martedì, 25 febbraio 2020
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Martedì, 25 Febbraio 2020

Ci sono città che hanno nei propri cromosomi la vocazione a essere simbolo di convivenza pacifica tra i popoli. Città «capitale di pace» è ad esempio la Assisi di san Francesco. E, da domenica, città «capitale dell’unità», come l’ha definita il Papa, è definitivamente diventata la Bari di san Nicola. Due luoghi, due santi, due costruttori di ponti. Non a caso. Perché è proprio dei santi incarnare nella loro vita e trasmettere agli uomini di ogni tempo la regola aurea del Vangelo – l’amore per tutti, persino per i propri nemici, come ha sottolineato Francesco due giorni fa nel capoluogo barese – che a ben guardare è l’eredità più preziosa dell’Incontro "Mediterraneo, frontiera di pace", concluso proprio dall’intervento del Pontefice.

Eredità di metodo, oltre che di contenuti. Eredità di un approccio complessivo alle questioni che agitano in questo caso il Mare Nostrum (ma potrebbe essere qualsiasi altra zona "calda" del mondo). Eredità di uno sguardo armonico sulle diversità culturali e religiose, che fa della cultura dell’incontro – e non dell’erigere muri – il paradigma per mettere in relazione le esigenze della giustizia, le problematiche socio-ambientali con quelle politico-economiche e per indicare con chiarezza cause dei problemi e spunti di soluzione. Eredità, in sostanza, del convenire di 58 vescovi da 20 nazioni (riuniti prima tra loro e nell’ultima giornata in fecondo dialogo con il Successore di Pietro), che ha mostrato plasticamente come il conoscersi e il parlarsi sia – a qualunque livello – la premessa indispensabile per sciogliere i nodi spesso gordiani di odio e paura alimentati dai vari "ismi" (populismo, nazionalismo, terrorismo, fondamentalismo, tutti evocati dal Papa nella sua visita).

È una eredità, quella barese, che parte certo dalla vitalità delle Chiese del Mediterraneo – Chiese di popolo, come è stato giustamente sottolineato –, ma non esaurisce i propri effetti nell’ambito religioso. Anzi si offre come proposta ed esempio alla comunità internazionale, alle cancellerie degli Stati (non di rado mosse da interessi opachi), a quella politica che secondo Giorgio La Pira – la cui semina ha ispirato l’Incontro – doveva lasciarsi guidare dalle «attese della povera gente». Perciò, proprio a queste attese il Papa e i vescovi hanno chiesto di guardare, gettando dalla città di San Nicola un ponte che unisce allo stesso modo la sponda Sud e quella Nord del Mediterraneo, l’Oriente e l’Occidente ed estende le sue campate fino all’Africa sub-sahariana colpita da guerre, povertà e cambiamenti climatici, che mettono in moto movimenti migratori in fuga da una vita indegna e invece strumentalmente dipinte come «invasioni».

Peccato che nelle stanze delle decisioni che contano nessuno metta in relazione cause ed effetti. Ci ha pensato ancora una volta Francesco, da Bari. Dove gli interessi di parte prevalgono sui diritti dei singoli e della comunità, dove la giustizia è ostacolata e la cultura dello scarto tratta le persone come fossero cose, ha ricordato, la giustizia è calpestata e la costruzione della pace è più difficile. Basta sovrapporre queste parole alle situazioni che la cronaca ci racconta ogni giorno quanto alla Siria, alla Libia, all’infinito processo di pace israelo-palestinese («con il pericolo di soluzioni non eque e quindi foriere di nuove crisi», ha annotato a tal proposito il Papa) e confrontarle con gli appetiti delle grandi potenze su un’area ricca di fonti energetiche e determinante per gli equilibri strategici, per comprendere quale sia la posta in palio. La strada che parte da Bari è invece radicalmente alternativa alle pretese economiche e militari. È la strada di chi considera «la guerra una follia», di chi ritiene «che non ci sia alternativa alla pace», di chi come il cardinale Gualtiero Bassetti chiede di «dire basta a una politica fatta sul sangue dei popoli» e si adopera per il bene comune. Una strada utopistica? Proprio La Pira e quelli della sua generazione (Adenauer, Schumann, De Gasperi) hanno dimostrato che percorrerla fino in fondo ha portato dalle macerie di due guerre mondiali alla costruzione dell’Unione Europea, che non sarà esente da difetti, ma assicura da decenni pace, benessere e progresso al Continente forse più dilaniato dai conflitti nel corso della storia. Chissà che dalla città simbolo dell’unità non possa partire anche per il Mediterraneo una stagione altrettanto felice.





Martedì, 25 Febbraio 2020

La preghiera, la vicinanza, la piena collaborazione con le autorità civili per contenere il diffondersi del virus. Ma anche fiducia e di speranza per affrontare questa difficile situazione. È il senso del messaggio indirizzato a tutte le comunità dalla Presidenza della Conferenza episcopale italiana in cui si invita tra l’altro alla massima disponibilità «nella ricezione delle disposizioni emanate». Sollecitazione raccolta dalle diocesi delle aree coinvolte dalla diffusione del coronavirus che già domenica hanno sospeso la celebrazione delle Messe fino a domenica prossima e, dove le liturgie eucaristiche continuano, hanno raccomandato di evitare lo scambio della pace e di togliere l’acqua benedetta dalle acquasantiere. La maggior parte dei vescovi, in ottemperanza alle disposizioni delle rispettive Regioni e del Ministero della Sanità, ha anche deciso di rimandare la celebrazione della Messa per il Mercoledì delle Ceneri. Oppure di invitare a seguirla via radio e tv.

In un’intervista a Radio Vaticana l’arcivescovo di Milano Mario Delpini, ha detto che «attenendoci alle indicazioni delle autorità competenti diamo sufficiente serenità per fare quello che si riesce a fare». Per quanto riguarda le celebrazioni liturgiche che aprono il tempo di Quaresima, ha spiegato che «le indicazioni sono quelle della Regione di evitare assembramenti. Nella diocesi di Milano le celebrazioni sono in gran parte di rito ambrosiano e quindi non si celebra il Mercoledì delle Ceneri. Però secondo me vale la linea generale di evitare gli assembramenti... Si troverà un’altra maniera per introdursi nella Quaresima».

A Torino l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha annunciato che la Messa delle ceneri sarà spostata al 1° marzo. Oltre alle Messe 'con concorso di popolo', sospese in tutte le parrocchie anche le attività pastorali. A Bologna il cardinale Matteo Zuppi ha invitato ad attendersi «sempre a criteri di prudenza, evitando in ogni modo concentrazione di persone in volumi ristretti e per lungo tempo. Le chiese rimangono aperte al culto e alla preghiera individuale, non a gruppi». Sospese le celebrazioni liturgiche, de- roga per le Messe feriali che «se sono partecipate da pochi fedeli, si possono celebrare in spazi larghi». Sospese le celebrazioni per il Mercoledì delle Ceneri. Unica eccezione per la Messa celebrata da Zuppi a cui potrà partecipare una piccola delegazione di fedeli e che sarà trasmessa da alcune radio locali.

Disposizioni simili in una nota del patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, in cui invita a vivere «con responsabilità civica questo momento, senza cedere ad allarmismi e paure ingiustificate». E, dopo aver spiegato che la basilica di San Marco fino a domenica 1 marzo non sarà accessibile, ha affidato la diocesi alla Madonna della Salute. Cautela e prudenza anche nelle scelte dei vescovi della Liguria. In tutta la regione ecclesiastica sospese le celebrazioni eucaristiche, tutte le iniziative nei locali e nelle opere parrocchiali; funerali e matrimoni «soltanto con la presenza dei parenti stretti e sospesa anche la benedizione delle famiglie. I vescovi raccomandano allo stesso tempo che «si intensifichi la preghiera e si inizi il sacro tempo penitenziale secondo le indicazioni della Chiesa: ascolto della Parola di Dio, astinenza dalle carni e digiuno (secondo le modalità stabilite), celebrazione del sacramento della Riconciliazione, meditazione e opere di carità e misericordia».

Niente Messe festive ma solo feriali in spazi ampi (non nelle cappelle) e chiese aperte alla preghiera personale a Parma, con la Messa delle Ceneri celebrata in forma privata e in diretta su Giovanni Paolo Tv alle 20.30 dal vescovo Enrico Solmi. Le mense per i poveri forniscono solo pasti «in porzioni singole e d’asporto».

La diocesi di Cremona, una di quelle più direttamente coinvolte dal contagio, ha predisposto uno schema per la preghiera personale e familiare che si può scaricare dal sito diocesano (diocesidicremona.it) in sostituzione della liturgia comunitaria del Mercoledì delle Ceneri. In assenza di celebrazioni liturgiche, la diocesi di Piacenza invita a nutrirsi in «abbondanza con il pane della Parola di Dio, nel digiuno e nelle opere di carità». E a restare uniti nella preghiera senza lasciarsi dominare dalla paura: «Rischiamo di vivere nella contraddizione di temere la morte senza amare la vita». Mentre il vescovo di Como, Oscar Cantoni, ha accompagnato le comunicazioni sulle misure da adottare con riflessioni in cui spiega che «ogni famiglia può ritrovare la sua vocazione originaria di 'Chiesa domestica', così che è facilitata nel pregare insieme anche attraverso i mezzi di comunicazione ». Infine, in ottemperanza alle disposizioni delle autorità italiane, è stato rimandato in Vaticano un incontro sul cardinale Celso Costantini in programma oggi all’Urbaniana. Inoltre, negli uffici frequentati dal pubblico saranno installati dispenser con un igienizzante per le mani. Presenti anche un infermiere e un medico per l’assistenza immediata a pazienti con sintomi riconducibili al coronavirus.

