mercoledì, 22 gennaio 2020
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Martedì, 21 Gennaio 2020

Il 2020 è l’anno del centenario della nascita di Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari. Un anniversario importante che diventa occasione per conoscerne meglio il carisma e la testimonianza di fede. A partire dal suo grande sogno, quello di vedere realizzato un mondo più unito, dove tutti si riscoprono fratelli, appartenenti alla famiglia dei figli di Dio, uniti dall’amore scambievole. Significativamente il motto del centenario è “Celebrare per incontrare”, a testimoniare il desiderio di evitare ogni nostalgia per riscoprire l’attualità di un messaggio più che mai vivo e profetico.

Chi era

Chiara (all’anagrafe Silvia) Lubich nasce a Trento il 22 gennaio 1920, seconda di quattro figli. Maestra nelle scuole elementari e studentessa di filosofia a Venezia, all’imperversare della seconda guerra mondiale capisce che solo Dio resta, che Dio è amore. E lo sceglie come suo tutto, come unico ideale. Il 7 dicembre 1943, quando Chiara con voto perpetuo di castità “sposa” Dio, segna convenzionalmente gli inizi del Movimento dei Focolari la cui denominazione ufficiale sarà “Opera di Maria”, a sottolineare lo strettissimo legame con la Vergine.

Certo quel giorno, come scrive il sito www. focolare.org Chiara «non aveva nessun’idea di quello che avrebbe visto e vissuto negli 88 anni della sua vita. Non aveva alcuna idea dei milioni di persone che l’avrebbero seguita. Non immaginava che con il suo ideale sarebbe arrivato in 194 nazioni. Poteva mai pensare che avrebbe inaugurato una nuova stagione di comunione nella Chiesa e che avrebbe aperto canali di dialogo ecumenico mai praticati?».

Oggi, come detto il Movimento ha una diffusione autenticamente planetaria con oltre 2 milioni di aderenti e più di mille progetti di sviluppo internazionale.- «Non ho mai fatto programmi – ha detto più volte Chiara Lubich –. Lo spartito è in cielo, noi cerchiamo di suonare quella musica in terra».

Chiamata a parlare in ogni angolo della terra, insignita di quattordici dottorati honoris causa, dalla sua testimonianza di vita, dal suo impegno, sono emersi temi e strade poi discussi e ripresi dal Concilio Vaticano II, a partire, quando nessuno parlava di avvicinamento tra le civiltà, dall’obiettivo della fraternità universale.

Chiara Lubich muore a Rocca di Papa il 14 marzo 2008. Il 27 gennaio 2015 l’apertura della causa di beatificazione, conclusasi a livello diocesano il 10 novembre scorso.

Difficile condensare in poche frasi il suo insegnamento, la sua eredità spirituale, anche se un auspicio, una preghiera, li riassume benissimo: «Vorrei che l’Opera di Maria, alla fine dei tempi, quando, compatta, sarà in attesa di apparire davanti a Gesù abbandonato-risorto, possa ripetergli: “Quel giorno, mio Dio, io verrò verso di te… con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia”. Padre, che tutti siano uno!»

Le celebrazioni

Sono tante le iniziativa organizzate nel nostro Paese per il centenario della nascita di Chiara Lubich. Cuore delle celebrazioni è Trento la sua città natale, dove mercoledì 22 gennaio alle 20.30 l’arcivescovo Lauro Tisi presiederà la Messa nella basilica di Santa Maria Maggiore. Sempre oggi ma alle 18.30 Roma ricorderà la fondatrice del Movimento dei Focolari con un appuntamento al Teatro Piccolo Eliseo mentre alla stessa ora a L’Aquila, il cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi celebrerà l’Eucaristia nella chiesa di San Mario alla Torretta.

Sabato prossimo, 25 gennaio poi alle 16 il Centro Mariapoli “Chiara Lubich” a Cadine ospiterà l’evento “Trento incontra Chiara” con la partecipazione del capo dello Stato, Sergio Mattarella e la presidente del Movimento dei Focolari, Maria Voce. All’interno del calendario delle celebrazioni anche due manifestazioni particolari: il Concorso nazionale per le scuole “Una città non basta. Chiara Lubich cittadina del mondo”, aperto all’inizio dell’anno scolastico, con il patrocinio del Miur che si concluderà il 31 marzo 2020, e la mostra “Chiara Lubich Città Mondo”, inaugurata a Trento lo scorso 7 dicembre e che si chiuderà il 7 dicembre 2020.

Più avanti nel calendario, il 14 marzo, a Loreto nel contesto del Giubileo Lauretano, si celebrerà il centenario con un appuntamento ecclesiale e civile dal titolo “Santità per tutti”. Lo stesso giorno a Firenze, nello storico Salone dei 500 a Palazzo Vecchio, si ricorderà “Chiara Lubich, donna del dialogo e dell’unità. Cittadina onoraria di Firenze”. Atri eventi sono in programma a Bergamo il 1° febbraio, a Genova il 15 febbraio, a Rieti il 22 aprile.

Il Movimento dei focolari in pillole

Il Movimento fondato da Chiara Lubich è circondato da molte domande e curiosità. A partire dalla sua storia. Si scopre così che il Movimento dei Focolari è stato approvato dalla Chiesa anche con il nome di Opera di Maria, scelto dalla stessa Chiara Lubich, per indicare lo stretto legame con la Vergine. La prima approvazione è del 1962, quella definitiva risale al giugno 1990.

Una guida al femminile

Gli Statuti stabiliscono che a presiedere il Movimento sia sempre una donna. Una condizione che vuole rimarcarne il profilo mariano e la connotazione prevalentemente laicale e così «conservare il disegno che Dio ha avuto su di esso per averne affidato l’inizio e lo sviluppo a una donna». Gli Statuti indicano anche che dovrà essere «soprattutto una presidenza della carità, perché dovrà essere la prima ad amare e cioè a servire i propri fratelli, ricordando le parole di Gesù: “ … chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti (Mc 10,44)”». Attualmente la presidente è Maria Voce, eletta il 7 luglio 2008 dall’Assemblea generale del Movimento, prima focolarina a succedere alla fondatrice, morta il 14 marzo precedente.

Non è solo per i cattolici

Come ricorda il sito www.focolare.org tutti possono aderire al Movimento dei Focolari. Ne fanno parte, infatti, cristiani di varie denominazioni, fedeli di altre religioni, persone che non si riferiscono ad alcun credo.

Cosa sono le Mariapoli?

Tra gli appuntamenti che caratterizzano la vita del Movimento ci sono le Mariapoli cioè “città di Maria”. Per alcuni giorni persone di diversa età e provenienza si ritrovano, spiega il sito www.focolare., org «con lo scopo di vivere un’esperienza di fraternità, alla luce dei valori universali del Vangelo. Le Mariapoli si svolgono ogni anno in numerosi Paesi del mondo e hanno come linea guida la “regola d’oro” che invita a fare agli altri quello che si vorrebbe fosse fatto a sé».

Le Cittadelle

Altre cose sono le cittadelle vale a dire centri, in cui gli abitanti cercano di realizzare nel lavoro e nello studio il carisma dell’unità vivendo il comandamento dell’amore evangelico: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv. 15,12). La prima ad essere fondata, nel 1964, è stata Loppiano (provincia di Firenze e diocesi di Fiesole) dove vivono uomini e donne di 65 Paesi differenti. La sua storia affonda le radici negli anni 50 del secolo scorso quando un gruppo di persone attratte dalla spiritualità dei Focolari, iniziò a ritrovarsi, nel periodo estivo, sulle Dolomiti.

Scrive Chiara Lubich: «Era una convivenza di persone di ogni categoria sociale, di tutte le età, d’ambo i sessi, delle più varie vocazioni, che costituiva quasi una cittadella temporanea caratterizzata dalla pratica del comandamento nuovo di Gesù ‘Amatevi a vicenda come io ho amato voi’. Ammirando da un’altura la spianata verde della valle, m’è parso di capire che un giorno il Signore avrebbe voluto in qualche posto una cittadella simile a quella che si stava svolgendo, ma permanente».





Martedì, 21 Gennaio 2020

L’annuncio era già stato dato a maggio dal presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, insieme con l’arcidiocesi di Bari-Bitonto. E oggi arriva il sigillo ufficiale della Santa Sede. Papa Francesco sarà a Bari domenica 23 febbraio per concludere l’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace”, quella sorta di “Sinodo” dedicato al grande mare e promosso dalla Cei che dal 19 al 23 febbraio porterà nel capoluogo pugliese oltre sessanta vescovi dei Paesi affacciati sul bacino in rappresentanza delle Chiese di tre continenti (Europa, Asia e Africa). Qualche giorno fa la tappa barese del Pontefice era comparsa nell’agenda delle celebrazioni papali di gennaio e febbraio. Oggi la Sala Stampa vaticana rende noto il programma della visita. Due saranno gli appuntamenti centrali: l’incontro di Francesco con i vescovi del Mediterraneo che partecipano all’Incontro di spiritualità; e la Messa nel centro della città. Così Bergoglio torna per la seconda volta a Bari (e la terza in Puglia) e anche in questo caso per unire la sua voce al grido di pace per la regione. Infatti il 7 luglio 2018 il Papa aveva riunito nel capoluogo pugliese i capi delle Chiese e delle comunità cristiane del Medio Oriente. «Ringraziamo il Santo Padre per il dono della sua presenza all’Incontro di Bari – dichiara il cardinale Bassetti –. La sua parola e il suo magistero sono un punto di riferimento per quanti desiderano e anelano la pace nel Mediterraneo. Come vescovi promotori dell’evento facciamo nostro e rilanciamo l’appello del Papa alla comunità internazionale per un più assiduo ed efficace impegno nell'area mediterranea e nel Medio Oriente».


L’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei è una sorta di Sinodo del Mediterraneo che porterà a Bari dal 19 al 23 febbraio oltre sessanta vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa). Sarà concluso da papa Francesco. Sui passi del "profeta di pace" Giorgio La Pira, i vescovi si confronteranno per indicare percorsi concreti di riconciliazione e fraternità fra i popoli in un'area segnata da guerre, persecuzioni, emigrazioni, sperequazioni


Il Pontefice partirà in elicottero dal Vaticano alle 7 del mattino e atterrà alle 8.15 nel piazzale Cristoforo Colombo a Bari. Sarà accolto dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci, dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, dal prefetto di Bari, Antonella Bellomo, e dal sindaco Antonio Decaro. Poi il trasferimento nella Basilica di San Nicola dove alle 8.30 incontrerà i vescovi del Mediterraneo.

Dopo l’introduzione e il saluto del cardinale Bassetti, che ha ideato l’evento, sono previsti gli interventi del cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo e presidente della Conferenza episcopale di Bosnia ed Erzegovina, e dell’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme. Quindi il discorso del Papa a cui saranno consegnate le conclusioni delle giornate sinodali di confronto fra i pastori dell'area. Al termine l’intervento di ringraziamento dell’arcivescovo di Algeri, Paul Desfarges, presidente della Conferenza episcopale regionale del Nord Africa. Poi Bergoglio scenderà nella cripta della Basilica per pregare di fronte alle reliquie di san Nicola, il santo che unisce Oriente e Occidente. Uscendo dalla Basilica, sul sagrato, il Papa saluterà quanti lo attendo in piazza.

Poi è previsto il trasferimento in Corso Vittorio Emanuele II dove alle 10.45 inizierà la Messa presieduta dal Pontefice. Al termine la preghiera dell’Angelus. Alle 12.30 il Papa salirà in elicottero per fare rientro a Roma dove l’arrivo è in programma alle 13.45.


Il programma delle cinque giornate dell'Incontro sul Mediterraneo



Il programma delle cinque giornate dell’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” è già noto. Nel pomeriggio di mercoledì 19 l’inizio dei lavori nel Castello svevo con l’introduzione del presidente della Cei, cardinale Bassetti. A seguire la presentazione dell’evento da parte del vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, vicepresidente della Cei e presidente del Comitato organizzatore dell’Incontro. La giornata si concluderà con un momento di preghiera. Giovedì 20 e venerdì 21 le due giornate in stile sinodale con il confronto e il dialogo (a porte chiuse) fra i vescovi del bacino. Ogni giornata – che si terrà sempre al Castello svevo – si aprirà con un’introduzione del tema della giornata. Poi i tavoli di conversazione e nel pomeriggio la discussione in assemblea. Alle 12.30 si terrà il briefing con la stampa.

Giovedì 20, alle 8 del mattino, è prevista la Messa nella Basilica di San Nicola e alle 18.30 i Vespri. Venerdì 21 alle 19 ciascun presule sarà ospite di una parrocchia dove celebrerà la Messa e incontrerà la comunità. Sabato 22, dopo la celebrazione eucaristica nella Cattedrale di Bari, si terrà l’assemblea per le conclusioni. Alle 12 la conferenza stampa finale. Nel pomeriggio, alle 15.30, l’incontro pubblico al teatro Petruzzelli – aperto a chiunque voglia partecipare – con i rappresentanti istituzionali e testimonianze. Domenica 23 l'arrivo di papa Francesco a Bari che concluderà l’iniziativa. Alle ultime due giornate sono invitati tutti i pastori italiani.






