venerdì, 3 aprile 2020
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Giovedì, 02 Aprile 2020

Nell’abbazia della Madonna della Scala a Noci in Puglia (provincia di Bari ma diocesi di Conversano-Monopoli ) i monaci benedettini sublacensi cassinesi hanno recuperato proprio per i tempi forti della pandemia il Covid-19 che stiamo vivendo – l’antica pratica delle «rogazioni»: dal latino “rogare” cioè domandare. Un atto di pietà popolare tramandato nei secoli per chiedere, per esempio la pioggia, lo scongiurare l’arrivo di carestie o pestilenze. Si tratta di una preghiera di supplica che può essere utilizzata per chiedere al Signore la fine di questa pandemia che come un flagello medievale sta mettendo in ginocchio tutta la nostra Penisola. A spiegare il senso di questa originale iniziativa – intervistato dalla Gazzetta del Mezzogiorno - è stato l’attuale abate il padovano dom Giustino Gabriele Pege . «Sono preghiere di petizione e supplica che risalgono ad antichi rituali contadini che una comunità fa in determinati periodi – ha spiegato il religioso benedettino che dal 2017 è alla guida della comunità monastica - o per intenzioni gravi (ad esempio chiedere la pioggia, un buon raccolto, la fine di un’epidemia, la liberazione da un male che minaccia una comunità». E ha precisato: «In queste settimane la comunità dell’abbazia (che il prossimo 8 agosto festeggia i 90 anni della presenza monastica a Noci e che ebbe tra i suoi abati anche il futuro e carismatico arcivescovo di Bari il piemontese Andrea Mariano Magrassi e conta 15 monaci, tra i quali alcuni novantenni, ottantenni e settantenni, tutti in buone condizioni di salute), ha riscoperto questo antico inno svolgendo, per due domeniche, una processione attorno al monastero, chiedendo la paterna e provvidente protezione di Dio per il monastero, la città di Noci, l’Italia e il mondo intero durante questo tempo di epidemia». Un tempo dunque secondo l’abate Pege per riscoprire il senso più profondo della preghiera in un periodo liturgicamente forte come questo anche alla luce della Quaresima. «È importante percepire e far percepire – ha spiegato ancora il benedettino - che anche questo necessario isolamento imposto dalle circostanze è sì una separazione fisica ma non una separazione spirituale. Che ci sono cioè altri modi per sentirci vicini e uniti come la preghiera. Il potere della preghiera è grandissimo». Le due ultime processioni in cui si è rinnovato il momento di preghiera delle “Rogazioni” si sono svolte durante la quarta e quinta domenica di Quaresima rispettivamente il 22 e il 29 marzo alle 16.

Come significativa è stata la preghiera recitata dai monaci a conclusione della processione:
Da ogni malattia ed epidemia: salvaci, Signore
Dal terremoto e dalle tempeste: salvaci, Signore
Dalla violenza e dalla guerra: salvaci, Signore

Donaci la tua protezione: ascoltaci, Signore
Custodisci questo monastero: ascoltaci, Signore
Benedici e proteggi la nostra comunità: ascoltaci, Signore
Benedici e proteggi la città di Noci: ascoltaci, Signore
Benedici e proteggi la nostra nazione: ascoltaci, Signore
Benedici e proteggi il mondo intero: ascoltaci, Signore
Gesù, Figlio del Dio vivente, ascolta la nostra supplic
a

Il sito del monastero è:www.abbazialascala.it





Giovedì, 02 Aprile 2020

E’ stato da poco pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana l’Annuario Pontificio, il corposo volume rilegato in tela rossa che contiene tutto l’”organigramma” della Santa Sede e della Chiesa cattolica. Questa edizione del 2020 contiene, nelle prime pagine, una piccola ma non secondaria variazione rispetto a quelle precedenti.

Il cambiamento riguarda proprio la parte dedicata al Papa. Francesco continua ad essere definito innanzitutto “vescovo di Roma”. Ma per quanto riguarda gli altri titoli tradizionalmente attribuiti al Pontefice, c’è una variazione grafica e non solo.

Precedentemente questi titoli erano pubblicati sopra la breve biografia ecclesiastica di Jorge Mario Bergoglio. In cima e con caratteri più grandi quello di “Vicario di Gesù Cristo”, sotto gli altri: “Successore del Principe degli Apostoli”, “Sommo Pontefice della Chiesa Universale”, “Primate d’Italia”, “Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana”, “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano” e “Servo dei Servi di Dio”.

Ora nel nuovo Annuario Pontificio questi attributi sono sistemati sotto la biografia di Papa Francesco, separati da essa con una breve linea di demarcazione, tutti con lo stesso carattere più piccolo, e soprattutto introdotti con il titoletto: “Titoli storici”.

Interpellato da Avvenire al riguardo il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni spiega che la locuzione “titoli storici” vuole indicare “il legame con la storia del papato”. Infatti questi “titoli ‘storici’ - sottolinea Bruni - si intendono storicamente legati al titolo di Vescovo di Roma, perché nel momento in cui viene designato dal conclave alla guida della Chiesa di Roma l’eletto acquisisce i titoli collegati a questa nomina”.

In base a questa spiegazione quindi i titoli tradizionali attribuiti al Pontefice non vengono “storicizzati” ma mantengono intatta la loro attualità. Altrimenti sarebbero stati cancellati, come avvenne all’inizio del pontificato di Benedetto XVI quando il titolo di “Patriarca d’Occidente” venne espunto a partire dall’Annuario Pontificio 2006. In quella occasione una Nota del pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani spiegò che quella cancellazione voleva “esprimere un realismo storico e teologico e, allo stesso tempo, essere la rinuncia ad una pretesa, rinuncia che potrebbe essere di giovamento al dialogo ecumenico”.

A dire il vero Papa Francesco era già intervenuto su questa parte dell’Annuario Pontificio. Infatti mentre fino a Benedetto XVI la pagina dedicata al Pontefice era unica, con nella prima linea il suo nome, quindi il titolo di “vescovo di Roma” e a seguire gli altri, Papa Francesco volle sdoppiarla in modo che ci fosse prima una pagina bianca con solo scritto su due righe “Francesco/vescovo di Roma” e che solo nella pagina successiva venissero pubblicati gli altri titoli insieme alle note biografiche. Un modo di enfatizzare anche graficamente la particolare importanza da lui attribuita al titolo di "vescovo di Roma" rispetto agli altri associati alla figura del Pastore universale della Chiesa.





Giovedì, 02 Aprile 2020

La vicinanza a chi ha perso una persona cara, un amico, un parente. L’abbraccio ai malati che combattono gli effetti del “nuovo” terribile virus. Il commosso ringraziamento a quanti si prendono cura della vita degli altri mettendo a rischio la propria.

C’era tutta la paura e la speranza di questi giorni nella preghiera, promossa da Avvenire e i media Cei in collaborazione con la segreteria generale, recitata stasera, giovedì 2 aprile, nella cappella “San Giuseppe Moscati” del Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma. Al centro del Rosario, guidato dal vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, la cattedra del dolore, la lezione che, pur nella sofferenza, arriva dalle corsie degli ospedali, dalle cliniche, da ogni luogo in cui sono più evidenti gli effetti dell’infezione che tiene in scacco il mondo.

In particolare la supplica – ha sottolineato monsignor Giuliodori – è stata elevata «per tutto il personale sanitario impegnato a contrastare gli effetti devastanti della pandemia».

Così, nella scelta dei testi per la meditazione, si è puntato su chi proprio nella malattia e nella lotta contro di essa, ha offerto una straordinaria testimonianza di fede autentica, concreta, vissuta. Da san Francesco d’Assisi a Giovanni Paolo II di cui ricorreva il 15° anniversario della morte, dal “medico santo” Giuseppe Moscati a Bartolomea Capitanio cofondatrice delle “Suore della carità” più note come “Suore di Maria Bambina”, esempio delle religiose e dei religiosi che «stanno vicino ai malati, ai disabili e agli anziani», nei luoghi dove i più fragili restano persone. Come lo stesso Gemelli in cui oggi sono ricoverati oltre 400 contagiati dal Covid–19 fino all’ultima delle case di cura e di riposo che accolgono chi non ha nessuno.

Tutti insieme, “sulla stessa barca” dell’umanità si potrebbe dire citando il Papa, «seguendo l’esempio di Gesù – ha sottolineato Giuliodori – vero medico dei corpi e delle anime» che «si spendeva senza riserve per tutti i sofferenti, soprattutto i più poveri e i malati».

E proprio guardando a Lui suor Capitanio, morta nel 1833 ad appena 26 anni, scriverà il testo citato nel quarto mistero della Luce: «I poveri ammalati, ed infermi saranno veramente la delizia del mio cuore… riguarderò in loro e negli altri poveri la persona stessa di Gesù Cristo. Non guarderò a fatica, a tempo, a incomodo, procurerò di imparare ai vostri piedi il vero modo di giovar loro». Un abbraccio di misericordia, un servizio di carità che riguarda tutti e ciascuno, rafforzando la consapevolezza, frutto della fede, che ogni vita merita di essere vissuta, che per il Padre buono, specie nelle difficoltà, ogni figlio è figlio unico. Che nessuno si salva da solo.

Giuseppe Moscati (1880–1927), uno dei più noti medici del suo tempo, che spesso curava gratuitamente i malati bisognosi, anzi li aiutava di tasca propria, lo evidenzia a chiare lettere. «Quali che siano gli eventi – scrive nel testo ripreso durante il secondo mistero – ricordatevi: Dio non abbandona nessuno. Quanto più vi sentite solo, trascurato, vilipeso, incompreso e quanto più vi sentirete preso a soccombere sotto il peso di una grave ingiustizia, avrete la sensazione di un’infinita forza arcana, che vi sorregge, che vi rende capaci di propositi buoni e virili, della cui possanza vi meraviglierete, quando tornerete sereno».

Le difficoltà, la prova, la malattia come scuola di sapienza, dunque. Come cattedra d’amore, come offerta. Una testimonianza che papa Wojtyla ha reso ogni giorno, specie alla fine del suo cammino terreno. «Tu che 25 anni fa ci hai donato l’Evangelium vitae – ha sottolineato il vescovo Giuliodori in chiusura di Rosario, nella supplica a san Giovanni Paolo II – aiutaci ad amare e servire ogni vita umana, a partire da quelle che sono più indifese, emarginate, sfruttate, scartate… e in particolare a prenderci cura, oggi, di quelle che per il contagio sperimentano la fragilità, l’isolamento e la morte».

Scarica il libretto della serata di preghiera, clicca qui

Supplica a san Giovanni Paolo II

Mentre l’umanità è sconvolta da una pandemia di immani proporzioni ci rivolgiamo a te san Giovanni Paolo II che da questo luogo hai dato al mondo una luminosa testimonianza di come, con fede e fiducioso abbandono in Dio, si possono affrontare le prove e le malattie.

Tu che venticinque anni fa ci hai donato l’Evangelium vitae, aiutaci ad amare e servire ogni vita umana, a partire da quelle che sono più indifese, emarginate, sfruttate, scartate e in particolare a prenderci cura, oggi, di quelle che per il contagio sperimentano la fragilità, l’isolamento e la morte.

Tu che tante volte e per lunghi giorni hai condiviso in questo ospedale il soffrire umano e ne hai illuminato il significato con la Salvifici doloris sostieni gli operatori sanitari in questo momento di gravoso e immenso sacrificio perché siano per tutti i malati segno di Gesù medico premuroso e salutare.

Tu che hai concluso i giorni della tua vita terrena abbracciato alla croce e senza più parole hai fatto risplendere sul tuo volto quello del Crocifisso fa che vivendo con fede questo tremendo calvario della pandemia, sappiamo contemplare, sorretti dalla Divina Misericordia, la luce del Risorto.

Tu che hai affidato la tua vita a Maria con il motto Totus tuus, insegnaci a camminare con lei, donna dei dolori e della speranza, perché imparando a stare sotto la croce non venga mai meno la certezza che lo Spirito Santo effuso dal suo Figlio Gesù farà nuove tutte le cose e che dopo i giorni della sofferenza verranno quelli della consolazione. Amen







Giovedì, 02 Aprile 2020

Sono le diocesi piemntesi a dover aggiungere due loro sacerdoti all'interminabile elenco dei preti diocesani morti per effetto del contagio. Don Pierfranco Chiadò Cutin, 72enne parroco di Bosconero, morto il 31 marzo, apparteneva alla diocesi di Ivrea. Ordinato dal vescovo Luig Bettazzi, ne era anche divenato segretario particolare. Della diocesi di Mondovi' era invece don Erasmo Mazza, 90 anni, deceduto nella casa di riposo di Garessio, nella quale continuava a svolgere il suo ministero, dopo essere stato parroco per oltre mezzo secolo in varie comunità dell'Alta Val Tanaro.