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Martedì, 25 Febbraio 2020

Sono Chiese del dialogo e del coraggio quelle che vivono sulle sponde del Mediterraneo. Chiese magari «rimaste piccola minoranza» oppure «ferite e in sofferenza» ma che sanno «costruire vie alternative, di pace, sviluppo e crescita». Chiese che contrastano «modelli di sviluppo» che «assoggettano la persona umana». Chiese che si fanno «carico delle contraddizioni» del bacino e «desiderano diventare un’unica voce profetica di verità e di libertà». Chiese che da Bari danno inizio a «un percorso che sarà lungo ma certamente avvincente». Anche se il documento finale del “G20” dei vescovi del Mediterraneo non è stato reso noto ma è stato consegnato a papa Francesco, i suoi contenuti emergono di fronte al Pontefice dalle parole di due dei 58 pastori che hanno partecipato alle giornate “sinodali” pugliesi: l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme, e il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo.


Nei loro saluti a Bergoglio, durante il dialogo di domenica mattina nella Basilica di San Nicola, raccontano quanto è scaturito dal confronto. Innanzitutto i vescovi spiegano che c’è bisogno della «franchezza della denuncia del male che causa la povertà e crea situazioni strutturali di ingiustizia», dice Pizzaballa. «Guerre commerciali, fame di energia, disuguaglianze economiche e sociali – continua l’arcivescovo – hanno reso questo bacino centro di interessi enormi. Il destino di intere popolazioni è asservito all’interesse di pochi, causando violenze che sono funzionali a modelli di sviluppo creati e sostenuti in gran parte dall’Occidente». Poi il richiamo. «Nel passato anche le Chiese – basti pensare al periodo coloniale – sono state funzionali a tale modello. Oggi desideriamo chiedere perdono, in particolare, per aver consegnato ai giovani un mondo ferito». Sono le Chiese del Nord Africa e del Medio Oriente a pagare il prezzo più alto. «Decimate nei numeri, non sono però Chiese rinunciatarie – avverte Pizzaballa –. Anche a fronte di enormi difficoltà e addirittura di persecuzioni, sono rimaste fedeli a Cristo. La “via della croce” è propria dell’esperienza delle Chiese del Mediterraneo». Puljic ricorda l’«inverno di omicidi e distruzioni» nei Balcani o i drammi del Medio Oriente «sotto forma di violenza, conflitti e divisioni di ogni tipo, causate in gran parte dai Paesi ricchi».


Conflitti e sperequazione sono fra le cause del fenomeno migratorio. Le Chiese sono accanto alle «migliaia di migranti che fuggono da situazioni di persecuzione e di povertà», sottolinea Pizzaballa. E Puljic dice che la comunità ecclesiale ha «il cuore spezzato per la partenza di molti giovani dovuta a guerre, ingiustizie e miseria». In un bacino dove le ombre sembrano prevalere sulle luci, le Chiese intendono far crescere «la fratellanza e la solidarietà umana» testimoniando lo «stile cristiano di stare dentro la realtà». Ad esempio, dice l’arcivescovo, «nelle scuole, negli ospedali, nelle innumerevoli iniziative di solidarietà e di vicinanza ai poveri». E poi con il dialogo. Ecumenico e interreligioso. «Come vescovi siamo spesso tra i più forti sostenitori del dialogo», afferma Puljic.


Fra le proposte elaborate durante l’evento di Bari – annunciano il cardinale e l’arcivescovo – c’è quella di “avvicinare” le Chiese delle diverse rive. Con «gemellaggi di diocesi e parrocchie, scambio di sacerdoti, esperienze di seminaristi, forme di volontariato», rivela Pizzaballa. Che aggiunge: «“Venite e vedete” è il nostro motto». E il cardinale chiarisce: «Siamo lieti ogni volta che qualcuno visita le nostre Chiese e i nostri Paesi dimostrando che non siamo soli ma abbiamo comunità “più grandi” che sono pronte a difenderci in una relazione di fraternità». Infine la scelta di dare un seguito all’iniziativa voluta dalla Cei. Con lo scopo, conclude Pizzaballa, di «costruire un percorso comune dove far crescere nei nostri contesti lacerati una cultura di pace e comunione».





Lunedì, 24 Febbraio 2020

Pubblichiamo integralmente il testo del comunicato della presidenza Cei sul Coronavirus.

Davanti al diffondersi del Coronavirus, alla notizia dei primi decessi, alla necessità di tutelare la salute pubblica, arginando il più possibile il pericolo del contagio, in questi giorni – e in queste ore – si susseguono richieste relative a linee comuni anche per le nostre comunità ecclesiali.

Come Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana avvertiamo il dovere di una piena collaborazione con le competenti Autorità dello Stato e delle Regioni per contenere il rischio epidemico: la disponibilità, al riguardo, intende essere massima, nella ricezione delle disposizioni emanate.

Nel contempo, come Chiesa che vive in Italia, rinnoviamo quotidianamente la preghiera elevata ieri a Bari, nella celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre a conclusione dell’incontro del Mediterraneo: preghiera di vicinanza a quanti sono colpiti dal virus e ai loro familiari; preghiera per medici e infermieri delle strutture sanitarie, chiamati ad affrontare in frontiera questa fase emergenziale; preghiera per chi ha la responsabilità di adottare misure precauzionali e restrittive.

Ci impegniamo a fare la nostra parte per ridurre smarrimenti e paure, che spingerebbero a una sterile chiusura: questo è il tempo in cui ritrovare motivi di realismo, di fiducia e di speranza, che consentano di affrontare insieme questa difficile situazione.

La Presidenza della CEI

Roma, 24 febbraio 2020

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Lunedì, 24 Febbraio 2020

L’altra volta, il 7 luglio del 2018, il Papa lo aveva visto solo in tv, anche se la Messa si celebrava solo qualche centinaia di metri più in là, sul lungomare. Adesso, invece, la signora Margherita è stata più fortunata. Il grande palco con l’altare è proprio in fondo a corso Vittorio Emanuele II, dove si trova il suo ristorante. Lei se ne sta in piedi fuori dal locale, minuta e asciutta, uno scialle etnico sulle spalle e la crocchia di capelli neri neri. È una di quelle donne che sembrano fatte di niente, ma che niente – si capisce al primo sguardo – riuscirebbe a spezzare. Se qualcuno glielo chiede, presta volentieri una sedia per far fronte alla stanchezza che, dopo un po’, si fa sentire. Ma per il resto non c’è verso che si distragga. Mormora le orazioni, intona a voce bassa i canti. Ricorda la liturgia a memoria, non sbaglia una parola. Quando, a funzione ormai terminata, mi avvicino per dirle che è bello vedere qualcuno pregare così, lei ringrazia, risponde di essere «molto cristiana» e, con una punta di timidezza, chiede se sono sicuro che l’auto di Francesco passi di nuovo da dove è arrivata prima.

Nella domenica del Papa il corso è un Mediterraneo in miniatura. Un lato della strada in pieno sole, con qualche turista di passaggio che ne approfitta per una timida prova di abbronzatura. E un altro in ombra, di modo che a scaldarsi non bastano sciarpa e giubbotto. Riva sud e riva nord, ancora una volta, e ovunque tanti volti affacciati a balconi e finestre. Dalla parte più illuminata – e più vicina alla città vecchia – le case hanno un aspetto tradizionale e semplice: da lì spuntano famiglie abbigliate alla buona, a volte con addosso una tuta che potrebbe essere un pigiama. I loro dirimpettai stanno in palazzi più moderni e imponenti, segno delle trasformazioni urbanistiche che hanno investito Bari nel secondo Novecento. Da quegli interni spira un’aria formale, si intuisce che c’è stata una rete di inviti, il vestito buono è d’obbligo. Eppure Francesco parla a tutti, a tutti fa arrivare la sua voce che è già chiara durante l’incontro trasmesso dalla basilica di San Nicola («Guarda, guarda, sta scendendo nella cripta», commenta una donna quando i maxischermi restituiscono l’immagine della visita alla tomba del patrono). Il Papa saluta Bari come «capitale dell’unità» e Pietro, uno dei ministri straordinari dell’Eucarestia che tra poco si distribuiranno lungo il corso sotto tanti ombrelli bianchi, non trattiene l’orgoglio: «Lo dico sempre, io, che la nostra è una città importante…».

Ancora più forti le parole di Francesco risuonano durante l’omelia, incentrata su uno dei temi fondamentali del Pontificato, quell’«estremismo della carità» che, ripete il Papa, è «l’unico estremismo cristiano lecito: l’estremismo dell’amore». Tutt’intorno è ormai un pullulare di passeggini e carrozzine, di sgabelli più o meno improvvisati, di rare mascherine contro il coronavirus, di manipoli di giovani con zaini e zainetti. I più riconoscibili sono gli scout, che però questa volta, a differenza di quanto accaduto per la visita del Papa nel 2018, non sono coinvolti direttamente nell’organizzazione.

«Si tratta comunque di un’esperienza educativa – afferma uno dei responsabili dell’Agesci barese, Massimo Trotta –. Per i ragazzi è l’occasione di mescolarsi agli altri senza lasciarsi assorbire dal rumore di fondo». Che per l’intera mattina è molto debole, in effetti. Già un paio di ore prima che iniziasse la Messa, il corso trasmetteva la sensazione di una comunità ordinata, paziente e piena di speranza. Perché questo, in fondo, è il segno più evidente che le giornate di "Mediterraneo frontiera di pace" lasciano a Bari: una speranza che a tratti sconfina nell’entusiasmo. A un certo punto, anch’io vengo scambiato per uno di qui, tanto che una madre prova a presentarmi a un conoscente: «C’è pure mio figlio», annuncia indicandomi. L’equivoco si risolve in un sorriso, ma torna in mente il titolo di un piccolo classico locale, San Nicola è amante dei forestieri di Franco Sorrentino. Più mediterranei di così davvero non si potrebbe essere.
La Messa finisce, il Papa percorre un’ultima volta il corso. Anche la ragazza che si era intrufolata tra i fedeli per vendere i suoi palloncini annodati a forma di animali alza lo smartphone per scattare una foto. La signora Margherita applaude, si fa il segno della Croce e poi scappa in cucina, a preparare per mezzogiorno.





