienza dello Scoglio. Un’esperienza partita 56 anni fa, nel maggio del 1968, e che stamattina, nel giorno dedicato alla memoria della Beata Vergine Maria del Carmelo, ha registrato un traguardo significativo: la contestuale pubblicazione del decreto emesso dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, approvato da papa Francesco, e di quello del vescovo di Locri-Gerace, Francesco Oliva, con i quali viene concesso il nulla osta «per continuare a operare in modo che quanti si recano nel Santuario di Nostra Signora dello Scoglio si sentano confortati e stimolati a proseguire, sapendo di essere in comunione con la Chiesa cattolica».

Lo aveva chiesto il vescovo Oliva in base alle nuove norme sul discernimento di presunti fenomeni soprannaturali e ora è arrivata la risposta positiva (la seconda resa in base alle nuove norme dopo quella relativa al culto di Maria Rosa Mistica a Fontanelle di Montichiari). Va detto che da mezzo secolo, ormai, il santuario dello Scoglio è meta di migliaia di fedeli provenienti da tutta l’Italia meridionale (ci sono gruppi di preghiera anche all’estero), un flusso sempre crescente di pellegrini che cercano consolazione ai propri affanni e che qui trovano un’accoglienza caratterizzata principalmente dall’ascolto.

Un ascolto che fratel Cosimo riserva a tutti: per due giorni alla settimana riceve singolarmente cento fedeli al giorno che vanno a posare lì le proprie angustie, i problemi, le speranze. A guardare il posto, soprattutto in questi giorni di calura, si presenta alquanto desolato; situato sulla collina, nel territorio di Placanica, a 10 chilometri dal mare Ionio, il luogo appare uguale a tanti altri posti della Locride ed è normale chiedersi perché così tanta gente continua a recarsi allo Scoglio. Le strade sono quelle che sono, non ci sono attrattive particolari; la risposta la suggerisce il vescovo Oliva: «Qui, in questo luogo, c’è il dito di Dio. Lo dimostrano la pietà dei fedeli, le code presso i confessionali, la preghiera silenziosa, il raccoglimento e il silenzio durante le celebrazioni».

Prima di illustrare il decreto, il vescovo locrese ha voluto ripercorrere l’esperienza mariana dello Scoglio raccontando quanto fratel Cosimo ha scritto nei suoi diari. Ma è stato chiaro: «Il nulla osta – ha detto Oliva – autorizza i fedeli a dare in forma prudente la propria adesione all’esperienza spirituale dello Scoglio. Ma nessuno è obbligato a credervi. Il riconoscimento infatti non implica una dichiarazione del carattere soprannaturale del fenomeno».

Poi ha ricordato l’11 maggio del ’68, quando il diciottenne Cosimo Fragomeni, mentre lavorava nei campi, vide quella luce che cambiò la sua vita. Il brivido che attraversò il suo corpo, il forte senso di paura, l’istinto di scappare, «perché ho pensato si trattasse di qualche spirito, anche se dall’aspetto sembrava la Madonna», ha raccontato in altre occasioni fratel Cosimo. Il fenomeno si ripeté nei giorni successivi, lui era sconvolto, profondamente turbato, cercava aiuto; sentì una risposta incoraggiante: «Ti aiuterò, ma non ti mancheranno tribolazioni e sofferenze: non ti scoraggiare, io sarò con te e ti sosterrò con la mia mano». Da allora non ebbe più paura.

Per quattro volte, ha raccontato, si ripeté l’apparizione dalla quale ricevette la richiesta di trasformare quel luogo, di farvi nascere un grande centro di spiritualità, «dove le anime troveranno pace e ristoro». Da quella «finestra aperta verso il cielo» iniziò a recitare il Rosario, diventato la sua preghiera quotidiana, offerto a Maria «per la conversione del mondo, il trionfo del regno di Dio, la pace delle nazioni e la salvezza dell’umanità».

Il giovane scavò una nicchia dentro la roccia dell’apparizione e vi collocò una statua in marmo; piano piano fu costruita una cappella e intanto arrivavano i primi pellegrini che crescevano sempre di più.

Nel suo percorso spirituale, fratel Cosimo fa la scelta di diventare terziario francescano, continuando sempre in modo riservato, silenzioso, a pregare, accogliere e consolare. I vescovi di Locri-Gerace hanno seguito con particolare attenzione quanto avveniva in quel luogo, anche perché notizie di fenomeni soprannaturali nascevano di qua e di là, per poi non rivelarsi attendibili. Allo Scoglio però non accadeva nulla che provocasse scandali, nulla che potesse «nuocere ai fedeli e minare la credibilità ecclesiale».

Così, l’allora vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Fiorini Morosini, decise di porre quell’esperienza sotto la cura pastorale della diocesi e poi di dare inizio alla costruzione di una chiesa più grande Papa Francesco, a maggio 2013, benedisse la prima pietra portata in piazza San Pietro da fratel Cosimo e dal vescovo Morosini.

Tre anni dopo, nel 2016, è stato l’attuale vescovo di Locri-Gerace, Francesco Oliva, ad elevare la nuova chiesa a Santuario diocesano con il titolo di «Nostra Signora dello Scoglio». Per rendere partecipe tutta la comunità diocesana di questo riconoscimento, il vescovo ha annunciato che il 5 agosto prossimo ci sarà «una celebrazione di gioia e di ringraziamento» e, al termine dell’annuncio ha voluto sottolineare che «il riconoscimento del valore spirituale dell’esperienza dello Scoglio, vissuta e raccontata da fratel Cosimo, è per noi motivo di grande gioia e di viva soddisfazione. È un segno speciale che lo Spirito Santo vuole dare ai fedeli della nostra Chiesa e a quanti frequentano da anni questa realtà mariana: d’ora in avanti possono guardare a Maria più da vicino, avvertendo la sua presenza e l’incoraggiamento a seguire Gesù». E ha concluso: «Adesso tutti noi, anche i più dubbiosi e scettici, possiamo guardare allo Scoglio liberi di pregiudizi, con la consapevolezza che siamo davanti a un dono prezioso fatto alla nostra diocesi e, direi, all’intera Chiesa universale».

© riproduzione riservata





Martedì, 16 Luglio 2024

Prima delle nuove norme sui presunti fenomeni soprannaturali, entrate in vigore lo scorso maggio, il Dicastero per la dottrina della fede (Ddf) non rendeva pubbliche le decisioni prese al riguardo. Comunicava solo al vescovo interessato la conclusione raggiunta oppure al massimo pubblicava una notizia più generica. Ora non più. È nato quindi un nuovo filone di documenti che riguardano questi fenomeni. Così nel giro di poche settimane abbiamo avuto un comunicato riguardante il giudizio negativo nei confronti delle “apparizioni” di Trevignano, il 27 giugno. E poi le lettere ai vescovi di Brescia e di Locri-Gerace (entrambe firmate il 5 luglio ma diffuse l’8 e il 16 luglio in contemporanea ai rispettivi decreti vescovili) con un giudizio positivo sulla devozione a Maria Rosa Mistica di Fontanelle di Montichiari (Brescia) e sull’esperienza spirituale legata al Santuario della Madonna dello Scoglio in Santa Domenica di Placanica.

Ma non finisce qui. Il Ddf ha infatti ritenuto opportuno rendere noto un suo giudizio negativo, avallato da papa Paolo VI, che risale al 1974 e riguarda le presunte apparizioni e rivelazioni degli anni 1945-1959 ad Amsterdam, legate alla devozione della “Signora di tutti i popoli”.

All’epoca la decisione venne presa all’unanimità dai membri della Sacra Congregazione per la dottrina della fede – così si chiamava allora il Dicastero – con un giudizio negativo e definitivo.

«Negli anni scorsi, il Dicastero, di norma – si legge nel comunicato diffuso dal DDF lo scorso 11 luglio – non rendeva pubbliche le decisioni circa i presunti fenomeni soprannaturali, ma di fronte ai persistenti dubbi sollevati circa il Dicastero per la Dottrina della Fede rende noto l’esito della Sessione ordinaria dell’allora Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, tenutasi il 27 marzo 1974».

Ecco i giudizi: «1. Quanto al giudizio dottrinale: OMNES “constat de non supernaturalitate”. 2. Quanto a indagare ulteriormente sul fenomeno: OMNES: “negative”».

Tali decisioni, si legge ancora nel comunicato, «sono state approvate dal Santo Padre Paolo VI, durante l’udienza concessa al Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Franjo Šeper, il 5 aprile 1974. Tanto si comunica perché il santo Popolo di Dio e i suoi Pastori possano trarne le debite conseguenze».

La decisione di pubblicare questa decisione di 50 anni fa è stata presa perché la vicenda delle “apparizioni” di Amsterdam è stata piuttosto tortuosa. Come documentato in una accurata ricostruzione storica fornita dai media vaticani.
Infatti questi fenomeni vennero bollati come non soprannaturali (“non constat de”) nel 1956 dal vescovo di Haarlem (dal 2008 Haarlem-Amsterdam) Johannes Huibers. Giudizio negativo confermato e rafforzato (“constat de non”), come già visto, dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1974. Nel 1996, il successore di Huibers, Hendrik Bomers, consultandosi con la Santa Sede, aveva acconsentito al culto della “Signora di tutti i popoli”, senza però riconoscere le presunte apparizioni. Ma il suo successore, monsignor Joseph Punt, nel 2002 ne riconosce invece l’autenticità, senza però consultare la Santa Sede. Infine, il 30 dicembre 2020, il nuovo vescovo di Haarlem, Johannes Hendriks, «dopo aver consultato la Congregazione per la Dottrina della Fede e in accordo con essa», afferma che «l’uso del titolo Signora di tutti i popoli per Maria è di per sé teologicamente lecito»; tuttavia, «il riconoscimento di tale titolo non può intendersi come un riconoscimento nemmeno implicito della soprannaturalità di alcuni fenomeni», poiché la Congregazione al riguardo ha dato «un giudizio negativo», che è stato «approvato da Paolo VI» nel 1974. Giudizio che ora è stato pubblicato dal DDF.

A questa storia la ricostruzione fornita dai media vaticani aggiunge una ulteriore specifica, Ricorda che tra i vari messaggi che la Vergine avrebbe lasciato nelle presunte apparizioni di Amsterdam ci sarebbe anche una richiesta affinché la Chiesa riconosca il dogma di Maria quale “corredentrice”. La richiesta risalirebbe all’8 dicembre 1952. E a questo proposito i media vaticani sottolineano quanto affermato da Papa Francesco in almeno due occasioni: il 3 aprile 2020, nell’omelia della messa mattutina presieduta a Casa Santa Marta, quando il Pontefice ha detto: «La Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo… Non ha chiesto per sé di essere una quasi-redentrice o una co-redentrice: no. Il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia».





Martedì, 16 Luglio 2024

È stato un fine settimana intenso al santuario di Rosa Mistica-Madre della Chiesa a Fontanelle di Montichiari nella diocesi di Brescia. Giornate nel segno della preghiera, delle confessioni, dei pellegrinaggi ininterrotti, delle testimonianze di “rinascita” e di fraternità con il Festival mariano. Non solo perché sabato scorso, 13 luglio, era la festa di Rosa Mistica nel luogo legato alle visioni raccontate da Pierina Gilli secondo cui la Vergine le apparve con tre rose sul petto. Ma anche perché, pochi giorni prima, era arrivato il riconoscimento più elevato (Nihil obstat, “nullaosta”) che ad oggi, alla luce delle nuove Norme vaticane sui fenomeni soprannaturali, è possibile ottenere per le apparizioni ancora ufficialmente presunte della Vergine narrate dalla donna bresciana. Un via libera all’esperienza spirituale di Pierina, agli scritti in cui riferisce i messaggi della Madonna (che non hanno criticità secondo il Dicastero per la dottrina della fede), al culto diffuso nel mondo, ai frutti spirituali che vanno dalle conversioni alle guarigioni, dal dono della maternità alle vocazioni. «Ringrazio papa Francesco per questo riconoscimento - ha detto il vescovo Pierantonio Tremolada nell’omelia della Messa di sabato -. Oggi c’è un sentimento di gioia sincera e di profonda gratitudine». Le rose disseminate ovunque e la folla di fedeli hanno fatto da corona alla statua di Maria Rosa Mistica. «Vorrei che questo fosse un luogo di preghiera, silenzio, comunione con Dio e ascolto della sua Parola - ha auspicato il vescovo -; un luogo di intercessione dove si invoca la Vergine per la pace nel mondo e di conversione dove si incontra la misericordia di Dio e si prova la gioia di essere amati. E un luogo di consolazione dove trovare la forza per superare prove e medicare ferite».


«Un luogo dove si sperimenta l’amore e la misericordia del Dio trinitario nell’abbraccio di Maria». Così Riccardo Caniato definisce il santuario di Rosa Mistica-Madre della Chiesa a Fontanelle di Montichiari. Un doppio “titolo” per la località nella diocesi di Brescia che deriva dalle presunte apparizioni mariane raccontate da Pierina Gilli. Esperienze mistiche che iniziano il 17 dicembre 1944 e durano per tutta la vita della veggente e che vengono riferite nei Diari lasciati dalla figlia di contadini morta a 80 anni nel 1991. Scritti, culto e frutti spirituali che la scorsa settimana hanno ricevuto il “semaforo verde” del Dicastero per la dottrina della fede con le nuove Norme sui fenomeni celesti, da cui è scaturito il decreto del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, con il “nullaosta” (Nihil obstat) sul “caso Gilli”, sulla devozione che ha superato i confini italiani e sul santuario nato intorno alla sorgente d’acqua indicata dalla Madonna a Pierina come “fonte di grazie”. Caniato, che ha curato la prima edizione commentata dei Diari di Pierina Gilli per Ares, è stato segretario della commissione teologica internazionale istituita nel 2022 da Tremolada che ha predisposto il dossier su cui si è basato il “via libera” vaticano. Hanno fatto parte della commissione padre Pedro Barrajon, già rettore dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” e attuale rettore dell'Università Europea di Roma (presidente); suor Daniela Del Gaudio, direttrice dell’Osservatorio sulle apparizioni mariane e della Pontificia Accademia Mariana internazionale; don Marco Alba, primo rettore del santuario diocesano Maria Rosa Mistica-Madre della Chiesa; Alberta Putti, docente di teologia dogmatica; padre Edward McNamara, docente di teologia sacramentaria e liturgia; padre Florian Rodero, docente emerito di mariologia; padre Serafino Tognetti, monaco, esperto di spiritualità e primo successore di don Divo Barsotti nella Comunità dei Figli di Dio. L’indagine è durata oltre un anno e si è conclusa con un «giudizio ampiamente positivo - ed espresso all’unanimità - sulle esperienze di Gilli in relazione a Maria Rosa Mistica».

Caniato, come la Commissione è arrivata al parere favorevole?

Nell’ultimo ventennio c’è stata una revisione ecclesiale sull’evento e la Gilli. La considerazione dei frutti pastorali, della diffusione mondiale della devozione (con la fioritura gruppi di preghiera, associazioni e addirittura di congregazioni religiose che si ispirano a Maria Rosa Mistica, con chiese e santuari dedicati), e del vissuto cristiano delle persone che erano state vicine alla veggente hanno indotto il vescovo Giulio Sanguineti a riconoscere il culto nel 2001 e il suo successore Luciano Monari a creare una nuova commissione diocesana nel 2013 che ha portato al riconoscimento della probità di vita di Pierina Gilli. Ciò ha consentito all’attuale ordinario diocesano, in accordo con la Sede Apostolica, di elevare i luoghi delle Fontanelle a santuario diocesano nel 2019 e a istituire la commissione internazionale a cui lei si riferisce, che è entrata nel merito anche degli aspetti dottrinali del messaggio. Le commissioni, oltre agli scritti della Gilli, hanno potuto contare anche su contributi di segno positivo espressi in epoche diverse da studiosi autorevoli, quali padre Gabriele Roschini, il biblista Enrico R. Galbiati, l’abbé René Laurentin, lo scrittore Vittorio Messori con sua moglie Rosanna, i mariologi Stefano De Fiores e Gian Matteo Roggio.

Però la storia di Pierina e di Fontanelle è stata travagliata. Dallo stop a Gilli alla dichiarazione di «non soprannaturalità» che sembrava una pietra tombale…

Il messaggio dato a Pierina chiedeva un profondo rinnovamento di fede e della vita consacrata, mettendo severamente in guardia dal tradimento della vocazione da parte di una moltitudine di sacerdoti e di consacrati: in un’epoca in cui i Seminari e gli istituti religiosi erano colmi di nuovi aspiranti Gilli non fu ritenuta credibile dall’autorità ecclesiastica. Le recenti commissioni hanno evidenziato che il primo processo diocesano del 1949 ha agito con pregiudizio. Prima delle definizioni conclusive non furono più coinvolti dal tribunale i membri che si erano espressi a favore di Perina, fra cui il primario psichiatra degli Spedali di Brescia che la valutò ben orientata e perfettamente capace di intendere e di volere. Al contempo, e questo è un aspetto che ha pesato, non furono mai chiamati a testimoniare né i familiari, né i parroci che prestavano servizio a Montichiari, né la madre generale né la superiora e le consorelle delle Ancelle della Carità presso cui Gilli viveva, né i confessori e le guide spirituali, né il sindaco della cittadina e le compaesane della donna: tutte persone che hanno comunque voluto lasciare ampie e dettagliate testimonianze a lei favorevoli.

Poi che cosa è successo?

Nonostante l’influenza del verdetto negativo della sua commissione ai cui lavori non aveva peraltro presenziato, Giacinto Tredici, il vescovo delle prime rivelazioni private alla Gilli del 1947 nel duomo di Montichiari, contrariamente a quanto si è a lungo pensato, non emise un decreto di non constat, scrivendo fra l’altro al cardinale Ildefonso Schuster, il quale lo invitava a guardare gli eventi in oggetto con apertura, che il suo giudizio sarebbe rimasto sospeso in attesa di eventuali successivi sviluppi. Il decreto di non constat fu emesso nel 1984 dal vescovo Bruno Foresti, che chiese a Ratzinger di darne notizia alle diocesi di tutto il mondo a fronte della diffusione capillare della mariofania. Ma. Foresti, che non volle mai incontrare Pierina Gilli, giustificò il suo pronunciamento a conferma di quelli dei suoi predecessori – dopo Tredici monsignor Morstabilini, vescovo al tempo del secondo ciclo di rivelazioni in località Fontanelle – che in verità non furono mai espressi nella forma giuridica ufficiale del decreto.

Quale ritratto di Pierina Gilli si ricava dai Diari?

Pierina è una donna semplice della provincia bresciana, nata da famiglia povera, rimasta presto orfana di padre a causa della Grande Guerra. Ottima infermiera, avrebbe tanto voluto farsi suora nelle Ancelle della Carità fondate nell’Ottocento da santa Maria Crocifissa di Rosa per il servizio agli ammalati e agli ultimi. Ma per gli eventi mistici che hanno caratterizzato la sua esistenza – iniziano infatti prima e proseguono anche dopo i due cicli di rivelazioni con messaggi che ha riferito di dover consegnare alla Chiesa e al mondo – ha vissuto la sua consacrazione in privato e nel nascondimento, in obbedienza alle indicazioni dell’autorità ecclesiastica. Per le persone che le sono state accanto è stata maestra di fede mediante la Messa e la preghiera quotidiana, la Confessione frequente, le mortificazioni e la capacità di offrire attenzioni, ascolto e una parola buona per tutti.

Qual è il fulcro del messaggio mariano che la Dottrina della fede definisce «senza criticità»?

Maria è la Madre della Chiesa, la Rosa Mistica, cioè la Madre del corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Con il suo “sì” ha permesso che Gesù il Salvatore entrasse nel mondo. È la creatura che si è fidata di Dio e ha corrisposto al suo disegno al massimo grado, anche sotto alla croce: lì, dove chiunque altro si sarebbe perso lei non ha smesso di credere, fedele fino alla fine. Tutta la sua esistenza, in terra e in cielo, è protesa a condurre ogni uomo a suo Figlio, a farci conoscere chi è Gesù. E la sua chiamata e la sua missione coincidono con la chiamata e la missione universale della Chiesa: «L’amor mio – dice Maria Rosa Mistica – abbraccia tutta l’umanità».

È giunto il “nullaosta”. Cambia qualcosa?

Ho passato gli ultimi giorni a Montichiari e ho trovato la stessa espressione di una fede semplice e incarnata, con le Messe feriali molto frequentate nonostante il sole rovente e le attese composte davanti ai confessionali. Eppure, con il decreto del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, che fa seguito al pronunciamento positivo del Dicastero per la dottrina della fede, firmato dal cardinale prefetto Victor Manuel Fernandez e vistato da papa Francesco, cambia tutto. La Santa Sede e la diocesi di Brescia hanno riconosciuto congiuntamente che le esperienze spirituali di Pierina Gilli di Montichiari in relazione a Maria Rosa Mistica, fatta salva la necessità di offrire un’interpretazione corretta di alcuni passi dei suoi scritti, «non contengono elementi teologici o morali contrari alla dottrina della Chiesa». Da questo momento si potranno approfondire la storia e il messaggio degli eventi di Montichiari perché l’autorità vi ha rinvenuto un carisma specifico, uno strumento valido per l’approfondimento della vita cristiana e la santificazione personale.

Però la Dottrina della fede ravvisa alcune espressioni da chiarire: “Mediatrice”, “Maria Redenzione”, le “tre rose”…

La preoccupazione dell’autorità della Chiesa è che i fedeli non sostituiscano Gesù con la Madonna. Ma se si associano i concetti di mediazione e di redenzione a quanto ho esposto prima non si incorre in questo rischio. La mediazione e l’intercessione di Maria sono sempre rivolte al Padre e al Figlio; e risultano efficaci proprio perché Lei è la Madre del Signore e di tutta l’umanità, la creatura piena di amore e di fedeltà che per questo viene corrisposta, suscita la riconoscenza di Dio. Fra l’altro nel messaggio di Montichiari si evince come Maria Redenzione coincida con Maria Madre della Redenzione, cioè del Cristo redentore. La sua mediazione, cioè la sua cooperazione alla Redenzione del Figlio, è bene sintetizzata nell’immagine di Maria assisa con gli Apostoli nel Cenacolo, la “porta del cielo” che riceve e dona a piene mani lo Spirito Santo alla Chiesa. Le tre rose simboleggiano la preghiera, i sacrifici e le penitenze che sono state chieste a Pierina come coordinate della sua esistenza terrena a purificazione delle mancanze e delle difficoltà delle anime, in particolare consacrate, nel vivere pienamente la loro vocazione. Corrispondono a una proposta comune ad altri mistici, associati al mistero salvifico di Cristo, che tuttavia hanno un carattere personale. La Chiesa in questo caso ci indica che il cammino cristiano può passare anche per altre vie e altri strumenti di santificazione, che ciò che veramente ci qualifica agli occhi di Dio è la carità.

Nessun pronunciamento sulle apparizioni secondo le nuove Norme. «Ci sono state o no?», è la domanda che in molti si pongono.

La rivelazione pubblica, fondamento della fede cristiana, è contenuta nelle Scritture e si compie pienamente con la nascita, la predicazione, la passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret. Tutti i fatti straordinari attestati dalla Chiesa nella storia, che comprendono le rivelazioni della Madonna e dei santi, sono da considerarsi come aiuti chiarificatori della rivelazione pubblica, ma non comportano che i fedeli debbano obbligatoriamente aderirvi e crederci. È per questo motivo che con le nuove norme di discernimento l’autorità della Chiesa ha voluto che d’ora in avanti si ponga l’accento sui frutti spirituali di un dato evento, senza preoccuparsi troppo di dichiararne la soprannaturalità. La Chiesa riconosce in ogni caso – e lo ha definito nella costituzione dogmatica Lumen Gentium – che la Madonna, così silenziosa nei Vangeli, dopo il ritorno di Cristo al Cielo, è nella storia degli uomini la Stella del mattino, la Luce che si fa presente nelle notti della fede come guida sicura al popolo di Dio, perché non vada disperso. E per la libertà di discernimento che la Chiesa mi concede, personalmente non posso fare altro che riconoscere e corrispondere la luce che la Madonna, su mandato di Dio, è venuta ad accendere a Montichiari.

?





Lunedì, 15 Luglio 2024

«Il 12 luglio (meteo permettendo) tenterò un’impresa per me “estrema”: dal mare alla vetta del Monte Bianco senza dormire, con il solo uso delle gambe. Partirò alle 5 di mattina da Genova con la bici, che lascerò in fondo alla Val Veny, per proseguire a piedi fino alla vetta. Mi sono allenato parecchio (75.000m D+ da inizio anno), ma non è sicuro che ce la farò. La mia motivazione, già non piccola, sarà rafforzata da una buona causa in cui credo molto: raccogliere fondi per Ageop, associazione di Bologna che aiuta i bambini malati di tumore. Di seguito il link per fare una donazione, anche un piccolo contributo sarà molto gradito».

Così scriveva qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook Michele Raule. In questa avventura ha trovato la morte domenica pomeriggio, a soli 50 anni, cadendo in un crepaccio sul Monte Bianco, per cause ancora da accertare, quando ormai mancava poco alla meta, il Rifugio Gonella. Raule lascia la moglie e tre figli.

ll suo progetto “Quattro vette per cinque Stati” era nato nel 2022 e si sarebbe concluso nel 2025, con la scalata delle cime più alte d'Italia e dei quattro Paesi confinanti – Francia, Svizzera, Slovenia, Austria – percorrendo con la bicicletta i chilometri dal mare più vicino alla meta. Nello stesso punto dell'incidente di Raule era morto un alpinista tedesco il 26 giugno.

L’ingegnere bolognese era stato presidente dell’Azione Cattolica di San Lazzaro di Savena (Bologna) negli anni Novanta. L’Associazione lo ricorda attraverso le parole della ex presidente diocesana Donatella Broccoli come persona «dal grande cuore», sempre disponibile a dare una mano in parrocchia. Il comparrocchiano Daniele Binda lo definisce proprio nella sua generosità: «Ha raggiunto la pienezza della vita, facendo ciò che più amava. Grande appassionato ed esperto di montagna, sfidava i suoi limiti, e lo faceva sempre con uno sguardo all’ambiente, di cui era grande difensore, e uno ai più deboli». Come dimostra la nobile causa che stava perseguendo con questa ennesima sfida.





Lunedì, 15 Luglio 2024

Il cardinale Camillo Ruini è stato dimesso nel pomeriggio di oggi dal Policlinico Gemelli e ha fatto rientro nella sua abitazione. Il ricovero del porporato era avvenuto nella serata di sabato 6 luglio si era reso necessario a causa di una ischemia cardiaca. Nel corso del ricovero si è reso necessario l’impianto di un pace maker per stabilizzare il ritmo cardiaco eseguito con successo da un team di cardiologi del Gemelli. Ora Ruini proseguirà la convalescenza presso il suo domicilio. Ruini è nato nel 1931 a Sassuolo, provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, ha compiuto 93 anni lo scorso 19 febbraio. È stato per 16 anni presidente della Conferenza Episcopale Italiana (1991-2007). Per 17 anni è stato cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma (1991-2008)

Da tempo non ricopre più incarichi ufficiali - gli ultimi sono stati la presidenza della Commissione internazionale di inchiesta su Medjugorje, terminata nel 2014, e quella del comitato scientifico della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, terminata nel 2015 - ma ha continuato dopo il ritiro la sua attività pubblicistica con libri e interviste. L’ultimo libro che ha firmato è del 2021, Conversazioni sulla fede e sull’Italia (Rubbettino), l’ultima intervista è dello scorso 2 giugno, rilasciata ad Antonio Polito per Il Corriere della Sera per il settimanale Sette. Una lunga conversazione è stata incentrata sulla tema della morte e dei novissimi.« Accettare l’idea dell’immortalità dell’anima è facile per un credente - ha chiesto a un certo punto Polito - pensare che con la morte finisca tutto è intollerabile anche per molti atei. Ma ammetterà che la resurrezione dei corpi è davvero difficile da credere...».

«Io sono anche più pessimista di lei - è stata la risposta di Ruini - temo che molti cattolici non credano affatto nell’aldilà. La resurrezione è rimasta più nella liturgia che nella vita reale dei cristiani. Su questo anche il mondo giudaico all’epoca di Cristo era spaccato: i Sadducei non ci credevano, rimanevano fermi al Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia. I Farisei invece ci credevano. È stato Gesù a dare una svolta attribuendo, secondo il racconto dei Vangeli, un peso enorme all’aldilà. Scrive Paolo: "Se noi speriamo in Cristo solo in questa vita, siamo i più miserabili di tutti gli uomini"».





Lunedì, 15 Luglio 2024

Chi l’ha raccontato lo definisce “sacerdote dei poveri”, perché spese la vita al servizio degli ultimi. Sabato prossimo, alle 17 presso la Chiesa di Santa Maria di Loreto (detta di Sant’Eligio), con l’insediamento del Tribunale diocesano si apre la causa di beatificazione di don Antonio Silvestri di cui ricorre l’anniversario della morte, avvenuta proprio il 20 luglio, nel 1837. Come ricorda il sito dell’arcidiocesi di Foggia-Bovino, Silvestri nacque a Foggia il 17 gennaio del 1773. Ordinato sacerdote nel 1797, fu rettore della chiesa di Sant’Agostino in via Arpi. Da subito si prodigò per gli emarginati e i bisognosi della città nonché per i carcerati divenendo un fedele confidente e provvedendo a tante loro necessità. Tra le sue opere più conosciute, nel settembre 1823 costituì il Conservatorio del Buon Consiglio per le donne e per le ragazze povere e in difficoltà (con alle spalle anche vicende difficili) presso i locali della chiesa di Santa Maria di Loreto. Accanto alla preghiera, le ospiti della struttura si specializzavano in un’attività: tessitura, ricamo, musica e canto. Ben presto il Conservatorio fu aperto alle ragazze di ogni ceto. L’attività apostolica di don Antonio tra i poveri non si fermò neanche quando, tra il 1836 e il 1837, Foggia fu colpita da un’epidemia di colera. Il sacerdote ne fu infettato a seguito della visita a una malata per amministrarle i sacramenti. Don Silvestri morì, come detto, il 20 luglio 1837.
Tra le caratteristiche che resero don Antonio popolarissimo tra la gente semplice, ci fu l’estrema sobrietà di vita. Vestiva in modo dimesso invitando alla Messa quanti incontrava per strada, spendendosi anche, ne abbiamo accennato poc’anzi, per i carcerati cui portava cibo e bevande. Grande predicatore, quando presiedeva la Messa la chiesa era sempre gremita, sia presso i Padri Cappuccini cui inizialmente fu assegnato che in Sant’Agostino. Don Silvestri morì in fama di santità. Cosi, come scrive il biografo Alberto Mangano, “Il Giornale Patrio” ne descrisse la scomparsa: «Il degno sacerdote don Antonio Silvestri, rettore e fondatore dell’Orfanotrofio di S.Maria del Buonconsiglio, à cessato di vivere questa notte, attaccato da pochi giorni dalla malattia dominante. Questo esemplare ecclesiastico, che à dato bastante pruova di sue virtù nel ramo di suo ufficio, è pianto generalmente da tutta la popolazione di Foggia, e dall’intera comunità del suo stabilimento fondato e mantenuto co’ suoi sforzi miracolosi, la di cui perdita porterà la rovina e lo scioglimento di questo sacro istituto. Egli è morto nella sacristia della stessa chiesa, poiché ivi abitava, e questa mattina le sue spoglie mortali sono state trasportate al camposanto, fra le tenere lagrime di tutte le monache che salite sul belvedere, e non potendo reggere a tanto dolore han prorotte nel più profondo pianto, che unito alle grida unanime di numerose giovani si è assordito l’intero vicinato, con pianto e tenerezza di quanti infelicemente l’ascoltavano. O momento funesto e doloroso per ogni anima sensibile e religiosa!».
Da subito, dopo la morte, si pensò alla causa di beatificazione. Un progetto che assunse forma concreta nel 1890 quando una petizione poolare si rivolse in tal senso all’allora vescovo monsignor Domenico Marinangeli. Il via ufficiale sarebbe poi arrivato otto anni più tardi con monsignor Carlo Mola pastore diocesano. Il ruolo di postulatore fu affidato al canonico Filippo Bellizzi che presto si ammalò e morì. Il processo allora si bloccò. Per rinnovarsi oggi, sempre nel segno di un gigante della carità, una figura che merita davvero di essere conosciuta.





Lunedì, 15 Luglio 2024

Torino capitale della spiritualità di coppia. Dal 15 al 20 luglio la città della Mole ospita il XIII raduno internazionale delle Équipe Notre Dame, movimento laicale fondato in Francia e che oggi coinvolge circa 160mila persone in oltre 90 nazioni. Al centro dell’attenzione, appunto, le coppie che si riuniscono in gruppi di 4-5-6 con l’accompagnamento di un consigliere spirituale per condividere il loro vissuto quotidiano alla luce della fede. A Torino arriveranno da 86 Paesi per riflettere, confrontarsi, pregare insieme a partire dal tema “Andiamo con cuore ardente” ispirato al racconto dei discepoli di Emmaus.


Per capire meglio cosa sono le Equipe Notre Dame abbiamo incontrato Paola Cortinovis e Giovanni Cecchini Manara, responsabili della Segreteria internazionale del movimento. Conduce Riccardo Maccioni

QUI IL LORO SITO WEB





Lunedì, 15 Luglio 2024

Siamo essere imperfetti, pieni di paure e di preoccupazioni. Così ci illudiamo che l’ordine sia un modo sicuro per garantirsi serenità. Avere tutto sotto controllo ci sembra un antidoto ai rischi legati a un futuro che non conosciamo. La fede però scompiglia quest’illusione. Il Signore dei cristiani è Colui che nell’Apocalisse dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Ma anche più banalmente, guardando al proprio quotidiano, ciascuno di noi ha sperimentato che le grandi svolte sono spesso arrivate nei modi più strani e inaspettati. Per questo bisogna essere pronti a venire scompigliati e frastornati dalla realtà, sapendo che Buona Novella significa Novità. L’ha capito benissimo Leon Bloy (1846-1920) il saggista-ferroviere francese che non a caso si rivolge al Padre chiamandolo “Dio dell’imprevisto”.

O Dio dell’imprevisto,
fa’ ch’io non tema mai
l’imprevisto
l’inconsueto
l’impensato
poiché proprio Tu fosti tutto ciò
e feristi il cuore degli uomini
con la tua assoluta Novità.
Scioglimi il cuore
perché anch’io sappia
sorprendermi e sorprendere
per diversità di pensiero
novità di vita
fantasia d’amore
prontezza di fronte al male.
Fa’ che un pochino almeno ti somigli,
o Dio dell’imprevisto,
che nel tuo Figlio
desti il giro ad un mondo rappreso
e senza senso.
Fa’ ch’io diventi immagine e strumento
della tua Buona Novità.







Domenica, 14 Luglio 2024

Il clima di tensione fattosi arroventato negli Stati Uniti dopo l’attentato al candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump preoccupa, naturalmente, anche la Santa Sede. In una nota diffusa in tarda mattinata, la Sala Stampa vaticana sottolinea che si è trattato di un atto di violenza che «ferisce le persone e la democrazia, provocando sofferenza e morte». E nell’unirsi ai vescovi statunitensi nella condanna di quanto avvenuto, la Santa Sede, aggiunge la nota, prega «per l’America, per le vittime e per la pace nel Paese, perché non prevalgano mai le ragioni dei violenti». Appena giunta notizia dell’accaduto, infatti, i vescovi Usa avevano espresso la loro ferma condanna dell’attentato. «Assieme ai miei fratelli vescovi, condanniamo la violenza politica e offriamo le nostre preghiere per il presidente Trump e per coloro che sono stati uccisi o feriti» ha scritto il presidente dei vescovi americani, l’arcivescovo Timothy P. Broglio. «Preghiamo anche per il nostro Paese e per la fine della violenza politica – continua la nota dei vescovi -, che non è mai una soluzione ai disaccordi politici».

L'Angelus del Papa

Dal canto suo, all’Angelus il Papa è tornato a invocare la pace. In particolare, ricordando come il 16 luglio si festeggi la Beata Vergine del Monte Carmelo, Francesco ha pregato perché la Madonna «doni conforto e ottenga la pace a tutte le popolazioni che sono oppresse dall’orrore della guerra. Per favore – ha aggiunto il Pontefice -, non dimentichiamo la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, Myanmar». Dal Papa anche l’invito a ricordare, nella “Domenica del mare”, «coloro che lavorano nel settore marittimo e per chi si prende cura di loro».
In precedenza, commentando la pagina di Vangelo in cui Gesù invia i discepoli due a due, il Papa aveva sottolineato che «comunione, armonia tra noi e sobrietà sono valori importanti, valori indispensabili per una Chiesa missionaria, a tutti i livelli». Di qui la domanda: «sento il gusto di annunciare il Vangelo, di portare, là dove vivo, la gioia e la luce che vengono dall’incontro con il Signore? E per farlo, mi impegno a camminare assieme agli altri, condividendo con loro idee e capacità, con mente aperta, con cuore generoso? E infine: so coltivare uno stile di vita sobrio, uno stile di vita attento ai bisogni dei fratelli?». Maria, Regina degli Apostoli – ha concluso il Pontefice - «ci aiuti ad essere veri discepoli missionari, nella comunione e nella sobrietà di vita. Nella comunione, nell’armonia tra noi e nella sobrietà di vita».








Domenica, 14 Luglio 2024

La crescita nella fede, il sostegno reciproco, l’amicizia disinteressata, l’arricchimento spirituale, l’apprezzamento delle diversità. Sono i valori conosciuti e sperimentati in 32 anni di appartenenza alle Equipe Notre-Dame (End) che Mercedes e Alberto Perez Bueno vivono da sempre, ma che dalla prossima settimana cercheranno di promuovere e radicare nelle oltre 70mila coppie impegnate in tutto il mondo in questo cammino spirituale. La loro nomina a responsabili internazionale di End verrà annunciata ufficialmente in questi giorni, durante il XIII Incontro mondiale che inizia domani a Torino. Ma tutto è già definito, con semplicità e chiarezza, com’è nella tradizione di questo percorso di crescita coniugale nella fede che si rivolge a tutte le coppie cristiane, al di là delle differenze sociali, culturali, linguistiche. Mercedes e Alberto Perez, sposati, genitori di tre figli di 31, 30 e 26 anni, nonni di un nipotino di nove mesi, sono spagnoli e vivono a Valencia. Lei docente di storia dell’arte all’Università. Lui professore di musica. Per loro la vita nell’Equipe Notre-Dame è una tradizione di famiglia. I genitori di Mercedes sono equipiers da 59 anni. In attesa di superare il “record familiare”, i nuovi responsabili internazionale si occuperanno per i prossimi cinque anni di promuovere la conoscenza delle End nei tanti Paesi dove l’esperienza avviata in Francia da padre Henry Caffarel nel ’47 è già nota, ma soprattutto in quelle realtà che stanno aprendosi adesso alle proposte di spiritualità coniugale.

Quali sono le nuove frontiere dell’Equipe Notre-Dame?

Certamente l’Africa francofona, ma anche quella anglofona. Il nostro approccio pedagogico per una crescita paritetica della coppia, su un piano di reciprocità tra marito e moglie, viene considerata molto positivamente dai vescovi africani per superare una cultura ancora pesantemente maschilista. Ma End sta crescendo in modo significativo anche nei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) oltre che nei Paesi europei dove è presente da più tempo. Nei quattro anni trascorsi come responsabili della comunicazione nell’area ispano-americana abbiamo fatto esperienza sul campo delle grandi diversità culturali e della necessità di comprendere e rispettare i diversi approcci alla fede.

Quali sono i Paesi con le presenze numericamente più importanti?

Il Brasile senza alcun dubbio, con oltre 25mila coppie. Poi la Francia con quasi novemila. E infine il Portogallo, 7.900 coppie.

La proposta è uguale per tutte le coppie o viene diversificata in base alla realtà sociale e culturale dei diversi Paesi?

Il nostro fondatore, padre Caffarel, ripeteva che il nostro movimento è aperto a tutti, senza diversità di classe sociale, né di livello culturale. La proposta pedagogica è la stessa, come uguali sono i momenti di condivisione. Andiamo oltre le differenze, ma certamente le rispettiamo. D’altra parte, le proposte di crescita nella fede, la preghiera insieme, la lettura della Parola di Dio, il dialogo, il mutuo aiuto sono costanti che si ritrovano ovunque.

Cosa vi attendete dal raduno di Torino?

L’aspettativa da parte di ogni coppia varia, naturalmente, in base alle caratteristiche di ciascuno. Ma tutti, alla fine, concordano sul fatto che ogni nostro Incontro internazionale si rivela un’esperienza indimenticabile. Ecco perché tutti coloro che da domani saranno presenti a Torino certamente poi avranno il desiderio di ritrovarsi insieme anche la prossima volta, tra sei anni, al raduno del 2030.

Qual è l’aspetto che rende così forte l’esperienza dei vostri Incontri mondiali?

Certamente l’intenso scambio di esperienze di coppia, soprattutto tra coniugi di Paesi lontani. E poi la condivisione. Nel confronto tra noi ci rendiamo conto che la grande attenzione delle End alla realtà della coppia è una costante che si ritrova in tutte le esperienze, in ogni parte del mondo.

Anche per voi è stato così?

Sì, quando siamo entrati nelle End, 32 anni fa, eravamo una coppia appena sposata e abbiamo sperimentato questa grande attenzione per la nostra realtà. Oggi, 32 anni dopo, questa attenzione continua a segnare positivamente il nostro cammino.

Quale aspetto vi ha più sostenuto?

Come diciamo noi nelle End, il “dovere di sedersi”, di comprenderci reciprocamente in ogni momento. Questo ci ha aiutato e ci aiuta ad amarci di più, a volerci bene nell’accompagnarci l’un l’altra, l’uno accanto all’altra. Non solo. Ci aiuta anche a rispettare l’equilibrio dell’altro/a, e non imporre mai le nostre idee. Tutto questo sempre con l’aiuto del Signore.

Frequentando sempre la stessa equipe, sempre le stesse 5/6 coppie, non si rischia dopo un po’ di non trovare più stimoli di crescita?

No, all’interno delle equipe la diversità di ciascuno viene rispettata e ciascuno è libero naturalmente di conservare le sue idee, non c’è omologazione. Noi da 32 anni continuiamo a frequentare la stessa equipe, comprendiamo le difficoltà delle altre coppie e loro comprendono le nostre. Ma impariamo anche a conoscere e ad apprezzare le diversità.

Non è possibile che una coppia si aggiunga alla vostra equipe?