Alla notizia della loro morte si è aggiunta in queste ore anche quella di un altro sacerdote della diocesi di Milano, l'11esimo della Chiesa ambrosiana: è don Paolo Merlo, 88 anni, prete dal 1955, a lungo parroco di Trucazzano. Risiedeva a Busto Arsizio.

Con questi tre ulteriori lutti il totale dei preti diocesani sale a 90, un numero nel quale sono inclusi anche religiosi cui era affidata una parrocchia ma non quelli in servizio presso chiese e santuari della propria congregazione (è il caso dei Saveriano morti a Parma, o degli Orionini scomparsi a Tortona).

La diocesi di Milano aveva perso da domenica già due altri presbiteri: don Pino Marelli, 80 anni, e don Cesare Terraneo, 75. Marelli, già parroco a Varese e Castellanza, poi nella comunità di Concorezzo, in Brianza, viveva nella parrocchia di San Giovanni Battista alla Bicocca di Milano. Terraneo era stato parroco per 24 anni a Bellano, sul lago di Como, ed era una figura molto nota nell’area del Lario.

Primo morto in una diocesi friulana: a 85 anni è deceduto don Enrico Pagani, per 49 anni parroco di Talmassons, in diocesi di Udine.

Un lutto anche a Torino: è morto padre Bruno Castricini, 73 anni, dell'ordine dei Servi di Maria, molto popolare in città per il suo impegno pastorale in due parrocchie del centro: San Pellegrino in corso Racconigi e San Carlo nell'omonima, frequentatissima piazza.

Per Reggio Emilia-Guastalla la terza perdita in un mese: don Efrem Giovanelli, parroco emerito di Borzano d’Enza, Compiano e Vedriano. Aveva 81 anni, era stato anche maestro elementare.

Con la morte di don Luigi Rossoni, 75 anni, la diocesi di Bergamo conta ormai ben 25 preti saliti al Cielo.

Un secondo prete è venuto a mancare in diocesi di Nuoro: è don Giovanni Melis, 72 anni. Sposato, diacono permanente, rimase vedovo. Divenne sacerdote nel 2004. E' stato vice parroco di San Paolo in Nuoro, poi parroco di Sarule e Lodè (2012-2016). Negli ultimi anni collaborava nelle parrocchie di San Francesco e di San Paolo a Nuoro.

Quarto prete infine (per queste ultime ore, almeno) morto in diocesi di La Spezia-Sarzana-Brugnato: è don Franco Sciaccaluga, 93enne. Decano del clero spezzino, goveda di buona salute finché non è stato contagiato dal Covid. Esperto e cultore di canto gregoriano, ha anche diretto il coro in cattedrale.

Ben tre i sacerdoti scomparsi in altrettanti giorni attorno a domenica 29 marzo in diocesi di Bolzano-Bressanone, due nella sola giornata di sabato 28, decessi che portano il totale a 4. Aveva 83 ani don Anton Matzneller, che pur essendo nativo dell'Alto Adige, era stato ordinato sacerdote nella diocesi austriaca di Innsbruck, incardinato poi per 45 anni in un'altra Chiesa locale d'oltreconfine, Gurk-Klagenfurt. Nel 2007 il ritorno in Italia. All'età di 71 anni si è spento don Reinhard Ebner, già missionario in Brasile, in servizio pastorale poi nelle comunità di Laives, Vipiteno e Dobbiaco. Il giorno prima era morto a 85 anni don Heinrich Kamelger, già parroco in Bassa Atesina e in Val d'Isarco. Si aggiunge a don Salvatore Tonini, 84enne di origini trentine, collaboratore pastorale a Bolzano, vicino al Movimento dei Focolari.

Eccco i tre sacerdoti scomparsi in diocesi di La Spezia-Sarzana-Brugnato prima dell'ultimo decesso. L'ultimo era stato don Giovanni Tassano, 83 anni, direttore del Centro missionario diocesano, primo "fidei donum" della diocesi del Levante ligure, parroco in Burundi per 17 anni e per altri 8 in Congo, realtà nelle quali ha superato epidemie, guerre e povertà estrema. Si aggiunge ai due lutti recenti per don Piergiovanni Devoto, 76 anni, parroco e latinista insigne; e don Nilo Gando, 89 anni, nato a Monterosso, parroco in varie comunità e in ultimo assistente diocesano delle Confraternite.

Primo sacerdote morto per il virus in diocesi di Vercelli: don Fiorenzo Vittone, 81 anni, vicino al Movimento dei Focolari, per molti anni impegnato nella pastorale della salute. Collaborava ancora con il santuario della Vergine del Trompone, nella diocesi eusebiana, e viveva con la Comunità dei Silenziosi Operai della Croce.

Dopo qualche giorno di quiete apparente, per la diocesi di Bergamo è arrivato come dettoi un nuovo lutto, che porta a 25 il numero dei sacerdoti morti dall'inizio dell'epidemia. Sabato 28 marzo la diocesi orobica aveva comunicato il decesso del 93enne don Angelo Bernini, vicario parrocchiale ad Almenno San Salvatore dal 1957 al 2019. Prima di lui era mancato don Tarcisio Avogrado, 80enne, incarichi in diverse comunità, fino alla località montana di Selvino: don Savino Tamanza, 73 anni, che ha svolto il suo ministero anche in diocesi di Massa Carrara-Pontremoli; don Battista Mignani, 74 anni; e don Alessandro Longo, 87 anni; don Evasio Alberti, 86 anni; e una delle figure più note del clero orobico, don Fausto Resmini, 67enne, che è stato presidente dell'Opera Patronato San Vincenzo, delegato regionale per la pastorale carceraria e cappellano delle carceri sin dal 1992. Era anche presidente dell'Associazione Psicologia Psicoterapia “Il Conventino” e di Conventino Adozioni dal 2009, oltre che direttore della Casa del Giovane dal 2018 Nella triste contabilità compaiono don Guglielmo Micheli, 86 anni, per 30 direttore della Casa dello Studente a Bergamo e assistente diocesano dell'Apostolato della Preghiera; don Adriano Locatelli, 71 anni; don Ettore Persico, 77 anni; e don Donato Forlani, 88 anni, che tra i molti suoi incarichi annovera, negli anni, anche quelli di assistente della Fuci e di direttore dell'Istituto dei Sordomuti. In un solo giorno sono morti in tre: don Enzo Zoppetti (88 anni), don Francesco Perico (91) e don Gian Pietro Paganessi (79). Nei giorni precedenti erano già saliti al Cielo don Remo Luiselli (81 anni), don Gaetano Burini (83), don Umberto Tombini (83), don Giuseppe Berardelli (72), don Giancarlo Nava (70), don Silvano Sirtoli (59 anni), don Tarcisio Casali (82), monsignor Achille Belotti (82), don Mariano Carrara (72) e monsignor Tarcisio Ferrari (84), la figura più nota essendo stato segretario dell’arcivescovo Gaddi dal 1963 al 1977.

Con i due ultimi decessi salgono a 8 i sacerdoti morti della diocesi di Cremona. Le due perdite riguardano altrettante figura di fidei donum cremonesi che hanno speso una parte significativa della loro vita in missione. Si tratta di don Arnaldo Peternazzi, 86 anni, 12 dei quali trascorsi in Brasile; e di don Francesco Nisoli, 71enne, che nel grande Paese sudamericano ha passato addirittura 30 anni. La prima, grave perdita per la diocesi lombarda era stata quella del giornalista don Vincenzo Rini, grande amico di Avvenire, protagonista della storia dei media cattolici italiani, 75 anni, seguita a breve da don Mario Cavalleri, ben 104 anni, per un trentennio alla guida della “Casetta”, realtà di accoglienza per poveri, tossicodipendenti e profughi. A loro si sono aggiunti pochi giorni dopo monsignor Giuseppe Aresi, 91 anni, canonico onorario e poi penitenziere della Cattedrale, e don Albino Aglio, 93 anni, dal 1993 al 2002 parroco di Sant'Imperio, in città. Addio anche a don Achille Baronio (84 anni) confessore in cattedrale, ex parroco di vari paesi, ora presso la Parrocchia di Sant'Abbondio in Cremona; e a don Vito Magri, 88enne, morto presso la Fondazione Caimi di Vailate. Sacerdote cooperatore di Santa Maria del Fonte presso Caravaggio per 11 anni, era e poi rimasto presso il santuario mariano fino al 2017. Il vescovo lo ricorda per «l'’impegno quotidiano nella preghiera per la nostra Chiesa».

La diocesi di Milano conta ormai 11 perdite, come detto. Ai tre sacerdoti citati vano agginti sacerdoti deceduti nelle settimane precedenti. Come il parroco di Sedriano don Luigi Brigatti, nato a Robbiate, in provincia di Lecco, 72 anni, da giorni ricoverato in gravi condizioni all’Ospedale di Magenta. Era parroco di San Remigio a Sedriano, paese a ovest della metropoli, dal 2005. Pochi giorni prima aveva suscitato grande dolore a Sesto San Giovanni la morte del salesiano don Agostino Sosio, 66 anni, parroco della Comunità pastorale di Santa Maria Ausiliatrice e San Giovanni Bosco, sacerdote che tutti ricordano zelante e appassionato. La diocesi piange anche don Giancarlo Quadri, 75 anni, il sacerdozio dedicato ai migranti, prima quelli meridionali nella metropoli, poi gli italiani all’estero, infine le persone giunte da altri Paesi e continenti, con religioni e culture con le quali entrare in dialogo, arte nella quale è stato maestro riconosciuto anche come responsabile della Pastorale diocesana dei migranti in anni cruciali. Altra grave perdita per la diocesi ambrosiana è quella di don Franco Carnevali, 68 anni, parroco della Comunità pastorale Santissima Trinità d’Amore di Monza. Originario di Legnano, anch’egli impegnatissimo con le comunità immigrate in Brianza, è ricordato con grande affetto a Lecco, dov’è stato per 14 anni e poi a Gallarate, dove era stato la figura decisiva per far dialogare amministrazione comunale e comunità islamica offrendo non solo occasioni di confronto ma anche luoghi per la preghiera, e sopportando per questo ingiuste critiche. Morto anche il 90enne don Cesare Meazza, che a Cernusco sul Naviglio - tra le comunità dov'è stato nella sua lunga vita - ancora ricordano come prete capace di mettersi in sintonia con i giovani. In tre giorni - tra il 17 e il 19 marzo - Milano ha perso tre sacerdoti. Colpisce il filo rosso tra i primi due, entrambi cappellani universitari, ed entrambi legati all'esperienza di Comunione e Liberazione (qui un loro ricordo). Grande emozione ha suscitato la scomparsa (riconducibile anzitutto a problemi cardiaci) di don Marco Barbetta, 82 anni, cappellano del Politecnico, figura assai nota in Cl a Milano e non solo, primo prete ambrosiano vittima del virus, direttore spirituale di innumerevoli giovani. Sgomento analogo per la morte, dopo giorni di lotta in terapia intensiva, di don Luigi Giussani, 70 anni, vicario della popolare parrocchia milanese di San Protaso, omonimo del fondatore di Comunione e Liberazione e tra i riferimenti del movimento in città (tanto da essere ribattezzato affettuosamente "Giussanello" tra i tanti amici), oltre che assistente spirituale degli studenti all'Università Statale, teologo e intellettuale finissimo, animatore in parrocchia di catechesi per gli adulti delle quali circolano appunti specchio del suo pensiero rigoroso e spalancato sulla speranza. Nel giorno di san Giuseppe è giunta poi la notizia della morte di don Ezio Bisiello, 64 anni, personaggio molto amato in Brianza essendo stato a lungo parroco d Ronco Briantino, dopo aver svolto il suo ministero nel Varesotto, tra Somma Lombardo e Gallarate.

Tre i lutti della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla. Oltre all'ultimo, alla morte di ?don Guido Mortari, 83 anni, per mezzo secolo alla guida della stessa parrocchia cittadina, Sant'Agostino, è seguita quella di don Emilio Perin, 91enne storico parroco (dal 1969 al 2006) di Gesù Buon Pastore a Reggio. Vicentino di origine, era sacerdote da 68 anni. Di lui sui ricorda che guidò la parrocchia cittadina quando ancora la chiesa era ospitata nell'ex stalla di una casa colonica, costruendo di fatto la comunità della quale si può dire che conosceva tutti.

A Brescia sono morti in tre: don Giuseppe Toninelli, 79 anni, una lunga vita di ministero in tante parrocchie, e monsignor Domenico Gregorelli, 86 anni, ordinato a Firenze, poi passato a Fermo (dov'era stato canonico della cattedrale dal 2003) e dal 2008 era in diocesi di Brescia. Morto anche don Giovanni Girelli, 72 anni, in servizio nell’unità pastorale di Orzinuovi, cittadina falcidiata dal Covid–19.

