martedì, 15 ottobre 2019
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Lunedì, 14 Ottobre 2019

Domenico Giani, dal 2006 Comandante del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano dopo esserne stato vice per sette anni, “ha rimesso il proprio mandato nelle mani del Santo Padre, in spirito di amore e fedeltà alla Chiesa ed al Successore di Pietro”. Lo rivela un comunicato diffuso oggi pomeriggio della Sala Stampa della Santa Sede, che spiega come il Papa le abbia accettate sottolineando la “ventennale, indiscussa, fedeltà e lealtà” di quello che è stato l’”angelo custode” di tre pontefici.

Nel comunicato si afferma che Giani, 57 anni, ha preso questa decisione “pur non avendo alcuna responsabilità soggettiva nella vicenda” della diffusione da parte di alcuni organi di stampa, lo scorso 2 ottobre, di “una Disposizione di Servizio riservata, firmata dal Comandante del Corpo della Gendarmeria”, riguardante “gli effetti di alcune limitazioni amministrative disposte nei confronti di personale della Santa Sede”. Una pubblicazione - si sottolinea - “altamente lesiva sia della dignità delle persone coinvolte, sia della stessa immagine della Gendarmeria”.

Sabato scorso, il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni, in una dichiarazione all’Ansa, aveva riferito che, per papa Francesco, la gravità della “illecita diffusione” di quella disposizione di servizio “è paragonabile ad un peccato mortale, poiché lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza".

Con le sue dimissioni, spiega la nota vaticana diffusa oggi, Giani intende “garantire la giusta serenità per il proseguimento delle indagini coordinate dal Promotore di Giustizia ed eseguite da personale del Corpo, non essendo emerso al momento l’autore materiale della divulgazione all’esterno della disposizione di servizio”, in cui erano riportate anche le foto delle persone interessate, e che era rivolta esclusivamente agli appartenenti della Gendarmeria e della Guardia Svizzera.

“Nell'accogliere le dimissioni - si legge ancora nel comunicato - il Santo Padre si è intrattenuto a lungo col Comandante Giani e gli ha espresso il proprio apprezzamento per questo gesto, riconoscendo in esso un'espressione di libertà e di sensibilità istituzionale, che torna ad onore della persona e del servizio prestato con umiltà e discrezione al Ministero Petrino e alla Santa Sede”. Papa Francesco poi “ha voluto ricordare anche la sua ventennale, indiscussa, fedeltà e lealtà e ha sottolineato come, interpretando al meglio il proprio stile di testimonianza in ogni parte del mondo, il Comandante Giani abbia saputo costruire e garantire intorno al Pontefice un clima costante di naturalezza e sicurezza”.

“Nel salutare il dottor Domenico Giani - conclude il comunicato - il Santo Padre lo ha anche ringraziato per l'alta competenza
dimostrata nell’espletamento dei molteplici, delicati servizi, anche in ambito internazionale, e per il livello di indiscussa professionalità a cui ha portato il Corpo della Gendarmeria”.

Una uscita di scena con tutti gli onori, quindi, quella del Comandante Giani. Testimoniata anche dal fatto che è stata accompagnata da una lunga intervista pubblicata sui media vaticani a firma di Alessandro Gisotti, vice direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione, "Vivo questo momento difficile – dichiara Giani nell’intervista - con la serenità interiore che, chi mi conosce, sa che ha contraddistinto il mio stile di vita anche di fronte a vicende dolorose. Ho dedicato 38 anni della mia vita al servizio delle istituzioni, prima in Italia, e poi per 20 anni in Vaticano, al Romano Pontefice. In questi anni ho speso tutte le mie energie per assicurare il servizio che mi era stato affidato. Ho cercato di farlo con abnegazione e professionalità ma sentendomi, come il Vangelo di due domenica fa ci ricorda, serenamente un 'servo inutile’ che ha fatto fino in fondo la sua piccola parte".

Giani confessa a VaticanNews che gli eventi "hanno generato un grave dolore al Santo Padre e questo mi ha profondamente colpito”. “Sono trascorsi 15 giorni – aggiunge - dalla pubblicazione del documento che era stato inoltrato ad uso interno esclusivamente per Gendarmi e Guardie Svizzere. Come indicato nel comunicato della Sala Stampa del primo ottobre, è in corso un'indagine e le persone coinvolte sono state raggiunte da un provvedimento amministrativo. L'uscita di questo documento, pubblicato da alcuni organi di stampa, ha certamente calpestato la dignità di queste persone. Anche io come Comandante ho provato vergogna per quanto accaduto e per la sofferenza arrecata a queste persone".

Per questo, "avendo sempre detto e testimoniato di essere pronto a sacrificare la mia vita per difendere quella del Papa, con questo stesso spirito ho preso la decisione di rimettere il mio incarico per non ledere in alcun modo l'immagine e l'attività del Santo Padre. E questo, assumendomi quella 'responsabilità oggettiva’ che solo un Comandante può sentire".

L'ex capo della Gendarmeria spiega che nei colloqui di questi giorni col Papa, "ho sempre avvertito quella paternità che ha contraddistinto lo speciale rapporto che ho avuto con lui, sin dall'inizio del Pontificato". "Ho avvertito sempre - rimarca - l'umana sofferenza del Santo Padre nella decisione condivisa. Il Papa, d'altronde, conosceva però anche alcune fatiche personali che ormai da mesi stavo portando e anche un desiderio di dedicare maggiore tempo alla mia famiglia, a mia moglie e ai miei figli. Sono dunque profondamente grato al Santo Padre perché il suo attestare la mia lealtà, l'onore e la fedeltà con cui ho svolto il mio servizio, mi aiuta ad affrontare con serenità il futuro e i nuovi impegni che potrò assumere".

"Ho avuto l'onore di servire tre Papi - rammenta Giani -. Ricordo innanzitutto con grande commozione San Giovanni Paolo II che mi ha chiamato a servire in Vaticano e che ho accompagnato fino all'ultimo tratto della sua vita. Ho goduto e continuo a godere della stima e dell'affetto di Benedetto XVI al cui fianco ho affrontato delicatissime questioni ricevendo sempre il suo apprezzamento e la sua fiducia. Il Pontificato di Papa Francesco, per il suo stile improntato alla prossimità alla gente e alla spontaneità nei gesti, è stata un'ulteriore grande sfida con significativi e particolari momenti: ricordo in special modo il suo pellegrinaggio a Lampedusa, il viaggio apostolico in Brasile per la Gmg e quello nella Repubblica Centrafricana. Se chiudo gli occhi, mi scorrono davanti infinite scene dei quasi 70 viaggi apostolici internazionali che ho seguito, di innumerevoli visite pastorali a Roma e in Italia e di tantissimi momenti privati con i tre Pontefici".

"Il Corpo, come ho anche sottolineato in questi giorni al Santo Padre, è sano e ben preparato – conclude Giani -. Ho sempre cercato, insieme ai miei collaboratori, di formare persone che potessero essere buoni gendarmi e, con l'aiuto prezioso dei cappellani, anche dei buoni cristiani. Sono certo che chi subentra in questo delicato incarico troverà un terreno fertile, lo stesso che io ricevetti dal compianto Commendatore Cibin".

La vicenda delle foto

La storia che ha portato alle dimissioni di Giani è cominciata il 1° ottobre quando la Sala Stampa della Santa Sede informa circa una verifica in corso all'interno delle Mura Leonine. Si tratta in pratica dell'acquisizione di documenti e computer, operata nella stessa mattinata presso alcuni uffici della Segreteria di Stato e della Autorità di informazione finanziaria (Aif) dello Stato della Città del Vaticano, autorizzata con decreto del promotore di giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano e dell'aggiunto Alessandro Diddi. Il tutto in seguito alle denunce, sottolinea il comunicato che non fa i nomi degli indagati, “presentate agli inizi della scorsa estate dallo Ior e dall'Ufficio del revisore generale, riguardanti operazioni finanziarie compiute nel tempo”.

Il 2 ottobre succede il "pasticciaccio". Nelle postazioni della Gendarmeria e delle Guardie Svizzere arriva, come sempre, un ordine di servizio in cui si comunica un provvedimento di sospensione cautelativa dal servizio, con tanto di foto segnaletica, riguardante cinque persone: monsignor Mauro Carlino, capo ufficio informazione e documentazione della Segreteria di Stato, il direttore dell'Aif Tommaso Di Ruzza, Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi, minutanti in Segreteria di Stato, e Caterina Sansone, addetta di amministrazione della stessa Segreteria di Stato. Ordini di servizio di questo genere, con tanto di foto segnaletiche, non sono una novità nel lavoro di routine della Gendarmeria, ma è la prima volta che questo tipo di documento viene in qualche modo fatto uscire dalle Mure Leonine. Un “incidente” ritenuto di estrema gravità, tanto da provocare la caduta di un Comandante.

Nell'intervista Giani ricorda che gli eventi "hanno generato un grave dolore al Santo Padre e questo mi ha profondamente colpito. Sono trascorsi 15 giorni dalla pubblicazione del documento che era stato inoltrato ad uso interno esclusivamente per Gendarmi e Guardie Svizzere. Come indicato nel comunicato della Sala Stampa del primo ottobre, è in corso un'indagine e le persone coinvolte sono state raggiunte da un provvedimento amministrativo. L'uscita di questo documento, pubblicato da alcuni organi di stampa, ha certamente calpestato la dignità di queste persone. Anche io come Comandante ho provato vergogna per quanto accaduto e per la sofferenza arrecata a queste persone".

L'ex capo della Gendarmeria spiega che nei colloqui di questi giorni col Papa, "ho sempre avvertito quella paternità che ha contraddistinto lo speciale rapporto che ho avuto con lui, sin dall'inizio del Pontificato". "Ho avvertito sempre - dice - l'umana sofferenza del Santo Padre nella decisione condivisa. Il Papa, d'altronde, conosceva però anche alcune fatiche personali che ormai da mesi stavo portando e anche un desiderio di dedicare maggiore tempo alla mia famiglia, a mia moglie e ai miei figli. Sono dunque profondamente grato al Santo Padre perché il suo attestare la mia lealtà, l'onore e la fedeltà con cui ho svolto il mio servizio, mi aiuta ad affrontare con serenità il futuro e i nuovi impegni che potrò assumere".

Poi un ricordo della sua carriera: "Ho avuto l'onore di servire tre Papi - ricorda Giani -. Ricordo innanzitutto con grande commozione San Giovanni Paolo II che mi ha chiamato a servire in Vaticano e che ho accompagnato fino all'ultimo tratto della sua vita. Ho goduto e continuo a godere della stima e dell'affetto di Benedetto XVI al cui fianco ho affrontato delicatissime questioni ricevendo sempre il suo apprezzamento e la sua fiducia. Il Pontificato di Papa Francesco, per il suo stile improntato alla prossimità alla gente e alla spontaneità nei gesti, è stata un'ulteriore grande sfida con significativi e particolari momenti: ricordo in special modo il suo pellegrinaggio a Lampedusa, il viaggio apostolico in Brasile per la Gmg e quello nella Repubblica Centrafricana. Se chiudo gli occhi, mi scorrono davanti infinite scene dei quasi 70 viaggi apostolici internazionali che ho seguito, di innumerevoli visite pastorali a Roma e in Italia e di tantissimi momenti privati con i tre Pontefici".