Lunedì, 24 Febbraio 2020

"Come Pastori delle Chiese che sono in Provincia di Foggia, dinanzi ai recenti avvenimenti criminosi, facciamo nostre le parole del Profeta Isaia: “Per amore del nostro popolo non possiamo tacere!”". Lo scrivono i cinque vescovi della Capitanata in una lettera che sarà letta in tutte le parrocchie in occasione del Mercoledì delle Ceneri e che indica l'impegno per la Quaresima. "Ognuno di questi giorni sia tappa di legalità". Un intervento importante, il primo di tutte le diocesi insieme su questo tema, un appello al "coraggio" e alla "speranza", che arriva dopo una serie di gravi e preoccupanti episodi che in questi mesi hanno colpito il Foggiano accendendo i riflettori su questa terra. Un documento che parla di "cultura della minaccia" e di "risposta omertosa della società civile" e che proprio per questo prende spunto già nel titolo ("Per amore del nostro popolo") dalle parole di Isaia, le stesse del famoso documento/denuncia di don Peppe Diana e dei parroci di Casal di Principe. E il parallelo non è una forzatura.

Gli arcivescovi di Foggia-Bovino e di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, Vincenzo Pelvi e Franco Moscone, e i vescovi di Cerignola-Ascoli Satriano, Luigi Renna, di Lucera-Troia, Giuseppe Giuliano e di San Severo, Giovanni Checchinato, partono proprio dalla denuncia di quanto sta accadendo. E usano parole forti. "Gli episodi gravi e inquietanti a cui assistiamo (omicidi, tentati omicidi sparatorie, atti intimidatori ed estorsioni, furti e riciclaggio di denaro proveniente da spaccio e ogni tipo di malaffare) rendono l’intero nostro territorio ad alta esposizione mafiosa e impongono di convertirci ad un modo di vivere più trasparente, caratterizzato da onestà, rettitudine e legalità, promuovendo una società più giusta e fraterna".

Una denuncia che si fa analisi, non solo dei comportamenti mafiosi, ma anche delle omissioni di tanti "Tra noi, la “cultura della minaccia” corrisponde all’agire della mafia e della criminalità organizzata in genere; mentre la “paura” è la risposta omertosa e malata della società civile, che pensando di difendersi, si dà per sconfitta di fronte al male". I vescovi denunciano "l'impoverimento" del territorio, "sempre più caratterizzato da meno servizi, meno infrastrutture, meno lavoro e meno prospettive per tutti", una situazione che "causa una “desertificazione strisciante”, ossia la fuga dei giovani". E questo non può che favorire le mafie. Così "la Chiesa si sente impegnata a risvegliare le coscienze, educare al senso civico, formare persone che abbiano iI coraggio di assumere la responsabilità di essere onesti cittadini, promuovere la missione della politica e costruire modelli sani di imprenditorialità".

Ricordiamo che nel Foggiano negli ultimi anni sono stati sciolti quattro comuni per infiltrazione mafiosa, e attualmente sono commissariati proprio Cerignola e Manfredonia, per stretti intrecci tra clan, politica e economia. Di fronte a questo i vescovi affermano che però "è possibile costruire un futuro diverso che semina e raccoglie frutti di legalità, sconfiggendo le “strutture di peccato" e innescando alleanze positive per riedificare nella giustizia la casa comune della nostra Terra di Capitanata".

Ed ecco allora un primo accorato appello. "Fratelli e sorelle, coraggio! Non ci manchi il coraggio di fare un serio esame di coscienza, di denunciare, reagire e agire". Partendo proprio dal giorno delle Ceneri per porsi due domande: "La mia vita cammina nella giustizia e nella legalità? Cosa faccio per il bene e per il cambiamento di questa situazione?". Con l'impegno "ad abbandonare il desiderio di dominare gli altri", imparando "a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli, che testimoniano quella cultura dell’incontro così da non ignorare i deboli, scartare i più fragili e gli ultimi, idolatrare il denaro". Parole chiare di fronte a gravissimi episodi di sangue, a vendette e faide.

Per una "conversione, la rivoluzione che più ci serve, quella della giustizia e della legalità". Che vuol dire anche "essere più attenti alla vita delle nostre città, con uno stile di partecipazione democratica che sappia parlare il linguaggio del “noi” e non frantumarsi in molteplici egoismi, che prendono il posto del diritto, rendendo quasi invisibile il confine tra legale e illegale".

E qui il riferimento alle amministrazioni colluse è evidente. Ma la denuncia è l'occasione per ripartire. "Capitanata, non lasciarti rubare la speranza - è il corale appello dei vescovi -. Possiamo rialzarci solo se camminiamo insieme, ciascuno per la propria parte, evitando scontri o contrapposizioni, creando alleanze con tutti coloro che amano le buone pratiche e i comportamenti virtuosi". Certi che "Dio ci custodisce anche nella valle oscura della vita e non permette che iI buio del cuore spadroneggi nel nostro territorio".





Lunedì, 24 Febbraio 2020

La nuova ordinanza della Regione Lombardia, attuata di concerto con il ministero della Salute Roberto Speranza, ed entrata in vigore domenica 23 febbraio alle 20 prevede la chiusura di ogni scuola di ordine e grado e delle università per una settimana. Oltre alla sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso. Infine anche la sospensione dei servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura.
Il provvedimento hanno validità di 7 giorni, aumentabili a 14. Analoga ordinanza con analoghe limitazioni è entrata in vigore anche in Veneto.

Dopo scuole, università, musei resterà chiuso anche il Duomo, il simbolo di Milano, che sbarrerà le porte in via precauzionale "almeno fino al 25 febbraio". La Veneranda Fabbrica del Duomo di concerto con il Capitolo metropolitano ha deciso però di lasciare aperta l'area riservata alla preghiera anche se "sono sospese le celebrazioni". Adeguandosi all'ordinanza regionale, anche il Patriarcato di Venezia ha deciso di chiudere anche la Basilica di San Marco "per evitare assembramenti". In una nota della diocesi si spiega che “l’accesso alle chiese sarà ordinariamente possibile, per chi vorrà recarvisi a pregare, salvo il principio di evitare assembramenti di persone, più probabili nel centro storico di Venezia essendo meta di visite turistiche. In tal senso anche la Basilica di San Marco non sarà accessibile”.

Dopo la sospensione delle Messe, in diocesi di Milano sono arrivate anche le disposizioni successive all'entrata in vigore dell'ordinanza regionale:
1. Che le chiese rimangano aperte
2. Che, negli oratori, non si prevedano incontri, iniziative, riunioni, annullando, in ogni caso, eventi precedentemente fissati
3. Che i funerali e i matrimoni possano essere celebrati, ma con la presenza dei soli parenti stretti

Sono sospesi convegni e riunioni di formazione a livello diocesano. Mentre è possibile seguire, nei prossimi giorni, la celebrazione eucaristica feriale sul portale della Diocesi di Milano www.chiesadimilano.it e, in video, su ChiesaTv (canale 195 del Digitale Terrestre).

Il pensiero della benedizione dell'arcivescovo di Milano, Mario Delpini: ecco il testo integrale.

Invoco la benedizione di Dio su questa nostra terra e su tutte le terre del pianeta.

In questo momento l’apprensione per sé e per i propri cari, forse persino il panico, si diffondono e
contagiano il nostro vivere con maggior rapidità e con più gravi danni del contagio del virus.

Invoco la benedizione di Dio per tutti:
la benedizione di Dio non è una assicurazione sulla vita, non è una parola magica che mette al riparo dai problemi e dai pericoli.
La benedizione di Dio è una dichiarazione di alleanza: Dio è alleato del bene, è alleato di chi fa il bene.
Invoco la benedizione di Dio sugli uomini di scienza e sui ricercatori.
La gente comune non sa molto di quello che succede, dei pericoli e dei rimedi di fronte al contagio.
Il Signore è alleato degli uomini di scienza che cercano il rimedio per sconfiggere il virus e il contagio.
In momenti come questi si deve confermare un giusto apprezzamento per i ricercatori e per gli uomini e le donne che si dedicano alla ricerca dei rimedi e alla cura dei malati.
Si può essere indotti a decretare il fallimento della scienza e a suggerire il ricorso ad arti magiche e a fantasiosi talismani. La scienza non ha fallito: è limitata.
Siano benedetti coloro che continuano a cercare con il desiderio di trovare rimedi, piuttosto che di ricavarne profitti. Certo si può anche imparare la lezione che sarebbe più saggio dedicarsi alla cura dei poveri e delle condizioni di vita dei poveri, piuttosto che a curare solo le malattie dei ricchi e di coloro che possono pagare.
Che siano benedetti gli scienziati, i ricercatori e coloro che si dedicano alla cura dei malati e alla prevenzione delle malattie.

Invoco la benedizione di Dio per tutti coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni.
La benedizione di Dio ispiri la prudenza senza allarmismi, il senso del limite senza rassegnazione. Il
consiglio dei sanitari e delle persone di buon senso suggerirà provvedimenti saggi.
Ogni indicazione che sarà data per la prevenzione e per comportamenti prudenti sarà accolta con rigore dalle istituzioni ecclesiastiche.

Invoco la benedizione di Dio su coloro che sono malati o isolati.
Vi benedico in nome di Dio perché Dio è alleato del desiderio del bene, della salute, della vita buona di tutti. Chi è costretto a sospendere le attività ordinarie troverà occasione per giorni meno frenetici: potrà vivere il tempo a disposizione anche per pregare, pensare. cercare forme di prossimità con i fratelli e le sorelle.