La diocesi di Parma ha perso 6 preti: don Giorgio Bocchi e don Pietro Montali (entrambi 89enni), don Andrea Avanzini (il prete più giovane che risulta morto sinora con i suoi 55 anni, contagiato probabilmente dalla madre anziana, positiva, con la quale viveva) e il 94enne don Franco Minardi, che fu secondo direttore della Caritas diocesana. Martedì 17 è deceduto don Fermo Fanfoni, 82 anni. Due giorni dopo è morto don Giuseppe Fadani, 83 anni, alla guida della parrocchia di Carignano, alle porte di Parma.

Era della diocesi di Pavia don Luigi Bosotti, della Comunità Casa del Giovane. 70 anni, ha dedicato tutta la vita ad accompagnare nella vita e nella fede le giovani generazioni.

Un totale di 6 preti strappati dal virus in diocesi di Piacenza-Bobbio, che piange don Paolo Camminati, 53 anni, a lungo responsabile della pastorale giovanile, protagonista di alcune Gmg, già collaboratore di Avvenire, ora assistente spirituale dell'Azione Cattolica diocesana (qui potete leggerne un ricordo più approfondito).

Dolore anche per la morte di don Giuseppe Castelli, 85 anni, pioniere delle missioni diocesane in Brasile. Partito per Paragominas nel 1964, dove rimase 11 anni, dopo un periodo come parroco a Piacenza tornò in missione alla fine degli anni Novanta, per poi rientrare in patria. Figura assai nota nella sua diocesi per l’impegno accanto ai più emarginati è quella di don Giorgio Bosini, 79 anni, fondatore del Ceis locale (oggi associazione La Ricerca onlus), già molto malato e del quale dunque è ancora difficile ricondurre con certezza la morte al virus, al pari dei due gemelli don Mario e don Giovanni Boselli, 87 anni, incredibilmente morti a pochi giorni di distanza. Certamente ucciso dal contagio don Giovanni Cordani, 83 anni, parroco di Rivergaro, a lungo insegnante.

Della diocesi di Lodi, con 5 morti, era don Carlo Patti, 66 anni, parroco di Borghetto Lodigiano e Casoni dove era appena arrivato, nell'ottobre 2019; don Gianni Cerri, spirato a 85 anni; don Giovanni Bergamaschi, che si è spento a 85 anni presso la Casa di riposo di Sant'Angelo Lodigiano dove risiedeva dal 2017; e don Bassiano Travaini, 88 anni, collaboratore pastorale a Sant'Angelo Lodigiano, attivamente impegnato a servizio degli ammalati e degli anziani della città.

A Mantova una vittima: è spirato don Antonio Mattioli, 74 anni, già rettore del Seminario diocesano.

La diocesi di Pesaro segnala tre lutti nel suo clero. Il primo a morire è stato don Zenaldo del Vecchio, 90 anni, seguito pochi giorni dopo da don Graziano Ceccolini, 83 anni. Del 21 marzo è invece il decesso di don Giuseppe Scarpetti, 69 anni, parroco di Cristo Re a Pesaro.

Dalla diocesi di Trento arriva la notizia della morte di un sacerdote anziano ma ancora dinamico come don Luigi Trottner, 86 anni, parroco di Campitello in Val di Fassa.

Una vittima nella diocesi piemontese di Casale Monferrato: don Mario Defechi, 89 anni.

Un morto a Tortona: don Giacomo Buscaglia, 82enne. In diocesi sono anche deceduti due religiosi orionini: don Cesare Concas, sardo, 81 anni, e don Serafino Tosatto, 90enne. Entrambi svolgevano il loro servizio pastorale presso il santuario della Madonna della Guardia, voluto dallo stesso don Orione, fondatore dei Figli della Divina Provvidenza, congregazione alla quale entrambi appartenevano.

E' stata la diocesi di Salerno-Campagna-Acerno a dover contare il primo sacerdote del Sud morto a causa del contagio. Si tratta del parroco di Caggiano don Alessandro Brignone, appena 45 anni, è morto nella notte tra 18 e 19 marzo all'ospedale di Polla.

Al Sud ha perso la vita anche don Antonio Di Stasio, 85 anni, parroco della diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia.

La diocesi di Nuoro aveva registrato il primo sacerdote sardo ucciso da coronavirus (ma ora si è aggoiunto un secondo prete): don Pietro Muggianu, uno dei due preti diocesani colpiti dal virus che si trovavano in rianimazione. Nato a Orgosolo, 83 anni, canonico onorario del Capitolo della Cattedrale, tra i suoi innumerevoli incarichi pastorali sia sul territorio barbaricino sia in Curia merita di essere ricordato il suo servizio come insegnante nei licei.

Per segnalare aggiornamenti sui sacerdoti e i consacrati scomparsi per effetto del contagio: f.ognibene@avvenire.it. Grazie

(Hanno collaborato Chiara Genisio, Barbara Sartori, Diego Andreatta, Egidio Banti, Diego Andreatta, Maria Chiara Gamba, Maria Cecilia Scaffardi)





Giovedì, 02 Aprile 2020

Il Papa ha nominato prefetto apostolico di Ulan Bator (Mongolia), con carattere vescovile, assegnandogli la sede titolare di Castra Severiana, padre Giorgio Marengo dei Missionari della Consolata. Finora era consigliere regionale dell’Asia, superiore per la Mongolia e parroco di Maria Madre della Misericordia ad Arvaiheer.

Padre Marengo è nato a Cuneo il 7 giugno 1974 ed è vissuto a Torino. Dopo la maturità classica è entrato nella congregazione fondata dal beato Luigi Alamanno. Ha compiuto gli studi filsofoci a Milano e quelli teologici a Roma, culminati con un dottorato in Missionologia alla Pontificia Università Urbaniana. Poco tempo dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta nel 2001 è stato assegnato alla missione in Mongolia, il primo della sua congregazione.

Lo scorso 16 febbraio padre Marengo, in collegamento dalla Mongolia, ha portato la sua testimonianza alla giornata per gli animatori dei gruppi di ascolto della Parola di Dio della diocesi di Milano, che si è tenuta presso il Collegio dei padri Oblati di Rho. Una testimonianza sul suo apostolato in Asia centrale che è possibile riascoltare qui:


I Missionari della Consolata sono presenti a Ulan Bator dal 2003. La città, scrivono sul sito che permette di seguire a distanza il loro lavoro, «rimane un punto di riferimento per l'apprendimento iniziale della lingua e il primo inserimento nella realtà del Paese, oltre che una base per chi opera nella campagna». Offrono il loro servizio alla Chiesa locale, sia presso la prefettura apostolica sia come supporto alle parrocchie e alle altre istituzioni cattoliche. Sono presenti anche nella periferia nord della città, «in una zona molto popolata e in gran parte ancora esclusa dallo sviluppo».

Ad Arvaihee, il capoluogo della regione di Uvurkhangai, nella parte centro-meridionale della Mongolia, i Missionari sono arrivati nel 2006 «quando ci volevano 11 ore di fuori strada». Qui la Chiesa cattolica non era mai stata presente. «Abbiamo cominciato ad inserirci lentamente - raccontano - facendo del volontariato e costruendo relazioni con la gente. Dopo l'ottenimento del regolare permesso per lo svolgimento delle nostre attività sociali e religiose ci è stato dato in uso un terreno alla periferia del centro abitato, circa 30.000 abitanti. Quello spazio, allora disabitato e lontano, è diventato negli anni un quartiere di nuovi insediamenti, soprattutto per famiglie che arrivano dalla campagna e non trovano posto in zone più centrali. Le attività che oggi portiamo avanti sono nate come risposte a concreti bisogni della gente: il dopo-scuola per i bambini, le docce pubbliche, il progetto di artigianato per le donne, il day care centre e il gruppo per il ricupero di uomini con problemi di alcolismo. La nostra è una testimonianza discreta, nel pieno rispetto della sensibilità di chi è abituato ad altri riferimenti religiosi di lunga tradizione. Abbiamo buoni rapporti con il mondo buddhista e con le autorità civili, con cui spesso collaboriamo per progetti ad hoc, per il bene della collettività. Tra questi si è consolidata una cooperazione nel campo sanitario, che ha portato alcune realtà mediche italiane a collaborare con l'ospedale locale. Negli anni alcune persone adulte si sono interessate alla proposta di vita cristiana ed hanno intrapreso un cammino di formazione; oggi sono i protagonisti di una comunità cattolica molto piccola, ma vivace ed attiva sul territorio».





Giovedì, 02 Aprile 2020

“Non illudiamoci di ricominciare come prima. È una grande illusione che può solo farci male. Ma dobbiamo aprire il cuore alla speranza. E la solidarietà sostiene tutti, credenti e non credenti”. Lo ha detto il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, commentando questo momento d'emergenza causato dal coronavirus.

“Con tanta buona volontà, solidarietà e spirito di condivisione – ha proseguito il card. Bassetti - dovremmo capire che ormai da soli si va poco lontano. Dovremmo riflettere anche sulla nostra fragilità. Se la nostra vita è così fragile perché non fare di tutto per essere solidali? Ricordo che dopo la Seconda guerra mondiale se siamo riusciti a sopravvivere è solo grazie al fatto che quel pochino che avevamo veniva moltiplicato. Io davo un pochino di pane alla vicina, lei mi dava un pochino di latte per far crescere i bambini. Ci siamo accorti che dividendo quello che avevamo si moltiplicava. La logica del Vangelo è proprio questa: più condividi e più moltiplichi”.

“Io sto bene – ha sottolineato il card. Bassetti a InBlu Radio - ma ho tante preoccupazioni per la mia diocesi e per tutte le diocesi d'Italia con qualche vescovo ammalato. Ho mandato un messaggio anche al vicario del Santo Padre. La Chiesa di Dio cammina tra le prove del mondo e le consolazione dello Spirito. Stiamo vivendo una grande prova. È stata tutta una grande sorpresa. Quando è iniziato tutto nessuno poteva prevedere che la situazione andasse a picco in maniera così forte. Eravamo abituati a tante epidemie del passato magari più leggere. Questa è una realtà che abbraccia tutto il mondo. Tutti vivono nella paura di un futuro che, dal punto di vista umano, non dà delle certezze”.

“L'unica speranza – ha ribadito il card. Bassetti - ci viene dalla capacità che c'è nella gente e la forza di affrontare la difficoltà e la solitudine, nonostante l'inquietudine e la paura per il futuro. Ci sarà sicuramente anche il dopo virus. Quando i campi venivano incendiati dalle guerre non producevano più per tanto tempo e così succederà per l'economia che è in fortissima crisi. Se non si lavora poi non è facile riprendere il lavoro perché è una macchina complessa da rimettere in moto”.

“Stando chiuso in casa – ha concluso il card. Bassetti a InBlu Radio – ho sentito molte persone per telefono. E posso dire che la grande preghiera del Papa ha rigenerato la speranza per tutti, non solo per i credenti. Piazza San Pietro in cui c'era solo la bianca figura del Santo Padre bagnata dalla pioggia ha parlato al cuore del mondo intero. E quello spazio vuoto è diventato più pieno di quando c'è mezzo milione di persone che magari partecipano distrattamente alla funzione. Questi sono dei segni che rimangono nelle gente e fanno capire che la vita non è solo legata al virus o al pane quotidiano ma è qualcosa di più grande”.





Giovedì, 02 Aprile 2020

Che quella che si avvicina sarà una Settimana Santa inedita, emergenziale vista la pandemia in corso, e che costerà un sacrificio a tutti i fedeli, a tutta la Chiesa, è chiaro da qualche giorno.

Come cambia il Triduo Pasquale

Le indicazioni ufficiali di come come potranno o dovranno essere celebrati i riti di Pasqua sono state date mercoledì scorso tramite un apposito decreto dalla Congregazione del Culto divino e la disciplina dei Sacramenti. Alla luce di queste misure ieri è arrivato un aggiornamento sul calendario delle celebrazioni liturgiche della Settimana Santa che il Papa presiederà nella Basilica di San Pietro presso l’Altare della Cattedra.

ONLINE, IN TV E RADIO COME SEGUIRE I RITI DI PASQUA

"Qualunque sia la modalità prevista, le celebrazioni liturgiche della Settimana Santa - aveva già spiegato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni - saranno trasmesse in diretta radiofonica e televisiva, anche in mondovisione e in streaming sul sito Vatican News, e le immagini saranno distribuite da Vatican Media ai media che ne faranno richiesta".

Vediamo nel dettaglio. Sul canale di YouTube di Vatican News, disponibile in tutto il mondo e con trasmissioni in lingue differenti è possibile seguire tutte le dirette streaming delle celebrazioni con papa Francesco. Le celebrazioni si trovano anche dalla pagina Facebook e dal sito Vatican News.

Al tempo stesso e in stretta collaborazione con i media vaticani anche i media della Conferenza episcopale italiana, Avvenire on line, ma soprattutto InBlu radio e Tv 2000 (canale 28, Sky canale 157, Tivùsat 18), trasmetteranno a loro volta sulla tv italiana e via satellite, via internet, via app per i dispositivi mobili e in FM nella città di Roma i riti di Pasqua con il Pontefice.