Se una coppia manifesta il desiderio di unirsi a noi, con il consenso di tutti, lo può fare. Anzi, saremmo ben felici se ci fosse la possibilità di incorporare una nuova coppia.

Quando una coppia vive un momento di difficoltà economica riceve aiuto dalle altre coppie?

Certamente, l’aiuto reciproco è un obbligo, naturalmente secondo la possibilità di ciascuno, nella logica nella fraternità cristiana e della vicinanza umana

E dal punto di vista relazionale, durante i momenti di crisi di coppia?

Allo stesso modo. Ci ascoltiamo e preghiamo insieme. Diciamo che il tipo di aiuto dipende molto da quanto una coppia decide di aprirsi, di condividere i propri problemi. Ci sono state coppie che, in queste situazioni, hanno preferito staccarsi dalle equipe per un certo periodo. Nelle situazioni più complicate affidiamo le coppie in crisi a psicologi di fiducia.





Domenica, 14 Luglio 2024

C’è voglia di partecipazione nel mondo cattolico che «ha l’ambizione di cambiare il volto della società», spiega il segretario generale della Cei, l’arcivescovo Giuseppe Baturi. Lo testimoniano i ragazzi del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, il “laboratorio di fraternità” voluto dalla Cei che torna a riunirsi a partire da ieri facendo arrivare in Italia da venti Paesi legati al grande mare trentaquattro “under 30” rappresentanti delle Chiese del bacino. E lo dice il “popolo” delle diocesi italiane che ha partecipato alla Settimana sociale di Trieste, a cominciare proprio dai giovani che sono stati fra i protagonisti. «L’amore politico, di cui ha parlato il Papa a Trieste, deriva da una fede che non può essere intimistica - afferma l’arcivescovo di Cagliari -. Per noi, è questione di carità, non di contributo a uno schieramento politico o a un altro. Oggi c’è un deficit di speranza. Ecco perché il nostro stare dentro la realtà ha come compito anche quello di organizzare la speranza. E tutto ciò avviene in forza della nostra adesione al Vangelo. Chi racchiude in schemi politici la ricchezza delle posizioni, a volte anche plurali com’è giusto che siano, del mondo cattolico, è come se sacrificasse il più».

Eccellenza, partiamo dal Consiglio del Mediterraneo. I giovani lanciano un appello di pace?

Di fronte agli orrori delle guerre e alle incertezze di questo momento storico, i giovani gridano la volontà di pace ma vogliono anche offrire strade percorribili. Lo scorso aprile il direttivo del Consiglio, accompagnato da una delegazione della Cei, ha fatto tappa nel Parlamento Europeo a Bruxelles in modo che il grido potesse essere ascoltato e divenire proposta. Adesso i giovani si rincontrano fra Roma e la Toscana per pregare, confrontarsi e definire indirizzi operativi su cinque ambiti: fede, comunità, dialogo, accoglienza e impegno civico.

I giovani cattolici e, per certi versi le Chiese, richiamano l’Europa a una responsabilità verso il Mediterraneo?

La richiamano anzitutto alla memoria delle proprie radici che sono radici di incontro e di pace. Lo slancio che ha unito i Paesi dopo la seconda guerra mondiale non deve attardarsi o inaridirsi in questioni burocratiche o meramente politiche. E poi avvertono che l’Europa non può non guardare al Mediterraneo, alle sue sponde, alle culture, ai popoli, alle religioni che sul grande mare si affacciano. Del resto la possibilità di dialogo nel Mediterraneo può contribuire alla pace anche in altre parti del mondo.

La Ue può fare di più per la pace?

L’Europa deve tradurre il tema della pace in progetto politico e diplomatico. La pace va rimessa al centro. Una pace che i giovani chiedono vada a braccetto con la libertà e con la giustizia e che non può essere ridotta a mero elemento di equilibrio. I ragazzi del Consiglio mostrano come l’essere parte di comunità nazionali, culturali o religiose non è motivo di esclusione dell’altro o di diffidenza. Bisogna coltivare vie di amicizia.

E va favorita l’accoglienza di chi bussa alle nostre porte.

Alcuni dei ragazzi del Consiglio hanno invitato anche dentro il Parlamento Europeo al dovere di una protezione nei confronti di quanti fuggono da guerre, situazioni ambientali drammatiche, discriminazioni. Il fenomeno migratorio va governato insieme ma a partire dal sentimento umano della solidarietà. Quando invece si assumono solo categorie politiche, c’è il rischio di restare insensibili alle sofferenze di una parte del mondo. Il Mediterraneo non può essere un cimitero, ma deve essere crocevia di incontro. Ciò vuol dire anche cogliere le ragioni delle migrazioni. Come ha sottolineato la Cei, serve assicurare e proteggere la libertà di partire ma anche quella di restare nelle terre d’origine o di tornarvi in una logica di sviluppo e sicurezza.

Anche a Trieste i giovani cattolici italiani riaffermano che intendono mettersi in gioco: nella Chiesa e nella vita civile.

È fondamentale ascoltarli. Mirano a una partecipazione, anche politica, che intreccia l’esperienza spirituale, l’amore per la Chiesa e la passione per l’uomo. Così la fede diventa fattore politico e promozione di una nuova civiltà.

Eppure è cresciuta l’onda dell’astensionismo nelle ultime tornate elettorali. Che cosa fare?

Anzitutto serve creare condizioni di fiducia. Quando mancano, anche per certe responsabilità politiche, la partecipazione viene meno. La ritengo una grande forma di denuncia. Poi è necessario educare: ossia, occorre diffondere una cultura del “prendersi cura” dell’altro. In questo senso la vita cristiana è una palestra di formazione sulla scorta del Buon Samaritano. Inoltre è opportuno incoraggiare la presenza dei corpi intermedi a favore del buon decorso della società: dalle famiglie alle parrocchie, dalle associazioni al terzo settore. Sfiducia e individualismo si combattono alimentando reti comunitarie in cui la donna e l’uomo possano essere accolti, accompagnati ad esempio nel momento del “fine vita”, sostenuti nella ricerca del lavoro, aiutati nella malattia.

Ma si parla anche di irrilevanza dei cattolici nella vita politica del Paese.

È cambiato il modello di presenza politica. Se la fede è davvero rilevante come lo è anche l’appartenenza ecclesiale, si traduce in ricerca del bene comune. Lo testimonia anche l’impegno cattolico in numerosi ambiti sociali: dalle reti educative a quelli della solidarietà che in questi anni sono essenziali per le famiglie. Soprattutto nelle aree interne del Paese dove si nota un arretramento delle istituzioni. Il problema è come la vivacità della base e la presenza culturale, educativa, solidale nella società possa ritrovare sbocchi politici. Un percorso che a Trieste è stato individuato chiaramente come imprescindibile.

A proposito dei piccoli paesi a rischio spopolamento o abbandono, la Chiesa italiana ne ha fatto una priorità. A Benevento martedì e mercoledì tornano a incontrarsi i vescovi di queste “periferie”.

Ci sta a cuore la dignità della nostra gente e quindi la qualità della vita. La Chiesa intende restare un presidio. Non è un caso che anche la comunità ecclesiale stia riflettendo su come rinnovare la sua presenza territoriale, anche attraverso la valorizzazione dei diversi ministeri, per continuare a essere vicino alle persone: nelle città o nelle aree più interne. Anche la politica dovrebbe fare altrettanto.

Il muro contro muro caratterizza l’attuale frangente politico. Vale anche per i cattolici?

I cattolici devono riconoscersi in principi condivisi. Il che implica una dinamica di incontro. La Costituzione è nata anche dall’iniziativa dei cattolici che hanno avuto l’ardire di dialogare con tutti. La partecipazione ecclesiale, quando è seria, provoca amicizia. Un’amicizia sociale in cui non viene meno la passione per la verità ma la si riconquista continuamente nello scambio con l’altro.

Si assiste a una divisione fra cattolici della morale e cattolici del sociale. Come sanare la “frattura”?

Anzitutto, recuperando l’idea che l’essere credenti non è un possesso, ma una ricerca. Il nostro compito è stare dentro lo sguardo che Cristo aveva verso le folle. In secondo luogo, pensando che l’unità fra di noi non è un’opzione a posteriori ma viene a priori. Di fronte al pluralismo è necessaria la coerenza rispetto a una scelta di fede. Pertanto è importante sapere integrare il proprio punto di vista con quello del fratello. Ma non può esserci divisione fra l’amore verso la vita nascente e quello allo straniero, per citare due esempi. Il bene dell’uomo è unitario.

Trieste rilancia l’urgenza di una democrazia condivisa. Come affrontare la stagione delle riforme?

Con uno sforzo di confronto. E soprattutto con uno sguardo sul futuro. Ciò significa non sacrificarlo alla miopia dei posizionamenti contingenti. E ai credenti chiediamo l’umiltà di sedersi intorno ai tavoli per dialogare.

L’autonomia differenziata?

Come Chiesa, abbiamo già espresso la nostra preoccupazione legata al fatto che il Paese ha bisogno di coesione. Abbiamo raccolto i timori di numerosi episcopati che invitano a coniugare solidarietà e sussidiarietà. Da cattolici ribadiamo che lo Stato deve organizzarsi in modo che la giusta autonomia non provochi strappi al tessuto unitario. Infatti non c’è sussidiarietà senza solidarietà; e non c’è solidarietà senza sussidiarietà. La sussidiarietà senza solidarietà diventa particolarismo; e la solidarietà senza sussidiarietà si traduce in assistenzialismo.


Il Consiglio dei giovani del Mediterraneo: in Italia gli ambasciatori di fraternità da venti Paesi e tre continenti


Torna a incontrarsi il Consiglio dei giovani del Mediterraneo composto da 34 ragazzi di tre continenti, Europa, Africa e Asia, che rappresentano le Chiese di venti Paesi affacciati sul grande mare. Un “Sinodo” tutto laico e under trenta voluto dalla Cei come lasciato dell’Incontro dei vescovi e dei sindaci del Mediterraneo che nel 2022 avevano firmato la Carta di Firenze per fare del bacino una scuola di convivenza e amicizia fra i popoli e le religioni. Il Consiglio, che si è insediato nell’estate 2023 a Palazzo Vecchio, si è riunito ogni mese online. Da sabato 13 a sabato 20 luglio la nuova assemblea plenaria in Italia.

Domenica 14 luglio i giovani arriveranno nel Seminario di Fiesole dove lo scorso aprile è stata inaugurata la sede del Consiglio. Nell’agenda le sessioni di lavoro per varare una serie di progetti. Martedì la tappa in Vaticano per il dialogo con il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Mercoledì i giovani incontreranno il governatore della Toscana, Eugenio Giani, e l’arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli. Venerdì la visita al santuario della Verna per gli 800 anni delle stimmate di san Francesco. Ad accompagnare i ragazzi la Fondazione Giovanni Paolo II, la Fondazione Giorgio La Pira, l’Opera per la gioventù La Pira e il Centro internazionale studenti La Pira.





Sabato, 13 Luglio 2024

Don Dante Carraro ha un sorriso che conquista. Aperto, diretto. A ogni domanda si concentra, perché le risposte siano sincere. Niente è formale, in questo prete asciutto, che ogni mattina macina chilometri di corsa, nei cui occhi brucia la passione per l’uomo. Un ragazzo della provincia veneta, classe 1958, un cardiologo che ha scelto il sacerdozio ispirato da Martin Luther King, e che fin da subito incontrò sulla sua strada il Cuamm-Medici con l’Africa, di cui è stato prima vicedirettore (1994-2008) e da allora direttore. Il Cuamm è una organizzazione non governativa nata nel 1950 a Padova con il programma di curare le popolazioni più derelitte e di formare medici e infermieri locali. Oggi opera in 9 Paesi (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda e Costa d’Avorio). Nel 2023, 3.500 persone, la gran parte medici e al 90% africane, hanno lavorato per il Cuamm.

Cominciamo dall’inizio. Perché Dante?
Dovevo chiamarmi Marco, ma due giorni prima che nascessi è morto un cuginetto e mi è stato dato il suo nome. Ci sono stati periodi in cui chiamarmi Dante mi disturbava, ma ho capito che nella sua originalità il mio nome si fa ricordare. E poi è il participio presente del verbo dare, colui che dà. Quindi va bene.

Com’è stata la sua infanzia?
Sono nato e cresciuto nell’ultimo paese della provincia di Venezia, al confine con quella di Padova, Mellaredo di Pianiga. Mamma figlia di commercianti benestanti, padre figlio di contadini diventato negoziante. Lei era focosa e schietta, mio padre gentile e discreto. Nel mio modo di rapportarmi alle persone ho preso da lui, ma quando mi arrabbio mi ritrovo in lei. Da mia mamma ho imparato anche la verità nelle relazioni, l’essere diretti, senza nascondersi.

Da bambino andava in chiesa?
Eccome. Mi piaceva fare il chierichetto, e quando tornavo a casa giocavo a celebrare la messa con Michela, la mia sorella più piccola. Mia mamma mi assecondava, pur con certo timore: non avrebbe mai voluto che diventassi prete.

La ostacolò?
Più o meno. Ricordo due episodi. Il parroco ogni tanto selezionava i chierichetti più sensibili e li portava in auto a visitare il seminario minore a Thiene. Avevo 10, forse 12 anni. Quando toccò a me, mia mamma non diede il permesso. Mi ricordo anche che il parroco mi dava una mancia di 30 lire quando andavo a servir messa nei giorni infrasettimanali. Lei mi disse: “Te ne do 50 se non ci vai”. E così fu.

Le spiegò mai perché?
Quando a 27 anni le comunicai che sarei entrato in seminario, mi rispose: veramente? Le chiesi perché era contraria. Perché ho conosciuto tanti preti tristi, rispose, e noiosi. La sua franchezza mi ha interpellato. Ho capito quanto preziose sono le mamme nelle verità che dicono ai figli. E ho deciso che tipo di prete non volevo essere. E che le mie prediche sarebbero state brevi. Oggi regolo l’orologio sui 5 minuti.

Dopo il liceo scientifico, come maturò l’idea di iscriversi a Medicina?
Volevo studiare qualcosa che mi portasse vicino ai poveri.

A chi si ispirava?
Avevo 15, 16 anni quando mi innamorai di Martin Luther King. Lessi i suoi discorsi, mi appassionai alle battaglie che aveva combattuto per i diritti dei più deboli, al modo in cui aveva interpretato i brani del Vangelo. La sua potenza, il suo coraggio... Quella fede che in quel periodo della mia vita si era affievolita l’avevo riconosciuta nella sua figura e nelle sue parole. Ecco, lui ha contribuito a tenere viva la mia fiammella.

Tra il liceo e l’università è stato fidanzato. Che ricordi ha di quel periodo?
C’era una ragazza della parrocchia che mi piaceva, si chiamava Marina. Per frequentarla ho ripreso ad andare in chiesa. Stavo bene con lei. Siamo stati fidanzati per un po’. Ma in fondo in fondo non mi sentivo completo. Ci siamo lasciati, ma ci vedevamo ancora, entrambi eravamo impegnati in parrocchia. Tra noi c’era affetto. Dopo qualche tempo, eravamo sul punto di rimetterci insieme. Avevamo un appuntamento per parlarci. Ma quella sera lei ebbe un incidente stradale e purtroppo tre giorni dopo morì. Per me è un mistero: non so come sarebbe andata la mia vita se non fosse accaduta quella disgrazia. Marina è riuscita a toccare corde molto profonde di me. Lei rimane nel mio cuore.

Poi ci sono stati gli anni dell’università, nel 1987 la specializzazione in Cardiologia. Come è maturata la decisione di diventare prete?
Amavo i miei studi, la professione a cui mi stavo affacciando; avevo tutto ma non mi sentivo soddisfatto, in pace. La sera, uscendo dall’ospedale di Padova, entravo nella vicina chiesa di Santa Sofia. Mi sedevo davanti al Crocifisso e chiedevo: perché non mi sento libero? Perché non sono felice? Mi piacevano alcune ragazze, anche io piacevo, ma non riuscivo a decidere cosa fare di me stesso. Dio, cosa vuoi da me?, chiedevo in quella chiesa.

Quanto durò l’attesa?
Due anni. La mattina di Venerdì Santo andai davanti al Sepolcro e sentii la risposta. Dio mi chiedeva tutto, mi voleva tutto. Ho respirato a pieni polmoni, quello che prima mi faceva paura mi ha riempito di una gioia e di un coraggio infiniti. E sono entrato in seminario, pensando di lasciare tutto, la specializzazione, la professione dei miei sogni. Mi sono sentito libero.

Poi le cose sono andate diversamente. Come vive la dimensione del celibato?
Profondamente. È grazie al celibato che riesco ad allargare i miei orizzonti fino ad arrivare a tutte le persone che incontro. Per me è un modo di voler bene.

Ha mai avuto momenti di “buio”, o di "notte oscura", come la chiamava santa Teresa di Calcutta?
Gli anni di attesa, prima di entrare in seminario, sono stati difficili per la mia fede. Un momento durissimo è stato lo scoppio della guerra in Ucraina.

Perché?
Perché la guerra ha drenato l’attenzione e tanti soldi destinati all’Africa, provocando uno sconquasso nel continente. Ho avuto la percezione potente che il lavoro mio e di tanti di cui ho la responsabilità fosse un’illusione. Tutto distrutto, vanificato.

E questo ha fatto vacillare la sua fede?
Sì, perché io credo nel mio lavoro, è la mia missione. In quel momento ho pensato che decenni di duro lavoro fossero stati inutili. La guerra ha fatto impennare i prezzi e quando il grano sale da 50 birr (la valuta dell’Etiopia, ndr) al quintale a quasi 2.000, i genitori possono comprarne un solo sacco al mese e la gente muore di fame. Le mamme muoiono, i bambini muoiono. Chiedevo a Dio: allora non sono figli Tuoi? Come posso credere in un Dio che, anziché aiutarmi nel mio lavoro, rimane indifferente o non mi è vicino? Di chi sono figli queste creature? Perché diciamo insieme, noi e loro, Padre Nostro? È stato un momento di grande sconforto.

Come ne è uscito?
L’ho accettato, con la pazienza e la preghiera. Alla fine mi sono detto: don Dante, tu fai tante cose, ma non sei tu che le fai, è il Signore che ti conduce. Prima ancora di te, è Lui che ha a cuore quelle persone, e tu sei un pezzetto della Sua storia di riscatto e di salvezza. Quelle mamme, quei bambini sono morti perché il male esiste, la guerra esiste. Ho dovuto fare pace dentro di me, accogliere il male e sentire che in quella storia Dio c’è, più forte di me, prima di me. Questa mi ha dato serenità, senza togliere il dolore.

Lei trascorre mediamente sei mesi in Africa e sei in Italia. Quale Paese, tra quelli in cui opera il Cuamm, ama di più?
(lunga pausa) Rispondo come una madre che ama tutti i figli, ciascuno con le sue caratteristiche, ma riserva più attenzioni al figlio che ha più bisogno. Dunque, il Sud Sudan, forse perché è il più disgraziato. Nella povertà più profonda, nell’ingiustizia più disumana, germogliano persone meravigliose. Per questo lo amo. E poi per le mamme: non hanno niente, non sanno una parola di inglese, ma con gli occhi ti inondano di gratitudine quando visiti il loro bambino.

Un paio di cose che le ha insegnato l’Africa?

Primo: niente lamenti, solo rammendi.

Cioè?
Ho imparato che la vita ha valore sempre, anche quando è sbregata. Con un tessuto lacerato non si può fare un vestito nuovo. Si può rammendare, con gioia e pazienza. Se noi pretendiamo troppo, poi rimaniamo insoddisfatti e questo è il motivo per cui viviamo da scontenti.

Secondo?
L’Africa mi ha insegnato che il limite c’è e va accolto. Io sarei un perfezionista, ma ho imparato il senso del limite e la sera vado a dormire contento anche dopo una giornata faticosa o frustrante.

Qual è la debolezza umana che è più incline a perdonare?
Non una, ma la gran parte. Ho pensato molto al richiamo del Papa alla misericordia: ecco, io eccedo.

Insomma, in confessionale è di manica larga. Ma ci sarà qualcosa per cui fatica a essere indulgente?
La mancanza di sincerità.

E la sua debolezza qual è?
A volte mi chiedo se è giusto lavorare così tanto. Talvolta faccio fatica a trovare un limite. Ma poi mi sento indulgente con me stesso, e mi dico che lo faccio per i più poveri. E poi un’altra cosa.

Dica.
Sono abituato a dir Messa dove mi capita: in aeroporto, in treno, dovunque. Talvolta temo di non tenere in dovuta considerazione la forma liturgica…

Peccati veniali, suvvia… Lei in Africa vede morire bambini colpiti da malattie che da noi sono curabili. Cosa prova?
Un dolore profondo, che mi rimane dentro. Certe volte sono esausto ma penso: Dante, sei stanco, sul serio? Devi fare di più, non devi perdere un secondo della tua vita, visto che hai avuto il privilegio di essere sano.

Lei ha 65 anni. Pensa mai alla pensione?
Mi sento in forma e certe volte mi stupisco anch’io del fatto di non sentirmi logorato dal lavoro. Il motivo però lo so: la Parola per me è vita. Più grande della fatica è il fuoco che mi strugge dentro.

Il suo progetto per la vecchiaia?
A volte penso a quando avrò 75 anni e potrò andare in pensione. Mi vedo in una chiesetta tranquilla, andare a trovare gli ammalati senza fretta, dire messa, leggere…

Facciamo finta di crederci… Lei è medico del corpo e medico dell’anima. Che dimensione prevale?
La seconda. Ma la prima aiuta a vivere meglio la seconda, è un patrimonio che rimane.

Lei viene ricoperto di premi e riconoscimenti. È anche commendatore. Si sente bravo?
No, no, per carità. Sono contento e ringrazio Dio, ma i riconoscimenti sono per il Cuamm. Io tento di fare quello che Dio mi chiede e di essere me stesso.

Qual è il suo sogno per l’Africa?
Che sia finalmente libera. Che gli africani, soprattutto i giovani, possano recuperare la propria dignità, quella che cercano con tanta speranza.

Ultima domanda: sua mamma aveva torto? Lei è un prete felice?
Sì, lo sono. Prima di morire mia madre mi disse: sono contenta perché vedo che non sei un prete triste. Il giorno della consacrazione ho pianto tanto, di felicità e gratitudine. Da quel giorno sono trascorsi 33 anni. E con umiltà, guardando il cielo, mi sembra di essere più contento oggi di allora. Ringrazio Dio che mi ha messo sulla strada dell’Africa, un continente bistrattato, pieno di limiti ma anche di opportunità. Un continente che non finisce mai di provocarmi.





Venerdì, 12 Luglio 2024

Comunità che si aprono all’accoglienza di chi cerca riposo e ha bisogno di ritrovare le energie per affrontare gli impegni della vita quotidiana: questo è l’altro volto delle mete delle vacanze, che sono sempre casa di una Chiesa per la quale il turismo è risorsa ma anche sfida. E sono queste le dimensioni che si ritrovano nei tradizionali messaggi che i vescovi delle mete vacanziere rivolgono ai visitatori, soprattutto nel periodo estivo.

«Sono certo che le nostre comunità cristiane potranno essere per voi uno spazio e un luogo idoneo per trovare ristoro nel corpo e nello spirito. Per questo ringrazio i nostri sacerdoti, i religiosi e le religiose, e i fedeli laici che sono a servizio delle parrocchie e delle comunità che vi accoglieranno con semplicità», scrive ai turisti l’arcivescovo di Genova, Marco Tasca. «Le proposte culturali e di preghiera che mi auguro vi saranno suggerite, possano contribuire a ritrovare il senso e lo scopo della vita», chiosa il presule.
Dello stesso tenore il messaggio inviato dal vescovo di Rimini, Nicolò Anselmi: «Le nostre comunità cristiane sono tutte impegnate a offrire, per chi lo desidera, occasioni di preghiera, di celebrazione della Messa, del sacramento della Confessione, di momenti di fraternità, di riflessione, di cultura, di svago – scrive il presule –. Dio è amore; la natura, il mare e la sabbia, il cielo, le stelle, i prati, gli alberi e i fiori sono un suo dono; la Parola di Dio, i sacramenti, la Chiesa sono un suo dono. Gli amici, i parenti, i compagni di divertimento sono un suo dono. La diocesi di Rimini, secondo i bisogni del mondo e i desideri di papa Francesco – aggiunge Anselmi, ricordando ai turisti il volto vivo della comunità locale –, è impegnata per la pace e la carità in tanti e differenti ambiti: sociale, missionario, a favore di chi vive una situazione di povertà, dei profughi, di chi ha vissuto o sta vivendo la realtà del carcere, di chi è caduto e vuole uscire dalle dipendenze della droga, dell’alcol, del gioco d’azzardo, di chi è solo».

«È tempo di vacanza: tempo per contemplare – scrive il vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino –. La contemplazione è più del semplice guardare, perché di solito vediamo le persone o le cose in maniera tanto formale quanto superficiale. Ci manca il tempo per “fermare lo sguardo”. Le vacanze sono una grande opportunità per contemplare, cioè per esercitarci a guardare la realtà nella sua profondità. Occorre trovare tempo per restare in silenzio e “dimorare nelle domande” (R.M. Rilke) – sottolinea Savino –. Ecco un modo sapiente ed intelligente di vivere il tempo della vacanza, senza dimenticare responsabilità e solidarietà».

Chiaro l’invito ai turisti del vescovo di San Marco Argentano-Scalea, Stefano Rega: «Ora che i ritmi della vita non sono dettati dalla frenesia del lavoro, trovate il modo per contemplare la voce di Dio – scrive –. Anche se viviamo un tempo di riposo, non possiamo dimenticare che la nostra Europa è fortemente minacciata da venti di guerra: questo è il tempo in cui possiamo trovare maggiore spazio per chiedere al Signore, nella preghiera solitaria e nascosta, il dono della pace». Rega poi aggiunge un pensiero per tutti i lavoratori del territorio che vive di turismo: «Il lavoro è per tanti una necessità, ma esige che sia sostenuto dall’equità e dalla giustizia. A farne le spese sono spesso ragazzi che, per non essere di peso ai genitori, si accontentano di pochi spiccioli, sobbarcandosi turni di lavoro estivi massacranti». «Mi auguro che l’incontro con la nostra comunità, in questi giorni di vacanze, possa come nell’esperienza dei discepoli di Emmaus, ravvivare la speranza e ricondurvi a una nuova esperienza ecclesiale», scrive da parte sua il vescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, Leonardo D’Ascenzo. «Con voi desideriamo vivere quella particolare dimensione comunitaria improntata all’accoglienza e alla reciprocità, affinché questo periodo di riposo del corpo e della mente possa arricchirsi anche della riscoperta della dimensione spirituale», scrive infine ai turisti di Ischia Carlo Villano, vescovo dell’isola e di Pozzuoli.





Venerdì, 12 Luglio 2024

La presidenza della Cei ha nominato il nuovo assistente ecclesiastico nazionale del Csi (Centro sportivo italiano). È il toscano don Luca Meacci, 60 anni, dal 1996, e fino a oggi, assistente ecclesiastico regionale del Csi Toscana. «Ringrazio la Cei e il Csi per questa nomina che accolgo con gioia e tanta responsabilità – le prime parole di don Luca da assistente ecclesiastico nazionale, appena raggiunto dalla notizia –. Mi appassionano le sfide, quindi accolgo questo incarico con riconoscenza e impegno. In questo momento vorrei salutare e abbracciare tutto il Csi, atleti, dirigenti, società: abbiamo una grande fortuna, quella di poter servire, attraverso lo sport, tante persone di ogni età». Don Meacci sarà assistente del Csi per il prossimo quinquennio.

Il presidente del Csi Vittorio Bosio in una nota ha voluto ringraziare il presidente e il segretario generale della Cei, rispettivamente il cardinale Matteo Zuppi e l’arcivescovo Giuseppe Baturi, per la designazione a questo ruolo di don Meacci che subentra come assistente al sacerdote ambrosiano don Alessio Albertini.

Nato ad Incisa Valdarno il 16 maggio 1964, don Luca Meacci ha frequentato il Seminario a Fiesole e svolto gli studi teologici a Firenze. È stato ordinato prete il 21 aprile 1990, nella Cattedrale di Fiesole da parte del vescovo Luciano Giovannetti. Dal 4 settembre 2019 è parroco della parrocchia di San Martino a Rufina (Firenze ), nella diocesi di Fiesole.





Venerdì, 12 Luglio 2024

XV Domenica del Tempo ordinario – Anno B






Venerdì, 12 Luglio 2024

«È una grande responsabilità essere il primo presbitero sierraleonese ad assumere la guida della diocesi di Makeni dopo il lungo periodo svolto dai missionari saveriani. Voglio ringraziare Dio e il Papa che ha avuto fiducia nel fatto che potessi diventare un suo vescovo. Non è per mio merito, ma è per la grazia di Dio. Lo ringrazio per le sue benedizioni e per avermi chiamato ad accompagnare il suo popolo come vescovo».

Sono le parole con le quali, in un colloquio nella Casa madre dei Missionari saveriani di Parma, monsignor Bob John Hassan Koroma descrive ad Avvenire cosa significa per lui la nomina a vescovo della sua diocesi in Sierra Leone. Con il rettore dell’Università cattolica di Makeni, il sacerdote Joseph Alimamy Turay, è arrivato in Italia per visitare il vescovo emerito Giorgio Biguzzi, che lo ha ordinato prete nel 1999 e che era alla sua consacrazione episcopale il 13 maggio 2023. Ha potuto parlargli e riabbracciarlo tre giorni prima della sua morte. «Ho espresso al mio predecessore e padre spirituale la vicinanza filiale, l’amore e la gratitudine a nome dell’intera diocesi di Makeni per il suo amore disinteressato e il suo devoto servizio in tutti questi anni. La sua scomparsa è stata per me come la perdita di un genitore. Lo ricordo come un rimarchevole pastore che, come Cristo, ha offerto la sua vita per le sue pecore».

Per Koroma essere stato chiamato a servire la Chiesa come vescovo è un dono ma, aggiunge, «è anche una grande responsabilità, soprattutto pensando a che cosa comporta questo ruolo oggi e in questa era della Chiesa nella quale papa Francesco sta invitando tutti allo spirito di sinodalità – nota il presule –. È una grande responsabilità raccogliere l’eredità dei saveriani. Desidero ringraziarli per avere piantato il seme della fede dal 1950 nel nostro territorio. Ricordo i pionieri, tutti italiani: i vescovi Augusto Azzolini e Luigi Calza, padre Camillo Olivani e padre Attilio Stefani. Oggi quella fede è cresciuta».

Il neo vescovo legge la presenza di una leadership locale come un segno di maturità e ritiene necessario continuare a seguire i passi compiuti dai fondatori.

Il suo nome composito suggerisce le origini culturali e religiose. «Sono nato a Makeni, città situata nella Provincia nord della Sierra Leone, che è in prevalenza di religione islamica. Anche i miei genitori sono musulmani. All’età di tre anni ho perso mio padre, e mia madre, che era molto giovane, era completamente disorientata. Fui allevato dalla zia paterna, che è cattolica, e attraverso i missionari saveriani, che hanno edificato delle scuole, ho ricevuto in dono la fede. Ho imparato il catechismo e infine sono stato battezzato da padre Franco Manganello. Ho poi ricevuto la Cresima dal vescovo Azzolini e sono stato ordinato presbitero dal vescovo Biguzzi. Posso dire che tutta la mia vita è stata influenzata dai missionari saveriani».

Nel segno della continuità, inizia una nuova epoca. «Quella sierroleonese è una Chiesa giovane, con preti e vescovi di prima generazione, in particolare a Makeni. Abbiamo segni di crescita con la nascita di vocazioni al presbiterato, alla vita religiosa e laicali. Nel Seminario, che raduna giovani della Sierra Leone e del Gambia, abbiamo 57 studenti, 20 dei quali sono di Makeni».

Una caratteristica della Sierra Leone, testimoniata anche dai saveriani, che oggi sono una ventina distribuiti in otto comunità, è un fiorente dialogo interreligioso. Koroma lo conferma: «Le relazioni del cristianesimo con le altre religioni è meravigliosa: c’è una pacifica coesistenza e un mutuo rispetto, anche se noi cristiani siamo una minoranza. Oltre a dedicarsi all’evangelizzazione e all’amministrazione dei sacramenti, la Chiesa cattolica promuove lo sviluppo umano attraverso scuole e ospedali. Molti musulmani frequentano gli istituti cattolici perché sono apprezzati per la disciplina e i valori che guidano l’insegnamento».

Le famiglie sono laboratori interreligiosi: «In Sierra Leone accade frequentemente che in un nucleo la moglie sia cristiana e il marito musulmano. Questa è bello. Ci sono incontri interreligiosi che iniziano con una preghiera cristiana e una musulmana. Come Chiesa offriamo servizi a tutti. Nelle scuole e nelle Caritas impieghiamo anche persone musulmane, basta che siano competenti e abbiano i requisiti necessari».

La guerra civile in Sierra Leone, durata dal 1991 al 2002, non aveva niente a che fare con motivi religiosi: è stato un conflitto politico ed economico, continua il vescovo. L’anno scorso si sono svolte le elezioni politiche. «È emersa insoddisfazione sulle procedure adottate. Questo ha creato tensioni. Ma la popolazione sierraleonese è resiliente. Abbiamo sofferto la guerra per undici anni e non l’abbiamo ancora dimenticata, perciò cerchiamo di affrontare le situazioni amichevolmente, con ragionevolezza e non con la canna del fucile. Non vogliamo che si ripetano le violenze del passato».

Nella Sierra Leone c’è un Consiglio interreligioso nazionale del quale fa parte la Chiesa cattolica. «Cerchiamo di vedere come poter affrontare i problemi. Naturalmente ci sono difficoltà anche da noi per la crisi economica globale. Abbiamo di fronte grandi sfide per l’alto costo della vita; il costo del petrolio è aumentato e così tutto diventa più costoso. La gente sta soffrendo. Ma stiamo cercando di vincere le sfide, e preghiamo e speriamo che prima o poi, anche con l’apporto della comunità cristiana e con l’accordo tra i leader il Paese possa costruire il proprio futuro».





Venerdì, 12 Luglio 2024

«Porgi l’altra guancia va applicato a casa, non con il signore che ti pesta il piede in autobus».

«Dobbiamo fare la fatica – la più grande che ci viene chiesta – di tenere lo sguardo al cielo, perché nel secondo in cui lo distogliamo da Dio e lo mettiamo sulle nostre ragioni cadiamo, come succede in bici quando ci mettiamo a guardarci i piedi».

«Il problema del cristianesimo è che ormai coincide con la società borghese, nata dalla Rivoluzione francese – una società in cui l’uomo non rischia mai (e infatti per prima cosa ha introdotto il divorzio). Noi, invece, sappiamo che nel matrimonio ci giochiamo davvero la vita eterna».

Costanza Miriano, giornalista Rai, scrittrice tra le più lette in Italia nel settore “cattolici”, di libri ne ha firmati ormai diversi dal 2010 a oggi, cioè dal suo Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura, che è stato un caso editoriale, tradotto in otto lingue. L’ultimo, Benedetto il giorno che abbiamo sbagliato. Manuale di manutenzione del matrimonio, pubblicato come gli altri da Sonzogno, e da cui abbiamo tratto le citazioni iniziali, è uno dei suoi più riusciti. La presentazione più chiara la fa lei nell’introduzione: «Questo libro racconta di matrimoni in cui uno dei due sposi, o entrambi, a un certo punto o in molti punti sentono la fatica, oppure vengono sfiorati dal dubbio o assaliti dalla certezza di avere sbagliato, tentati dal pensiero di un’alternativa, oppure ancora hanno chiarissimo che vogliono restare, ma non sanno come. Sentono una mancanza che – non vorrei svelare la soluzione del giallo – può colmare solo Chi è più grande. D’altra parte, anche i discepoli di Quello lì rimangono sconvolti e dicono che “allora non conviene sposarsi”. Tutti i matrimoni felici che ho incontrato sono così, figuriamoci quelli infelici – e ce ne sono».

La manutenzione a cui è dedicato il libro va nel concreto, il che già aiuta. Il titolo di ogni capitolo inizia con «Perché rimanere sposati anche se…» e a seguire: «non ci amiamo più», «a letto non funziona più», «siamo diversi», «il tradimento sembra la soluzione», «mi ha tradito», ecc. Ma un altro dei motivi per cui i capitoli si fanno leggere, e per cui l’autrice ha incontrato il suo successo, insieme alla profondità dello sguardo, motivo che qui vorremmo evidenziare, è che fanno ridere. L’ironia – compreso un certo gusto per il surreale – è uno degli ingredienti che più mancano nella saggistica cattolica, ma di cui più si nutrono le conversazioni quotidiane, reali, e di cui più abbiamo bisogno per affrontare la gravità della vita. Ironia che in fondo è il riflesso della letizia cristiana ed è buon'amica dell'ascesi.

Volendo quindi chiudere questa breve recensione con una citazione che sia lieve e di sostanza, prendiamo il decalogo finale per il buon marito stilato dall’autrice:

«1) Ascoltala.

2) Guardala (sforzati tantissimo di capire se si è tagliata i capelli o ha messo una gonna).

3) Ascoltala altri due minuti, dai, ce la puoi fare.

4) Dille che è bella. Non come Dybala, ma quasi. [della passione del marito dell’autrice per la squadra della Roma si parla diffusamente nel libro ndr]

5) Difendila da se stessa, dalle sue paturnie.

6) Proteggila dai pericoli esterni.

7) Liberala dalle cose inutili.

8) Custodisci il tuo cuore e il tuo sguardo per lei.

9) Ama i vostri figli.

10) Sii pronto a morire per lei, un carrello della spesa alla volta».





Giovedì, 11 Luglio 2024

«Penso che la gratitudine sia una straordinaria forza spirituale. Per contro, essere ingrati è come essere mutilati, come essere afflitti da una brutta miopia intellettuale, una forma di miopia grave poiché sarebbe facilmente evitabile». Con queste parole inizia la riflessione sulla gratitudine il professor Franco Cardini, storico insigne, già docente di storia medievale in atenei italiani, europei ed extraeuropei.

La storia – si dice – è maestra di vita. E c’è chi si domanda perché gli esseri umani sembrino imparare così poco dalla storia e siano incapaci di nutrire gratitudine per quanto appreso. Qual è la sua riflessione al riguardo?
Due osservazioni: 1) è vero, sembra che gli esseri umani non imparino niente dal passato: ciò avviene perché si sono poste alla storia le domande sbagliate e non la si è studiata come sarebbe stato necessario fare. 2) C’è però anche il rovescio della medaglia: è vero che molti fatti, strutture, istituzioni sembrano ripetere fatti, strutture, istituzioni del passato, però tale ripetizione non è una vera e propria riproduzione, come se la storia fosse un cerchio e in cui tutto ritorna ciclicamente. La storia compie percorsi circolari che sono talvolta anche molto simili tra loro e tuttavia, a ben guardare, sono diversi. E questi percorsi non sono regolari: la storia procede anche per sbalzi improvvisi. La storia è maestra di vita, cui tributare gratitudine, ma è una maestra molto ambigua e straordinariamente complessa: non è una scienza esatta, è imprevedibile, fantasiosa. Una delle frasi più ricorrenti nei libri degli storici mediocri recita pressappoco così: “viste le premesse, era logico, naturale, che accadessero certi fatti”. Ma non è vero! Date certe premesse le cose potevano andare in moltissimi modi diversi e così, infatti, è accaduto.
Il teologo Pierangelo Sequeri ha scritto su Avvenire: «I ragazzi imparano – felicemente – la storia di Gesù nella loro iniziazione cristiana. La storia della Chiesa la imparano al liceo, scoprendola come storia delle streghe, delle crociate, e dell’inquisizione». E ancora: «Nella catechesi corrente si traggono esempi dalla semina delle origini ma non c’è narrazione del suo lavoro nelle epoche e nelle generazioni. Delle passioni del seme e delle sue risurrezioni – dei padri che hanno mietuto il buon grano di Dio e delle madri che hanno sapientemente infarinato il lievito – non c’è racconto. Nè memoria né emozione». Condivide queste osservazioni, la necessità di coltivare la memoria – leale, affettuosa e grata – dei padri e delle madri che, lungo i secoli, hanno trasmesso la fede?
Certamente! Aggiungo un’osservazione. Ciò che manca, insieme a questa memoria grata, è una reale conoscenza della storia. Spesso si è portati a dare un giudizio pesantemente negativo su vicende che si conoscono poco. Ci sono bravi storici cattolici che alzano le mani e si arrendono ancor prima che gli avversari abbiano puntato il fucile e - lo dico un po’ grossolanamente - parlano subito male delle crociate e dell’Inquisizione. Questo giudizio non è frutto di una conoscenza approfondita della storia ma di un atteggiamento particolare, un misto di pigrizia e debolezza, che evita di compiere una revisione seria delle vicende storiche. Una revisione che porti, ad esempio, a riconoscere quali sono state le ragioni che hanno condotto alle crociate, a riconoscere che esse hanno anche risolto taluni problemi e portato avanti idee che sarebbero felicemente germogliate in seguito. Quest’opera di revisione non viene compiuta, sostanzialmente per viltà e pigrizia: si preferisce concedere subito all’avversario qualcosa, formulando un giudizio totalmente negativo, per poi sottolineare che le cose, in seguito, sono cambiate radicalmente, che vi sono stati eventi e figure quali, ad esempio, il Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII, La Pira, papa Francesco. Ma in realtà né il Concilio né le persone citate hanno mai compiuto un passo senza la Tradizione e il patrimonio del passato. La verità è che la storia è molto complessa e chiede di essere studiata e rivista continuamente, con pazienza, intelligenza, onestà intellettuale: non farlo significa venir meno al proprio dovere di storico.
Nel corso della sua lunga attività di studio, quali figure l’hanno particolarmente colpita per la loro ammirevole capacità di coltivare la gratitudine?
Ne ho incontrate molte. Penso ad esempio a un gruppo di scrittori cattolici fiorentini tra i quali Giovanni Papini, Domenico Giuliotti, Federico Tozzi, che coltivavano un sentimento di profonda gratitudine verso figure quasi dimenticate del cattolicesimo. Papini, ad esempio, provava riconoscenza grande verso figure di secondo piano della Compagnia di Gesù del Seicento. Ma penso anche a Giorgio La Pira: era ammirato e grato anche per quei manuali redatti da eminenti studiosi per i parroci di campagna o per quegli studi minori, pubblicati magari in pochi esemplari dagli stessi sacerdoti, che plasmavano l’apostolato quotidiano: erano tutti lavori straordinariamente fecondi che, di fatto, edificavano la fede di migliaia di persone. Don Milani non è stato una rosa nel deserto: è germogliato da un humus che è stato grembo di altri semi buoni che sono cresciuti e fioriti altrove. Questa pastorale del quotidiano, importantissima, andrebbe meglio studiata. E ringraziata.
A chi desidera esprimere il suo sentito grazie?
«Anzitutto ai miei genitori, a mio padre, operaio, che, quando ero bambino, ogni sabato sera mi portava ad ascoltare la grande musica a palazzo Pitti e la domenica mattina mi conduceva alla scoperta di monumenti, chiese, e musei di Firenze. Sono profondamente riconoscente anche a molti insegnanti: al mio maestro, Ernesto Sestan, e, a Gerusalemme, ad alcuni insigni docenti dello Studium Biblicum Franciscanum e dell’Università ebraica. Nutro gratitudine anche verso alcuni miei allievi che hanno proseguito studi da me iniziati, e che hanno dato prova di possedere grandi qualità umane e professionali: anche da loro ho imparato. Infine, sono sinceramente grato ad alcune persone che sul momento, con un loro gesto, mi avevano procurato un dolore o una disillusione ma che – ho scoperto molto tempo dopo – avevano compiuto quel gesto con il proposito di farmi del bene».