Mi permetto di invocare la benedizione del Signore
e di invitare tutti i credenti a pregare con me:

Benedici, Signore, la nostra terra, le nostre famiglie, le nostre attività.
Infondi nei nostri animi e nei nostri ambienti
la fiducia e l’impegno per il bene di tutti,
l’attenzione a chi è solo, povero, malato.
Benedici, Signore,
e infondi fortezza e saggezza
in tutti coloro che si dedicano al servizio del bene comune
e a tutti noi:
le sconfitte non siamo motivo di umiliazione o di rassegnazione,
le emozioni e le paure non siano motivo di confusione,
per reazioni istintive e spaventate.
La vocazione alla santità ci aiuti anche in questo momento
a vincere la mediocrità, a reagire alla banalità, a vivere la carità
a dimorare nella pace. Amen





Domenica, 23 Febbraio 2020

È morta a 97 anni compiuti, suor Maria Pia Giudici, coordinatrice della Casa di preghiera Eremo di San Biagio a Subiaco, una struttura gestita dalle Figlie di Maria Ausiliatrice che offre un luogo di preghiera e di accoglienza. Suor Giudici era nata a Viggiù (in provincia di Varese) il 30 settembre 1922. Lì ha trascorso la fanciullezza per poi trasferirsi con genitori a Milano, dove studiò prima dalle Suore Orsoline di San Carlo e poi dalle Salesiane, Figlie di Maria Ausiliatrice. Negli anni dell’Università (studiò presso la Cattolica di Milano e conobbe il fondatore padre Agostino Gemelli) e della gioventù maturò la vocazione alla vita religiosa. Entrata nella Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, le superiore decisero di farle continuare gli studi. Si laureò in Lettere e potè così insegnare sia a Milano sia a Lecco. Molto legata alle sue studentesse, si dedicò progressivamente anche al campo della comunicazione, organizzando cineforum e incontri con il mondo del cinema. È stata autrice anche di diversi testi letterari offrendo una galleria di ritratti di donne dalla grande fede. Nel tempo è diventata una figura di riferimento dell’Eremo di San Biagio.

La vita di suor Maria Pia Giudici è stata una preziosa grammatica di una vocazione profetica. Leggendo la sua recente biografia “Vivere in pienezza” (a cura di Alessandra Pagliari), troviamo una bellissima descrizione della chiamata accaduta in un rallentamento di una sua corsa in bicicletta perché un altro vento la toccò cambiando decisamente il corso della sua vita. Quella corsa e quel nuovo corso giungono fino all’ultimo grande canto-preghiera che chiude e sigilla le pagine, ciò che emerge è la sequela creativa e fedele di una voce: «Lodato sii, o mio Signore, / per la corsa veloce degli anni / trascorsi quassù: / è 'l’elisir' della pace vera; / e il 'pane' della Parola di Dio / spezzato per una vita semplice e sobria, / nuova oggi. E domani e sempre. / Lodato sii, o mio Signore, / per questa piccola e cara realtà di san Biagio, / dove tutto è all’insegna del 'gratuito' / e quel che vive è tutto ciò che Dio ci ha regalato. / Lodato sii, o mio Signore, / per tutto il gran bene che ho ricevuto dalla tua Parola / accolta, in prolungati tempi a volte, / e pregata al mattino e lungo il giorno / nella consapevole povertà del mio cuore».

Suor Maria Pia è stata nella sua lunga e feconda vita molte cose insieme: una suora salesiana, ma anche una scrittrice, poetessa, insegnante, maestra spirituale, mistica, e chissà quante altre ancora. Ogni persona non è mai un essere a una sola dimensione, ma quando si ha a che fare con vocazioni profetiche, la vita diventa un processo di scoperta di nuove dimensioni della personalità che si aggiungono alle precedenti, a formare nel tempo un albero che continua a crescere fino alla fine. Come per i profeti biblici (che suor Maria Pia ha sempre frequentato, e che sono personaggi vivi nelle sue parole), una vocazione cresce e si sviluppa dentro una o più comunità, a partire dalla prima comunità famigliare. È incarnata nella terra e nella storia di un luogo e di un tempo. Le sue parole sono incastonate nel vissuto quotidiano della propria gente. Dentro la prima comunità familiare avviene la prima chiamata 'in bicicletta'.

È l’evento fondamentale e assolutamente intimo. E dopo la vocazione troviamo ancora la comunità. I profeti non sono dei solitari, anche quando vivono in un 'eremo'. Non sono ammaestrati soltanto da Dio nel loro intimo, ma sono formati e plasmati dalle comunità concrete. Profeti si nasce, profeti si diventa, imparando nel tempo a essere ciò che si era già nel seno materno. Nella storia di suor Maria Pia troviamo parole di cielo e parole di terra. Lavoro, pubblicità, formicaio, sport, Einstein. Perché per imparare ad ascoltare il cielo e donare le sue parole agli uomini e alle donne, bisogna imparare a toccare la terra. È bellissimo scoprire nella vita di suor Maria Pia l’impasto di mistica ed economia, di spiritualità e boschi, a ricordarci che le sole parole che abbiamo per parlare di Dio (e per ascoltarlo) sono le nostre parole umane. La sua storia e il suo presente ci dicono che camminare nello spirito fa diventare più umani non più divini, più uomini e donne non più angeli. Un segno inequivocabile che stiamo camminando bene e nella direzione giusta è allora diventare sempre più appassionati di tutto ciò che è vivo, di ogni creatura, delle parole e delle opere degli uomini e delle donne. Ed è qui che ci si può incontrare davvero tra credenti e non credenti - come accade a San Biagio -. Si apprezza sempre più la bellezza ordinaria delle cose di tutti. Non si fugge dalla terra per cercare il cielo, ma si ringrazia il cielo per averci fatto scoprire e amare la terra. Si diventa ogni giorno più solidali con gli errori e i persino i peccati di tutti, e nulla di ciò che è vivo diventa forestiero e sconosciuto.

La vita dello spirito deve portare a benedire la vita, a girare per le strade ringraziando di essere circondati da cose che giorno dopo giorno abbiamo imparato a vedere come vive. A stimare e a ringraziare l’infinita bellezza vera che ci circonda, e provare un sincero dolore di doverla un giorno lasciare. Brutto e pessimo segno è invece quello di chi loda il cielo e maledice la terra, chi difende Dio e condanna gli uomini. Quando si parte seguendo una voce incontrata in una corsa diversa in un giorno diverso, si inizia in cielo e si finisce sulla terra - e se si resta in cielo occorre preoccuparsi molto. Ogni vocazione è una parola che si fa carne, un emigrante che lascia il cielo per la terra. Questo e molto altro ho imparato incontrando suor Maria Pia, incontrandola dentro l’ora et labora benedettino e salesiano, lasciandosi toccare e in-segnare dalle sue parole theofore, tutte cielo e tutte terra. San Biagio è l’eredità di suor Maria Pia: che non interrompa la sua corsa.





Sabato, 22 Febbraio 2020

Sono «le donne di Dio». O almeno così «ci chiamano i nostri fratelli musulmani», raccontano le carmelitane scalze di Tangeri in Marocco. Sorridono quando parlano del loro monastero affacciato sul Mediterraneo. Uno dei moltissimi che costellano il grande mare. Presìdi di preghiera, anzitutto. Ma anche spazi dove l’incontro con l’altro (spesso di un credo diverso), il dialogo senza barriere, l’aiuto agli ultimi sono pane quotidiano e diventano “motore” di riconciliazione. «Vivere in una comunità monastica significa spostare i confini, aprirsi ad altre prospettive, spingersi in un ascolto oltre il già noto – spiegano le agostiniane di Pennabilli nella diocesi di San Marino-Montefeltro –. La preghiera, in cui si avvicinano la sponda di Dio e quella degli uomini, è anche l’ambito in cui si avvicinano le sponde dei diversi mondi e territori che sono le persone e i popoli».

Alle religiose che vivono nel paese in provincia di Rimini si deve la rete di preghiera per la pace tessuta per accompagnare e sostenere i vescovi dell’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace”. Una proposta suggerita dal presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, che ha unito spiritualmente nove monasteri delle diverse sponde del mare dove in questi mesi si è pregato per la «Chiesa del Mediterraneo», come si legge nelle intercessioni in cui si invita a essere pronti a «dilatare il cuore di fronte a chi è diverso», ad avere «una continua tensione verso il perdono e la pace», ad «aprire finestre che permettano scambi di doni», a esercitare «il ministero dell’amicizia presso i popoli». Invocazioni di cui si sente l’eco fin qui a Bari e che sono risuonate fra Italia e Marocco, fra Israele e Palestina, fra Egitto e Siria, fra Libano e Albania dove si trovano le nove case “oranti”.

«Dobbiamo stabilire ponti eucaristici in mezzo ai popoli», affermano le sorelle e i fratelli della Piccola Famiglia dell’Annunciazione citando il loro fondatore don Giuseppe Dossetti. La comunità è a Ain Arik, piccolo villaggio della Palestina vicino a Ramallha circondato da check-point e insediamenti ebraici. E la prima sfida è rappresentata dal dialogo in un contesto musulmano: serve «assumere le sofferenze, le ferite, le paure dei nostri popoli», dicono. Ma avvertono: «La Chiesa deve svolgere un compito di vigilanza e profezia rispetto alla storia che la renda capace di smascherare ogni forma di ingiustizia».

A poche decine di chilometri le clarisse di Gerusalemme – dieci sorelle di cinque nazioni diverse – descrivono il loro monastero come un «luogo di incontro per persone di fedi diverse che vengono in parlatoio». E sono soprattutto ebrei, che le guardano «con rispetto, curiosità ma anche stima per la vita di preghiera». Così il quotidiano diventa un cammino «di conversione personale e comunitaria» nel segno dell’«accoglienza».

È quanto scrivono nel dossier che raccoglie le meditazioni sul Mediterraneo delle nove comunità. Il testo consegnato a Bassetti contiene anche un vero e proprio appello ai vescovi con una serie di proposte scaturite di fronte al tabernacolo: dal richiamo a «resistere alla moda e alle pressioni dei più forti» all’impegno ad «annunciare il Vangelo della prossimità». Il tutto alla scuola di Giorgio La Pira, ispiratore dell’evento pugliese, che nel 1965 esortava le claustrali a «una mobilitazione mondiale di preghiera per ottenere dal Signore la pace fra i popoli di tutto il pianeta».