E' stato presentato anche il sussidio per vivere in famiglia la Settimana Santa e il Triduo Pasquale. A curarlo è stato l’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza episcopale italiana. Si tratta di uno strumento per celebrare in famiglia a casa la Domenica delle Palme, la sera del Giovedì Santo, il Venerdì di Passione, la Vigilia della Pasqua, la Domenica della grande festa.

Pasqua 2020: il sussidio Cei da leggere e stampare

Si inizia già Domenica 5 aprile, Domenica delle Palme: alle 11 è prevista la commemorazione dell’ingresso del Signore in Gerusalemme e la Messa.

GIOVEDÌ SANTO

Il Giovedì Santo, 9 aprile, la Messa nella Cena del Signore sarà alle 18. La Congregazione per il Culto divino ha stabilito che «la lavanda dei piedi, già facoltativa, si ometta» e «al termine della Messa nella Cena del Signore si ometta anche la processione e il Santissimo Sacramento si custodisca nel tabernacolo».

Non è in calendario la Messa crismale. A riguardo di questa Messa per l’orbe cattolico il dicastero vaticano ha stabilito che «valutando il caso concreto nei diversi Paesi, le Conferenze episcopali potranno dare indicazioni circa un eventuale trasferimento ad altra data».

VENERDÌ SANTO

Il Venerdì Santo, 10 aprile, alle 18 la celebrazione della Passione del Signore, alle 21 la Via Crucis sul sagrato della Basilica di San Pietro. Le meditazioni di quest’anno sono state preparate dalla parrocchia della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova.

Quattordici stazioni, quattordici storie intrecciate con la vita delle persone lì detenute, gli agenti di polizia penitenziaria, gli educatori carcerari, i volontari, coloro che amministrano la giustizia. A raccoglierle e scriverle sono stati don Marco Pozza, cappellano della Casa di Reclusione Due Palazzi, e Tatiana Mario, giornalista e volontaria.

SABATO SANTO

Il Sabato Santo, 11 aprile, la Veglia pasquale è in programma alle 21.

PASQUA DI RISURREZIONE

Domenica di Pasqua 12 aprile la Messa è prevista alle 11 e al termine il Papa impartirà la benedizione Urbi et Orbi.





Giovedì, 02 Aprile 2020

«Ognuno di noi è chiamato a servire: da ragazzo ho fatto il volontario al Centro Astalli con i rifugiati o al Cottolengo con i disabili. Oggi il mio servizio è questo: contribuire a seminare la Parola di Dio, cercando di usare una lingua capace di arrivare a tutti». Andrea Sarubbi, giornalista e conduttore televisivo (attualmente “Today” su Tv2000) illustra con queste parole il senso dell’iniziativa cui ha dato vita, all’inizio della Quaresima, per vivere al meglio l’itinerario verso la Pasqua. Anche in questo strano tempo segnato dal Covid-19.

Un’iniziativa - recita la pagina di Facebook che la pubblicizza - indirizzata a «credenti, curiosi, pigri, pensanti, agnostici che hanno mollato dopo la prima Comunione, persone di buona volontà». «Le Messe sono sospese, ma il Vangelo non va in quarantena», insiste Sarubbi. Una convinzione solida, maturata in lui dalla frequentazione spirituale dei gesuiti, che gli hanno insegnato a tenere «la Bibbia in una mano e nell’altra il Vangelo».

Il progetto cui Sarubbi ha dato vita, coinvolgendo una serie di professionisti del cinema e del giornalismo, consiste in una serie di brevi podcast incentrati sulla liturgia della Parola festiva.

Ascolta "La domenica #iorestoacasa" su Spreaker.

«Domenica scorsa – spiega – il testo del Vangelo è stato letto da Giulio Base, attore e regista; Sara Vannicola, medico nel reparto di Rianimazione ha proposto una riflessione su vita e morte (temi al centro del Vangelo di Lazzaro), mentre Marco di 'Nuovi Orizzonti' ha raccontato la sua resurrezione dall’esperienza della droga».

All’attore Gennaro Apicella di 'Gomorra' è stata affidata l’interpretazione di Lazzaro, mentre Sarubbi si è calato, a sua volta, nei panni di un finto giornalista: «Tutti modi per cercare di attualizzare la Parola e renderla ancora più capace di interpellare il cuore di tanti ». In ognuna della puntate, il commento biblico viene proposto da un “prete da Tv”, don Dino Pirri.

Tra i diversi personaggi coinvolti nell’iniziativa, e che hanno aderito prontamente all’invito, figurano anche l’attore Giovanni Scifoni ed Annalisa Minetti, scrittrice e modella.





Giovedì, 02 Aprile 2020

Da quando l’Italia ha chiuso per l’emergenza coronavirus le Caritas sono accanto a poveri e malati. In silenzio, nello stile consolidato da mezzo secolo. «Le Caritas nelle diocesi stanno rispondendo molto bene. Anzitutto aiutando coloro che avevano già in carico e poi facendo fronte alle nuove povertà. Penso ad esempio a circensi e giostrai bloccati nei comuni e di cui si sono dimenticati tutti tranne noi e la fondazione Migrantes. Significativa anche la messa a disposizione di strutture diocesane da parte di 65 diocesi per l’accoglienza di 1.100 persone tra medici, infermieri, persone in quarantena e senza dimora». Con il presidente di Caritas Italiana, l’arcivescovo di Gorizia Carlo Roberto Maria Redaelli, tracciamo un primo bilancio del sostegno agli ultimi nel mese in cui l’Italia si è fermata.

Come sono stati impiegati i 10 milioni di euro stanziati dalla Cei?
Oltre 2 milioni, 10mila euro ciascuna, sono stati subito utilizzati dalle 218 Caritas diocesane per interventi di prima emergenza. Tutte segnalano un aumento significativo delle richieste di aiuti alimentari dal 20 al 50%, nelle varie forme in cui sono stati rimodulati i servizi: pasti da asporto, pacchi a domicilio, empori, buoni spesa. Tra le nuove povertà, chiedono aiuto le badanti e i lavoratori in nero e l’umanità sfruttata nei circui- ti della prostituzione, donne e transessuali. Inoltre in alcuni casi si è intervenuti per sostituire le mense che hanno chiuso. La Presidenza ha poi deciso di destinare subito altri 4 milioni di euro per sostenere le attività delle Caritas maggiormente colpite dalla pandemia, prevalentemente al nord. Poca burocrazia, ma sono soldi dei cittadini e saranno spesi bene e con trasparenza.


Per contribuire alla raccolta fondi di Caritas Italiana (via Aurelia 796 - 00165 Roma) si può utilizzare il conto corrente postale n. 347013, o effettuare una donazione on-line tramite il sito www.caritas.it, o un bonifico bancario con la causale “Emergenza Coronavirus”

Come si sono adattati i servizi dall’emergenza?
Quelli per i senza dimora si sono in parte trasformati da dormitori in comunità protette. I centri di ascolto spesso proseguono per via telematica o telefonica, con un’attenzione in particolare ad anziani e malati. Alcune Caritas hanno avviato il sostegno psicologico per quanti sono provati e disorientati da questa pandemia. In altre Caritas diocesane vengono realizzate iniziative per carcerati come l’accoglienza in caso di dimissioni dalle strutture o per chi può usufruire di pene alternative. Oppure si è provveduto al supporto nelle necessità ordinarie data la sospensione delle visite dei familiari. I 250 empori solidali funzionano su appuntamento. Un fronte nuovo è la povertà educativa dei minori che non possono partecipare alla didattica a distanza. Infine molte si sono attivate per la difficile situazione dei migranti e richiedenti asilo, ora che sono sospesi i tirocini e i percorsi di inserimento e integrazione. E per chi viene espulso ma non può lasciare l’Italia.

Ci sono nuovi volontari?
Si. Preventivamente abbiamo lasciato a casa gli anziani e, facendo appelli e grazie alla collaborazione della pastorale giovanile, Agesci, e Ac tantissimi giovani hanno dato la loro disponibilità. È un ricambio generazionale. Grazie a loro le Caritas riescono ad assicurare molteplici servizi, spesso con la Protezione civile. Con i fondi si sono acquistati dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, igienizzanti) per operatori o strutture che ospitano le persone più fragili.

Le Caritas stanno collaborando con gli enti locali per erogare i sussidi ai poveri?
A macchia di leopardo. Ci chiamano soprattutto i piccoli comuni anche per verificare che non ci siano persone aiutate anche da altri. Noi guardiamo al dopo. La somma rimanente del contributo Cei sarà infatti utilizzata per i successivi interventi. Ci preoccupa che, come già avvenuto nelle precedenti crisi del 2008 e del 2012, l’attuale emergenza porti ad un aumento delle diseguaglianze sociali ed economiche. Valuteremo che strumenti adottare, dal micro credito ai fondi di solidarietà. La Caritas vuole comunque conservare un compito promozionale. La comunità cristiana deve diventare più sensibile senza delegare la Caritas. Una telefonata ai malati e agli anziani può essere un compito della parrocchia, non del gruppo Caritas.





Mercoledì, 01 Aprile 2020

Aveva 95 anni, don Cirillo Longo: tanta vita alle spalle, tanta forza ancora nel cuore. Era stato ricoverato il 12 marzo scorso dopo essere risultato positivo al coronavirus: all'ospedale di Bergamo, epicentro della lotta AL terribile morbo, don Cirillo non si era dato per vinto. “Non abbiate paura, perché tutti siamo nelle mani di Dio. Ci vediamo di là”, sono state le sue ultime parole prima di spirare, dopo una settimana di degenza, il 19 marzo scorso.

Ha sofferto, ma ha anche cercato di sollevare il morale, con la sua fede, gli altri malati e il personale che li curava: pregava il Rosario, diffondeva parole di speranza. Una sua foto scattata poco prima della morte, ha colpito moltissimo l'attenzione degli utenti del web e del social: respiratore sulla bocca, un rosario sulla spalla e le braccia alzate al cielo e i pugni chiusi in segno di vittoria.

"Un gesto di esultanza e coraggio rimarcato dagli occhi dell’anziano sacerdote che esprimono una vitalità travolgente fondata nella certezza della misericordia di Dio", scrive Vatican News.

Don Cirillo conobbe don Luigi Orione, proclamato santo nel 2004 anche grazie ad alcune sue preziose testimonianze. Nel 1988 promosse e realizzò con don Guido Boschini il Centro don Orione di Bergamo, che piange la morte di altri tre sacerdoti per il Covid-19.

“Per noi di Bergamo – si legge nel comunicato del Centro don Orione -, senza nulla togliere a tutti gli altri direttori che si sono susseguiti nella nostra Casa, Don Cirillo è e rimarrà un’istituzione, conosciutissimo e stimato su tutto il territorio bergamasco”.

“Il suo spirito combattivo (lo dimostra anche la fotografia scattata poche ore prima della sua dipartita), la sua determinazione e la sua creatività sono sempre state da sprone a tutti noi – prosegue la nota -. Se chiedessimo agli operatori: “cosa ricordi di don Longo?”, sicuramente tutti risponderebbero: il suo allegro fischiettare per annunciare la sua presenza, sia durante il giorno, che nelle sue visite notturne al personale del turno di notte”.

Don Cirillo aveva reso servizio in altre case del Cottolengo, dedicate alla cura e all’assistenza dei disabili gravi: trascorse sei anni al Piccolo Cottolengo Friulano di Don Orione, che si trova a Santa Maria la Longa, in provincia di Udine. Ecco il ricordo che Elena Venni, operatrice della struttura, affida a Vatican News: "Era una persona solare, sempre pieno di vita nonostante avesse tanti anni … Aveva tanta esperienza e aveva girato le case di Don Orione in tutto il mondo. E’ sempre stato molto presente: ogni giorno, anche più volte al giorno, veniva in reparto, aveva un sorriso per tutti, una buona parola per tutti e anche per noi: anche per noi che lavoriamo all’interno. Tante volte, magari, eravamo anche un po’ tristi, ma lui veniva sempre con il sorriso e ti diceva: “Ma sì, dai, dai, su su, che tutto passa …”. Come ha detto anche ai suoi compagni di corsia, prima di abbracciare la Croce.

Don Cirillo Longo era nato a Saletto (Padova) il 18 marzo 1925: 78 anni di professione religiosa, 67 anni di sacerdozio. Era entrato nella Congregazione il 23 ottobre 1937 a Tortona (Alessandria). Lo stesso don Luigi Orione (santo fondatore della Congregazione approvata il 21 marzo 1903) gli aveva messo la “tonaca” sacerdotale. È stato il testimone dei miracoli del fondatore, quando durante la Seconda Guerra mondiale, nei momenti disperati di paura e di fame, bastava una preghiera, recitata con fede ardente, con l’amore filiale da tutti i seminaristi, per veder arrivare un aiuto inaspettato, l’aiuto che veniva dal Cielo, attraverso i soldati.