Martedì, 21 Gennaio 2020

A rileggerla a distanza di un mese, l’accorata constatazione di papa Francesco nel discorso alla Curia Romana («Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più») – ripresa anche dal cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, in apertura del Consiglio permanente – assume ancora maggiore significato. E merita perciò di essere approfondita a livello pastorale e teologico, specie considerando i segnali di una progressiva e apparentemente inarrestabile scristianizzazione che giungono dallo scenario postmoderno delle grandi città.

Si tratta di una costante nel magistero di papa Francesco. E anche nel documento programmatico del suo pontificato – Evangelii gaudium – c’è un intero paragrafo ('Sfide delle culture urbane', numeri dal 71 al 75) dedicato al tema metropolitano, già affrontato più volte quando era arcivescovo di Buenos Aires. Nel discorso alla Curia Romana del 2019, tuttavia, il problema viene trattato con un’ampiezza di riferimenti e una sistematicità di argomentazioni che fanno intravedere sviluppi interessanti. Da un lato, infatti, egli riprende la grande questione della fede, che era stata l’architrave del pontificato di Benedetto XVI (è bene ricordare che la prima enciclica di Francesco è la ormai quasi dimenticata Lumen Fidei, dichiaratamente firmata a quattro mani con papa Ratzinger). Dall’altro pone al centro della sua riflessione una diagnosi estremamente realistica e per nulla rassicurante della situazione della fede nel nostro tempo. «Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».


La conversione antropologica è fatta di attenzione ai ceti meno abbienti delle desolate periferie urbane, ma anche di un rinnovato e massiccio investimento sulla pastorale del ceto medio e dei giovani

Torna in mente «l’eclissi del senso di Dio» di cui proprio Benedetto XVI parlò in una sua omelia del giugno 2010. E non c’è dubbio che questo scenario di secolarizzazione trovi il suo terreno più fertile nell’ambiente spesso disumanizzante delle grandi città, con i centri praticamente ridotti a luoghi di uffici, negozi e movida, i quartieri dormitorio preda di individualismo mascherato da privacy e le immense periferie ghetto dove quasi sempre a farla da padrone sono degrado, devianza sociale e ogni genere di povertà. Del resto – come ricorda Luca Mazzinghi nel saggio 'Abitare la città', edizioni Qiqajon – la prima volta che la Bibbia parla di una città (Genesi, 4,17) è per far notare che il suo fondatore fu Caino, quasi a connotare subito negativamente ogni agglomerato urbano. In generale poi nella Scrittura la città ha una natura ambivalente. Da un lato Babilonia co- me luogo della ricchezza, dell’idolatria e del peccato, dall’altro la Gerusalemme celeste che appare come il compimento della storia della salvezza.

Al primo aspetto, il panorama di progressiva alienazione urbana, anche cinema e letteratura hanno dato largo spazio, e non da ieri, se solo si pensa a classici come 'Metropolis' di Fritz Lang o a pellicole più recenti come 'Un giorno di ordinaria follia ' e 'Collateral' (in quest’ultima si racconta di un uomo morto sulla metropolitana di Los Angeles di cui ci si accorge solo dopo innumerevoli corse da un capolinea all’altro). Senza dimenticare l’inquietante previsione di 'Fahrenheit 451', la crisi esistenziale, educativa e sociale tratteggiata da Salinger ne 'Il giovane Holden' o, per venire all’Italia, il riso amaro del 'Marcovaldo' di Calvino. Perciò il Papa che alla letteratura e al cinema fa riferimento anche nei suoi discorsi ha certamente ben presenti queste dinamiche quando, nel discorso alla Curia afferma: «Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre 'mappe', di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti». Le stesse parole disse il 27 novembre 2014 ai partecipanti al Congresso internazionale della Pastorale delle grandi città. E non è difficile scorgervi il substrato dell’esperienza pastorale di arcivescovo di una megalopoli come Buenos Aires, poi rifluita nei già citati numeri della Evangelii gaudium (alcune pagine particolarmente belle del magistero 'metropolitano' di papa Bergoglio sono rintracciabili nell’antologia intitolata 'Poveri', pubblicata dall’Editrice Ave con l’introduzione del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga).

C'è infatti nel documento programmatico del pontificato sia l’eco dell’ambivalenza biblica rispetto al tema cittadino, sia l’attenta osservazione di un tessuto sociale che a volte si manifesta nella sua positiva interconnettività, e molto più spesso in laceranti problemi come «il traffico di droga e di persone, l’abuso e lo sfruttamento di minori, l’abbandono di anziani e malati, varie forme di corruzione e di criminalità». Accade così che accanto a «cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della vita personale e familiare», vi siano anche «moltissimi 'non cittadini', i 'cittadini a metà' o gli 'avanzi urbani'». Un concetto che Francesco avrebbe ripreso due anni dopo, nel discorso rivolto il 7 febbraio 2015 al Pontificio Consiglio per i Laici, allora guidato dal cardinale Stanislaw Rylko, nel quale parla addirittura della capacità delle nostre città di generare dentro di sé delle 'anti-città', composte di 'nonluoghi', dove si vivono 'non-relazioni' ed esistono gli 'anti-uomini'.


L’annuncio del Vangelo unico antidoto alla "catechesi" tossica dei talk show, dei testi di brutte canzoni e di influencer dell’effimero

È il motivo per il quale la città non può non essere considerata come il luogo privilegiato della nuova evangelizzazione. In un articolo per 'Vatican Insider' del 1° maggio 2015, Francesco Peloso citava il cardinale Claudio Hummes, arcivescovo emerito di un’altra megalopoli, San Paolo del Brasile, per il quale il processo di urbanizzazione vissuto dalla sua nazione negli anni 50-60 del secolo scorso aveva ridotto il numero della popolazione che si definiva cattolica dal 90 per cento a circa il 60-65 per cento. Si tratta quindi di avviare una seria riflessione per comprendere quali siano le «altre 'mappe'» e gli «altri paradigmi» di cui c’è bisogno per riportare il Vangelo in simili contesti. Il Papa stesso, nel discorso alla Curia Romana ce ne offre le coordinate di fondo, a partire dall’invito ad avere sulla città uno sguardo di fede nutrito dalla Parola (invito ripetuto ieri anche dal cardinale Bassetti). Il 21 dicembre scorso Francesco ha ribadito che «Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei pro-È cessi della storia». E non è superfluo ricordare che proprio nella diocesi di Roma ha avviato quest’anno il piano pastorale «Abitare con il cuore la città» e che per gli esercizi spirituali del 2019 ha chiamato padre Bernardo Gianni, l’abate di San Miniato, il quale, facendo leva su un verso di Mario Luzi – «La città degli ardenti spiriti» – ha quasi per converso disegnato una città che si accende di speranza, di desiderio, di attesa. Una città che vince la stagnazione, la rassegnazione, l’individualità e riscopre un fuoco antico.

In fondo la «mappa» e «il paradigma» nuovi che Francesco continua a indicarci per la nuova evangelizzazione sono qui: nel ricordarci che il Dio dell’immensità incarnata è lo stesso che abita ancora le nostre città. E che la Chiesa tanto più sarà in uscita, quanto più saprà rammendare in suo nome il tessuto delle relazioni sociali e interpersonali sfilacciate dall’individualismo ateo. È in altri termini, come ha acutamente colto il teologo Giuseppe Lorizio su queste stesse pagine, quella che papa Bergoglio chiama «la conversione antropologica», fatta certamente di attenzione ai ceti meno abbienti delle desolate periferie urbane, ma anche a un rinnovato e massiccio investimento sulla pastorale del ceto medio e dei giovani, due mondi che – bisogna ammetterlo – richiano di diventare terreni tra i più impermeabili alla fede e che la Chiesa del nostro tempo ha quasi del tutto abbandonato alla 'catechesi' altamente tossica della tivù spazzatura, dei talk show, dei testi osceni e violenti dei rapper, dei guru del pensiero radicale e di effimeri influencer senza arte né parte.

Non deve sfuggire, infine, come nel discorso alla Curia Romana si parli anche dei mass media e di «una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri». Promuovere la nuova evangelizzazione, sembra suggerire il Papa, significa dunque ripartire dal restauro dell’architettura degradata delle relazioni umane malate di indifferenza e isolamento. E il Vangelo, con le sue risposte di senso, anche e soprattutto trascendenti, è l’unica possibilità di avviare questo gigantesco piano di risanamento delle nostre città.





Lunedì, 20 Gennaio 2020

Cristiani. Non a parole, ma a partire dalla Parola. Quella di Dio. Il cardinale Gualtiero Bassetti, introducendo la sessione invernale del Consiglio permanente della Cei, ha ripreso una delle frasi chiave del discorso del Papa alla Curia Romana del 21 dicembre scorso, per sviluppare un ampio approfondimento sulla crisi di fede dell’Occidente. E ha fatto appello a riprendere in mano la Scrittura e «riscoprirne la centralità» come «condizione per dirsi e diventare cristiani», dichiarando la piena adesione della Cei alla Giornata della Parola che si celebrerà per la prima volta domenica 26 gennaio prossimo. Alla luce di queste notazioni, poi, ha fatto riferimento anche ad alcuni temi di attualità sociale e politica («clima di precarietà diffusa», «disagio e malcontento»), tra i quali la necessità, anche a livello di bilancio dello Stato, di investire sulla famiglia, e l’ormai prossimo Incontro del Mediterraneo, quale occasione per «avviare un processo di visioni condivise e collaborazioni fattive».

«Le inquietudini e le attese che attraversano il cuore degli uomini del nostro tempo – ha fatto notare - nella Sacra Scrittura trovano voce e risonanza, apertura e ragioni di speranza». (QUI IL TESTO COMPLETO IN PDF)

La centralità della Parola

Il Papa, ha ricordato Bassetti, il mese scorso ha fatto una constatazione ad alcuni apparsa sorprendente. «Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata». «In realtà - ha rimarcato il presidente della Cei ­- la fotografia messaci davanti da Papa Francesco corrisponde pienamente a quanto viviamo nelle nostre Chiese. Oggi la situazione è davvero diversa e noi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati».

In un tale contesto pluralistico, spesso si considera «irrilevante la fede, sorgono le posizioni più diverse: ecco le reazioni esasperate di chi fatica ad accettare questa stagione e ha quasi bisogno di prenderne le distanze, invocando un impossibile ritorno indietro delle lancette della storia; ci sono, poi, le scorciatoie di quanti considerano ineluttabile la secolarizzazione della società: anche fra quanti si riconoscono cattolici, prevale spesso una religiosità debole, per cui del magistero ecclesiale si accetta solo ciò che è in sintonia con il proprio stile di vita. Mentre si riduce lo spazio d’incidenza delle istituzioni – tra cui la Chiesa – viene avanti anche una solitudine diffusa, che accompagna tante persone, le quali si sentono prive di riferimenti culturali e di alleanze educative su cui contare».

Perciò anche in vista degli Orientamenti pastorali che la Cei metterà a punto nei prossimi mesi, ha detto Bassetti, «vogliamo farci missionari, portatori appassionati della proposta cristiana, convinti come siamo che l’incontro con il Signore Gesù rimane la risposta alle attese e alle domande di vita che albergano nel cuore; un incontro che diventa pieno quando suscita l’esperienza della fraternità. A livello ecclesiale non sarà, infatti, l’attivismo – pur sostenuto dalle migliori intenzioni – a far la differenza: "Di una cosa sola c’è bisogno”, ci ricorda con chiarezza l’episodio evangelico delle sorelle di Betania. L’ascolto, l’accoglienza della Parola, la contemplazione sono atteggiamenti primari ed essenziali, quelli che poi generano il servizio concreto al prossimo. Sappiamo per esperienza che, quando le persone – penso in particolare ai giovani – incontrano la Parola, ne ricavano una ricchezza inenarrabile, che conduce a scelte di vita donata nelle forme più diverse».

Nasce da questa convinzione l’adesione dei vescovi alla scelta di Francesco di istituire la Domenica della Parola di Dio: «La celebreremo per la prima volta domenica prossima, 26 gennaio. Già a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia, papa Francesco aveva chiesto che si pensasse a una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio; una domenica non una volta all’anno, ma una volta per tutto l’anno».

Il cardinale ha poi raccontato l’episodio narrato da uno scrittore contemporaneo che mentre si trovava a cena con amici ha narrato loro un passo biblico, credendo che lo conoscessero e scoprendo che per loro era invece un inedito. «Riscoprirne la centralità è condizione per dirsi e diventare cristiani: occorre tornare a un incontro personale e comunitario con la Parola. Parola mai ovvia, mai banale, tesoro inesauribile, che non afferreremo mai nella sua ricchezza e profondità», ha sottolineato Bassetti.

Parola ed ecumenismo

Dalla Parola poi nasce anche il movimento ecumenico. In questa Settimana per l’unità dei cristiani, ha sottolineato, «sentiamoci convocati dalla Parola: sarà più facile avvicinare e riconoscere pure i tanti immigrati, che vivono accanto a noi, la maggior parte dei quali è di fede cristiana; la loro presenza porta con sé una serie di implicazioni pastorali che devono trovarci attenti e disponibili. Quando si permette alla Parola di liberare la sua carica profetica, diventano visibili i segni dello Spirito anche in mezzo alle ambiguità e alle contraddizioni del presente. Si diventa, allora, capaci di cogliere ciò che nella vita è vero, giusto, conforme al Vangelo e ciò che non lo è, per discernere e comportarsi di conseguenza».