Un “incidente” ritenuto di estrema gravità, tanto da provocare la caduta di un Comandante, che comunque, alla luce delle chiare
parole di stima manifestate da papa Francesco, esce a testa alta da questa brutta storia.





Domenica, 13 Ottobre 2019

«Vivo in Brasile da 40 anni, gli ultimi sette li ho trascorsi nel sud dell’Amazzonia, come vescovo della prelatura di São Félix do Araguaia. Mi sono, dunque, trovato a raccogliere l’eredità di un pastore profeta e poeta, dom Pedro Casaldáliga, il quale è riuscito a edificare una Chiesa di popolo, poco clericale, incentrata sulle comunità ecclesiali di base. Perché continui a mantenere queste caratteristiche, è necessario avere preti e agenti pastorali che camminino con le comunità. Il che vuol dire dare loro una formazione adeguata alla realtà amazzonica».

Il piemontese Adriano Ciocca Vasino è entrato subito nel vivo di uno dei temi chiave affrontati nella Congregazione generale di ieri, la settima – dopo due giornate di Circoli minori – del Sinodo dedicato all’Amazzonia. Come ha ricordato il prefetto del dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini, durante il quotidiano appuntamento informativo in Sala stampa vaticana, «l’educazione integrale, strumento di integrazione e promozione dei popoli amazzonici » è stata una questione ricorrente negli interventi. Per questo, dom Ciocca Vasino ha voluto condividere con i giornalisti l’esperienza formativa portata avanti, negli ultimi quattro anni, a São Félix do Araguaia, nel Mato Grosso, nuova frontiera dell’agro-business, dove le piantagioni di soia, granturco e cotone crescono giorno dopo giorno. Si tratta, dunque, di una regione caratterizzata dalla forte migrazione di braccianti agricoli da altre parti del Paese mentre gli indios rappresentano una minoranza.

«Come Chiesa siamo chiamati a servire una popolazione variegata, riunita in piccole comunità sparse su un territorio di 150mila chilometri quadrati, un terzo dell’Italia. In tale contesto, abbiamo urgenza di pastori missionari e il seminario tradizionale non è più, a differenza di cinquant’anni fa, il luogo adeguato per formarli». Per questo, dal 2015, la Prelatura ha creato, a Porto Alegre do Norte, due scuole: una di teologia e l’altra di animatori missionari, entrambe basate sul metodo del teologo belga, naturalizzato in Brasile, José Comblin. «Gli allievi si trasferiscono nelle comunità che indichiamo loro e, lavorando, si inseriscono nel suo tessuto.

Le lezioni frontali si svolgono solo nei mesi di gennaio e luglio. Rappresentano momento di scambio fondamentale, in particolare per la scuola di agenti missionari, dove metà dei partecipanti è indigena. La convivenza con i non indios consente di sfatare pregiudizi reciproci. Poi, lo studio prosegue a distanza. E al termine, gli alunni sono valutati anche dalla comunità», ha sottolineato il vescovo. Monsignor Rafael Cob García, vicario apostolico di Puyo, in Ecuador, ha profilato il sogno di un «seminario amazzonico» che assicuri una formazione inculturata. «È necessario integrare le conoscenze. Non si tratta di rinunciare allo studio della filosofia occidentale ma di abbinarlo ai saperi indigeni », ha sottolineato la peruviana Zully Rosa Rojas Quispe, delle suore missionarie domenicane del Santo Rosario. Non a caso, proprio il divario tra istruzione accademica tradizionale e sapienza ancestrale è una delle cause – insieme alla difficoltà di comprendere il celibato – che spinge molti aspiranti indigeni al sacerdozio ad abbandonare. Il tema della scarsità di vocazioni, del resto, è stato dibattuto in Aula, dove un intervento ha proposto di avviare esperienze locali di ministeri temporanei per uomini sposati, purché siano riconosciuti ed approvati dall’ordinario locale e dalla comunità ecclesiale.

«L’importante è discernere in un’ottica vocazionale, non per risolvere la mancanza di gente», ha sostenuto uno dei due diaconi permanenti presenti al Sinodo, Francisco Andrade de Lima, il quale ha detto di non avere problemi «nel fatto che le donne siano diaconesse». Mentre dom Ciocca ha confessato la speranza di poter ordinare diaconesse le due giovani che hanno terminato la scuola di teologia, in caso papa Francesco desse l’autorizzazione nel documento post sinodale. Sul tema profondo del ruolo femminile nelle Chiesa si sono concentrati gli interventi di molte uditrici ma anche di vari Padri sinodali. Tra le proposte, quella di un maggior riconoscimento ed una maggiore valorizzazione delle consacrate – come ha affermato Ruffini –, l’equiparazione alla stessa dignità degli uomini nell’ambito dei ministeri non ordinati e la convocazione di un Sinodo generale sulle donne.





Domenica, 13 Ottobre 2019

Dopo la pubblicazione delle foto di addetti del Vaticano sospesi in seguito agli accertamenti su operazioni finanziarie sospette della Segreteria di Stato, «è iniziata un’indagine, per volere del Santo Padre, sulla illecita diffusione di un documento ad uso interno delle forze di sicurezza della Santa Sede, la cui gravità, nelle parole di Papa Francesco, è paragonabile ad un peccato mortale, poiché lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza».

Lo ha riferito sabato pomeriggio all’Ansa il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, confermando la gravità dell’“incidente” dovuto all’uscita sui giornali dell’ordinanza, con tanto di foto segnaletiche, riguardante la sospensione e l’allontanamento dai loro posti di lavoro di cinque funzionari - quattro laici e un monsignore - interessati dai sequestri di carte e pc in Segreteria di Stato e all’Aif. La notizia indica il dolore del Pontefice per l’accaduto. Dolore di cui si era fatto eco un editoriale di Vatican-News in cui si denunciava il fatto che «le persone sottoposte agli accertamenti sono state infatti oggetto di una vera e propria gogna mediatica con tanto di pubblicazione delle loro foto nonostante le eventuali responsabilità siano ancora da accer- tare». Infatti «coloro che sono stati coinvolti nell’indagine avevano e hanno il diritto di essere rispettati per la loro dignità di uomini e di donne, sia che si tratti di sacerdoti, sia che si tratti di padri e madri di famiglia».

La storia è cominciata il 1° ottobre quando la Sala Stampa della Santa Sede informa circa una verifica in corso all’interno delle Mura Leonine. Si tratta in pratica dell’acquisizione di documenti e computer, operata nella stessa mattinata presso alcuni uffici della Segreteria di Stato e della Autorità di informazione finanziaria (Aif) dello Stato della Città del Vaticano, autorizzata con decreto del promotore di giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano e dell’aggiunto Alessandro Diddi. Il tutto in seguito alle denunce, sottolinea il comunicato che non fa i nomi degli indagati, «presentate agli inizi della scorsa estate dallo Ior e dall’Ufficio del revisore generale, riguardanti operazioni finanziarie compiute nel tempo».

Il 2 ottobre succede il “pasticciaccio”. Nelle postazioni della Gendarmeria e delle Guardie Svizzere arriva, come sempre, un ordine di servizio in cui si comunica un provvedimento di sospensione cautelativa dal servizio, con tanto di foto segnaletica, riguardante cinque persone: monsignor Mauro Carlino, capo ufficio informazione e documentazione della Segreteria di Stato, il direttore dell’Aif Tommaso Di Ruzza, Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi, minutanti in Segreteria di Stato, e Caterina Sansone, addetta di amministrazione della stessa Segreteria di Stato. Ordini di servizio di questo genere, con tanto di foto segnaletiche, non sono una novità nel lavoro di routine della Gendarmeria, ma è la prima volta che questo tipo di documento viene in qualche modo fatto uscire dalle Mure Leonine.

Così il foglio, firmato dal comandante Domenico Giani, viene addirittura rilanciato dal sito dell’Espresso che lo pubblica per intero, foto comprese. Da qui l’accusa di «gogna mediatica» formulata il 3 ottobre in un editoriale pubblicato anche in prima pagina dall’Osservatore Romano. Da qui il dolore di papa Francesco che ha prontamente ordinato una inchiesta per individuare la manina che ha diffuso all’esterno un documento interno della Gendarmeria. La dichiarazione del direttore Bruni è arrivata dopo che ieri il Corriere della Sera ha prefigurato come «scontato e imminente» l’avvicendamento del comandate Giani, in carica dal 2006, a cui verrebbe contestata «una omessa vigilanza», con una «via d’uscita concordata» verso «un altro incarico esterno della Santa Sede».





Sabato, 12 Ottobre 2019

Ci sono Stati in cui a comandare sono le mandrie di bovini. Come quello brasiliano di Tocantins, che di capi di bestiame ne conta più di nove milioni a fronte del milione e mezzo di abitanti. Di questo non immaginario Paese di Bengodi degli allevamenti intensivi e dell’agro-business ha parlato al Sinodo sull’Amazzonia un vescovo di quella regione: «Qui tutto il bestiame è vaccinato, le persone no. E su queste gravano, oltre agli interessi di pochi, l’avvelenamento da pesticidi usati nelle sterminate colture intensive di soia per alimentare il bestiame e il fumo dei disboscamenti procurati per ottenerle». Una parte non marginale della carne consumata in Europa pare venga da qui. E già sapere da quale filiera di costi in termini di esseri umani, ambiente e bestiame provenga la bistecca che abbiamo davanti potrebbe indurci a più di una riflessione.

Ma questo è solo un esempio dei tanti portati nella prima settimana di lavori sinodali in Vaticano per renderci conto di quanto sia larga e profonda la voragine dei sacrifici umani e ambientali scavata dai diktat del business globale, dei potentati che sottomettono tutto al dio denaro, di una certa economia ossessionata dalla speculazione e dal lucro che comanda sull’umanità, rendendoci tutti – è il caso di dirlo – carne da macello. Il newyorkese come l’indio yanomano, tutti incamminati all’autodistruzione, a quelle latitudini e alle nostre, perché sempre più alienati dalla schiavitù dell’accumulo e del consumo. Il Sinodo ci sta aprendo gli occhi su questa realtà, quella della quale questi potentati, questi nuovi dèi, non vogliono si prenda coscienza. E ci chiede invece più coscienza, perché la tutela dell’ambiente non è l’interesse di alcuni fanatici, non è questione da ridurre alle istanze politiche di verdi od ong ma una realtà che riguarda tutti. E non abbiamo un pianeta di riserva sul quale spostarci.

O ci prendiamo cura della nostra casa comune adesso o comprometteremo il futuro della nostra stessa vita. Non ci è chiesto di vivere come gli yanomani ma di consentire un’economia compatibile con l’ambiente, nel rispetto della loro vita e della nostra. Per questo il Sinodo sta chiedendo un esame di coscienza soprattutto ai cristiani: se tutto è interconnesso, non siamo padroni della Terra che possono spadroneggiare sulla vita ma siamo chiamati a essere custodi di quanto Dio ha creato. Perché – come più volte rilevato in questi primi passi di assemblea sinodale – Dio ha fatto tutto “in rete”, cioè in armonia, e se si tocca malamente qualcosa c’è tutta una filiera che ne viene compromessa, per sempre.