QUI LA SUA BIOGRAFIA






Mercoledì, 01 Aprile 2020

Continua ad allungarsi di giorno in giorno l'elenco degli interventi della Chiesa italiana per sostenere la lotta alla pandemia. Oltre la triste contabilità (purtroppo in continuo aumento) dei sacerdoti morti e contagiati, insieme ai religiosi e alle religiose di tutta Italia, centinaia di iniziative testimoniano il capillare impegno a favore della popolazione e specialmente delle sue fasce più svantaggiate, in questa emergenza coronavirus. La conferma viene anche da un altro dato: gli ingenti stanziamenti (finora 16,5 milioni di euro di fondi 8xmille solo dalla Cei) e le ore di volontariato messi in campo a tutti i livelli (come raccontiamo in questa pagina) dal mondo cattolico italiano, per aiutare gli ospedali, per continuare a garantire un pasto caldo e un ricovero a chi non lo ha mai avuto, per aiutare gli anziani che non possono uscire neanche a fare la spesa, per offrire strutture di quarantena a chi ne ha bisogno e su tutte le altre frontiere della carità. La Chiesa in Italia sta continua dunque a svolgere la sua funzione sussidiaria per assicurare una presenza laddove le strutture pubbliche non possono arrivare.

Gli stanziamenti più recente sono quelli a favore degli ospedali (tre milioni di euro il 24 marzo più altri tre milioni il 30 marzo) provenienti sempre dall'8xmille, per sostenere l'attività di alcuni ospedali impegnati nella lotta al coronavirus. I nuovi fondi si aggiungono dunque ai 10 milioni già destinati alle Caritas per le prime emergenze e ai 500mila euro assegnati al Banco alimentare per aiutare le famiglie più povere, nelle scorse settimane. Una cifra – quei 16,5 milioni di euro – che già da sola smentisce la deprecabile falsa notizia, artatamente messa in circolazione sui social e rilanciata con sospetta evidenza anche da qualche quotidiano, di un presunto immobilismo della Chiesa cattolica, nell'attuale contingenza. Tra l'altro dimenticando che questi soldi si vanno ad aggiungere a tutti gli interventi dei tempi normali. I quali non sono stati cancellati e non cessano affatto di produrre i loro benefici per la società italiana, se è vero che – come è stato calcolato – il miliardo di euro che la Chiesa riceve più o meno ogni anno dall'8xmille ritorna moltiplicato in termini di beni e servizi in favore della collettività nazionale, in proporzione di uno a undici.

I tre milioni del 24 marzo sono andati - su suggerimento della Commissione episcopale per la Carità e la Salute - a favore della Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo di Torino, dell'Azienda ospedaliera “Cardinale Giovanni Panico” di Tricase, dell'Associazione Oasi Maria Santissima di Troina e, soprattutto, dell'Istituto Ospedaliero Poliambulanza di Brescia, che – in meno di un mese – ha mutato radicalmente l'organizzazione dell'Ospedale. Si tratta di 435 posti letto, di cui 68 di terapia intensiva e 70 di osservazione breve intensiva in Pronto Soccorso. Prima dell'emergenza i posti letto di terapia intensiva erano 16.

La Piccola Casa della Divina Provvidenza ha espresso la propria riconoscenza alla Cei, specificando che il contributo sarà impiegato in parte per l'acquisto di strumentazione medica, mascherine e materiali per la protezione personale di medici e operatori della salute che operano presso il presidio sanitario Ospedale Cottolengo di Torino e presso le case di accoglienza della Piccola Casa, e in parte per l'assunzione di personale suppletivo. Anche l'Azienda ospedialiera "Giovanni Panico" di Tricase ha ringraziato la Cei e la Conferenze episcopale Pugliese. Il loro contributo economico, affermano, «ci spronano ad una più intensa e concreta azione, confortata dalla preghiera».

I tre milioni del 30 marzo hanno raggiunto la Fondazione Policlinico Gemelli, l’Ospedale Villa Salus di Mestre, l’Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Ba)

Intanto cominciano ad arrivare le prime notizie su come sono stati impiegati dalle 220 Caritas diocesane i 10 milioni loro destinati. Priorità al sostegno economico delle famiglie già in situazioni di disagio (ad esempio tramite il pagamento di bollette), all'acquisto di viveri, prodotti per l'igiene, farmaci, ad attività di ascolto degli anziani soli e delle persone fragili e al mantenimento di mense e dormitori protetti che hanno dovuto adeguarsi alle nuove disposizioni. È stato previsto il servizio da asporto e sono state reperite altre strutture in cui gli ospiti potessero dormire a distanza di sicurezza gli uni dagli altri. Tutti interventi costosi, destinati a prolungarsi nel tempo e che richiederanno probabilmente l'impiego di altre risorse economiche da parte della Chiesa.

Interventi delle conferenze episcopali regionali e delle diocesi per gli ospedali

Non ci sono solo i 13,5 milioni di euro finora stanziati dalla Cei. Conferenze episcopali regionali, diocesi e singole parrocchie, per non parlare delle strutture religiose e delle Caritas, stanno impiegando anche proprie risorse che si vanno ad aggiungere a quella cifra, in una gara di generosità e di sacrificio anche personale senza eguali. Impossibile dar conto di tutte le iniziative. Si può tentare però un primo e non esaustivo bilancio di quanto finora messo in campo, anche grazie ai fondi 8xmille.

I vescovi umbri hanno donato alla Regione Umbria un ventilatore polmonare per la terapia intensiva. La Conferenza episcopale pugliese ha devoluto 15mila euro per rafforzare la terapia intensiva negli Ospedali regionali e stanziato un contributo di cinquemila euro anche per ciascuno degli Ospedali della regione che figurano tra gli enti ecclesiastici: l'ospedale Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo, l'azienda ospedaliera “Cardinale Giovanni Panico” a Tricase e l'ospedale generale regionale “Miulli” ad Acquaviva delle Fonti. In totale dunque si tratta di altri 15mila euro.

Analogo il dono dei vescovi toscani. Ventilatori polmonari, pompe a infusione e defibrillatore: un’attrezzatura simile a quella dei letti di terapia intensiva presenti negli ospedali, che consentirà a due ambulanze della Federazione regionale delle Misericordie toscane di trasportare nella massima sicurezza i malati di coronavirus. Ogni vescovo contribuirà al finanziamento di questo progetto devolvendo un mese del proprio stipendio: una cifra tra i 1300 e i 1400 euro a testa, che moltiplicata per 18 raggiunge una cifra intorno ai 25 mila euro. A questi ne saranno aggiunti altrettanti come Conferenza Episcopale Toscana, per un totale di circa 50 mila euro necessari, appunto, per attrezzare due ambulanze.

Donazioni per gli ospedali anche da parte di singole Chiese particolari. La diocesi di Novara ha messo a disposizione 60mila euro, quella di Vittorio Veneto ha lanciato una raccolta fondi per l'ospedale locale al fine di accogliere i malati Covid-19, aprendola con 5mila euro dalle offerte per la “Carità del vescovo” e 5mila euro da parte di Caritas diocesana. L'arcidiocesi di Agrigento ha dato 30mila euro al reparto di terapia intensiva dell'ospedale del capoluogo, dai fondi 8xmille, per l'acquisto di presidi sanitari e strumentazioni indispensabili. A Sessa Aurunca è stata avviata una raccolta fondi per l'ospedale “San Rocco”. Dalla diocesi di Gaeta sono stati devoluti 13mila euro all'Ospedale “Dono Svizzero” di Formia. Quattromila mascherine agli ospedali e ad altri centri sanitari sono invece il regalo della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno.

Le strutture ecclesiali per la protezione civile, per i medici e le quarantene

Un altro fronte di impegno è quello del reperimento di spazi per le quarantene e per ospitare medici e infermieri a contatto con i malati, che non possono tornare a casa. Una scelta fortemente incoraggiata dalla Presidenza della Cei. Si tratta di interventi non sempre traducibili in termini di spesa, ma comunque di fondamentale importanza per combattere la diffusione del virus. Bergamo ha messo a disposizione di medici e infermieri 50 camere singole del Seminario, altre 10 le ha offerte Lodi e così Roma e Taranto. Cremona ha reso disponibili 25 posti per operatori sanitari; Crema è pronta ad ospitare 35 medici cinesi che verranno a supporto dell'ospedale cittadino e di quello da campo in fase di costruzione su un suolo messo a disposizione della diocesi. Altre diocesi – Brescia, Roma (casa Bonus Pastor), Tricarico, San Marco Argentano-Scalea, Cassano allo Jonio, Siracusa (ma l'elenco si allunga di giorno in giorno) – hanno offerto le proprie strutture per l'accoglienza di persone in quarantena (a Reggio Calabria ad esempio nella casa diocesana di Cucullaro, recentemente ristrutturata, ci sono 50 posti) o si accollano il pagamento alberghiero di pazienti che possono uscire dall'ospedale. Avviene così a Bergamo, dove è indispensabile liberare letti in ospedale. A Rieti sono stati messi a disposizione 14 posti letto per i medici e gli infermieri che non possono fare ritorno a casa (le camere sono state individuate nei monasteri di San Fabiano in Rieti e di Santa Caterina a Cittaducale. La diocesi sta reperendo anche mascherine, camici e un ventilatore da donare alla locale Asl. Attivo anche un numero verde (800.941425) per ascolto e richiesta di generi di prima necessità. Nella diocesi di Perugia-Città della Pieve, la struttura ricettiva diocesana “Villa Sacro Cuore” accoglie gratuitamente il personale sanitario impegnato nell’assistenza a pazienti affetti da Covid 19. L'arcivescovo cardinale Gualtiero Bassetti sottolinea: “E’ un segno della nostra vicinanza concreta a quanti sono in prima linea, ad alto rischio per sé stessi e per le loro famiglie, un modo per aiutarli a proseguire con più serenità la loro delicata missione”.

Altre Chiese locali – Milano, Rimini, Lanusei – hanno messo a disposizione strutture per la Protezione Civile. Gaeta ha messo a disposizione il monastero di San Magno a Fondi, il paese in provincia di Latina chiuso, in entrata e in uscita, per l'emergenza Covid-19. Vi sono ospitati trenta volontari della Croce Rossa. C'è anche la disponibilità della Cism, la Conferenza dei superiori maggiori d'Italia, ad aprire strutture offerte dai diversi ordini religiosi all'ospitalità di chi deve stare in quarantena.

Riepilogando: ad oggi sono 23 le Diocesi (in 11 Regioni ecclesiastiche) che hanno comunicato di aver offerto alla Protezione civile e al Sistema Sanitario Nazionale altrettante strutture per oltre 500 posti. A queste vanno aggiunte 18 Diocesi (in 8 Regioni ecclesiastiche) che hanno impegnato più di 25 strutture per oltre 300 posti nell’accoglienza di persone in quarantena e/o dimesse dagli ospedali.

Infine 21 Diocesi (in 10 Regioni Ecclesiastiche) hanno comunicato di aver messo a disposizione quasi 300 posti per l’accoglienza aggiuntiva di persone senza dimora, oltre all’ospitalità residenziale ordinaria che tiene conto delle misure di sicurezza indicate dai Decreti del Governo. Diverse diocesi organizzano servizi telefonici per gli anziani (Gaeta: “Pronto noi ci siano”) e danno ospitalità a persone senza fissa dimora: Pavia, Lodi, Gorizia, Belluno-Feltre, Piacenza, Parma, San Marco Argentano-Scalea, Bari-Bitonto, Nardò-Gallipoli, Cerignola-Ascoli Satriano. In quest'ultima diocesi la Caritas sta attrezzando un centro di prima accoglienza con dieci posti letto. I fedeli si sono mobilitati donando brandine, materassi, asciugamani e pigiami. A Nola i senza tetto ospitati sono 40 e altre strutture sono in fase di allestimento praticamente in tutte le regioni. A Padova la caritas diocesana sta finanziando l'accoglienza di 54 persone senza dimora. Funzionano anche le cucine popolari il servizio docce (dalle 8 alle 10) e le caritas parrocchiali continuano nel servizio di consegna delle borse spesa gratuite alle famiglie con vulnerabilità e difficoltà economiche. Anche la caritas di Genova, in collaborazione con la Fondazione Auxilium ha confermato tutti i propri servizi di assistenza. Ed è stato attivato anche un servizio per cucire centinaia di mascherine da mettere a disposizione di chi opera sul campo. A Como i dormitori per senza dimora hanno esteso la loro apertura all'intera giornata, arrivando a garantire un'operatività h/24, 7 giorni su 7. A Trieste tutte le strutture Caritas sono attive e funzionanti. in Più sono stati attivati nuovi servizi per i senza dimora. La diocesi di Acireale ha partecipato con 10mila euro a una sottoscrizione per destinare fondi ai cittadini in ristrettezze economiche. A Verona, invece, è attivo un numero di telefono per l'ascolto e il dialogo umano e spirituale (045.8083770).

A Roma la Mensa Caritas di Colle Oppio, una delle più grandi d'Italia con 900 persone accolte a pranzo e a cena, ha ampliato dal !° aprile gli spazi a disposizione, grazie alla collaborazione con la Croce Rossa. Questo per consentire le distanze di sicurezza.