La Chiesa è tenuta a «incontrare le diversità», dicono le clarisse di Scutari in Albania che in una terra a maggioranza musulmana hanno come priorità quella di «disinnescare le mine», confidano. Il che significa promuovere la fratellanza ma anche combattere «la povertà, la violenza nelle famiglie, la corruzione che crea ingiustizia», riferiscono le contemplative. Essere «accanto» è l’imperativo che vuol dire anche dare «voce agli scartati». E un’emergenza è l’emigrazione dei giovani. «Una vera e propria fuga che ha effetti di morte – sostengono – perché soffoca il futuro».

Alla porta delle carmelitane scalze di Tangeri, invece, bussano i migranti che arrivano dal cuore dell’Africa e sognano di attraversare lo stretto di Gibilterra. Come Sali, una donna camerunense che, immaginando di raggiungere l’Europa, era entrata in Marocco e la polizia l’aveva rispedita alla frontiera. «Ora lavora come cuoca con i frati francescani», raccontano soddisfatte le religiose. E annotano: «Quelle del Nord Africa sono Chiese piccole, spesso ritenute “più” inutili, che soffrono la persecuzione e sono generalmente incomprese». Invece hanno una missione: vivere il dialogo che «è vivere la gioia della fede», sottolineano.

Dalle agostiniane di Rossano Calabro giunge l’invito a «non restare ricurvi sulle nostre beghe territoriali, a diventare estroversi avendo a cuore ciò che di drammatico si consuma nelle terre lambite dallo stesso mare». E in Calabria le piaghe sono quelle dell’esodo dei giovani dal Mezzogiorno, della disoccupazione, della malavita, riferiscono le monache.

«Sperare esige coraggio. E il primo coraggio è quello della preghiera – osservano le agostiniane di Pennabilli –. La preghiera è una straordinaria scuola di alterità». Ecco perché «il riconoscimento e la difesa della dignità dell’altro» hanno bisogno del «lavoro paziente di una vita intera vissuta davanti a Dio». Poi, parafrasando il santo vescovo di Ippona che ha collegato le rive del Mediterraneo, ammoniscono: «Dove la carità non fa da nave, ad affondare non sono solo i barconi dei migranti ma la nostra umanità».

La rete spirituale per il grande mare

Monache carmelitane di Tangeri MAROCCO
Monache agostiniane di Rossano Calabro ITALIA
Monache agostiniane di Pennabilli ITALIA
Monache clarisse di Scutari ALBANIA
Monache clarisse di Alessandria d'Egitto EGITTO
Monache clarisse di Gerusalemme ISRAELE
Piccola Famiglia dell'Annunziata di Ain Arik a Ramallah PALESTINA
Religiose dell'Ordine maronita LIBANO
Monache carmelitane di Aleppo SITIA








Sabato, 22 Febbraio 2020

Una comunità messa a dura prova, eppure in grado di reagire. Questa sera al Rosario recitato presso la cripta della cattedrale di Lodi, sono arrivati tanti fedeli. Spontaneamente, senza paura. «Croce chiama risurrezione» dice il vescovo di Lodi, Maurizio Malvestiti, che ha guidato questo momento. La domenica senza Messe nei Comuni del Lodigiano in quarantena per il coronavirus può dunque diventare un’occasione. Il vescovo propone «intelligenza e spirito di sacrificio» per uscire da una fase difficile e del tutto imprevista. Usa una parola, «insieme», per evocare un percorso da compiere. «Insieme potremo superare la prova» sottolinea monsignor Malvestiti.

Qual è stata la sua reazione, quando ha saputo che l’emergenza coronavirus aveva colpito alcune comunità della sua diocesi?
Non nascondo il senso istintivo di indefinibile smarrimento. Un pericolo temibile ma tanto lontano, al quale ci stavamo purtroppo abituando con distacco, è entrato in "casa" in modo improvviso e subdolo, rivelandosi incontrollabile. Il pensiero è andato ai primi protagonisti di una vicenda comune di fragilità, che tenta di bloccare la vita, alle famiglie e comunità raggiunte da un’apprensione veramente grande. Ma – proprio perché ferite – si imponevano in me speranza e solidarietà a dire che "insieme" potremo superare la prova. Come vescovo ho sentito subito l’imperativo di rincuorare, indicando la risorsa insuperabile della preghiera, che non distrae dalla preoccupazione, ma riunisce tutte le forze per fronteggiarla col realismo della serenità.

La rinuncia alla Messa domenicale è un fatto epocale, peraltro in un contesto in cui la dimensione comunitaria è storicamente molto sentita. Con che spirito vi apprestate a viverlo?
Il provvedimento è del tutto insolito. Non mancherà, tuttavia, di riferirci all’essenziale del vivere e del credere, al senso di un’appartenenza mai scontata e alla fortuna di una condivisione, come quella eucaristica, che sulla pelle dell’esistenza assicura che non siamo soli. Ho raccomandato lo spirito di servizio all’insieme ecclesiale e sociale che formiamo, invitando alla preghiera personale e familiare, seguendo la Messa grazie ai mezzi di comunicazione (in collegamento radio per alcune parrocchie), pronti ad assisterci vicendevolmente con piena responsabilità e massima prudenza.

Ci sono pagine delle Scritture che vi sono di ispirazione, in un momento come questo?
Venerdì sera ho celebrato nella cripta della cattedrale per tutti i colpiti dal virus, come per le vittime, nello sguardo globale assunto dalla calamità. Ma anche per gli operatori sanitari e pubblici, con familiari e volontari, e per i ricercatori che fiduciosi nella scienza stanno con abnegazione tentando di trovare il rimedio. I salmi del venerdì alludono alla passione che precede la pasqua: croce chiama risurrezione. Sono eloquenti sull’uomo e sul suo cammino. Ho chiesto per tutti allo Spirito del Signore un poco di umiltà tra le immense possibilità che abbiamo per misurare con sapienza la vita. E di suggerirci comunque che "tutto concorre al bene per coloro che amano Dio".

Quale può essere l’antidoto alla paura? Teme l’effetto psicosi nella popolazione?
L’effetto è in atto ovunque. Poi arriva inesorabile l’assuefazione al disagio, pur grave. Propongo sempre intelligenza e spirito di sacrificio, ad ogni livello, per coordinare le forze che non mancano in una alleanza "determinata" con la tutela pubblica, che si è rivelata pronta all’emergenza.

Quali segnali avete dalle autorità? Le attività pastorali degli oratori quando potranno riprendere?
I vescovi di Cremona, Crema e Lodi hanno offerto indicazioni di seria collaborazione con tutte le Pubbliche Istanze. Si procede in pieno accordo. Le parrocchie nei Comuni interessati alle restrizioni, mentre ne rimangono incerti i termini temporali, adotteranno ogni cautela preventiva in sintonia coi rispettivi municipi. I segnali finora sono rincuoranti.





Sabato, 22 Febbraio 2020

Comunque la si guardi, a dispetto dei contagi probabilmente destinati a crescere, oltre la paura e le logiche precauzioni, per l’uomo di fede questa crisi porta con sé un unico punto fermo: Dio sta con chi soffre. È accanto alle persone che temono per la salute propria e dei loro cari. Non dimentica neppure quanti, magari esagerando un po’, scelgono di autoisolarsi nel timore di essere colpiti da un virus tanto subdolo quanto sconosciuto.

Vanno in questa direzione, cioè nel senso di una religione calata nel quotidiano, le misure precauzionali adottate da diocesi e comunità. Scelte, indicazioni che non vogliono alimentare le psicosi ma, al contrario si propongono di rendere più praticabile il cammino delle parrocchie. A partire naturalmente dalla Messa domenicale, cuore settimanale della vita comunitaria.

Ecco allora l’invito che per voce del vicario generale monsignor Franco Agnesi, l’arcidiocesi di Milano rivolge ai fedeli. «In considerazione delle circostanze che si stanno creando e in evoluzione, dovute al contagio da COVID-19 (Coronavirus) presente anche nel nostro territorio – recita il comunicato – si suggerisce che la Comunione eucaristica possa essere distribuita sulla mano, secondo le norme liturgiche vigenti». Questo per evitare che la saliva, come potrebbe accadere nel caso della particola ricevuta in bocca diventi strumento di diffusione dell’infezione.

Sulla stessa linea ma più ferme le misure del vescovo di Piacenza-Bobbio monsignor Gianni Ambrosio che ha disposto «la sospensione delle attività di catechismo, di gruppo e altre occasioni aggregative (attività di oratorio, feste …)», aggiungendo, per la Messa, che «la Comunione sia distribuita solo sulla mano e si eviti lo scambio di pace». Misura, quest’ultima, presa per evitare la diffusione del virus tramite il sudore.

Dall’Emilia al Veneto dove il pastore di Vicenza monsignor Beniamino Pizziol d’intesa con il prefetto e l’Ulss berica, ha deciso di sospendere l’amministrazione delle Cresima prevista oggi in Duomo mentre il patriarcato di Venezia, nell’attesa «di eventuali indicazioni dalla prefettura» suggerisce di lavarsi accuratamente le mani evitando contatti inutili, come lo scambio della pace. Gesto che, si ricorda, è facoltativo.

E se la diocesi piemontese di Vercelli decide di svuotare le acquasantiere, più drastiche appaiono le decisioni della Chiesa di Cremona, che ha disposto la sospensione delle celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia nella città capoluogo mentre nelle altre comunità della diocesi i parroci sono tenuti a rispettare le disposizioni comunali e ad adottare le già viste misure precauzionali: Comunione in mano, astensione dallo scambio della pace e acquasantiere vuote.

Sulla stessa linea, tornando in Veneto, la Nota del vescovo di Padova. Fermo restando il rispetto da parte dell’intera diocesi delle decisioni dei comuni e le precauzioni durante le Eucaristia monsignor Claudio Cipolla stabilisce che nel comune di Vo’, dove si è registrata la prima vittima, non siano possibili celebrazioni pubbliche. Il che non significa, e vale per tutta Italia, rinunciare alla celebrazione eucaristica ma farlo nei modi possibili. In particolare tramite la tv, via radio o attraverso la Rete.