Ci viene ricordato che finora non abbiamo posto adeguata attenzione ai peccati contro l’ambiente. La teologia morale nello scorrere del tempo conosce variazioni, e a seconda dei momenti storici ci si accorge maggiormente della rilevanza di alcuni peccati. Dopo l’enciclica Laudato si’ ci troviamo in un kairòs, un tempo opportuno. Il Sinodo ci sta facendo capire che anche il nostro stile di vita schiavo del consumo non è compatibile con l’ambiente, che estrarre minerali in maniera selvaggia mettendo a rischio persone ed ecosistemi è un peccato di cui bisognerebbe confessarsi, e fare ammenda. Sta portando alla luce nel profondo il tema del nostro rapporto con la natura: mancare al rispetto che le dobbiamo è un peccato grave fino all’ecocidio. La Chiesa può e deve far percepire la gravità del peccato contro l’ambiente come peccato contro Dio, contro il prossimo e contro le future generazioni.

Questo Sinodo, figlio della Laudato si’, sta perciò indicando la possibilità di poter cambiare rotta con un’ecologia integrale come forma di conversione al Vangelo. Perché solo con una relazione di “alleanza con l’altro” uomini e natura avranno futuro. L’ecologia integrale è l’antidoto a questo modello disumanizzante che divora l’ambiente e le vite degli uomini.

Un’invenzione di questo Papa? No, è uno sviluppo alla luce dei tempi di quanto è presente da sempre nella Tradizione della Chiesa, essendo già istanza della fede biblica. Si afferma infatti che l’imperativo cristiano di custodire la Creazione, in quanto dono del Padre, è presupposto della vita umana. Né questo Sinodo né papa Francesco perciò inventano nulla. E meno che mai nuovo tutto questo dovrebbe suonare a noi. Il patrono dell’ecologia integrale non viene infatti dalle foreste del Borneo o dell’Amazzonia, è un italiano vissuto nel XIII secolo: Francesco d’Assisi. È stato lui a parlare della Terra come madre e delle creature come sorelle, e non era un santo naif. L’ecologia integrale, dunque, è un tratto che già ci appartiene, e appartiene alla Chiesa. Si tratta di farlo riemergere. Di tornare a san Francesco. È qui, in fondo, la prospettiva e la profezia di questo Sinodo.





Sabato, 12 Ottobre 2019

«Il cardinale John Henry Newman è sicuramente un profeta dei nostri tempi. E ad affascinare è sicuramente la grande sintonia che ebbe con san Filippo Neri. A unirli sono state virtù come l’umiltà, lo stile di gioia e la grande dimensione mistica delle loro esistenze. Solo attraverso queste chiavi si può comprendere Newman come sacerdote cattolico che scopre attraverso la spiritualità oratoriana il suo amore per Cristo». Sono gli aspetti che padre Mauro De Gioia, postulatore generale della Confederazione dell’Oratorio di san Filippo Neri, intravede oggi nella giorno in cui viene canonizzato in piazza san Pietro il suo confratello Newman.

«Nello stile di vita comune appreso alla scuola della nostra Famiglia religiosa, l’oratorio – è l’argomentazione –, egli ha trovato un approccio congeniale ai suoi gusti anche dal punto di vista pratico, in quanto più simile a quello di un college inglese». E il sacerdote filippino che da anni guida nel centro storico di Genova, tra i caruggi, la comunità dei religiosi oratoriani la cui chiesa è dedicato a san Filippo Neri, legge nell’evento di oggi «un momento di grazia e un dono, come lo ha definito recentemente papa Francesco, per tutta la Chiesa universale». Il motivo? «Questo grande teologo, definito il “padre assente del Vaticano II” per le sue intuizioni ecclesiologiche – afferma padre De Gioia –, ha sempre nutrito una particolare attenzione per la santità quotidiana, quella semplice, dei piccoli gesti».

A colpire padre De Gioia è il miracolo che ha permesso da oggi l’iscrizione nell’albo dei santi di Newman: la guarigione improvvisa, inspiegabile e permanente di una donna statunitense di Chicago incinta che aveva chiesto l’intercessione del beato dopo aver ricevuto dai medici una diagnosi infausta, con pericolo per la vita. «La signora 42enne, già madre di 4 figli, invocando il beato e ripetendo spesso la frase “cardinale Newman pensaci tu” – racconta il religioso – ha portato a termine con successo nel 2013 la sua difficile gravidanza mettendo alla luce una bambina».

E annota un particolare: «A sorprendermi è stato anche un altro aspetto di questa incredibile vicenda dopo il lungo travaglio che aveva costretto la donna a isolarsi nella sua casa per alcune ore rischiando di morire e di perdere la sua bambina che portava in grembo è tornata in cucina e ha trovato gli altri suoi figli, ancora molto piccoli, che erano rimasti seduti al loro posto tranquilli, senza farsi male, o subire incidenti domestici. Per questo ho pensato, tra me e me, che il cardinale oltre ad aver protetto e custodito la vita nascente aveva anche vegliato e vigilato nello stesso tempo sulla salute del resto della famiglia. E ho compreso ancora di più i sentimenti di gratitudine di questa mamma che ha esclamato anche per l’ultimo dono inaspettato arrivato dal cielo: “Grazie cardinal Newman”». Prosegue padre De Gioia nel suo ragionamento: «In un certo senso attraverso questo miracolo avvenuto per intercessione di Newman egli è divenuto, in questo frangente, il protettore della vita nascente e della famiglia».

Il rito di stamani in piazza San Pietro presieduto dal Papa segna forse il traguardo finale di tutta la vita di Newman sempre proteso verso le “cose di lassù”, come direbbe un suo estimatore il cardinale Giacomo Biffi. Basti pensare al motto iscritto sulla sua tomba: Ex humbris et imaginibus in veritatem («Dalle ombre e dalle figure alla Verità»). «Mi viene spesso in mente – conclude il religioso – un aneddoto legato alla sua vita. Un bambino chiese a Newman: “Chi è più grande: un cardinale o un santo?”. E la sua risposta fu: “Vedi piccolo mio, un cardinale appartiene alla terra, è terrestre; un santo appartiene al cielo, è celeste”. Anche in questo con la canonizzazione di oggi è stato esaudito».







Sabato, 12 Ottobre 2019

Si conclude domenica 13 ottobre nel teatro della parrocchia Santa Silvia il Festival della Profezia: la sentinella, manifestazione ideata e organizzata dalla stessa parrocchia in collaborazione con la casa famiglia “Iniziativa Amica” e col Progetto Continenti. Il festival nasce dal desiderio di dare voce al bene e alle buone notizie che sono tra noi. Si è cercato quindi da una parte di celebrare e approfondire alcune figure ‘profetiche’ di ieri e di oggi, e dall’altra valorizzare e far conoscere diverse iniziative che oggigiorno operano in silenzio ma trasmettono umanità e profezia, sfidano il presente e aprono la porta alla speranza.

Il titolo del festival è ispirato alle parole del profeta Ezechiele, che in un momento molto oscuro della storia d’Israele, ha usato l’immagine della Sentinella per delineare il volto del profeta: «Figlio d'uomo, io t'ho stabilito come sentinella per la casa d'Israele; quando udrai una parola dalla mia bocca, li avvertirai da parte mia». (Ez 3, 17). La sera di venerdì 11 ottobre è stata aperta da un’intervista di don Stefano Stimamiglio a Giuseppe Florio sul significato biblico del profeta e della profezia e dalla presentazione dei lavori di alcuni gruppi giovanili sui profeti del nostro tempo. Allo stesso tema è dedicata una mostra fotografica visitabile per tutta la durata del Festival. La serata ha avuto poi il suo culmine con la lettura di alcuni testi e poesie dedicati alle sofferenze dei perseguitati durante la dittatura comunista in Albania offerta magistralmente dall’attore Sebastiano Somma, accompagnato alla chitarra da Marcello Bronzetti. È stata anche presentata la figura di don Ernest Simoni, sacerdote albanese sopravvissuto a 28 anni di lavori forzati, creato cardinale da papa Francesco nel 2016. Il cardinal Simoni non ha potuto partecipare di persona, ma ha inviato un videomessaggio e la propria benedizione.

Sabato 12 è la volta di un dibattito sulla figura di Carlo Carretto, moderato dalla giornalista Anna Chiara Valle, con la partecipazione del presidente dell’Azione Cattolica romana Benedetto Coccia e del presidente del Progetto Continenti Giuseppe Florio, seguito da una rassegna di diverse iniziative profetiche, nel mondo della solidarietà, dell’accoglienza, dell’ambiente e dell’economia sostenibile. Domenica il festival sarà concluso da un concerto di musica classica e da una celebrazione eucaristica presieduta dal cardinal Angelo De Donatis, vicario della diocesi di Roma.

La casa famiglia "Iniziativa Amica" accoglie gestanti e mamme con bambini in difficoltà in un doppio appartamento di un condominio nella zona Portuense, parrocchia Santa Silvia. In essa vive attualmente una comunità composta da tre sorelle suore della Divina Volontà e una laica che svolgono il proprio servizio alla vita nascente in continuità con lo stile voluto dalla fondatrice beata Gaetana Sterni ( 1827-1889) di familiarità e di condivisione. La casa famiglia affonda le sue radici in più di 50 anni di storia, iniziata da un gruppo di giovani universitari guidati da padre Vincenzo Maria Buffon (Ordine dei Servi di Maria), per rispondere ai bisogni dei bambini abbandonati nei brefotrofi. Essi crearono dei piccoli nuclei-famiglia dove i bambini erano seguiti da educatrici. In seguito, negli anni 70 si realizzò il sogno di una comunità di accoglienza per mamme sole e in stato di bisogno.





Sabato, 12 Ottobre 2019

La chiamano la “terra dei martiri”. Allo Stato di Acre, all’estremo occidente del Brasile, appartengono, per nascita o adozione, alcune delle figure più note che hanno pagato con il sangue l’impegno per la difesa della casa comune e dei suoi popoli. Là, nella comunità di Labrea, il 28 aprile 1985, è stata assassinata suor Cleusa Coelho: aveva 52 anni, di cui 31 trascorsi fra gli indios Apirinã. Cinque anni prima, il 21 luglio 1980 a Brasiléia, era toccato al sindacalista Wilson de Souza Pinheiro, pioniere della protesta non violenta contro la deforestazione insieme a Chico Mendes, ucciso, a sua volta, il 22 dicembre 1988. Ma l’Acre è anche una terra martire, in cui il grido degli esseri umani e della foresta risuona all’unisono. Il Brasile lo acquistò dalla Bolivia nel 1903 con l’obiettivo di impossessarsi del suo “oro bianco”, ovvero le rigogliose estensioni di “alberi di gomma”. All’inizio del Novecento, il prezzo del caucciù volava sui mercati internazionali, trainato da una fame insaziabile di Europa e Stati Uniti. Per soddisfarla, il governo promosse una migrazione di massa di lavoratori dalle zone più povere del Paese.