Giovedì, 11 Luglio 2024

Per la prima volta, dopo oltre mezzo secolo dalla fondazione della Fabbrica di San Pietro, due donne entrano a far parte dell’organico dei sampietrini manutentori della Basilica Vaticana. Come annunciato da pare Enzo Fortunato, direttore della Comunicazione della Basilica papale di San Pietro in Vaticano. Si tratta di Lisa (26 anni della provincia di Padova) e Miriana (21 anni di Reggio Calabria), entrambe con un percorso di studi artistici, hanno frequentato il corso per decoratori, stuccatori e muratori della Scuola Arti e Mestieri della Fabbrica di San Pietro. La presenza delle donne non è nuova nella lunga e antica esperienza di lavoro e di arte della Fabbrica, ma in nessun caso finora maestranze femminili erano entrate nel corpo dei sampietrini. Da anni, infatti, è consolidata la presenza di mosaiciste nello Studio del Mosaico Vaticano annesso alla Fabbrica. In passato, nel 1500, venivano impiegate come lavoratrici vedove e orfane, quasi sempre titolari di un'impresa familiare ereditata da un defunto marito o padre, alle quali la Fabbrica garantiva le stesse condizioni economiche e di trattamento lavorativo che erano state assicurate al capofamiglia uomo. Con il passare del tempo sono state assunte donne nelle diverse professioni artigiane della Fabbrica, ma fino ad oggi nessuna era riuscita ad entrare tra i sampietrini. Quella dei sampietrini è una categoria che comprende vare figure professionali, cioè falegnami, muratori, elettricisti, idraulici, addetti alla sorveglianza. Si tratta di una truppa di un’ottantina operai specializzati che hanno il compito di garantire il mantenimento della Basilica vaticana in tutta la sua bellezza.

Come informa una nota ufficiale, dalla posa della prima pietra della Basilica il 18 aprile 1506, quando papa Giulio II diede inizio alla riedificazione della nuova Basilica Vaticana, fino al tempo attuale, la Fabbrica di San Pietro è l’istituzione della Santa Sede alla quale sono state affidate la ricostruzione e successivamente la conservazione, la manutenzione e la fruizione della basilica edificata sulla sepoltura dell’apostolo Pietro. Fa parte delle istituzioni collegate con la Santa Sede e ad essa è delegato il compito di occuparsi di tutto ciò che riguarda la Basilica vaticana così come ribadito dalla costituzione apostolica Praedicate Evangelium, promulgata da papa Francesco il 19 marzo 2022: «La Fabbrica di San Pietro si occupa di tutto quanto riguarda la Basilica papale di San Pietro, che custodisce la memoria del martirio e la tomba dell’Apostolo, sia per la conservazione e il decoro dell’edificio, sia per la disciplina interna dei custodi e dei pellegrini e dei visitatori, secondo le norme proprie. Nei casi necessari il presidente e il segretario della Fabbrica agiscono d’intesa col Capitolo della stessa Basilica» (art. 244).



.






Giovedì, 11 Luglio 2024

Arrivano da 86 Paesi di 5 continenti per un totale di oltre 7.500 persone, tra cui 6.982 coppie. Sono la comunità delle Équipe Notre Dame, movimento laicale di spiritualità coniugale che ha scelto Torino per il suo XIII Raduno internazionale in programma dal 15 al 20 luglio sul tema “Andiamo con cuore ardente” che si richiama al racconto evangelico dei Discepoli di Emmaus.

Il Movimento
Le Équipe Notre-Dame (End) sono un movimento laicale di spiritualità coniugale, nato per rispondere all’esigenza delle coppie di sposi di vivere in pienezza il proprio sacramento, sorretto da una propria metodologia, aperto ad interrogarsi sulla complessa realtà della coppia di oggi. Le Équipe Notre-Dame sono nate in Francia intorno al 1938 per iniziativa di alcune coppie che, insieme ad un sacerdote, padre Henry Caffarel, presero l'abitudine di incontrarsi mensilmente per approfondire il significato del sacramento del matrimonio, per verificare il senso del loro essere coppie cristiane, per cercare un modo coerente di inserirsi, come coppie e come famiglie, nella società. Queste coppie trovarono tanto aiuto da questi incontri che ben presto ne coinvolsero altre fino ad arrivare, l'8 dicembre del 1947, a formalizzare la nascita di un nuovo Movimento. Riflettere sul modo in cui le End sono nate è utile per comprendere i successivi sviluppi del Movimento. Le End non sono nate da un progetto pianificato a tavolino, né dalla risposta ad una necessità pastorale: sono sorte per l'iniziativa e per l'esigenza maturata da coppie di sposi.

Cosa sono le Equipes
Le Équipe sono piccoli gruppi composti da 4-5-6 coppie accompagnate da un sacerdote che attraverso uno specifio metodo approfondiscono la loro relazione matrimoniale alla luce del Vangelo e di una chiamata di fede. La struttura dell’équipe permette ai membri di vivere i tempi forti della preghiera, di aiutarsi seriamente nel camminare verso il Signore e di testimoniare. Nessuna coppia entra in équipe sotto pressione, nessuno ci resta per forza. Ma a quelli che ne fanno parte, è chiesto lealtà verso le altre coppie, la messa in pratica della mistica e della pedagogia del Movimento anche la volontà di rimanere attivi e fedeli allo spirito.

Vita dell’Équipe
Momento centrale dell’attività è la riunione d’équipe, occasione di condivisione tra i membri in un clima di carità e amore fraterno.
La riunione si svolge in cinque tempi, con l’invito a garantire un tempo sufficiente a tutti:
il pranzo
la messa in comune
la preghiera
la compartecipazione sui punti concreti di impegno
il tema di studio.
Questo ordine può cambiare secondo la volontà dell’équipe.

La fondazione
Le Équipe Notre-Dame vedono la luce grazie a Henri Caffarel, sacerdote nato il 30 luglio 1903 a Lione, ordinato prete il 19 aprile 1930, a Parigi. Muore il 18 settembre 1996 a Troussures, nella diocesi di Beauvais. Nella sua attività Henri Caffarel risponde alla chiamata di coppie che vogliono vivere il sacramento del matrimonio. Chiara la risposta de sacerdote: «L'esigenza di santità vi riguarda. Per rispondere, avete un sacramento a voi proprio, quello del matrimonio». Il numero delle équipes di coppie aumenta. In tal senso, le pubblicazioni, "Lettre à des jeunes foyers" (1942), "L'Anneau d'or" (1945), hanno segnato profondamente numerose coppie e la loro eco ha superato largamente i confini delle Équipe. Padre Caffarel voleva essere compreso da tutti affinché la grazia dell'amore di Dio potesse raggiungere tutti. Voleva che tutti comprendessero la grandezza del matrimonio. La sfida è sempre attuale. Un momento decisivo nell'azione di padre Caffarel è stato la stesura e la promulgazione, nel 1947, della "Carta Équipe Notre-Dame". Gli obblighi richiesti dalla Carta sono esigenti. “I punti concreti di impegno", particolarmente "il dovere di sedersi", sono caratteristici della vita quotidiana delle coppie. «Avendo scelto lo spirito delle Équipe, non avrete difficoltà a aderire alla loro disciplina», dice padre Caffarel. Vivere il Vangelo nella vita di coppia, questo è "il cammino di santità”. In questo stesso periodo, due nuove fondazioni vedono la luce: i Movimenti delle vedove "Speranza e Vita" e la "Fraternité Notre-Dame de la Résurrection", Istituto secolare di vedove. Come sempre, non è lui ad avere “la prima idea" di queste iniziative: lo si va a trovarlo, gli si espone il desiderio di una vita santa; allora egli discerne, incoraggia, accompagna.

La diffusione
Oggi fanno parte delle End 60mila persone in oltre 90 nazioni, distribuite in 14.133 equipe. In Brasile, il paese dove il movimento è più diffuso vi aderiscono 25.740 coppie. In Italia le equipe sono 758 con 612 consiglieri spirituali per un totale di 3.419 coppie.

Il programma del raduno
Come detto il raduno internazionale di Torino si svolge dal 15 al 20 luglio prossimi. Ogni giornata inizia con una meditazione. Tra le attività quotidiane ci sono conferenze, testimonianze, celebrazioni eucaristiche, presentazioni teatrali, momenti di preghiera e di adorazione, di spiritualità coniugale, équipe miste, visite ai luoghi rappresentativi della città di Torino, secondo un filo conduttore sempre legato ai temi dell’incontro e della spiritualità tipici del Movimento delle Équipe Notre-Dame. In particolare i temi delle giornate sono:
• 15 luglio: Accoglienza e celebrazione di apertura dell’incontro
• 16 luglio: Fragilità. “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”
• 17 luglio: Illuminazione. “spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.”
• 18 Luglio: Offerta. “Resta con noi”
• 19 luglio: Comunione. “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.”
• 20 luglio: Invio. “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, …Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via.”












Giovedì, 11 Luglio 2024

San Benedetto, di cui oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica, fu senza dubbio un messaggero di pace. Lo ha ribadito ieri pomeriggio dom Luca Fallica, abate di Montecassino, durante l’incontro presso l’abbazia su questo tema cruciale. E l’espressione Pacis nuntius dà il titolo alla Lettera apostolica che il 24 ottobre compirà 60 anni, scritta da Paolo VI in occasione della proclamazione del santo come patrono principale d’Europa. Papa Montini era salito proprio a Montecassino, «insieme a numerosi padri conciliari, per consacrare la ricostruita Basilica Cattedrale», ha ricordato l’abate.

«In questo frangente storico, così drammatico a causa dei diversi e gravi conflitti che lo attraversano, in primis la guerra tra Russia e Ucraina e quella tra Israele e Palestina, ci pare importante darci del tempo per riflettere e dialogare insieme sul tema della pace, e farlo anche a partire da quanto il santo di Norcia ci ha lasciato in eredità, con la sua Regola e con la vita dei monaci che a lui ispirano il proprio cammino umano e di fede», ha sottolineato dom Fallica, che stamattina alle 10.30 presiederà la Messa nella Basilica abbaziale. Inoltre parteciperà online nel pomeriggio a un momento di preghiera promosso a Kiev dal Mean, il Movimento di azione non violenta, e dalla nunziatura apostolica in Ucraina. In 72, esponenti della società civile e del mondo cattolico, sono arrivati ieri dall’Italia nella capitale ucraina per una giornata interreligiosa che precederà la conferenza sui corpi civili di pace europei in programma domani.

Secondo l’abate di Montecassino, «uno dei rischi maggiori che oggi corriamo, oltre evidentemente al pericolo che i conflitti dilaghino e si moltiplichino in modo inarrestabile, è che la guerra diventi nella nostra consapevolezza qualcosa di ineluttabile, una realtà inevitabile nel rapporto tra Stati, popoli, nazioni. E che dunque la pace, più che essere tale, non possa risultare altro che una tregua tra una guerra e l’altra. Invece san Benedetto è stato, e ci chiede di essere, messaggero di pace, attraverso parole che possono e debbono essere dette anche oggi, per quanto possano apparire inascoltate, minoritarie, troppo deboli». Dunque, parlare di pace «è grazia, è dono che si riceve dall’alto, da invocare. Dobbiamo pregare per la pace, dobbiamo però anche pregare affinché il Signore ci doni la grazia di continuare a parlare di pace persino quando ci pare di remare inutilmente controcorrente. Dobbiamo tornare a dire parole davvero anti-idolatriche, che salvaguardino e rivelino il vero volto di Dio».

Tuttavia, la pace ha anche bisogno «di parole che la costruiscano, nel senso che la parola è fondamentale nel modo in cui costruiamo, o distruggiamo, le nostre relazioni, anche le più prossime. San Benedetto, nella Regola, ammonisce a non dare pace falsa. Anche questo è un modo in cui possiamo dare pace falsa: quando invochiamo la pace per il mondo, ci impegniamo a testimoniamo a favore della pace tra i popoli, ma poi non sappiamo essere operatori di pace nelle nostre relazioni più prossime e quotidiane. La pace va cercata e perseguita anche attraverso un personale impegno di conversione e di purificazione del cuore, in un’accoglienza ospitale delle differenze», ha osservato dom Fallica.

In occasione della festa odierna, anche quest’anno il vescovo di Padova Claudio Cipolla, gli abati di Santa Giustina (dom Giulio Pagnoni) e Praglia (dom Stefano Visintin) e l’abbadessa di San Daniele madre Maria Chiara Paggiaro hanno firmato un messaggio congiunto, dal titolo “L’autenticità del Vangelo: costruire comunione”. «San Benedetto, senza negare la complessità delle differenze, ci insegna come considerarle una ricchezza e non un elemento di scontro, ponendo al primo posto la pari dignità e il pari valore di tutti gli esseri umani. Facciamo nostro il suo esempio nella ricerca di Dio presente e operante in noi e nel mondo, edificando un’efficace comunione tra i popoli, ravvivando un’operosa solidarietà e adoperandoci instancabilmente per la pace», scrivono.





Mercoledì, 10 Luglio 2024

I fratelli gemelli George e Johnny Jallouf, 27 anni, sono frati minori della Custodia di Terra Santa. Nati ad Aleppo, in Siria, hanno iniziato il loro percorso di formazione nell'ordine francescano dieci anni fa, quando la guerra nel loro Paese era già iniziata.


Lo scorso 6 luglio, ad Aleppo sono stati ordinati sacerdoti per l’imposizione delle mani di Hannah Jallouf, vicario apostolico di Aleppo dei Latini, nonché zio dei due neo-ordinati. Il rito di ordinazione si è tenuto presso la parrocchia di san Francesco ad Aleppo, dove i due gemelli sono cresciuti.

«Ho partecipato alla celebrazione eucaristica insieme a trenta confratelli - ha scritto in un breve ricordo dell'evento di sabato scorso, pubblicato dall'agenzia Fides, fra Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa - ho gioito con la bella famiglia Jallouf, mi sono congratulato con i genitori orgogliosi ed emozionati per i loro figli, due fratelli così uniti e in sintonia da percorrere insieme la strada della vita, condividendo il dono della vocazione. Dopo la solenne celebrazione, i due sacerdoti sono stati festeggiati dai parenti, dagli amici, dai confratelli e dai parrocchiani. Ho percepito la forte partecipazione alla gioia vera della comunità cristiana di Aleppo, che per quest'occasione ha dimenticato per qualche ora la guerra e ha lodato Dio in letizia.
Prima della guerra ad Aleppo si contavano duecentomila cristiani. Oggi ne sono rimasti venticinquemila».






Mercoledì, 10 Luglio 2024

A un anno dalla morte del vescovo emerito di Ivrea e a lungo presidente di Pax Christi, una biografia di Alberto Chiara ripercorre il suo itinerario umano e pastorale. Dal Patto delle Catacombe del 1965 ai tanti interventi pubblici Aveva un modo arguto e ironico di affrontare le cose, monsignor Luigi Bettazzi a partire da quelle che lo riguardavano direttamente. « Io, vescovo di sinistra? Io, vescovo rosso?», diceva di sé con un sorriso: «Sono nato mancino. Non derivo da questa anomalia fisiologica un’anomalia sociologica e politica, ma è possibile che questo mi abbia reso più attento alle situazioni di contrasto». A un anno dalla morte avvenuta il 16 luglio 2023, il livro Luigi Bettazzi, un vescovo alla sinistra di Dio di Alberto Chiara (Edizioni San Paolo, 192 pagine, 18 euro) è la biografia ragionata di un pastore che ha lasciato il segno nel Novecento italiano. C’è la famiglia: mamma Teresa, papà Raffaello, e poi sette figli, quattro maschi e tre femmine; Luigi era il terzo. C’è il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, che lo volle suo ausiliare, aprendogli le porte del Vaticano II, la “Pentecoste” che lo segnò per sempre, ai cui lavori partecipò assiduamente dal 29 settembre 1963. Ci sono i poveri, a partire dal Patto delle Catacombe firmato il 16 novembre 1965 insieme ad altri padri conciliari, 42 in tutto, diventati poi nel tempo 500 vescovi. Ma c’è anche il Canavese dell’Olivetti, della Lancia di Chivasso e del Cotonificio Vallesusa: storie, vertenze, fallimenti che l’hanno promosso sul campo defensor civitatis. C’è, ovviamente, Pax Christi, prima la sezione italiana poi il movimento internazionale, il che significa, tra gli altri, l’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero e il vescovo Tonino Bello. Ci sono le Marce della pace (le ha fatte tutte finché è vissuto, ben 55 a partire dalla prima, svoltasi il 31 dicembre 1968, un record). Ci sono i viaggi (otto solo quelli che Bettazzi fece in Vietnam, per tacere di quelli nella Baghdad del dopo Desert Storm, nel 1991, e nella Belgrado bombardata dalla Nato, nel 1999).

C’è la Marcia dei 500 a Sarajevo, in Bosnia-Erzegovina, nel dicembre 1992, coraggioso esempio di interposizione non violenta, tribolato, sì, ma riuscito. Ci sono quegli atti di alta politica che furono le lettere aperte: oltre a quella indirizzata nel 1976 ad Enrico Berlinguer (tra tutte, la più famosa; il leader comunista rispose l’anno dopo, nel 1977), nel libro si parla anche di quelle scritte a Benigno Zaccagnini, Bettino Craxi, Carlo De Benedetti, Sandro Pertini, Giovanni Spadolini. C’è, inoltre, il tentativo, fallito, di offrirsi ostaggio alle Brigate rosse in cambio di Moro, con altri due vescovi: Alberto Ablondi e Clemente Riva. Ma ci sono pure frammenti apparentemente minori che spiegano il Bettazzi uomo, cristiano, profeta. Le ore trascorse a meditare la Scrittura e a pregare in silenzio, ad esempio. Le Messe celebrate ogni giorno, sempre, non importa se all’estero, in condizioni difficili. L’attenzione non episodica per la gente comune, a cominciare dai suoi sacerdoti. La capacità di ascolto, anche di chi lo osteggiava apertamente. La scelta di fare del confronto costante e sincero l’abito quotidiano, cucito su misura per le sue decisioni, dentro e fuori la Chiesa. Arricchito da stralci di suoi libri, interviste, omelie e dal ricordo di Enzo Bianchi, del cardinale Arrigo Miglio, dell’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, l’attuale presidente di Pax Christi Italia (che firma la postfazione) e di tanti altri che l’hanno conosciuto e che hanno lavorato con lui, il libro di Alberto Chiara (giornalista di Famiglia Cristiana tra il 1982 e il 2024) documenta come Luigi Bettazzi sia stato riferimento per molti cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici che intendevano (e intendono) vivere la fede aggrappati al Vangelo e ai documenti conciliari. Certe analisi risultano tanto lapidarie quanto attuali. A chi gli chiedeva quale fosse il più bel documento del Vaticano II Bettazzi rispondeva: «Forse è la Costituzione Dei Verbum, che ha rimesso la Parola di Dio nelle mani e nel cuore di tutti i battezzati».

Quello più attuato? «Probabilmente la Costituzione Sacrosanctum Concilium, che ripropone la liturgia come preghiera di tutto il popolo di Dio. Anche se oltre l’uso delle lingue volgari, non si è fatto molto per superare il clericalismo, la prevalenza cioè del clero (e non solo nella liturgia); e oggi c’è una spinta per il ritorno all’antico con il pretesto che è più mistico». Il più importante, se possibile? « Antipatico dover scegliere – rispondeva Bettazzi – ma direi la Costituzione Gaudium et spes, che cambia prospettiva. Non più Chiesa giudice severa e cittadella assediata, ma aperta a leggere i segni dei tempi, compagna di strada dell’uomo. Magari fossimo capaci di attualizzarne fino in fondo lettera e spirito». Per Bettazzi rimaneva e rimane ancora molto da fare. «La rivoluzione copernicana contenuta nella Gaudium et spes (non l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità) e quella della Lumen gentium (non i fedeli per la gerarchia, ma la gerarchia per i fedeli) stentano ad affermarsi» si legge nel volume della San Paolo. Ci sarà un Concilio Vaticano III? «No. Credo semmai che vada attuato pienamente il Vaticano II. Non vorrei che un Vaticano III finisse con l’essere programmato per chiudere le aperture fin qui fatte». Il libro sarà presentato venerdì a Torino, all’auditorium di Palazzo San Daniele in via Del Carmine 14, alle 17.30. Un appuntamento organizzato dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin in collaborazione con Edizioni San Paolo a cui interverranno, insieme all’autore del libro, Mariapia Donat-Cattin presidente della Fondazione Carlo Donat-Cattin, il cardinale Arrigo Miglio, arcivescovo emerito di Cagliari, Marta Margotti dell’Università degli Studi di Torino, don Renato Sacco di Pax Christi e Sergio Bocchini biografo di Bettazzi. Modera Luca Rolandi.





Martedì, 09 Luglio 2024

«La felice ricorrenza del quarto centenario del ritrovamento del corpo di santa Rosalia è una speciale occasione per unirmi spiritualmente a Voi cari figli e figlie della Chiesa palermitana, che desidera elevare al Padre celeste, fonte di ogni grazia, la lode per il dono di così sublime figura di donna e di “apostola”, che non ha esitato ad accogliere le prove della solitudine per amore del suo Signore». Il messaggio di papa Francesco, inviato all’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, illumina il Festino di santa Rosalia, in un momento cruciale per la città.

Sono passati, dunque, quattrocento anni dal ritrovamento delle spoglie della santa patrona del capoluogo siciliano che precedette la guarigione da una terribile epidemia di peste. L’anniversario è segnato da una serie di iniziative con il culmine la sera del 14 luglio per il tradizionale corteo popolare. Il 15 luglio si terrà la Messa solenne presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, concelebrato da Lorefice e dai vescovi di Sicilia.

Il messaggio del Papa rappresenta una calorosa e esortazione per la città della Santuzza, del beato Pino Puglisi e del missionario laico, Biagio Conte. «Voi fedeli e devoti della “Santuzza“, come filialmente a Lei vi rivolgete – si legge – siete gli eredi spirituali che dovete tradurre in uno stile di vita evangelico la sua testimonianza di fede e di carità verso il prossimo. Come Lei date un volto bello al vostro territorio, ricco di cultura, storia e fede profonda, dove grandi donne e uomini hanno trovato la forza per spendersi a motivo del Vangelo e della giustizia sociale. Alla scuola di santa Rosalia, rinunciando a ciò che è superfluo, non esitate ad offrirvi con generosità agli altri. Abbiate fortezza di spirito nell’affrontare le sfide che tuttora ostacolano la rinascita della città, il cui cammino è affaticato da tante problematiche e, di queste, alcune molto dolorose».

«Questo Festino segnerà la storia della comunità – ha detto l’arcivescovo Lorefice nel corso della conferenza stampa per la presentazione del Festino –. Rosalia passò per le vie di Palermo facendo del bene e guarendo. A noi viene oggi fatta una sfida. Mettere insieme diritti e responsabilità perché non si può vivere in una Babele dove non ci si capisce». «Rosalia – ha proseguito l’arcivescovo – è la speranza di una città ferita dalla violenza, dalla diffusione della droga, dalla disoccupazione, dalle degradate periferie urbane e spirituali, da un centro storico che rischia di essere un grande pub. Ma non basta la convivialità gastronomica, si deve offrire anche la convivialità spirituale».

«La dottrina sociale della Chiesa, per chi crede, è un richiamo al bene comune – ha detto il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla –. Questo anno giubilare ci dà la speranza del rinnovamento della città, delle sue condizioni di vita e di lavoro». «È importante il nostro investimento nelle aree marginali per la formazione delle coscienze e per l’educazione al bello – ha aggiunto Lagalla –. Il Festino, dedicato alla speranza e alla bellezza, è una chiamata alla corresponsabilità per il rinnovamento delle coscienze». Al sindaco Lagalla l’arcivescovo ha offerto una moneta celebrativa per una festa che si rinnova.





Martedì, 09 Luglio 2024

Il cammino sinodale della Chiesa ha compiuto un nuovo passo in avanti. Avendo sempre come obiettivo «la conversione sinodale della Chiesa in vista della missione». Oggi infatti è stato pubblicato e presentato l’Instrumentun Laboris (IL) che è anzitutto uno strumento di lavoro per i membri della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che si riunirà in ottobre.

Il testo nasce dalle riflessioni che le Conferenze Episcopali, le Chiese Orientali Cattoliche e altre realtà ecclesiali internazionali oltre ai rapporti presentati dai parroci nella tre-giorni di lavoro dell’incontro Parroci per il Sinodo, hanno svolto attorno alla Relazione di Sintesi della Prima Sessione (4-29 ottobre 2023) alla luce delle indicazioni date dalla Segreteria Generale del Sinodo attraverso il documento Verso Ottobre 2024.

L’Instrumentum laboris è sviluppato in cinque sezioni.

La prima è dedicata ai Fondamenti della comprensione della sinodalità, «che ripropone la consapevolezza maturata lungo il percorso e sancita dalla Prima Sessione» celebrata lo scorso ottobre.

Seguono tre Parti strettamente intrecciate, «che illuminano da prospettive diverse la vita sinodale missionaria della Chiesa»:

I) la prospettiva delle Relazioni – con il Signore, tra i fratelli e le sorelle e tra le Chiese – «che sostengono la vitalità della Chiesa ben più radicalmente delle sue strutture»;

II) la prospettiva dei Percorsi «che sorreggono e alimentano nella concretezza il dinamismo delle relazioni»;

III) la prospettiva dei Luoghi «che, contro la tentazione di un universalismo astratto, parlano della concretezza dei contesti in cui si incarnano le relazioni, con la loro varietà, pluralità e interconnessione, e con il loro radicamento nel fondamento sorgivo della professione di fede».

Il documento diffuso oggi è molto ampio e affronta numerose questioni. Di particolare interesse è la sezione riguardante il ruolo della donna nella Chiesa. Infatti i contributi delle Conferenze Episcopali riconoscono che «sono numerosi gli ambiti della vita della Chiesa aperti alla partecipazione delle donne». Tuttavia «notano anche che queste possibilità di partecipazione rimangono spesso inutilizzate». Per questo suggeriscono che la Seconda Sessione «ne promuova la consapevolezza e ne incoraggi l’ulteriore sviluppo nell’ambito delle Parrocchie, delle Diocesi e delle altre realtà ecclesiali, compresi gli incarichi di responsabilità». Chiedendo inoltre di «esplorare ulteriori forme ministeriali e pastorali che dare migliore espressione ai carismi che lo Spirito effonde sulle donne in risposta alle esigenze pastorali del nostro tempo». A tal proposito l’Instrumentum laboris cita quanto scritto da una Conferenza Episcopale latinoamericana: «Nella nostra cultura permane forte la presenza del maschilismo, mentre è necessaria una partecipazione più attiva delle donne in tutti gli ambiti ecclesiali. Come afferma Papa Francesco, la loro prospettiva è indispensabile nei processi decisionali e nell’assunzione di ruoli nelle diverse forme di pastorale e di missione».

Sempre sul tema del ruolo della donna il documento riferisce che dai contributi delle Conferenze Episcopali emergono richieste concrete da sottoporre all’esame della Seconda Sessione, tra cui: «a) la promozione di spazi di dialogo nella Chiesa, in modo che le donne possano condividere esperienze, carismi, competenze, intuizioni spirituali, teologiche e pastorali per il bene di tutta la Chiesa; b) una più ampia partecipazione delle donne nei processi di discernimento ecclesiale e a tutte le fasi dei processi decisionali (elaborazione e presa delle decisioni); c) un più ampio accesso a posizioni di responsabilità nelle Diocesi e nelle istituzioni ecclesiastiche, in linea con le disposizioni già esistenti; d) un maggiore riconoscimento e un più deciso sostegno alla vita e ai carismi delle Consacrate e il loro impiego in posizioni di responsabilità; e) l’accesso delle donne a posizioni di responsabilità nei Seminari, negli Istituti e nelle Facoltà teologiche; f) l’aumento del numero delle donne che svolgono il ruolo di giudice nei processi canonici».

Più controversa risulta invece la questione dell’ammissione delle donne al ministero diaconale. «Alcune Chiese locali» la chiedono mentre «altre ribadiscono la loro contrarietà». Questo tema, specifica il documento, «non sarà oggetto dei lavori della Seconda Sessione», ma «è bene che prosegua la riflessione teologica, con tempi e modalità adeguati».

In questo contesto l’Instrumentum laboris registra, più in generale, «il desiderio di un rafforzamento di tutti i ministeri esercitati dai Laici (uomini e donne)». Con la richiesta specifica che «fedeli laici, uomini e donne, adeguatamente formati possano contribuire alla predicazione della Parola di Dio anche durante la celebrazione dell’Eucaristia», che possano insomma tenere le omelie durante la messa.

Nel documento infine si ricorda che su questioni particolare, come l’accesso del diaconato alle donne, il Papa ha costituito 10 gruppi di lavoro ad hoc. Perché si tratta «di questioni di grande spessore, alcune delle quali richiedono di essere trattate a livello della Chiesa intera e in collaborazione con i Dicasteri della Curia Romana». Non si tratta comunque «di rimuovere alcuni temi dal dibattito dell’assemblea, la quale ha già espresso una convergenza quanto alla loro importanza, quanto fornire gli elementi utili dal punto di vista teologico e canonistico da offrire al ministero di Pietro».





Martedì, 09 Luglio 2024

La scomunica comminata all’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò ha fatto tornare d’attualità termini complicati e tristi che però fanno parte della vita della Chiesa. Come eresia, scisma e apostasia. L’argomento è al centro del nuovo episodio di Taccuino celeste il podcast di Avvenire dedicato ai temi della fede e della religione. In particolare, nello spazio settimanale curato dal giornalista Riccardo Maccioni viene spiegata la differenza tra questi concetti, diversi tra loro ma che hanno in comune la conseguenza, cioè la rottura dell’unità della Chiesa e la pena inflitta a chi se ne renda protagonista, vale a dire la scomunica. Cosa significa? Quali effetti ha? È possibile essere perdonati? Domande cui risponde il podcast che, come già detto, ha l'obiettivo di approfondire in modo semplice e agile “cosa crede chi crede”. Così nelle ultime settimane Taccuino celeste si è occupato delle omelie e di quanto dovrebbero durare, del culto delle reliquie, del perché la Chiesa usa come lingua ufficiale il latino, di come ricevere la comunione eucaristica (se in mano o sulla lingua), della superstizione vista in rapporto alla religione: un cristiano può essere superstizioso o no?


Si può ascoltare Taccuino celeste sul sito di Avvenire e sulle principali piattaforme di streaming come Spotify, Amazon music, Spreaker, Apple podcast e YouTube. Ogni mercoledì un nuovo episodio. Per domande, suggerimenti e proposte di temi si può scrivere a social@avvenire.







Martedì, 09 Luglio 2024

«Nihil obstat». C’è il nullaosta del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, al culto di Maria Rosa Mistica, ossia alla «proposta spirituale» scaturita dalle presunte apparizioni della Madonna che legano il loro nome a Fontanelle di Montichiari e che sono state narrate da Pierina Gilli (1911-1991). Il decreto di Tremolada arriva dopo la lettera firmata dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, con cui si stabilisce che il bagaglio di scritti e messaggi lasciati dalla veggente «non contiene elementi teologici o morali contrari alla dottrina della Chiesa». Una missiva che è la risposta al dossier inviato dal presule, frutto di oltre un anno di indagini affidate a una commissione teologica internazionale, che valutava in maniera positiva i «frutti spirituali» di una devozione diffusa anche oltre i confini dell’Italia e di una località divenuta famosa nel mondo. «Adesso possiamo guardare a quanto accaduto con la consapevolezza che siamo davanti a un dono prezioso fatto alla nostra diocesi e, aggiungerei, all’intera Chiesa universale», racconta Tremolada ad Avvenire.

Un “caso” di visioni mariane riferite da Gilli in due tappe: quelle fra il 1946 e il 1947 quando narra di Maria apparsa con tre rose, richiamo a «preghiera, sacrificio e penitenza», che le chiede di essere invocata col nome di “Rosa Mistica”; e quelle del 1966 a Fontanelle che rimandano alla sorgente d’acqua «fonte di grazia». Poi il Diario di Pierina con i messaggi che adesso hanno ricevuto il “placet” vaticano. Ma anche l’iter complesso che segna l’intera vicenda: le indagini sulla donna, la “sentenza” dell’allora vescovo di Brescia, Giacinto Tredici, che non ritiene d’origine soprannaturale le apparizioni, il divieto di culto, fino a un cammino di “revisione” ecclesiale iniziato negli anni Duemila e culminato con la decisione di ieri che «apprezza il valore pastorale» del culto di Maria Rosa Mistica e che ne autorizza la diffusione. Il responso della Dottrina della fede è il primo caso approvato con le nuove Norme sui presunti fenomeni celesti: disposizioni che non entrano nel merito della soprannaturalità, ma passano al vaglio la bontà o le criticità di quanto succede.

Eccellenza, viene messa la parola “fine” a una vicenda travagliata?

È stato un percorso tortuoso, ma le vie del Signore sono infinite. Sono felice dell’esito e quindi del riconoscimento che, tramite il Dicastero, è stato anche di papa Francesco. Da ora in poi possiamo considerare in modo sereno l’esperienza spirituale di Pierina Gilli e la storia che ne è scaturita.

Le nuove regole vaticane sulle apparizioni, che qualcuno ha definito un “giro di vite”, hanno fatto scattare il semaforo verde su Fontanelle.

Ne siamo onorati. Con le norme riviste l’asse si è spostata: non si tratta di valutare direttamente il carattere soprannaturale degli eventi, ma gli effetti pastorali che hanno. In particolare, l’attenzione si sofferma sulla rilevanza in ordine al cammino di fede del popolo di Dio. Cosa che qui è stata riconosciuta.

Ma come rispondere alla domanda: è apparsa o no la Madonna a Pierina?

Non possiamo negarlo. Ma una risposta compiutamente affermativa non spetta a noi. Sarà la Santa Sede, se lo riterrà necessario, a pronunciarsi nelle modalità e nei tempi opportuni. Una tale convinzione richiede la maturazione di ulteriori frutti spirituali. Quelli che abbiamo finora ci dicono di una valenza decisamente positiva dell’esperienza spirituale di Pierina, dei testi che ci ha consegnato e della devozione sorta a Fontanelle che si è propagata in numerosi Paesi.

Quali i caratteri “particolari” di Maria Rosa Mistica?

Il primo lo rintraccio nel simbolo della rosa. Rosa Mistica evidenzia come il mistero di Maria sia un mistero di bellezza e di bontà che consente di avere una conoscenza toccante di Dio e della sua opera redentrice. Il secondo riguarda il titolo di “Madre della Chiesa” che si affianca a quello di “Rosa Mistica”. Le rivelazioni fatte a Pierina, secondo i testi che possiamo consultare, attestano una sorta di anticipazione della definizione di Maria Madre della Chiesa che avremo solo con il Vaticano II. Il terzo è l’invito da parte della Vergine a pregare per sacerdoti e consacrati affinché siano preservati da ogni forma di corruzione. Comunque un punto risulta chiaro: Maria Rosa Mistica non chiede un culto che si fermi a se stessa ma si presenta come colei che desidera condurre al Figlio.

Poi c’è la sorgente d’acqua che, secondo la Madonna, sarebbe fonte di misericordia e consolazione, intorno a cui sorge il santuario di Fontanelle.

La devozione a Maria Rosa Mistica ha una dimensione battesimale, come ho ripreso nel decreto. C’è un richiamo a riconoscere maggiormente l’aspetto battesimale della vita cristiana valorizzando la presenza dell’acqua e della vasca.

Ciò che sorprende sono i frutti nati dal culto mariano in terra bresciana.

Ce ne sono stati segnalati da ogni parte del pianeta con lettere, email, testimonianze dirette nel santuario. Vengono raccontate conversioni alla fede dopo una persistente lontananza, riscoperte della pratica sacramentale, guarigioni fisiche e spirituali, liberazioni da situazioni legate all’esoterismo, allo spiritismo o ad altre forme di dipendenza. Ma anche il dono della maternità e delle vocazioni al sacerdozio o alla vita consacrata. Inoltre nel santuario in molti si accostano al sacramento della Riconciliazione.

Il dossier della commissione teologica aveva attestato tutto questo?

La commissione voluta dalla diocesi in accordo con il Dicastero si era espressa in modo concorde nella direzione che la lettera della Dottrina della fede ha confermato.

Nel 2019 lei aveva elevato Fontanelle a santuario diocesano. Aveva visto lontano?

Personalmente, quando ho avuto modo di accedere alla documentazione sui fenomeni di Fontanelle, ero rimasto colpito da quanto emergeva. In questi venti anni c’è stata una proficua collaborazione con il Dicastero e per noi è stata confortante. Il pronunciamento vaticano è oggi una garanzia.

Sarà costruito un nuovo santuario?

Un luogo come Fontanelle ha bisogno di un’appropriata configurazione. Deve essere in grado di accogliere i pellegrini e di far vivere loro un’esperienza significativa. Quindi anche dal punto di vista strutturale serve un progetto che dia all’ambiente la dignità che merita.

LA STORIA E IL PARERE VATICANO SUI MESSAGGI

Porta la data del 5 luglio 2024 la lettera del prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, che dà il via libera al culto per Maria Rosa Mistica, ossia alla «proposta spirituale» scaturita dalle presunte apparizioni mariane riferite dalla veggente Pierina Gilli. «Il Dicastero non ha trovato nei messaggi diffusi da Pierina Gilli elementi che contraddicono direttamente l’insegnamento della Chiesa cattolica sulla fede e la morale. Nei fatti collegati non si trovano neanche aspetti morali negativi né altre criticità», si legge nella missiva inviata al vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada.

Nella lettera il porporato sottolinea gli aspetti positivi della vicenda, il più importante dei quali è il fatto che gli scritti della veggente «esprimono un’umile e completa fiducia nell’azione materna di Maria ed è per questo che non troviamo in lei atteggiamenti di vanagloria, di autosufficienza o di vanità, ma piuttosto la consapevolezza di essere stata gratuitamente benedetta dalla vicinanza della bella Signora, la mistica Rosa». Vengono citati i Diari di Gilli. Il Dicastero fa notare che «mentre esalta questa bellezza di Maria con tutto il suo affetto e la sua ammirazione, Pierina riconosce chiaramente che tutto ciò che Maria fa in noi ci orienta sempre verso Gesù Cristo». Messaggi mariani che mettono al centro il Risorto, secondo i principi del Concilio sul culto alla Madre di Dio che “porta” al Figlio. A tutto ciò si aggiunge «il secondo nome di Maria quale “Madre della Chiesa”, che impedisce a questa devozione di chiudersi in un’esperienza individualistica».

Esistono, però, alcuni elementi da chiarire. «Espressioni non sempre adeguate» che «richiedono un’interpretazione», evidenzia il porporato. Si tratta dei testi nei quali la Madonna viene presentata come mediatrice che frena «terribili castighi» divini. Il contesto, scrive il Dicastero, fa però capire che «non si vuole veicolare un’immagine di Dio o di Cristo lontani o privi di misericordia». Poi il Dicastero spiega che le tre rose simbolo di «preghiera, sacrificio e penitenza», centrali per la veggente e la sua esperienza spirituale, non vanno «necessariamente pensati come rivolti all’insieme dei credenti» e dunque è meglio evitare di presentarli come «il nucleo, il centro o la sintesi del Vangelo, che non può che essere la carità».

Il “caso” Fontanelle ha al centro una figlia di contadini nata nel 1911 che lavora come perpetua e come infermiera in un ospedale. Conduce una vita semplice fino alla morte, avvenuta nel 1991 a 80 anni. I fenomeni mistici che vedono protagonista Pierina Gilli coprono due archi temporali: il primo risale al 1947 quando la Madonna sarebbe apparsa a Pierina presentandosi con i titoli di “Rosa Mistica” e “Madre della Chiesa”.; il secondo si verifica nel 1966 a Fontanelle dove la Madonna indica a Pierina una sorgente specifica come punto di purificazione. Già nel 1966 si inizia a costruire un santuario. Ma negli anni i vescovi esprimono pareri differenti sulla vicenda che comprendono anche la “non sovrannaturalità” delle apparizioni e lo stop al culto che comunque cresce. Dal 2000 il cambio di passo. E nel 2019 Tremolada eleva la località a santuario diocesano Rosa Mistica-Madre della Chiesa.





Lunedì, 08 Luglio 2024

È tutto pronto nella diocesi di Acireale, nel catanese, per il tradizionale raduno degli oratori estivi diocesani, in programma martedì 9 luglio al parco Chico Mendes di Giarre. In diocesi sono 25 gli oratori attivi tutto l'anno che diventano molti di più in estate, grazie all'apporto soprattutto dell'Azione cattolica e di tanti giovani che, a titolo gratuito e volontaristico, si dedicano ai più piccoli. L'anno scorso, al raduno annuale, si sono contati circa 900 partecipanti. La giornata di festa prevede animazione, giochi, laboratori, oltre a momenti di preghiera e riflessione. Durante la giornata sarà consegnato il premio “Monsignor Arista” al vicario generale della diocesi, monsignor Agostino Russo. Arista fu vescovo di Acireale, è detto il vescovo dei giovani per i quali, agli inizi del ‘900 riorganizzò le attività giovanili e oratoriane in particolare. Il premio a lui intitolato viene consegnato al vicario perché particolarmente vicino agli oratori.