L'arcidiocesi di Spoleto-Norcia haattivato quattro linee per l'emergenza coronavirus: 380 4790605 (h 24); 3801750839, 3287253937 e 3881135440 (dalle 9.00 alle 21.00). Il “quartier generale” della Caritas per l’emergenza Covid-19 sarà presso il Centro diocesano di Pastorale giovanile a Spoleto, dove ci sono spazi sufficientemente grandi che consentono ai volontari coinvolti di svolgere questo servizio in sicurezza, nel rispetto delle norme emanate dal Governo.

Un'attenzione particolare viene rivolta al mondo del carcere e alle condizioni di quanti escono a fine pena e si trovano senza alternative. Mentre in altre realtà si pensa a produrre e donare le mascherine così importanti soprattutto per chi è in prima linea. Accade ad esempio ad Andria, dove la sartoria sociale “La Téranga” (progetto sostenuto dall'8xmille tramite la Fondazione Migrantes e la diocesi andriese) cuce mascherine che poi vengono distribuite in città. «La comunità ecclesiale ci ha sempre aiutati – dicono i responsabili – è venuto il momento che facciamo qualcosa per il bene di tutti».

È una mappa della carità ampia e in continuo aggiornamento, per sostenere la quale Caritas Italiana ha lanciato una campagna di raccolta fondi - “Emergenza coronavirus: la concretezza della carità” -, della durata di un mese. “Ci sostengono nel nostro impegno le parole del Santo Padre al momento straordinario di preghiera presieduto ieri sul sagrato della Basilica di San Pietro”, afferma il vescovo Stefano Russo, segretario generale della CEI, ricordando tutta la gente che “esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità”.

Le associazioni e la sanità cattolica

La mobilitazione da Nord a Sud è generale anche a livello di ospedali del mondo cattolico, delle associazioni, dei gruppi e dei movimenti. Numerose sono ad esempio le realtà dell'Azione cattolica che a livello diocesano e parrocchiale hanno organizzato servizi e iniziative di carità, oltre naturalmente a quelle di preghiera che costituiscono la base di tutto l'impegno. C'è chi si offre per fare la spesa e portarla a casa di coloro che non possono uscire, oppure di andare in farmacia, alla posta per pagare le bollette. Recuperati anche metodi di altri tempi, come ad esempio il classico paniere che si cala dai balconi e garantisce la distanza di sicurezza. In alcune diocesi i gruppi di Acr hanno pensato a come intrattenere i bambini con catechesi e attività on line. Non mancano poi le “telefonate solidali” per garantire vicinanza.

«Nell'emergenza coronavirus, non vogliamo lasciare solo nessuno, soprattutto i più fragili», si legge nel sito internet della Comunità di Sant'Egidio. Così alle persone che non hanno casa viene portato non solo il cibo, ma anche prodotti utili per proteggersi dal contagio (come gel e fazzolettini per disinfettarsi). «Le nostre mense per i poveri restano aperte – viene sottolineato – osservando le misure di precauzione per quanto riguarda il numero contingentato delle persone, la distanza tra loro e l'igiene, ma garantendo questo servizio, indispensabile per chi rischia, a causa della minore circolazione, di ricevere meno aiuti e sostegno, a partire dai senza fissa dimora». La comunità ha lanciato una raccolta fondi e una di generi utili, come alimentari, gel igienizzanti e fazzoletti di carta e altri presidi utili a prevenire il contagio. Tutte le indicazioni per contribuire sul sito della Comunità.

Determinante il contributo che sta arrivando dalla sanità cattolica. Innanzitutto il Columbus Covid 2 Hospital, l'ospedale realizzato dalla Fondazione Policlinico Gemelli, interamente dedicato agli ammalati del coronavirus, che è dotato di 59 posti di terapia intensiva e 80 posti di degenza “ordinaria”. E poi anche anche alcuni reparti del “Gemelli” sono attrezzati per ricevere i pazienti della pandemia. Ogni giorno viene fornito un aggiornamento sull'andamento dei ricoveri. Avviato anche un diario con le notizie scientifiche sull'epidemia, intitolato "Pillole anti Codid-19" e consultabile all'indirizzo www.policlinicogemelli.it, per non farsi fuorviare dalle fake news.

Anche l'Idi, Istituto Dermopatico dell'Immacolata, si è riconvertito in ospedale Covid–19. A regime avrà 110 posti letto e 6 di terapia intensiva. A questi vanno aggiunti i complessivi 130 posti ospedalieri, di cui 14 di terapia sub–intensiva e i 2 alberghi messi a disposizione del Servizio Sanitario Regionale dalle strutture sanitarie associate all'Aris. Dal 31 marzo anche il Campus Bio-Medico di Roma ha messo a disposizione 40 posti letto.

Dai Medici con l'Africa CUAMM arrivano 4 respiratori e altro materiale di protezione a 4 ospedali per un importocomplessivo pari a 100mila euro: Schiavonia (Padova), Cremona, Parma e Carate (Milano)

Infine il Sovrano Ordine di Malta ha dispiegato i suoi volontari a supporto della realizzazione del nuovo ospedale costruito nei padiglioni della Fiera di Milano e donato 260 apparecchi per la respirazione assistita. I volontari operano anche nella nave ospedale allestita nel porto di Genova dalla Regione Liguria, distribuiscono viveri e farmaci alle persone anziane o costrette all'isolamento e continuano a dare sostegno quotidiano ai senza dimora.

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Mercoledì, 01 Aprile 2020

Si è spento la sera di giovedì 19 marzo in un letto del reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Bolzano, dove era ricoverato da due giorni per il repentino aggravarsi di quella che ha iniziato a manifestarsi il 10 marzo come «una specie di influenza» e che poi si è purtroppo rivelata infezione da Covid-19. Ma in quel letto di ospedale don Salvatore Tonini, 83 anni, non è morto da solo. A circondarlo sono stati l'affetto e la preghiera di tante persone che, per giorni – attraverso il passaparola su Whatsapp – hanno pregato per lui, dando volto a quell'unità dello Spirito che tanto gli stava a cuore.
Originario di Storo (Trento), dove era nato nel giugno 1936, don Salvatore Tonini viene ordinato sacerdote a Trento nel 1962. Nel 1964 si avvicina al movimento dei Focolari fondato da Chiara Lubich e nel 1975, dopo aver vissuto per un anno a Frascati l'esperienza della comunità di sacerdoti proposta dal movimento, torna a Meano, dove era parroco, e accetta di trasferirsi a Bolzano con don Piergiorgio Zocchio, anch'egli vicino al Movimento dei Focolari. Arriva nel capoluogo altoatesino nel 1980 dove sarà per 8 anni cooperatore nella parrocchia di Gries e successivamente in quella di Don Bosco. Nel 1995 viene nominato parroco di Sinigo, dove rimane per 19 anni. Una volta raggiunta l'età della pensione, don Tonini torna a Bolzano continuando, con don Zocchio a collaborare in diverse parrocchie, tra cui quella bolzanina di San Pio X e quella di Brunico. Unità, preghiera e ricerca dell'armonia sono stati sempre al centro del suo ministero pastorale. In tanti, da ogni parte dell'Alto Adige, lo hanno ricordato in questi giorni come un sacerdote saggio, sempre disponibile e vicino alle famiglie. Molte quelle che ha benedetto, come sacerdote, nel sacramento del matrimonio.





Mercoledì, 01 Aprile 2020

Il Rosario, anzi una staffetta di Rosari per chiedere aiuto contro il coronavirus. Sta riscuotendo molti consensi la proposta lanciata dal Santuario di Pompei ai devoti della Vergine del Rosario di realizzare una lunga “staffetta” di Rosari per impetrare la fine di questa epidemia.

Ogni giorno, dalle 7 alle 22, ognuno sceglie una mezz’ora nella quale recitare il Rosario, così da creare una vera e propria catena di preghiera. È possibile comunicare l’orario scelto sulla pagina Facebook ufficiale “Pontificio Santuario di Pompei”, mediante un post specifico dedicato all’iniziativa.

Hanno cominciato i fedeli delle parrocchie di Pompei e delle città vicine, assieme alle suore Domenicane, fondate dallo stesso Bartolo Longo. L’iniziativa, rilanciata anche da Vatican News e dal sito della Cei #chiciseparera, ha raccolto adesioni in tutta Italia e nel mondo, creando una rete di preghiere.

Il Rosario, fondamento stesso del Santuario di Pompei, è, come diceva san Pio da Pietrelcina, “arma” efficace contro il male. Via di contemplazione del mistero cristiano, come ribadito con forza da san Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica “Rosarium Virginis Mariae”, è anche preghiera per la Pace, così tanto anelata da tutta l’umanità, soprattutto in questi giorni di dolore. Rispondendo perfettamente alla richiesta di spiritualità di questo tempo, esso è, allo stesso tempo, meditazione e supplica. Il Rosario ci aiuta a tramutare la sofferenza in grazia e ci fa riscoprire il valore della fratellanza umana, facendoci sentire, come realmente siamo, tutti fratelli.

#nonciarrendiamo

Vai alla pagina Facebook del Pontificio Santuario di Pompei: clicca qui







Mercoledì, 01 Aprile 2020

Papa Francesco ha nominato oggi membro del Pontificio Comitato di Scienze storiche il gesuita polacco Marek Andrzej Inglot , decano della Facoltà di Storia e Beni culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma. Ne ha dato notizia ieri la Sala Stampa della Santa Sede. Lo storico Inglot ha legato il suo nome soprattutto al libro “La Compagnia di Gesù nell’impero russo e la sua arte nella restaurazione generale della compagnia (1772 – 1820)”, tradotto anche in italiano. Tra le sue ricerche, anche quelle sul gesuita polacco Karol Antoniewicz (1807 – 1852), che fu rivoluzionario durante i moti del 1830-1831 e, dopo aver visto la morte della moglie e dei figli, entrò nella Compagnia di Gesù. Il Pontificio Comitato di Scienze Storiche (il cui sito è www.historia.va) è stato fondato il nel 1954 da Papa Pio XII, come continuazione della Commissione cardinalizia per gli studi storici fondata da Papa Leone XIII nel 1883. La commissione fondata da Leone XIII aveva il mandato di contribuire allo sviluppo e alla corretta utilizzazione delle scienze storiche. La Santa Sede, nel 1938, aderì poi al Comitato Internazionale di Scienze Storiche. Il comitato si concentra in particolare sul patrimonio archivistico ecclesiastico, specialmente agli archivi vaticani, e ha anche il compito di rivedere i dati storici dell’Annuario Pontificio e di comporre il martirologio.
Nei sessant'anni di vita del Comitato si sono succeduti alla sua presidenza illustri personalità delle scienze storiche ecclesiastiche: Pio Paschini (1954 – 1962), Michele Maccarrone (1963 – 1989), Victor Saxer (1989 – 1998), il cardinale Walter Brandmüller (1998-2009) e oggi il canonico premonstratrense il francese Bernard Ardura (2009). Finora si contano circa novanta membri (dai gesuiti Pierre Blet, Giacomo Martina fino a Hubert Jedin) prescelti per le loro speciali competenze dalle numerose Università pontificie, ecclesiastiche, cattoliche e civili dei vari continenti. Tra i membri attuali figurano studiosi del rango di Gianpaolo Romanato, Giovanni Maria Vian, Agostino Paravicini Bagliani, Philippe Chenaux e l’attuale prefetto dell’Archivio apostolico vaticano (Aav) il vescovo barnabita Sergio Pagano come l’ambrosiano monsignor Cesare Pasini che dal 2007 guida la Biblioteca apostolica vaticana. Il comitato stesso si è fatto promotore di numerosi congressi, convegni, colloqui, simposi e incontri di studio, il cui apporto storiografico è facilmente riconoscibile ed edito nei volumi della collana “Atti e documenti” edita presso la Libreria Editrice Vaticana.





Mercoledì, 01 Aprile 2020

Sempre più persone, in questa fase di emergenza sanitaria, chiedono aiuto per i beni di prima necessità. E a loro danno una risposta le Caritas diocesane, grazie ai fondi messi a disposizione dalla Conferenza episcopale italiana sin dall’inizio della pandemia. Tutte le Caritas, infatti, segnalano un aumento significativo delle richieste di aiuti alimentari dal 20 al 50%, nelle varie forme in cui sono stati rimodulati i servizi: pasti da asporto, pacchi a domicilio, empori, buoni spesa. Anche i servizi per senza dimora sono stati adattati all’emergenza, in parte trasformati in comunità protette, oppure ridistribuiti su più strutture. Tutti interventi resi possibili grazie agli oltre 2 milioni di euro dei 10 milioni messi a disposizione dalla Conferenza episcopale italiana, utilizzati sin da subito dalle 218 Caritas diocesane per interventi di prima emergenza. La Presidenza ha inoltre deciso di destinare subito altri 4 milioni di euro per le attività delle Caritas diocesane che sono state maggiormente colpite dalla pandemia.