Parola e slancio pastorale per la cura dei problemi quotidiani

«Non rinnoveremo la nostra pastorale – ha proseguito il presidente della Cei - se non richiamandoci alla Parola, convinti come siamo che “ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale” (EG 11). È questa la condizione per esserne a propria volta annunciatori, capaci di viverla nel quotidiano e di testimoniarla con gioia. Nessuno, del resto, aprirà la porta del cuore ad “evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi” (EG, 10): la gente è già carica di tante preoccupazioni quotidiane: figli che non nascono, figli che stentano a trovare un lavoro dignitoso, figli che prendono la strada dell’estero; e, ancora, le tante preoccupazioni e difficoltà che, in un modo o nell’altro, segnano ogni famiglia, negli affetti coniugali, nelle relazioni tra generazioni, nella cura prestata ad anziani, disabili e non autosufficienti; una cura tanto più impegnativa laddove si misura con la penuria di servizi socio-sanitari sul territorio».

La tutela della famiglia

A livello sociale, ha detto a tal proposito Bassetti, «pesa una condizione materiale e morale di affanno permanente, un clima di precarietà diffusa, di incertezza e instabilità; e questo clima suscita disagio e malcontento, i cui effetti vanno oltre le stesse pagine della cronaca nera. Sì, è notevole il carico che grava sulle spalle di gran parte della popolazione; un carico di cui chi, tra noi, a volte si lamenta delle rinunce e dei sacrifici che la vocazione porta con sé, si rivela ben poco consapevole.È a questa gente – che sentiamo come la nostra gente – che vogliamo tornare a rivolgerci con disponibilità, in spirito di semplicità e di condivisione. Da questa prospettiva, guardiamo con attenzione all’istituzione, con la Legge di bilancio, di un Fondo relativo all’assegno universale e ai servizi alla famiglia.

Secondo Bassetti c’è da riconoscere in questa misura «una visione circa il valore sociale assicurato dalla famiglia, un passo rispetto alla libertà di scelta dei genitori sull’educazione dei figli, un percorso che incentiva i giovani nell’avvio di un’attività professionale e un tentativo di armonizzare l’esperienza delle genitorialità con quella lavorativa. Il sostegno alla famiglia richiede politiche affidabili e continuative, che finalmente introducano sgravi fiscali proporzionati al numero dei figli. Per il bene di tutti, chiediamo che le forze politiche, insieme alle parti sociali, sappiano davvero investire sulla famiglia, riportandola nello spazio pubblico, quale luogo decisivo da cui far ripartire il Paese».

Il cardinale ha accennato infine all'Incontro del Mediterraneo in programma a Bari a febbraio e fatto presente che esso «cade in un momento di crisi, particolarmente drammatico: alcune compagini statali – dalla Libia, alla Siria all’Iraq – sono in frantumi, altre sono attraversate da tensioni fortissime. La guerra, in più punti del Mediterraneo, è l’esito di scelte miopi e interessate, dalle quali non sono estranee nuove logiche coloniali, avanzate dalle grandi potenze. Come Chiese intendiamo offrire una testimonianza di comunione, che non si rassegna a situazioni violente e a strutture sociali ingiuste».

Infine dal presidente della Cei è venuto un grazie ai sacerdoti «che della Parola sono i primi ministri tra la nostra gente» e ai catechisti che «educano a uno sguardo evangelico e a un’esperienza ecclesiale». «A cinquant’anni esatti dalla pubblicazione del Documento di base – era il 2 febbraio 1970 – proprio la fedeltà alle intuizioni e alle indicazioni che ci ha offerto, esige oggi scelte pastorali e itinerari formativi nuovi», ha concluso il cardinale Bassetti.





Lunedì, 20 Gennaio 2020

È morto sabato 18 gennaio a Roma il liturgista padre Silvano Maggiani dell'Ordine dei Servi di Maria. Aveva 72 anni. I confratelli, la Pontificia Facoltà Teologica Marianum e la Comunità di Studio Marianum lo ricordano per la profetica forza e la bellezza del suo insegnamento della Liturgia. La veglia di preghiera ha luogo lunedì 20 gennaio 2020, alle ore 19 nella chiesa di Santa Giuliana Falconieri (piazza Francesco Cucchi, Monteverde Vecchio). Le esequie si terranno martedì 21 gennaio 2020 alle ore 10 nella chiesa parrocchiale Regina Pacis (via Maurizio Quadrio 21, Monteverde Vecchio).


Era stato il preside della Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” di Roma. Ed era consultore dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice: a volerlo come esperto di liturgia era stato papa Francesco che lo aveva nominato nell'incarico nel settembre 2013. Nato a Marina di Carrara il 15 febbraio 1947, religioso dell’Ordine dei Servi di Maria, padre Maggiani aveva insegnato teologia liturgica e teologia sacramentaria al "Marianum" e al Pontificio Istituto liturgico Sant’Anselmo. Aveva diretto gli scritti scientifici della facoltà e la rivista «Marianum». Già presidente dell’Associazione dei professori e cultori di liturgia d’Italia, era esperto della Consulta dell’Ufficio liturgico nazionale della Cei. Ha rivestito prestigiosi incarichi tra cui quello di coordinatore del Consiglio dei presidenti del Coordinamento associazioni teologiche italiane. E' stato priore della Comunità di Studio del "Marianum". La sua pubblicistica e l’ambito della sua ricerca liturgica comprendevano epistemologia, ritologia, simbologia, architettura e arte per la liturgia, mariologia e pietà mariana. Da ricordare i suoi puntuali interventi sulla riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II.





Domenica, 19 Gennaio 2020

Si è concluso sabato a Caltagirone l’Anno Sturziano con la celebrazione eucaristica presieduta nella cattedrale di San Giuliano dal cardinale Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.

La personalità del servo di Dio don Luigi Sturzo è stata approfondita tutto l’anno con iniziative pastorali, spirituali, culturali e sociali, per dare freschezza all’attualità della “profezia” del sacerdote calatino. Sin dall’apertura, il 19 gennaio 2019, è stata coinvolta l’intera comunità per esprimere la corresponsabilità nel promuovere una più organica volontà di bene. Ogni evento ha cercato di offrire gli aspetti spirituali più autentici al fine di far emergere la singolare santità di don Luigi Sturzo.

«La santità è realizzare in noi la somiglianza con Dio – ha detto Becciu nell’omelia – vivendo in maniera conforme alla sua volontà che ci è rivelata nei comandamenti sintetizzati da Gesù nell’unico comandamento dell’amore e che ha due destinatari: Dio e il prossimo. La santità non è una chiamata riservata a poche persone, ma a tutti. Alla santità sono chiamati i fedeli laici, a livello personale e nel rapporto ai compiti che svolgono nella Chiesa e nella società; sono chiamati i coniugi nel reciproco costante amore e come genitori con l’opera educativa; i giovani per coltivare la gioia della presenza di Dio e il senso del dovere; i lavoratori con le opere fatte bene, perfezionando se stessi, aiutando gli altri cittadini a far progredire la società, praticando la carità operosa».

Alla presenza del vescovo di Caltagirone, Calogero Peri, dei vescovi siciliani Salvatore Gristina (Catania), Michele Pennisi (Monreale), Giuseppe Marciante (Cefalù), degli emeriti Vincenzo Manzella e Antonio Scopelliti, Becciu ha aggiunto: «Nel corso della storia, anche nei tempi moderni, ci sono stati uomini e donne che hanno preso sul serio la chiamata alla santità, sforzandosi di vivere in pienezza il Vangelo. Tra questi, oggi ricordiamo con animo grato il servo di Dio don Luigi Sturzo. Questa figura storica del cattolicesimo italiano individuò nell’impegno sociale dei cattolici il punto di gravità di una rinnovata partecipazione dei cattolici alla vita del Paese. Di qui il suo impegno per un programma sociale popolare e di stampo democratico-cristiano».

La testimonianza di Sturzo, grazie a quest’ultimo anno, è divenuta ancor più patrimonio dell’Italia, ma ha varcato pure le frontiere, fonte di ispirazione in diversi Paesi, specie europei. «Il ricordo di questo indimenticabile sacerdote – ha concluso il porporato – stimola a porsi generosamente al servizio della collettività, con una speciale attenzione alle fasce più disagiate, favorendone anche il progresso spirituale. Ci troviamo di fronte ad una possente figura di prete e di statista che incoraggia a coltivare i valori umani e cristiani che formano il ricco e irrinunciabile patrimonio ideale dell’Europa. Esso ha dato vita a una civiltà che nel corso dei secoli ha favorito il sorgere di società autenticamente democratiche».





Sabato, 18 Gennaio 2020

«Ci sarò». Assicura che verrà a Bari il vicario apostolico di Tripoli, il vescovo George Bugeja, nonostante la guerra civile. Per partecipare all’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei che radunerà in Puglia dal 19 al 23 febbraio i pastori dei Paesi affacciati sul grande mare. E il frate minore francescano d’origine maltese, che dal 2015 è a Tripoli prima come coadiutore e poi come vescovo titolare, porterà le sofferenze e le attese della Libia. Che «ha bisogno di serenità e di una pace duratura», spiega ad Avvenire.


L’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei è una sorta di Sinodo del Mediterraneo che porterà a Bari dal 19 al 23 febbraio oltre sessanta vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa). Sarà concluso da papa Francesco. Sui passi del "profeta di pace" Giorgio La Pira, i vescovi si confronteranno per indicare percorsi concreti di riconciliazione e fraternità fra i popoli in un'area segnata da guerre, persecuzioni, emigrazioni, sperequazioni


La crisi politica che si è inasprita da qualche settimana segna anche la comunità ecclesiale. «Comunque, per grazia di Dio, negli ultimi giorni si sono aperti spiragli positivi che lasciano intravedere qualche passo in avanti verso un domani senza combattimenti – afferma Bugeja –. Sto pensando all’accordo sul cessate il fuoco e alla Conferenza di Berlino che mi auguro abbia un buon esito. Come Chiesa che abita questa realtà complessa, speriamo e preghiamo perché i libici possano trovare una soluzione nel segno della fraternità. Una soluzione, però, che non sia effimera».

È ormai una comunità ecclesiale ridotta ai minimi termini quella che vive sotto le bombe e in mezzo agli scontri iniziati già prima della caduta del regime di Gheddafi. «Fra noi non ci sono libici cristiani – racconta il vescovo –. Siamo tutti stranieri, numerosi di passaggio. Nel Paese arriviamo a essere complessivamente circa 3mila credenti su sette milioni di abitanti. Tuttavia, negli ultimi mesi molti stanno lasciando la Libia avvalendosi dei programmi di rimpatrio». Ai cattolici sono concessi due soli luoghi di culto nell’intera ex colonia italiana: uno a Tripoli e l’altro a Bengasi. «San Francesco è l’ultima chiesa della capitale. Anche la Cattedrale è diventata una moschea: la grande moschea di piazza Algeria», precisa Bugeja. In città, accanto al vescovo, c’è solo il frate francescano Magdy Helmy. E poi otto suore Missionarie della carità di Madre Teresa di Calcutta, impegnate come volontarie in due istituti governativi. «È limitato il numero di sacerdoti e religiosi nei due vicariati apostolici di Tripoli e Bengasi: dal 2011 a causa del conflitto e poi dal 2014 per ragioni di sicurezza», aggiunge il presule.


Eccellenza, guardando all’Incontro di Bari, quale contributo può dare la Chiesa alla concordia fra i popoli?

Se penso alla Libia, come discepoli del Risorto vogliamo essere una presenza di riconciliazione, sollecitando la fratellanza reciproca. Qui la Chiesa è sempre stata guidata dai francescani. E sull’esempio di Francesco d’Assisi proviamo a vivere in una terra che è quasi al cento per cento musulmana, promuovendo il rispetto e l’amicizia. Di fatto diciamo che essere fratelli è possibile, come ha mostrato il Poverello incontrando il sultano Melek-El-Kamel ottocento anni fa a Damietta, sul delta del Nilo, sempre qui in Nord Africa.


Siete una Chiesa “clandestina”?

La nostra è una Chiesa che si spende per il Vangelo attraverso le umili vie del servizio e della testimonianza. Ci sentiamo accolti e liberi di essere cristiani. È vero che siamo una piccola comunità ma non nascosta. Siamo riconosciuti ufficialmente dalle autorità governative. La Santa Sede ha ristabilito le relazioni diplomatiche con la Libia nel 1997. E l’attuale nunzio apostolico, l’arcivescovo Alessandro D’Errico, è accreditato presso lo Stato libico dal 25 marzo 2018 benché risieda a Malta di cui è a sua volta nunzio.

Il volto della Chiesa in Libia è multiforme ma non “parla” arabo.