Ad Acireale è molto viva la tradizione degli oratori. Annamaria Belfiore del Coorda, Coordinamento diocesano oratori, spiega che il Foi, Forum degli oratori italiano, ha sollecitato la realizzazione di sussidi originali, adattati alle esigenze del territorio e in Sicilia tre Diocesi realizzano un apposito sussidio per gli oratori: Agrigento, Monreale e Acireale. Quello acese per il periodo estivo di quest'anno si intitola “Oltre tempo - Il mio cuore esulta nel Signore”. I ragazzi del Coorda hanno realizzato tutto: dai testi, al logo, all’impaginazione e pure l'inno musicale "Oltre tempo", con tanto di coreografie da far ballare in tutti gli oratori. Il sussidio unico serve per far compiere lo stesso cammino a tutti gli oratori.

Il testo, grazie anche all'assistenza del biblista don Carmelo Raspa, si focalizza sulla figura del profeta Samuele, attualizzato ai nostri giorni. Il sussidio parla di tre bambini, Francesco, occidentale, Nathan, israeliano e Eisha, palestinese che ritrovano se stessi, i valori della religione e del ceppo unico derivante dal padre Abramo. Con l'aiuto del clown Pimpa, i bambini compiono un viaggio nel passato, sino ai tempi del profeta Samuele. Quest' ultimo darà loro le indicazioni per tornare nel presente, un nuovo oggi di amicizia e di fratellanza nelle comuni radici religiose. I tre bambini quindi tornano nel presente con una consapevolezza nuova.

Per questa immaginaria storia i ragazzi del Coorda hanno preso ispirazione da Marco Rodari, in arte il Clown Pimpa, artista che è stato in missione a Gaza, in Siria, in Ucraina, in luoghi flagellati dalla guerra, armato di naso rosso, per portare un po’ di gioia a chi soffre, cercando di “far sorridere il cielo”. Il Pimpa è stato più volte nella diocesi di Acireale e presto è previsto un suo nuovo ritorno.

Uno degli obiettivi principali delle attività oratoriane proposte dal sussidio è fornire un’opportunità educativa ai ragazzi durante le vacanze estive scolastiche. Le attività che gli oratori stanno realizzando vanno dai laboratori creativi ai giochi educativi e sono pensate per trasmettere valori cristiani, sociali e morali. Tra i propositi principali quello di accendere la meraviglia, in wow dei social, da vivere però nella vita reale e non virtuale.





Lunedì, 08 Luglio 2024

La telefonata è arrivata lo scorso sabato mattina: «Buongiorno Alessandro, sono papa Francesco. Dovrei rifare le lenti degli occhiali, lei quando è libero? Si è già disturbato due volte a venire da me, questa volta vengo io». E così è stato. Oggi pomeriggio, puntuale alle 17 (chi lo conosce sa che, al massimo, anticipa di qualche minuto ma non è mai in ritardo), come d’accordo il Pontefice è arrivato nella “bottega storica” del suo ottico di fiducia Alessandro Spiezia, otto metri quadri in via del Babuino, a due passi da piazza del Popolo, nel cuore di Roma.

Non è stata la prima volta che Bergoglio si recava personalmente dal suo ottico: c’era già stato nel settembre 2015. Ma l’emozione per Alessandro Spiezia e per suo figlio Luca è stata (comprensibilmente) ugualmente tanta. Così come tante sono state le persone che si sono accalcate fuori al negozio, nella speranza di un saluto che lui, com’è sua abitudine, ha regalato a tutti. Appena è sceso dalla “sua” Cinquecento, qualcuno ha urlato: «Il Papa!». E passanti e turisti si sono immediatamente fermati. Un sorriso a un paio di bambini, un saluto ad alcune persone che si trovavano vicino alla macchina e, poi, il servizio d’ordine ha fatto il resto, consentendo al Papa di raggiungere il punto vendita sulla sedia a rotelle.

«Appena è arrivato, ha tirato fuori dalle tasche della talare due paia di occhiali. Abbiamo misurato la vista e abbiamo deciso di cambiare le lenti», racconta Spiezia, sottolineando che, come di consueto, Bergoglio ha chiesto di conservare le vecchie montature. «Le tratto bene, le conservo nella loro scatola», ha scherzato il Pontefice. Il controllo della vista, tra una chiacchiera e l’altra, è durata una mezz’ora. «Si vedeva che era contento di stare qui», dice l’ottico che gode della stima e dell’affetto di Francesco. Lui non vorrebbe dirlo ma il Pontefice ogni anno lo chiama anche per fargli gli auguri per il compleanno. L’unico cruccio per Spiezia è quello di non essere ancora riuscito a convincere il Pontefice a usare gli occhiali da sole. «Gliel’ho detto più volte, anche recentemente che il sole può dargli fastidio ma lui preferisce non nascondere gli occhi dietro lenti scure». Ci ha riprovato anche oggi, giocando la carta delle lenti fotocromatiche, ma non c’è stato niente da fare.

Una volta terminato il controllo della vista, Spiezia ha chiamato la moglie Anna Maria per un saluto a Francesco. Il Papa già la conosceva e l’ha salutata con grande affetto. E non è mancato un simpatico scambio di battute, complice la presenza di monsignor Guillermo Karcher, vecchia conoscenza di Francesco fin dai tempi dell’Argentina. «Ti vedo un po’ ingrassato», gli ha detto, ridendo, il Papa. «Colpa della signora Anna Maria che cucina benissimo», ha risposto lui. E immediatamente è scattato l’invito a cena: «Santità, venga quando vuole. Le preparo una bella carbonara». ha detto la signora Spiezia. E chissà che l’invito non venga accolto...

Poi ha scherzato anche con Luca Spiezia. Quando lui gli ha proposto di fare anche un terzo paio di occhiali di riserva, Francesco ha risposto: «Soltanto se me li fa pagare». «Santità, certo che la faccio pagare, devo portare i miei figli in vacanza», ha esclamato l’ottico, suscitando l’ilarità dei presenti.

Prima di andare via, Francesco si è informato sui tempi della consegna dei nuovi occhiali e, alla proposta di una consegna a domicilio, ha risposto: «Ma no, vengo io, così mi faccio una passeggiata». Quindi, dopo avere donato come di consueto alcuni rosari, ha lanciato un’occhiata fuori dal negozio e, vedendo le tante persone che lo aspettavano fuori, ha comunicato al suo segretario particolare, monsignor Daniel Pellizzon, il desiderio di salutare tutti. Aveva portato con sé anche delle caramelle che ha voluto distribuire personalmente ai bambini.

«Gli anni passano, ho avuto l’onore di incontrare il Santo Padre tante volte ma l’emozione è sempre più grande – conclude Alessandro Spiezia –. Non nascondo che questa volta ero ancora più emozionato del solito. E la consapevolezza di godere della sua stima e, passatemi il termine, della sua amicizia, mi riempie di gioia».





Lunedì, 08 Luglio 2024

La malattia, la sofferenza, il dolore non sono mai un dono. Suscitano anzi la più umana delle domande: perché? Perché un bambino deve stare così male, perché è toccato proprio a me, perché la guarigione non arriva? Il credente però cerca di non rassegnarsi alla disperazione. Sa che anche il buio più cupo porta in sé sempre uno spiraglio di luce. Si tratta di confidare nel Signore e di domandargli la sapienza necessaria a capire come anche la malattia più assurda possa diventare uno strumento di crescita umana e spirituale, fino a comprendere cosa nella vita conti davvero, al di là del potere e della ricchezza. Commovente in questo senso la testimonianza di Kirk Kilgour (1947-2002) grande pallavolista statunitense rimasto paralizzato nel pieno della carriera a seguito di una caduta in allenamento. La sua preghiera spiega meglio di mille riflessioni colte cosa significhi trasformare la sofferenza in lode a Dio e dono di sé agli altri.

«Chiesi a Dio di essere forte
per eseguire progetti grandiosi:
Egli mi rese debole per conservarmi nell'umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute
per realizzare grandi imprese:
Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.
Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me:
Egli mi ha dato l'umiliazione
perché io avessi bisogno di loro.
Domandai a Dio tutto per godere la vita:
mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno
e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini
nessuno possiede quello che ho io!».





Domenica, 07 Luglio 2024

Migliorano le condizioni di salute del cardinale Camillo Ruini, ricoverato da sabato sera, 6 luglio, al Policlinico Gemelli di Roma. Una nota dell'ufficio stampa della struttura sanitaria, diramata questa mattina, 10 luglio, informa: «Il Cardinale Camillo Ruini, in ragione della stabilità clinica e del miglioramento dei parametri cardiovascolari ottenuto con le nuove terapie, nel pomeriggio di ieri è stato dimesso dalla Terapia Intensiva cardiologica e trasferito in un reparto di degenza ordinaria del Gemelli dove sta proseguendo il monitoraggio e le cure».

Nei giorni scorsi era giunta al cardinale la vicinanza della diocesi di Roma. In un comunicato si legge: «Il Consiglio episcopale della diocesi di Roma esprime la sua vicinanza al cardinale Camillo Ruini, attualmente ricoverato al Policlinico Universitario Agostino Gemelli. Invitando i fedeli della diocesi a pregare per una pronta guarigione del porporato, affida al Signore il lavoro dei medici e degli operatori sanitari»-

Il porporato ha compiuto 93 anni lo scorso 19 febbraio. Figura eminente della Chiesa italiana sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e all'inizio di quello di Benedetto XVI, è stato per 16 anni presidente della Cei (dal 1991 al 2007) e per 17 vicario del Papa per la diocesi di Roma (dal 1991 al 2008). In precedenza è stato anche segretario generale della Cei dal 1986 al 1991. La notizia giunge proprio nel giorno in cui si conclude la 50ma Settimana sociale dei cattolici in Italia, la cui serie era ripresa proprio per volontà di Ruini.





Domenica, 07 Luglio 2024

"I cattolici in Italia non sono e non vogliono essere una lobby in difesa di interessi particolari e non diventeranno mai di parte, perché l'unica parte che amano e indicano liberamente a tutti è quella della persona, ogni persona, qualunque, dall'inizio alla fine naturale della vita. Senza passaporto, qualunque. E non un amore qualsiasi, ma quello che ci insegna Gesù". Con queste parole il cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi ha salutato il Papa giunto al Centro Congressi a conclusione delle Settimane Sociali. Per Zuppi la democrazia è come una orchestra: "Ogni strumento è importante, ma nell'orchestra tutti hanno bisogno di accordarsi agli altri".

Il presidente della Cei ha poi riassunto il senso dei lavori. "Le debbo dire - ha sottolineato rivolgendosi al Pontefice -: dopo questi giorni la voglia è cresciuta, voglia di partecipazione, voglia di rendere migliore questo mondo, di aiutare la democrazia viva del nostro Paese e dell’Europa, non quella del benessere individuale, ma quella del bene comune, che è stare bene tutti. Alle sfide vogliamo rispondere da cristiani. Vogliamo dare frutti di democrazia, cioè di uguaglianza, di diritti e doveri per tutti. Al cuore della democrazia ci sono le persone e c’è un atteggiamento di fiducia e speranza". In sostanza, ha concluso Zuppi, "unendo lo spirituale e il sociale, come ci chiede Gesù, possiamo aiutare il mondo a essere ciò che Dio vuole: la casa comune di fratelli tutti, sinfonia di amore e differenze che cantano la gloria di Dio e dell’uomo di cui Lui si prende cura".

Dopo di lui, il presidente del Comitato organizzatore delle Settimane sociali, Luigi Renna, arcivescovo di Catania, ha aggiunto: "Abbiamo attinto all’inchiostro della democrazia per rinsaldare il legame “tra storia e futuro”: risaltano due parole – traduzione concreta della dottrina sociale della Chiesa e del Suo magistero – partecipazione e persona. Entrambe con la lettera P… non è un caso: P come Politica, espressione alta della carità, servizio al bene comune". "Tutto questo condividiamo con Lei, Padre Santo - ha affermato il presule -: illumini con la sua parola il nostro desiderio di partecipazione, il sogno, per alcuni ancora lontano, di creare le condizioni del bene comune, affinché i semi che Dio ha posto in ciascuno germoglino nel terreno della democrazia".





Sabato, 06 Luglio 2024

Si può partecipare alla Messa del Papa anche attraverso due espressioni di bellezza nate in un carcere. Due mosaici bianchi con disegni in oro, costruiti pazientemente da un gruppo di persone recluse, decoreranno domani l’altare e l’ambone del palco allestito in Piazza Unità d’Italia dove papa Francesco celebrerà la Messa a chiusura della 50ma Settimana Sociale.

Se lo scorso aprile a Venezia papa Francesco incontrò alcune donne della casa di reclusione femminile della Giudecca, a Trieste saranno alcuni uomini e donne reclusi nella casa circondariale “Ernesto Mari” a “partecipare” dalle loro celle alla Messa del Papa.

Entrare in un carcere fa sempre effetto. Il rumore sordo dei cancelli che si chiudono dietro di te, le grandi chiavi in metallo che girano per aprire o per chiuderli. Anche la casa circondariale di Trieste è un concentrato di difficoltà strutturali e di buone pratiche, di sofferenza e disagi per il pesante sovraffollamento e di straordinaria buona volontà degli operatori. Il come sono organizzate e gestite le carceri sono un pezzo di realtà da considerare quando si riflette sulla democrazia. Non a caso venerdì 5 luglio si è tenuta a Trieste la Piazza della democrazia dedicata al tema “Carcere: costruire dignità e libertà”. Facciamo filtrare un po’ di luce nelle celle, si è detto in piazza. In questo caso – pur in un quadro di sovraffollamento e di mancanza di spazi per i tanti trattamenti (scuola, laboratori di lingua italiana, corsi per conseguire titoli di studio, palestra, botteghe di mestieri, ecc.) che comunque si realizzano – per un giorno è la luce dei mosaici che esce dalle finestre inquadrettate dalle sbarre.

Il presidente del Comitato scientifico e organizzatore della 50ma Settimana Sociale, monsignor Luigi Renna, ha portato il grazie caloroso agli autori delle due opere che richiamano la tecnica e riproducono alcuni dei simboli della Basilica di Aquileia.

Ai due mosaici si aggiunge anche un’icona in legno intarsiato con essenze variegate a significare la varietà e la pari dignità delle culture, ma anche la diversità di storie personali, di errori e di prospettive, di sogni e di durata della pena.

Ci accompagnano il cappellano e la comandante degli agenti di polizia penitenziaria, una delle psicologhe e i docenti mosaicisti. La visita è breve, ma intensa. Una sosta anche nella cappella che ospita i segni di altre confessioni cristiane e soprattutto la “via crucis del carcerato”. Quattordici tavole disegnate in bianco e nero da un detenuto che ha tentato – con successo – di esprimere i sentimenti di chi ha sbagliato e paga. Senza dimenticare le vittime del reato.





Sabato, 06 Luglio 2024

Un prezioso contributo alla 50esima edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani, in corso a Trieste, arriva dal libro «Chiesa e democrazia» (Frate Jacopa, 20 euro, 268 pagine) di Mario Toso, vescovo di Faenza-Modigliana, uno dei massimi esperti della dottrina sociale della Chiesa e autore di una decina di libri sul tema.

Per il presule l’attuale crisi della democrazia è legata alla crisi della libertà: le élite tecnico-finanziarie ed economiche sono governate dalla logica esclusiva del profitto. I risvolti sociali sono volutamente trascurati. Squilibri occupazionali e distributivi sono frutti di disuguaglianze crescenti. Inoltre, la fraternità è negata dalla terza guerra mondiale a pezzi e dalle chiusure rispetto ai flussi migratori. Eppure c’è uno stretto rapporto tra democrazia e libertà: la prima non può essere senza la seconda e può svilupparsi solo se si sprigiona da una libertà responsabile e solidale.
In un contesto in cui, paradossalmente, è la stessa Chiesa a rafforzare la laicità, i parlamenti non hanno nulla da temere dai vescovi, mentre è indispensabile una presenza dei cattolici in Parlamento. Nella prima parte del libro l’autore ripercorre i passaggi salienti della dottrina sociale della Chiesa sul tema della democrazia, da Pio XII a Benedetto XVI, il quale sosteneva che “la democrazia fiorisce quando supera la dittatura del relativismo e si basa su presupposti incontrovertibili”.
La seconda parte del libro è dedicata al magistero attuale di papa Francesco. Quindi riappropriarsi della democrazia significa rendersi conto che essa è la forma di governo più commisurata alla persona.
L’enfatizzazione individualistica accresce la logica utilitarista e uccide la comunità. Per cui Toso invita ad abbandonare una democrazia a bassa intensità, che si connota per le disuguaglianze crescenti, la cultura dell’indifferenza e dello scarto, il deficit della politica asservita al potere. Così i partiti, diventano comitati di affari, abitati da élite senza una visione di Paese. In altre parole “ai partiti manca la linfa vitale e le liste bloccate non aiutano”. Che fare? Per Toso “solo una democrazia ad alta intensità può rispondere alla dignità della persona”. E ancora: “La democrazia è una sfida per i cittadini ad essere migliori della vita quotidiana e una sfida dell’umano a se stessi”. Nella complessa società attuale, il libro di Toso propone una democrazia ad alta intensità, che include tutti, lotta contro la povertà, e si fa carico dei più fragili, produce nuove logiche relazionali.
È una società dove c’è posto per tutti. L’altro non è un nemico da eliminare con la guerra, ma il fratello e la sorella con cui condividere l’esistenza, I conflitti si superano nella prospettiva di una crescita (Toso è autore anche di libri su democrazia e pace). La democrazia ha bisogno di istituzioni mondiali più efficaci nel promuovere la pace e le politiche ambientali. All’Onu vanno tolti i veti. Le 268 pagine del libro di Toso aiutano i cattolici italiani a Trieste e nel dopo Trieste, ripercorrendo l’abbraccio fra Chiesa e democrazia, da Leone XIII a papa Francesco.






Sabato, 06 Luglio 2024

«C’è nella Settimana sociale un sottofondo sostanziale, non sempre intercettato dalla stampa: è il caso del lavoro dei partecipanti e delle proposte emerse che riguardano i giovani, le Chiese locali e coloro che si impegnano nella costruzione del bene comune». Così monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vicepresidente della Cei per l’Italia settentrionale, parla dell’impatto che la 50ª Settimana sociale dei cattolici italiani in corso a Trieste sta avendo sull’opinione pubblica. «Un’attenzione importante – ha sottolineato – da non ridurre però ai grandi eventi come la visita del Papa, che non è un momento isolato bensì il centro di un’architettura di partecipazione molto più ampia».


C’è anche un dopo – commenta – che «riguarda la traduzione di quanto emerso nei territori locali» e che «dipenderà dal lavoro dei delegati», di cui oltre la metà sono giovani e donne. Una dimensione che «fatica a trovare spazio tra le notizie». Tale limite è motivato dall’assenza di approfondimento in un tempo in cui «ci si informa non più con gli articoli ma attraverso i titoli sulla base dei quali si prende posizione sui social, ora sede di un confronto che si è spostato dalle piazze al mondo digitale».


Non sono poi mancate, in queste ore, le polemiche mediatiche attorno ai contenuti e alle posizioni emerse durante la Settimana. «C’è – sottolinea l’arcivescovo – una polarizzazione di idee a livello sociale ma anche comunicativo abbastanza evidente. Sono le logiche binarie della comunicazione alle quali si fa fatica a fuggire». Ma «la cosa più preoccupante è che questa polarizzazione c’è anche dentro alla comunità cattolica. Sembra che faccia più presa l’appartenenza politica che quella ecclesiale, il che interroga la nostra capacità di evangelizzazione». E, invece, «un’autentica adesione al Vangelo esige di ribadire la dignità umana in tutte le sue dimensioni». Cioè di saper «affermare il valore della vita nel grembo e nel barcone, tutelare l’ambiente e la famiglia insieme». Una sfida che rilancia il tema della formazione, già emerso durante i laboratori, che oggi deve avvalersi di strumenti diversi.


A mostrare la strada sono i giovani. «Tutt’altro che disinteressati alla cosa pubblica e che vi partecipano attraverso mezzi interattivi come laboratori, cantieri, social media». La Chiesa – osserva Castellucci – è tenuta a «intercettare queste nuove forme di comunicazione» con metodi diversi, che «generino appetito invitando le persone ad approfondire». Tra le cose che invece allontanano i giovani c’è «la scarsa credibilità degli attori politici, che vale anche per la Chiesa». Serve quindi «autocritica dinanzi all’attuale crisi di partecipazione», che spesso è «termometro di una proposta debole».


Provenendo da una famiglia socialmente impegnata, l’arcivescovo ammette di «stentare a condividere le ragioni dell’astensionismo, ma deve far pensare che circa la metà degli italiani decida di non votare». A incidere è anche la paura «che paga in termini elettorali: quelle proposte che concentrano il potere nelle mani di pochi». Non bisogna però «arrendersi alle soluzioni facili e immediate che poi deludono perché accumulano troppe attese».


A tale proposito, secondo il vice-presidente della Cei, sarà importante «mantenere vivi gli strumenti condivisi qui a Trieste restando a contatto con le persone» e ricordando che «l’unità si fa nella missione». Risiede qui lo stile delle «minoranze creative di cui parlava Benedetto XVI riferendosi alla Chiesa del domani, particolarmente in Europa». «Una Chiesa – conclude Castellucci – meno preoccupata delle convenzioni e più aderente alla fede, meno affannata della loro tenuta interna ma capace di abbracciare l’intera società»





Sabato, 06 Luglio 2024

È in programma nella serata di oggi , in memoria del martirio di santa Maria Goretti, il 38° pellegrinaggio a piedi di circa 11 chilometri da Nettuno a Le Ferriere di Conca, luogo in cui il 5 luglio 1902 la bambina undicenne venne aggredita a scopo di stupro e – al suo fermo rifiuto – colpita ripetutamente con un punteruolo dal diciottenne Alessandro Serenelli; operata all’ospedale Fatebenefratelli di Nettuno nel disperato tentativo di salvarla, il giorno dopo morì di setticemia. Prima di spirare, dopo aver ricevuto l’unzione dei malati, perdonò il suo assalitore. Il percorso inizierà attorno alle 19 dal Santuario di Nettuno, nella diocesi di Albano, che dal 1929 conserva nella cripta le spoglie della giovanissima santa. Saranno disponibili delle navette per il ritorno a Nettuno; per informazioni, contattare i padri passionisti del Santuario al numero 06/98575828.
«Il pellegrinaggio è illuminato ogni anno da un tema che rispecchia il cammino della Chiesa Italiana e degli eventi legati alla spiritualità del Santuario, che diviene così fonte di riflessione e di preghiera – spiegano i padri passionisti di Nettuno –. Il tema di quest’anno è “Quando pregate dite: Padre”, in preparazione dell’Anno giubilare 2025». Nella prima parte del percorso, dal piazzale del Santuario di Nettuno fino a “Tre Cancelli”, spazio a testimonianze, riflessioni, contributi audio e approfondimenti sul tema. Dopo la distribuzione del pane e dell’acqua, della pagellina di partecipazione a tutti i presenti e dei flambeaux, il cammino riprenderà in direzione di Borgo Montello - Le Ferriere e questa seconda parte sarà «dedicata alla preghiera, con la recita della Via Crucis, dove attraverso quattordici stazioni, ci sarà un momento di intercessione legata ai versetti del Padre Nostro». Alla casa del martirio alle Ferriere, il vescovo Vincenzo Viva impartirà la benedizione ai pellegrini.
Al santuario diocesano intitolato alla giovanissima santa nella sua cittadina natale Corinaldo (Ancona), nella diocesi di Senigallia, oggi è possibile ottenere l’indulgenza plenaria; alle 18.30 la celebrazione eucaristica solenne sarà presieduta da monsignor Gerardo Rocconi, vescovo di Jesi e originario di Corinaldo. Domani, domenica 7 luglio, tutte le Messe del paese verranno celebrate al santuario alle ore 8,30, 10,30 e 18,30, mentre lunedì 8 alle ore 21 è in programma la Messa solenne presieduta dal vescovo di Senigallia Franco Manenti.
Invece nella diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, di cui santa Maria Goretti è patrona, il pellegrinaggio notturno a piedi alla Casa del martirio si è svolto sabato 29 giugno. L’iniziativa, giunta alla 30a edizione, ha visto l’ampia partecipazione dei fedeli partiti alle 23 dalla chiesa di San Matteo a Latina e arrivati a Le Ferriere, passando per Borgo Santa Maria, Borgo Bainsizza e Borgo Montello. Ha partecipato anche l’arcivescovo metropolita di Benevento Felice Accrocca con alcuni fedeli della sua diocesi e il passionista padre Giovanni Alberti, storico e biografo della santa. Nel piazzale della casa del martirio, alle ore 6 circa di domenica 30 giugno, il vescovo Mariano Crociata ha presieduto la celebrazione eucaristica. Grazie al gruppo coordinato da don Paolo Lucconi, delegato del vescovo di Latina per il pellegrinaggio, durante il percorso i partecipanti hanno pregato e meditato sull’origine della fede di Marietta, sul «camminare nella provvidenza di Dio», sulla «spiritualità del focolare» e sulla «tenda del perdono», ovvero l’ospedale di Nettuno dove la ragazzina si è spenta dopo aver perdonato il suo omicida.
Terzogenita di sette figli, Maria Goretti nacque a Corinaldo (Ancona, il 16 ottobre 1890) da una coppia di contadini; in cerca di sostentamento e lavoro, la famiglia numerosa si trasferì a Colle Gianturco in Paliano, nella provincia di Frosinone, per circa tre anni. Nel febbraio del 1900, insieme alla famiglia dei compaesani Serenelli, si spostò a Ferriere di Conca nell’Agro Pontino, alle dipendenze del conte Attilio Mazzoleni. Il papà di Maria, Luigi, morì il 6 giugno 1900 a causa della malaria e lei si occupò dei fratelli, aiutando anche la mamma Assunta Carlini nei campi. Papa Pio XII la proclamò beata il 27 aprile 1947 e santa il 24 giugno 1950, in piazza San Pietro, alla presenza della madre, del presidente della Repubblica Luigi Einaudi e del primo ministro Alcide De Gasperi.






Sabato, 06 Luglio 2024

Sarà il Papa oggi, domenica 7 luglio, a chiudere a Trieste la 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia. Al Centro congressi «Generali convention center» alle 8.30 Francesco incontrerà i delegati, per poi spostarsi in piazza Unità d’Italia per la Messa alle 10.30.

Nel capoluogo giuliano tutto è pronto per accogliere Francesco e ascoltare le sue parole, che specie nel primo dei due appuntamenti, quello con i delegati, affronterà direttamente il tema al centro dei lavori. Un argomento che non è certamente nuovo, nel magistero di Francesco, che a Trieste si è fatto precedere da un testo inedito, diffuso ieri, contenuto in “Al cuore della democrazia”, il libro, curato dalla Libreria Editrice Vaticana, oggi in omaggio per i lettori de Il Piccolo. Il volume, introdotto dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, contiene discorsi, omelie e interventi di Francesco. Nell’inedito, il Papa auspica «un impegno più convinto per una vita democratica pienamente partecipata e finalizzata al bene comune». E nel mettere in guardia da pericoli come «il morbo dello scetticismo democratico» o «il fascino del populismo», ricorda che la democrazia, con il suo invito a fare insieme, è antidoto alla tentazione del salvarsi da soli. Occorrono scelte coraggiose e condivise, scrive il Papa, citando tra le altre «un’accoglienza intelligente e creativa delle persone migranti, l’inverno demografico che colpisce ormai in maniera pervasiva tutta l’Italia e la scelta di autentiche politiche per la pace, che mettano al primo posto l’arte della negoziazione e non la scelta del riarmo».

In tale maniera Francesco si inserisce nel solco dei suoi predecessori. Basti pensare a encicliche come la «Centesimus annus» di san Giovanni Paolo II o la «Deus caritas est» di Benedetto XVI, che hanno portato a compimento il lungo cammino del rapporto tra la Chiesa e la democrazia, vista come il sistema politico più adeguato a promuovere la dignità umana. E se Leone XIII affermava la Chiesa non si può identificare né legare ad alcun regime politico, dovendo limitare il suo compito al giudicare quali regimi siano in teoria e in pratica accettabili ai fini del rispetto dei diritti della persona umana e delle giuste esigenze del bene comune, il giudizio positivo sulla democrazia matura nella prima metà del secolo scorso, anche grazie all’apporto di laici come il beato Giuseppe Toniolo, iniziatore delle Settimane sociali, e il filosofo francese Jacques Maritain, il quale già nel suo «Umanesimo integrale» del 1936, auspica la responsabilità e la partecipazione di ogni cittadino alla conduzione della cosa pubblica.

La strada è ormai spianata e infatti Pio XII nel Radiomessaggio natalizio del 1944, di fronte alla pretesa dello Stato di assurgere al ruolo di fine ultimo e di criterio sommo dell’ordine morale e giuridico, sottolinea il valore della democrazia come «forma di governo che appare a molti un postulato naturale imposto dalla stessa ragione». Occorre, dunque, «mettere il cittadino sempre più in condizione di avere la propria opinione personale e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune».

Emerge qui un tratto costante del magistero dei papi sulla democrazia: l’istanza etica. Giovanni Paolo II lo esprimerà icasticamente nella «Centesimus annus», pubblicata nel 1991, quindi all’indomani della caduta del Muro di Berlino, simbolo dei totalitarismi sui quali la stessa democrazia alla fine aveva trionfato. «Una democrazia senza valori facilmente si converte in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».

Del resto, anche nella «Gaudium et spes», anno 1965, si affermava: «È pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti e senza alcuna discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo d’azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti».

In sostanza, come afferma il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, «un'autentica democrazia non è solo il risultato di un rispetto formale di regole, ma è il frutto della convinta accettazione dei valori che ispirano le procedure democratiche: la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti dell'uomo, l'assunzione del «bene comune» come fine e criterio regolativo della vita politica. Se non vi è un consenso generale su tali valori, si smarrisce il significato della democrazia e si compromette la sua stabilità». Detto in altri termini, come in effetti fa papa Wojtyla nella «Centesimus Annus», la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali.

Ne deriva un’idea di democrazia connotata da un contenuto etico, ossia caratterizzata dall’idea che la libertà non è arbitrio, ma va messa in relazione con la verità: «La libertà è pienamente valorizzata soltanto dall’accettazione della verità: in un mondo senza verità la libertà perde la sua consistenza, e l’uomo è esposto alla violenza delle passioni ed a condizionamenti aperti od occulti», scriveva infatti Giovanni Paolo II.

Non dissimile è l’insegnamento di Benedetto XVI esposto nella «Deus caritas est», dove si afferma che il compito fondamentale di un’autentica democrazia è quello di assicurare la giustizia e un ordine sociale giusto, e ciò per garantire a ciascuno la partecipazione ai beni comuni, nel rispetto dei principi di solidarietà e di sussidiarietà.

A questo insegnamento si rifà anche papa Francesco, il quale già da cardinale, nel 2011, in occasione del bicentenario dell’Argentina, aveva pubblicato un testo che conteneva in nuce il successivo suo magistero papale sul tema. «Non possiamo rassegnarci – scriveva – a un’idea di democrazia a bassa intensità, a livelli di povertà come quelli che ancora abbiamo, alla mancanza di definizione di un progetto strategico di sviluppo e di partecipazione internazionale, a una fisionomia della nostra cultura politica che gioca al “tutto o niente” in qualsiasi campo». In questo senso, la democrazia non è solo sistema di governo, ma diventa - come ribadito anche nel testo di ieri - strumento di inclusione e di accoglienza, per tutti, migranti compresi, promozione della vita e della pace, attenzione agli ultimi. Preoccupazioni, queste, ribadite dal Papa nella «Evangelii Gaudium» e nel discorso al Parlamento europeo di Strasburgo, nel 2014. Nella «Fratelli tutti» faro della Settimana Sociale, si sottolinea la buona politica come argine al tracimare di un totalitarismo che si ammanta di panni “democratici”. Senza contare i rischi dell’intelligenza artificiale, puntualmente segnalati. Tutti temi che a Trieste sono stati di casa.





Venerdì, 05 Luglio 2024

Un viaggio da record quello che il Papa farà dal 2 al 13 settembre in due continenti (Asia e Oceania) e in quattro Paesi: Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Est e Singapore. Considerando solo gli spostamenti in aereo, il Pontefice percorrerà 32.814 chilometri, per 44 ore di volo, utilizzando sei compagnie aeree, compresa una dell’aeronautica militare. Quasi l'equivalente di un giro del mondo.

La Sala stampa della Santa Sede ha diffuso ieri il programma dettagliato delle diverse tappe. Francesco il 3 settembre sarà a Giacarta, capitale dell’Indonesia, dove rimarrà fino al 6 settembre. Poi andrà a Port Moresby e a Vanimo in Papua Nuova Guinea dal 6 al 9 settembre, a Dili (Timor Est) dal 9 all'11 settembre e a Singapore dall'11 al 13 settembre. Sono previsti in tutto 17 interventi pubblici, 12 discorsi, 4 omelie e 1 Angelus. Entrando più nel dettaglio delle diverse giornate di viaggio, Francesco partirà da Roma Fiumicino lunedì 2 settembre alle 17.15 per arrivare a Giacarta il giorno dopo alle 11.30 ora locale. Ci sarà solo l'accoglienza ufficiale all'aeroporto internazionale, mentre il viaggio vero e proprio comincerà mercoledì 4 settembre, con la cerimonia di benvenuto e la visita di cortesia al Palazzo presidenziale. Quindi l'incontro con le autorità, la società civile, il corpo diplomatico. A seguire il colloquio privato con i membri della Compagnia di Gesù nella Nunziatura apostolica. Nel pomeriggio poi il Papa incontrerà i vescovi, i sacerdoti e religiose e religiosi nella Cattedrale di Nostra Signora dell'Assunzione. Infine i giovani di Scholas Occurrentes nella Casa della Gioventù “Grha Pemuda”.

Giovedì 5 settembre, ancora a Giacarta, si terrà l’incontro interreligioso presso la Moschea “Istiqlal”. Poi l’incontro con gli assistiti delle realtà caritative nella sede della Conferenza episcopale indonesiana e, ultimo appuntamento in Indonesia, la Messa alle 17 nello Stadio “Gelora Bung Karno”.

Il 6 settembre trasferimento fino a Port Moresby (Papua Nuova Guinea). L’arrivo è previsto per le 18.50. La visita nel Paese comincerà dunque sabato 7 settembre con la visita di cortesia al Governatore generale, l'incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. Nel pomeriggio, alle 17, papa Francesco visiterà i bambini di “Streete Ministry” e “Callan Services” nella Caritas Technical Secondary School. Alle 17.40, nel santuario di Maria Ausiliatrice, l’incontro con i vescovi della Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone, e i sacerdoti e i religiosi.

Domenica 8 settembre visita del Primo ministro nella Nunziatura apostolica. Alle 8.45 la Messa nello Stadio “Sir John Guise”; a seguire l’Angelus. Quindi il Papa si sposterà a Vanimo, sempre in Papua Nuova Guinea, dove incontrerà i fedeli della diocesi locale nella spianata antistante la Cattedrale della Santa Croce. Quindi alle 16.50 l'incontro privato con un gruppo di missionari. Infine il ritorno a Port Moresby.

Lunedì 9 settembre, dopo l'incontro con i giovani nello stadio “Sir John Guise” di Port Moresby, papa Francesco lascerà la Papua Nuova Guinea per recarsi a Dili, capitale di Timor Est. L'arrivo è previsto alle 14.10 e alle 18 si terrà la cerimonia di benvenuto all'esterno del Palazzo presidenziale; a seguire la visita di cortesia al Presidente della Repubblica e l'incontro con le autorità.

Martedì 10 settembre, a Dili, il Papa visiterà i bambini con disabilità della scuola “Irmas Alma”. Alle 9,30 l’incontro con i vescovi e i sacerdoti nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione. Infine alle 16.30 la Messa nella Spianata di Taci Tolu.

Mercoledì 11 settembre, dopo l’incontro con i giovani, il Papa lascerà Dili per recarsi a Singapore. Giovedì 12 settembre la giornata a Singapore comincerà alle 9, con la cerimonia di benvenuto. A seguire l'incontro con il presidente della Repubblica, con il primo ministro e con le autorità. La giornata si concluderà con la Messa, al “Singapore SportsHub”. Venerdì 13 settembre visita ad un gruppo di anziani e malati presso la Casa “Santa Teresa”. Quindi incontro interreligioso con i giovani nel “Catholic Junior College”. Alle 11.50 la partenza per Roma Fiumicino dove l’arrivo è previsto alle 18:25.





Venerdì, 05 Luglio 2024

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò è stato scomunicato per scisma. Lo ha annunciato oggi un comunicato del Dicastero per la Dottrina della fede (DDF) che lo ha processato penalmente nella forma extragiudiziale. Alla base dell’accusa verso l’ex nunzio negli Stati Uniti ci sono le sue «note» le sue affermazioni pubbliche «dalle quali risulta il rifiuto di riconoscere e sottomettersi al Sommo Pontefice, della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti e della legittimità e dell’autorità magisteriale del Concilio Ecumenico Vaticano II».

Nel comunicato si spiega che lo scorso 4 luglio il Congresso del Dicastero, cioè la riunione dei vertici del DDF, si è riunito per concludere il Processo penale extragiudiziale, e si aggiunge che «all’esito del processo penale», Viganò «è stato riconosciuto colpevole del delitto riservato di scisma». Il Dicastero quindi «ha dichiarato la scomunica latae sententiae», precisando che la rimozione della censura in questi casi è riservata alla Sede Apostolica. La nota si conclude precisando che la decisione è stata comunicata oggi stesso a Viganò.

Il procedimento penale in questione (nella forma del processo extragiudiziale, cioè amministrativo, più rapido ma necessariamente con meno garanzie per l’imputato, a cui comunque è data la possibilità di difendersi) non sembra avere precedenti. Consultando infatti il sito del DDF, che raccoglie in una apposita sezione tutti i Documenti più significativi da esso pubblicati a partire dal 1966 (quando si chiamava Congregazione), non si trovano provvedimenti simili. L’unico caso di vescovo di cui viene dichiarata la scomunica in quanto scismatico riguarda il vietnamita Pierre Martin Ngò-dinh-Thuc. La Congregazione gli notificò la pena nel settembre 1976 per aver consacrato cinque nuovi vescovi senza il necessario mandato pontificio. Il presule successivamente chiese e ottenne l’assoluzione riservata alla Santa Sede, ma poi continuò ad ordinare illecitamente altri vescovi e così nel marzo 1983 gli venne di nuovo notificata la scomunica.

Anche l’arcivescovo Marcel Lefebvre incorse nella scomunica per scisma, sempre per aver ordinato vescovi (quattro) senza il mandato pontificio. Ma nel suo caso il decreto fu emanato, nel luglio 1988, dalla Congregazione per i vescovi. Mentre la scomunica dell’arcivescovo Emmanuel Milingo venne annunciata nel settembre 2006 con una Dichiarazione della Sala Stampa della Santa Sede. Il presule africano era già stato sospeso a divinis per essersi “sposato” con una signora coreana, ma la scomunica scattò quando consacrò quattro vescovi a Washington (successivamente Milingo venne dimesso dallo stato clericale).
Questa volta, per Viganò, la scomunica non è arrivata per aver consacrato nuovi vescovi, ma per non riconoscere l’autorità di Papa Francesco e il magistero del Concilio Vaticano II.

Consultando i documenti messi in rete dal Dicastero presieduto dal cardinale Victor M. Fernandez, un caso simile a quello di Viganò potrebbe essere quello del sacerdote francese Georges de Nantes, meglio conosciuto come l’Abbé de Nantes (1924-2010). A suo carico infatti risultano due notificazioni, la prima dell’agosto 1969 e la seconda del maggio 1983. Il prete transalpino fu un feroce oppositore del Concilio, accusò di eresia sia il Vaticano II sia Paolo VI e Giovanni Paolo II. Sospeso a divinis nel 1966, chiese di essere ricevuto dalla Congregazione per la dottrina della fede per far valere le sue ragioni, che vennero ovviamente respinte con le notificazioni del 1969 e 1983. Nel 1997 infine venne colpito dall’interdetto (forma attenuata di scomunica) emesso dal vescovo di Troyes. Fece ricorso alla Segnatura ma senza successo. Nel Codice di diritto canonico l’interdetto vieta di prendere parte come ministro a qualsiasi cerimonia liturgica, di celebrare sacramenti o sacramentali e di ricevere i sacramenti. Mentre la scomunica vieta, in più, di esercitare funzioni in uffici o ministeri o incarichi ecclesiastici qualsiasi, o di porre atti di governo.

Il processo a Viganò è stato deciso dal Dicastero nel Congresso che si è tenuto venerdì 10 maggio. A questo tipo di riunione, che di solito si riunisce appunto di venerdì, partecipano, come già detto, i vertici del Dicastero, mentre alla Feria IV del mercoledì prendono parte anche i cardinali e vescovi membri.

Il DDF poi aveva inviato un decreto di citazione a Viganò, chiedendogli di presentarsi nel pomeriggio del 5 giugno per «prendere nota delle accuse e delle prove circa il delitto di scisma di cui è accusato (affermazioni pubbliche dalle quali risulta una negazione degli elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di papa Francesco, rottura della comunione con Lui e rifiuto del Concilio Vaticano II)». La notizia di tale decreto era stata diffusa dallo stesso Viganò che non si era presentato davanti al DDF.

Il canone del Codice di diritto canonico citato dal decreto come oggetto del processo penale era il 1364, dove si afferma che «l’apostata, l’eretico e lo scismatico incorrono nella scomunica latae sententiae». Il decreto - firmato da monsignor John J. Kennedy, segretario per la sezione disciplinare del Dicastero - specificava che la decisione di avviare il processo era stata presa dopo aver stabilito che l’indagine previa era "superflua" ai sensi del primo comma del canone 1717.

Nel caso di mancata comparizione o di una difesa scritta presentata entro il 28 giugno, recitava infine il decreto, l’arcivescovo «sarà giudicato in sua assenza». E così è stato.





Venerdì, 05 Luglio 2024





Giovedì, 04 Luglio 2024

Papa Francesco ha eretto oggi la nuova diocesi di Bentiu in Sud Sudan, con territorio dismembrato da quella di Malakal, e ha nominato come primo vescovo il comboniano veneto Christian Carlassare spostandolo dalla diocesi di Rumbek. Nel 2021 il presule originario di Schio, poco dopo la sua nomina episcopale, fu vittima di un agguato ordito per motivi non del tutto chiariti.