«La maggior parte di loro non fece più ritorno. Si dice che sotto ogni albero di gomma è sepolto un “siringueiro”, come venivano chiamati i lavoratori arruolati per estrarre il caucciù. Non solo le condizioni ambientali erano difficilissimi. Il business della gomma era basato su un sistema schiavista. Per ottenere gli attrezzi, la manodopera era costretta a indebitarsi con il “patrão” (il reclutatore) e la somma dovuta cresceva a dismisura, senza controllo. Impossibile fuggire: i “coroneles” – vigilanti al soldo del proprietario – controllavano i fiumi, unica via di scampo. Gli abusi e le violenze sui siringueiros furono spaventosi. A questo si somma la distruzione della foresta e l’esproprio dei territori agli indigeni», ha raccontato monsignor Joaquín Pertíñez Fernández, vescovo di Rio Branco, principale centro urbano dell’Acre.

L’estrattivismo selvaggio che ha caratterizzato lo Stato fin dalle origini, là si è rivelato in tutta la sua fragilità. Fu sufficiente il furto da parte di alcuni commercianti inglesi di una manciata di semi Hevea Brasiliensis (l’albero della gomma), prontamente piantata nella Malaysia sotto il dominio britannico, perché, nel giro di pochi decenni, la concorrenza asiatica sgonfiasse il boom dell’oro bianco brasiliano. Si dovette attendere fino all’entrata degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale affinché riesplodesse la “febbre del caucciù”. Il Brasile, unitosi agli Alleati, non offrì la propria collaborazione sul campo di battaglia. Con i mercati asiatici fuori gioco in seguito alla deflagrazione, il presidente Getulio Vargas, bensì, nel 1942, si impegnò a rifornire di gomma Washington. Dei 60mila “soldati del caucciù” spediti sul fronte amazzonico dell’Acre, sopravvisse meno della metà. Il resto fu ingoiato nel buco nero dello sfruttamento feroce.

«I siringales, gli accampamenti dei siringueiros, rappresentano un luogo teologico della sofferenza umana», ha aggiunto monsignor Pertíñez Fernández, il quale ha voluto ripercorrere questa «tragedia dimenticata» perché «essa ha molto da insegnarci. In primo luogo, che il modello estrattivista divora la terra come divora la vita umana. Purtroppo in Amazzonia abbiamo la “memoria di legno”. Dato che gli edifici sono costruiti con tronchi e rami e non in pietra, scompaiono facilmente. Allo stesso modo svanisce il ricordo del passato. E finiamo per ripeterlo».





Sabato, 12 Ottobre 2019

«L’Amazzonia parla attraverso la voce di chi ama questa terra». Tiene sul petto una croce fatta di corda e la sua voce si fa ascoltare tra gli scrosci di una pioggia tropicale. Monsignor Giuliano Frigeni, missionario del Pime, è in Brasile da quarant’anni e da venti è vescovo di Parintins, la diocesi nel cuore dell’Amazzonia che si stende interamente nella foresta, tra gli affluenti del Grande Fiume che danno alimento a cinquecento comunità e ai villaggi del popolo indigeno Sateré-mawé. Il vescovo missionario è ora entrato anche nell’avventura del Sinodo.

Perché la Chiesa mostra una sollecitudine così intensa per l’Amazzonia?
Già Paolo VI, nel 1972, incontrando tutti i vescovi dell’area, comprese l’importanza dell’ Amazzonia sia dal punto di vista ecclesiale che per il destino dell’umanità sulla terra. Fu per primo Paolo VI a rendersi conto, dopo il Concilio, della sua importanza. L’Amazzonia è un po’ il primo capitolo della Genesi, cioè il prodigio mirabile della creazione, uscita come un dono dalle mani di Dio. E poi è anche il capitolo terzo, dove questo dono gratuito della creazione viene posto nelle mani degli uomini e della loro libertà.

Ma cosa insegna a noi questa regione? Perché ci riguarda tutti?
È evidente, oggi più che mai, la presenza di progetti frutto di avidità e speculazione. Usurpano, invadono, distruggono, avvelenano i fiumi. Prima di arrivare ho visto più di trenta camion carichi di tronchi altissimi: vengono portati chissà dove e con il permesso di chissà chi. Ci sono problemi gravissimi. La grave crisi sociale e ambientale oggi dell’Amazzonia insegna che l’economia non deve essere il comandante dell’umanità. Il problema vero non è la destra o la sinistra ma un sistema economico in cui comandano sempre i grandi potentati che sottomettono tutto ai loro interessi. Guardare questa realtà ci offre la possibilità di riscoprire la difesa del dono della vita. La vita umana, la vita che c’è qui come quella in qualsiasi altra parte del pianeta, perché non sia soggiogata al lucro e al guadagno.

Il Sinodo pone un accento rilevante sulla catastrofe ambientale che incombe sull’Amazzonia. Ma c’è chi dice che questo non c’entra niente con l’annuncio di Cristo…
Lo sguardo espresso nella enciclica Laudato si' ha manifestato che la sollecitudine della Chiesa non può ignorare i problemi e le sofferenze presenti e futuri provocati da quelli che usurpano, invadono, avvelenano i fiumi, distruggono l’ambiente. La passione evangelica per gli uomini e le donne si esprime anche nella premura fattiva per curare le ferite dei poveri. Nella Laudato si', l’emergenza ecologica è parte della missione di liberazione integrale a cui è chiamata la Chiesa che vuole essere fedele al Vangelo. Ma vedo tanti discorsi su questo Sinodo. E credo che dobbiamo guardare alla bussola.

Quale bussola?
Quello che dice il Papa nell’Evangelii gaudium: questo è un Sinodo per interrogarsi su come annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia. Valorizzando le culture e tutto ciò che di bello c'è nelle tradizioni indigene, senza dimenticare che è l’incontro con Gesù Cristo a donare pienezza a tutto questo. Dando una risposta vera anche ai gravi problemi che questa terra attraversa.

Secondo lei qual è l’approccio giusto per evitare che il Sinodo si trasformi nella solita contrapposizione di stereotipi intorno all’agenda preconfezionata di “temi sensibili” più gettonata sui media?
Non può che essere l’ascolto di questa realtà. L’ascolto reale delle popolazioni dell’Amazzonia e del rapporto unico che vivono con questo ambiente. Non imporre idee o schemi, ma ascoltare, è l’unica strada per capire. Anche per me, quando sono arrivato, per iniziare a capire c’è voluto tanto tempo. In diocesi ho un seminarista indio, di etnia Satere-mawé. L’ho mandato a studiare filosofia in un seminario nel sud del Brasile. E per lui è una gran fatica, perché sono categorie e concetti di cui nella foresta non ha mai sentito parlare. Qualche tempo fa sono andato a trovarlo per vedere come stavano andando le cose. Gli ho chiesto: che cosa ti manca di più? E lui mi ha risposto: il silenzio. E poi mi ha detto un’altra cosa che mi ha fatto pensare: “Qui quando si parla non ci si ascolta davvero, sono tutti preoccupati di quello che ciascuno deve dire. Da noi invece se uno parla gli altri lo ascoltano”. Ed è vero: quando vai alle loro assemblee, quando si riuniscono per decidere qualcosa, durano ore perché bisogna ascoltare tutti. L’Amazzonia parla attraverso la voce di chi ama questa terra e questi uomini e non nella voce di chi fa richiami amazzonici per far prevalere le proprie opinioni o i propri progetti.

Si batte il tasto sulla questione dei viri provati. Dicono che siano necessari, perché nella cultura indigena non esiste il celibato. Si può fare? È legittimo o no discuterne nel Sinodo?
Ci sono i sacerdoti sposati anche in altri riti cattolici. Ed è legittimo discutere in Sinodo della possibile ordinazione sacerdotale di laici di genere maschile, soprattutto per garantire i sacramenti a chi si trova lontano e per i sacerdoti è difficile raggiungerli di frequente. Si discute di questo, ma è strettamente circoscritto al caso dell’Amazzonia o a situazioni analoghe. E certo non può essere usato strumentalmente per dire che adesso «i preti si sposano» e conviene abolire il celibato anche nella Chiesa cattolica di rito latino.

La valorizzazione delle culture indigene è un tema del Sinodo. Come conviene affrontarla?
La Chiesa richiama l’urgenza di salvaguardare dai neocolonialismi, dai processi di dissipazione delle culture dei popoli originari perché confida che la luce di Cristo può rendere più grande e feconda la vocazione degli uomini e delle terre amazzoniche. Io ho in mente quanto è successo nella mia diocesi con gli indios Sateré-mawé del Rio Andirà. Quando quarant'anni fa è arrivato da loro padre Enrico Uggé, mio confratello, erano poche centinaia e rischiavano di scomparire. Lui è stato lì con loro, è stato testimone del Vangelo in mezzo a loro, è entrato con rispetto e ha studiato la loro cultura e li ha aiutati a difendere i loro diritti, ma insieme ai loro capi ha scommesso sull’educazione, creando una scuola che permetta loro di stare nel mondo di oggi. Il risultato è che oggi quegli indios sono 12 mila. Questa è la strada da seguire, non il mito della purezza del buon selvaggio che non esiste. E gli anziani indigeni oggi dicono a padre Enrico: “Affidiamo a te i nostri giovani, perché tu li difendi davvero dall’alcol, dalla droga e da tutto quanto di sbagliato arriva dalla città”. L’Amazzonia ha bisogno del Vangelo. Come ne abbiamo bisogno tutti, per curare le ferite, cambiare lo sguardo verso noi stessi, il mondo e l’ambiente.





Sabato, 12 Ottobre 2019

«Abbiamo vissuto questo annuncio come un momento di grande gioia. Dopo san Camillo de Lellis canonizzato nel 1746, madre Giuseppina Vannini è la prima santa della nostra Famiglia religiosa». Legge con questa commozione la postulatrice della causa, la brasiliana suor Maria Bernadete Rossoni, l’iscrizione da domani nell’albo dei santi della fondatrice delle Figlie di san Camillo.

«Se si guarda attentamente alla sua vita e al suo apostolato – sottolinea la religiosa – si scopre che ha cercato sempre di offrire sollievo agli ammalati di ogni età dai bambini, tra loro anche degli orfani, fino agli anziani che vanno accuditi fino alla fine». Il messaggio che lascia alla Chiesa e alla società – afferma suor Rossoni – «è la centralità della vita, oggi in pericolo», soprattutto «in Europa dove si parla di fine vita ed eutanasia e la vita sta perdendo purtroppo il suo valore».

Un sentimento di gratitudine dunque è ciò che affiora dalle parole di suor Bernadete che abita proprio nella casa generalizia di Grottaferrata, alle porte di Roma, dove riposano in una cappella i resti mortali della madre Vannini. «Tutto questo ci fa sperimentare questi momenti come un tempo di grazia per tutta la nostra Congregazione – spiega –. Penso che lei abbia instillato nella nostra variegata Famiglia religiosa, da sempre attenta al mondo dei degenti, un cuore femminile, uno spirito di tipo materno verso chi è ricoverato in un letto di ospedale o attende delle cure a casa». E osserva ancora: «Per lei il malato dev’essere al centro di ogni preoccupazione e interesse, e va servito come fosse Gesù stesso. Ha fatto sue le parole del Vangelo di Matteo: “Ero malato e mi avete visitato”». E non a caso gli avamposti di carità edificati nel solco degli insegnamenti di suor Vannini sono oggi oltre agli ospedali, le case per disabili e anziani. Presidi sanitari che si trovano – racconta la religiosa – dal Paraguay all’India «dove curiamo bambini disabili, abbandonati dai genitori», all’Africa «dove accompagniamo le giovani donne nel difficile iter della gravidanza».