Sì, siamo davvero una Chiesa cattolica, ossia internazionale. Infatti la comunità ecclesiale è formata per lo più da filippini, indiani, pachistani. E poi da chi proviene dal Sud del Sahara, da Nigeria, Ghana, Sierra Leone. Per questo le Messe sono in inglese.


E come si vive la fede?

Quando Gheddafi salì al potere, Tripoli contava 39 chiese o cappelle. Con la confisca dei beni della Chiesa, dopo la rivoluzione del 1969, è rimasta soltanto la chiesa di San Francesco. Le nostre celebrazioni domenicali si tengono il venerdì. Perché qui la domenica è una giornata lavorativa. Nel giorno di festa ci sono due Messe al mattino. E sono ben partecipate: dai 400 ai 500 fedeli durante ogni liturgia. Per questo sostengo che la Libia non vada considerata un capitolo chiuso per la Chiesa. Attraversiamo un frangente difficile assieme a tutto il Paese, ma siamo certi che il futuro sarà migliore sia per l’intera nazione, sia per la Chiesa.

La comunità cattolica è messaggera di pace ma anche avamposto sociale.

Il primo impegno è quello di stimolare, per quanto possibile, tutte le persone che vengono da noi a essere cordiali e a saper perdonare. Non conta quanto si fa, ma come lo si fa. E siamo tenuti ad agire spinti dall’amore vicendevole; altrimenti ciò che compiamo non vale niente. Sul versante dell’attenzione ai poveri, abbiamo uno sportello Caritas e un Social service con la presenza di un medico e di alcuni infermieri per assistere i più bisognosi, in particolare i migranti che giungono dal Sudan, dal Sud Sudan, dall’Eritrea e da altri Paesi sub-sahariani.


Come costruire il dialogo con l’islam?

A causa della difficile situazione del Paese, non ho avuto la possibilità di continuare a tessere reti di incontro e di scambio come accadeva fino al 2014.

C’è il rischio che prolifichi il fondamentalismo islamico?

Penso che la stagione del terrorismo sia chiusa. Sono in Libia da cinque anni e non ho avuto mai alcuna minaccia seria. Anzi, ho e avevamo sempre ricevuto il sostegno delle autorità competenti.


Tema migranti. La Libia è il “trampolino” verso l’Europa, da raggiungere anche con imbarcazioni di fortuna e spesso affidandosi a trafficanti di esseri umani. Ma chi arriva nel Paese può finire nei centri di detenzione dove avvengono torture e soprusi.

Come comunità cristiana non incoraggiamo i migranti ad attraversare il Mediterraneo. Non si può spingere alcun uomo, donna o bambino a rischiare la vita. Quando scopriamo che qualcuno ha intenzione di partire, proviamo a dissuaderlo. Siamo accanto a chi cerca un domani migliore attraverso la Caritas Libia e lavorando insieme con l’Unhcr, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni o le Ong presenti sul territorio.

E l’Occidente?

Non credo che l’Occidente abbia dimenticato la Libia. Ma potrebbe fare di più se tutti i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo parlassero a una sola voce, invece di muoversi sulla base dei tornaconti dei singoli Stati.

Il francescano maltese che guida il vicariato apostolico di Tripoli

È d’origine maltese il vescovo George Bugeja, vicario apostolico di Tripoli. Cinquantasette anni, è frate minore francescano. Diplomato a Londra in giornalismo, è stato officiale della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Nel 2015 papa Francesco lo ha nominato vescovo coadiutore del vicariato apostolico di Tripoli. E nello stesso anno ha ricevuto l’ordinazione episcopale. In seguito alle dimissioni di Giovanni Innocenzo Martinelli (scomparso il 30 dicembre scorso), gli è succeduto nel 2017 come vicario apostolico. Dal 2016 al 2019 è stato amministratore apostolico del vicariato di Bengasi.






Sabato, 18 Gennaio 2020

Il lavoro dei pescatori, «spesso rischioso e duro» va valorizzato, sostenendo i loro diritti e le loro «legittime aspirazioni», perché non perdano «la speranza di fronte agli inconvenienti e alle incertezze» e non si sentano tentati «dal desiderio di un lavoro sicuro sulla terra ferma». È quanto ha sottolineato papa Francesco incontrando questa mattina una settantina di pescatori di San Benedetto del Tronto, nella sala Clementina del Palazzo apostolico. Ad accompagnarli era il vescovo di San Benedetto del Tronto -Ripatransone-Montalto Carlo Bresciani assieme ad alcuni sacerdoti che seguono il loro cammino spirituale.

«Vi esorto a non perdere la speranza di fronte agli inconvenienti e alle incertezze - è stato l’augurio del Vescovo di Roma - che dovete purtroppo affrontare: il coraggio non vi manca! Al tempo stesso, è necessario che sia valorizzato il vostro lavoro, spesso rischioso e duro, sostenendo i vostri diritti e le vostre legittime aspirazioni».

E ha proseguito nel suo saluto papa Bergoglio: «Da parte mia voglio esprimervi un particolare apprezzamento per l’attività di bonifica dei fondali marini, che avete intrapreso con l’adesione di altre realtà associative e la collaborazione delle Autorità competenti. Questa iniziativa è molto importante, sia per la grande quantità di rifiuti, specialmente di plastica, che avete recuperato, sia – e direi soprattutto – perché essa può diventare e sta già diventando un modello ripetibile in altre zone d’Italia e all’estero».

L’operazione “A pesca di plastica”, che «avete effettuato in forma volontaria, è un esempio di come la società civile locale può e deve contribuire ad affrontare questioni di portata globale, senza nulla togliere, anzi, stimolando la responsabilità delle istituzioni», ha sottolineato Francesco. ªVedo che la cosa va avanti, perché – ha evidenziato – dicevo al vostro vescovo che l’altra volta che è venuto il gruppo mi parlavano di 6 tonnellate, adesso di 24: si va avanti!».

Un gesto concreto con il quale i pescatori della cittadina marchigiana aderiscono al progetto europeo Clean Sea Life e provano a mettere in pratica quanto suggerito dall’enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune.

Ne ha parlato a Francesco nel suo saluto nella sala Clementina il vescovo di San Benedetto del Tronto - Ripatransone - Montalto, Carlo Bresciani, il quale ha evidenziato quanto sia profondo il rapporto tra questi lavoratori e il mare: «Lo considerano — ha detto il presule originario della diocesi di Brescia — un vero dono di Dio, anche perché è un mare generoso che offre pesce molto buono. E per questo si prendono cura anche della sua salvaguardia».

Nel ricordare i molti avvenimenti legati alla vita e al mondo dei pescatori raccontati nel Vangelo, il Papa ha evidenziato: «I primi discepoli di Gesù erano “vostri colleghi”, e Lui li chiamò a seguirlo proprio mentre stavano sistemando le reti sulla riva del lago di Galilea. Mi piace pensare che anche oggi, quanti tra voi siete cristiani, sentiate la presenza spirituale del Signore accanto a voi. La vostra fede anima valori preziosi: la religiosità popolare che si esprime nella fiducia in Dio, nel senso della preghiera e nell’educazione cristiana dei figli; la stima per la famiglia; il senso della solidarietà, per cui sentite il bisogno di aiutarvi a vicenda e di soccorrervi nelle necessità».

Prima di congedarsi, Francesco ha affidato i pescatori di San Benedetto alla protezione della Vergine Maria, che nella città marchigiana è venerata come “Madonna della Marina”, e del patrono della gente di mare san Francesco di Paola.






Sabato, 18 Gennaio 2020

Prende il via oggi e si chiuderà sabato prossimo la tradizionale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Un’iniziativa ecumenica che qualcuno potrebbe pensare sia nata dopo il Concilio Vaticano II, mentre la sua storia è più antica. Chi volesse trovarne l’origine, o meglio gli eredi di coloro che ne furono all’origine, dovrebbe bussare al convento di Sant’Onofrio al Gianicolo a Roma, dove risiedono i Frati francescani dell’Atonement, parola inglese quest’ultima che significa espiazione. Fu il loro fondatore, infatti, il servo di Dio padre Paul Wattson (1863-1940), statunitense, che quando ancora si chiamava Lewis Wattson ed era un pastore episcopaliano, propose di pregare per una settimana, appunto, perché le confessioni cristiane cominciassero un cammino ecumenico. Wattson a un certo punto della sua vita fu infatti segnato dall’incontro con il Movimento di Oxford, ispirato dal cardinale John Henry Newman, per la riconciliazione della Chiesa anglicana con Roma. Nel 1898 insieme a Lurana White fondò la Società dell’Atonement, con il proposito di portare la spiritualità francescana nel mondo episcopaliano (gli anglicani negli Usa). Nel 1909 entrambi insieme a una quindicina di seguaci chiesero a papa Pio X di essere accolti nella Chiesa cattolica. Nacquero poi due realtà religiose, una maschile e una femminile, ancora vive e attive.

La Settimana di quest’anno ha come tema «Ci trattarono con gentilezza (Atti 28, 2)», dal brano degli Atti degli Apostoli relativo al naufragio di san Paolo a Malta. «Una storia di divina provvidenza e al tempo stesso di umana accoglienza», si legge nel documento di presentazione della Settimana. Il materiale di preghiera per le celebrazioni ecumeniche non poteva che essere preparato dalle Chiese cristiane di Malta e Gozo e sullo sfondo c’è anche il tema delle migrazioni, del rapporto con lo straniero. «Ci auguriamo che la Settimana di preghiera possa rafforzare in tutti i credenti e in tutte le chiese la determinazione a vivere l’accoglienza, e preghiamo che, praticando insieme la filantropia/filoxenia, cresca anche la comunione fra di noi, alla gloria di Dio»: questo scrivono in un messaggio Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, il pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, e il metropolita Gennadios, arcivescovo ortodosso d’Italia e di Malta ed esarca per l’Europa meridionale.

Spreafico alla vigilia della Settimana richiama gli “addetti ai lavori” a non cadere nell’abitudinarismo o nell’autorefenzialità: «Noi vescovi insieme ai direttori degli uffici diocesani per l’ecumenismo e il dialogo dobbiamo cercare di coinvolgere sempre di più i fedeli, spesso infatti si fanno iniziative ecumeniche molto belle ma che restano poi confinate nell’ambito di coloro che hanno un interesse specifico per questi temi. Su questo siamo ancora indietro e c’è da lavorare». Spreafico segnala poi come nell’anno che si è da poco concluso si sia consolidata la Consulta ecumenica delle Chiese cristiane presenti in Italia, «un gruppo di lavoro aperto, leggero, cioè non giuridicamente stabilito, che si incontra periodicamente presso la Cei ed è diventato un gruppo stabile, dopo un lavoro preparatorio durato alcuni anni». Uno degli obiettivi, ricorda sempre il vescovo di Frosinone, è di arrivare ad esprimersi su certi temi coralmente, per quanto possibile, come cristiani in Italia: «Non vogliamo arrivare a un’uniformità, sarebbe utopico, ci sono fra di noi differenze che vanno rispettate e che costituiscono tra l’altro una ricchezza. Diciamo che, per prendere un termine del Consiglio mondiale delle Chiese, quello che si può perseguire è un consenso ecumenico su alcuni punti, per far sì che nel mondo di oggi così diviso e a volte tribale i cristiani siano un segno di unità». Per l’anno in corso Spreafico fa invece presente che è in preparazione il convegno ecumenico che di solito si tiene nel mese di novembre: «Nelle prossime settimane ci vedremo per discutere il tema e i dettagli dell’evento».

E per tornare al tema della Settimana di preghiera, si possono segnalare le parole che sempre Spreafico usa insieme a Negro e Gennadios, nel comunicato di presentazione: «L’ospitalità è una virtù altamente necessaria nella ricerca dell’unità tra cristiani. La nostra stessa unità di cristiani sarà svelata non soltanto attraverso l’ospitalità degli uni verso gli altri, pur importante, ma anche mediante l’incontro amorevole con coloro che non condividono la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra fede».





Venerdì, 17 Gennaio 2020

Con la scomparsa di Maria Vingiani la Chiesa perde un testimone appassionato del cammino ecumenico, del quale ella è stata tra i più coraggiosi e dinamici pionieri, con uno sguardo sempre rivolto al domani, con una straordinaria capacità profetica di leggere il presente per incoraggiare cristiani e cristiane a trovare sempre nuove strade per vivere insieme il dono della fede, senza abbandonare la propria tradizione confessionale.

Fin dagli anni della sua formazione, tra Venezia e Padova, Maria Vingiani ha coltivato la sua passione per il dialogo, con il quale conoscere l’altro nella luce della comune chiamata a farsi annunciatori dell’evangelo. Proprio a Venezia muove i suoi primi passi, anche grazie alla profonda amicizia che la lega a don Loris Capovilla, scoprendo l’importanza delle Sacre Scritture nella costruzione del dialogo, tanto più dopo la Lettera pastorale dedicata alla Parola di Dio da parte del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, allora patriarca di Venezia. La scoperta della Parola di Dio contribuisce, insieme a tanti altri fattori, alcuni squisitamente personali, a far maturare in lei un’attenzione del tutto particolare nei confronti degli ebrei, molto più che fratelli, portatori di un’elezione che non è mai venuta meno.