Monsignor Carlassare, 47 anni il prossimo 1° ottobre, ha emesso la Professione Solenne nell'Istituto dei Missionari Comboniani nel 2003 ed è stato ordinato sacerdote il 4 settembre 2004. Nel 2005 è stato inviato in missione in Sud Sudan, dove ha fatto anche il parroco e il vice-provinciale dei Comboniani. Dal 2020 al 2021 ha ricoperto l’incarico vicario generale della diocesi di Malakal. L'8 marzo 2021 è arrivata la nomina a vescovo di Rumbek. La consacrazione era fissata per il 23 maggio, solennità di Pentecoste. Ma la notte del 25 aprile colpi di arma da fuoco sparati da un gruppo di persone piombate nella sua stanza lo ferirono gravemente alle gambe.

«Quella notte - ha raccontato Carlassare all’Agenzia Fides - sono entrate due persone e ci hanno messi contro il muro, come se volessero ammazzarci. Poi hanno abbassato le pistole e hanno sparato una dozzina di colpi, alcuni hanno preso in pieno le mie gambe. È stata una grande umiliazione che mi ha insegnato a essere umile, un evento molto duro per me e per la diocesi, un attacco incomprensibile. In un certo senso, però, mi ha costretto a essere solidale con tante vittime innocenti, con lo stesso popolo del Sud Sudan che a causa della violenza, l'arroganza, l'ambizione di potere e la smania di controllo delle risorse, è stato messo in ginocchio. Ho fatto causa comune con tante vittime e ringrazio il Signore per la sua presenza in quel momento, ma anche per quando sono tornato ferito tra un popolo ferito: ci siamo rialzati insieme credendo nella guarigione possibile».

L’ordinazione episcopale venne sospesa, ma non annullata. «Sono consapevole che a Rumbek – aveva dichiarato Carlassare al settimanale diocesano Vita Trentina – c’è una Chiesa che mi aspetta, questo è stato un tempo di grande attesa in cui in molti mi hanno fatto sentire il calore, mi hanno chiesto di tornare e di non cedere alla paura». Così il 25 marzo 2022 ripresosi dopo una lunga riabilitazione, Carlassare era stato finalmente ordinato vescovo nella Cattedrale di Rumbek, diventando uno tra i più giovani vescovi al mondo.

Un mese dopo l’ordinazione un prete cattolico, insieme a tre laici, è stato condannato a sette anni di reclusione per la gambizzazione del vescovo veneto. Si tratta di padre John Mathiang della diocesi di Rumbek, che si è sempre dichiarato innocente. Ma lo scorso marzo la Corte suprema lo ha assolto affermando che le prove a suo carico non sono sufficienti a dimostrare senza ombra di dubbio il suo coinvolgimento nell’attentato. Ad aprile la Conferenza episcopale del Sud Sudan lo ha comunque sospeso a divinis.

Con la nomina di oggi Carlassare lascia una diocesi con circa 240mila cattolici per una che ne conta oltre 620mila, anche se con un numero più ridotto di sacerdoti (Rumbek ne ha 33, Bentiu 11).


?





Mercoledì, 03 Luglio 2024

Prende il via oggi una serie di interviste a personaggi e testimoni sul tema della gratitudine. L’orizzonte è quello dell’anno della preghiera, voluto da papa Francesco in preparazione al Giubileo del 2025. Ogni voce aiuterà a capire come, in ciascun ambito, la gratitudine sia un atteggiamento che aiuta ad aprirsi agli altri e all’Altro.

Per quanto il nostro tempo sia dominato dal diktat di farsi da sé, per sé, senza vincoli né debiti con alcuno, in realtà nessuno si fa da sé. Nella vita ogni essere umano prima o poi si accorge di essere costituito da “pezzettini” di altri, da saperi, valori, gesti, pensieri, sensibilità, convinzioni, cose buone che capisce di aver ricevuto da altri, persone che hanno fatto parte o continuano a far parte della sua vita: familiari, insegnanti, amici, sacerdoti, suore, santi, colleghi, scrittori, artisti, conoscenti. E, sopra ogni altro, Dio stesso, che continuamente genera e rigenera la vita di ciascuno. Questa consapevolezza, che nulla toglie alla propria irripetibile unicità, si accompagna, in genere, se non si è gonfi di superbia, alla gratitudine. Di questa dimensione nobile, gentile, irrinunciabile della vita conversiamo con Cristiana Dobner: teologa, carmelitana scalza, vive nel monastero di Santa Maria del Monte Carmelo a Concenedo (Lecco). Autrice di numerosi volumi, di recente ha pubblicato “Spiritualità dell’ascolto” (Salomone Belforte ed.)

Che ruolo svolge la gratitudine nella vita comunitaria di un monastero?

Se dovesse mancare crollerebbe tutto. Vorrebbe dire infatti che non siamo capaci di comprendere l’aiuto che dà ogni sorella vivendo al nostro fianco e sopportando i nostri limiti. C’è gratitudine quando, ad esempio, abbiamo avuto una giornata pesante e difficile e le altre consorelle pregano il Signore anche per noi, oppure quando, nella nostra vita domestica, ciascuna svolge i propri compiti a beneficio di tutte: siamo interdipendenti. Penso che la gratitudine sia il segno principale della nostra vita.

La preghiera di intercessione è anche preghiera di ringraziamento: nella vostra vita contemplativa ringraziate Dio a nome di tutti, anche di quelli che non Lo ringraziano mai.

Proprio così. Noi siamo ovunque ci siano esseri umani, pur restando ferme nel medesimo luogo. Ringraziamo Dio a nome di tutti non solo per i doni concreti che ciascuno riceve ma per la Sua Bontà. La nostra gratitudine parte dai doni e giunge al Donatore. Confidiamo che chi vive in una dimensione di ingratitudine prima o poi possa trovare proprio a partire da qui lo slancio verso la gratitudine. Ciò non avviene per nostri meriti personali ma perché ci lasciamo trapassare dallo Spirito che invoca il Padre: allora, dove si trova un terreno che non ha ancora conosciuto la gratitudine lì si getta il seme, con fiducia nell’azione dell’Altissimo.

Le giovani generazioni subiscono la pressione di una cultura dice in modo martellante: farsi da sé, essere sé stessi, autonomi, indipendenti. Come educarle alla gratitudine?

Anzitutto con l’esempio: mostrandosi adulti capaci di ringraziare e di riconoscere quanto di buono si riceve. E poi insegnando ai bambini a dire grazie e spiegando perché va detto. Così facendo i bambini capiranno che non è solo una parola da pronunciare per buona educazione: piano piano impareranno che nessuno è indipendente dagli altri. Impareranno una verità della vita: tutti noi viviamo non in una ragnatela oppressiva ma in una raggiera in cui siamo legati gli uni agli altri.

Cosa vorrebbe dire a chi sta attraversando un momento della vita difficile e doloroso o si sente sopraffatto dalle sofferenze e dalle ingiustizie presenti nel mondo e non riesce a scorgere motivi per i quali ringraziare Dio?

La gratitudine sorge quasi istintivamente quando nella nostra vita le cose procedono bene. Quando invece viviamo momenti di grave difficoltà la gratitudine può scomparire se nel frattempo non è diventata una postura radicata nel nostro intimo. È questa postura che consente di superare la strettoia del passaggio doloroso e permette di entrare nei larghi spazi della bontà di Dio.

Come si acquisisce questa postura?

La si acquisisce essendo oranti, vivendo la presenza di Dio in tutto, nella concretezza di ogni giorno. Dio è la nostra roccia, siamo sempre custoditi da Lui: bisogna educarsi e abituarsi a vivere in questa dimensione di fiducia e di gratitudine. Ciò non significa che bisogna ringraziare se si è colpiti da una sciagura o da una malattia: no! In quei casi si giunge faticosamente a una accettazione. Però sullo sfondo resta la gratitudine per la vita ricevuta che apre la possibilità di un cammino che – con l’aiuto concreto e la preghiera degli altri – piano piano porta a cogliere la possibilità di una maggiore luce. Penso ad esempio ad Edith Stein che entra ad Auschwitz e dice: “siamo nelle tenebre ma questa luce che ci viene donata dall’alto non perirà mai, risplenderà”. Una esperienza dolorosa può diventare trampolino per una riconoscenza non ingenua né banale, la riconoscenza di chi vive con i piedi per terra, da pellegrino verso la casa del Padre.

Eucaristia significa rendimento di grazie.

La gratitudine prima è lì. La presenza eucaristica è costante nella storia, continua a restare – nonostante tutti i nostri tradimenti – secolo dopo secolo: è segno di un dono smisurato fatto a noi umani, sempre pronti a misurare i doni da fare. E sempre pronti anche a tradire Dio. A volte pensando a Lui mi domando: ma chi glielo ha fatto fare di crearci, seguirci, continuare ad amarci? È davvero un amore senza misura, gratuito, il Suo. Noi non siamo capaci di giocarci così. Inoltre noi guardiamo prima al dono e poi al donatore mentre nella Trinità “dono-donatore-ricevente il dono” si compenetrano, tutto diventa un flusso continuo di gratitudine e di amore che si espande fino a noi.

Pensando alla sua vita, a chi desidera dire grazie?

Il primo grazie va ai miei genitori, che mi hanno generato, educato e portato a essere quella che sono, e a Dio che edifica e sostiene mia vita. Nutro riconoscenza anche verso figure che hanno testimoniato il valore e il significato dell’esistenza e hanno plasmato la mia visione del mondo: da Maritain e Levinas a Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, due santi nei quali ho incontrato quella luce che ha illuminato la mia vita. Non dimentico però altre figure che sono state significative per me: ad esempio, Chiara d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Ignazio di Loyola e coloro che, quando ero giovane, mi hanno testimoniato la spiritualità ignaziana, a cominciare dai cardinali Martini e Bea. Ma la mia riconoscenza va anche agli uomini e alle donne che ci hanno preceduto nella storia, a quella sterminata moltitudine di persone a cui dobbiamo le invenzioni e le meraviglie che ci circondano. Come l’invenzione, semplice e vitale, del pane.





Mercoledì, 03 Luglio 2024

Dopo le rivelazioni riguardanti la doppia vita dell’ex gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik, le accuse di atti blasfemi, di manipolazione delle coscienze e di abusi sessuali compiuti su una ventina di religiose, il Santuario di Lourdes è stato uno dei primi luoghi sacri a porsi pubblicamente il problema se conservare o meno i mosaici realizzati da Rupnik e dal suo atelier, nello specifico quelli che figurano all'ingresso della Basilica di Nostra Signora del Rosario. Una commissione pluridisciplinare creata dal rettore del Santuario francese e dal vescovo di Tarbes e Lourdes si è messa all’opera lo scorso novembre per dirimere la questione. Martedì 2 luglio con un comunicato il vescovo Jean-Marc Micas ha reso noto la posizione che ha maturato in questi mesi di riflessione e di ausilio della commissione.

«Ho potuto ascoltare e leggere le opinioni di molte persone che mi hanno inviato i loro contributi: cardinali e vescovi, artisti, avvocati, vittime, pellegrini e così via – scrive Micas – oggi posso constatare che le opinioni sono molto divise e spesso polarizzate. I mosaici devono essere lasciati dove sono? Devono essere distrutti? Dovrebbero essere rimossi o esposti altrove? Non c'è consenso su nessuna delle proposte. Le posizioni assunte sono vivaci e appassionate. Da parte mia, la mia opinione personale è ormai chiara: questa situazione non ha nulla a che vedere con altre opere il cui autore e le cui vittime sono morti, a volte da diversi secoli. Qui le vittime sono vive e lo è anche l'autore. Inoltre, nel corso dei mesi ho capito che non spetta a me ragionare sullo status di un'opera d'arte, sulla sua "moralità", che va distinta da quella del suo autore. Il mio ruolo è quello di garantire che il Santuario accolga tutti, in particolare coloro che soffrono, comprese le vittime di abusi e violenze sessuali, sia bambini che adulti. A Lourdes, i sofferenti e i feriti che hanno bisogno di consolazione e riparazione devono essere messi al primo posto. Questa è la grazia speciale di questo santuario: nulla deve impedire loro di rispondere al messaggio della Madonna di venire qui in pellegrinaggio. Poiché questo è diventato impossibile per molte persone, la mia opinione personale è che sarebbe preferibile rimuovere questi mosaici. Questa opzione non è largamente accettata. Anzi, incontra una vera e propria opposizione da parte di alcuni: l'argomento suscita passioni. Oggi, la decisione migliore da prendere non è ancora matura e la mia convinzione è che una decisione che non sarebbe sufficientemente compresa aggiungerebbe ancora più divisione e violenza. Continuerò quindi a lavorare a stretto contatto con le vittime, per discernere ciò che deve essere fatto, qui a Lourdes, per onorare l'assoluta necessità di consolazione e riparazione. Da subito, e concretamente, ho deciso che questi mosaici non saranno più evidenziati come lo sono stati finora dai giochi di luce durante la processione mariana che riunisce i pellegrini ogni sera. Questo è un primo passo».

L’avvocata Laura Sgrò, voce del comitato delle vittime di Rupnik, in risposta alle parole di monsignor Micas, scrive: «Si tratta di un primo passo, che accogliamo con favore, ma è necessario che a questo passo se ne aggiungano altri, in breve tempo. Si tratta di un primo passo, che accogliamo con favore, ma è necessario che a questo passo se ne aggiungano altri, in breve tempo. La prima denuncia, rimasta inascoltata, di Gloria Branciani risale, infatti, al 1994, trent’anni fa. E se è vero che nelle ore serali i mosaici non saranno più illuminati, di giorno saranno comunque ben visibili e continueranno ad alimentare lo sconcerto dei fedeli e il sentimento di dolore delle vittime. Le vittime che rappresento sono disponibili a incontrare mons. Micas per procedere insieme, in un percorso di discernimento, che possa davvero portare a ristoro e consolazione».

Lo scorso 26 giugno anche il cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei Minori, aveva chiesto, in una lettera indirizzata ai dicasteri della Curia Romana, di evitare di esporre o usare opere d’arte firmate da Rupnik in un modo che possa far presumere un atteggiamento «di assoluzione o sottile difesa» dei presunti autori di abusi o che possa indicare «indifferenza al dolore e alla sofferenza di così tante vittime di abusi».





Mercoledì, 03 Luglio 2024

In questo angolo di Lettonia chiamato Curlandia si respira un senso di isolamento: siamo a Ventspils, una cittadina portuale di 40mila abitanti, eppure lungo le strade battute dal vento incontriamo pochissime persone e sembra che i residenti siano molti di meno. Qualcuno pesca nelle acque plumbee del fume Venta, che sfocia nel Baltico a pochi metri da qui, altri sono solo di passaggio e si affrettano a raggiungere il terminale dei traghetti che collegano questo angolino di mondo con Nynäshamn, in Svezia. C’è un sacerdote che guida l’unica parrocchia cittadina.

La Curlandia, infatti, è un’area a maggioranza luterana: è grande quanto il Piemonte e la Valle d’Aosta messi insieme, ma in tutta la regione i preti cattolici sono soltanto otto e quella raccontata dai religiosi e dai fedeli è una storia che sa di solitudine e orgoglio.

Tra questi c’è padre Juris Krisuns, un prete polacco dell’Ordine di San Paolo Primo Eremita che vive a Ventspils ormai da 18 anni. Oltre a curare le anime della chiesa cittadina della Santa Croce, percorre in lungo e in largo la Curlandia settentrionale per raggiungere le parrocchie più isolate: da Capo Kolka, un promontorio spopolato perché ai tempi della dominazione sovietica vi sorgeva una base militare, alle più vicine Ugale e Piltene, situate nell’entroterra. La sua missione gli impone di macinare alcune centinaia di chilometri alla settimana per celebrare la Messa in queste località, alla presenza di una manciata di fedeli.

Ma perché in questa regione i cattolici sono così pochi? Padre Juris ce ne racconta la storia: «La Lettonia si convertì al cattolicesimo a partire dal XIII secolo, grazie anche ai cavalieri monaci dell’Ordine Livoniano, che costruirono il castello di Ventspils. Poi, nel 1561, il granduca di Curlandia passò al luteranesimo e la popolazione fu costretta a seguirlo: praticare il cattolicesimo era diventato un reato. Nell’Ottocento, l’arrivo a Ventspils di un folto gruppo di lavoratori polacchi riportò questo culto in città».

Ogni giorno padre Juris alterna la Messa in lettone a quella in polacco: i vecchi polacchi che vivono qui, ci dice, non hanno mai imparato il lettone, mentre i lettoni non conoscono il polacco, quindi il sacerdote cerca di andare incontro alle esigenze di tutti. Indica una webcam collocata di fronte all’altare e aggiunge: «La Messa della domenica mattina viene trasmessa in diretta su Facebook e YouTube, in modo che possano seguirla anche le persone impossibilitate a venire in chiesa perché troppo lontane o malate».

Le stesse “peregrinazioni” per prendersi cura dei fedeli e le stesse difficoltà ce le racconta il sacerdote di Kuldiga, un paesino dal grazioso centro storico presso il quale il fiume Venta fa un salto, generando la cascata più larga d’Europa: misura ben 240 metri ma è piuttosto bassa, tanto che a primavera i pesci tentano faticosamente di risalirla, attirando numerosi turisti. Padre Bogdanov Vjaceslav ci accoglie nella chiesa della Trinità, inserita con tutto il centro storico di Kuldiga nel patrimonio dell’umanità dell’Unesco, ma piuttosto bisognosa di restauri.

Ci racconta che oltre a occuparsi della parrocchia locale, visita ogni settimana anche Alsunga, Jurkalne e Gudenieki, un territorio vasto più o meno quanto quello assegnato a padre Juris. Gli chiediamo quali sono le sfide che la sua chiesa si trova ad affrontare oggi e lui ci risponde ridendo: «Finora l’obiettivo era sopravvivere in mezzo ai luterani! Ma quest’anno, per la prima volta dalla fine dell’occupazione sovietica nel 1991, si terrà una festa dedicata alla Madonna. Ci saranno il vescovo, i sacerdoti e i fedeli di tutta la Curlandia». È un primo tentativo di creare un senso di comunità, cosa piuttosto difficile, spiega, «perché i cattolici del posto sono chiusi in se stessi e ci vuole molta energia per aprirsi agli eventi di gruppo, si preferisce praticare il culto da soli».

In una delle parrocchie da lui curate, Alsunga, esiste una comunità di 2.500 persone che dal Seicento in avanti è rimasta come immobile nel tempo, una sorta di isola cattolica in mezzo ai luterani, conservando le usanze antiche, i canti femminili a bordone e i coloratissimi costumi tradizionali su cui domina il rosso; tutto questo le è valso l’inserimento, nel 2009, nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Si chiamano Suiti e la loro storia è legata a un amore, quello tra il nobile Johann Ulrich von Schwerin, che nel XVII secolo regnava sul villaggio di Alsunga, e una dama della corte polacca, Barbara Konarska.

«A quei tempi la Curlandia era tutta luterana», raccontano Inga Bredovska e Mara Rozentale del Suitu Kulturas Mantojums (il Centro per la conservazione del patrimonio culturale Suiti), «ma Barbara era cattolica, quindi nel 1623 Johann si convertì al cattolicesimo per poterla sposare. Il padre lo rinnegò a causa della sua scelta e lui fu costretto a vivere in esilio in Lituania e Polonia; poté tornare ad Alsunga solo nel 1632, dopo la morte del genitore. Qui visse con la sua amata nel castello medievale tuttora esistente, cacciò il pastore protestante dal villaggio e impose la sua fede alla popolazione». Nei secoli successivi i Suiti rimasero quindi piuttosto appartati, non potendo mescolarsi con i luterani, e conservarono immutate sia la fede che le tradizioni proprio grazie al loro isolamento. Un isolamento che in parte sembra costituire ancora oggi il filo conduttore dell’esistenza dei cattolici in Curlandia.





Mercoledì, 03 Luglio 2024

Dice papa Francesco che le omelie devono durare otto minuti al massimo, altrimenti la gente si annoia o, addirittura, si addormenta. La lunghezza giusta è uno degli elementi fondamentali di una buona omelia, ma servono anche altre qualità: innanzitutto l’aderenza alle Scritture e poi la chiarezza. Gli ingredienti necessari per una buona “predica” sono al centro del nuovo episodio di Taccuino celeste, il podcast di Avvenire dedicato ai temi della fede.


In particolare, per sapere se un’omelia è stata efficace basta farsi una semplice domanda, una volta tornati a casa da Messa: il prete cos’ha detto? Soprattutto: ha “spiegato” il Vangelo, e come? Perché vanno bene le riflessioni sull’attualità purché siano legate alle letture del giorno. «Una bella omelia, una vera omelia – ha detto papa Francesco -, deve cominciare con l’annuncio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo».


Taccuino celeste, come detto, è un podcast dedicato a cosa crede chi crede. Nelle ultime settimane si è occupato, tra gli altri temi, del culto delle reliquie, dell’uso del latino come lingua ufficiale della Chiesa, del modo con cui si può ricevere la comunione eucaristica (sulla lingua o in mano), delle superstizioni e perché il cristiano deve rifiutarle.


Taccuino celeste può essere ascoltato sul sito di Avvenire e sulle principali piattaforme audio come Spotify, Amazon music, Spreaker, Apple podcast e YouTube. Ogni mercoledì un nuovo episodio. Per domande, suggerimenti e proposte di temi si può scrivere a social@avvenire.it





Martedì, 02 Luglio 2024

È lui che pronuncia la fatidica frase “Habemus Papam”, seguita dall’indicazione dell’eletto e dal nome che questi ha deciso di darsi (“qui sibi nomen imposuit…”) come vescovo di Roma. Stiamo parlando del cardinale protodiacono, del più anziano per nomina, cioè, dei porporati che appartengono all’Ordine dei Diaconi, uno dei tre Ordini in cui è suddiviso il Collegio cardinalizio (gli altri sono quello dei Presbiteri e quello dei Vescovi).

Questa figura particolare del Sacri Collegio è tornata di attualità in questi giorni. Non perché siamo nell’imminenza di un Conclave. Papa Bergoglio nonostante alcuni acciacchi sembra godere di buona salute e non mostra di avere intenzione di rinunciare al Soglio di Pietro. Ma perché nel Corso del Concistoro di lunedì, convocato per la canonizzazione di numerosi beati, c’è stata la cosiddetta l’Optatio di tre cardinali che, dopo dieci anni di permanenza nell’Ordine dei Diaconi, hanno chiesto di passare all’Ordine dei Presbiteri. Si tratta dello statunitense James Michael Harvey, dell’italiano Lorenzo Baldisseri e del tedesco Gerhard Ludwig Müller.

A questo punto quindi il titolare del diritto di pronunciare l’Habemus Papam è diventato il cardinale corso-francese Dominique Mamberti.

A dire il vero il titolo di protodiacono rimane formalmente al cardinale Renato Raffaele Martino, salernitano, 91 anni, creato cardinale dell’Ordine dei Diaconi da san Giovanni Paolo II nel 2003, che non ha mai chiesto di passare all’Ordine dei presbiteri. Tuttavia Martino ha più di 80 anni è quindi non potrebbe partecipare ad un eventuale Conclave.

Così Mamberti, 72 anni, attualmente è il “facente funzioni” del protodiacono. Incarico che manterrà almeno per otto mesi. Infatti dopo il 14 febbraio 2025, a dieci anni dalla sua creazione cardinalizia, anche lui potrà optare per il passaggio all’Ordine dei Presbiteri. In qual caso le funzioni di protodiacono andranno all’italiano Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria.

Mamberti, da pronunciare con l’accento sulla “e”, è stato “ministro degli Esteri” vaticano con Benedetto XVI. Papa Francesco lo ha creato cardinale e gli ha affidato la presidenza della Segnatura Apostolica, il massimo Tribunale della Santa Sede. Secondo la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium con cui papa Bergoglio ha riformato la Curia romana, questo ruolo vaticano è l’unico in cui è esplicitamente prevista la presenza di un cardinale.

L’ultimo protodiacono a cui è toccato il compito di pronunciare l’Habemus Papam è stato nel 2013 il francese Jean-Louis Tauran. Nel 2005 toccò al cileno Jorge Arturo Medina Estevez. Nei due conclavi del 1978 fu l’italiano Pericle Felici.





Lunedì, 01 Luglio 2024

Una fede basata sulla roccia e aperta ai segni dei tempi. Questo è stato il perno della vita di padre Giorgio Biguzzi, missionario saveriano, vescovo emerito di Makeni, che si è consegnato serenamente a Dio nell’aurora del 1° luglio all'età di 88 anni. Come desiderava, sarà sepolto in Sierra Leone accanto a monsignor Augusto Azzolini, primo vescovo della diocesi fondata nel 1962 dai saveriani.

Da una settimana all’ospedale di Parma dopo due mesi trascorsi nella Casa madre della Congregazione, monsignor Biguzzi aveva lasciato la comunità saveriana di San Pietro in Vincoli nel Ravennate, nella quale viveva, a causa dell’aggravamento della sua malattia. Nato a Calisese (Cesena) il 4 febbraio 1936, nel 1957 aveva lasciato il Seminario regionale per il noviziato tra i saveriani, sfociato nel 1960 nell’ordinazione presbiterale. Stati Uniti, Repubblica democratica del Congo, Brescia furono mete temporanee, mentre la missione della sua vita è stata la Sierra Leone, paese a maggioranza musulmana dove i saveriani sono stati accolti calorosamente e hanno seminato il Vangelo in parole e opere. Biguzzi vi arrivò alla fine del 1974 e dal 1987 al 2012 ha retto la diocesi di Makeni.

«Padre Giorgio era una persona gioiosa – ricorda l’amata sorella Adele ; guardava avanti e incoraggiava a non indietreggiare di fronte ai problemi. Parlavamo di tutto: dalla nostra vita familiare alla liturgia agli avvenimenti ecclesiali e politici. Non temeva le novità che si profilavano per la Chiesa. Accoglieva le sfide di oggi».

Makeni è stata sempre nel suo cuore. «Amava tanto il suo popolo. Quando tornava in Italia coinvolgeva persone e gruppi nel trovare aiuti di ogni genere da donare». L’attività dei saveriani in Sierra Leone si è articolata nella creazione di cappelle, scuole e nell’assistenza sanitaria. In particolare, Giorgio Biguzzi, mente acuta e fine che decodificava i processi culturali in atto nel mondo, promosse la nascita dell’Università cattolica, operò nella mediazione nei conflitti e nella riabilitazione dei bambini soldato che nel 2000 portò in piazza San Pietro. Parlò e scrisse lucidamente sull’orrore della “guerra dei diamanti” e sulla corruzione. È stato un uomo di relazioni anche con cristiani e cristiane di altre Chiese e fedi. Come membro del Consiglio interreligioso sierraleonese, ha seguito le trattative per l’accordo di pace tra il presidente Ahmed Tejan Kabbah e il leader RUF (Fronte unito rivoluzionario) Fodai Sankoh, e per questo nel 1999 è stato insignito del Premio Cuore amico. Per la sua autorevolezza ha giocato un ruolo determinante anche nella liberazione delle Missionarie di Maria rapite dai ribelli nel 1995; lui stesso fu assalito e detenuto per alcuni giorni.

Nel 2023, già costretto alla carrozzina, tornò a Makeni – «è una pazzia, ma vado» disse – per intervenire alla consacrazione di Bob John Hassan Koroma, primo vescovo sierraleonese dopo un sessantennio di vescovi ordinari provienienti dalle fila dei saveriani. Da lui monsignor Biguzzi è stato visitato pochi giorni fa in un abbraccio fraterno. «È stato un momento commovente – conclude Adele che vegliava accanto al fratello –. L’ultimo passaggio di testimone».





Lunedì, 01 Luglio 2024

Il prossimo 20 ottobre la Chiesa avrà 14 nuovi santi, ma tra loro non ci sarà Carlo Acutis, che verrà canonizzato probabilmente nel corso del Giubileo 2025. Il Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione di nuovi santi, infatti, si è tenuto nella mattinata i oggi, 1° luglio. Nell’apposita Sala del Palazzo apostolico vaticano, papa Francesco ha presieduto la celebrazione dell’Ora Terza e poi l’ultimo atto formale che precede la proclamazione dei nuovi santi e in cui viene indicata la data della celebrazione di canonizzazione.

I beati che diventeranno santi sono:

- Manuel Ruiz López e sette compagni, dell’Ordine dei Frati Minori, e Francesco, Mooti e Raffaele Massabki, fedeli laici, martiri;

- Giuseppe Allamano, sacerdote, fondatore degli Istituti dei Missionari della Consolata e delle Suore Missionarie della Consolata;

- Marie-Léonie Paradis (al secolo: Virginie Alodie), fondatrice della Congregazione delle Piccole Suore della Santa Famiglia;

- Elena Guerra, fondatrice della Congregazione delle Oblate del Santo Spirito, dette “Suore di Santa Zita”;

- Carlo Acutis, fedele laico.

Nel corso del Concistoro, il Papa ha decretato che i beati Manuel Ruiz López e sette compagni e Francesco, Mooti e Raffaele Massabki, Giuseppe Allamano, Marie-Léonie Paradis ed Elena Guerra siano iscritti all’Albo dei santi domenica 20 ottobre 2024, durante la celebrazione del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità.

Il Bollettino della Sala stampa della Santa Sede informa invece che il Beato Carlo Acutis sarà iscritto nell’Albo dei santi «in data da destinarsi». È facile supporre che questo potrà accadere durante l’Anno Giubilare, quando sono previste altre cerimonie di canonizzazione.

Sempre durante la cerimonia è seguita la cosiddetta Optatio con cui tre Cardinali, dopo dieci anni di permanenza nell’Ordine dei Diaconi, hanno chiesto di passare all’Ordine dei Presbiteri. Così per il cardinale statunitense James Michael Harvey, la Diaconia di S. Pio V a Villa Carpegna è stata elevata pro hac vice a Titolo presbiterale; per l’italiano Lorenzo Baldisseri, la Diaconia di Sant'Anselmo all’Aventino è stata elevata pro hac vice a Titolo presbiterale; e per il tedesco Gerhard Ludwig Müller, la Diaconia di S. Agnese in Agone è stata elevata pro hac vice a Titolo presbiterale.

Dopo questi passaggi cardinale protodiacono con meno di 80 anni diventa il corso Dominique Mamberti, a cui quindi spetterebbe il compito di annunciare il nome del nuovo Papa in caso di Conclave.





Lunedì, 01 Luglio 2024

L’estate è un tempo privilegiato per il riposo e per gustare, almeno nel periodo libero dalle incombenze di studio e lavoro, il rapporto con gli altri. Ma ancora di più può essere un invito a calarsi maggiormente dentro noi stessi e a riscoprire un po’ della grande bellezza da cui siamo circondati. È questo anche il senso dell’augurio di “buone vacanze” lasciato ai suoi parrocchiani da padre Jacques Hamel. Si tratta del sacerdote francese ucciso il 26 luglio 2016 da due giovani estremisti islamici nella chiesa di Santo Stefano a Saint-Etienne-du-Rouvray, presso Rouen dove l’anziano prete, 85 anni, collaborava con il parroco. Per padre Hamel è stata aperta la causa di beatificazione. Questo messaggio di “Buone vacanze” semplice ma profondo viene considerato il suo testamento spirituale.

«L’augurio è che possiamo sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno. Un tempo di incontro, con familiari e amici. Un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano. Un tempo di condivisione. Condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro aiuto ai figli, mostrando che per noi contano. Anche un tempo di preghiera. Attenti a ciò che avverrà nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un migliore vivere insieme. Cerchiamo di avere un cuore attento alle cose belle, a ciascuno e a tutti coloro che rischiano di sentirsi un po’ più soli. Che le vacanze ci consentano di fare il pieno di gioia, di amicizia e di rigenerazione. Allora potremo, meglio provvisti, riprendere la strada insieme».





Sabato, 29 Giugno 2024

Lo scorso 25 aprile aveva incontrato il presidente Sergio Mattarella. Nel suo paese d’origine, Civitella in Val di Chiana, in provincia di Arezzo. Il paese della strage nazista, una delle più atroci della seconda guerra mondiale con 244 vittime. Il vescovo Luciano Giovannetti era in piazza di fronte al capo dello Stato. Sulla sedia a rotelle che per l’età lo accompagnava. Sereno. E lucidissimo. Per la commemorazione degli 80 anni del massacro. Lui testimone e sopravvissuto all’orrore del 29 giugno 1944. Un orrore a cui Giovannetti doveva la sua vocazione. Perché il parroco, di cui il giovanissimo Luciano – non aveva ancora 10 anni – era chierichetto durante la Messa del mattino prima dall’assassinio di massa, chiese alle truppe di Hitler di essere preso al posto della sua gente. «Si dice che il sangue dei martiri porta frutti. Lo posso testimoniare in prima persona - aveva raccontato Giovannetti ad Avvenire –. Il mio ministero, prima presbiterale e poi episcopale, è uno dei frutti della “santità eroica” del mio arciprete, don Alcide Lazzeri, che offrì se stesso per salvare l’intera comunità dalla furia omicida del commando tedesco. Un tentativo purtroppo vano. Sarebbe stato il primo a essere ucciso».

?

Il vescovo Giovannetti è morto questo pomeriggio, sabato 29 giugno, nella canonica della chiesa di Sant’Agnese nel centro storico di Arezzo dove si era ritirato dopo essere diventato emerito di Fiesole, la diocesi che aveva guidato dal 1981 al 2010. Avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 26 luglio. E la sua diocesi d’origine, quella di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, e la Chiesa di Fiesole che lo aveva avuto come pastore per quasi trent’anni, gli stavano preparando una giornata di festa e tributo. Il suo cuore si è fermato nel giorno esatto della strage di Civitella che così tanto aveva inciso nel suo animo. Una tragedia che lo avrebbe spinto a dedicare tutta la sua vita a servizio dell’umano sull’esempio dell’«eccomi» del suo parroco, «uno dei tanti preti che ieri come oggi si immolano per il popolo e che sanno spendersi nel nome di Cristo morto e risorto», aveva detto ancora ad Avvenire.

Infatti due anni dopo l’eccidio Giovannetti entra in Seminario. Viene ordinato sacerdote ad Arezzo il 15 giugno 1957: non ha neppure 23 anni. E a 29 anni è nominato rettore del Seminario. L’8 aprile 1978 riceve l’ordinazione episcopale: è ausiliare di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e con i suoi 44 anni è uno dei più giovani vescovi d’Italia. Nel 1981 Giovanni Paolo II lo sceglie come vescovo di Fiesole. Nel periodo da rettore vive la preparazione e la celebrazione del Concilio Vaticano II. Un evento che sarà al centro di tutto il suo episcopato segnato dall’esigenza di rinnovamento e dallo slancio missionario. Vescovo fra i lavoratori, accanto ai cristiani impegnati in politica, in mezzo alla gente comune, intento a valorizzare il laicato con incarichi di responsabilità, trasmette con la sua parola e il suo stile autorevolezza e vicinanza al tempo stesso. Compie quattro Visite pastorali, tiene il Sinodo che dura cinque anni, accoglie papa Wojtyla nella sua diocesi, convoca il Congresso eucaristico diocesano.

Comunque il suo ministero è marcato dalla «ferita del cuore» che l’eccidio gli ha procurato. «Sempre con discrezione ne ho fatto riferimento nelle omelie, negli scritti, negli interventi pastorali», diceva. E in quest’ottica va letta anche la scelta di creare la Fondazione Giovanni Paolo II dopo un pellegrinaggio in Terra Santa nel 1997 dove con i fedeli resta bloccato al Muro che separa Gerusalemme e Betlemme toccando con mano odio e divisioni. Come quelle vissute da ragazzino durante la guerra. E la ong per la cooperazione, lo sviluppo e l'amicizia fra i popoli, di cui resta presidente anche da emerito, declina il Vangelo in promozione sociale negli angoli dell'Italia e del mondo dove la violenza, la povertà, le ingiustizie sono all’ordine del giorno, incarnando i valori di solidarietà e fratellanza emersi dalla sua lunga esperienza personale: dal Medio Oriente al quartiere di padre Puglisi a Palermo. Uno dei suoi ultimi scritti a mano – datato 26 febbraio 2024 – è il messaggio di introduzione al libro “Paolo Bonci, Edo Pierallini. La vita al servizio della comunità” pubblicato dal Servizio editoriale fiesolano su due laici della diocesi di Fiesole impegnati in politica e nel sociale.

La salma del vescovo Giovannetti sarà esposta nella Cattedrale di Arezzo, all’interno della cappella della Madonna del Conforto, da domattina domenica 30 giugno. Il rito funebre si terrà lunedì alle ore 15.30 nella Cattedrale di Arezzo. Al termine la salma verrà portata a Fiesole dove martedì alle ore 15.30 nella Cattedrale si terrà la liturgia esequiale. Luciano Giovannetti verrà sepolto nella Cattedrale di Fiesole.






Domenica, 30 Giugno 2024

«Nel 1974 eravamo in tutto sette genitori milanesi che volevano creare per i figli una scuola libera in linea con i loro valori. E oggi, guarda qua...». Mario Viscovi si guarda attorno: un migliaio di persone, tra famiglie, maestre e prof delle Scuole Faes di Milano, che alla festa per i 50 anni dell’istituzione educativa paritaria hanno incontrato ieri nel cortile della sede che ospita la materna e le due primarie il prelato dell’Opus Dei monsignor Fernando Ocáriz. Perché questa è una delle tante espressioni della laicità appresa dal carisma di san Josemaría Escrivá, che dell’Opera fu l’iniziatore nel 1928. Libertà personale, responsabilità, amicizia, il Vangelo tradotto in una proposta educativa e sociale aperta a tutti. Ocáriz dialoga per quasi un’ora con le famiglie nel cortile della scuola, – domande e risposte sulla fede, la felicità, il valore delle piccole cose, il servizio agli altri, la centralità dei genitori per la scuola, le prove della vita... – dopo aver risposto alle domande di Avvenire.

L’Opus Dei è impegnata in un autentico “viaggio”, invitata dal Papa, per riscoprire la freschezza e la forza delle sue sorgenti. In questo percorso cosa sta scoprendo?

In tutte le nazioni in cui è presente l’Opus Dei si stanno svolgendo le cosiddette “assemblee regionali”, previste ogni 10 anni. Sono momenti importanti e belli di confronto e riflessione. Si scopre ogni giorno il desiderio di centrarsi sulle cose essenziali, sul carisma, trovando modi per viverlo e comunicarlo meglio nelle circostanze attuali. Per esempio, da queste assemblee emerge il desiderio di fondare sempre di più il lavoro apostolico dell’Opera sull’amicizia sincera e sulla trasformazione del cuore, più che su strutture, opere o attività.

Il metodo che lei ha indicato per questo “cantiere” è una vasta consultazione che sta coinvolgendo tutti i membri dell’Opus Dei e anche altre persone che non fanno parte della Prelatura. Ci spiega questa scelta, in stile sinodale?

Come l’insieme della Chiesa, anche l’Opus Dei è famiglia e, quando una famiglia deve prendere una decisione importante (sfide o priorità) si ascoltano tutti. Ci siamo consultati con la Segreteria del Sinodo, che ci ha incoraggiato a vivere le assemblee regionali della Prelatura come speciale momento di ascolto. Ogni assemblea ha avuto momenti di incontro a livello locale, con gruppi di discussione, questionari, scambi intergenerazionali. Questo processo è stato contemporaneo alla partecipazione di tanti membri dell’Opus Dei alle fasi diocesane del Sinodo sulla sinodalità nelle rispettive diocesi.

L’Opus Dei sta anche avviandosi al centenario della fondazione: quali sono i passi previsti, e cosa ci si attende da questa lunga preparazione?

Negli anni che mancano al centenario vogliamo interrogarci sui bisogni e le sfide della Chiesa e del mondo. Vogliamo approfondire la nostra identità e studiare come l’Opera possa contribuire alla santificazione della vita ordinaria attraverso il suo carisma. In questo tempo, quindi, guarderemo all’insieme – la Chiesa e il mondo – e all’interno – l’Opera –, nella speranza che i nostri sguardi convergano in un momento di grazia. Quando penso al centenario dell’Opus Dei mi viene in mente una preghiera che il beato Àlvaro rivolgeva personalmente a Dio: «Grazie, perdonami, aiutami di più». In un certo senso, è un momento per vivere tutti quest’aspirazione.

Come sta procedendo la revisione degli Statuti?

Come diceva il Papa, si tratta di fare in modo che gli aggiustamenti preservino il carisma e la natura dell’Opus Dei, senza costringerlo o soffocarlo: ad esempio, sottolineando il suo carattere secolare, e il fatto che più del 98% dei membri sono laici, uomini e donne che vivono la loro vocazione in strada, in famiglia, nel lavoro. A tale scopo, è in corso una serie di riunioni tra alcuni rappresentanti del Dicastero del Clero e quattro canonisti dell’Opus Dei, tre professori e una professoressa. Poiché siamo ancora nel pieno di questo processo non posso fornire ulteriori particolari. Ma posso assicurare che il lavoro viene svolto in un clima di dialogo e di fiducia.

La laicità così propria dell’Opus Dei, con l’idea centrale della santificazione del lavoro e della vita quotidiana, è uno dei caratteri più importanti anche della Chiesa in tutto il post-Concilio: è come se il “tesoro” dell’Opera fosse diventato un patrimonio di tutta la cattolicità. Oggi questo tratto così importante del suo spirito sta dicendo qualcosa di nuovo all’Opus Dei?

Ricordo che il giorno della canonizzazione di san Josemaría un riconosciuto leader sindacale della Polonia disse ai giornalisti che come rappresentante dei lavoratori si sentiva in festa perché avevano acquisito un loro nuovo “patrono”. In realtà la santificazione del lavoro è un tesoro che ci ha evidenziato Gesù nei trent’anni di vita nascosta, lavorando e mantenendo così la sua famiglia. San Josemaría lo ha ricordato con particolare forza. Oggi che questo messaggio è diventato patrimonio di tutta la Chiesa c’è ancora tanto da fare per riscoprire il ruolo fondamentale dei laici, la loro responsabilità ecclesiale e le infinite possibilità di una evangelizzazione nella società.

I laici sono la quasi totalità dei membri dell’Opus Dei, immersi dunque nelle realtà del mondo, attenti a quel che accade, dalle grandi ferite dell’umanità alle nuove opportunità che si aprono. In che modo l’Opera partecipa a cambiamenti e sofferenze del nostro tempo?

Le guerre in corso, il problema della solitudine e della povertà, e in generale la sofferenza di tante persone non possono rimanere a livello di notizia ma devono coinvolgere ognuno. Nelle sue catechesi in Sud America san Josemaría incoraggiò migliaia di persone ad avere un cuore grande, imitando Cristo in croce che aveva le braccia spalancate per accogliere tutti, senza alcuna distinzione. È così che ogni membro dell’Opera agirà per alleviare le sofferenze, portando l’amore di Dio fino agli angoli più remoti della società. Dio affida a tutti i battezzati il compito divino di costruire il mondo (la famiglia, il quartiere, il progresso, le arti, lo svago) come suoi figli.