A conferma di questo stile di “prossimità” verso tutti coloro che sono toccati dalla malattia suor Bernadette rievoca un particolare poco conosciuto. «In molti dei nostri istituti campeggia un motto: “Scienza nuova, carità antica”. Una frase che, come ci suggerisce il magistero di papa Francesco, ci sollecita di fronte alle sfide della scienza e delle nuove tecnologie ad avere sempre al centro la persona». Della complessa figura della futura santa suor Bernadette individua un dettaglio. «Tutta la sua vita spirituale ha attinto dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù e da questo si spiega la sua costante misericordia verso i sofferenti».

Ma a colpire di questa grande religiosa italiana è il miracolo di scampato pericolo che ha permesso la sua proclamazione a santa. «Dopo la sua beatificazione da parte di Giovanni Paolo II – rivela suor Bernadette –, in vista della sua canonizzazione, è stata istruita l’inchiesta diocesana presso la curia di Sinop nel Mato Grosso in Brasile, su un presunto miracolo a favore dell’operaio edile Arno Celso Klauck, che stava lavorando alla costruzione di una casa di riposo dedicata proprio a madre Vannini». E annota ancora: «L’uomo mentre lavorava ha perso l’equilibrio, è precipitato nel vano ascensore compiendo un volo di circa 11 metri. All’interno di questo spazio vi erano pezzi di legno e di ferro, un accumulo di acqua piovana. Nonostante tutto questo Arno è uscito illeso. Per questo la commissione medica nel 2018 ha definito il caso “privo di spiegazione scientifica”». Ad impressionare di questo evento inspiegabile furono le parole proferite dall’operaio brasiliano nel momento della sua caduta nel vuoto. «Egli invocò la nostra fondatrice con le parole: “Madre mia, aiutami”. E questa supplica – è il ragionamento della religiosa brasiliana – simboleggia, a mio giudizio, il richiamo per la nostra madre verso l’umanizzazione delle cure. Per lei il malato non è mai un numero, ma una persona da accogliere, curare e, se possibile, guarire».

Un’eredità, quella di suor Vannini, da vivere ogni giorno nella quotidianità al fianco dei degenti. «“Abbiate cura dei poveri infermi e vedete in loro la persona di Gesù” è il mandato – è la riflessione finale – che ci ha lasciato la nostra fondatrice e che ancora oggi viviamo nel mondo, declinando questa esortazione nelle differenti situazioni che troviamo nei nostri luoghi di missione».





Venerdì, 11 Ottobre 2019

Nel corso della 384ª plenaria dell’episcopato polacco (8-9 ottobre) i vescovi hanno discusso diversi aspetti delle celebrazioni del 100° anniversario della nascita di Karol Wojtyla che cadrà il 18 maggio 2020. L’arcidiocesi di Cracovia ha ottenuto così da parte della Conferenza episcopale, come riporta l'agenzia Sir, l’assenso a rivolgersi alla Santa Sede per il nulla osta all’istruzione a livello diocesano del processo di beatificazione dei genitori di Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla e Emilia Kaczorowska.

«Non c’è il minimo dubbio che la spiritualità del futuro santo pontefice si sia formata in famiglia e grazie alla fede dei suoi genitori», ha osservato il cardinale Stanislaw Dziwisz, già segretario particolare di Giovanni Paolo II. Il porporato si è detto convinto che «i genitori del Papa polacco possano diventare un valido esempio per le famiglie moderne» e ha ricordato che papa Francesco, durante la cerimonia di canonizzazione ha conferito a Wojtyla proprio il titolo di «Papa delle famiglie». Emilia Kaczorowska morì quando il futuro pontefice aveva solo 9 anni. Il padre di Wojtyla, anch’egli di nome Karol, morì invece nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale.

L’episcopato polacco, nel corso della plenaria ha inoltre appoggiato l’idea che Giovanni Paolo II diventi patrono della riconciliazione tra polacchi e ucraini, necessaria in seguito ai terribili crimini commessi durante l’ultimo conflitto mondiale. La «teologia del dialogo, della riconciliazione e del perdono» promossa dal Papa polacco «in base ai valori del Vangelo» ha permesso ad entrambi i popoli “di compiere dei passi importanti sulla strada della reciproca comprensione”, concordano i vescovi.





Venerdì, 11 Ottobre 2019

Come può resistere la fede cristiana in un mondo sempre più secolarizzato, che tende a renderla sempre più ininfluente? Come può tornare a essere attrattiva? Esiste ancora un popolo cristiano? Sono interrogativi con i quali si misura da tempo la Chiesa, e su cui discutono teologi, sociologi, intellettuali. Ci sono persone che dimostrano quanto sia decisiva una proposta che parli al cuore della gente in maniera semplice, diretta e coinvolgente. In questo senso Papa Francesco offre l’esempio più significativo e autorevole. E ci sono anche esperienze e luoghi che si rivelano attrattivi e 'contagiosi', capaci di suscitare una rinnovata attenzione al cristianesimo.

Qualcosa del genere sta accadendo al santuario di Oropa, in provincia di Biella, da secoli meta di pellegrinaggio e oggetto di una diffusa devozione popolare alla Madonna. Nel 2020 verrà celebrato il quinto centenario dell’Incoronazione di Maria, una cerimonia che si ripete ogni secolo a partire dal 1620. Unitamente alle corone che il 30 agosto dell’anno prossimo saranno poste sulla testa della statua della Madonna e del Bambino Gesù, verrà preparato un manto che 'vestirà' la sacra immagine. Un manto del tutto speciale, che nella parte esterna sarà confezionato da un’azienda del Biellese mentre l’interno sarà un patchwork realizzato cucendo i pezzi di tessuto inviati al santuario da chi desidera testimoniare il suo rapporto con la Vergine. C’è chi ha mandato un pezzo del vestito di nozze, della tuta da lavoro, di un grembiule da cucina, di un lenzuolo, di una giacca, di una gonna...

Ogni tessuto è accompagnato da un breve scritto dove si racconta il significato che per chi lo ha spedito, il legame con un momento significativo della propria esistenza o con qualcuno di cui si prende cura affidandolo a Lei. Sono storie, preghiere, suppliche, ringraziamenti che raccontano di una fede popolare ancora viva, di un desiderio di rapporto diretto con il Mistero. Ecco alcuni esempi. «È un lembo del taschino della mia uniforme da poliziotto, dove ho sempre tenuto la Tua immagine, ricevendo sempre grande protezione. Grazie». «Ci ricorda la prima accoglienza a cui abbiamo detto di sì e il desiderio di avere un figlio nostro. Dopo 11 anni di matrimonio, figli naturali non ne sono arrivati, ma abbiamo aperto la casa ad altri e siamo grati per la pienezza di vita che viviamo e per la nostra storia». «Rappresenta il mio cammino di giovane sposa e madre, il tuo prezioso aiuto di quando mio marito fu licenziato ed ero a casa con due bambini. Ti abbiamo invocata con fede e mentre doveva andare a un colloquio in un’azienda, la macchina si è bloccata ed è stata la sua fortuna: l’incontro con una persona ha risolto questo problema in meglio. Grazie, Vergine santissima». «Rappresenta la fatica del nostro papà durante le ore di lavoro nel turno di notte per mantenere dignitosamente e con amore la sua famiglia». «Questo pezzo di stoffa ha un valore affettivo molto grande: fa parte del mio abito da sposa e conta già 53 anni! L’ho conservato come una reliquia perché per me ha significato il formarsi di una famiglia».

Fascino che permane: «Sono già arrivati più di cinquemila pezzi – dice don Michele Berchi, rettore del santuario di Oropa –. Ogni tessuto e ogni messaggio aprono squarci commoventi di vita e testimoniano il rapporto speciale che tante persone vivono con Maria. La devozione mariana si diffuse tra i nostri monti a partire dal quarto secolo per opera di Sant’Eusebio e questo luogo continua a essere meta di visite, anche da parte di chi non è credente ma cerca una luce che illumini un cammino di ricerca. Per tante persone in questo santuario è iniziato o si è approfondito un misterioso dialogo personale con la Madonna: penso a migliaia di giovani venuti qui a preparare gli esami universitari o ad affidare il loro imminente matrimonio e a quanti chiedono la salute per la persona amata. Nel tempo sono cambiate le forme: certi gesti della tradizione come le processioni o le fiaccolate sono meno vicini alla sensibilità dei giovani, che sono più attratti da esperienze come i pellegrinaggi o i percorsi a piedi lungo luoghi significativi per il loro valore storico o artistico. Quello che perdura nel tempo è il fascino della Madonna e il suo legame con il Mistero incarnato, e la quantità di tessuti e messaggi arrivati testimonia un cristianesimo che parla al cuore dell’uomo, legato all’esperienza intima delle persone».


Si sta cucendo un vestito povero quanto ai materiali, ma ricchissimo di vita vissuta. Il mantello mariano è un simbolo di protezione

Le dimensioni del manto che vestirà la statua della Vergine e del suo strascico non sono prevedibili, legate come sono alla quantità di tessuti che arriveranno entro l’8 dicembre, ultima data per la consegna al santuario. «Sarà un work in progress, un’esperienza che non è figlia di un progetto elaborato a tavolino ma legata al popolo che la sta generando giorno per giorno – commenta Alessandra Alberto, ideatrice dell’iniziativa –. Sta prendendo corpo un vestito povero quanto ai materiali di cui è composto ma ricchissimo di vita vissuta. Nella storia dell’arte il manto della Madonna è un simbolo di protezione che unisce tutto il popolo, ognuno potrà dire 'lì ci sono anch’io'. Il manto esprime il desiderio di ricucire le divisioni, e in questo senso assume un significato di grande attualità e di positività per una società frantumata e per tante persone che vivono lacerazioni nella loro vita».

Ora et labora: il manufatto sta prendendo forma tra le antiche mura del monastero di San Giulio sul lago d’Orta, dove le suore benedettine cuciono i pezzi di stoffa inviati dal santuario di Oropa. In una lettera al rettore scrivono: «Ogni frammento di tessuto che passa tra le nostre dita ha per noi una voce arcana, un messaggio silenzioso e vibrante, al punto da crearci un senso di sofferenza nel prendere in mano le forbici per intagliare tessere più piccole del tessuto arrivato. Tutto viene eseguito a mano, cambiando filo in base alla gradazione cromatica di ogni tessera, con piccoli punti quasi invisibili. Tutto viene lavorato a mano e con il cuore orante, perché desideriamo cucire le tessere non solo al tessuto ma anche, attraverso la preghiera, al cuore di Dio».