Sabato, 22 Febbraio 2020

È «Ad astra» di James Gray con Brad Pitt il secondo film del ciclo di 15 racconti di "eroi del quotidiano" scelto dalla Commissione nazionale valutazione film (Cnvf.it) della Cei come approfondimento sul tema del Messaggio di papa Francesco per la 54esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali in programma il 24 maggio, «"Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria" (Es 10,2). La vita si fa storia». «L’opera, ammantata di un alone avventuroso sulla frontiera dello Spazio – spiega la scheda della Commissione Cei – è in verità un diario di bordo, un racconto del protagonista e delle sue fratture, degli irrisolti esistenziali a cominciare dalla famiglia. Un vibrante viaggio nel cuore del cosmo, che si rivela un viaggio nel cuore e nell’animo umano in cerca di pace e riconciliazione».
Il progetto elaborato dalla Commissione valutazione film per sale della comunità, parrocchie, famiglie, centri culturali e scuole prevede che sul suo sito l’organismo dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei pubblichi ogni venerdì una scheda per la lettura di uno dei 15 film in chiave educativa e pastorale. Le proposte di visione sono rivolte a sale della comunità, parrocchie, centri culturali, scuole ma anche famiglie e gruppi di persone che vogliono cogliere l’occasione di riflettere sui molti spunti offerti dal Messaggio del Papa – sui temi della narrazione e della memoria – incrociando le sue parole con i temi dei film selezionati dalla Cei.
Ecco la scheda della Cnvf su «Ad astra».





Sabato, 22 Febbraio 2020

«Stupore e dolore». È quanto esprimono i vescovi di Francia alla notizia dell’indagine aperta dalla comunità “L’Arca” sul comportamento del loro fondatore il canadese Jean Vanier (1928-2019) nei confronti di diverse donne, nel corso degli anni, un comportamento che mescola un esercizio improprio del potere e abuso sessuale «in continuità con la relazione spirituale che Jean Vanier ebbe con il padre Thomas Philippe, domenicano, e sotto l’influenza delle dottrine perverse di quest’ultimo».

In una dichiarazione del Consiglio permanente della Conferenza episcopale francese (Cef), i vescovi «ringraziano le donne vittime di Jean Vanier che hanno avuto il coraggio interiore di parlare di ciò che hanno sofferto» e a nome di tutti i vescovi di Oltralpe, «assicurano la loro compassione per le donne che sono state così maltrattate. Esprimono la loro determinazione ad agire in modo da far luce». Una notizia vissuta soprattutto con «immensa tristezza» per tutto il bene fatto dall’Arca di Jean Vanier in tutto il mondo: è quanto ha confidato al quotidiano La Croix il presidente della Conferenza episcopale francese l’arcivescovo di Reims, Éric de Moulins-Beaufort.

Erano stati i leader della comunità de L’Arche (questo il nome in francese di questa istituzione presente anche in Italia a Roma, Cagliari e Bologna e nota in tutto il mondo per accogliere le persone con disabilità intellettive in tutto il mondo) a rendere pubbliche le conclusioni dell’inchiesta da loro affidata a un organismo esterno e indipendente. Da questa indagine emerge che le donne aggredite sessualmente da Thomas Philippe hanno raccontato anche abusi sessuali commessi da Jean Vanier, «generalmente nell’ambito di un accompagnamento spirituale».

Nella nota, i vescovi di Francia esprimono la loro fiducia nelle comunità de “L’Arche” che ha la sua sede centrale a Parigi, e soprattutto «la loro stima per i responsabili di questa istituzione che hanno preso sul serio la testimonianza ricevuta» dalle vittime. «I vescovi ringraziano i leader dell’associazioni per averli informati» e ribadiscono che «alla fine di questa indagine, non c’è nulla che indichi che le persone disabili siano state vittime di atti inappropriati da parte di Jean Vanier».

La Conferenza dei vescovi di Francia (Cef) collaborerà con la Conferenza dei religiosi di Francia, con l’Ordine dei frati predicatori e la Congregazione dei Fratelli di San Giovanni «per continuare la necessaria opera di chiarimento» sul padre domenicano Thomas Philippe, morto nel 1993, e già riconosciuto responsabile di abusi nel 1956.





Sabato, 22 Febbraio 2020

È solo l’inizio. O, come dice il cardinale Gualtiero Bassetti, «il primo passo». Si conclude domani alla presenza di papa Francesco l’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che ha radunato a Bari cinquantotto vescovi di venti Paesi affacciati sul grande mare in rappresentanza di tre continenti: Europa, Asia e Africa. «È la prima volta che accade nella storia», dice soddisfatto l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme, uscendo dal Castello Svevo che ha fatto da cornice ai lavori. Ma non sarà l’ultima. «Come pastori siamo convinti che sia l’esordio di un cammino che era necessario intraprendere per dare risposte alle attese delle nostre Chiese e ai problemi della società», spiega il presidente della Cei incontrando la stampa. Con un’«arma» in mano, dice il cardinale: il «Vangelo». E Bassetti ci sarà. Perché non sono previste le sue dimissioni da presidente della Cei al termine del G20 ecclesiale in terra pugliese, come in queste settimane voci pilotate avevano ipotizzato. «Concludere il mandato – spiega di fronte ai giornalisti – non dipende da me, ma eventualmente dalla mia salute o dal Papa. Ma io di salute sto bene. E quindi cercherò di adempiere al compito che mi è stato dato».

Stamani le giornate “sinodali” dei pastori delegati si sono chiuse approvando il documento finale che verrà consegnato al Papa nella Basilica di San Nicola. Un testo che è stato deciso di non rendere noto e che raccoglie sensibilità diverse su numerosi temi, come hanno riferito i vescovi: dai migranti al dialogo fra le fedi, dal dramma della guerra allo sfruttamento, dalla trasmissione della fede al sostegno ai poveri. O, ancora, «l’attenzione ai giovani e alla famiglia», la condanna della «produzione delle armi» e soprattutto «la pace, la questione più importante, che va continuamente conquistata», sottolinea Bassetti. I numerosi punti di vista sono confluiti in un “messaggio” condiviso da tutti i vescovi. «La notte ha davvero portato consiglio ed è stata efficace la nostra preghiera – fa sapere il presidente della Cei –. Quindi siamo arrivati a un punto d’appoggio sostanzioso scrivendo una pagina veramente bella». Che viene affidata al Papa.


«La gente si aspetta molto da noi», gli fa eco il cardinale Luis Raphaël Sako, patriarca di Babilonia dei caldei. E chiarisce: «Non siamo politici ma talvolta siamo più importanti delle autorità civili che, una volta elette, non fanno gli interessi del popolo ma quelli personali». Scherza il cardinale Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat in Marocco: «Sapete che qui abbiamo messo insieme una crociata e la jihad…». Si tratta di un gioco di parole prendendo spunto dai nomi di due vescovi che hanno partecipato: Mariano Crociata e Youhanna Jihad Battah, arcivescovo di Damasco dei siri. López Romero racconta della «sofferenza delle Chiese del Medio Oriente» toccata con mano durante il dibattito. Comunità piegate dai conflitti, dalla miseria, dalle persecuzioni, dalla fuga dei fedeli. Ma anche la presa di coscienza del ruolo che oggi hanno le Chiese del Nord Africa: sono «quasi invisibili e piccolissime in una terra musulmana ma possono spronare alla speranza le “vecchie” Chiese dell’Europa», sostiene l’arcivescovo di Rabat.


Anche il fenomeno migratorio è parte dell’agenda. «L’accoglienza non basta – afferma Bassetti riferendosi ai profughi che giungono in Europa –. Servono integrazione e accompagnamento. Occorre creare un clima di famiglia intorno a loro, di amicizia e di affetto. Se nell’accoglienza di chi fugge alla Siria o dall’Iraq si coinvolgessero sempre più le nostre famiglie, sarebbe molto interessante». E, rispondendo a una domanda sui decreti sicurezza, il presidente della Cei avverte che «vanno rivisti insieme ad altre cose. Cambiare è segno di una mentalità dinamica che affronta le situazioni per ciò che sono». La prospettiva di Sako è quella di chi vede l’Iraq svuotarsi. «Per l’Occidente il migrante è un peso, per noi una perdita», afferma. E spiega che all’origine dell’esodo c’è la guerra. «Una guerra che si combatte per meri interessi economici e non certo per i diritti umani», denuncia.

Altra questione entrata nel dibattito è il dialogo con il mondo musulmano. López Romero descrive l’islam «moderato» del Marocco e parla del Documento di Abu Dhabi come di «una bomba che farà sentire i suoi effetti fra dieci o quindici anni» invitando a estenderlo anche agli sciiti e a inglobare nella sfida della “fratellanza umana” persino ebrei o buddisti. Poi chiede di passare dalla «tolleranza» all’«amicizia con i fratelli musulmani». La «convivenza è possibile», ripete Sako. E precisa che «non tutto l’islam è Daesh» anche se ha necessità di «una nuova lettura della propria fede che si concili con società plurali».


Allora si torna al bisogno di dare un seguito all’Incontro ispirato a Bassetti dal sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira, che sembrava un «sogno fino a poco tempo fa», sostiene il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado. Tra le proposte del cardinale quella di costituire un forum in ogni Conferenza episcopale nazionale «per affrontare i temi emergenti». O, secondo il patriarca, di creare un comitato che possa seguire l’attività dei vescovi delle Chiese del Mediterraneo. «Non sono stati programmati altri momenti per adesso – annuncia il presidente della Cei –. Ma abbiamo ipotizzato gemellaggi fra le diocesi delle diverse sponde o scambi di giovani e studenti».