Laicità significa anche essere pronti ad affrontare le nuove sfide: cosa si attende dai membri dell’Opera, e cosa vede nascere in giro per il mondo di nuovo per loro iniziativa?

Le iniziative dei membri si adattano e nascono in base alle nuove esigenze. Ad esempio, a Madrid è sorto l’ospedale “Laguna” per assistere i malati terminali; persone dell’Opera con i loro amici in Colombia hanno creato un gruppo per il sostegno dei detenuti in carcere; mi giunge notizia di altri che, nei Paesi dell’Est Europa, accolgono le famiglie vittime della guerra; mi è anche particolarmente cara l’iniziativa di famiglie che aiutano altre famiglie a vivere cristianamente, essendo un sostegno le une per le altre e allargando quell’aiuto ad altri amici, coppie... Sono alcuni esempi per combattere le povertà materiali e spirituali, che ci rimandano a quello che ha fatto san Josemaría sin dagli inizi con i malati e i bisognosi della Madrid degli anni Trenta del secolo scorso, cercando di coinvolgere i primi giovani che lo frequentavano. Ma la risposta alle nuove sfide sociali si concretizza in modo particolare attraverso il lavoro professionale, cercando di generare rapporti di giustizia – condizioni di lavoro, pagamento delle tasse... –, di servizio, di amicizia. La dimensione sociale del cristiano, pur con manifestazioni diverse, dovrebbe interpellare tutti per cercare di trasformare la nostra vita in una donazione, in una semina di pace e di gioia.

Escrivá ricordava spesso ai suoi figli spirituali il dovere di «servire la Chiesa come la Chiesa vuole essere servita»: oggi come legge questa sua celebre frase?

Direi che il suo senso non è cambiato dal giorno in cui è stata pronunciata: l’amore alla Chiesa e al Papa è nel dna del messaggio di san Josemaría. Da un punto di vista pratico, questo si traduce nell’aiutare il più efficacemente possibile nelle diocesi in cui i membri dell’Opus Dei vivono e a cui appartengono. Ad esempio, sono molti i laici che collaborano attivamente alla catechesi o ai corsi prematrimoniali nelle loro parrocchie, alle iniziative di servizio come la Caritas, alle attività con i giovani, e così via. Allo stesso modo, ricevo numerose richieste da parte di vescovi diocesani che chiedono a questo o a quel sacerdote di collaborare in una parrocchia, in un ospedale, in un servizio della diocesi. Ogni qualvolta è possibile, siamo felici di collaborare.

Che cosa indica oggi un’iniziativa tipicamente laicale come quella delle Scuole Faes (Famiglia e Scuola, appunto), che coinvolge persone legate all’Opera e tanti loro amici, anche non credenti?

Cinquant’anni di questa istituzione sono un patrimonio importante che è stato messo al servizio della famiglia nella educazione dei figli. Sono contento di questo traguardo e incoraggio le famiglie a continuare a impegnarsi su questa strada, con quella simpatia e capacità di soluzione dei problemi così tipiche degli italiani.





Sabato, 29 Giugno 2024

I santi? Sono i nostri «compagni di speranza». Sono i «fratelli e sorelle “maggiori”», «passati per la nostra stessa strada», che «hanno conosciuto le nostre stesse fatiche e vivono per sempre nell’abbraccio di Dio». Una «compagnia» che invochiamo nella preghiera e nella liturgia, e che ci viene «regalata», dono prezioso che aiuta a scoprire come «la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile». Parola di papa Francesco. Condivisa durante l’udienza generale del 21 giugno 2017. Parola che fa da bussola al nuovo libro del cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei santi. E che ispira il titolo: “Compagni di speranza. Storie di testimoni capaci di futuro”.

Il volume, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana (176 pagine, 16 euro, nelle librerie da lunedì 1° luglio) si offre come “compagno di strada” per vivere in modo fecondo il cammino verso il Giubileo del 2025 dedicato al tema “Pellegrini di speranza”. E tali sono, compagni affidabili e luminosi pellegrini di speranza, gli uomini e le donne dei quali Semeraro illustra la vita e la testimonianza.

Eccoli, nell’ordine in cui si fanno incontro da queste pagine, come a comporre una litania dei testimoni della “virtù bambina”: Benedetto Giuseppe Labre, «cercatore di Dio sulle strade del mondo»; Dulce Lopes Pontes, «porta di speranza per i poveri»; José Gregorio Hernández Cisneros, «missionario della speranza»; Margherita di Città di Castello, Nunzio Sulprizio e Giuseppina Bakhita, «poveri, capaci di arricchire molti»; François-Xavier Nguyên Van Thuân, che visse la persecuzione «alla scuola della speranza»; la famiglia Ulma – i cui membri, «non sapendo, hanno accolto angeli»; Madeleine Delbrêl, «la santità della strada»; Franz Jägerstätter, che nell’ultima lettera alla moglie prima del martirio, in quel «saluto prima dell’ultimo viaggio», scrisse: «Cuore di Gesù, Cuore di Maria e il cuore mio siano uniti in un cuore per tutta l’eternità»; e infine Giovanni XXIII e Paolo VI, «i due profeti del Concilio».

In queste figure, spiega Semeraro, «è possibile riconoscere lo stile della speranza cristiana», per «trarre esempi e incoraggiamenti». Si tratta di «cristiani vissuti in massima parte nel nostro tempo. Tra questi, sette sono di uomini e donne già canonizzati; altri sono già stati dichiarati “beati”; due, infine, sono ancora “venerabili”, dei quali, cioè, è stato ufficialmente dichiarato l’esercizio eroico delle virtù. Spicca – sottolinea il porporato nella premessa – la presenza di un’intera famiglia di martiri: Józef e Wiktoria Ulma con i loro sette figli. Il Papa l’ha ricordata quando si è rivolto ai partecipanti a un Convegno promosso dal Dicastero delle Cause dei santi. In quella occasione non ha solo ripetuto che anche il nostro tempo ha molti martiri, ma ha allargato lo sguardo alla dimensione ecumenica del martirio».

«La capacità di soffrire per amore della verità è misura di umanità – scrisse Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi, citato da Semeraro –. Questa capacità di soffrire, tuttavia, dipende dal genere e dalla misura della speranza che portiamo dentro di noi e sulla quale costruiamo. I santi poterono percorrere il grande cammino dell’essere-uomo nel modo in cui Cristo lo ha percorso prima di noi, perché erano ricolmi della grande speranza». Quella speranza ha preso carne, nome, voce, storia in ciascuno di loro in modo originale e affascinante. Come scoprirà chi si affida alla “compagnia” di queste pagine.





Sabato, 29 Giugno 2024

Crescono le offerte dei fedeli per l’Obolo di San Pietro, anche se cala il livello complessivo della raccolta. Ne dà notizia Vatican News, spiegando quella che solo in apparenza è una contraddizione. Nel 2023, infatti, l’Obolo ha fatto registrare un ammontare di 52 milioni di euro (48,4 milioni da offerte ricevute e 3,6 milioni da proventi finanziari realizzati dalla remunerazione del patrimonio), mentre le uscite sono risultate pari a 109,4 milioni di euro.
Nel 2022 le entrate ammontavano invece a 107 milioni di euro (oltre il doppio del 2023), mentre le uscite erano state pari a 95,5 milioni. Nel 2022, però, era stata realizzata una significativa plusvalenza, grazie alla vendita di beni immobili del Fondo Obolo di San Pietro. Se invece consideriamo le offerte in senso stretto, nel 2023 le donazioni sono aumentate di quasi 5 milioni di euro, ammontando a 48,4 milioni di euro rispetto ai 43,5 milioni delle offerte ricevute nel 2022.
La Santa Sede precisa inoltre che per il sostegno alla missione apostolica del Papa, l’ambito di spesa interessa 68 dicasteri, enti ed organismi a servizio della missione universale del Pontefice: nel 2023 è consistita di 370,4 milioni di euro, di cui circa 90 coperti dall’Obolo.
Sono tre le principali forme attraverso cui il Fondo si alimenta: la colletta raccolta presso le chiese di tutto il mondo in occasione della Solennità dei Santi Pietro e Paolo; le offerte dirette; i lasciti ereditari. La quota pervenuta dalle diocesi è pari a 31,2 milioni di euro (64,4%), mentre dai donatori privati sono giunto il 2,1 milioni (4,4%). A questo è da aggiungere la parte derivata dalle Fondazioni (13,9, pari al 28,8%)) e un residuo dell’1,2 milioni (2,4%) dagli Ordini religiosi. Dal punto di vista geografico, sono gli Stati Uniti i maggiori benefattori. Quindi Italia, Brasile, Germania, Corea e Francia. Dei 103 milioni erogati dall’Obolo nel 2023, 90 milioni hanno supportato come già detto le attività della Santa Sede. Con i restanti 13 sono stati finanziati 236 progetti di assistenza diretta ai più` bisognosi (famiglie, diocesi, parrocchie e istituti religiosi in difficoltà, emigrati e rifugiati, popolazioni colpite da guerre e carestie, comunità colpite dal cambiamento climatico, assistenza umanitaria) in 76 Paesi.





Sabato, 29 Giugno 2024

Sono una semplice striscia di lana, eppure hanno un forte valore simbolico per la Chiesa perché rappresentano il legame tra il Successore di Pietro, il Papa, e gli altri vescovi sparsi in tutto il mondo: è questo il senso più profondo dei palli che ogni anno vengono benedetti prima della celebrazione dei Santi Pietro e Paolo in San Pietro.

Per capire il senso di questo gesto è necessario collocarlo all'interno della celebrazione odierna, dedicata a due figure fondamentali per la storia della comunità cristiana. Secondo il Martirologio Romano (il libro alla base dei calendari liturgici) «Simone, figlio di Giona e fratello di Andrea, primo tra i discepoli professò che Gesù era il Cristo, Figlio del Dio vivente, dal quale fu chiamato Pietro. Paolo, apostolo delle genti, predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. Entrambi nella fede e nell’amore di Gesù Cristo annunciarono il Vangelo nella città di Roma e morirono martiri sotto l’imperatore Nerone: il primo, come dice la tradizione, crocifisso a testa in giù e sepolto in Vaticano presso la via Trionfale, il secondo trafitto con la spada e sepolto sulla via Ostiense. In questo giorno tutto il mondo con uguale onore e venerazione celebra il loro trionfo».

All'inizio della celebrazione di questa mattina nella Basilica di San Pietro, quindi, il Papa ha benedetto i palli, che sono di fatto una fascia di lana bianca, larga all’incirca sei centimetri, incurvata al centro, così da poter essere appoggiata alle spalle sopra la veste liturgica, e con due lembi neri pendenti davanti e dietro, così che – vista sia davanti che dietro – il paramento ricordi la lettera “Y”. Il pallio è decorato con sei croci nere di seta, una su ogni coda e quattro sull’incurvatura, ed è guarnito, davanti e dietro, con tre spille d’oro e gioielli (acicula).

Tradizionalmente viene realizzato con la lana degli agnelli allevati nella Trappa dell’Abbazia delle Tre fontane di Roma, agnelli che vengono benedetti dal Papa nella festa di sant’Agnese, il 21 gennaio. A tessere il pallio sono invece sono le monache del monastero benedettino di Santa Cecilia in Trastevere. Simbolo del buon pastore e dell’Agnello crocifisso per la salvezza degli uomini, il pallio indica lo speciale legame che unisce il Papa con le sedi metropolitane, cioè arcidiocesi o arcieparchie cui possono essere legate una o più diocesi suffraganee. Sedi metropolitane e suffraganee costituiscono una provincia ecclesiastica.

A partire dal 2015 sono state modificate le modalità di conferimento della sacra insegna. Essa, infatti, non viene più imposta direttamente dal Papa durante la celebrazione ma solo ricevuta dalle sue mani in forma privata al termine della concelebrazione ogni 29 giugno nella Basilica di San Pietro. Francesco infatti, ha dato mandato ai nunzi apostolici di imporre loro il pallio ai singoli metropoliti nelle loro rispettive arcidiocesi, per favorire la partecipazione nella cerimonia liturgica dei vescovi suffraganei e del popolo di Dio, e così aiutare alla comprensione e valorizzazione della insegna.

Quest'anno sono 42 gli arcivescovi metropoliti cui spetta il pallio; tra questi sei sono gli italiani: Ciro Miniero (Taranto), Giorgio Ferretti (Foggia-Bovino), Biagio Colaianni (Campobasso-Boiano), Davide Carbonaro (Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo), Riccardo Lamba (Udine), Gherardo Gambelli (Firenze).





Sabato, 20 Luglio 2024

In vista del Giubileo, un itinerario attraverso i luoghi della memoria cristiana a Roma. La Città Eterna felice e fortunata per la grazia della permanenza e del martirio di Pietro, il Principe degli apostoli e di Paolo, l’Apostolo delle genti. Quello che qui si propone è un itinerario che segue il filo d’oro che si dipana attraverso le vie regine di Roma, le sue case e le sue basiliche, i suoi vicoli disseminati di osterie e madonnelle, i suoi santuari, storie di persecuzioni e sorprendenti conversioni, con l’obiettivo di aiutare i “romei” di oggi a trarre dalla visita “ad Petri sedem” conforto e conoscenza della vita per la quale è vera l’immagine dantesca della «Roma onde Cristo è romano». Un aiuto a guardare le tracce che, nel tempo che scorre, sono rimaste, talvolta quasi impercettibili o nascoste, a testimoniare la vita di una storia di grazia che entra nella storia.

«O Roma felice, imporporata dal prezioso sangue dei due Principi! Non per il tuo splendore, ma per i loro meriti superi ogni altra bellezza del mondo». (Inno ai Primi Vespri nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo)

«Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano » (Mc 16, 16). Il Vangelo di Marco si chiude così, con gli apostoli che da Gerusalemme partono per l’annuncio della salvezza al mondo. Da lì a pochi anni anche nella capitale dell’Impero romano inizierà a risuonare il nome di Cristo. E a Roma, a gloria di Cristo, verserà il suo sangue quel Pescatore di Galilea che per primo, a Cesarea di Filippo, lo aveva riconosciuto Figlio di Dio. Papa Clemente Romano (88-97), nella lettera scritta ai cristiani di Corinto, colloca il suo martirio sotto il regno di Nerone, riferendo che egli venne condannato a morte a seguito della denuncia di altri cristiani. La lettera di Clemente è la più antica testimonianza sulla presenza di Pietro a Roma.

Nell’anno 56 la comunità dei cristiani di Roma era già numerosa, come attesta la lettera ai Romani di san Paolo. Una comunità che diviene fiorente proprio per la presenza e la predicazione dell’Apostolo Pietro. Ma quando arriva il Pescatore di Galilea a Roma? Dove soggiorna? Chi incontra? Quali luoghi frequenta? Della sua permanenza nella capitale dell’Impero si ha notizia da un’antica tradizione arricchitasi con il tempo di particolari leggendari. Le fonti antiche, tuttavia, consentono di rinvenire le tracce del percorso romano di Pietro. Seguendo le orme di questi documenti ci si può incamminare per le vie di Roma in cerca del suo passaggio, delle case dove trovò ospitalità e visse, delle sue prigioni fino all’ultimo suo viaggio verso la croce negli horti di Nerone in Vaticano.

Gli Atti degli Apostoli – che pure raccontano ampiamente i primi anni della vita della Chiesa – non ci dicono la data della venuta di Pietro a Roma. Sappiamo però che dalla Palestina Pietro parte prima della morte di Erode Agrippa I e il suo arrivo a Roma è collocato nell’anno 42. Per seguirlo nella capitale dell’Impero bisogna andare nella zona densamente popolata in epoca romana: il rione Monti. Sul tracciato dell’odierna via Urbana nella valle del rione tra il Viminale e il Cispio – il più alto dei tre colli che formano il pianoro dell’Esquilino, oggi occupato dalla basilica di Santa Maria Maggiore – correva al tempo di Nerone una via già allora antica, risalente all’epoca di Servio Tullio (VI sec. a.C.) il vicus Patricius. Lungo questa via ci fermiamo davanti alla facciata quasi nascosta della chiesa di Santa Pudenziana. Esattamente qui c’era il palazzo di Caio Mario Pudente, influente senatore romano, della famiglia degli Acilii Glabriones. È presso di lui, secondo la tradizione, che il primo Vescovo di Roma trovò alloggio e ospitalità e cominciò a esercitare il suo ministero. Qui Pietro battezza il senatore e i suoi figli insieme a molti altri e consacra anche quelli che divennero suoi primi successori: Lino, Cleto e Clemente. Gli scavi compiuti nel corso dell’Ottocento sotto il piano della basilica hanno restituito le tracce di un’abitazione privata di età repubblicana, risalente al I secolo a. C., e numerosi mattoni in terracotta con inciso il bollo delle figline (fabbriche di laterizi) di Pudente. Riguardo alle origini della chiesa di Santa Pudenziana gli storici affermano, infatti, che questa chiesa sorge sulla casa del senatore dove furono celebrate frequenti adunanze dei primi cristiani e dove fecero successivamente edificare un fonte battesimale.

Ma è credibile che un romano di rango senatorio come il senatore Pudente potesse essere amico di un pescatore giudeo venuto da una remota e disprezzata regione dell’Impero? Sì, lo è. Fin dai primi tempi dell’impero di Claudio l’annuncio cristiano ebbe a Roma accoglienza e diffusione non solo negli ambienti dei ceti medio-bassi ma anche in famiglie dell’aristocrazia romana. Clemente Alessandrino, nel libro VI delle Ipotiposi, afferma che tra gli ascoltatori della predicazione pubblica di Pietro a Roma c’erano «cesariani e cavalieri». Ed è ancora san Paolo nella seconda Lettera a Timoteo a citare tra i fratelli della comunità di Roma il nome del senatore Pudente. È certo dunque che per la predicazione di Pietro siano avvenute fin dall’inizio conversioni tra i liberti imperiali, nelle famiglie dell’aristocrazia senatoriale e della classe equestre, nelle cui domus la prima comunità cristiana trovò ospitalità e che l’abitazione di Pudente sia così divenuta una domus ecclesiae, una “chiesa domestica”, dove si incontrava e si riuniva la comunità cristiana per celebrare l’eucaristia e ascoltare la predicazione dell’Apostolo. La tradizione vuole che Santa Pudenziana sia la prima chiesa eretta a Roma. Certamente quella che fu l’abitazione privata del senatore amicus apostolorum è attestata come uno dei più antichi tituli, cioè una delle prime parrocchie romane. Il mosaico absidale, che raffigura Cristo in trono tra gli Apostoli, è il più antico esistente a Roma, e accanto a Pietro e Paolo si trovano anche le due figlie del senatore, le martiri sorelle Pudenziana e Prassede. A quest’ultima è dedicata l’antica chiesa di Santa Prassede, nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore, non lontano da Santa Pudenziana.

Dal rione Monti ci spostiamo ora all’Aventino. Attraversati gli imponenti resti del Circo Massimo e salendo verso il Giardino degli aranci si trova un’altra dimora, centro della predicazione apostolica: la domus Aquilae et Priscae, che un’antichissima tradizione identifica come luogo frequentato da Pietro durante la sua permanenza romana. Rinvenimenti archeologici compiuti nell’Ottocento presso la chiesa attestano la stretta relazione di questa domus con quella del senatore Caio Mario Pudente al Viminale. Sul titulus Priscae, di origine apostolica, sorge oggi la chiesa di Santa Prisca. Secondo la tradizione, il Principe degli apostoli l’avrebbe battezzata. Nell’iconografia la santa è spesso ritratta nell’atto di ricevere il battesimo da Pietro. Nella chiesa è tuttora visibile un fonte battesimale che si vuole sia stato utilizzato dal fondatore della Chiesa di Roma. Ma anche Paolo ha abitato questo luogo con lui. Prisca e Aquila erano i coniugi mercanti di pelli ricordati più volte con parole piene di gratitudine da Paolo nelle sue lettere. Pietro e Paolo avrebbero soggiornato presso di loro e «vi battezzarono molti che venivano alla fede», come mostrano anche i mosaici rinvenuti nel luogo rappresentanti pesci che traspaiono dall’acqua, noto simbolo di Cristo e della rigenerazione nella grazia sacramentale.

Alle memorie legate all’apostolato e al ministero di Pietro nella Città Eterna si affiancano quelle legate alle sua prigionia, delle quali ne accenno qui solo alcune. Sulla sommità del Fugutale, quella parte del rione Esquilino che prospetta sull’antica popolare Suburra, sorge la basilica di San Pietro in Vincoli, eretta tra il 430 e il 442 dall’imperatrice di Bisanzio, Eudossia. Un’iscrizione posta sul mosaico dell’abside, oggi perduta, ricordava il tesoro che l’edificio era destinato a conservare: «Questo luogo conserva intatte le sacre catene di Pietro, ferro più prezioso dell’oro». Si tratta delle catene che avevano legato il primo Vescovo di Roma durante le sue detenzioni a Gerusalemme e a Roma. Un’antica tradizione colloca in questa zona il luogo in cui Pietro fu carcerato. Nel I secolo, infatti, al tempo del martirio di Pietro, sorgeva in questa aerea la Regio III Augustea, la sede della Prefettura Urbis, la struttura di polizia che a Roma provvedeva all’ordine pubblico dove si svolgevano i processi di prima istanza. Vi erano situate le celle destinate a ospitare i condannati in attesa di giudizio. Qui, come attestano gli Atti dei martiri, molti cristiani furono processati. Non è dunque senza fondamento ipotizzare che proprio in questo luogo di antica venerazione si possa collocare storicamente la prigionia di Pietro.

Nei giorni che precedettero il suo martirio la tradizione indica poi diversi luoghi venerati fin dai primi secoli che videro il passaggio dell’apostolo Pietro. Queste memorie si concentrano tutte sulla regina viarum: la via Appia, che risulta sempre particolarmente legata al culto dell’apostolo. Tra queste suggestive memorie, circa un chilometro fuori Porta San Sebastiano, una chiesetta ricorda il noto episodio dell’apparizione di Cristo che predice il martirio a Pietro. Un testimone d’eccezione del culto popolare del Domine quo vadis? è Francesco Petrarca, che nel Giubileo del 1350 descrive l’emozione di poter vedere la pietra con le impronte di Cristo conservata sul luogo dell’apparizione. Secondo la cronologia tradizionale e liturgica, Pietro e Paolo furono condotti al martirio lo stesso giorno, il 29 giugno del 67. È Tacito, negli Annali, a lasciarci l’immagine di quei giochi negli horti di Nerone nei quali anche il primo Vescovo di Roma versò il proprio sangue per Cristo: «A quelli che morivano veniva ad aggiungersi lo scherno: coperti di pelli di animali morivano sbranati dai cani, o erano appesi alle croci, oppure, quando calava il sole, venivano bruciati vivi per illuminare il buio della notte».

(1 - continua)





Venerdì, 28 Giugno 2024

Si celebra oggi la festa dei santi Pietro e Paolo, due pilastri della Chiesa di Roma, volti di una comunità cristiana fondata su Cristo, che ne rappresenta il principio di unità, ma aperta al mondo intero. Secondo i racconti evangelici Pietro era fratello di Andrea (nel quale si riconosce la Chiesa orientale e per questo a Roma oggi, come da tradizione, è presente una delegazione ortodossa del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli) e aveva incontrato Gesù sul lago di Galilea, rimanendo con lui fino alla fine. La sua autorevolezza è chiara nei Vangeli, così come la sua debolezza, che lo porta a rinnegare Gesù per poi offrire però la propria vita per il Risorto. Paolo, originario di Tarso, invece, era un persecutore dei cristiani quando sulla via per Damasco incontrò Cristo. Dopo la conversione divenne araldo dell’universalità del messaggio di Cristo. Sia Pietro che Paolo morirono martiri a Roma tra il 64 e il 67. Stamattina il Papa presiederà la Messa per i patroni di Roma in San Pietro alle 9.30. A spiegare il senso attuale della celebrazione di questa festa è il cardinale Mauro Gambetti, francescano conventuale, arciprete della Basilica vaticana e presidente della Fabbrica di San Pietro.

In un mondo «sfilacciato» e «segnato dalla guerra», in una cristianità vittima anch’essa del «virus delle divisioni», la memoria dei Santi Pietro e Paolo costituisce un potente messaggio di «fratellanza umana» e di «unità ecclesiale». Il cardinale Mauro Gambetti, francescano conventuale, arciprete della Basilica vaticana e presidente della Fabbrica di San Pietro, spiega così, in un colloquio con Avvenire, l’importanza della solennità celebrata oggi dalla Chiesa e dalla diocesi di Roma in particolare. In Pietro, aggiunge il porporato, «possiamo ritrovare gli aspetti più esaltanti – l’entusiasmo passionale e generoso – ma anche quelli meno commendevoli della nostra umanità, come le fragilità, le debolezze, le paure». Una umanità «autentica, dunque aperta alla trascendenza». Perché proprio «in questa intersezione tra gli aspetti positivi e quelli negativi della nostra umanità è possibile accogliere il divino».

Per il cardinale Gambetti «con questa solennità noi cristiani riscopriamo e alimentiamo le ragioni della nostra speranza, le ragioni della nostra vita cristiana». Infatti «la nostra fede si fonda su quanto Pietro, insieme a Paolo e a tutti gli apostoli, ci hanno trasmesso». Loro «hanno visto, toccato, riconosciuto il Verbo della vita, il Figlio del Dio vivente, Gesù Cristo». E in questa chiave la solennità di oggi «è la festa del principio di unità della Chiesa, che abbraccia noi cattolici e tutte le confessioni cristiane».

A tale proposito l’arciprete della Basilica vaticana è rimasto molto colpito che proprio ieri papa Francesco, ricevendo come da tradizione la Delegazione del Patriarcato ecumenico, ha reso noto di voler aderire all’invito di Bartolomeo di recarsi nei pressi del luogo dove venne celebrato il Concilio di Nicea il prossimo anno, in occasione del 1700° anniversario della storica assise. Secondo il cardinale Gambetti questo annuncio «arricchisce la solennità che stiamo vivendo». Perché «celebrare Nicea insieme con i fratelli ortodossi significa ricordare un evento importantissimo della storia della Chiesa indivisa, quando è stato formulato il nucleo del Credo che professiamo ancora oggi». E questo sarà un momento «rilevante verso quella unità che Gesù vuole per la Sua Chiesa».

Quest’anno la Basilica si è preparata all’odierna solennità in modo speciale. «Già nel 2023 – spiega Gambetti – abbiamo creato un percorso petrino, una Via Petri, in parte in collaborazione con il Vicariato di Roma, e in parte, a livello più liturgico, qui internamente». Così è stato composto «un testo meditativo che ripercorre in dodici stazioni la vita del Principe degli Apostoli in rapporto a Gesù, così come la conosciamo attraverso i Vangeli e gli Atti degli Apostoli». In Basilica invece ogni mercoledì del mese di giugno è stato segnato da momenti di preghiera aperti ai pellegrini. Infine durante la novena «dalla celebrazione eucaristica è stato staccato il momento della predicazione, affidandolo a don Fabio Rosini».

Oggi alle 9,30 papa Francesco presiede la solenne liturgia con la tradizionale benedizione di palli che poi verranno consegnai agli arcivescovi metropoliti. «Questo è il momento centrale della festa», sottolinea Gambetti. E aggiunge: «A latere di questo importante atto liturgico abbiamo pensato di offrire degli itinerari guidati per i luoghi legati alla presenza di Pietro e di Paolo nell’Urbe». Questi due percorsi «termineranno qui in piazza dove a ciascuno dei partecipanti verrà consegnata una pietruzza benedetta dal Papa, come segno e ricordo di questa giornata vissuta nel segno di Pietro». Domani sera infine ci sarà lo spettacolo teatrale “Pietro e Paolo a Roma”, scritto e messo in scena da Michele La Ginestra.

La prossima solennità dei Santi Pietro e Paolo cadrà nell’Anno giubilare. Un appuntamento che la Basilica sta preparando con particolare cura. «Fervono i lavori, per rendere la Basilica sempre più splendente, sicura e accogliente», assicura l’arciprete. «Ferve – aggiunge – la preparazione sul piano pastorale e liturgico». Inoltre, spiega, «stiamo studiando come meglio accogliere e accompagnare i tanti pellegrini che arriveranno». Così, «oltre ai penitenzieri avremo anche altri sacerdoti e religiosi che saranno a servizio dei fedeli: per una benedizione, per l’ascolto, per una buona parola». Non solo. Si stanno approntando dei «progetti per far conoscere meglio ai fedeli i tesori della Basilica». Senza contare che si sta «pianificando e definendo il sistema comunicativo della Basilica». L’obiettivo è quello di «raggiungere e poter interagire con il maggior numero di persone attraverso tutti i media, da quelli più tradizionali a quelli più moderni e innovativi».

Nelle scorse settimane ha fatto rumore l’arresto da parte vaticana di un cittadino italiano accusato di aver sottratto un prezioso manoscritto dagli archivi della Fabbrica di San Pietro. Proviamo a chiedere, come ultima domanda, dettagli su questa vicenda. Ma il cardinale è laconico: «È una spiacevole vicenda, per tutti. Attendiamo con fiducia l’esito delle indagini».

© riproduzione riservata





Venerdì, 28 Giugno 2024

Evitare di esporre o usare opere d’arte in un modo che possa far presumere un atteggiamento «di assoluzione o sottile difesa» dei presunti autori di abusi o che possa indicare «indifferenza al dolore e alla sofferenza di così tante vittime di abusi». È questa la richiesta che il presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei Minori, il cardinale Sean O’Malley, ha rivolto ai dicasteri della Curia Romana in una lettera inviata ai prefetti mercoledì. Lo rende noto una nota pubblicata nel sito della Commissione tutelaminorum.org.

Un’attenzione necessaria, sottolinea il porporato, di fronte «al disagio psicologico che tanti soffrono» e che non può lasciare indifferenti, ha affermato il cardinale nella lettera inviata a nome della Commissione ai leader della Curia il 26 giugno. Negli ultimi mesi, aggiunge la nota, vittime e sopravvissuti ad abusi di potere, abusi spirituali e abusi sessuali si sono rivolti alla Commissione «per esprimere la loro crescente frustrazione e preoccupazione per il continuo utilizzo delle opere d’arte di Marko Rupnik da parte di diversi uffici vaticani». In questo momento è in corso un’indagine da parte del Dicastero per la dottrina della fede sulle accuse di abusi psicologici e sessuali su diverse donne consacrate da parte di padre Rupnik, che è stato dimesso dalla Compagnia di Gesù nel giugno 2023. La presunzione d’innocenza fino alla condanna, afferma ancora O’Malley, dovrebbe essere rispettata, ma la Santa Sede e i suoi uffici devono comunque «esercitare una saggia prudenza pastorale e compassione verso coloro che sono danneggiati da abusi sessuali clericali».
«Papa Francesco ci ha esortato a essere sensibili e a camminare in solidarietà con coloro che sono danneggiati da ogni forma di abuso – sottolinea ancora la lettera di O’Malley –. Vi chiedo di tenerlo presente nella scelta delle immagini che accompagneranno la pubblicazione di messaggi, articoli e riflessioni attraverso i diversi canali di comunicazione a nostra disposizione», ha scritto il cardinale.
Intanto, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, cinque vittime, tramite l’avvocato Laura Sgrò, avrebbero inviato una lettera ai vescovi delle diocesi dove si trovano le opere di Rupnik, ai quali ne richiederebbero anche la rimozione.
«Indipendentemente da ogni procedimento in corso verso l'autore, e indipendentemente dall'esito, quello che si chiede è che prevalgano ragioni di buon senso nel non utilizzare questi mosaici in sedi ecclesiali, anche indipendentemente dal valore artistico», si leggerebbe nella lettera. L'esposizione dei mosaici nei luoghi di culto è «inappropriata», aggiunge l’avvocato, e ritraumatizzante per le vittime che «quotidianamente devono confrontarsi con le conseguenze psicologiche che gli abusi hanno arrecato loro». Abusi, che, secondo quanto riporterebbe la lettera, sarebbero stati compiuti anche durante la realizzazione di alcune delle opere.




Venerdì, 28 Giugno 2024

Il prossimo anno saranno 1700 anni dal primo Concilio ecumenico della storia, quello di Nicea, e proprio in vista dell’anniversario papa Francesco ha espresso il desiderio di recarsi in visita ai luoghi dove si tenne questo fondamentale evento della storia della Chiesa. Un auspicio espresso durante l’udienza con una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo. A invitare il Papa, d’altra parte, è stato lo stesso patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, al quale è andato il ringraziamento di Francesco: «È un viaggio che desidero fare, di cuore», ha detto durante l’udienza.

Nicea oggi si chiama Iznik, ed è una città affacciata sull’omonimo lago, in Turchia, conta poco più di 22mila abitanti e si trova a 130 km a sud-est di Istanbul. È qui che nel 325 l’imperatore Costantino decise di convocare tutti i vescovi per affrontare quella che al tempo – ad appena 12 anni dalla guadagnata libertà di culto per i cristiani nell’Impero – era la questione più importante per la vita della Chiesa: la diffusione dell’arianesiamo. Il tema era di tipo dottrinale – il sacerdote Ario affermava che Gesù di fatto era un “essere inferiore” rispetto a Dio – ma aveva delle profonde implicazioni nella vita pubblica della Chiesa e quindi nei rapporti con l’autorità imperiale. Da quel Concilio ne uscì il Credo niceno, il testo che ancora oggi si recita a Messa (con le integrazioni poi del Concilio di Costantinopoli del 381): in particolare viene affermato che Cristo non fu creato ma “generato”, della stessa sostanza del Padre. In poche parole a Nicea si affermò una volta per tutte che Cristo era davvero Dio.

Oggi Nicea è ancora meta di pellegrinaggio e turismo religioso, anche perché nel 787 vi si tenne il secondo Concilio di Nicea, che si tenne nella Basilica di cui sono stati trovati i resti sul fondo del lago. Il primo Concilio, invece, si tenne alla presenza di 300 vescovi nel palazzo imperiale. Citando questa città turca, però, il Papa ha voluto ricordare un fondamento comune che unisce cattolici e ortodossi, perché quel lontano evento si tenne in un’epoca in cui non c’era divisione tra Oriente e Occidente cristiano.

Nel suo discorso alla delegazione, d’altra parte, Francesco ha voluto ricordare anche tutti gli sforzi messi in campo per ritrovare l’unità tra cattolici e ortodossi. Quest’anno, come sottolineato dal Papa, si sono ricordati ad esempio i 60 anni dallo storico incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora. «Dieci anni fa, nel maggio 2014, il patriarca ecumenico sua santità Bartolomeo ed io ci siamo recati pellegrini a Gerusalemme, per commemorare il 50° anniversario di quello storico evento», ha ricordato il Papa.

Ricordando l’incontro di Gerusalemme, ha aggiunto il Pontefice, «il pensiero va alla drammatica situazione che oggi si vive in Terra Santa. Proprio in seguito a quel pellegrinaggio, l’8 giugno 2014, sua santità Bartolomeo e io, alla presenza anche del Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, sua beatitudine Teofilo III, abbiamo accolto nei Giardini vaticani il compianto presidente dello Stato d’Israele e il presidente dello Stato di Palestina, per invocare la pace in Terra Santa, in Medio Oriente e in tutto il mondo. A distanza di dieci anni, la storia attuale ci mostra in modo tragico la necessità e l’urgenza di pregare insieme per la pace, perché questa guerra finisca».





Venerdì, 28 Giugno 2024

È tutta una questione di relazioni. Dal fatto che siano buone o cattive dipendono molte cose nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo. E anche nel rapporto con la natura. Don Alberto Ravagnani, sacerdote dell’arcidiocesi di Milano e collaboratore della pastorale giovanile diocesana, noto anche come influencer, sceglie questa chiave di lettura per commentare il Messaggio del Papa per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato. «Noi siamo le nostre relazioni, anche la relazione con il creato. E come quando roviniamo i rapporti con gli altri siamo meno umani, più dissimili dal progetto di Dio su di noi, così lo siamo anche quando roviniamo il rapporto col creato, spadroneggiamo sulla natura e inquiniamo l’ambiente».

Quali spunti di azione vede nel Messaggio del Papa?

La questione ambientale sta particolarmente a cuore ai giovani di oggi, perché l’attuale crisi climatica incombe sul loro futuro e su quello dei loro figli come una minaccia sempre più ineluttabile. Per questo penso che il tema della cura del Creato andrebbe inserito nella pastorale giovanile per la formazione della fede delle nuove generazioni.

Molti giovani, però, oggi, sono distanti dalla fede.

È vero. Ma può essere anche un motivo di richiamo. Per la maggior parte di loro l’impegno e la mobilitazione per la salvaguardia dell’ambiente, pur non essendo questioni di fede, hanno un grande valore spirituale. Per i giovani cristiani, invece, proprio la fede può essere il principale motivo di una decisa e rinnovata azione a favore della casa comune. Non solo la paura del futuro, insomma, ma la speranza dell’eschaton, la consapevolezza che c’è in gioco il nostro destino nell’eternità.

Che cosa propone, dunque?

Una rinnovata attenzione al mondo digitale da parte della Chiesa, altrimenti si rischia di restare fuori dal mondo. Proprio attraverso la rete si può proporre al mondo l’ecologia umana integrale di papa Francesco nella Laudato si’, unire la sua voce a quella di milioni di altri giovani sensibili a questa causa e offrire a tutti la forza della comunione. In occasione della prossima Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato è importante che la Chiesa lanci il messaggio del Papa sui social per raggiungere i giovani e si preoccupi di comunicarlo in modo da essere adeguatamente compresa nel suo intento.

A proposito di giovani, come vede le proteste di quei gruppi, come “Ultima generazione”, che attaccano monumenti e opere d’arte?

Sono proteste divisive. Non è vero che tutti i giovani vogliono protestare così. Credo che la maggioranza di loro desideri impegnarsi senza distruggere, dando forma a qualcosa di nuovo. È molto più facile prendersela con cose e persone, più difficile acquisire competenze che sul lungo periodo possono lasciare il segno.

C’è comunque un messaggio che da queste proteste si può e si deve cogliere?

Penso che denotino insofferenza verso le posizioni dei potenti del mondo riguardo ai temi ambientali. Da parte mia, piuttosto che incentivare iniziative del genere, credo sia meglio dare ai giovani possibilità concrete di fare qualcosa.





Giovedì, 27 Giugno 2024

Dopo il vescovo di Civita Castellana, ora anche il Dicastero per la dottrina della fede mette la parola fine alle presunte apparizioni della Madonna a Trevignano, riconoscendo pienamente valido il decreto del vescovo locale, emesso il 6 marzo 2024. Validità «sia per quanto riguarda il giudizio ivi espresso (constat de non supernaturalitate) sia per le disposizioni indicate nei punti a-d». Dunque, nessun evento soprannaturale si è verificato a Trevignano, conferma il Dicastero che nel contempo conferma il divieto ai sacerdoti «di celebrare i Sacramenti o guidare atti di pietà popolare in modo tale da connettere entrambi in modo diretto e indiretto, con gli eventi di Trevignano» (il punto “a” cui fa riferimento la nota del Dicastero). Ugualmente i fedeli (punto “d”) «devono astenersi dall’organizzare e partecipare a incontri privati o pubblici - ad esempio momenti di preghiera o catechesi - che diano per certa e indubitabile la verità sovrannaturale degli eventi di Trevignano».

Nel suo decreto il vescovo Salvi prevedeva anche l'imposizione a Gisella Cardia e al marito Gianni Cardia e a tutti i soggetti a vario titolo coinvolti negli eventi, il rispetto e l'adesione alle decisioni del vescovo diocesano, nonché la disponibilità a compiere un percorso di purificazione e discernimento che promuova e mantenga l'unità ecclesiale. Da aprte sua la signora Cardia ha sempre contestato le conclusioni dell'inchiesta della curia di Civita Castellana. Inoltre il decreto vescovile ribadisce che il titolo "Madonna di Trevignano" non ha alcun valore ecclesiale e non può essere usato come se lo avesse, anche in ambito civile.

La vicenda era iniziata nel 2016, quando Gisella Cardia aveva riferito di apparizioni della Madonna su un campo usato da anni per prediche e preghiere. Apparizioni che sarebbero avvenute in concomitanza con lacrimazioni di sangue attribuite a una statua della Vergine acquistata a Medjugorje. La donna sosteneva pure di ricevere di continuo messaggi dalla Madonna e di aver assistito a miracoli come la moltiplicazione di gnocchi e pizza durante cene private nella sua abitazione. La Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo su Cardia con l’ipotesi di truffa, dopo la denuncia di fedeli che avevano versato anche somme di denaro.





Giovedì, 27 Giugno 2024

Quella per il Sacro Cuore non è una semplice devozione popolare di tipo “emozionale”, ma una vera e propria scuola di spiritualità che può insegnare come vivere da cristiani nel mondo di oggi. Non ha dubbi a proposito il gesuita Ottavio De Bertolis, cappellano dell’università “La Sapienza” di Roma, autore di numerosi testi dedicati proprio al Sacro Cuore.

A questa devozione papa Francesco dedicherà un nuovo documento, che, secondo quanto annunciato dallo stesso Pontefice lo scorso 5 giugno, sarà pubblicato a settembre, durante l’anno del 350° anniversario della prima manifestazione del Sacro Cuore di Gesù alla religiosa visitandina santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) nel monastero di Paray Le Monial il 27 dicembre 1673. Le celebrazioni si sono aperte il 27 dicembre 2023 e si chiuderanno il 27 giugno 2025. Il sesto mese dell’anno è solitamente dedicato al Sacro Cuore di Gesù la cui solennità, dal 1856 per volere di Pio IX cade il 3 giugno. Un documento quello del Pontefice argentino che si collocherà molto probabilmente in continuità con l’enciclica di Pio XII dedicata a questa devozione Haurietis Aquas (1956).

Recentemente De Bertolis ha dedicato un ampio saggio sui fatti di Paray Le Monial sulle colonne de La Civiltà Cattolica. E sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù nel corso di questi anni il religioso si è occupato scrivendo vari libri editi dall’Adp (Apostolato della Preghiera) e da Tau Editrice. «Quelle apparizioni private che durarono 17 anni non si sostituiscono alla rivelazione pubblica, terminata con la morte dell’ultimo apostolo e testimoniata dalle Scritture. Piuttosto, le ricordano e ripropongono – è l’argomentazione dello studioso – nella storia, attuando la promessa di Gesù, per la quale lo Spirito avrebbe ricordato ai suoi discepoli di ogni tempo le sue parole. È una memoria non solo intellettuale, ma profonda, vissuta. Lo Spirito ha sempre suscitato, fin dai subito, uomini e donne che hanno incontrato il Risorto in modo più vivido di altri, e ne hanno dato testimonianza, ad edificazione di tutta quanta la Chiesa».