Venerdì, 11 Ottobre 2019

Cambiano i modelli di consumo ma, se entrano in chiesa, innovazioni come la carta di credito fanno più rumore. Specie in un Paese come l’Italia legato ai contanti, ultimo nella classifica UE per pagamenti digitali (il 15% rispetto alle media comunitaria del 50%, secondo l’Abi) e dove – indica Cgia Mestre – 15 milioni di concittadini non hanno un conto bancario. Suscita sconcerto o disappunto in molti la fredda tastierina in modalità “pin e tasto verde” o “contactless” vicina all’altare. Il binomio Chiesa-denaro è tra i più sensibili: sobrietà, distacco e condivisione testimoniano che la forma è sostanza, tanto più in un decennio di impoverimento delle famiglie. Più a loro agio i turisti stranieri: l’ingresso del “pos” nelle chiese risale ad almeno 15 anni fa negli Usa e in alcuni Paesi Ue. Dalla Svezia, tra le società più cashless (senza contanti) del pianeta, con le transazioni in contanti ridotte all’1-2% del totale, alla Polonia. In Gran Bretagna nei 16mila luoghi di culto abilitati, il 35% delle donazioni è elettronica. In alcuni casi gli oboli sono cresciuti del 97%, ma i parroci rendicontano anche il numero di poveri aiutati in più. «Partecipare alla vita della Chiesa con lo smartwatch una modalità più vicina alle nuove generazioni» aveva spiegato John Preston, economo della Chiesa d’Inghilterra, ma il sistema oggi è usato anche da metà dei pensionati.

Il “pos” è raro in Spagna (dal 1999), meno in Francia, dove sono già diffuse le App per sostenere la propria parrocchia, ma sul “’Pos in chiesa” talune diocesi come Reims e Bordeaux hanno fatto marcia indietro, dopo una sperimentazione. L’interesse di questa innovazione? Più trasparenza e stop ai furti nelle cassette delle offerte. Rischi di frode digitali per chi dona? «Non avrei preoccupazioni. Non c’è da temere di veder svuotata una ricaricabile per un obolo in chiesa – spiega Gabriele Faggioli, responsabile scientifico dell’Osservatorio Information Security & Privacy del Politecnico di Milano –. Al confronto è ben più rischiosa una transazione online su siti non ben noti. Quanto alla privacy, le banche hanno precisi limiti nell’uso dei dati personali che, al contrario di un bonifico, non vengono comunicati alla parrocchia beneficiaria. Sono informati i gestori della carta: con il pagamento elettronico una forma di tracciabilità c’è sempre, e dunque una potenziale profilazione, come acquistando online, in farmacia o al supermercato.

Le spese parlano dei nostri gusti, della salute e qui del credo religioso». Ma il cuore della questione è la reazione dei fedeli: «È una possibilità in più dal punto di vista pastorale, accanto alla cassetta per l’obolo della vedova evangelico. La transizione al digitale è già una realtà – spiega don Luca Peyron, docente di teologia dell’innovazione all’Università Cattolica di Milano –. Per lo più non parliamo di carte “gold” ma del Torino bancomat o di una ricaricabile con cui già paghiamo il biglietto della metropolitana. Veglierei con attenzione invece sull’incontro tra persone al momento dell’offerta. Sarei cauto a smaterializzare quel tipo di relazione. Non dobbiamo privarci dell’esperienza corporea e personale dell’ingresso, nel silenzio di una chiesa, dove accendere una candela dopo aver pregato, anziché digitarlo a distanza. Così come è più significativo sganciare la Messa dall’offerta, e sentirsi parte di una famiglia, accolti in sacrestia dal sorriso amico, gentile e partecipe di un sacerdote o di una volontaria che scrive per me il nome di una persona cara sul libro delle Messe, piuttosto che prenotarle con un codice. Per la Chiesa è importante essere vicina alle persone: se chi arriva viene accolto da una comunità, se ne farà carico anche con un’offerta. Il digitale deve aiutarci a creare connessioni, ma se invece ci disconnette dalle relazioni, diventa un simulacro che in realtà ci disarticola e ci isola».

IL CASO DI TORINO





Venerdì, 11 Ottobre 2019

«La canonizzazione del cardinale Newman sarà un momento unico per il Regno Unito ». È quanto spiega ad Avvenire il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminister e guida, in quanto primate di Inghilterra e Galles, di cinque milioni di cattolici che vivono oltre Manica. «Sarà – spiega il porporato – un’occasione piena di gioia, molto significativa ».

La sua importanza sarà testimoniata dalla presenza, in piazza san Pietro, del principe Carlo, in rappresentanza della regina Elisabetta, e di una delegazione di tredici parlamentari britannici e pari del Regno Unito, guidati dal cattolico sir Edward Leigh. Infatti domenica John Henry Newman (1801-1890) sarà proclamato santo durante il rito presieduto da papa Francesco.

Il primate anglicano Justin Welby, che non potrà partecipare alla Messa in Vaticano, ha mandato al suo posto il vescovo di Portsmouth, Christopher Foster, che sarà accompagnato da Neil Mendoza, responsabile dell’Oriel college di Oxford, del quale Newman era membro, e da Hilary Boulding, presidente del Trinity College, dove il futuro santo si è laureato. Accanto a loro Mohammed Azim, sindaco di Birmingham, città dove Newman ha fondato il suo primo oratorio. In visita a Roma vi saranno anche migliaia di pellegrini in arrivo dalla parrocchie di Inghilterra, Scozia e Galles. È ancora il primate cattolico Nichols, che celebrerà una Messa di ringraziamento per la canonizzazione, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, lunedì, a ricordare il contributo del grande teologo alla vita della Chiesa.

«L’esplorazione della fede del cardinale Newman, la profondità del suo coraggio personale, la sua chiarezza intellettuale e la sua sen- sibilità culturale lo rendono un seguace di Cristo profondamente ammirato – spiega il porporato –. I suoi scritti continuano a presentare e chiarire la natura della fede in Dio, il discernimento della presenza di Dio nelle nostre vite e la compatibilità della fede con la ragione umana».

A definire Newman «un gigante del diciannovesimo secolo che firmò poesie, prediche e libri che fecero breccia non soltanto in una “platea” religiosa » è Sally Axworthy, ambasciatore della Gran Bretagna presso la Santa Sede, secondo la quale la canonizzazione è «un momento importante per la Chiesa cattolica ma anche per i rapporti del Regno Unito con la Santa Sede». Della promozione della figura del grande teologo tra i media britannici si è occupato Jack Valero che ha curato un ricco sito dedicato alla canonizzazione e organizzato una conferenza stampa alla quale hanno partecipato importanti testate britanniche come il Times e emittenti come la Bbc.

«La canonizzazione verrà trasmessa in diretta soltanto dalla tv americana Ewtn. Ma della Messa parlerà tutta la stampa – spiega Jack Valero –. Alla figura di Newman la Bbc dedicherà i programmi Sunday, Songs of praise e Sunday morning live ». In programma ci sono anche concerti, simposi, conferenze. Basta un’occhiata al sito www.newmancanonisation.co m per capire la ricchezza del calendario con il quale il santo, il primo in Gran Bretagna che non sia un martire dai tempi della Riforma, verrà commemorato in tutto il Regno Unito e soprattutto nelle università di Oxford e Cambridge.

L’“Oriel college” dell’università di Oxford, del quale Newman fu membro, descrive il santo, sul suo sito Internet, come «uno dei suoi più famosi membri » e ospiterà nel settembre 2020 un convegno intitolato Studioso, santo e saggio. A ricordare il grande teologo è anche la Chiesa d’Inghilterra. Sarò il primate anglicano Justin Welby a tenere la meditazione durante i Vespri celebrati insieme al primate cattolico Vincent Nichols nella Cattedrale cattolica di Londra, la Westminster Cathedral, sabato 19 ottobre. E poi una mostra fotografica è stata inaugurata nella chiesa anglicana di Oxford, Saint Mary the Virgin, della quale Newman fu parroco.





Venerdì, 11 Ottobre 2019

Non è stato tra i temi affrontati nella sesta congregazione generale di mercoledì pomeriggio – in cui è intervenuto anche papa Francesco – mentre ieri e oggi i lavori sono stati proseguiti dai dodici circoli minori, costituiti in base all’appartenenza linguistica. Perché è una questione marginale nei popoli amazzonici quanto strumentale: fin dall’inizio della Scoperta-Conquista, l’accusa di infanticidio è stata utilizzata per giustificare lo sterminio dei nativi, bambini inclusi.

Nel presente, invece, sono, qualche volta, delle sette pentecostali di tipo evangelicale a impiegarla per motivare la necessità di «integrare» i nativi, ovvero di procede alla loro omologazione forzata. Alcuni media, però, continuano a riproporre la questione all’appuntamento informativo quotidiano in Sala stampa vaticana. Qualche giorno fa, il cardinale peruviano Pedro Barreto, vescovo di Huancayo e vice-direttore delle Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), aveva smentito che la pratica fosse diffusa tra venti popoli indigeni della regione.

Ieri, è stato il vescovo Wilmar Santin, di Itaiuba, in Brasile, a spiegare che nella sua comunità – formata da indios Munduruku –, l’infanticidio è scomparso nel tempo anche grazie all’evangelizzazione. Monsignor Santin ha, inoltre, spiegato che si trattava di casi isolati e particolari, come la nascita di piccoli con gravi malformazioni o gemelli, di cui la famiglia – in una società di cacciatori raccoglitori che esige mobilità – non aveva i mezzi per farsi carico. Esempi comuni a molte realtà ancestrali, non solo nel Sud del mondo.

Man mano che le comunità acquisiscono nuovi strumenti culturali e materiali e strategia per risolvere i loro problemi etici l’infanticidio sparisce. Uno dei casi più conosciuti – e spesso citato dal noto bioeticista dell’Università di Brasilia, Volnei Garrafa – è quello degli indios Tapirá, del Mato Grosso do Sul.

Negli anni Cinquanta, essi continuavano a uccidere i nuovi nati con malattie. Poi, nel villaggio arrivò un gruppo di Piccole sorelle di Gesù che affiancarono l’evangelizzazione a una serie di interventi per migliorare l’agricoltura e garantire migliori condizioni di vita. La loro azione, condotta in un’ottica di lungo periodo, fu determinante per la scomparsa definitiva della pratica. Altre volte, il processo è interno al popolo stesso.

Attualmente, come afferma Nicole Freris, medico e esponente del Servizio internazionale dell’associazione delle Nazioni Unite (Unais), fra gli indios amazzonici, l’infanticidio è estremamente raro. Dello stesso parere, l’Ong Survival. «Lavoro con gli indigeni da tutta la vita – dice dom Roque Paloschi, vescovo di Porto Velho e presidente del Consiglio indigenista missionario (Cimi) della Conferenza episcopale brasiliana –. E posso affermare che si tratta di pochissimi casi» presenti tra i popoli più isolati o dove le condizioni sono particolarmente difficili. I dati lo confermano. Secondo l’ultimo censimento brasiliano, del 2010, la popolazione indigena è cresciuta del 205 per cento dal 1991. A partire dal 2000, è in aumento il numero di gemelli e di neonati albini. Ormai, ben un nativo su cinque ha qualche forma di disabilità, cifra incompatibile con l’idea del loro sistematico assassinio. Ad essere in allarmante aumento, invece, è il tasso di mortalità infantile: fra i nativi brasiliani esso è quattro volte superiore alla media nazionale. Ogni anno, centinaia di bimbi sotto i cinque anni vengono uccisi dalla denutrizione, dalla dissenteria, dalle infezioni respiratorie. Malattie curabili se solo venisse garantita alle comunità l’assistenza sanitaria di base prescritta dalle Costituzioni dei Paesi amazzonici.