In quest’ottica va l’opera che la Cei lascia in eredità come segno dell’evento di Bari: un percorso di formazione per dodici ragazzi scelti fra Balcani, penisola turca, Medio Oriente e Nord Africa che, grazia al coordinamento della Caritas italiana, trascorreranno nove mesi nello studentato internazionale di Rondine-Cittadella della pace, il laboratorio della riconciliazione alle porte di Arezzo che da venti anni fa vivere fianco a fianco i giovani con il loro “nemico”. «Accettiamo la sfida di dimostrare che lo spirito di fraternità è più forte degli odi e delle divisioni», afferma il presidente Franco Vaccari. E il direttore della Caritas italiana, monsignor Francesco Soddu, rivela che lo scopo è di «preparare le future classi dirigenti che saranno a fianco delle Chiese del Mediterraneo». Poi spiega: «Non si tratta di semplici borse di studio ma di un vero itinerario che coinvolgerà giovani rappresentativi di gruppi sociali antitetici e pertanto più bisognosi di incontro». Il progetto durerà due anni e partirà a marzo. Dopo il periodo trascorso a Rondine (da settembre 2020 a giugno 2021) durante il quale i giovani studieranno all’Università di Siena, è previsto il loro ritorno nei Paesi di provenienza dove verranno seguiti in un percorso di ricaduta e faranno parte di una rete. Coinvolta anche l’Università Cattolica di Milano che, attraverso il Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia, proporrà una valutazione scientifica del metodo Rondine. Così «cominciamo un percorso», dice Soddu. Come avviene con l’Incontro di Bari che è stato quasi un miracolo. Quello che farà proclamare beato La Pira? Chissà.





Sabato, 22 Febbraio 2020

La religiosa con le radici in Italia e il cuore in America Latina. Il primo martire laico di origine indiana. L’adolescente appassionato di informatica, già proposto come patrono di internet. Il gesuita salvadoregno il cui assassinio fu decisivo nella scelta degli ultimi da parte dell’arcivescovo Romero. A leggere l’elenco dei prossimi santi e beati annunciati dalla Sala Stampa vaticana, si resta colpiti dalla fantasia con cui lo Spirito agisce in chi sceglie di donarsi a Dio e agli altri. Sacerdoti e consacrate, giovani e fondatori di Istituti religiosi, davvero l’azione della grazia non conosce ostacoli se la si lascia agire. La conferma arriva dopo l’udienza concessa dal Papa al cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Un incontro durante il quale il Papa ha autorizzato la promulgazione dei decreti che aprono le porte a due nuovi santi e a quattro beati. In particolare i santi sono suor Maria Francesca di Gesù (al secolo: Anna Maria Rubatto), fondatrice della Suore Terziarie Cappuccine di Loano e l’indiano Lazzaro, detto Devasahayam martire laico vissuto nel 18° secolo.

Chi è suor Rubatto, fondatrice delle Terziarie Cappuccine di Loano

Suor Rubatto era nata a Carmagnola, in Piemonte il 14 febbraio 1844. Rimasta orfana venne accolta dalla sorella Maddalena a Torino, dove tra l’altro svolse i servizi di collaboratrice, dama di compagnia e consigliera per l’amministrazione della nobildonna Marianna Costa Scoffone. Passava però le estati a Loano, in provincia di Savona, dove cominciò a frequentare la chiesa del Cappuccini assistendo gli ammalati e i bambini abbandonati. Di qui la scelta della via religiosa alla guida di un piccolo gruppo di ragazze che iniziavano la vita comunitaria come terziarie cappuccine. Entrata in noviziato nel 1885 Anna Maria prese il nome di suor Maria Francesca di Gesù. Grazie a lei nacquero dunque le «Suore cappuccine di madre Rubatto» al cui servizio la fondatrice rivelò grandi doti di innovazione e coraggio spendendosi personalmente nell’attenzione agli ultimi, ai più poveri cui testimoniava il vangelo di Gesù a partire dalle opere di carità. Si racconta in particolare che si recasse tra i pescatori per istruirli nella vita cristiana sino a far loro ricevere i Sacramenti. Ben presto l’Istituto religioso fondato da suor Rubatto si allargò all’America latina. Ella stessa di recò come missionaria tra gli indios in Uruguay morendo a Montevideo il 6 agosto 1904. Era stata proclamata beata il 10 ottobre 1993.

Chi è Lazzaro, l'indiano "aiuto di Dio"

È invece indiano, laico e padre di famiglia, l’altro prossimo santo. Si tratta di Lazzaro detto Devasahayam cioè aiuto di Dio, Pillai. Nato a Nattalam, in India, il 23 aprile 1712, di religione indù era un funzionario ufficiale di servizio presso il palazzo reale. Convertitosi al cristianesimo durante la persecuzione contro i seguaci di Gesù nello stato indiano di Travancore, iniziò un’intensa opera di evangelizzazione, scelta che ne decretò la condanna e l’arresto per alto tradimento. Per tre anni fu torturato fino ad essere ucciso, fucilato il 14 gennaio 1752. Era stato beatificato il 2 dicembre 2012 a Nagercoil presso Kottar.

Chi sono i quattro nuovi beati

Nessun dubbio comunque che altrettanto noti, se non di più, siano anche i nuovi futuri beati. In particolare padre Rutilio Grande era un sacerdote gesuita più volte richiamato nella sua predicazione da papa Francesco. Nato nel 1928 in San Salvador, il sacerdote si spese per portare la testimonianza del Vangelo tra i diseredati creando équipe di sacerdote e laici che insegnavano a leggere la Bibbia secondo il metodo del guardare, giudicare e agire. Inimicatosi il potere politico per i suoi richiami alla giustizia sociale, fu ucciso in un agguato insieme a due collaboratori laici che viaggiavano con lui, e riconosciuti martiri a loro volta, il 12 marzo 1977. Altri due beati sono dunque i collaboratori di Rutilio uccisi insieme a lui.

Ma molto noto in tutto il mondo, specie tra i giovani, è Carlo Acutis, l’adolescente appassionato di informatica morto a Monza, appena 15enne, il 12 ottobre 2006. Un ragazzo come tanti, diventato presto un modello di vita praticabile per tutti i giovani. Particolarmente popolari e raccolti anche nelle sue biografie alcune frasi-slogan tra cui: “Non io ma Dio”. “Tutti nasciamo originali, molti moriamo fotocopie”. “L'Eucaristia è la mia autostrada per il cielo”.

La notizia della sua beatificazione oggi unisce in un unico grande "grazie" le diocesi di MIlano e di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino. Proprio nella città del poverello infatti, presso il Santuario della Spogliazione sono conservati i resti mortali di Carlo. Decisiva per la salita agli onori degli altari, la guarigione avvenuta per sua intercessione in Brasile di un bambino. Acutis, appassionato di informatica al punto da essere proposto come patrono di internet, morì a seguito di una leucemia fulminante.

Chi sono i 4 servi di Dio che divengono venerabili

Incontrando il cardinale Becciu il Papa ha anche autorizzato i decreti che riconoscono l’eroicità delle virtù di quattro servi di Dio che divengono dunque venerabili. Sono:

Emilio Venturini, sacerdote diocesano, fondatore della Congregazione delle Suore Serve dell’Addolorata; nato a Chioggia il 9 gennaio 1842 e ivi morto il 1° dicembre 1905;

Pirro Scavizzi, sacerdote diocesano; nato a Gubbio il 31 marzo 1884 e morto a Roma il 9 settembre 1964;

Emilio Recchia, sacerdote professo della Congregazione delle Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo; nato a Verona il 19 febbraio 1888 e ivi morto il 27 giugno 1969;

Mario Hiriart Pulido, Laico; nato a Santiago del Cile il 23 luglio 1931 e morto a Milwaukee (Stati Uniti d’America) il 15 luglio 1964.





Sabato, 22 Febbraio 2020

Sarà beato il giovane Carlo Acutis; ha dato il via libera il Papa che ieri, ricevendo il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato il Dicastero a promulgare i rispettivi Decreti, riguardanti il miracolo attribuito all'intercessione di Carlo Acutis, laico, e insieme a questo il martirio di padre Rutilio Grande. Insieme a quest'ultimo saranno beatificati anche due compagni laici, uccisi con lui nel 1977, in odio alla fede, nel Salvador.

Il venerabile Carlo è sepolto al Santuario della Spogliazione di Assisi. "Una gioia grande per questa Chiesa particolare - scrive la diocesi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadini - , che lo ha visto camminare sulle orme di San Francesco verso la santità. Una gioia grande per la Chiesa ambrosiana, che gli ha dato i natali e lo ha accompagnato nel suo incontro con Gesù. Una gioia grande per gli ormai tanti devoti di Carlo in tutto il mondo. Una gioia grande soprattutto per i giovani, che trovano in lui un modello di vita".

Noti alcuni i suoi "slogan": “Non io ma Dio”, "Tutti nasciamo originali, molti moriamo fotocopie”. “L’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo”. Al Santuario della Spogliazione - conferma la diocesi - Carlo sta già attirando migliaia di giovani e devoti da tutto il mondo. "Mi auguro - conclude monsignor Domenico Sorrentino - che la sua beatificazione possa farne ancor più un punto di riferimento e un incoraggiamento alla santità. Essa è vocazione per tutti. Anche per i giovani".

Acutis è uno dei giovani indicati da Papa Francesco come modelli nella Christus vivit, insieme a tre italiani (san Domenico Savio e i beati Piergiorgio Frassati e Chiara Badano) e altre figure, europee ed extraeuropee. In virtù della sua buona frequentazione della Rete è stato proposto come patrono di Internet.

La vita di Carlo Acutis (di Andrea Galli)

Carlo Acutis è morto il 12 ottobre 2006 a Monza; aveva 15 anni ed è spirato a causa di una leucemia fulminante. Una tragedia, umanamente parlando. Una fine assurda per la repentinità e per la parabola che si veniva ad interrompere, così in ascesa, così ricca di prospettive.

Rampollo di una famiglia di primo piano del mondo finanziario italiano, adolescente prestante, dal carattere vivace e particolarmente socievole, Acutis era un ragazzo che, come si suol dire, avrebbe potuto fare di tutto nella vita. Ma Dio aveva su di lui un piano diverso.