I fatti di Paray Le Monial oggi che traccia di fede lasciano all’uomo contemporaneo?

In un tempo quale il Seicento francese, segnato dal giansenismo, una lettura del cristianesimo priva di anima, che riduceva la fede a una dimostrazione e la vita cristiana a dei doveri, quelle apparizioni ricordavano che il centro del messaggio di Gesù è l’amore, che chiede di essere riamato. Questo amore si è manifestato nel corpo sofferente di Gesù, e la ferita del suo fianco ne è somma testimonianza. Si tratta di ricordare in fondo quel che dice Giovanni: “Non siamo stati noi ad amare Dio; è Lui che ha amato noi”, e a viverlo sul serio. Del resto, l’evangelista continua: “Noi amiamo, perché Lui ci ha amato per primo”. Sta tutto qui. Paolo dirà: “Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me”. Il Cuore di Cristo ne è simbolo estremamente significativo.

Le apparizioni segnarono l’impulso di un rinnovamento della Chiesa?

Certamente, attraverso proposte che furono largamente accolte dal popolo cristiano, anche per l’appoggio e il sostegno dei gesuiti. Ad esempio, l’istituzione della solennità del Cuore Sacratissimo di Gesù, la pia pratica dei primi nove venerdì del mese, la diffusione dell’immagine del Cuore di Cristo, quale quella dell’illustre pittore settecentesco Pompeo Girolamo Batoni, custodita oggi nella Chiesa del Gesù di Roma, ed altre ancora, che trovarono e trovano tuttora enorme sviluppo ed accoglienza.

Che cosa proporrebbe a chi volesse accostarsi a tale spiritualità?

Una vera scuola è l’abituarsi, ogni giovedì sera, a vegliare e pregare, secondo la richiesta che Cristo fece in Getsemani ai suoi stessi discepoli, per il tempo di un’ora, meditando e contemplando la Passione, in tutto o in parte. Nella tradizione ecclesiale, è chiama l’ora santa. Qui non conta il leggere molto, o il “dir su” parole o orazioni, ma il sentire molto intimamente, un po’ come gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Lì Cristo stesso ci svela il suo Cuore, che si mostra in modo eminente in quel momento.

Non c’è il rischio di una lettura “parziale” del Vangelo?

In realtà tutta la Scrittura ci rivela il Cuore di Cristo, anche l’Antico Testamento. Si tratta, come del resto si farebbe per un uomo, di conoscere il suo cuore, la profondità del suo io, attraverso quel che disse, quel che fece. Nel caso di Gesù, anche quando non dice e non fa più niente, ossia sulla croce, il suo Cuore si rivela al massimo grado.

Quali altre strade abbiamo per conoscere l’identità profonda di Cristo?

Ovviamente la Messa è il dono più grande dell’amore di Cristo, e di lì nell’adorazione eucaristica il Cuore di Cristo è realmente presente davanti a noi. Attende l’offerta di noi stessi, di tutta la nostra vita, che possiamo esprimere nella così detta “consacrazione” a Lui: è un perfetto rinnovamento delle nostre promesse battesimali, e un vero sigillo che Lui pone nelle nostre anime. Chiesta esplicitamente a santa Margherita Maria per strappare gli uomini dal dominio del peccato e dal potere delle tenebre, rinnova anche oggi i suoi effetti meravigliosi.

Ma questa devozione è ancora attuale per il popolo cristiano?

Più che di una devozione, parlerei di una spiritualità, che è una modalità di vivere, capire e celebrare l’intero mistero cristiano, quasi un paio di occhiali attraverso i quali vedere tutta la nostra vita. Liturgia, l’intero culto, teologia, la nostra riflessione, diakonia, il nostro servire, ne sono i frutti immediati. Per il resto, penso che negli ultimi 50 anni sia stata abbastanza trascurata, anche da parte di chi avrebbe avuto non dico il dovere, ma il dono grande di farla conoscere più e meglio. Spero molto che il prossimo documento di papa Francesco possa aiutare tutti noi in questo senso.

A suo parere, come questa devozione potrebbe essere sviluppata e vissuta in modo più efficace?
Certamente: del resto, credo che la devozione della Divina Misericordia, proposta da santa Faustina Maria Kowalska e che oggi è tanto amata, sia un suo consequenziale sviluppo. Io personalmente propongo di fare l’ora santa non solo il giovedì notte, ma anche il venerdì notte, onorando la sua discesa agli inferi. Impariamo a vegliare e pregare nella notte del mondo, afflitto da tante guerre, e anche nella notte della Chiesa, che assiste a così grande allontanamento di molti dal suo seno. Gesù scende nei nostri inferi, nelle nostre morti, per risollevarci da tante morti spirituali che ci affliggono.
Un'occasione per scoprire dunque l'amore di Dio per noi….attraverso proprio il suo Sacro Cuore. Ci può spiegare il perché?
In realtà, non si tratta di obblighi, ma di possibilità che ci sono offerte. In queste cose vale il principio che tutto è utile, ma niente è indispensabile. Resta il fatto, del quale sono persuaso, che il pregare gli uni per gli altri, e anche gli uni al posto degli altri, sia la missione apostolica più importante nella Chiesa, se non altro perché solo noi credenti possiamo farla. Le opere di misericordia corporale, per fortuna, sono alla portata di tutti. Del resto, quel che abbiamo fatto a uno solo dei suoi fratelli più piccoli, l’abbiamo fatto a Lui. Onora il Cuore di Cristo chi conforta i suoi poveri, nei quali egli è presente, come in un sacramento. Ma i poveri più miseri non sono quelli del corpo, ma dello spirito, ampia parte del nostro Occidente. Compassione e riparazione sono i cardini di questa nostra spiritualità.






Giovedì, 27 Giugno 2024





Mercoledì, 26 Giugno 2024

È monumentale padre Angelo Esposito che, dall’alto dei suoi quasi due metri, vede commosso la folla felice. Sacerdote fidei donum dell’arcidiocesi di Napoli, padre Angelo ha ricevuto un sincero grazie dalla comunità in cui ha scelto di rimanere in Guatemala. Siamo a Tacanà, una città non lontana dai confini con il Messico che prende il nome da un vulcano. Qui il sacerdote partenopeo appena ordinato, aveva scelto di vivere un’esperienza di missione, solo qualche mese, per poi tornare nell’amata Campania dopo tante esperienze tra Africa e America Latina. Mese dopo mese il giovane rimandava la partenza, colpa di un amore per i piccoli maya scalzi incontrati per strada bisognosi di tutto, dalle scarpe alle medicine. L’immedesimarsi nei bisogni di un popolo povero, vittima di una dittatura feroce, capace di togliere le basi di una economia sociale ed una crescita culturale, hanno fatto maturare una decisione forte.

La scelta di rimanere in Guatemala da 15 anni, fa di questo sacerdote di San Sebastiano al Vesuvio (Napoli), fratello e padre di comunità sparpagliate nelle foreste del Paese centramericano. Accanto alla predicazione, padre Esposito ha costruito un ospedale, «Los Angelitos» (gli angioletti), e il Guatemala lo ha ringraziato. L’11 maggio, in occasione dell’inaugurazione dell’ampliamento del nuovo edificio del Centro Attenzione Integrale “Los Angelitos”, il Guatemala gli ha consegna un riconoscimento, «per il lavoro missionario, sociale e umano». Con queste parole il sindaco di Tacanà si è rivolto al sacerdote. «Siamo quello che facciamo. Il Comune conferisce il riconoscimento a padre Angelo Esposito per il grande esempio di missione, impegno e dedizione a beneficio delle popolazioni della periferia del Guatemala, in cerca di un mondo migliore dove si pratichi la giustizia, l’amore e la pace. Per essere l’ideatore del progetto di costruzione del Centro Attenzione Integrale Los Angelitos», si legge nella targa.

Oltre alla sua missione pastorale, il sacerdote accoglie medici, volontari e infermieri che dall’Italia lo raggiungono nell’hospedalito per aiutare i piccoli ammalati. In questi giorni lo psicologo Domenico Paciello e sua moglie Chiara, accompagnano i giovani in un cammino importante finanziato dalle Pontificie opere missionarie sul bullismo. Il dramma è presente in maniera forte, dovuto anche a povertà, scarsa formazione di docenti e insegnanti e ad un sistema che sembra disinteressarsi del problema. Seguendo la Laudato si’, il missionario ha creato la Onlus, Hermana Tierra (hermanatierra.org) per far scoprire le opportunità di essere autonomi grazie all’agricoltura e all’allevamento. Coltivare, allevare galline o conigli e sapersi alimentare, fa parte della missione che il prete da anni utilizza per mettere in campo temi forti. La dignità della persona, il rispetto della terra, la condivisione di quel poco che si ha, sono parte di quel messaggio evangelico capace di sollevare il prossimo. Ne è convinto il sacerdote che ogni giorno, all’alba si mette in moto sulla jeep per strade sterrate immerse nel verde, tra piante di cacao e caffè. La viabilità ostica ed i pericoli di qualche banda di ladri, non scoraggiano il “gigante buono” che ha scelto di annunciare il Vangelo a una popolazione povera nella selva latinoamericana, all’ombra del maestoso vulcano Tacanà. «I doni che la grazia di Dio ha deciso di elargirmi – rivela il missionario - sono il coraggio, la forza e l’amore per affrontare questo lungo cammino verso la realizzazione di un sogno che non appartenesse solo a me, ma anche a Dio: “dare la vita per gli amici”».





Mercoledì, 26 Giugno 2024

Il guanto di padre Pio, la lingua di sant’Antonio, le ampolle con il sangue di Giovanni Paolo II. Sono alcune delle più popolari reliquie, il cui culto rappresenta una forma di devozione antichissima e molto praticata, non solo nella Chiesa cattolica. Basti pensare alle processioni nelle feste patronali e al recente “prestito” di un frammento di costola di san Nicola, dall’arcidiocesi cattolica di Bari-Bitonto al patriarcato ortodosso russo. Il tema è al centro del nuovo episodio di Taccuino celeste che spiega cosa sono le reliquie e il modo in cui sono classificate, dove se ne parla nelle Scritture e come evitare che il loro culto assuma toni esagerati, quasi magici. Come può capitare.

Taccuino celeste è un podcast di Avvenire dedicato ai temi della fede e della religione, a cosa crede chi crede. Nelle ultime settimane si è occupato, tra gli altri argomenti, del perché la Chiesa adotta come lingua ufficiale il latino, di come ricevere la comunione eucaristica (se sulla lingua o in mano), del rapporto tra fede in Dio e superstizione, del motivo per cui è meglio non tenersi per mano quando si recita il Padre nostro durante la Messa, di cosa sono le indulgenze e come le si ottengono.
Taccuino celeste può essere ascoltato sul sito di Avvenire e sulle principali piattaforme di streaming come Spotify, Amazon music, Spreaker, Apple podcast e YouTube. Ogni mercoledì un nuovo episodio. Per domande, suggerimenti e proposte di temi si può scrivere a: social@avvenire.it






Mercoledì, 26 Giugno 2024

Sempre meno fedeli, strutture magari grandiose ma sempre più povere, organizzazione sempre più faticose perché le dinamiche di appartenenza stanno venendo meno e la rete del volontariato che un tempo assicurava un impegno militante - spesso scambiando l’attivismo con la coerenza verso i principi evangelici - appare sempre più fragile. Ma per riequilibrare comunità che appaiono sempre più in crisi può venire in soccorso la risorsa digitale? Quanto la tecnologia può integrare, se non sostituire almeno in parte, il mondo fisico delle comunità?

Domanda affascinante - e forse un po’ inquietante - quella affrontata ieri sera a Seveso, nella sezione conclusiva della seconda giornata di riflessioni alla 73esima Settimana del Centro di orientamento pastorale. Inquietante perché la tavola rotonda - a cui hanno preso parte il “prete social” don Alberto Ravagnani; il direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della diocesi di Milano, Stefano Femminis; il teologo don Luca Peyron; l’ideatrice di “Parole o Stili”, Rosy Russo e l’organizzatore di eventi, Luca Caci - è stata introdotta da un video preparato da alcuni allievi di un progetto di pastorale digitale. Alcune brevi lezioni di catechesi biblica messe a punto grazie all’aiuto dell’intelligenza artificiale e proposte da un’affascinante catechista che in realtà è un avatar. Più distopia che profezia, secondo la logica dell’onlife, quell’ambiente ibrido, in cui non c’è più differenza tra online e offline che fotografa bene il mondo dell’iperconnessione.

Ma davvero la parrocchia può ripensarsi digitale, addiritura onlife? A guidare la tavola rotonda ieri sera c’era Fortunato Ammendolia, un super esperto di nuove tecnologie applicate alla fede, di intelligenza artificiale, coordinatore di progetti di pastorale digitale presso il Cop di Roma. A lui si deve la provocazione della “catechista virtuale” che, se da un lato può suscitare fenomeni di rifiuto da presunto inquinamento della prassi pastorale, dall’altro sollecita riflessioni sulle modalità di essere cristiani in dialogo con la società dell’iperconnessione e dell’intelligenza artificiale. Il punto di partenza - messo in luce da Ammendolia anche in un recente volume, Chiesa e pastorale digitale. In uscita verso una società 5.0 (Il Pozzo di Giacobbe, pagg.195, euro 20) scritto con Riccardo Petricca- è scontato, anzi inevitabile. Il dialogo tra teologia e scienze tecnologiche avanzate è ormai avviato e indietro non si torna. Comprendere le opportunità, ma anche i rischi, offerti dalla rete in tutte le sue forme, nell’ambito della pastorale, della catechesi, della direzione spirituale, della formazione non è più una scelta di frontiera ma una prassi di ordinaria saggezza e di intelligente opportunità, come più volte messo in luce in questi anni dal magistero della Chiesa e di papa Francesco. Proprio alla luce dei tanti interventi del pontefice, Ammedolia ha proposto una definizione di pastorale digitale come «indicativa di quell’insieme di processi atti a far interagire in modo adeguato la pastorale e le tecnologie digitali, perché si realizzi un uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare della Chiesa nella prospettiva onlife».

Un impegno che, come è stato fatto notare ieri, in numerose comunità è già pane quotidiano.





Martedì, 25 Giugno 2024

Dal campo di basket al monastero. Dallo sport professionistico alla vita contemplativa. È la parabola di Oriana Milazzo, 33 anni, ex playmaker in A1 con Priolo, prestigiosa società siciliana di pallacanestro, e con la Nazionale Under 18 e Under 20. Venerdì 28 giugno alle 17 nella chiesa di Santa Maria di Gesù, ad Alcamo (Trapani) si terrà la celebrazione eucaristica con la professione solenne della giovane. Che ha scelto di mettersi sui passi di santa Chiara d’Assisi, di entrare fra le sue Sorelle povere, di dire il “sì” per sempre a questa vita nuova. Che ha portato anche un nome nuovo: suor Chiara Luce di Maria dimora della Santissima Trinità. Un nome che unisce, a quello della fondatrice, quello della ligure Chiara Luce Badano, la giovane laica focolarina beatificata nel 2010.
Ad accogliere il “sì” per sempre di Chiara Luce – fa sapere una nota della diocesi di Trapani – sarà l’abbadessa delle clarisse di Alcamo, madre Virginia Formoso, mentre dal ministro provinciale dei Frati minori, padre Antonino Catalfamo, che presiederà la Messa, riceverà l’anello e la benedizione solenne. La celebrazione verrà trasmessa in diretta sul canale Youtube dei Frati minori di Sicilia (collegamento al link https://www.youtube.com/@ofmsicilia).

Dai campi di basket alla Gmg al convento

Una storia bella e luminosa come il suo nome, quella di Chiara Luce. Una vocazione che ha messo radici, è cresciuta e fiorita dentro un’altra vocazione: quella per la pallacanestro, passione che Oriana, nata a Canicattì nel 1991, condivide con la sorella Ilaria, nata nella stessa città siciliana, di tre anni più giovane, anche lei approdata alla serie A1 di basket e alla maglia della Nazionale. È la vita itinerante legata alla pallacanestro a portare Oriana ad Alcamo. Qui i genitori affidano la ragazza a una famiglia di terziari francescani che vanno a Messa alla chiesa del monastero e le permettono d’iniziare a conoscere la comunità delle Sorelle povere.

Verrà, poi, il trasferimento a Priolo, l’esordio in A1, la convocazione in Nazionale. Un sogno che si realizza. Ma la felicità non è completa, «c’era qualcosa che continuava a mancarmi, sentivo una insoddisfazione in me», racconta Chiara Luce nel servizio di Marilisa Della Monica pubblicato su Avvenire in occasione della professione dei voti temporanei, avvenuta ad Alcamo nel 2019. Per superare quella insoddisfazione, Oriana cerca di rendersi utile agli altri, dedica più tempo all’impegno in parrocchia e matura la decisione di proseguire gli studi di Medicina con l’obiettivo, all’orizzonte, di diventare medico missionario. Arrivata a Roma, cominciati gli studi, continua a sentire che tutto questo non le basta. «Cominciano gli interrogativi nel cuore per comprendere quale fosse il mio posto nel mondo per il mio bene».

È alla Gmg di Madrid del 2011 che le si fa chiaro il disegno di Dio per lei. Si riaccosta al monastero di Alcamo e alle Sorelle povere. «Mi sono sentita come se ritornassi a casa», confessa. Inizia così il cammino nuovo con le clarisse. Due anni di postulantato ad Alcamo, un anno di noviziato nel monastero di Città della Pieve, altri due ad Alcamo fino alla professione temporanea, il 13 maggio 2019. Un cammino di discernimento e un percorso formativo impegnativo, intenso, bello. Vissuto, sottolinea Chiara Luce, con l’aiuto della famiglia: i genitori «mi hanno sempre sostenuta e fatta sentire amata». Quel cammino ora approda alla professione solenne. A una vita di preghiera, povertà, fraternità, nel carisma di santa Chiara.

Alcamo, una storia antica ma ancora feconda

Ad accogliere il “sì” per sempre di Chiara Luce, è una comunità dalla storia antica ma ancora feconda. Il Monastero Santa Chiara – ricorda ancora la nota della diocesi di Trapani – venne fondato nel 1545 da tre sorelle alcamesi di nobile famiglia: Antonina, Angela e Alberta Mompilleri, che ristrutturarono «un largo tenimento di case» di proprietà familiare e vi iniziarono la vita religiosa, ottenendo la chiesa dei Santi Cosma e Damiano adiacente al monastero. L’erezione canonica si fa risalire al 1547, poco prima della scoperta ad Alcamo dell’immagine di Maria Santissima dei Miracoli (21 giugno 1547). Alla comunità di Alcamo è legata la storia di altri monasteri siciliani. E dalla comunità di Alcamo sono nate altre comunità fuori Sicilia – il Monastero Beata Vergine del Buon Cammino ad Iglesias, in Sardegna, e di recente il monastero Klera Kintana Manajava ad Ambanja, nel Madagascar. Dal Monastero è sorta anche la Fraternità Ofs Santa Chiara. Una storia che continua a dare frutto.






Martedì, 25 Giugno 2024

«Grazie mille…». Tania Bielianinova si inchina davanti all’arcivescovo Mario Delpini. E gli stringe forte la mano dopo la fotografia scattata assieme accanto alla copia della Madonnina nei saloni dell’episcopio di piazza Fontana. L’impermeabile blu e lo zaino fanno risaltare il suo sorriso. Ha 16 anni e arriva dalla regione di Kharkiv. Come i trenta coetanei che Delpini riceve ieri mattina nel palazzo arcivescovile. Tutti della stessa oblast dell’Ucraina orientale su cui l’esercito russo ha lanciato una nuova, massiccia offensiva dall’inizio di maggio. «La nostra Chiesa soffre con voi. E con voi invoca la pace. Siate donne e uomini che sperano nella pace. Perché solo con la pace si può guardare con fiducia alla vita», sottolinea l’arcivescovo.

Tania fa “sì” con la testa. Sogna di diventare giornalista. E viene da un villaggio lungo il confine russo. «L’esercito di Putin si trova a pochi chilometri», confida. È consapevole che, dopo aver occupato una ventina di abitati nell’ultimo mese, uno dei prossimi agglomerati a cadere potrebbe essere il suo, se l’avanzata russa continuerà. «Chissà se dovrò evacuare con la famiglia», sospira Tania.

Le ferite di una generazione che cresce in mezzo alla guerra toccano il cuore della Chiesa ambrosiana. Ed entrano nelle stanze dell’arcivescovado grazie a un drappello di ragazzi, dagli 8 ai 16 anni, che la Cattedrale greco-cattolica di Kharkiv e la Caritas di Kharkiv hanno portato per due settimane in Lombardia. Protagonisti di una “vacanza di speranza”, come è stata chiamata, offerta dai volontari del gruppo “Frontiere di pace” legati alla parrocchia di Santa Maria Assunta a Maccio, nel Comune di Villa Guardia, in provincia e diocesi di Como. Una parrocchia che con la nazione aggredita ha creato uno speciale ponte solidale: infatti è una delle poche realtà a consegnare gli aiuti fin nelle zone lungo il fronte.

«Non basta far arrivare generi di prima necessità o medicine in Ucraina. Serve anche essere vicino alle persone», spiega uno dei volontari, Luca Trippetti, nel saluto iniziale all’arcivescovo. Anche con l’accoglienza di bambini e adolescenti che «vivono in una terra continuamente sotto attacco. Soltanto a maggio sono cadute sulla città di Kharkiv 76 bombe radiocomandate», riferisce al presule suor Oleksia, religiosa greco-cattolica di San Giuseppe, che guida la spedizione ucraina. Due missili hanno colpito sabato 25 maggio un centro commerciale dell’ex capitale facendo diciotto morti. «Fra le vittime anche Maria, una ragazzina di 12 anni, che doveva partecipare al soggiorno. È rimasta uccisa sotto le macerie insieme alla madre. Era la più giovane animatrice della distribuzione di aiuti che ogni settimana si svolge intorno alla Cattedrale di Kharkiv», dice Luca all’arcivescovo.

«Vi assicuro la mia preghiera», fa sapere Delpini ai ragazzi. E a loro consegna un’immagine della Madonnina con la sua preghiera di benedizione e una medaglia con la riproduzione della Vergine. «Ma la Madonnina è d’oro?», chiedono i giovani ospiti ucraini. L’arcivescovo racconta che la statua è stata ridorata poco più di un decennio fa, «anche se non è un’operazione facile vista l’altezza». E alla sua collocazione sulla guglia maggiore Delpini fa riferimento prima di salutare i ragazzi uno per uno. «Lei, dall’alto del Duomo, protegge Milano – ricorda l’arcivescovo –. Pregatela perché protegga anche voi, le nostre famiglie e le vostre città». Il soggiorno dei ragazzi di Kharkiv si concluderà venerdì quando ripartiranno alla volta dell’Ucraina. Ospitati nella casa scout “Don Titino” sopra il lago di Como, hanno preso parte a incontri, escursioni, eventi organizzati con “Frontiere di pace” da parrocchie, associazioni di volontariato, amministrazioni locali. Ieri la visita a Milano. Con l’abbraccio dell’arcivescovo.





Lunedì, 24 Giugno 2024

Il premio Carpine è cresciuto un passo dopo l’altro, come è cresciuta gradualmente, un passo dopo l’altro, l’opera e la fama di padre Arturo D’Onofrio, semplicemente padre Arturo - missionario e servo di Dio, è in corso il processo di beatificazione - che consacrò la sua vita all’educazione degli orfani, dei ragazzi a rischio e all’evangelizzazione attraverso i mezzi di comunicazione. Il Comune a cui è legato il suo nome, Visciano, diocesi di Nola, 4mila anime arroccate nell’appennino campano, all’estremo est della provincia di Napoli ma in realtà già in piena Irpinia, dal 2011 organizza un premio per cortometraggi a tema sociale e ambientale che oggi richiama grandi artisti nazionali e internazionali. Uno dei corti dell’edizione 2024, “Prova d’amore”, presenta una colonna sonora del premio Oscar Nicola Piovani. Un altro, “Sognando Venezia”, vede l’interpretazione del David di Donatello Francesco Di Leva.

Il richiamo di padre Arturo e l’ormai affermata qualità del Premio Carpine (il nome deriva dalla devozione popolare del territorio alla Madonna del Carpinello) ha portato quest’anno all’iscrizione di ben 530 cortometraggi. Sono 63 i titoli finalisti, di cui 32 per la categoria Italian short film. I premi per categoria saranno assegnati domenica 7 luglio, a conclusione di 4 giorni di festa, spiritualità, spettacoli, riflessioni e buon cibo e che vedrà anche la presenza di Avvenire come media partner. Oltre a Piovani e Di Leva, molti gli attori e le attrici di spessore presenti nei corti: tra questi Massimiliano Caiazzo, Giorgio Haber, Denise Capezza, Nicola Pistoia, Carolina Crescentini, Autilia Ranieri, Giulia Michelini, Mariagrazia Cucinotta, Gabriel Garko e Manuela Zero. Oltre alla categoria Italian, saranno assegnati premi anche per le categorie Short doc, Music video, International short film, School short film, Animation short movie.

Per il sindaco di Visciano, Sabato Trinchese, e per l’assessore alle Politiche sociali, Paola Corbisiero, l’edizione 2024 è quella della «consacrazione» per il premio Carpine, sia alla luce del «significativo aumento di proposte cinematografiche», sia per il calendario degli eventi, in cui protagonisti saranno «il territorio, la solidarietà, la crisi ambientale, i conflitti e, tema a noi molto caro, le fragilità e i talenti delle nuove generazioni». Il direttore del Festival, Carmine Rufino, esalta invece «il livello autoriale e registico» che «ha raggiunto livelli molto elevati, avvicinandosi a produzioni cinematografiche ben più complesse ed articolate».





Lunedì, 24 Giugno 2024

Restare «molto vicini alle persone, soprattutto nei Paesi dove c’è maggiore sofferenza o dove l’evangelizzazione è più difficile». È l’indicazione che il Papa ha rivolto a monsignor Fernando Ocáriz, moderatore generale della Prelatura dell’Opus Dei, ricevuto in udienza privata insieme a monsignor Mariano Fazio, vicario ausiliare. Nel corso dell’incontro, durato circa mezz’ora «in un clima di calda vicinanza e di affetto da parte del Santo Padre» – informa una nota pubblicata sul sito della Prelatura –, Ocáriz «ha informato il Papa del lavoro che si sta svolgendo con il Dicastero del Clero per l’adeguamento degli statuti, sottolineando il clima familiare e il dialogo aperto con cui si stanno svolgendo tali compiti».

Dal canto suo Francesco «ha incoraggiato a continuare a lavorare con questo atteggiamento di dialogo e di collaborazione», ricevendo poi da Ocáriz aggiornamenti su «alcuni aspetti della preparazione del centenario dell’Opus Dei», in calendario nel 2028, «e in particolare delle assemblee regionali che si stanno tenendo quest’anno, con la partecipazione di tutti i membri dell’Opera insieme a molti amici e cooperatori». L’Opus Dei è infatti impegnata in tutto il mondo in una vera mobilitazione per riflettere sull’originalità del carisma scolpito dal fondatore san Josemaría Escrivá, che consiste nel «diffondere la chiamata alla santità nel mondo, attraverso la santificazione del lavoro e degli impegni familiari e sociali», come il Papa lo descrisse nel motu proprio Ad charisma tuendum del 14 luglio 2022. Tornare alle sorgenti, dunque, là dove si rinvengono parole del fondatore come quelle che monsignor Ocáriz ha ricordato in una lettera ai membri dell'Opera in vista del 26 giugno, giorno nel quale si ricorda in tutto il mondo l’anniversario della morte del sacerdote spagnolo proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 2002: «Dal lato umano – scrisse Escrivá nel 1954 – voglio lasciarvi in eredità l’amore per la libertà e il buon umore». Commentando queste parole Ocáriz si sofferma su «uno stato d’animo (essere di buon umore) che normalmente si intende come propensione a notare o mettere in evidenza gli aspetti divertenti di una situazione. Naturalmente – nota il moderatore generale dell’Opus Dei – ci sono momenti che non hanno nulla di divertente. Tuttavia, anche allora può persistere la radice più profonda di un buon umore che trascende l’elemento superficiale: la gioia, che nasce anzitutto dalla fede nell’amore immenso che Dio ha per ognuno di noi. Questa gioia ha molto a che vedere con l’umiltà che fa dimenticare sé stessi per pensare agli altri e improntare la propria vita al servizio. Pertanto, come spiega san Josemaría, “non raggiungeremo mai la vera serenità se non imitiamo davvero Gesù Cristo, se non lo seguiamo nell’umiltà”».

Ocáriz – che sabato 29 giugno sarà a Milano per incontrare le famiglie delle Scuole Faes nel 50° dell’istituzione educativa animata da genitori – chiede infine ai membri della Prelatura «di pregare per due intenzioni: la prossima riunione di esperti sugli Statuti, che si terrà a fine mese, e i frutti spirituali del viaggio che mi porterà nei prossimi mesi in alcuni paesi dell’Europa e dell’America». Preghiera che certo non mancherà nelle numerosissime Messe che vengono celebrate in questi giorni in tutta Italia per ricordare san Josemaría Escrivá e riscoprire il suo attualissimo carisma laicale.





Lunedì, 24 Giugno 2024

Da 90 anni accoglie i seminaristi sulla collina di Capodimonte a Napoli, in una struttura con una grande terrazza ad emiciclo che si affaccia sul golfo e idealmente abbraccia la città. Stamattina la celebrazione di ricordo e festa, presieduta dall’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, con il presidente della Conferenza episcopale campana e vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, e il rettore del seminario don Francesco Cerqua, oltre a vescovi e sacerdoti che hanno completato la loro formazione nel seminario intitolato al cardinale Alessio Ascalesi. Fu lui, infatti il 24 giugno del 1934 a inaugurare la struttura, la cui costruzione venne suggerita dal cardinale Alfredo Idelfonso Schuster, in visita a Napoli, perché la vecchia sede non era più rispondente alle esigenze pedagogiche e formative dei seminaristi.

Si richiama a san Giovanni l’arcivescovo Battaglia nella sua omelia, sottolineando «la fermezza del Battista e la sua capacità di mettere in discussione se stesso senza mai prescindere da Cristo. Un segno e modello – ha detto Battaglia – per chi si prepara a ricevere il ministero».

Il rettore Cerqua propone di rendere stabile la celebrazione degli ex alunni, ogni 24 giugno, così come è accaduto questa mattina e di «creare un fondo degli ex per aiutare i seminaristi in difficoltà o per riattare aree della struttura che hanno bisogno di manutenzione. Come, ad esempio, il presbiterio della cappella maggiore».

Nel cuore dei seminaristi, 90 anni sono stati caratterizzati da tanti eventi significativi: la visita di san Giovanni Paolo II, nel novembre 90 che li invitò a «ribellarsi alla mediocrità di una vita comoda». E, ancora, nel 2007 la visita di Benedetto XVI, mentre nel 2023 l’incontro con il patriarca ecumenico Bartolomeo I.

Una celebrazione che diventa occasione per interrogarsi sulle sfide future. Da Napoli, che sta vivendo il XXXI Sinodo diocesano, si punta su «una Chiesa che annunci la Parola e la fede, facendosi Samaritana dell’umanità ferita, in cui si chiede al prete una chiara conversione alla missione, nella logica della Croce e del mistero pasquale preparandosi al dono totale e gioioso di sé. Una Chiesa dove cresce e deve crescere la necessità di verificare in chi decide di intraprendere un cammino di formazione al sacerdozio, un sufficiente radicamento in una comunità, una stabilità nella relazioni di amicizia con i pari, nell’impegno di studio o di lavoro, nel contatto con la povertà e la sofferenza».

Domenica 30 giugno, nella Cattedrale di Napoli, le prossime ordinazioni diaconali di Antonio Cirillo, Giuseppe Marsei, Claudio Mennella, Antonio Sades e fratel Alessandro Carmelo La Rosa.





Lunedì, 24 Giugno 2024

Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Georg Gänswein, 68 anni a fine luglio, nuovo nunzio in Lituania, Lettonia ed Estonia. Il nuovo incarico per l’ex segretario particolare di Benedetto XVI è stato ufficializzata oggi, poco più di un anno dopo che il presule si era trasferito, su indicazione di Francesco, nella sua diocesi di origine a Friburgo, in Germania.

Ordinato sacerdote nel 1984 per l’arcidiocesi di Friburgo in Brisgovia, nel 1995 Gänswein ha iniziato a lavorare nella Curia Romana, dapprima nella Congregazione per il culto divino e poi, dal 1996, in quella per la dottrina della fede. Nel 2003 è diventato segretario particolare del cardinale Joseph Ratzinger, incarico che ha mantenuto nel Palazzo Apostolico quando Ratizinger è diventato Papa Benedetto XVI e poi nel Monastero Mater Ecclesiae quando Benedetto XVI ha rinunciato al pontificato. Fino alla fine, fino al 31 dicembre 2022.

Alla fine del 2012, pochi mesi prima della rinuncia, Benedetto XVI lo ha nominato arcivescovo e prefetto della Casa Pontificia. Incarico che ha mantenuto di fatto fino al 2020, e formalmente sino al 28 febbraio 2023. Da 1° luglio dello scorso anno, su disposizione di Papa Francesco, era tornato a Friburgo.

Papa Francesco aveva ricevuto in udienza privata Gänswein il 3 gennaio 2024 quando era tornato in Vaticano per celebrare una Messa per il primo anniversario della morte di Benedetto XVI.

Nel libro intervista con il giornalista spagnolo Javier Martinez-Brocal, da poco tradotto in italiano (“Il successore”, Marsilio editore), papa Francesco aveva criticato con parole dure («mancanza di umanità e nobiltà») il fatto che solo pochi giorni dopo la morte di papa Benedetto venisse pubblicato un volume di memorie di Gänswein. «Ha raccontato cose non vere ed è molto triste», aveva detto Francesco. Aggiungendo: «Naturalmente non mi influenza e non mi condizione ma mi ha fatto molto male che Benedetto sia stato usato».

Ora è arrivata la nomina a rappresentante pontificio nei Paesi Baltici, dove Gänswein subentra all’arcivescovo Petar Rajic, di origini bosniaco-croate, nominato l’11 marzo dal Papa come ambasciatore della Santa Sede per l’Italia e San Marino.

Gänswein diventa uno dei pochi nunzi che non hanno frequentato la pontificia Accademia Ecclesiastica, la scuola dei diplomatici della Santa Sede. Gli altri sono: Charles J. Brown (Filippine), Giovanni Pietro Dal Toso (Giordania e Cipro), Savio Hon Tai-Fai (Malta), Noël Treanor (Unione Europea) e Alfred Xuereb, che fu il secondo segretario particolare di Benedetto XVI (Marocco).





Lunedì, 24 Giugno 2024

In vista dell'Anno Santo Roma «è piena di cantieri». Ma per papa Francesco «il ‘cantiere’ che non può mancare è quello della carità». Lo ha detto questa mattina, 24 giugno, ricevendo in udienza 400 membri del Circolo di San Pietro, sodalizio che da 155 anni si occupa dell'aiuto ai più poveri. «I pellegrini e i turisti che vengono a Roma - ha sottolineato il Pontefice - dovrebbero “respirare” l’aria della carità cristiana, che non è solo assistenza, è una cura della dignità, è vicinanza, è condivisione vissuta, senza pubblicità, senza riflettori. Con la vostra presenza, con la vostra vicinanza, compassione e tenerezza, anche voi preparate la città per il Giubileo, prendendovi cura non delle strade o delle infrastrutture, ma dei cuori e della carne dei poveri, che, come disse San Lorenzo, sono il tesoro della Chiesa».

Diverse le sottolineature contenute nel discorso papale. Ad esempio la raccomandazione di non perdere «la memoria delle radici» perché «sono fondamentali» e «senza radici non c’è vita, non c’è futuro». Ma, al contempo, il Papa esorta a non restare ancorati al passato. «State attenti a non “musealizzare” la vostra storia - ha esortato -, a non “sterilizzare” le radici! La memoria è organo del futuro, a patto che le radici rimangano vive e vegete. Per questo vi incoraggio a trasmettere il vostro patrimonio di valori e di esperienze ai giovani. Ci vogliono giovani che vadano avanti».

Infine Il Papa ha raccomandato il dialogo tra vecchi e giovani e ricordato il beato Pier Giorgio Frassati, che «presto sarà santo», e che «a Torino andava nelle case dei poveri a portare aiuto», giovane «di famiglia benestante» che »non si è perso nella ‘bella vita’, perché in lui c’era la linfa dello Spirito Santo, c’era l’amore per Gesù e per i fratelli».











Lunedì, 24 Giugno 2024

Sinodalità. Uno stile ecclesiale, un progetto pastorale, ma anche una speranza di rinnovamento che da domani sarà al centro della 73ª Settimana di aggiornamento del Cop (Centro di orientamento pastorale) ospitata quest’anno all’Istituto ambrosiano di Seveso nell’arcidiocesi di Milano. Le riflessioni di teologi, pastoralisti e altri esperti metteranno a fuoco l’idea di una nuova parrocchia, quindi sinodale, missionaria, sempre vicina alla gente. Un’ipotesi di revisione da portare avanti ascoltando la “creatività dello Spirito”, secondo quanto recita il titolo dell’iniziativa. Ma quale profilo immaginare per le comunità della nostra epoca postmoderna e, purtroppo, in molti casi, anche post-cristiana? Ne parliamo con monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale di Milano che domani aprirà la Settimana con relazione intitolata “Milano come Ninive. Missionari metropolitani pronti a riconoscere gli itinerari dello Spirito”.

Pensando alla realtà di Milano, come immaginare la trasformazione delle parrocchie in chiave sinodale e missionaria?

Farei prima un’osservazione di carattere metodologico, rovesciando un po’ la prospettiva. Se pensiamo di dover essere noi a immaginare come adattarci al mondo abbiamo già perso un’occasione propizia. Chiediamoci invece che cosa sta cambiando nel mondo e lasciamoci interrogare da questo cambiamento. Pensando a una metropoli come Milano non possiamo per esempio non interrogarci sul significato e sulle conseguenze delle trasformazioni urbanistiche. Mi è capitato in questi giorni di andare al carcere minorile Beccaria. Ho visto che nel quartiere stanno sorgendo una decina di torri. In un contesto del genere, impossibile pensare a una parrocchia di tipo tradizionale. Eppure, anche lì dobbiamo pensare a come vivere da cristiani, come annunciare il Vangelo. Forse è il caso di prendere esempio da papa Francesco che nell’Evangelii gaudium spiega che non siamo chiamati noi a ricostruire tutto il reticolo sociale, ma che dobbiamo innanzi tutto imparare a leggere la realtà. Però, lasciata a se stessa, questa dinamica incarna in sé anche il peccato. La città con le sue forme più degradate, le periferie abbandonate, è anche metafora dell’alienazione, mentre il cristianesimo deve riuscire a sconfiggere il peccato, ingaggiando una battaglia contro il male della città. E deve riuscire sforzandosi di pensare a un processo di riorganizzazione, a quella riunificazione simbolica che un tempo, nelle campagne, era la funzione svolta dalle parrocchie. Le campane suonavano per la Messa, per l’Ave Maria, per i Vespri. E così aiutavano la gente a sentirsi un popolo.

Ma oggi, soprattutto nelle grandi città, queste modalità sono impensabili…

E infatti il nostro compito è quello di immaginare come svolgere questi processi nei nostri contesti urbani attuali. Quali opere sociali, per esempio, possono riaggregare le persone? In un quartiere ipermoderno, come quelli che stanno sorgendo in varie zone di Milano, che cosa vuol dire accendere processi capaci di incarnare la fede? La storia della Chiesa di Milano è ricca di buoni esempi in questo senso. Basta pensare alle opere del cardinale Ferrari o alla “grande missione” di Montini. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito, anche noi troveremo la strada giusta per le nostre città e per i nostri tempi.

Pensando alla dimensione spirituale della città, quali sono i motivi che ci inducono a non abbandonare la speranza?

Per noi a Milano vale quanto emerso nel Sinodo “ad gentes”. Lo Spirito ci ha inviato altre forme di cristianesimo con cui confrontarci e ci dato l’occasione per tessere reti di solidarietà. Viviamo per fortuna in una realtà in cui basta indicare un bisogno per trovare gente che ancora accetta la sfida della solidarietà. Ma ci sono anche tante persone, giovani, famiglie, che chiedono di essere accompagnate. Sono trasformazioni già in atto su cui riflettere, prima di pensare a modifiche delle strutture pastorali.

Non crede che le proposte pastorali ordinarie delle nostre parrocchie siano da ripensare a partire dal linguaggio?

Parlando di processi simbolici, certamente il linguaggio è fondamentale. Ricorrendo a quello della tradizione, a quello che ci hanno trasmesso i nostri padri, ci sentiamo rassicurati. Ma il nostro compito è anche quello di trovare parole nuove. Non c’è da aver paura, ogni trasformazione comporta dei rischi e chiede responsabilità. Tante generazioni cristiane l’hanno fatto prima di noi.

Quali gli ambiti pastorali da cui partire?

Innanzitutto, quello della preghiera e della liturgia. Senza volerlo anche nella Chiesa si è avviato un processo di secolarizzazione. Le forme che abbiamo recepito dal passato non ci dicono più nulla. Tante modalità della vita di parrocchia sono scomparse ma non sono state sostituite da nulla. È un vuoto che va colmato. Il secondo ambito riguarda il “noi”, cioè come tornare a sentirci comunità. Pensiamo al ritmo degli spostamenti: per il lavoro, per il week-end, per tanto altro. È tutto individualizzato e non facciamo più esperienza di un popolo che cammina verso il Regno di Dio. A Milano capita in modo costante di celebrare l’Avvento con la propria comunità, ma non il Natale, e tantomeno la Pasqua, perché la gente si sposta, viaggia, si muove. L’ultimo ambito è quello della gratuità. Come sentire che l’amore gratuito con cui siamo amati da Dio si esprime allo stesso modo verso i fratelli? Siamo appesantiti da tante cose e sembra che non ci sia più lo spazio per il gratuito che vuol dire l’essenziale, ciò che conta davvero.

Il concetto di sinodalità che cosa può dire alla parrocchia?
Secondo me, sinodalità vuol dire superare l’inerzia delle deleghe e chiederci cosa fare insieme. Vuol dire smettere di criticare cosa fanno gli altri e chiederci cosa possiamo fare noi. Sinodalità è una speranza e una provocazione, ma anche una possibilità e un dovere che riguarda tutti, proprio a partire dalle nostre comunità.