«Radicati nella fede, è importante camminare insieme con spirito, cuore e testa», si è rivolto il presidente di Caritas Italiana, monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli ai delegati regionali e agli altri membri del Consiglio nazionale, ringraziandoli per quanto stanno facendo nelle varie diocesi per non far mancare la presenza concreta accanto ai più bisognosi.

Un altro intervento che accomuna tutte le diocesi – sottolinea Caritas italiana - è quello dell’ascolto, per via telematica o telefonica, con un’attenzione in particolare ad anziani e malati, ma anche pensato come sostegno psicologico per quanti sono provati e disorientati da questa pandemia. Altro fronte di impegno comune è quello della fornitura di dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, igienizzanti) per operatori, o anche per strutture che ospitano le persone più fragili. Là dove sono più carenti alcune Caritas hanno anche iniziato a produrle. In molte diocesi, inoltre, vengono anche distribuiti aiuti alimentari e attivate iniziative specifiche per nomadi, circensi e giostrai costretti alla stanzialità; in altre vengono realizzati interventi di sostegno a iniziative per carcerati (accoglienza in caso di dimissioni dalle strutture o per chi può usufruire di pene alternative, supporto nelle necessità ordinarie data la sospensione delle visite dei familiari).

Non mancano poi iniziative rivolte alla povertà educativa in particolare dei minori con un sostegno allo studio e alla didattica a distanza. In altre diocesi si cerca pure di affrontare la difficile situazione dei migranti e richiedenti asilo, ora che sono sospesi i tirocini e i percorsi di inserimento e integrazione. Sempre mantenendo costante la ricerca di un lavoro in rete con altri organismi e la piena disponibilità a collaborare con gli enti locali nel rispetto delle rispettive competenze. In 65 diocesi in più si sono messe a disposizione le strutture diocesane per l’accoglienza di 1.100 persone tra medici, infermieri, persone in quarantena e senza dimora.

La somma rimanente del contributo Cei sarà utilizzata per i successivi interventi su tutto il territorio nazionale. Più di tutto infatti la Caritas è preoccupata che, come già avvenuto nelle precedenti crisi del 2008 e del 2012, l’attuale emergenza porti ad un aumento delle diseguaglianze sociali ed economiche fra le persone. «Questo invece è un tempo che richiede più solidarietà», ribadisce il Consiglio nazionale, che poi sottolinea l’importanza di continuare ad essere in prima linea e dare un segno di presenza e di speranza. Nelle prove c’è la fatica ma ci sono anche tanti segni positivi, come testimoniano ad esempio i tantissimi giovani che hanno dato disponibilità ad attività di volontariato e grazie ai quali le Caritas riescono ad assicurare molti servizi, anche mentre i volontari più anziani hanno temporaneamente sospeso il loro impegno in via precauzionale.

È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana (Via Aurelia 796 - 00165 Roma), utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line tramite il sito www.caritas.it, o bonifico bancario (causale “Emergenza Coronavirus”) tramite: Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma –Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111 oppure Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma – Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474 o ancora Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013 oppure ancora attraverso UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119





Mercoledì, 01 Aprile 2020

Lunedì, durante la cerimonia di benedizione del cantiere di FieraMilanoCity in cui sta nascendo il nuovo ospedale, l’arcivescovo Mario Delpini ha affidato «questo luogo di cura e di speranza alla intercessione del santo medico e frate Riccardo Pampuri e del santo monaco taumaturgo libanese Charbel Makhluf». Una scelta passata inosservata sui media, anche perché non sono in molti a conoscere queste due figure, ma che va illuminata perché altamente significativa.

Riccardo Pampuri, canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1989, lavorò come medico condotto negli anni Venti del secolo scorso a Morimondo, prima di trasferirsi nella vicina Trivolzio per poi entrare nella congregazione dei Fatebenefratelli. Il "dottorino santo", come veniva chiamato dalla gente, ha offerto una luminosa testimonianza di fede e di generosa dedizione ai poveri che ha lasciato un segno indelebile, come dimostra la larga devozione popolare di cui è oggetto, confermata anche dai numerosi pellegrinaggi alla sua tomba a Trivolzio promossi in occasione dell’Anno giubilare indetto il primo maggio 2019, a trent’anni dalla canonizzazione. Pampuri è un figlio della terra lombarda, che alla cura delle malattie univa il soccorso alle necessità quotidiane dei contadini donando farmaci, indumenti e spesso anche denaro. Un santo semplice, medico dei corpi e delle anime, che ha vissuto un’esistenza tutta segnata dall’amore per Cristo e per gli uomini e ha lasciato in eredità frasi come questa: «Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, ma fai anche le cose piccole, minime, con amore grande».

L’altra figura evocata da Delpini durante la benedizione del nuovo ospedale, il monaco Charbel Makhluf, è il santo più popolare della nazione libanese assieme al "grande padre" Marone. Morto nel 1898 e canonizzato da Paolo VI nel 1977, ha trascorso la sua esistenza nel nascondimento e nella preghiera, non ha lasciato scritti né ha promosso opere, la sua fama di santità – che va ben oltre i confini del Libano – è legata soprattutto alle migliaia di guarigioni avvenute in tanti Paesi del mondo e attribuite alla sua intercessione. Per questo motivo è oggetto di venerazione anche da parte di molti musulmani, che raggiungono in pellegrinaggio la sua tomba nel monastero di Annaya. Anche a Milano è molto popolare nella comunità libanese, e il 21 luglio scorso, in occasione della festa liturgica di Charbel, Delpini ha celebrato la Messa nella chiesa di Santa Maria della Sanità, in via Durini, affidata nel 2016 dal cardinale Angelo Scola alla comunità libanese maronita.

Due santi che hanno a che fare con la salute del corpo e dello spirito, dunque, due uomini che non brillano per gesta eroiche, che hanno detto il loro "sì" totale a Cristo dentro l’ordinarietà delle circostanze. Hanno vissuto l’eroico nel quotidiano, come sta accadendo in questi giorni per tante persone colpite dal coronavirus. Due figure a cui guardare in questo tempo di prova in cui ognuno di noi è sfidato a chiedersi cosa "tiene", cosa dà consistenza alla sua vita.







Mercoledì, 01 Aprile 2020

Quando è in cerca di una cattedra solenne, e sente che è l’ora di parole o di gesti importanti, la storia apre al mondo piazza San Pietro. Sa che va sul sicuro. Perché qui tutto è di casa, l’arte, la fede, soprattutto la vita, per quanta ne scorre, e da ogni dove, da ogni etnia, da ogni latitudine, persino da ogni credo, tanto che il suo nome potrebbe anche essere Piazza dell’Umanità. Ma quando presta se stessa al mondo, piazza San Pietro riesce sempre a farsi avanti e a esigere il diritto vincolante a una regia in proprio. È lei a decidere come andranno le cose. E in quel venerdì sera di fine marzo voleva che andassero in quel modo che non si dimentica, e che ha riportato alla mente altri momenti in cui piazza San Pietro, l’altare a cielo aperto che allunga le navate della Basilica, ha preteso di metterci del suo. Altri silenzi, come quello, attonito, la sera del 2 aprile di 15 anni fa, all'annuncio della morte di Giovanni Paolo II, aveva conosciuto quella piazza. Nessun Papa muore mai solo.

Ma un Papa non muore mai sulla piazza, come quella sera, una settimana prima di Pasqua, diventata “focolare domestico” per i cristiani e, spogliata della maestosità dei tempi ordinari, piccolo cortile di rappresentanza di un affetto senza confini. Mai però aveva conosciuto il silenzio della solitudine, del deserto di folla intorno al colonnato del Bernini che invece l’abbraccia. E mai s’erano visti i passi lenti e assorti di un Papa che saliva all’altare, da una rampa che, per i riflessi dei colori della pioggia, sembrava il pavimento di una piccola fetta del cielo. Solo, sovrastato da spazi dilatati e irriconoscibili, Francesco andava incontro al passaggio più drammatico e solenne del suo pontificato. Proprio da quella piazza vuota l’umanità aspettava conforto e, arrivato sul sagrato, con ai lati il Crocifisso che aveva preso e portato con sé dal pellegrinaggio, a piedi, nella Roma deserta, e l’icona della Salus populi romani, il Papa ha esposto tutta la forza della “mano alzata” della Chiesa che respinge il male: un tempo le grandi epidemie e il flagello della peste, oggi l’attacco, non meno insidioso di un virus del tempo della globalizzazione.

E proprio su quel sagrato, la forte suggestione del momento, riportava in vita l’altra straordinaria immagine dei funerali di papa Wojtyla, quelle pagine del Vangelo che, mosse da una leggera brezza, si sfogliavano a una a una sulla bara di legno. Uno dopo l’altro, sono i segni di una piazza avida di storia e a cui non basta vederla passare, come altre volte durante i secoli. Ancora di più, da venerdì sera, con quella irripetibile manifestazione di sé al mondo, si è rivelata come un grande e permanente insediamento dove la storia va a cercare lumi e riparo per l’umanità intera. E anche in questo senso, con la preghiera straordinaria di papa Francesco, è riuscita ad andare oltre se stessa, a prendere per sé un altro sigillo della sua straordinaria e unica cittadinanza tra cielo e terra: proprio dal sagrato, come mai era accaduto in passato, l’ostensorio della benedizione Urbi et Orbi si è levato su Roma e sul mondo: Roma, sferzata dalla pioggia, che appariva, col poco di vita e di luci dell’emergenza sullo sfondo, come la piccola folla in attesa di rioccupare e riprendersi la sua piazza. Ancora una volta l’ha prestata al mondo, ma è poi questa la vocazione di una piazza che, anche da sola, rende universale una città. E racconta come nessun’altra, nei suoi annali di pietra, la trama di una storia di fede sempre più innestata nella vita degli uomini. Tanto più in quella dell’umanità scossa e smarrita di questi tempi assetati di speranza.





Mercoledì, 01 Aprile 2020

In questi giorni frère Alois, il priore di Taizé doveva essere a Roma. Già fissate da tempo un’udienza con papa Francesco e una conferenza all’Angelicum, così come diversi incontri con cardinali e vescovi invitati dai frères nel loro appartamento nella capitale. Tutto necessariamente è stato annullato. Ciò che però più fa pensare è l’immagine di Taizé deserta, proprio nel periodo in cui avvicinandosi la Pasqua, giovani da tutto il mondo vi sono sempre arrivati a frotte. Quest’anno, invece, per la prima volta , lassù, sulla dolce collina della Borgogna, sede della comunità fondata da frère Rogér, le porte resteranno chiuse.

Frère Alois, una Quaresima improvvisamente diversa. Tutti d’un colpo fragili, prede della paura… Quali le prime impressioni?

Abbiamo dovuto chiudere l’accoglienza sino a Pasqua. Con tristezza. Per ora sono queste le disposizioni. Celebreremo la Settimana Santa e la festa della Risurrezione solo fra di noi, mentre abitualmente eravamo insieme a migliaia di giovani. La maggior parte dei volontari che vivono con noi aiutandoci nel servizio di accoglienza hanno dovuto rientrare nei loro Paesi. Tutto ciò costa, ma facciamo in modo che i nostri cuori non si rattristino ancor di più. Nelle avversità, vorremmo salvaguardare la speranza e, secondo la frase di frère Roger «non subire gli eventi, ma costruire in Dio anche con le situazioni più dure». Vorrei che queste restrizioni ci stimolassero a intensificare la nostra preghiera e a renderla ancor più bella.

Quanto sta accadendo potrà cambiare le nostre vite? Come?

Forse potrà cambiare qualcosa se ci adopereremo a far crescere il tesoro delle relazioni umane. Non solo con quanti ci sono vicini, ma anche quelli che sono distanti, credenti e non credenti o di altre religioni. Manteniamo i contatti – con una chiamata telefonica, un messaggio di amicizia…– con i più isolati, i più anziani, i più fragili, quelli già colpiti da altre malattie o prove.

Questo è il tempo del rispetto di tanto lutto e di tanto dolore per il quale le parole possono poco. In tante famiglie è anche tempo di paura, attenuata in chi vive da quasi due settimane di isolamento. Come si riempie di senso tutto questo? E quest’autoreclusione necessaria porterà maggior individualismo o maggior solidarietà?

Conosco la sofferenza di tanti italiani, l’angoscia di chi è stato colpito, dei malati, dei familiari di alcune vittime, immagino anche i problemi di quanti già ora sono toccati dalle conseguenze economiche. Noi li portiamo nella preghiera. L’Italia è vicinissima al mio cuore. Il nostro prossimo incontro europeo dei giovani sarà a Torino, alla fine di dicembre. A Taizé sono moltissimi gli italiani che arrivano. In questi giorni i loro visi scorrono sotto i miei occhi. Ho ricevuto una lettera da Bergamo, città messa a durissima prova. Chi mi ha scritto lancia un appello che ho trasmesso a tutti i frères. Dice: «Non sono molto capace di pregare. Cerco di vivere secondo i principi del Vangelo e di trasmetterli ai miei bambini, ma faccio fatica ad affidare qualcosa nelle mani di Dio. Forse voi potete farlo per me». Pregare per gli altri è già l’espressione di una solidarietà che ci strappa all’individualismo.