"La sua fama di santità è esplosa a livello mondiale, in modo misterioso – spiegava qualche tempo fa
monsignor Ennio Apeciti, responsabile dell’Ufficio delle cause dei santi dell’arcidiocesi di Milano -come se Qualcuno, con la “Q” maiuscola, volesse farlo conoscere. Attorno alla sua vita è successo qualcosa di grande, di fronte a cui mi inchino».

Carlo, nato a Londra nel 1991, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro, fu segnato da una pietà profonda quanto precoce. Fece la Prima Comunione, con un permesso speciale, a sette anni. Fu un adolescente da Messa e Rosario quotidiani. Maturò un amore vivo per i santi, per l’Eucaristia, fino ad allestire una mostra sui miracoli eucaristici che oggi è rimasta online e ha avuto un successo inaspettato, anche all’estero.

Sportivo e appassionato di computer, come tanti coetanei, brillava per la virtù della purezza. Padre Roberto Gazzaniga, gesuita, incaricato della pastorale dell’Istituto Leone XIII, storica scuola della Compagnia di Gesù a Milano, ha ricordato così l’eccezionale normalità di Acutis, arrivato lì, a liceo classico, nell’anno scolastico 2005-2006: «L’essere presente e far sentire l’altro presente è stata una nota che mi ha presto colpito di lui». Allo stesso tempo era «così bravo, così dotato da essere riconosciuto tale da tutti, ma senza suscitare invidie, gelosie, risentimenti. La bontà e l’autenticità della persona di Carlo hanno vinto rispetto ai giochi di rivalsa tendenti ad abbassare il profilo di coloro che sono dotati di spiccate qualità».

Carlo inoltre «non ha mai celato la sua scelta di fede e anche in colloqui e incontri-scontri verbali con i compagni di classe si è posto rispettoso delle posizioni altrui, ma senza rinunciare alla chiarezza di dire e testimoniare i principi ispiratori della sua vita cristiana». Il suo era «il flusso di un’interiorità cristallina e festante che univa l’amore a Dio e alle persone in una scorrevolezza gioiosa e vera. Lo si poteva additare e dire: ecco un giovane e un cristiano felice e autentico».

Grazie al suo esempio e al suo carisma anche il domestico di casa Acutis, un induista di casta sacerdotale bramina, decise di chiedere il battesimo. In ospedale, posto di fronte alla morte, nella tenerezza dei suoi 15 anni, Carlo disse: «Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore, per il Papa e per la Chiesa, per non fare il purgatorio e andare dritto in paradiso». Scrisse un giorno questa frase: «Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie». Non fu il suo caso.





Sabato, 22 Febbraio 2020

«Che beddru stu mantu e largu quantu u mari. N’aviti a riparari, Matri di carità» .Così cantano i fedeli a Castellammare nell’inno di lode del Rosario tradizionale in lingua siciliana che si tramanda da secoli in onore della loro patrona, la Madonna del Soccorso.

Oggi questo manto, invocato «grande quanto un mare» per dire la smisurata accoglienza misericordiosa della Madonna verso il suo popolo, si vuole realizzare concretamente ed un’associazione cittadina, che si chiama appunto "quantummàri", ha già lanciato la proposta. Non si tratta di una semplice raccolta fondi per finanziare la realizzazione di un pregiato manufatto artistico: protagonisti della "tessitura" del mantello della Madonna saranno tutti i cittadini.

«L’esterno del manto sarà realizzato dalle monache clarisse di Alcamo che con perizia antica, da vere artiste del ricamo, sapranno cucirlo al meglio» spiega Baldo Sabella, presidente dell’Associazione. Ma il dono che tutta la comunità vuole "tessere" per la sua patrona mette insieme la forte simbologia dei gesti devozionali con l’esigenza di rivestire la pietà popolare della vita concreta, di sentire la propria vita incastonata con quella della comunità, in una fede che ha radici comuni e che si esprime in un unico sentire.

«La parte interna del mantello sarò formato da vari pezzi di stoffa che i cittadini vorranno donare alla Madonna: può essere un lembo di un vestito da sposa, un pezzo di una tuta da lavoro – aggiunge Chiara D’Angelo –. Ognuno può offrire una stoffa che gli è particolarmente cara o che è simbolo di qualcosa, o di qualcuno, di significativo che si vuole affidare alla protezione della Madonna, aggiungendo il suo nome e spiegando, se vuole, il motivo del dono. Vogliamo che nessuno si senta escluso da questo abbraccio della nostra Madonna e che lì sotto il suo manto ognuno possa dire "ci sono anch’io". Un patchwork di tessuti e colori, un mosaico di vita, di attese e di gratitudine».

La raccolta si concluderà il 13 maggio, festa della Madonna di Fatima. Da quel giorno le stoffe raccolte saranno portate nella vicina Alcamo, presso il Monastero "Santa Chiara" dove le clarisse inizieranno il delicato lavoro di cucitura interno e procederanno alla realizzazione "tradizionale" dell’esterno.

Il mantello sarà donato alla patrona il prossimo 13 luglio, giorno in cui si celebra l’anniversario di un evento prodigioso avvenuto, secondo la tradizione, nel 1718 quando la Madonna apparve sulla Marina facendo fuggire alcune navi inglesi che volevano attaccare la città, salvandola dalla distruzione.

L’evento viene celebrato con una rievocazione di forte impatto: la marina con le navi sul golfo e il bastione del castello si prestano infatti scenicamente al racconto corale dell’intervento che sancì la protezione mariana sulla città «l’esigenza spirituale di questa iniziativa è ricucire il senso di comunità con un gesto semplice ma tangibile – spiega don Fabiano Castiglione, parroco della Chiesa Madre dedicata alla Madonna del Soccorso – un atto di devozione con cui vogliamo rinnovare la nostra richiesta di patrocinio a Maria».








Sabato, 22 Febbraio 2020

L’elenco è dettagliato e arriva al termine di una nota del vescovo di Lodi, Maurizio Malvestiti. «Nelle parrocchie situate nei Comuni di Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova de’ Passerini (finora indicate dalle Autorità) non saranno possibili "pubbliche celebrazioni" nemmeno domenicali. I fedeli ivi residenti sono dispensati dal precetto di partecipare alla Santa Messa».

In questo modo, la diocesi recepisce quanto previsto al punto primo dell’ordinanza firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, e dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Il testo recita testualmente: «Sospensione di tutte le manifestazioni pubbliche, di qualsiasi natura, comprese le cerimonie religiose».

Per questioni di pubblica sicurezza, dunque, ad alcune comunità del basso Lodigiano verrà chiesto di rinunciare all’Eucarestia domenicale.

«Certamente ci sarà anche qualche sacrificio da affrontare» aveva anticipato in giornata il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, intervenendo da Bari sulla vicenda delle persone contagiate nel nord Italia.

Il cardinale aveva innanzitutto sottolineato che la Chiesa italiana è vicina «a coloro che sono sospettati di essere infettati: questa è la prima cosa che facciamo perché ci rendiamo conto a quali problemi, loro per primi, vanno incontro. Per quello che riguarda tutte le norme igieniche da seguire – aveva aggiunto – siamo continuamente in contatto con il ministero della Sanità per applicare, essendo anche noi un ente pubblico, tutte le norme igieniche».

Già ieri sera, a Codogno, uno dei paesi simbolo dell’emergenza coronavirus, don Iginio Passerini, parroco della chiesa di San Biagio e della Beata Vergine Immacolata non aveva potuto celebrare Messa «per non andare contro all’ordinanza del Comune che vieta assembramenti pubblici». Sospese anche le attività negli oratori a Codogno, Casalpusterlengo e Castiglione D’Adda. Eppure, l’attenzione della Chiesa locale per una comunità profondamente colpita dalla notizia dei contagi, resta intatta. Anzi, la vicinanza del vescovo Malvestiti «a tutti si fa preghiera molto intensa e incoraggiamento alla massima allerta a livello sanitario senza alcun allarmismo, nella condivisione colma di speranza rasserenante»

La raccomandazione, a partire da oggi, è quella di dedicare «tempo congruo alla preghiera» e di assistere alla trasmissione della Messa festiva attraverso i mezzi di comunicazione sociale. «Ero in procinto di partire per Bari – ha spiegato monsignor Malvestiti – quale membro della Commissione Cei per l’Ecumenismo e il Dialogo, ma è doveroso rimanere con la comunità diocesana, supplicando con fede il Signore affinché sostenga l’umanità intera nella lotta per fronteggiare questa nuova calamità».





Venerdì, 21 Febbraio 2020

Il nome ufficiale dell’agglomerato è “San Paolo” ma nessuno lo chiama così a Bari. Per chi lo abita è semplicemente «il quartiere», mentre per l’intero capoluogo pugliese ha un solo appellativo: «Cep». È l’acronimo di «centro di edilizia popolare» o più sarcasticamente di «centro elementi pericolosi». Un rione difficile che questa sera ha accolto il cardinale Michael Czerny, sottosegretario della sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Un “tuffo” in una periferia esistenziale per il porporato degli “ultimi”, ospite dalla comunità parrocchiale della zona. Ad accompagnarlo il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, vice-presidente della Cei.

È stata una delle visite che i cinquantotto vescovi del Mediterraneo, protagonisti del “G20” ecclesiale sulla pace, hanno fatto, al termine della giornata “sinodale”, nelle parrocchie dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto. Trentaquattro le comunità che hanno accolto cardinali, patriarchi e vescovi per una Messa insieme e poi per il dialogo con la gente. «Mai avevamo visto prima d’ora un patriarca o un cardinale», è stata una delle frasi rimbalzate da una comunità all’altra. Per citare altri due esempi, il patriarca iracheno Louis Raphaël Sako è andato nella parrocchia di Sant’Antonio a Bari o il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, nella parrocchia di Santa Maria Annunziata a Modugno.

Una scelta, quella dell’abbraccio fra i vescovi del bacino e le comunità locali, per testimoniare che l’Incontro Cei non è blindato (benché i lavori si svolgano a porte chiuse) e per ringraziare la Chiesa di Bari che ha contribuito in modo determinante all’organizzazione dell’evento.






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