A tal proposito, ieri al briefing, Medardo de Jesús Henao Del Río, vicario apostolico di Mitíú, nella regione colombiana del Vaupés, dove il 90 per cento della popolazione è nativa, ha raccontato la storia di una donna costretta a praticarsi il cesareo da sola per la mancanza di personale. Dei molti volti della violenza strutturale hanno parlato i Padri sinodali, come hanno sottolineato il prefetto della Comunicazione, Paolo Ruffini e padre Giacomo Costa, segretario della commissione per l’informazione. Tema analizzato in comunione con quello del dialogo tra le culture e all’azione della Chiesa per camminare con le genti dell’Amazzonia.

A quest’ultimo proposito, monsignor Santin ha ricordato l’importanza della formazione di un clero nativo. Riportando un aneddoto riferito dal cardinale Claudio Hummes, il vescovo di Itaituba ha detto: «Papa Francesco ha un sogno: avere in ogni villaggio un sacerdote indigeno. Come il Santo Padre chiede, nella mia diocesi siamo partiti da ciò che la Chiesa consente e abbiamo istituito, negli ultimi due anni, 48 ministri della Parola».





Venerdì, 11 Ottobre 2019

Papa Francesco, con il recente motu proprio Aperuit illis ha istituito la 'Domenica della Parola di Dio' annunciandola proprio nel giorno in cui è iniziato il 1.600° anniversario della morte di san Girolamo, il 30 settembre. Non è né un caso né amore per le coincidenze: è additare l’esempio del santo che ha dedicato gran parte della vita a tradurre la Scrittura dal greco o dall’ebraico al latino, rendendola così accessibile al culto, alla preghiera, allo studio, insomma, a tutta la Chiesa che sapeva leggere e scrivere: per questo la sua traduzione si chiama 'vulgata', ovvero 'edizione per il popolo'.

Per il sacerdote 'in cura d’anime', ovvero per il prete che si cimenta quotidianamente nel duro compito di accompagnare le anime a Dio, quella di san Girolamo non è solo la biografia di un dotto studioso ma è in primo luogo la vita di un cristiano che ha voluto farsi ferire dalla Scrittura, che ha voluto incarnarla. Senza entrare in mille particolari biografici, è sufficiente ricordare che trascorse gli ultimi 35 anni della vita a Betlemme per potersi impregnare di quella vita che voleva tradurre. Perché la Scrittura – e il Vangelo in particolare – ha per Autore principale lo Spirito Santo e contiene la parola di Dio non come qualsiasi libro contiene le parole del suo autore ma in un modo assolutamente più efficace e sacro. Essendo il Dio cristiano la Parola Incarnata, le parole che lo Spirito Santo dettavano a chi scriveva raccontano non solo la vita storica di quella Incarnazione ma contengono anche in modo particolare lo Spirito Santo che l’ha animata, visto che Gesù si incarnò «per opera dello Spirito Santo». Chi legge il Vangelo mangia Gesù e beve Spirito Santo.

Lo dico con riferimento a un ricordo vivo della mia giovinezza, quando a tavola potevo comportarmi in maniera disinvolta e nel bicchiere del vino mettevo, all’inizio del pranzo, le pesche: in questo modo, al momento della frutta, mangiavo le pesche ma bevevo anche il vino di cui ormai si erano impregnate. San Girolamo con il suo vivere in Terra Santa per imparare la Scrittura mi insegna che nel Vangelo bisogna entrarci con tutto se stessi, con entrambi i piedi. Papa Francesco ci dice che vivere secondo «la forma del Vangelo» non è un consiglio che riguarda solo san Francesco ma un precetto per ogni cristiano. Per la mia esperienza, il prete 'in cura d’anime' può additare il Vangelo solo se cerca ogni giorno di leggere quello che la Chiesa propone nella liturgia della Messa chiedendosi 'cosa dice a me questa Parola, oggi?': la parabola della pecorella smarrita è sempre la stessa ma il mio oggi cambia ogni giorno. Per questo ogni giorno lo Spirito Santo contenuto in quelle parole mi comunicherà il Verbo in modo diverso, declinato in mille sfumature. Dedicare alla Parola lo spazio di una domenica, la terza del tempo ordinario, significa chiedersi che posto prende la Parola nella parola nella mia vita: se diventa reale, se diventa vita. Non solo suono, non solo un’onda invisibile che percuote il timpano ma strumento potente che tocca la pelle, l’anima, la vita appunto. Per ferirla e salvarla per sempre. Mettere la parola al centro di un tempo significa fare risaltare la centralità della comunicazione che, etimologia alla mano, significa costruzione di comunione.

San Girolamo affermava che «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». La terza domenica dell’anno mi devo fermare per chiedermi se mi ricordo che ogni giorno c’è una parola che merita di essere ascoltata. Avere una vita secondo la forma del Vangelo significa che Vangelo e vita si devono mettere in collegamento. Per un punto passano infinite rette, per due punti ne passa solo una. Se prendo il Vangelo e lo isolo dalla realtà posso fargli dire qualsiasi cosa, la storia purtroppo ce lo ha dimostrato in mille modi. E lo stesso accade con la mia vita, se la prendo e la isolo: se invece lego assieme Vangelo e vita, se mi chiedo cosa dice alla mia vita il Vangelo di oggi, allora il Vangelo parla. E io ne posso parlare agli altri, a quelli di cui 'ho cura'.





Giovedì, 10 Ottobre 2019

«Papa Francesco sta dando un messaggio importante all’opinione pubblica globale: non privatevi della saggezza ancestrale degli indigeni». La giurista filippina Victoria Tauli-Corpuz, relatrice speciale dell’Onu per i popoli indigeni, è uno dei dodici invitati speciali al Sinodo sull’Amazzonia. Ha contribuito alla redazione della dichiarazione Onu del 2007 sui diritti dei popoli originari. «La mia esperienza più importante è quella di donna indigena. Appartengo all’etnia Kankanaey Igorot, antichi abitanti delle montagne filippine, come sottolinea l’abito che indosso», afferma, mostrando la tunica rossa.

Quali sono le principali minacce che i popoli amazzonici devono affrontare?
In primo luogo, la sistematica violazione del loro diritto alla terra. Nonostante esso sia garantito dalle Costituzioni dei Paesi della regione, si assiste all’esproprio dei territori nativi per far posto ai megaprogetti e all’agro-business. Quando, poi, gli indios protestano, vengono criminalizzati. O, peggio, uccisi. Infine, gli indigeni soffrono per l’inquinamento e le devastazioni ambientali prodotte dai progetti estrattivi. Penso al caso dei bimbi Yanomami brasiliani con altissimi livelli di mercurio nel sangue a causa dell’estrazione illegale dell’oro o alle genti dello Xingu, private del principale sostentamento, i pesci, dalla diga di Belo Monte.

I governi dei Paesi amazzonici hanno responsabilità in tali violazioni?
Senza la corruzione, simili violazioni non sarebbero possibili. Combatterla è il primo passo che i governi sono chiamati a fare per tutelare i diritti degli indigeni e consentire loro di scegliere liberamente quale modello economico adottare.

E i Paesi del Nord del mondo? Che responsabilità hanno e come possono contribuire alla tutela dei nativi?
Europa e Stati Uniti possono avere un grande ruolo. Le risorse depredate dall’Amazzonia sono esportate in questa parte di mondo. Credo, però, con fermezza, nel potere di pressione dei consumatori. I cittadini hanno il dovere di informarsi su quanto acquistano. E di boicottare le merci prodotte a discapito delle vite umane, dello sterminio di popoli e culture. Credo che questo Sinodo avrà un effetto forte e duraturo nella maturazione di tale consapevolezza.





Giovedì, 10 Ottobre 2019

«Come si può pensare che questo golpe all’ecosistema, che ha violentato la vita delle persone che lì vivono, per costruire una centrale idroelettrica, di cui non abbiamo alcun bisogno, possa essere spacciata per sviluppo ed energia pulita?». Si alza chiara e forte la voce di Erwin Kräutler, vescovo prelato emerito di Xingu, quando parla della tragedia che colpito la sua diocesi: quella della diga di Belo Monte sul fiume Xingu, la seconda più grande centrale idroelettrica del Brasile e la quarta più grande nel mondo per capacità installata, che ha trasformato per sempre e distrutto l’ambiente e le popolazioni indigene e fluviali che vi abitavano.

Parla senza mezzi termini di “ecocidio”, di “peccati ecologici” a danno della Creazione il vescovo brasiliano nel briefing di ieri sul Sinodo per l’Amazzonia. «Sì, si è parlato di questi peccati» riferisce il prefetto del Dicastero della comunicazione, Paolo Ruffini riferendo i temi affrontati nel corso della quarta Congregazione generale del Sinodo. «Peccati gravi perché offendono Dio e l’uomo» ha affermato il prefetto riferendo quanto emerso dall’assemblea sinodale: «Che la Chiesa faccia sentire la propria voce in difesa dei popoli indigeni vessati dell’Amazzonia e allo stesso tempo faccia comprendere l’importanza dei cosiddetti peccati ecologici, tra cui l’ecocidio».

Dai padri sinodali è stata infatti auspicata «una conversione ecologica che faccia percepire la gravità del peccato contro l’ambiente come peccato contro Dio, contro il prossimo e le future generazioni». Da qui la proposta di approfondire e divulgare una letteratura teologica che includa, assieme ai peccati tradizionalmente noti, i “peccati ecologici”. I padri sinodali tra gli altri temi hanno quindi affrontato il tema della salute integrale dell’Amazzonia, facendo memoria delle idolatrie colonialiste passate e presenti, di un modello di sviluppo capitalista che sta distruggendo la regione, e di uno sviluppo ecosostenibile, di come la tecnologia può essere una possibilità per nuovi modelli di sviluppo, perché questo interessa tutti «per superare una cultura della irresponsabilità e non vivere da padroni ma da ospiti nel rispetto della nostra Casa comune» – ha riferito Ruffini –. Il noto scienziato brasiliano, Nobel per la Pace 2007, Carlos Alfonso Nobre, da parte sua nel corso del briefing ha ribadito come l’Amazzonia abbia «un ruolo determinante per il futuro della sostenibilità del nostro pianeta, ma purtroppo siamo molto vicini ad un collasso». Un dato, ha aggiunto, sul quale ormai la comunità scientifica concorda. «Il ciclo di scomposizione della foresta, destinata a diventare una savana, è irreversibile – ha proseguito Nobre –. Ora siamo al 20% della deforestazione, cioè vicini al punto di non ritorno, con tassi di disboscamento e di incendi che aumentano, come abbiamo visto anche di recente».