Alcuni accusano le gerarchie ecclesiastiche di aver ceduto allo Stato, accettando celebrazioni senza fedeli e anche di chiudere le chiese. Che cosa pensa? Voi come vi state comportate?

Adesso conviene non sprecare la minima energia in polemiche. Oggi molti pregano senza far rumore e forse senza manifestazioni esteriori, tanto quanto in passato. Per ciò che ci riguarda in comunità evitiamo riunioni con troppe persone. Ci siamo organizzati in piccoli gruppetti che pregano, mangiano, qualche volta anche continuano a lavorare insieme, sparsi in posti diversi. Scopriamo nuove modalità di vivere la nostra fraternità. Parecchi, rientrati da viaggi, sono in quarantena. Solo un frére probabilmente è affetto da coronavirus. Abbiamo chiuso la grande Chiesa della Riconciliazione, ma la piccola chiesa romanica del villaggio di Taizé resta aperta per la preghiera personale.

È in atto un forte ricorso ai contatti in rete. Cambierà il rapporto della Chiesa con il web?

I social possono essere male utilizzati, ma offrono indubbiamente possibilità mai conosciute. Così, per solidarietà con quanti sono confinati nelle loro case abbiamo deciso di diffondere tutti i giorni alle 20.30 in diretta su Facebook e sul sito Internet la nostra preghiera della sera celebrata nella camera dove viveva frère Roger. Preghiamo in più lingue per essere in comunione con molti altri in tanti Paesi.

E poi c’è la comunione spirituale. Specie quando è impossibile ricevere l’Eucaristia.

Siamo fiduciosi che, in circostanze eccezionali, Dio supplisce ogni nostro limite e impossibilità. A chi è impedito di ricevere il corpo e il sangue di Cristo, Dio offre, attraverso lo Spirito Santo, una qualità di comunione interiore che prima non si poteva immaginare.

Alcuni vescovi in Italia benedicono dall’alto delle Cattedrali, alcuni parroci dai campanili, altri invocano i patroni delle città, papa Francesco va a piedi in centro a Roma davanti al Crocifisso della peste di cinque secoli fa… Taizé a chi si raccomanda?

La nostra comunità è composta da fratelli di una trentina di Paesi e di ogni continente. Secondo ciascun Paese, cultura, tradizione, i credenti invocano il soccorso di Dio in modi molto diversi. Dio ascolta tutte le forme di preghiera. E nei momenti difficili, ci sono persino lontane preghiere – apprese nell’infanzia – che salgono dal profondo dentro di noi. Questo tempo ci cambierà «se faremo crescere le relazioni umane Con vicini e distanti, credenti, non credenti o di altre religioni».





Martedì, 31 Marzo 2020

Dal monastero di Santa Cristiana si racconta, ogni sera, una storia, o per meglio dire, una fiaba a misura di bambino. Si tratta di un luogo speciale: un antico complesso in cui abitano ancora quattro monache agostiniane di stretta clausura che si trova a Santa Croce sull’Arno (diocesi di San Miniato provincia di Pisa). A raccontare e a mettere in piedi queste fiabe anche con delle piccole animazioni, quasi sempre scritte o ispirate dal grande Gianni Rodari di cui proprio quest’anno ricorre il centenario della nascita e i 40 anni della morte, ci pensa, ogni giorno alle 18, suor Sandra che in diretta su www.parrocchiesantacroce.blogspot.com oppure su Facebook intrattiene soprattutto i più piccoli, per una decina di minuti, con filastrocche e piccole storie – in queste giornate particolarmente lunghe – per l’emergenza coronavirus. La prima puntata che qui riportiamo integralmente presenta in chiave di filastrocca ai bambini l'emergenza di questi giorni causa da un "virus con la corona in testa". La religiosa per narrare la sua storia si affida a un pupazzo-angelo e attinge come fonte di ispirazione della sua storia "per far ridere grandi e piccini" alle fiabe di Roberto Piumini. Il complesso abitato da suor Sandra fu fondato dalla beata la monaca agostiniana Cristiana da Santa Croce, al secolo Oringa Menabuoi, vissuta tra il 1240 e il 1310.


Quello di ogni sera alle 18 è un appuntamento molto sentito in questo angolo della Toscana e che aiuta anche a riflettere, perché invita tutti a meditare sulla semplicità di piccoli gesti, ai quali spesso si da scarsa importanza. “Le storie di suor Sandra”, è questo il titolo dell’evento quotidiano. Un appuntamento che oramai ha una cadenza fissa per i bambini, ma pensato e rivolto anche per i grandi che trascorrono così qualche minuto spensierato tra le mura delle loro case. Suor Sandra è una ex insegnante di scuola elementare di Padova. Dal 2010 è a Santa Croce, in questo monastero collocato nel cuore storico di questo borgo toscano in via Viucciola.

A fare da corollario alla narrazione di queste fiabe sono le animazioni messe in piedi con dei pupazzi a cui dà un volto e una voce la stessa religiosa. «Siamo monache di clausura – racconta con orgoglio suor Sandra - Ma a me piace più definirci di contemplazione. Ora che tutti siamo obbligati a stare in casa per l' emergenza del coronavirus, cerchiamo di essere comunque vicine alla popolazione di Santa Croce. Prima di tutto con la preghiera. E poi anche con questi piccoli video, che abbiamo pensato anche insieme al parroco don Donato Agostinelli, soprattutto per i bambini». E confida ancora suor Sandra: «Da quando ho realizzato questi filmati non faccio altro che ricevere messaggi sul mio WhatsApp da persone che ringraziano perché anche con queste semplici storielle si sentono evidentemente più sollevate, sentono la nostra vicinanza». Non è forse un caso che queste agguerrite monache (le altre sono suor Dina, Paola e Mariacarla) già dal 2013 pubblicano dei video attraverso i tradizionali canali social. In particolare ogni mattina viene proposta ogni mattina, a conclusione della Messa, una riflessione tratta dai pensieri di Sant’Agostino. Come certamente singolare e carico di speranza è il saluto di congedo di suor Sandra ai suoi piccoli spettatori: «Un sorriso al giorno in casa, fa scappare il virus di torno».





Martedì, 31 Marzo 2020

«Non pensavamo che la morte fosse così vicina. Non pensavamo che fosse così difficile riconoscere la presenza del Signore risorto. Non pensavamo che fosse così necessario celebrare insieme i santi misteri. Non pensavamo che fosse così necessaria la resurrezione per la nostra speranza». Quante, e quali cose, davamo per scontate. Sì, anche noi «devoti» che consideriamo ovvia la presenza di Dio nella storia. E nella nostra vita. Finché il coronavirus non ci ha chiamati, e provocati, ad aprire gli occhi. E scoprire che il «poter andare a messa» non appartiene all'orizzonte delle «buone abitudini», ma è «una questione di vita e di morte». E che davvero «senza Gesù non possiamo fare niente».
È un «messaggio di speranza per questa Pasqua 2020», quello che l'arcivescovo di Milano Mario Delpini ha rivolto alla comunità diocesana. Datato 25 marzo, solennità dell'Annunciazione, diffuso domenica 29 (in www.chiesadimilano.it il testo integrale) s'intitola «La potenza della sua resurrezione» e intende condividere «qualche riflessione per vivere la Pasqua di quest'anno, segnata dal drammatico impatto dell'epidemia e da tante forme di testimonianza di fede, di speranza, di generosità, e da tante forme di angoscia, di paura, di smarrimento». Il messaggio si affianca alla lettera per il tempo pasquale Siate sempre lieti nel Signore inserita nella proposta pastorale 2019-2020 La situazione è occasione. «Carissimi, avevamo immaginato un'altra Pasqua», è l'incipit di questo testo che invita l'ambrosiana Chiesa dalle genti a risalire alla sorgente più autentica e affidabile della speranza.

«Non pensavamo che la morte fosse così vicina». Noi «vivi, sani, impegnati», abituati a pensare alla morte come a un evento lontano, estraneo, scopriamo che invece è diventata vicina. Che riguarda tanti, troppi. Anche persone care. E minaccia noi stessi. «La morte vicina suscita domande che sono più ferite che questioni da discutere». Ecco: «si intuisce che non basta avere un compito da svolgere per convincere la morte a passare oltre il numero civico di casa mia. La morte è così vicina e non ci pensavamo. Rivolgerò più spesso lo sguardo al crocifisso appeso in sala e con più intenso pensiero».

«Non pensavamo che fosse così difficile riconoscere la presenza del Signore risorto». «La città secolare da tempo ha decretato l’assenza di Dio o, quanto meno, la sua esclusione dalla vita pubblica; ma per i devoti la presenza di Dio nella vita e nella città era una sorta di ovvietà». Ebbene: questo tempo d'epidemia sembra aver cambiato le carte in tavola a tutti. Suscitando «una qualche nostalgia» in chi era lontano o indifferente. Mentre «per i devoti quello che era ovvio è diventato problematico». Ed emerge «un’invocazione di esposizioni, processioni, consacrazioni», che «dicono un desiderio sincero di essere confermati nella fede da una evidenza, da un intervento incontrovertibile. I segni della presenza del Risorto, cioè le ferite subite per la sua fedeltà nell’amore – sottolinea Delpini – risultano inadeguati all’attesa di una benedizione, di una protezione che dovrebbe mettere al sicuro i suoi fedeli. L’esito è che suonano stonate le certezze della città secolare» e «risultano più fragili le certezze dei devoti che devono constatare che "vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio" (Qo 9,2)». «Non pensavamo che fosse così difficile riconoscere la presenza del Risorto, riconoscere la sua potenza che salva per vie che le aspettative umane non possono prescrivere», riprende il presule, chiamando a «entrare con fede più semplice e più sapiente nella promessa di Gesù». Che è promessa di vita eterna.

«Non pensavamo che fosse così necessario celebrare insieme i santi misteri». Andare a Messa? «Una buona abitudine facoltativa». Ormai «in concorrenza con altre», a spartirsi il tempo della festa. Ora che le celebrazioni sono impedite dall'emergenza sanitaria, «i credenti hanno percepito che manca la cosa più importante»: celebrare, pregare, cantare insieme. Ricevere la comunione. «Quando abbiamo fame, non potremo mai sfamarci guardando una fotografia del pane», commenta l'arcivescovo. «Quando siamo sospesi sull’abisso del nulla, l’espressione intelligente “credente ma a modo mio, credente ma non praticante” suona ridicola, un divertimento da salotto, impropria là dove per attraversare la tempesta abbiamo bisogno di una presenza affidabile, di un abbraccio, di una comunione reale con Gesù, per essere nella vita di Dio. Niente di meno». Dunque: «Poter “andare a messa” sarebbe il segno che è tornata la normalità non solo nella libertà di movimento, ma nella convinzione che non si tratta di buone abitudini, ma di una questione di vita e di morte. Il pane della vita non è infatti una bella frase, ma la rivelazione che senza Gesù non possiamo fare niente».

«Non pensavamo che fosse così necessaria la resurrezione per la nostra speranza». Nel linguaggio comune, osserva Delpini, abbiamo banalizzato la speranza. O l'abbiamo lasciata ai «poveracci»: perché noi, «le persone serie», siamo quelli dei progetti, dei bilanci, delle previsioni. Accade anche «nella vita cristiana» quando è «rassicurata dalla buona salute, da un certo benessere, dalla “solita storia”» e allora «i temi più importanti sono le raccomandazioni di opere buone, di buoni sentimenti, di fedeltà agli impegni, di pensieri ortodossi. Ma quando si intuisce che qualcuno in casa deve affrontare il pericolo estremo, allora l’unica roccia alla quale appoggiarsi può essere solo chi ha vinto la morte». Come si legge nella Prima Lettera ai Corinzi: «se Cristo non è risorto», allora «vuota» e «vana» è la nostra fede.

«Buona Pasqua! Siate lieti nel Signore!». «In conclusione desidero che giunga a tutti l’augurio per la santa Pasqua di quest’anno. Siamo costretti a una celebrazione che assomiglia più alla prima Pasqua che a quelle solenni, festose, gloriose alle quali siamo abituati». Una Pasqua «vissuta più in casa che in chiesa», come «la cena secondo Giovanni», i cui «segni espressivi» sono «la lavanda dei piedi, la rivelazione intensa agli amici dei pensieri più profondi, la preghiera più accorata al Padre». E si rinnova la parola di Gesù che viene in mezzo ai discepoli, chiusi in casa, intimoriti: Pace a voi! «Incomincia così una storia nuova. Perciò posso invitarvi ancora a orientare il nostro cammino di Chiesa, con quanto ho scritto: Siate sempre lieti nel Signore! (Fil 4,4). Lettera per il tempo pasquale. Pace a voi! Buona Pasqua».






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