Del Concilio Vaticano II, fin dalla sua indizione, seppe cogliere la dimensione ecumenica, tanto che decise di lasciare Venezia per trasferirsi a Roma per poter seguire i lavori. Era convinta, come comunicò a don Loris Capovilla, che il Concilio fosse un’opportunità unica per favorire l’unità, con un radicale ripensamento della partecipazione della Chiesa cattolica al movimento ecumenico. Proprio durante il Vaticano II, con il contributo del cardinale Agostino Bea, quando ancora il Concilio doveva promulgare il decreto Unitatis Redintegratio, Maria Vingiani dette vita al Segretariato attività ecumeniche (Sae).

Lo aveva pensato come un’associazione laica, interconfessionale, dove vivere l’unità nel rispetto delle diversità confessionali, coltivando l’idea che il cammino ecumenico doveva radicarsi sulla comune radice ebraica, e quindi si doveva creare un rapporto unico e privilegiato con il popolo ebraico. D’altra parte, Maria Vingiani aveva reso possibile l’incontro tra l’ebreo Jules Isaac e Giovanni XXIII, nel giugno 1960, aprendo nuove prospettive alla formulazione del dialogo tra ebrei e cristiani, tanto che proprio a questo incontro si fa risalire una delle radici della dichiarazione conciliare Nostra Aetate.

Al Sae Maria Vingiani ha dedicato la sua vita, organizzando le sessioni estive di formazione, che per anni sono state momenti di conoscenza, di confronto e di condivisione, coordinando il gruppo teologico, chiamato a riflettere sui contenuti e sul linguaggio di un dialogo tutto da costruire, sollecitando la creazione di una rete di gruppi locali per rendere il cammino ecumenico pane quotidiano della vita della Chiesa Una.

Con il Sae Maria Vingiani ha aperto strade e ha costruito ponti dove tanti cristiani e cristiane hanno imparato a conoscersi, rimuovendo lentamente i tanti pregiudizi che avevano inquinato i rapporti tra cristiani e aiutando a comprendere sempre meglio la propria identità confessionale, arricchita e non depauperata nel dialogo con l’altro.

Seppure il Sae fosse nel suo cuore e nella sua mente, anche dopo che ella aveva lasciato la presidenza per un ricambio che considerava elemento essenziale del vivere ecumenico, Maria Vingiani è stata coinvolta nella vita della Chiesa, in tanti altri momenti; non si può dimenticare la sua partecipazione, per tanti anni, agli organismi della Conferenza Episcopale Italiana incaricati di promuovere il dialogo in Italia.

In questi organismi la sua voce di donna, laica, testimone del Vaticano II, chiamata alla costruzione dell’unità visibile della Chiesa, è stata un prezioso dono per far comprendere quanto prioritario era il cammino ecumenico per i cristiani, nonostante le paure e le preoccupazioni espresse da tanti di fronte alle nuove frontiere aperte dal dialogo tra cristiani.

A lei si deve molto dell’istituzione, da parte della Conferenza Episcopale Italiana, di una Giornata per l’approfondimento della conoscenza del popolo ebraico, decisa in una riunione del Consiglio permanente il 28 settembre 1989, per dare un segno concreto della recezione della lettera e dello spirito del Concilio Vaticano II nella riscoperta della comune radice ebraica di tutti i cristiani. Tanto che venne scelta, come data, quella del 17 gennaio di ogni anno, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, per riaffermare il profondo legame tra popolo ebraico e cammino ecumenico.

Il Signore ha voluto richiamare a sé Maria Vingiani proprio nel giorno in cui cristiani ed ebrei celebrano questa Giornata che rappresenta uno dei preziosi doni dell’eredità spirituale di Maria Vingiani che, con la sua lunga vita, anche quando le forze si erano venute riducendo, ha saputo illuminare tanti uomini e donne, non solo cristiani, per uscire dalle tenebre della divisione nella ricerca della gioia dell’unità nella diversità.

Gualtiero Bassetti è cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana







Venerdì, 17 Gennaio 2020

Si è spenta la scorsa notte a Mestre, Maria Vingiani. Aveva 98 anni, ne avrebbe compiuti 99 a febbraio. Pioniera e apripista dell'ecumenismo italiano a partire dal dialogo con l'ebraismo, ha svolto un ruolo fondamentale nel cammino di riconciliazione tra le Chiese, ancora prima del Concilio Vaticano II. Molto vicina a Giovanni XXIII sin dai tempi in cui era patriarca a Venezia, è stata la fondatrice del Sae (Segretariato attività ecumeniche) associazione laica e interconfessionale tuttora molto presente e attiva. Simbolicamente, Vingiani è morta alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, e nel giorno che la Chiesa italiana dedica all’approfondimento della conoscenza dell’ebraismo. Di seguito l’intervista che ci rilasciò in occasione dei suoi 90 anni. "Con la scomparsa di Maria Vingiani - scrive il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana -, la Chiesa perde un testimone appassionato del cammino ecumenico, del quale ella è stata tra i più coraggiosi e dinamici pionieri, con uno sguardo sempre rivolto al domani, con una straordinaria capacità profetica di leggere il presente per incoraggiare cristiani e cristiane a trovare sempre nuove strade per vivere insieme il dono della fede, senza abbandonare la propria tradizione confessionale".

È affascinante ma non facile ascoltare Maria Vingiani. Il suo racconto pulsa di storia viva, come un fascio di luce calda che illumina il cammino, impervio ma fondamentale, di riconciliazione tra le Chiese. Non è facile perché al coraggio, alla passione ecumenica, fanno da contraltare una grande riservatezza e la poca, pochissima voglia di mettersi in mostra. «Mi affido alla sua sobrietà – ripete durante l’intervista –. Io in fondo non ho fatto nulla».

Gli archivi storici la pensano diversamente. Maria Vingiani, novant’anni domani, è stata tra i grandi protagonisti dell’ecumenismo italiano, e non solo. Un impegno, una vocazione che fino alla prima metà del secolo scorso, erano considerati manie da pionieri, per di più guardati con sospetto. Nell’Italia delle Chiese divise, la separazione era elemento d’urto, di lotta. Un retaggio che qualche analista un po’ malevolo vede riaffiorare, magari solo in embrione, nella stagione delle identità rivendicate, della spaccatura sui valori non negoziabili, della paura verso lo straniero che preme ai confini.

«Oggi le diversità sono riconciliate, nello Spirito – sottolinea Maria Vingiani –, però sarebbe stato da ingenui immaginare che l’etica fosse il terreno sul quale avremmo avuto meno problemi. In realtà è quello che presenta maggiori difficoltà. Diciamo che bisogna accentrarsi sulle cose che condividiamo: la fede, la vita fondata sulla Rivelazione, sul Battesimo, per testimoniare insieme una grande apertura all’alterità. Dobbiamo essere molto attenti a non disperderci nel molto, nel troppo diversificato, a tenere stretti i legami acquisiti e anche a realizzarne di nuovi, per mettere i nostri valori al servizio di tutti, con cuore aperto, in un sentimento maturo di fraternità».

Servono fede, coraggio, preparazione. Un bagaglio che si acquisisce alla scuola del Vangelo con l’alimento della preghiera e – oggi – il supporto del Vaticano II. Non è stato sempre così. Anzi, nella Venezia preconciliare la regola era il sospetto. Nella piccola cornice del centro storico c’era spazio per una vasta pluralità di Chiese cristiane: valdese, metodista, luterana, anglicana, greco ortodossa. Unite nell’annuncio dello stesso Cristo e nella proclamazione del medesimo Vangelo anche con la Chiesa cattolica, verso cui il clima era però di costante polemica. Contraccambiata.Uno choc per la Maria Vingiani poco più che adolescente. «Dov’era la coerenza evangelica? Dove la verità, dove l’errore? – si domanda nella memoria storica Una esperienza di ecumenismo laicale. Poteva nascerne un disorientamento o una contestazione ma ne venne, grazie a Dio, una vocazione».

Una presa di coscienza che, quando già l’ecumenismo sarà diventato scelta, troverà slancio e forza dall’incontro con l’allora patriarca Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII. A favorire la sintonia, il ruolo istituzionale svolto da Maria Vingiani, giovane assessore alle Belle Arti di Venezia. «Molto spesso – ricorda – mi capitava di chiamare il suo segretario monsignor Capovilla, per chiedergli di poter incontrare il patriarca. E insieme si andava a vedere la parte da restaurare, la fessura da cui entrava l’acqua. Volevo che fosse convinto degli interventi da effettuare».

Tra i tanti meriti di quell’autentico uomo di Dio – aggiunge Vingiani – si deve a Roncalli, con la lettera pastorale del 1956 per il V centenario della morte di san Lorenzo Giustiniani anche la riconsegna della Parola di Dio, tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, di cui si sollecitava la lettura non solo pubblica nella liturgia, ma personale e familiare. Uno sconvolgimento cui sarebbe presto seguita la rivoluzione del Concilio. Comprendendone la portata, Maria Vingiani lascerà Venezia e si trasferirà a Roma abbandonando la carriera politica per servire la causa dell’unità.

Sarà lei a favorire l’incontro tra Giovanni XXIII e lo storico francese di origine ebraica Jules Isaac, fondamentale per il cammino sfociato nella dichiarazione conciliare Nostra Aetate.In lei, nel suo impegno, si manifestava così, in modo evidente, il legame inscindibile tra ecumenismo e dialogo con l’ebraismo. «Mi era ormai chiaro – scriverà – che l’unica vera grave lacerazione era alle origini del cristianesimo e che, per superare le successive divisioni tra i cristiani, bisognava ripartire insieme dalla riscoperta della comune radice biblica e dalla valorizzazione dell’ebraismo».

C’è in questa consapevolezza una delle grandi novità del Segretariato attività ecumeniche (Sae) il cui cammino non a caso si svolge a «partire dal dialogo ebraico-cristiano». L’altra peculiarità, un vero e proprio unicum, del movimento interconfessionale fondato da Maria Vingiani, è il suo carattere assolutamente laico. «Una scelta che comporta autonomia totale, anche economica, per favorire un percorso nuovo di incontro, dialogo, formazione e quindi poi l’intesa, la collaborazione e la comunione». Tuttavia laicità non significa per il Sae distacco o – peggio – rifiuto dei vertici ecclesiastici. Lo testimoniano i consulenti dell’associazione, la partecipazione dei suoi membri alle attività pastorali delle Chiese, i nomi (sempre di spicco) dei relatori alle sessioni estive di formazione, il contributo dato ai frutti più importanti del dialogo nel nostro Paese. Dall’istituzione della Giornata dell’ebraismo, alla traduzione interconfessionale della Bibbia, dalla pubblicazione del Testo comune e del Testo applicativo per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti, alla nascita del CeDoMei, il Centro di documentazione del movimento ecumenico italiano.

«Abbiamo vissuto anni di grande passione – sottolinea Vingiani – in cui bisognava sempre combattere, sperare, chiarire. Ogni volta c’erano battaglie da vincere, muri da far cadere, separazioni da trasformare in cammino di incontro, di riconciliazione. Oggi invece – continua – l’ecumenismo corre il rischio della tranquillità. Sembra che sia tutto normale, quasi scontato, mancano salti di qualità. Il pericolo è che la normalità sfoci nell’indifferenza». Malgrado i risultati acquisiti, oggi come all’inizio del cammino, nel bagaglio dell’impegno ecumenico la tiepidezza è un peso inutilmente ingombrante. «Occorre una grande passione, un grande amore per i nostri fratelli, nel senso di un’autentica fraternità. Bisogna puntare sul Vangelo, valorizzare al massimo la Bibbia. Io però – conclude Maria Vingiani – non ho fatto nulla, a lavorare sono stati la fede, l’esperienza e la grazia di Dio»





Venerdì, 17 Gennaio 2020

Il prossimo 26 gennaio la Chiesa celebrerà per la prima volta la Domenica della Parola di Dio, istituita da Papa Francesco con la Lettera apostolica Aperuit illis dello scorso settembre. L’iniziativa è stata presentata oggi in Sala Stampa vaticana dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, sottolineandone lo scopo di “ravvivare la responsabilità che i credenti hanno nella conoscenza della Sacra Scrittura e nel mantenerla viva attraverso un’opera di permanente trasmissione e comprensione, capace di dare senso alla vita della Chiesa nelle diverse condizioni in cui si viene a trovare”. (L'arcidiocesi di Milano anticiperà l'inziativa domenica 19 per evitare la coincidenza con la Festa della famiglia)

Fisichella ha evidenziato anche “il grande valore ecumenico” di questa Domenica. Infatti Papa Francesco ha stabilito che si celebri sempre nella III Domenica del Tempo Ordinario dell’Anno liturgico che cade in prossimità della Giornata di dialogo tra Ebrei e cattolici e della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. E questo “non è, ovviamente, una mera coincidenza temporale, ma una scelta che intende segnare un ulteriore passo nel dialogo ecumenico, ponendo la Parola di Dio nel cuore stesso dell’impegno che i cristiani sono chiamati a realizzare quotidianamente”.