Lunedì, 24 Giugno 2024

Una delle accuse che viene mossa a chi coltiva la vita dello spirito è quella di voler fuggire dalla realtà, cercando riparo in una dimensione parallela, popolata da storie e immagini suadenti al limite del romanticismo zuccheroso e sentimentale. Niente di più sbagliato. È esattamente il contrario. La preghiera, quando autentica, si immerge pienamente nell’oggi, facendosi carico anche dei dolori e delle miserie che appesantiscono il nostro quotidiano. In questa sua riflessione, la teologa ed eremita Adriana Zarri (1919-2010) si fa appunto interprete del timore di ridurre la vita spirituale a un raccontino infantile. Di qui l’invito-invocazione: viviamo il mondo così com’è, proviamo a cambiarlo da dentro, senza scappare lontano.

«Teologi, non vi preoccupate
d’immaginare un paradiso così etereo
che io non ho più voglia
di andarci.
E voi, pittori,
non dipingete ali di angeli
in vortici esangui di azzurro,
ma dipingete questa terra
con le sue nebbie e le sue nuvole,
le sue stagioni e le sue strade
cementate di fango.
Il sole che tramonta nella nebbia
mi sta bene così;
la luna che scompare dietro al monte
mi sta bene così.
La primavera, l’estate, l’inverno, la neve:
la terra verde, la terra gialla, la terra bianca,
mi sta bene così».





Sabato, 22 Giugno 2024

Cosa c’è di meglio di un classico? Vale per la lettura in generale, ma soprattutto per la spiritualità e la cultura cristiana, dove sensibilità e conoscenze non sono mai abbastanza. Incontro a questa indubbia fame di “cose buone” va la scelta del Gruppo editoriale San Paolo di rilanciare ora, 12 anni dopo il debutto, la sua “Buc” (Biblioteca Universale Cristiana), con sei titoli di Gianfranco Ravasi, Angelo Comastri, Luigi Maria Epicoco, Enzo Bianchi, Ermes Ronchi e Gaston Courtois che saranno presentati lungo la settimana che sta per iniziare in una serie di incontri conviviali in librerie San Paolo di tutta Italia. I titoli delle sei proposte? «Cuori inquieti» del cardinale Ravasi, «Francesco d’Assisi» del cardinale Comastri, «Solo i malati guariscono» di don Epicoco, «Una lotta per la vita» di Enzo Bianchi, «Le nude domande del Vangelo» di padre Ronchi e «Quando il Maestro parla al cuore» di Courtois.
Nello stile di una “informalità impegnata” – l’editore parla di «bicchierate di festa» – il calendario delle presentazioni dei singoli libri e dell’intera collana prevede le due prime tappe a Roma martedì 25 giugno alle 11.30 alla libreria San Giovanni in Laterano e mercoledì 26 alle 17.45 alla libreria San Paolo Conciliazione con la partecipazione del cardinale Angelo Comastri. Stessa ora e stesso giorno per Enzo Bianchi ma a Torino, libreria San Paolo di via della Consolata. La presentazione della collana farà tappa anche a Bari, libreria San Paolo, martedì 25 alle 18 (anziché giovedì come previsto in un primo momento). Si prosegue a Vicenza e Milano giovedì 27 rispettivamente alle 12 nella libreria San Paolo di Vicenza e alle 17.30 a Milano nella libreria dietro al Duomo. Conclusione venerdì 28 nelle librerie di Catania e Firenze alle 12.00 e alle 17.30 nella libreria San Paolo di Padova.
Un programma che vuole mettere al centro i libri insieme ai luoghi dove i libri vivono, per una iniziativa di evidente e ben riposta ambizione culturale, come ci spiega don Simone Bruno, direttore di San Paolo Edizioni.

Torna una collana che con il suo marchio “forte” segna una proposta di lettura impegnativa. A quale attesa pensate possa rispondere?
Siamo convinti che oggi sia presente una grande sete di spiritualità. Le persone, a prescindere dalla fede e dal credo professato, sono alla costante ricerca di una fonte a cui abbeverarsi per soddisfare i bisogni della propria interiorità. Il contesto culturale odierno, infatti, si muove quasi esclusivamente su traiettorie esistenziali aride, concentrate sull’immagine esteriore e aspramente competitive, che spingono verso la sola realizzazione professionale, ridimensionando così la cura dell’intimità e il significato generativo delle relazioni. Di fronte a tale scenario, il progetto editoriale della BUC è esplicitamente dedicato a chi vuole fermarsi e sostare nell’oasi del pensiero cristiano per approfondire la dimensione spirituale e riscoprire lo straordinario valore letterario dei testi proposti.

Tra le molte considerazioni che si fanno in sede intellettuale su un certo disimpegno dei cattolici c’è anche quella di una certa loro – nostra – calante propensione a leggere, studiare, documentarsi, tenersi informati, quasi una disaffezione al nutrire la propria specifica sensibilità. Cosa ne pensa?
I dati statistici più recenti sulle abitudini di lettura esistenti tra gli italiani (all’interno dei quali annoveriamo anche i cattolici) restituiscono un quadro raccapricciante di cui non possiamo non tener conto, specie se posiamo lo sguardo sulla situazione degli altri Paesi europei (come Francia e Germania). Si legge sempre meno e tale tendenza sta favorendo la propagazione di una cultura della superficialità che si esibisce in modo scomposto nelle piattaforme dei social network. Basta considerare, a titolo di esempio, le spaccature presenti nel mondo cattolico ogni qual volta si dibattono temi etici: assistiamo increduli a scontri accesi tra schieramenti opposti che usano lo stesso stile comunicativo denigratorio, mai orientato all’ascolto e alla comprensione del punto di vista altrui. Uno scambio assertivo avrebbe previsto, al contrario, una lettura attenta del dato della realtà anche di fronte al disaccordo. Purtroppo questo non è oggi più contemplabile. Nonostante lo sconforto e la tristezza che ne derivano, suggerisco di non cedere alla tentazione lassista (“Ormai non c’è più niente da fare”) e di ingegnarsi per mantenere alto il valore della lettura e dello sviluppo critico che ne deriva. Resistere al fenomeno dilagante, aiuta a scommettere sulle nuove generazioni.

Come può un animatore culturale nella comunità cristiana alimentare o risvegliare l’interesse per la lettura?

Potrebbe farlo in tanti modi. Mi permetto di suggerire solo alcuni spunti, affidandomi alla creatività di ogni animatore. Il primo passo concreto è: leggere, dando il proprio esempio concreto e tangibile. La testimonianza di un lettore vale più di mille parole o metodi che servano a destare l’interesse alla lettura. In seconda battuta, gli animatori possono promuovere gruppi di lettura a tema che si riuniscono mensilmente nei circoli culturali delle parrocchie oppure nelle librerie cattoliche (e non solo). Questa formula vale per soprattutto per gli adulti e prevede l’individuazione di un testo e la proposta di leggerlo per discuterne insieme durante l’appuntamento successivo. I risultati sono di rilievo e permettono una buona pratica cognitiva oltre che sociale. Con i bambini e le bambine delle scuole elementari hanno grande successo i laboratori di ascolto e disegno con gli autori e gli illustratori: raccontare le storie e immergere i piccoli lettori nelle vite dei personaggi produce un grande impatto emotivo e favorisce un approccio curioso e costruttivo alla lettura. Gli animatori possono avvalersi della collaborazione dei catechisti, degli educatori e degli insegnanti. Infine, con gli adolescenti e i giovani adulti, appaiono particolarmente propizi gli eventi che traducono le storie in rappresentazioni teatrali, in progetti digitali animati (creati su piattaforme apposite) o in incontri diretti con i protagonisti (previa lettura preparatoria del volume). Le parrocchie, i centri culturali e le scuole hanno l’imbarazzo della scelta, potendo lasciarsi ispirare anche dall’ultima moda newyorkese (replicata con successo a Bari) di spegnere il cellulare e di leggere sulle terrazze... insieme!

La testimonianza della fede, anche attraverso iniziative di servizio agli altri, sulla quale molto si insiste nella pastorale come può convivere con la cultura, l’elaborazione di un pensiero, e dunque la lettura?
La testimonianza della fede è uno dei gangli fondamentali della cultura contemporanea. E il servizio agli altri e al contesto sociale all’interno del quale essa si esplica ne sono la prova evidente. Personalmente non riuscirei a scinderla dal tessuto elaborativo delle idee e dello sviluppo del pensiero. Non c’è fede autentica se la correlata testimonianza non riesce a calarsi nella cultura per dialogare con essa e con l’intera umanità. La fede è dunque un dono che si incarna, che necessita di sguardi, incontri, relazioni e pensieri. E la lettura, se praticata con interesse, può divenire un ponte straordinario per favorire la conoscenza, la scoperta, il dialogo e il confronto. Tra culture diverse!

Tra i lettori laici che tipo di domanda e di interesse registrate?

Negli ultimi anni l’interesse dei laici si è orientato sui testi di spiritualità biblica con un taglio fortemente esistenziale (la Parola che tocca le esperienze dei lettori e li aiuta a camminare nella fede), oltre che sulle storie vere, ovvero sulle testimonianze dirette di persone che hanno affrontato, oltrepassandole, diverse prove (come il lutto, la malattia e altre vicissitudini). Non secondario lo sguardo sui temi etici (tutela della vita, dalla nascita alla morte), sulle fragilità familiari (separazioni, divorzi, omo-affettività e percorsi di accompagnamento pastorale) e sui romanzi di valore.

La Buc punta su autori affermati e classici recenti della spiritualità. È il segnale che c’è spazio solo per nomi già conosciuti?
Abbiamo attinto dal catalogo i volumi che hanno sviluppato, con un taglio originale e innovativo, i temi centrali della spiritualità contemporanea e, allo stesso tempo, che hanno intercettato il maggior numero di lettori e i loro bisogni. Per noi sono una garanzia e per i lettori una sicurezza. La preferenza è andata verso gli autori più conosciuti e sui contenuti più in linea con le esigenze odierne. Non escludiamo di ampliare il parco firme anche con coloro che stanno emergendo. È la prossima sfida!

Appena prima di questa nuova proposta della Buc, avete lanciato una collana dedicata alla preghiera, in vista del Giubileo, una proposta essenziale e di qualità. Che accoglienza state registrando?
I lettori hanno accolto con sincero entusiasmo l’intero progetto apprezzandone i singoli temi e la loro scansione. “Insegnaci a pregare”, infatti, si è rivelata una serie ricca ed esaustiva che ha cercato di riportare la preghiera al centro della vita del credente, così come calorosamente suggerito dal Santo Padre. Dall’iniziazione all’arte autentica del pregare, considerata nelle sue diverse sfaccettature e nella sua profonda ispirazione biblica, fino a raggiungere l’impegno sociale e la letteratura: ogni lettore appassionato potrà ritrovare lo sbocco di senso utile alla sua vita di fede.

Stiamo entrando nell’estate, stagione del tempo “liberato” dalle consuete incombenze. Da editore, che suggerimento offre a chi non vuole “liberarsi” anche della sua fede?
È la fede stessa a renderci donne e uomini liberi. Anzi, la sua presenza assume un sapore ancora più intenso durante l’estate, quando scegliamo di ritagliarci spazi appositi per dedicarci finalmente all’ascolto della Parola di Dio e al ruolo che essa svolge nella vita di ciascuno. Un suggerimento pratico per le prossime vacanze: ricalcolare il percorso del proprio “navigatore spirituale interiore”. Fermiamoci un istante, mettiamo da parte la fretta, la distrazione e l’ansia e optiamo per ciò che è inedito, per ciò che agevola lo stare in contatto con noi stessi e con Dio. In profondità. La fede sarà la strada e la meta “aperta”, pronta ad accoglierci per ridare senso al nostro disorientamento.

Accanto ai libri che state proponendo, c’è un grande classico che in questa estate a suo giudizio varrebbe la pena leggere, o rileggere, e che le sembra particolarmente attuale? Un titolo.
Suggerisco due testi imperdibili: «La vita responsabile» di Dietrich Bonhoffer, da leggere in tempi difficili come i nostri per richiamare a un impegno etico e civile; «L’arte di ricominciare» di Fabio Rosini, il cui titolo dice tutto! Buona estate, e buone letture...





Sabato, 22 Giugno 2024

«Vogliamo camminare insieme per costruire una società più giusta e fraterna». È l’invito che giunge dal nuovo arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli, alla vigilia della sua ordinazione episcopale e del suo inizio di ministero nella Chiesa fiorentina che avverrà lunedì 24 giugno, solennità di san Giovanni, patrono di Firenze. «È provvidenziale il fatto che la festa patronale e la mia ordinazione coincidano. Celebrare la festa di san Giovanni, che significa “Dio fa grazia”, è un dono per la nostra Chiesa», spiega Gambelli nell’intervista diffusa dall’ufficio stampa dell’arcidiocesi di Firenze.


Nato a Viareggio, 55 anni che compie domenica 23 giugno, ordinato presbitero nel 1996, è il prete delle periferie: dall’Africa al carcere. Quando è stato nominato da papa Francesco alla guida dell’arcidiocesi di Firenze, era parroco della chiesa della Madonna della Tosse, cappellano dell’istituto penitenziario di Sollicciano e vice-direttore spirituale del Seminario dal 2023, anno in cui era rientrato a Firenze dopo undici anni trascorsi come missionario in Ciad.


Nell’intervista il nuovo pastore racconta: «Quando uno dei vescovi del Ciad ha saputo della nomina, ha detto: “L’abbiamo formato bene”. È anche grazie a loro, all’esperienza in Africa, che sono cresciuto nella fede». Con Gambelli torna a sedersi sulla cattedra dei santi Zanobi e Antonino un arcivescovo espressione del clero del capoluogo toscano: l’ultimo era stato Silvano Piovanelli che aveva guidato l’arcidiocesi dal 1983 al 2001.


?





Sabato, 22 Giugno 2024

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ex Nunzio negli Stati Uniti dopo aver ricoperto importanti incarichi in Vaticano – non intende difendersi dalle accuse di scisma per il quale è stato convocato dal Dicastero della Dottrina della Fede per un processo penale extragiudiziale. E continua nelle sue accuse alla “chiesa conciliare” e a Papa Francesco. Con toni e argomenti ai quali anche i seguaci dell’arcivescovo Marcel Lefebvre precisano di non voler essere associati.

Monsignor Viganò era stato convocato per giovedì pomeriggio negli uffici del Dicastero. Oggi in una nota afferma: «Preciso di non essermi recato in Vaticano, di non avere intenzione di recarmi al Sant'Uffizio il 28 Giugno e di non aver consegnato alcun memoriale o documento a mia difesa al Dicastero, del quale non riconosco l'autorità, né quella del suo Prefetto, né di chi lo ha nominato».

Viganò sottolinea ancora: «Non ho alcuna intenzione di sottopormi ad un processo farsa in cui coloro che mi dovrebbero giudicare imparzialmente per difendere l'ortodossia cattolica sono allo stesso tempo coloro che io accuso di eresia, di tradimento e di abuso di potere».

Infine l'ex nunzio ribadisce che queste accuse del Vaticano contro di lui sono «un vanto». Perché, sono le sue parole, «la “chiesa” di Bergoglio non è la Chiesa Cattolica, ma quella “chiesa conciliare” nata dal Concilio Vaticano II e recentemente oggetto di rebranding col nome non meno ereticale di “chiesa sinodale”. Se è da questa “chiesa” che sono dichiarato separato per scisma, me ne faccio un motivo di onore e di vanto».

Il Decreto di citazione che Viganò ha respinto precisa che se il presule non si fosse presentato e se non inoltrerà una «difesa scritta» entro il 28 giugno, «sarà giudicato in sua assenza». E sembra proprio che andrà così. In base ai canoni del Codice di diritto canonico citati nel Decreto Viganò rischia di essere scomunicato per scisma.

Intanto la Fraternità San Pio X, fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, che venne scomunicato per scisma nel 1988, prende le distanze da Viganò. Anche Lefebvre venne convocato a suo tempo nel Palazzo dell'ex Sant'Uffizio. «C'è però un punto che lo differenzia significativamente dal fondatore della Fraternità San Pio X: monsignor Viganò - affermano i “lefebvriani” in una nota - fa nel suo testo una chiara dichiarazione di sedevacantismo. In altre parole, secondo lui, papa Francesco non è papa. Come lo spiega? A causa di un “difetto di consenso” del cardinale Jorge Bergoglio, al momento dell'accesso al potere supremo: considerando il papato come qualcosa di diverso da ciò che realmente è, l'eletto del 2013 ha accettato l'incarico pontificale senza consentirvi a pieno, e da questo errore è derivata la nullità della sua accettazione. Il suo pontificato sarebbe quindi quello di un figurante». «Né Monsignor Lefebvre, né la Fraternità da lui fondata, - sottolinea la nota - hanno accettato di avventurarsi su questo terreno».

?





Sabato, 22 Giugno 2024

Arriva l’estate. E, immancabile, porta con sé il messaggio del “don”, del parroco, del direttore spirituale: ricordati che la fede non va in vacanza. E se invece ci andasse? Nel senso che il periodo di riposo serve anche a staccare da abitudini incrostate, da atteggiamenti spirituali stantii, da pesantezze non solo fisiche. Resettare, o meglio aprire le finestre dell’anima per fare entrare aria fresca può essere molto utile. Ben vengano allora, per chi ne ha la possibilità, la spiaggia, la gita in montagna, o anche solo lo stop cittadino, magari in compagnia, sorseggiando qualcosa di buono. Attenzione, però a non dimenticare chi siamo. Qualche anno fa, in un vero e proprio decalogo delle vacanze, i vescovi francesi avevano messo in guardia: spesso in estate «siamo meno cristiani, a volte non lo siamo affatto». Per esempio, si va meno a Messa, si dimentica la dimensione della comunità, si possono assumere atteggiamenti discriminatori e arroganti. Non a caso, molti rapporti proprio in vacanza si rivelano più difficili, perché lontani dalle incombenze, dai doveri quotidiani ci mostriamo per quel che siamo sul serio. L’estate allora, come tempo per andare dentro sé stessi, per guardarsi con gli occhi del cuore, per scoprire che ci sono spigoli nel nostro carattere da smussare. In questo ci aiuta il rapporto con gli altri. In un antico Angelus, il 25 luglio 1965 Paolo VI suggeriva: «date pure all'incontro con le altre persone qualche momento di buona conversazione, specialmente con quelle domestiche: le famiglie si ritrovano forse separate durante l'anno dagli impegni che ciascuno deve osservare con orari così stringenti. Concedetevi momenti di pace domestica e poi anche gli incontri con gli amici, e gli incontri con le poche persone, con i gruppi affini ai quali siete vincolati. Date davvero questa distensione della buona amicizia».
L’estate come tempo per rinsaldare buone relazioni è un invito suggestivo e importante. Da vivere e approfondire, magari alla luce di qualche bella pagina di riflessione o di scrittura, anche solo di romanzo. Il che può aiutarci anche a guardarci meglio intorno. In un suo augurio estivo, datato 24 giugno 2020, papa Francesco auspicava che questo periodo potesse e possa «essere tempo di serenità e una bella occasione per contemplare Dio nel capolavoro del Suo creato». Guardare il bello in cui siamo immersi è infatti la più suadente e per certi versi facile, scuola di fede. E di preghiera, nel senso che lo stupore, la meraviglia facilitano il ringraziamento. Ma il bello non si trova soltanto nella natura o nell’arte. Ma anche negli altri. Vedere il buono nelle persone con cui veniamo a contatto: ecco il compito delle vacanze. Un impegno che può persino spingersi a rovesciare lo stile del nostro riposo, magari sollecitandoci a vivere la dimensione del servizio là dove di solito ci piace che siano gli altri a soddisfare le nostre esigenze.
Ma forse non è neanche quello il punto: a fare la differenza è l’atteggiamento di fondo che anima i giorni di relax. Se non ci consideriamo superiori a nessuno, se non siamo solo impegnati a guardarci allo specchio, persino mettersi a disposizione anziché pretendere che siano agli altri a farlo con noi, può essere un’occasione di festa. «Il cristiano si rallegra di tutto - scrivevano i vescovi francesi – perché la sua gioia è innanzitutto in Dio». Vale anche, anzi soprattutto, per le vacanze. Il cui specchio, per parafrasare madre Teresa di Calcutta, è il sorriso, «che dà riposo alla stanchezza, che nello scoramento rinnova il coraggio». Buona estate dello spirito allora, con la speranza di tornare dai giorni di riposo con il cuore un po’ più felice. Consapevoli che se la fede va in vacanza, è per rafforzare i muscoli dell’anima, per pulire lo sguardo, per ritrovare nel vocabolario del cuore la parola “grazie”. Grazie per la vita, per la bellezza che circonda, per il dono degli altri.





Sabato, 22 Giugno 2024

Un giorno «di gioia e di festa per tutta la Chiesa, per quella di Roma in particolare». È così che il vicegerente della diocesi di Roma monsignor Baldo Reina ha definito ieri, 21 giugno, la conclusione dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù, la fama di santità e dei segni della Serva di Dio Chiara Corbella, giovane mamma romana morta il 13 giugno 2012 a 28 anni.

Nella basilica di San Giovanni in Laterano con i genitori Roberto Corbella e Maria Anselma Ruzziconi, la sorella Elisa, il marito Enrico Petrillo e il figlio Francesco, è stata ricordata la fede incrollabile di Chiara anche di fronte alle prove più difficili come la

Nel 2010, in attesa del terzo figlio, Francesco, a Chiara fu diagnosticato un tumore. Consapevole dei rischi per la vita del bambino, scelse di rinviare le cure. Solo dopo il parto si sottopose a intervento chirurgico e a cicli di chemioterapia e radioterapia, ma il male era progredito. Una testimonianza di amore per la vita che deve stimolare a impegnarsi a «imitare Chiara perché tutti siamo chiamati alla santità nella vita di tutti i giorni, nelle difficoltà, nei problemi, nelle malattie – ha esortato il vescovo –. Insieme a una infinita schiera di uomini e di donne, la Serva di Dio ci insegna che la santità è una via possibile, l’unica che ci rende felici».

Alla cerimonia hanno partecipato numerosi fedeli, gli amici di Chiara e i membri del Tribunale diocesano che hanno condotto l’inchiesta aperta sei anni fa, il 21 settembre 2018: monsignor Giuseppe D’Alonzo, delegato episcopale; don Giorgio Ciucci, promotore di giustizia; Marcello Terramani, notaio attuario.

Se interpretata con una logica puramente umana, ha sottolineato il vicegerente, la storia di Chiara potrebbe apparire come una tragedia. Similmente a Giobbe, la storia di Chiara è un esempio di come la fede e la resilienza possano trionfare sulle avversità, offrire «chiari segni di risurrezione». Nonostante la giovane età e le immense sofferenze che ha dovuto affrontare, Chiara ha trovato la determinazione di mantenere un sorriso luminoso «sul volto offeso dalla malattia» e la risposta a chi si chiede come ha potuto farlo risiede nella sua profonda fede in Dio.

Come ha sottolineato ancora il vescovo, Chiara si è aggrappata alla Parola di Dio dalla quale «attingeva forza e sapienza per comprendere il mistero della sua persona nel piano del Padre. Ogni autentico discepolo di Gesù è tale perché si mette in ascolto della sua Parola e le presta obbedienza». Per il presule, in un’epoca in cui l’uomo sembra voler confinare la vita alle sole dimensioni terrene, al contingente e al tangibile, persiste un anelito verso l’infinito. Con crescente nostalgia si avverte la necessità di segnali che ricordino all’uomo che il suo orizzonte non si esaurisce in terra, ma si estende al cielo.

«Confidiamo vivamente che la Chiesa, dopo attento e accurato discernimento della vita e delle virtù, voglia presto glorificare anche in terra questa figlia della nostra Chiesa di Roma e proporla come esempio di vita cristiana alle contemporanee generazioni cristiane» ha concluso Reina.

Da Enrico Petrillo un «grazie» a quanti hanno «amato immensamente Chiara» che gli ha insegnato due caratteristiche di Dio che «è felice perché l’amore non delude – ha detto – e che Dio è dolce», proprio come Chiara definì il suo “giogo”. Quello di ieri è stato «un piccolo passo ma senza questo non potranno essercene altri, forse più grandi e più belli. Il Re della storia sta andando avanti con la sua opera che procede nonostante noi».

Il figlio Francesco, che ha da poco compiuto 13 anni, «capisce che è parte di qualcosa di grande – ha affermato ancora il vescovo –, si meraviglia, come noi, di qualcosa che non gli appartiene e spero possa sempre più comprendere il dono della vita che ha ricevuto da Dio».

Dal 2022 l’Ordine dei frati Minori si è costituto parte attore della causa di beatificazione e postulatore è fra Giovangiuseppe Califano. Fra Francesco Piloni, ministro provinciale dei frati minori di Umbria e Sardegna, conosceva bene Chiara. Con Enrico aveva frequentato ad Assisi i corsi del Servizio orientamento giovani imparando da Francesco d’Assisi che il contrario dell’amore è il possesso, insegnamento trasmesso al figlio. Oggi, ha detto il frate, Chiara è come un seme gettato nel terreno, «ha iniziato a germogliare divenendo un grande albero in cui molti trovano riparo e consolazione e di cui ora iniziamo sempre più a gustare i frutti maturi di vita cristiana».





Venerdì, 21 Giugno 2024

La diocesi di Treviso è in lutto per la morte del vescovo emerito, Gianfranco Agostino Gardin, avvenuta oggi pomeriggio nella Casa del clero, dove viveva negli ultimi anni e dove ha trascorso il tempo della malattia. Il pastore che era un frate minore conventuale ha guidato questa Chiesa particolare nel cuore del Veneto dal 2010 al 2019.
Nato a san Polo di Piave (Treviso) il 15 marzo 1944, ha conosciuto i frati minori conventuali nella parrocchia dei Frari a Venezia, chiedendo di entrare in convento a 14 anni. Dopo la professione religiosa (temporanea nel 1961 e perpetua nel 1965) e l’ordinazione presbiterale (1970) ha proseguito gli studi laureandosi in teologia morale presso la Pontificia Università Lateranense-Accademia Alfonsiana. Ha dedicato diversi anni della sua vita come formatore e insegnante di teologia presso l’Istituto teologico S.ant' Antonio Dottore. Nel 1978 ha iniziato a collaborare con il Messaggero di sant’Antonio, dando vita, nel 1980 alla rivista Credere Oggi, in dialogo con monsignor Luigi Sartori, teologo della diocesi di Padova, e padre Giacomo Panteghini, direttore del Messaggero di sant’Antonio: uno strumento di orientamento e di aggiornamento teologico, che subito si è imposto nel campo della scuola teologica per la sua impostazione divulgativa, monografica e sistematica; di essa è stato direttore fino al 1988, anno della sua elezione a Ministro provinciale della Provincia Patavina di S. Antonio.

?Ministro generale dei frati minori conventuali dal 1995 al 2001


Fino al 1995 ha ricoperto questo incarico, sollecitando e promuovendo anzitutto il cammino di vita fraterna nelle comunità e dando impulso all’attività missionaria (in particolare in Ghana e Cile). Gli ultimi anni del suo provincialato hanno visto il suo impegno per l’organizzazione e la conduzione delle celebrazioni per l’VIII Centenario della nascita di sant’Antonio (1995). In questo contesto, ha voluto che venisse dato peso soprattutto ai momenti di pellegrinaggio alla tomba del Santo e alle iniziative di carità fatte in suo nome. Il 3 giugno 1995 è stato eletto Ministro generale dell’Ordine dei frati minori conventuali. Ha vissuto il suo incarico soprattutto nelle frequenti visite alle diverse Province, nell’attenzione particolare agli insediamenti conventuali presenti nei paesi dell’Europa dell’Est che si stavano riprendendo dopo la caduta del Muro di Berlino e a tutte le realtà missionarie, con l’avvio della Provincia dello Zambia. Durante il suo mandato ha curato la collaborazione alle iniziative del Movimento francescano, cooperando con le altre famiglie francescane e con l’Ordine Francescano Secolare. Inoltre ha partecipato a momenti importanti della vita della Chiesa, in particolare il Convegno ecclesiale di Palermo (1995) e il Sinodo dei Vescovi per l’Europa (1999), in qualità di rappresentante dell’Unione Superiori Generali (di cui è divenuto presidente nel novembre del 2000). Dopo aver concluso il suo servizio di Ministro generale nel febbraio 2001, è rientrato nella sua provincia religiosa nel convento di Treviso, dove ha continuato a collaborare con le varie realtà ecclesiali, soprattutto nella formazione permanente. Nel 2005 è stato eletto direttore generale del Messaggero di sant’Antonio, che ha condotto per solo un anno, in quanto il 10 luglio 2006 è stato nominato da papa Benedetto XVI arcivescovo titolare di Cissa e segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le società di vita apostolica. Eletto Vescovo della diocesi di Treviso, per dieci anni svolge il suo ruolo di pastore di quella Chiesa locale (18 dicembre 2009 - 6 luglio 2019). Negli ultimi anni, vive prima presso il convento sant’Antonio Dottore (2020-2022) e infine nella casa del Clero di Treviso. In una nota il suo diretto successore l'attuale vescovo di Treviso Michele Tommasi ha rievocato alcuni tratti che hanno contraddistinto lo stile e la cifra pastorale di Gardin. «Lo affidiamo al Signore della vita, per il quale ha donato tutta la propria esistenza, nella amata famiglia dell’Ordine dei francescani conventuali, a servizio della Chiesa universale donando la sua competenza umana, teologica e spirituale alla promozione della vita religiosa e consacrata, anche come segretario della competente Congregazione – si legge nel messaggio di Tommasi -. Ha vissuto questi ultimi anni sotto il segno della discrezione, e della generosa amicizia. Fin dalla mia nomina a vescovo di Treviso mi ha accolto con la fraternità immediata di cui gli sono e gli rimarrò profondamente grato. La diocesi di Treviso ha motivi numerosi per essergli grata, soprattutto per il suo continuo invito a conoscere e ad amare Gesù Cristo, centro dell’esistenza».

?Il 28 giugno i funerali solenni a Treviso


I funerali saranno celebrati venerdì 28 giugno alle 10.30 nella Cattedrale di Treviso. A presiederli sarà il patriarca di Venezia e e presidente della Conferenza episcopale triveneta, Francesco Moraglia.








Venerdì, 21 Giugno 2024

ARTICOLO AGGIORNATO IL 22 GIUGNO 2024

La vicenda, come spesso succede, chiama in causa diversi piani. Non solo la comunione con il Papa, ma anche interessi immobiliari e, forse, il rapporto tra personalità fragili e una fortissima. Dietro la “ribellione” delle “suore dei cioccolatini” a rischio scomunica c’è infatti la figura di Pablo de Rojas Sanchez, sacerdote a sua volta già scomunicato, fondatore della Pia Unione di San Paolo Apostolo.

I fatti hanno come teatro la diocesi spagnola di Burgos e la comunità di clarisse di Belorado. Le monache, che devono il loro soprannome alla produzione artigianale di dolci, hanno pubblicato sui social il contenuto della lettera inviata a monsignor Mario Iceta Gavicagogeascoa, arcivescovo di Burgos, in cui annunciano la decisione «irreversibile e unanime» di abbandonare la Chiesa cattolica. E assicurano di non temere le reazioni della Santa Sede perché «qualunque condanna o sanzione canonica» sarà considerata «nulla» in quanto «non ha potere sulle anime» ed è «carente di effettività».

Nella missiva, firmata dalla madre superiora suor Isabel de la Trinidad, si aggiunge inoltre che la decisione di uscire dalla Chiesa cattolica è frutto di «una matura, meditata e cosciente riflessione». «Ci separiamo liberamente e volontariamente, all'unanimità e con gioia», aggiunge lo scritto sottolineando che il “Manifesto cattolico” pubblicato il 13 maggio e che anticipava l’ultima lettera, era stato sottoscritto da tutte e 16 le suore della comunità.

In quel documento le religiose annunciavano di volersi mettersi sotto la tutela e la giurisdizione di Pablo de Rojas Sanchez-Franco. Quest’ultimo, nato a Jaén nella Sierra de Cazorla, classe 1981, è conosciuto per le sue posizioni ultraconservatrici e per aver fondato la Pia Unione di San Paolo apostolo, che celebra la Messa in latino e rifiuta la legittimità dei Papi successivi a Pio XII, definendo la Chiesa post-conciliare “eretica”.

Una delle sue affermazioni più controverse riguarda infatti il Vaticano, che de Rojas accusa di essere in una condizione satanica sin da papa Giovanni XXIII. Inoltre, de Rojas che sarebbe stato consacrato vescovo dalla Chiesa palmariana (distaccatasi già negli anni 70 dalla Chiesa di Roma) pur dicendo di non farne parte, si dichiara detentore di numerosi titoli nobiliari, tra cui "duca imperiale" e "principe elettore del Sacro Romano Impero”. È a questa figura più che discutibile, scomunicata nel 2019, che le clarisse di Belorado hanno assicurato fedeltà.

Alla base ci sarebbe anche una questione immobiliare. Nel 2020 infatti la comunità aveva raggiunto un accordo con il vicino vescovado di Vitoria per acquistare il convento, sempre di clarisse, di Orduña ma la Santa Sede aveva bloccato la compravendita per la poca trasparenza nel reperimento dei fondi. Una decisione fortemente contestata dalle suore.

Per dirimere la questione, lo scorso 29 maggio la Santa Sede ha affidato all’arcivescovo di Burgos monsignor Iceta l'incarico di “commissario pontificio” dei due complessi religiosi. Ma quando, il 7 giugno, una delegazione diocesana si era presentata al monastero di Santa Clara di Belorado, per «stabilire linee di dialogo e interlocuzione con le monache» e comunicare loro, tramite notaio, «le notifiche pertinenti del Tribunale rispetto all'apertura del processo canonico corrispondente alla dichiarazione di abbandono della Chiesa cattolica», le religiose avevano chiamato la guardia civile, facendo sapere che il gruppo, fatta eccezione per il notaio, non era gradito.

Ora cosa succederà? Venerdì 21 giugno sono scaduti i termini dati alle clarisse per presentarsi davanti al Tribunale ecclesiastico e difendersi dalle accuse di aver consumato uno scisma, delitto che prevede la scomunica laetae sententae, cioè automatica. Invito che non è stato accolto. Tuttavia, la Chiesa di Burgos sembra voler adottare una linea morbida incontrando ogni singola monaca per vedere quanto nella scelta dello strappo con la Santa Sede sia frutto di una convinzione autonoma o del condizionamento da parte di personalità più forti.





Venerdì, 21 Giugno 2024

La vicenda di monsignor Carlo Maria Viganò, l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti convocato dal Dicastero per la dottrina della fede perché accusato del delitto di scisma, riporta al centro della cronaca termini riguardanti la vita della Chiesa che magari non tutti conoscono. A cominciare proprio da scisma, parola che deriva dal greco “schisma” e significa divisione. E lo scisma infatti produce fratture, separazioni all’interno della Chiesa. Il Codice di diritto canonico lo definisce al numero 751 come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». Tant’è vero, come riporta lo stesso Viganò sul suo account X, che egli dovrà rispondere di «affermazioni pubbliche dalle quali risulta una negazione degli elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di papa Francesco, rottura della comunione con lui e rifiuto del Concilio Vaticano II».

La differenza tra scisma ed eresia
Lo scisma va poi distinto dall’eresia che consiste nel rifiuto di una verità di fede, e dall’apostasia che consiste nel ripudio totale della fede cristiana. Per la precisione, sempre secondo il Diritto canonico, l’eresia è «l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il Battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa». Riassumendo, l’eresia rifiuta una parte più o meno grande del credo, lo scisma attenta all’unità della Chiesa. Scrive san Tommaso d’Aquino: «l’eresia si contrappone alla fede; lo scisma invece si contrappone all’unità della carità esistente nella Chiesa». E poi citando san Girolamo: «Penso che tra scisma ed eresia ci sia questa differenza, che l’eresia implica un dogma sbagliato, mentre lo scisma si limita a separare dalla Chiesa».

Cosa comporta la scomunica
L’eresia, lo scisma e l’apostasia comportano la scomunica latae sententiae, cioè si potrebbe dire “automaticamente”. Allo scomunicato, come dice il canone 1331 del Codice è fatto divieto «di prendere parte in alcun modo come ministro alla celebrazione del Sacrificio dell’Eucaristia o di qualunque altra cerimonia di culto pubblico; di celebrare sacramenti o sacramentali e di ricevere i sacramenti; di esercitare funzioni in uffici o ministeri o incarichi ecclesiastici qualsiasi, o di porre atti di governo». In pratica lo scomunicato viene escluso dalla comunità e non può celebrare e ricevere i sacramenti. Pur non potendoli celebrare, può invece ricevere i sacramentali, cioè segni che preparano ai sacramenti. Per esempio le benedizioni.

Gli scismi nella storia
Nella sua storia millenaria la Chiesa è stata attraversa da alcuni pesantissimi scismi. Devastante quello datato 1054 che segnò la divisione tra le Chiese d’Oriente (Chiesa ortodossa) e la Chiesa cattolica romana (o Chiesa d’Occidente). Come noto, per attendere la revoca delle scomuniche reciproche bisognerà attendere il 7 dicembre 1965. Viene definito invece “Scisma d’Occidente” quello che si consumò dal 1378 al 1417, attorno all’autorità del sommo pontefice, con Papi e anti Papi e sedi differenti: Roma, Avignone e anche Pisa. In particolare alla morte di Gregorio XI la controversa elezione di Urbano VI portò alla scelta di un antipapa Clemente VII con sede ad Avignone mentre nel 1409 il concilio di Pisa nominò Alessandro V. Lo scisma rientrò a seguire del Concilio di Costanza (1414-1418) che portò all’elezione di Martino V. Nel 1517 poi, con l’affissione delle 95 tesi da parte del monaco agostiniano Martin Lutero, sul portone della chiesa di Wittenberg in Germania, iniziava la Riforma protestante che ha separato al suo interno il cristianesimo d’Occidente. Più di recente si consumò lo scisma lefebvriano, dal nome dell’arcivescovo Marcel Lefebvre (1905-1991), contrario al Concilio Vaticano II e fondatore della fraternità sacerdotale “San Pio X”. Il momento cruciale dello scisma avvenne il 30 giugno 1988, quando Lefebvre, senza il permesso di papa Giovanni Paolo II, consacrò quattro vescovi per garantire la continuazione della stessa Fraternità. Questo portò alla scomunica di Lefebvre, dei quattro nuovi presuli e del vescovo co-consacrante Antonio de Castro Mayer.

Come rientrare dalla scomunica
Lo scomunicato può rientrare in comunione con la Chiesa. Per farlo il primo passo deve essere un pentimento sincero, cui far seguire la confessione sacramentale e la richiesta di assoluzione della scomunica.





Venerdì, 21 Giugno 2024

Come un apprezzato diplomatico per 27 anni al servizio della Santa Sede in un crescendo di incarichi di prestigio, dall’ufficio di osservatore al Consiglio d’Europa alla Nunziatura a Washington, si sia trasformato nel più acceso contestatore del Papa, della Chiesa, del magistero e del Concilio resta un mistero. Lo stesso cardinale Parolin, segretario di Stato, ammette che «cosa sia successo non lo so. Mi dispiace tantissimo».

È la stessa amarezza mista a sbalordimento che colse molti quando venne resa pubblica il 26 agosto 2018 una lunghissima “Testimonianza” nella quale Viganò improvvisamente smetteva i panni della moderazione e del riserbo vestiti per una vita muovendo un attacco da lasciare senza fiato: una dettagliata requisitoria nella quale dichiarando di voler «restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo» mosse pesanti accuse a vari cardinali (tra gli altri Sodano, Bertone, Maradiaga, lo stesso Parolin) ma soprattutto a papa Francesco, affrontandolo di petto con argomenti e toni di aperta sfida e chiedendone apertis verbis le dimissioni con l’accusa di aver tradito il «mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo», con la Chiesa «deturpata da tante ignominie».

Un’intemerata conclusa con l’invito a pregare per il Papa al quale intanto si chiedeva di farsi da parte. Imboccata la strada del contestatore nel nome di una verità della quale si autoproclamava paladino, monsignor Viganò non è più tornato sui suoi passi: la rottura con la Chiesa che ora arriva al suo punto culminante – un possibile scisma – si consumò con quel violento attacco di ormai sei anni fa, un punto di non ritorno che è diventato il primo gradino di una discesa verso la contestazione insistita, aspra e senza appello della Chiesa e del Papa. Con argomenti che dal piano della fede si sono estesi ad altre questioni, come i vaccini: un aspetto sul quale l’ex nunzio si è accanito diventando punto di riferimento del fronte “no vax”, alimentando con le sue elucubrazioni i molteplici canali digitali di comunicazione dei contestatori del pontificato di Francesco e della strategia vaccinale per frenare la tragica corsa del Covid. Il punto di contatto tra due fronti così lontani lo si rinviene nella pubblicazione il 21 dicembre 2020 di un nota da parte dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede «sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19» nella quale quello che sarebbe poi diventato Dicastero intese rispondere ai dubbi sul ricorso da parte di alcune case farmaceutiche a cellule staminali embrionali per sviluppare vaccini che arginassero la spaventosa strage pandemica: «L’uso lecito di tali vaccini – si legge nella Nota – non comporta e non deve comportare in alcun modo un’approvazione morale dell’utilizzo di linee cellulari procedenti da feti abortiti».

Costruendo un’astrusa teoria con il meglio del complottismo in circolazione da inizio Covid, a cominciare dalla celebre dottrina del “Grand Reset” («che prevede l’instaurazione di una Religione Universale»), Viganò sostenne che «sappiamo chi sono i teorizzatori della pandemia come instrumentum regni, da Bill Gates a George Soros, in una rete di complicità e di interessi talmente vasta e organizzata da rendere praticamente impossibile qualsiasi misura di contrasto». Un «piano» nel quale sarebbe stata «presente anche parte della Gerarchia cattolica, che in Jorge Mario Bergoglio trova un obbediente predicatore della narrazione pandemica e il principale sponsor dei vaccini», mettendo insieme massoneria e Trilaterale, Oms e Rothschild, Cina comunista e Big Pharma, con la Chiesa in preda dal Concilio a un «inesorabile processo dissolutorio». A dissolversi, nelle molte pagine del saggio di Viganò contro la Chiesa “asservita” a oscuri poteri mondani, sembra però la realtà, con la pandemia ridotta a invenzione a uso di inconfessabili interessi. E forse sta in questa negazione dei fatti la radice della scissione con la vita da nunzio: una carriera costruita su prudenza e misura stracciata per farsi ideologo dell’attacco frontale a Pietro.






Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla - Atto normativo

sito registrato nella