Di fronte a questo quadro della scienza, per Nobre «la tecnologia, se non diventa tecnocrazia, può essere di grande aiuto. Dobbiamo mettere in atto conoscenze secondo un nuovo modello di economia sostenibile decentrata che possa aiutare le popolazioni locali. È il nostro contributo scientifico al Sinodo», ha affermato mostrando il documento ad hoc distribuito nell’assemblea. Il Nobel ha definito il negazionismo scientifico «una grave minaccia, ma non viene però dalla maggioranza della popolazione del mondo, che rispetta la voce della scienza. Si tratta di una quota molto piccola, non della popolazione ma dei rappresentanti di quegli interessi economici che hanno dominato in questi anni». Riguardo alla presenza della Chiesa il vescovo Kräutler ha detto di avere incontrato il Papa prima della stesura della Laudato si’, e di avergli posto tre punti: le minacce all’Amazzonia, le sue possibilità di distruzione; le condizioni delle popolazioni indigene; la questione dell’Eucaristia, cioè il fatto che ci siano migliaia e migliaia di comunità in Amazzonia che non hanno l’Eucaristia, se non una, due o tre volte l’anno. «È un popolo escluso dal contesto della Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II diceva che non esiste la Chiesa se non vicino a un altare. Questo popolo non ha un altare: noi vogliamo che abbia non solo il tavolo della Parola, ma anche il tavolo dell’Eucaristia. Quali possibilità ci sono di arrivare al sacerdozio? Fino ad oggi solo per un uomo celibe». «I due terzi delle comunità amazzoniche che sono senza sacerdoti sono dirette e coordinate da donne – ha evidenziato poi il presule –. Si parla tanto di valorizzazione della donna, ma cosa vuol dire? Hanno bisogno di riconoscimenti concreti».





Mercoledì, 09 Ottobre 2019

Qualcuno stamattina leggendo “La Repubblica” avrà fatto un balzo sulla sedia. Nel suo commento al Sinodo intitolato “Francesco e lo spirito dell’Amazzonia” il fondatore del quotidiano Eugenio Scalfari attribuisce infatti al Papa riflessioni e opinioni quanto meno sconcertanti. In particolare Scalfari scrive: «Chi ha avuto, come a me è capitato più volte, la fortuna d’incontrarlo e di parlargli con la massima confidenza culturale, sa che papa Francesco concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo».

E a conferma di quanto appena detto, il giornalista e filosofo, passa in rassegna, modificandola anche un po’, la Passione di Gesù, soffermandosi in particolare sul grido di Cristo in croce, tratto dal Vangelo di Marco che riprende il Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Un’invocazione che Scalfari riassume in “Signore mi hai abbandonato”. «Quando mi è capitato di discutere queste frasi – aggiunge Scalfari – papa Francesco mi disse: “Sono la prova provata che Gesù di Nazareth una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio”». Davvero, quella di Scalfari, un’interpretazione troppo libera e palesemente irreale, al punto da meritarsi una “correzione”.

Arrivata con una nota del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni: «Come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo».

Del resto per capire che le espressioni attribuite al Pontefice non potevano essere reali sarebbe bastato recuperare le parole del Papa, ripetute in più occasioni. Poteva essere sufficiente anche solo riprendere pochi passaggi dell’udienza generale del 18 dicembre 2013: «Dio ha voluto condividere la nostra condizione umana al punto da farsi una cosa sola con noi nella persona di Gesù, che è vero uomo e vero Dio. Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente. La presenza di Dio in mezzo all’umanità non si è attuata in un mondo ideale, idilliaco, ma in questo mondo reale, segnato da tante cose buone e cattive, segnato da divisioni, malvagità, povertà, prepotenze e guerre. Egli ha scelto di abitare la nostra storia così com’è, con tutto il peso dei suoi limiti e dei suoi drammi. Così facendo ha dimostrato in modo insuperabile la sua inclinazione misericordiosa e ricolma di amore verso le creature umane».

Concetti ribaditi a Caserta il 28 luglio 2014: «L’Apostolo Giovanni è chiaro: “Colui che dice che il Verbo non è venuto nella carne, non è da Dio! È dal diavolo”. Non è nostro, è nemico! Perché c’era la prima eresia – diciamo la parola fra di noi – ed è stata questa, che l’Apostolo condanna: che il Verbo non sia venuto nella carne. No! L’incarnazione del Verbo è alla base: è Gesù Cristo! Dio e uomo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, vero Dio e vero uomo».





Mercoledì, 09 Ottobre 2019

L’immagine classica è quelle della monetina, con il suo rumore un po’ sordo, che cade nella cassetta. Subito dopo si accenderà una candela. Tra le abitudini che accompagnano la vita delle parrocchie, una delle più consolidate è infatti quella della offerta, magari piccolissima, fatta in chiesa. A volte persino, e non si dovrebbe, durante la Messa, disturbando un po’. Naturalmente non conta quanto si dona ma, come nella parabola dell’obolo della vedova, a fare la differenza è il sentimento che accompagna il gesto, il cuore che ci si mette. Anche le consuetudini più consolidate però sono destinate a rinnovarsi, qualcuno direbbe a a evolversi, secondo altri a deteriorarsi. A motivare opinioni così differenti è la scelta fatta da alcune comunità di affiancare alla classica cassetta delle offerte un pos, il dispositivo usato per carte di credito e bancomat. Nella diocesi di Chioggia ad esempio l’esperimento è stato avviato le primavera scorsa coinvolgendo tre chiese mentre a Riccione un parroco ha utilizzato un distributore automatico per medagliette e libri. È di queste ore invece la notizia che si potranno fare offerte via pos anche nella Cattedrale di Torino. (Riccardo Maccioni)

Il duomo di Torino intitolato a San Giovanni Battista è tra le chiese più visitate nel capoluogo subalpino da pellegrini e turisti provenienti da tutto il mondo. Accoglie la Sindone, le spoglie del beato Pier Giorgio Frassati e, come tutte le cattedrali, numerose opere d’arte. Sotto il duomo anche il Museo Diocesano contribuisce al passaggio in chiesa di persone di ogni età e provenienza. «E sono molti», spiega il parroco don Carlo Franco, «coloro che ogni giorno sostando in preghiera desiderano lasciare un’offerta o accendere una candela, ma spesso non hanno monete o, provenendo da paesi esteri dove l’uso delle carte di credito è la norma, anche negli edifici di culto, si trovano in difficoltà. Per questo dal mese di agosto ho fatto in modo che la cattedrale fosse dotata di due “bussolotti” per offerte senza contante».

«Già durante le Ostensioni della Sindone», prosegue don Franco, «avevo notato che i pellegrini si presentavano con le carte di credito nel negozietto del duomo anche per oggetti da pochi euro e mi ero informato presso le banche per vedere come fare, ma al di la di avere il ‘pos’ per gli acquisti non avevo trovato altre soluzioni. Poi sono venuto a conoscenza del sistema trovato dal parroco del duomo di Chioggia, ho cercato la ditta che gli aveva fornito l’apparecchiatura e ho deciso di sperimentarla nella cattedrale di Torino per il periodo di un anno».

Così di fronte alla cappella che custodisce la Sindone e quella, nella navata di destra dedicata a Maria, sono comparsi due ‘leggii’ in marmo sui quali è fissato l’apparecchio che mediante un touch screen permette di scegliere se destinare l’offerta all’accensione di una candela, alla celebrazione di una Messa o per la Chiesa, senza ulteriori specifiche. «In futuro vorremmo ancora attivare un portale con il quale ci si potrà collegare tramite un qr code segnalato dall’apparecchio: nel portale si potranno anche indicare le destinazioni delle offerte e le intenzioni di preghiera che si associano, ad esempio, alla richiesta di una Messa».

Intanto il sistema già così è stato apprezzato e in media ogni mese da quando è stato installato ha fatto registrare donazioni per un centinaio di euro (per ogni versamento viene inviata una notifica alla parrocchia). «Il nuovo sistema non sostituirà i tradizionali bussolotti», conclude don Franco, «ma va visto come una opportunità in più per i fedeli che desiderano fare una offerta per via telematica e, tra l’altro, anche con una maggiore tutela. Non è infatti il caso specifico del Duomo che è costantemente sorvegliato e interessato da un via vai continuo che funziona da deterrente per i ladri, ma penso che se questi pos venissero adottati anche in altre chiese certamente si ridurrebbero i rischi di furto che purtroppo vengono spesso perpetrati nelle parrocchie». )





Mercoledì, 09 Ottobre 2019

Il Sovvenire come il talento evangelico, «per una Chiesa che restituisca in abbondanza al Padre quanto ha ricevuto, dopo averlo moltiplicato con il duro lavoro del servizio, condiviso tra i fratelli per lo sviluppo civile, morale e spirituale del nostro Paese». È l’indicazione del segretario generale della Cei il vescovo Stefano Russo, che ha aperto il convegno nazionale degli incaricati diocesani per il Sovvenire, ieri a Palermo.

La tre giorni di lavori farà il punto sul tema “L’8xmille per lo sviluppo”. «L’8xmille non è solo denaro affidatoci dai cittadini attraverso l’Irpef, ma è scuola di cittadinanza e buon uso delle risorse, segno di una Chiesa che costruisce relazioni, anche spirituali. Possiamo mostrare che l’uso dei beni in un’ottica cristiana crea sviluppo, apre prospettive sostenibili che ridanno dignità, creano giustizia. La sfida è la costruzione di un Paese non solo efficiente ma umano».

Il vescovo Russo ha scelto la metafora scritturale delle due città: Gerusalemme, fitta di contraddizioni ma madre di tutti i popoli che in essa si incontrano e in cui il Signore è presente, luogo della Risurrezione, da cui partono la missione e l’evangelizzazione; e Babilonia, crocevia di idolatria, lusso sfrenato, ingiustizia, oppressione. «La città terrena – ha detto, citando Agostino del De civitate Dei- il cui amore di sé giunge fino al disprezzo di Dio; e la città celeste, il cui amore di Dio giunge fino al disprezzo di sé. Papa Francesco ce l’ha ricordato nell’Evangelii gaudium: “La nuova Gerusalemme è la meta verso cui è incamminata l’intera umanità. La presenza di Dio in essa promuove il desiderio di bene. Non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata”».

Il segretario generale della Conferenza episcopale italiana Russo ha chiesto alla platea dei circa 200 incaricati diocesani, annunciatori di condivisione, di «continuare a formare su meccanismi e valori del sistema, insistendo sulla partecipazione alla firma, oggi ancora inferiore al 50%». Con lo sfilacciamento sociale si profila più difficile oggi quel «ministero di unità che nella società italiana la Chiesa cattolica ha sempre svolto – ha evidenziato nel suo intervento il presidente del Comitato Cei per il sostegno economico alla Chiesa e arcivescovo di Otranto, Donato Negro – fontana al centro del villaggio da cui tutti attingono acqua, diceva Giovanni XXIII. La sfida nel cambiamento d’epoca che viviamo non è impossibile. Il Sovvenire può dare freschezza alla nostra testimonianza, secondo l’immagine francescano-manzoniana del «mare che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi».

Già Rosmini indicava che la Chiesa non deve preoccuparsi innanzitutto di come avere di più, ma di come dare di più. Sta a noi essere riconosciuti non solo per le radici storiche, ma vivendo il presente secondo il Vangelo». Ha fatto il punto sulle nuove norme nel segno della trasparenza l’economo della Cei, il diacono Mauro Salvatore. «La promozione poggia su rendiconti efficaci, su bilanci diocesani sempre più coinvolgenti e comprensibili nella documentazione, su un’alta reputazione. Per questo ci siamo dotati di strumenti innovativi, di voci di spesa analitiche condivise in Commissione paritetica Stato-Chiesa e misurazione degli obiettivi raggiunti». Oggi le conclusioni di Matteo Calabresi, responsabile del Servizio promozione Cei, oltre al confronto con i sistemi Ue di sostentamento clero, affidato al vescovo delegato per il Sovvenire in Triveneto, Luigi Bressan, e all’analisi a più voci del valore sociale dell’8xmille, curata da un pool di economisti sociali.






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