Questa Domenica avrà un proprio logo caratteristico, che rappresenta il cammino dei discepoli al villaggio di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), a cui a un certo momento del tragitto si accosta Gesù Risorto. L’icona è opera di suor Marie-Paul Farran, religiosa egiziana che ha speso tutta la sua vita nel monastero benedettino Notre-Dame du Calvaire a Gerusalemme morta lo scorso maggio, e realizzata graficamente da Giordano Redaelli per le Edizioni San Paolo, ed evidenzia molteplici aspetti che convergono sulla Domenica. Tutta la scena del Logo infatti “non fa altro che ricordare il cuore stesso della Domenica della Parola di Dio: l’annuncio di Cristo Risorto non può trovare i discepoli stanchi né oziosi ma dinamici nel ritrovare sempre linguaggi nuovi per permettere che la Sacra Scrittura sia regola viva della vita della Chiesa”.

L’arcivescovo Fisichella ha inoltre illustrato come verrà celebrata a Roma la giornata di domenica 26 gennaio, precisando che questa giornata inaugura “un percorso che nei prossimi anni sarà arricchito da altre esperienze tese a preparare soprattutto i laici e le laiche ad assumere il ministero del Lettorato per richiamare l’importanza della proclamazione della Parola di Dio nella liturgia, ma nello stesso tempo affidare loro, ad esempio, la preparazione della lectio divina o le altre forme di animazione, diffusione e studio della Sacra Scrittura”.

Momento forte della Domenica sarà la Messa presieduta alle ore 10 da papa Francesco nella Basilica di San Pietro. I biglietti gratuiti per la partecipazione potranno essere ritirati presso la sede del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione in Via della Conciliazione 5, venerdì 24 e sabato 25 gennaio dalle 8:30 alle 13:30 e dalle 15:00 alle 17:30; domenica 26 gennaio, invece, dalle ore 7:00 alle ore 9:00. Sull’altare papale verrà collocata per l’occasione la statua di Nostra Signora di Knock, Patrona dell’Irlanda. Mentre all’inizio della Messa, inoltre, avverrà la solenne intronizzazione del Lezionario usato in tutte le sessioni del Concilio Vaticano II.

A conclusione della messa Papa Francesco con un gesto simbolico consegnerà la Bibbia a 40 persone in rappresentanza di tante espressioni della nostra vita quotidiana. Dal vescovo allo straniero; dal sacerdote alle catechiste; dalle persone consacrate al poliziotto e alla guardia svizzera; dagli Ambasciatori dei vari continenti ai docenti universitari e maestri di scuola primaria e secondaria; dal povero al giornalista; dal Gendarme al detenuto che sta scontando l’ergastolo in stato di semilibertà; da alcune famiglie al giocatore della Roma Nicolò Zaniolo in rappresentanza degli sportivi.

La riceveranno anche un rappresentante delle Chiese Ortodosse e delle Comunità Evangeliche. A tutti verrà affidata la Sacra Scrittura “per indicare l’attenzione che siamo chiamati a porre alla Parola di Dio, perché non rimanga un libro nelle nostre mani, ma diventi piuttosto una provocazione continua perché sia di preghiera, lettura, meditazione e studio”. Infatti, ha rimarcato Fisichella, “questa Domenica, vuole provocare i cristiani tutti a non porre la Bibbia come uno dei tanti libri nello scaffale di casa, forse riempiti di polvere, ma uno strumento che risvegli la nostra fede”.

All’uscita dalla Basilica poi, a tutti quelli che avranno partecipato, sarà consegnata l’edizione speciale della Sacra Scrittura, pubblicata per l’occasione e offerta dalla San Paolo che contiene anche alcune righe introduttive di Papa Francesco. Inoltre per per prepararsi a celebrare questa Domenica della Parola di Dio, è stato preparato anche un Sussidio pastorale in italiano, già tradotto in più lingue e disponibile solo online, che i Parroci e gli operatori pastorali potranno utilizzare per trovare idee e strumenti idonei per l’animazione di questa giornata.

Nel pomeriggio di Domenica 26 infine, a Piazza Navona, nella chiesa di Sant’Agnese, dalle 16 alle 19 tante personalità in rappresentanza di varie categorie, si alterneranno per la lettura continuata del Vangelo di Matteo. La scelta di questo Vangelo, ha precisato Fisichella, “dipende dal fatto che è il Vangelo che sarà letto nelle domeniche di quest’anno e, pertanto, si presta ad essere di introduzione alla preghiera e alla meditazione che i fedeli avranno nel corso del 2020”. Questo momento sarà animato dal Coro della Diocesi di Roma. E per l’occasione è stata pubblicata un’edizione speciale del Vangelo di Matteo, che sarà distribuita ai presenti.





Venerdì, 17 Gennaio 2020

L’informazione religiosa, e come renderla attraente, è stata al centro della cerimonia di consegna - ieri a Roma, presso l’università Santa Croce - del premio intitolato a Giuseppe De Carli, il vaticanista scomparso 10 anni fa. «Ciò che rende attraente il fatto religioso è l’incontro», ha sottolineato nel saluto iniziale Alessandro Gisotti, vicedirettore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, ricordando proprio l’esempio di De Carli che viveva il lavoro di giornalista «come se si trattasse di un vero e proprio apostolato».

La successiva tavola rotonda, moderata da Giovanni Tridente, ha visto l’intervento di Barbara Carfagna, giornalista, autrice e conduttrice Rai che ha tracciato un suggestivo e articolato “viaggio” attorno al fatto religioso - inteso soprattutto come domanda - ora sempre più presente nell’universo tecnologico.

L’importanza di una comunicazione sempre più credibile, senza la quale «rischiamo di essere consegnati mani e piedi ad una sorta di alluvione informativa che ieri era nelle mani dei potentati economici e politici e oggi di quel grande mondo tecnologico, che rischia di essere un soggetto senza testa» è stata ripresa e sottolineata da Domenico Pompili, vescovo di Rieti e presidente della Commissione episcopale Cei per la cultura e le comunicazioni sociali. «Anche le tecnologie hanno un rimando religioso -– ha detto monsignor Pompili – e quando usiamo il pc abbiamo a che fare con parole tipo “salvare” e “giustificare” che sono religiose». Ma di converso è anche vero, ha aggiunto il presule, che «le varie tecnologie han- no cambiato la mentalità del giornalista, che si è trasformato da narratore, che dovrebbe raccontare i fatti andando in giro, a un “duplicatore”, le cui fonti sono disperse nell’etere». Pompili ha poi stigmatizzato quella «pressione ideologica» che oggi porta il giornalista «ad adeguarsi al mainstream».

Alla presenza tra gli altri del direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, sono stati infine consegnati i primi premi: a Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire, per il reportage “Tanta è già in piedi: il terrore non vincerà” sull’attentato terroristico alla chiesa copta egiziana di Mar Girgis, e a Laura Galimberti di Tv2000, sull’opera dei Lasalliani per strappare i giovani all’analfabetismo e alla delinquenza a Scampia: “Varchi di luce. Viaggio intorno alla misericordia: Scampia”. Il premio “Giovane promessa” è andato al fotografo Daniel Ibáñez Gutiérrez (Ewtn-Cna), quello alla carriera a Vincenzo Quaratino (Ansa). Riconoscimenti anche a Anthony Faiola, Chico Harlan e Stefano Pitrelli (The Washington Post), Paola Russo di Padre Pio Tv.





Venerdì, 17 Gennaio 2020

Per un anno una reliquia di san Giuseppe Benedetto Cottolengo sosterà nelle case, in oratori e parrocchie, nelle comunità cottolenghine d’Italia. Un viaggio che inizia oggi, nel 192° anniversario dall’apertura della Volta Rossa dove il santo sociale avviò la sua opera di accoglienza per ammalati e poveri, con una celebrazione nella chiesa grande della Piccola Casa di Torino e che si concluderà a Roma nella parrocchia San Giuseppe Cottolengo il 17 gennaio 2021. Un cammino «non tanto per far conoscere il santo, né per autocelebrarsi. Si tratta anzitutto di un percorso per ravvivare il nostro carisma». Spiega così il padre generale don Carmine Arice il significato di una peregrinatio che la Famiglia Cottolenghina (sacerdoti, suore e fratelli) seguirà con lo spirito «non volto al passato, ma ad un oggi che ci interpella. Accogliere la reliquia del Cottolengo nelle nostre case sarà un fermarci a chiedere cosa farebbe in esse oggi il nostro fondatore, quali risposte offrirebbe alle richieste che ci giungono… Il suo carisma non va tenuto chiuso, ma va ravvivato, deve alimentare la nostra missione nella realtà del quotidiano, deve spingerci ad accogliere nuove sfide».

Accompagneranno la teca, contenente la reliquia ex oxibus del santo, alcuni oggetti da lui usati come il libro di preghiera, il mantello e il calice. «La peregrinatio – spiega la madre generale suor Elda Pezzuto – esprime appieno il nostro desiderio, di ascoltare i suoi insegnamenti, di interiorizzare e custodire la sua esperienza evangelica, per continuare la missione carismatica che lui ha consegnato alla Chiesa e che noi siamo chiamati a vivere, sviluppare e trasmettere nelle mutate e diverse situazioni culturali dell’oggi».

«Ed è proprio dal santo Cottolengo, – proseguono la madre e le sorelle consigliere nel presentare l’iniziativa – che impariamo la concretezza dell’amore evangelico, perché molti poveri e malati possano trovare una casa, vivere come in una famiglia, sentirsi appartenenti alla comunità e non esclusi e sopportati. E ciò è possibile attraverso relazioni di vicinanza affettiva, familiare e spontanea che favoriscono e creano quello stile di famiglia che continua ancora oggi».

Le prime tappe della peregrinatio sono i padiglioni della Piccola Casa di Torino, poi un passaggio a Saint Vincent (diocesi di Aosta) e poi ancora soste a Torino e, sempre nella diocesi subalpina, la visita alle case della cintura e delle valli montane; da aprile a settembre la reliquia sarà ancora in Piemonte, ma anche nelle altre diocesi, con un passaggio (22-25 aprile) a Celle Ligure. Da settembre a ottobre arriverà in Lombardia, poi passerà in Veneto e in Emilia Romagna, quindi raggiungerà la Toscana, la Sardegna, la Campania e infine Roma. Un viaggio «tra i figli del Cottolengo», dove ogni giorno si accoglie, cura, educa «con la speranza – conclude padre Arice – che questo evento di grazia ne tocchi i cuori e alimenti quello spirito missionario che papa Francesco ci esorta ad avere».

Un apposito libretto è stato curato per i momenti di preghiera che scandiscono il pellegrinaggio, con la ripresa della storia del santo e con citazioni degli atti del Capitolo Generale. Parole da meditare con la consapevolezza che per proiettarsi verso il futuro resta fondamentale il monito del santo: «La preghiera è il primo e più importante lavoro della Piccola Casa. La preghiera vi fa cari a Dio; pregate dunque, pregate sempre».





Giovedì, 16 Gennaio 2020

Questo articolo è un estratto di un saggio più ampio pubblicato sul numero 4070 di «La Civiltà Cattolica» (18 gennaio - 1 febbraio 2020)

I poveri in un mondo dominato dai 'big data'. Nell’era dell’intelligenza artificiale (IA) l’esperienza umana sta cambiando profondamente, ben più di quanto la stragrande maggioranza della popolazione mondiale riesca a vedere e a comprendere. La vera e propria esplosione del-l’IA ha un forte impatto sui nostri diritti nel presente e sulle nostre opportunità future, determinando processi decisionali che, in una società moderna, riguardano tutti. L’intelligenza artificiale rappresenta una sfida e un’opportunità anche per la Chiesa: è una questione di giustizia sociale. Infatti, la ricerca pressante, avida e non trasparente dei big data, cioè dei dati necessari ad alimentare i motori di apprendimento automatico può portare alla manipolazione e allo sfruttamento dei poveri. Inoltre, gli stessi scopi per i quali vengono addestrati i sistemi di IA possono portarli a interagire in forme imprevedibili per garantire che i poveri vengano controllati, sorvegliati e manipolati.

Attualmente i creatori di sistemi di IA sono sempre più gli arbitri della verità per i consumatori. Nel contesto dei progressi del XXI secolo, l’esperienza e la formazione della Chiesa dovrebbero essere un dono essenziale offerto ai popoli per aiutarli a formulare un criterio che renda capaci di controllare l’IA, piuttosto che esserne controllati. La Chiesa è chiamata anche alla riflessione e all’impegno. Nelle arene politiche ed economiche in cui viene promossa l’IA devono trovare spazio le considerazioni spirituali ed etiche. La Chiesa deve impegnarsi a informare e ispirare i cuori di molte migliaia di persone coinvolte nella creazione e nell’elaborazione dei sistemi di intelligenza artificiale. In ultima analisi, sono le decisioni etiche a determinare e a inquadrare quali problemi affronterà un sistema di IA, come esso vada programmato e come debbano essere raccolti i dati per alimentare l’apprendimento automatico. Possiamo leggere la sfida di quella che potremmo definire l’'evangelizzazione dell’IA' come una combinazione tra la raccomandazione di papa Francesco a guardare il mondo dalla periferia e l’esperienza dei gesuiti del XVI secolo, il cui metodo pragmatico di influenzare chi è influente oggi si potrebbe riformulare come condividere il discernimento con gli scienziati dei dati.

Benefìci. Silenziosamente ma rapidamente, l’IA sta rimodellando per intero l’economia e la società: il modo in cui votiamo e quello in cui viene esercitato il governo, la polizia predittiva, la maniera in cui i giudici emettono le sentenze, il modo in cui accediamo ai servizi finanziari e la nostra affidabilità creditizia, i prodotti e i servizi che acquistiamo, le abitazioni, i mezzi di comunicazione che utilizziamo, le notizie che leggiamo, la traduzione auto- matica di voce e di testo. L’IA progetta le nostre auto, aiuta a guidarle e a orientarle sul territorio, stabilisce come ottenere un prestito per comprarle, decide quali strade vadano riparate, accerta se abbiamo violato il codice stradale e ci fa sapere pure se, avendolo fatto, dovremmo finire in prigione. Questi sono soltanto alcuni dei numerosi apporti dell’IA già in atto.

Gli studiosi Mark Purdy e Paul Daugherty scrivono: «Prevediamo che l’impatto delle tecnologie di intelligenza artificiale sulle imprese indurrà un aumento della produttività del lavoro fino al 40%, consentendo alle persone di fare un uso più efficiente del loro tempo». La Banca mondiale sta esplorando i benefici che l’IA può apportare allo sviluppo. Altri osservatori identificano nell’agricoltura, nell’approvvigionamento delle risorse e nell’assistenza sanitaria i settori delle economie in via di sviluppo che trarranno un grande beneficio dall’applicazione dell’IA. L’intelligenza artificiale contribuirà notevolmente anche a ridurre l’inquinamento e lo spreco di risorse.

L’intelligenza artificiale per la giustizia sociale. L’IA può senz’altro apportare benefìci alla società, ma d’altra parte pone anche questioni importanti di giustizia sociale. In questo campo la Chiesa ha l’opportunità e l’obbligo di impegnare il suo insegnamento, la sua voce e la sua autorevolezza riguardo ad alcune questioni che si profilano fondamentali per il futuro. Tra queste va senz’altro compreso l’enorme impatto sociale della ricaduta che l’evoluzione tecnologica avrà sull’occupazione di miliardi di persone nel corso dei prossimi decenni, creando problematiche conflittuali e un’ulteriore emarginazione dei più poveri e vulnerabili.

Impatto sull’occupazione. Molto è già stato fatto per misurare l’impatto dell’IA e della robotica sull’occupazione, soprattutto dopo l’importante articolo del 2013 in cui Osborne e Frey stimavano che il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti rischiavano di venire automatizzati entro i successivi vent’anni. Gli studi e il dibattito scientifico hanno precisato la natura e i contorni del fenomeno: la cessazione totale o parziale di attività di lavoro esistenti, la sua ricaduta in tutti i settori e nelle economie sviluppate, emergenti e in via di sviluppo. Certo, fare previsioni esatte in proposito è difficile; ma un recente Rapporto del McKinsey Global Institute riporta un’analisi a medio termine. Il 60% delle occupazioni possiede almeno un 30% di attività lavorative passibili di automatizzazione. D’altra parte, quest’ultima aprirà le porte a nuove occupazioni che oggi non esistono, proprio com’è accaduto, in conseguenza delle nuove tecnologie, anche in passato. Le previsioni indicano che entro il 2030 un numero compreso fra i 75 e i 375 milioni di lavoratori (cioè fra il 3 e il 14% della forza lavoro globale) dovrà cambiare le proprie categorie occupazionali.

Codici e pregiudizi. Il codice di programmazione viene scritto da esseri umani. La sua complessità può quindi accentuare i difetti che inevitabilmente accompagnano qualsiasi compito svolgiamo. I preconcetti e le parzialità nella scrittura degli algoritmi sono inevitabili. E possono avere effetti molto negativi sui diritti individuali, sulle scelte, sulla collocazione dei lavoratori e sulla protezione dei consumatori. In effetti, i ricercatori hanno rilevato pregiudizi di vario tipo presenti negli algoritmi, in software adottati per le ammissioni universitarie, le risorse umane, i rating del credito, le banche, i sistemi di sostegno dell’infanzia, i dispositivi di sicurezza sociale e altro ancora. Gli algoritmi non sono neutri. La crescente dipendenza della socio-economia dall’IA conferisce un enorme potere a coloro che ne programmano gli algoritmi.

Rischio di un’ulteriore emarginazione dei vulnerabili. Un’analisi dell’impatto dei big data e dell’IA a livello sociale dimostra che la loro tendenza a prendere decisioni sulla base di una profilazione insufficiente e di riscontri limitati comporta l’ulteriore emarginazione dei poveri, degli indigenti e delle persone vulnerabili.

Coinvolgimento delle società e dei governi. Gli ultimi anni hanno visto una crescente richiesta di intervenire per garantire un controllo e la presenza dei valori umani nello sviluppo dell’IA. Un significativo progresso è stato compiuto nel maggio 2019, quando i 35 Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) hanno concordato un documento che riporta i 'Princìpi Ocse sull’intelligenza artificiale'. Questi integrano le 'Linee guida etiche per una IA affidabile', adottate nell’aprile dello stesso anno dal gruppo di esperti sull’IA istituito dalla Commissione europea. L’obiettivo del documento Ocse è di promuovere un’IA innovativa e affidabile, rispettosa dei diritti umani e dei valori democratici. A questo fine, esso identifica cinque princìpi fra loro complementari e cinque raccomandazioni relative alle politiche nazionali e alla cooperazione internazionale. I princìpi sono: favorire la crescita inclusiva, lo sviluppo sostenibile e il benessere; rispettare i diritti umani, lo stato di diritto, i princìpi democratici; assicurare sistemi trasparenti e comprensibili; garantire sicurezza, protezione e valutazione dei rischi; affermare la responsabilità di chi li sviluppa, li distribuisce e li gestisce. Le raccomandazioni sono: investire nella ricerca e nello sviluppo dell’IA; promuovere ecosistemi digitali di IA; creare un ambiente politico favorevole all’IA; fornire alle persone le opportune competenze in vista della trasformazione del mercato del lavoro; sviluppare la cooperazione internazionale per un’IA responsabile e affidabile.

Nel giugno 2019, il G20 ha ripreso i 'Princìpi Ocse' nell’adottare i propri 'Princìpi del G20 sull’IA' non vincolanti. La sfida per i prossimi anni è duplice: l’ulteriore diffusione di questi o analoghi princìpi in tutta la comunità internazionale, e lo sviluppo di iniziative concrete per mettere in pratica tali princìpi all’interno del G20 e tramite l’'Osservatorio delle politiche in materia di IA' dell’Ocse, creato recentemente. Per la Chiesa adesso si apre l’opportunità di riflettere su questi obiettivi politici e di intervenire nelle sedi locali, nazionali e internazionali per promuovere una prospettiva coerente con la sua dottrina sociale.

'Evangelizzazare l’IA'? Per quanto importanti siano i suddetti suggerimenti a livello politico e di impegno sociale, resta il fatto che l’IA è sostanzialmente composta da singoli sistemi di progettazione, programmazione, raccolta ed elaborazione dei dati. Tutti processi fortemente condizionati dagli individui. Saranno la mentalità e le decisioni di costoro a determinare in quale misura, nel futuro, l’IA adotterà criteri etici adeguati e incentrati sull’uomo. Attualmente questi individui costituiscono una élite tecnica di programmatori e di esperti di dati, probabilmente composta da un numero di persone che si avvicina più alle centinaia di migliaia che ai milioni. Ora ai cristiani e alla Chiesa si apre una possibilità per la cultura dell’incontro, per mezzo della quale vivere e offrire un’autentica realizzazione personale a questa particolare comunità. Portare agli esperti di dati e agli ingegneri del software i valori del Vangelo e della profonda esperienza della Chiesa nell’etica e nella giustizia sociale è una benedizione per tutti, ed è anche il modo più plausibile per cambiare in meglio la cultura e la pratica dell’IA. L’evoluzione dell’IA contribuirà in grande misura a plasmare il XXI secolo. La Chiesa è chiamata ad ascoltare, a riflettere e a impegnarsi proponendo una cornice etica e spirituale alla comunità dell’IA, e in questo modo a servire la comunità universale. Seguendo la tradizione della Rerum novarum, si può dire che qui c’è una chiamata alla giustizia sociale. C’è l’esigenza di un discernimento. La voce della Chiesa è necessaria nei dibattiti politici in corso, destinati a definire e ad attuare i princìpi etici per l’IA.





Giovedì, 16 Gennaio 2020

Il valore della memoria. Lo studio, la meditazione del testo biblico per illuminare, anche, l’oggi che viviamo. L’impegno alla testimonianza comune in risposta al rinascere di vecchie intolleranze, come argine a nuove forme di antichi pregiudizi.

Ogni anno, dal 1990 la “Giornata per l’approfondimento e le lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei” è l’occasione per sottolineare il legame privilegiato che intercorre tra le due comunità, per ribadire come Israele sia la radice santa da cui si sviluppa il cristianesimo. Significativamente come data è stata scelta il 17 gennaio, vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25), a evidenziare da un lato la distinzione che intercorre tra dialogo con l’ebraismo ed ecumenismo, dall’altro come questo dialogo sia premessa indispensabile all’incontro interconfessionale.

In realtà nel 2020 l’evento cambia data. La Giornata infatti viene anticipata di un giorno e si celebra oggi per evitare la coincidenza con l’inizio del Sabato ebraico. Al centro dell’edizione numero 31, il Cantico dei Cantici. Si continua infatti la lettura delle cinque “Meghillot”, rotoli aperti durante la liturgia ebraica in determinate feste. Dopo il rotolo di Rut nel 2017, quello delle Lamentazioni nel 2018 e di Ester l’anno scorso, nel 2021 toccherà a Qohelet.

Quanto all’oggi, nel Sussidio curato dalla Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo in preparazione alla Giornata, si osserva che il Cantico dei Cantici è il libro dell’amore di Dio per il suo popolo, così come «viene accettato da Israele nella “Tanak”, la Bibbia ebraica».

«Ci sta a cuore – osserva don Giuliano Savina direttore dell’Ufficio nazionale Cei per l’ecumenismo e il dialogo – consegnare/trasmettere alle nuove generazioni i testi sacri dai quali e grazie ai quali conosciamo le nostre radici, e senza i quali la nostra civiltà non solo si impoverisce, ma rischia di essere in balia dei profeti di sventura sempre pronti ad alzare la cresta (Giovanni XXIII, Discorso di apertura del Concilio Vaticano II)». Non c’è dubbio infatti che l’antisemitismo stia tornando a crescere.

Secondo l’Osservatorio del Cedec (Centro documentazione ebraica contemporanea) nel nostro Paese l’anno scorso si sono contati 247 episodi di odio antiebraico, 50 in più rispetto al 2018 mentre il rapporto Voxdiritti, sempre nel 2019, ha registrato 15mila cinguettii twitter antisemiti e oltre 200 profili facebook dagli stessi toni. «Resistiamo a questo clima – osserva nel Sussidio, Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e presidente della Commissione episcopale Cei – prendendo in mano la Bibbia, sorgente di umanità e di pace, incontrandoci, ascoltandoci, parlandoci e confrontandoci». Questo è anche lo stile del volumetto che prepara alla Giornata, dove il commento al Cantico dei Cantici è a due voci: rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo della Comunità ebraica di Genova, e monsignor Gianantonio Borgonovo, biblista e arciprete del Duomo di Milano, mentre Natascia Daniele docente di dialogo ebraico-cristiano al San Bernardino di Venezia ha curato la ricca bibliografia.

Testi, documentazione, che vogliono aiutare le celebrazioni che oggi caratterizzeranno tante città. A Roma l’appuntamento è per le 17 all’Università Lateranense, dove dopo il vescovo ausiliare Paolo Selvadagi interverranno rav Riccardo Di Segni e Luca Mazzinghi. A Venezia invece, alle 17.30 presso la chiesa evangelica luterana in Campo Santi Apostoli, il dialogo sarà tra rav Daniel Touitou e Claudia Milani della Facoltà teologica di Milano.

A Padova alle 18.15 in Collegio Sacro si terrà la conferenza di rav Adolfo Aharon Locci, mentre a Livorno alle 17 nella Sala della Banca di Credito cooperativo i protagonisti saranno il professor Marcello Marino e rav Avraham Dayan. Incontri, appuntamenti, il cui filo conduttore è lo studio, la conoscenza della Bibbia, il grande libro che insegna l’alfabeto di Dio. «Questa giornata – scrive monsignor Spreafico – vorrebbe aiutare le nostre comunità a riscoprire ancora una volta il legame peculiare e unico che unisce cristianesimo ed ebraismo e anche a comprendere che l’ebraismo non è qualcosa del passato, ma è costituito da comunità viventi, che mantengono viva l’antica tradizione e fede dell’Israele di Dio. Se Pio XI all’inizio del nazifascismo diceva che noi cristiani “siamo spiritualmente semiti”, ognuno di noi dovrebbe essere testimone e portatore di questa semplice verità che unisce le nostre comunità all’ebraismo».





Mercoledì, 15 Gennaio 2020

Papa Francesco ha nominato Francesca Di Giovanni, 67 anni, nuova sotto-segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati, incaricandola di seguire il settore multilaterale. Si tratta di una designazione importante per un duplice motivo. Da una parte segnala l’importanza che la Santa Sede annette alla diplomazia multilaterale proprio in una fase storica in cui questo prezioso strumento di dialogo e di pace viene messo in discussione.

Dall’altra conferma il desiderio di papa Francesco di conferire anche ad esponenti del gentil sesso incarichi dirigenziali, laddove, come in questo caso, non è necessaria la potestas ordinis legata alla consacrazione sacerdotale.

Quella di sottosegretario per il multilaterale è infatti una carica nuova nell’ambito della Segreteria di Stato, che va ad affiancarsi a quella dell’altro sottosegretario – attualmente è il monsignore polacco Miroslaw Wachowski - che d’ora in poi si occuperà principalmente del settore della diplomazia bilaterale. Mentre la neonominata è la prima donna a ricoprire un ruolo dirigenziale nella Segreteria di Stato.

Di Giovanni, 67 anni a marzo, da quasi 27 in Segreteria di Stato, è nata a Palermo e si è laureata in Giurisprudenza. Ha completato la pratica notarile e ha lavorato nell’ambito del settore giuridico-amministrativo presso il Centro internazionale dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari). Dal 15 settembre 1993 lavora come officiale nella Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo.

In una intervista concessa a Vatican News e a L’Osservatore Romano la Di Giovanni ha spiegato che il settore multilaterale “tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all’ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna, e così via”.

Per la nuova sottosegretario la scelta papale di chiamare una donna in questo incarico è “una decisione innovativa, certamente, che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne”. “Ma – aggiunge - la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna”. Papa Francesco nell’omelia del 1° gennaio ha affermato che “la donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace”.

Prendendo spunto da queste parole la Di Giovanni manifesta la volontà di “poter contribuire a che questa visione del Santo Padre si possa realizzare, con le altre colleghe che lavorano in questo settore in Segreteria di Stato, ma anche con altre donne – e sono tante – che operano per costruire la fraternità anche in questa dimensione internazionale”.

Sottolineando “l’attenzione del Papa verso il settore multilaterale, che oggi è messo in discussione da alcuni, ma che ha una funzione fondamentale nella comunità internazionale”. Di qui la speranza, espressa dalla nuova sottosegretario ai media vaticani, che il suo “essere donna possa riflettersi positivamente in questo compito anche se sono doni che riscontro certamente anche nell’atteggiamento” dei “colleghi di lavoro uomini”.

Video intervista a Tv2000. «Lo sguardo femminile è molto realistico»





Mercoledì, 15 Gennaio 2020

Per quanto suggestivo possa apparire nelle serie televisive e in un film di un certo successo, quello dei "due Papi" è un falso mito, che è necessario smascherare, anche perché viene sempre più spesso rappresentato in certe cronache che fanno specchio a vere o presunte polemiche e manovre, innescate da interventi intorno a temi scottanti per l’oggi della Chiesa e l’avvenire del cristianesimo.

A smentire la possibilità che nella Chiesa odierna vi siano due Papi è lo stesso Benedetto, il pontefice emerito, che ha sempre dichiarato «incondizionata reverenza e obbedienza» all’attuale Vescovo di Roma e ieri ha eliminato ogni equivoco, chiedendo di togliere il proprio nome sia dalla copertina sia dall’introduzione e dalle conclusioni dal volume del cardinal Robert Sarah sul celibato dei preti al quale aveva concesso un proprio saggio (uniche pagine che intende firmare). Questa chiarezza era indispensabile, così il lettore sa e comprende quale sia la posizione di Benedetto XVI e quanto invece non gli appartenga, perché scritto e divulgato da altri.

Finiscono con l’alimentare la falsa mitologia dei due Papi sia quelle rappresentazioni che sottolineano amicizia e continuità fra i due personaggi in questione, senza evidenziare l’obbedienza dell’emerito all’attuale Papa, ma molto più quelle che li contrappongono in maniera subdola e ideologicamente contrassegnata. La riflessione si impone, perché i credenti non vengano disorientati più di quanto non siano dal contesto culturale e sociale in cui vivono.

Il Papa è il segno tangibile e concreto dell’unità della Chiesa, altro ruolo oltre questo non gli compete. In questo senso non può essere che uno e unico. Le epoche, da questo punto di vista certamente buie, in cui sono convissuti contemporaneamente Papi e antipapi, non hanno prodotto nulla di buono per il tessuto ecclesiale e spirituale della comunità credente. E solo quando qualcuno, come Giovanni XXIII (l’antipapa quattrocentesco), ha saputo con umiltà farsi da parte, si è ricostituita l’unità ecclesiale e ha ripreso vigore l’evangelo nel mondo. Senza questo unico segno di unità, il cristianesimo vivrebbe una frammentazione devastante e la divisione regnerebbe sovrana, laddove al contrario, nella lettera agli Efesini leggiamo che «vi è [e quindi vi deve essere] un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti» (4, 4-6). Il dualismo non appartiene al cristianesimo cattolico, e quindi neanche alla fede cristiana tout court, è piuttosto frutto dello gnosticismo storico e perenne, che costituisce una costante tentazione per coloro che credono.

Per passare dalla Bibbia e dalla storia all’oggi, non possiamo dimenticare che il pontificato interrotto di papa Benedetto sia stato il vero gesto rivoluzionario che ha consentito la stagione di papa Francesco, con le sue innovazioni e la sua vivacità, sempre nel solco della tradizione della Chiesa cattolica. Abitare tale gesto, stupefacente e drammatico allo stesso tempo, significa rendersi conto che nella Chiesa vi è un solo Vescovo di Roma, ossia un solo Papa. Parlare di due Papi è insensato, come impegnarsi per contrapporre le due figure più significative dell’attuale contesto cattolico. E c’è da sospettare che dietro operazioni che adottano tale modalità, ci sia chi intende distruggere la Chiesa stessa, attentando alla sua prima nota costitutiva, che – come recitiamo nel Credo – è l’unità. Certo demitizzare i "due Papi" significa andare contro corrente e avere meno audience, ma non per questo ci si può esimere da tale compito.

Ritenere che la tradizione sia da una parte e l’innovazione dall’altra significa non comprendere il senso autentico della tradizione stessa, che è radicalmente innovativa, in quanto non guarda solo al passato, ma si innesta nel presente e si apre al futuro. Questo vale per le strutture costitutive di quella religione che pone a suo fondamento la fede cristiana. In primo luogo il culto e la liturgia, che, ininterrottamente, ma con linguaggio sempre nuovo, fa sì che il mistero si renda presente nell’oggi della sacramentalità. Qui il gesto e le parole fondamentali sono sempre le stesse: il pane che si spezza, l’acqua che si versa, le mani che si impongono, l’unzione con le parole che accompagnano e rendono sacramento il segno. Su questi fondamentali la Chiesa non ha alcun potere, in quanto le sono consegnati dalla rivelazione stessa, ma le modalità celebrative le sono affidate, perché la memoria non sia pura nostalgia e il presente non si rattrappisca in un passato preconfezionato. In secondo luogo la dottrina, che è chiamata a svilupparsi, secondo la feconda indicazione del santo cardinale John Henry Newman.

Uno sviluppo organico ed omogeneo, che, quando non è tale (o non è stato tale) ha prodotto i peggiori mali della Chiesa, ossia l’eresia e lo scisma. In terzo luogo le strutture, chiamate a trasformarsi e modificarsi, nello spirito di quanto disegnato da papa Francesco nel suo ultimo discorso alla Curia romana (21 dicembre 2019). I binari di tale trasformazione sono stati indicati nell’evangelizzazione e nella promozione umana, cardini portanti dell’agire ecclesiale nel presente e nel futuro, su cui devono poggiare e di cui devono nutrirsi le sovrastrutture o impalcature giuridiche e istituzionali.

Il falso mito dei due Papi veniva smascherato dallo stesso Benedetto XVI, quando, in un famoso discorso alla curia romana (22 dicembre 2005), riflettendo sul Concilio Vaticano II, contrapponeva un’ermeneutica della 'discontinuità', ovvero dell’innovazione per l’innovazione, che avrebbe di fatto offerto il fianco al dualismo, non a quella della 'continuità', come ci si sarebbe aspettato da un Papa ritenuto conservatore, ma a quella della 'riforma'. Una riforma che non ha nulla a che vedere con la rivoluzione, ma significa sviluppo e vita, apertura al futuro nel necessario e sempre fecondo radicamento nel passato, con attenzione vigile a un presente certamente problematico, ma anche affascinante e provocatorio per la fede. Teologo, Pontificia Università Lateranense





Mercoledì, 15 Gennaio 2020

Il celibato sacerdotale? «Sicuramente un grande dono, ma certamente non un dogma e neppure una via privilegiata al ministero. Anzi tra sacerdoti celibi e sacerdoti sposati – spiega don Basilio Petrà, preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale – non c’è differenza qualitativa». Non è una sua convinzione ma, come argomenta, quanto emerge dai documenti del Vaticano II. Nel decreto conciliare Presbyterorum Ordinis si afferma con chiarezza che «la perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli (...) non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali». Anzi, i preti sposati di quelle Chiese vengono esortati nello stesso documento conciliare «a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato».

Qui sembra che i padri conciliari riconoscano la possibilità di integrare positivamente i due sacramenti nella stessa persona. È così?

Nel Codice dei canoni delle Chiese cattoliche di rito orientale si spiega con chiarezza e con una ricchezza teologica che andrebbe fatta conoscere a tutti, che tra matrimonio e ordine sacro non solo non c’è alcuna contraddizione ma rappresentano un approfondimento reciproco del triplice dono sacerdotale, profetico e regale di ogni battezzato. E sa chi ha approvato e firmato quel Codice? Giovanni Paolo II. Spesso la verità è più complessa di quello che immaginiamo

Vuol dire che esagera chi oggi parla di «grave pericolo» connesso all’ipotesi di superare il sacerdozio celibatario?

Siamo portati a pensare che le prassi in uso nella Chiesa di rito latino rappresentino l’unica strada possibile. Non è così. Tra le 19 Chiese cattoliche di rito orientale, solo le due indiane non hanno preti sposati. Per tutte le altre la paternità sacerdotale è una conseguenza della paternità familiare. Solo chi era buon marito e buon padre di famiglia poteva essere ordinato prete, secondo il principio paolino.

Eppure secondo alcuni ricordare questi fondamenti rischia di tradursi in un attentato al principio del celibato.

Tutt’altro. Significa invece riconoscere che nella Chiesa che, come ricordava appunto Giovanni Paolo II, respira a due polmoni, ci sono anche due tradizioni, due prassi, due codici. Entrambi pienamente legittimi e pienamente fondati dal punto di vista della tradizione e del magistero, come anche il Vaticano II ha riconosciuto.

Lei ha scritto vari saggi sull’argomento. Tra gli altri Preti sposati per volontà di Dio (2004) e Preti celibi e preti sposati. Due carismi per la Chiesa cattolica (2011) in cui tra l’altro arriva a dire che anche il sacerdozio uxorato, come quello celibatario, nasce dalla volontà di Dio in vista della salvezza degli uomini.

Proprio così. Se anche il Vaticano II ha riconosciuto formalmente il valore teologico del sacerdozio uxorato, considerandolo una condizione certamente distinta dalla forma del sacerdozio celibatario, ma ugualmente densa di valore vuol dire che anche in Occidente quella ricchezza di significati non verrebbe meno. Nelle Chiese cattoliche orientali i preti sposati sono migliaia e migliaia. E per tutti l’esemplarità della vita coniugale diventa esemplarità della vita sacerdotale, in perfetta continuità. Tanto che prima ci si sposa, poi si viene ordinati preti. E quindi dobbiamo pensare che, se nascono nella verità, entrambi le vocazioni siano frutto dell’ascolto della volontà di Dio.

Ma di fronte a queste evidenze, come guardare a coloro che accusano il Papa di eresia solo perché ammette l’ipotesi di valutare questi problemi?

Che siamo di fronte a persone che ignorano tradizione, magistero e teologia della Chiesa. Quando la teologia delle Chiese cattoliche d’Oriente spiega in modo approfondito che ministero familiare e ministero sacerdotale uxorato realizzano pienamente il senso della missione ecclesiale in una logica di continuità che arricchisce sia la coniugalità sia il ministerialità del prete, fa un’affermazione che non può essere contestata.

Oggi forse no, ma quando sono usciti i suoi libri il dibattito fu piuttosto acceso, con contestazioni anche pesanti.

Eh sì, eppure nonostante vari tentativi di sottoporre queste tesi al vaglio dell’autorità ecclesiastica, non ho mai avuto conseguenze di alcun tipo. È bastata un’indagine preliminare da parte di esperti competenti, per capire che tutto è fondato sulla tradizione e sul magistero. La legge del celibato ecclesiastico non è di natura divina e dare identica dignità ai due carismi – quello celibatario e quello uxorato – non rappresenta un rischio né per la tradizione latina né per l’evangelizzazione. Anzi.

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