mercoledì, 24 aprile 2019
  Username:   Password:
Ricordami su questo PC










Ultime notizie

Martedì, 23 Aprile 2019

Mercoledì alle 11,15 giungeranno in Italia, all'aeroporto di Orio al Serio, su un volo partito da Lourdes, le reliquie di Santa Bernadette Soubirous, che verranno poi trasferite via terra alla Diocesi di Alessandria, dove inizierà il pellegrinaggio italiano.
Le reliquie saranno accompagnate dal cappellano italiano di Lourdes, padre Nicola Ventriglia.

La preghiera di Lourdes per Notre-Dame, la Cattedrale che l’Europa ha rischiato di perdere, ieri nella festa liturgica di santa Bernadette, si è ripetuta in tutte le celebrazioni. Dall’Angelus delle 11.45 alla Grotta delle apparizioni, fino alla processione delle 21 illuminata dalle fiaccole dei pellegrini. Una vicinanza non comune quella dalla roccia mariana sui Pirenei, Massevieille o Massabielle, la vecchia roccia, in questo 2019 dichiarato Anno di Bernadette.

Per celebrarne il 175° anniversario della nascita ed il 140° della morte è stato scelto il tema «Beati i poveri». I trascurabili, gli ultimi, com’era Bernadette quattordicenne, che però fu vista dalla Madre di Dio. Anche per questo il Santuario dove oggi si fa memoria di quelle 18 apparizioni del 1858 viene percepito da allora come un approdo dove malati e feriti dalla vita sono sicuri di essere aspettati e guardati come creature, “ospedale da campo” com’è la Chesa, dove gli ultimi diventano pietre angolari.

Per quest’anno speciale il Santuario ha voluto rendere più accessibile ai pellegrini il cammino che porta da Lourdes al villaggio di Bartrès, dove i mugnai caduti in miseria Soubirous vivevano; e ha promosso il pellegrinaggio europeo delle reliquie di Bernadette. Già 34 le diocesi italiane (vedi sotto) che le ospiteranno nel 2019, dal 27 aprile al 24 agosto, dopo l’iscrizione richiesta al Santuario: per prima Alessandria (dal 27 al 30 aprile prossimi), poi Modena-Nonantola, per chiudere con Aversa e Albano.

«Il vero mistero di Lourdes è Bernadette» indicava il mariologo padre René Laurentin, che al profilo della Soubirous aveva dedicato due documentate monografie studiandone le lettere, scritte per obbedienza dopo i fatti, dalla guardiana di pecore, poi religiosa, che era stata analfabeta per i primi vent’anni della sua vita. Laurentin indagò gli scritti dell’umile, trasparente e allo stesso tempo intraducibile interlocutrice dell’Immacolata. Canonizzata non per essere stata prediletta dalle visite della Madre di Dio, ma per il modo in cui seppe rispondere, segnando un cammino da seguire per ogni credente. L’esegeta fece così emergere la testimonianza più autentica di lei, demitizzandone la memoria.

Alla scuola di Maria, Bernadette annotava: «Soffrire passa, ma aver sofferto resta». E ancora: «il denaro mi scotta», o «purché non arricchiscano, dite loro di non arricchirsi» riguardo al miglioramento della situazione economica dei familiari, stigmatizzando la ricchezza che rifiuta la condivisione, degrada e corrompe, mentre «il cuore dei poveri è visitato da Dio». E infine, suora a Nevers, «faccio il sacrificio di non rivedere più Lourdes. Non ho che un’aspirazione, quella di vedere la Vergine Santa glorificata e amata».

L’Immacolata Concezione le disse il suo nome solo alla sedicesima apparizione, e fino ad allora, prudente e concreta, la giovane non sostenne davanti a chi la pressava di aver visto la Vergine, chiamandola solo «acherò », quella lì, in dialetto occitano bigourdan riferito a una persona. Padre Laurentin la studiò anche nelle immagini, collezionandone 75 ritratti, ora tutti esposti in una mostra appena aperta al Santuario. «Davanti all’obiettivo si rivela l’obbedienza di Bernadette – annotava il mariologo – ma anche il suo equilibrio, perfino la sua interiorità e la capacità di resistenza, grazie a cui fece fronte alle minacce delle autorità».

Dunque un 2019 per ritrovare Bernadette, la strada da lei indicata e quella, singolare, tracciata per ognuno.

Ecco le date italiane finora disponibili del pellegrinaggio europeo delle reliquie di Santa Bernadette, nelle prime 34 diocesi che hanno aderito alla proposta del santuario di Lourdes (VAI AL SIT0)

Diocesi di Alessandria – 27-30 aprile
Diocesi di Modena – Nonanola – 01-04 maggio
Diocesi di Massa Carrara – Pontremoli – 04-07 maggio
Diocesi di Vercelli – 08-11 maggio
Diocesi di Cesena – 11-14 maggio
Diocesi di Spoleto – Norcia – 15-18 maggio
Diocesi di san Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto – 18-21 maggio
Diocesi di Civita Castellana – 22-25 maggio
Diocesi di Montepulciano – Chiusi – Pienza – 25-28 maggio
Diocesi di Roma – Parrocchia S. Bernadette Soubirous – 29 maggio-01 giugno
Diocesi di Roma – Parrocchia N.S. di Lourdes (Tor Marancia) – 01-04 giugno
Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino – 04-07 giugno
Diocesi di Caserta – 08 -11 giugno
Diocesi di Napoli – 11-14 giugno
Diocesi di Ariano Irpino – Lacedonia – 14-17 giugno
Diocesi di Foggia – Bovino – 17-20 giugno
Diocesi di Brindisi – Ostuni – 21-24 giugno
Diocesi di Crotone – Santa Severina – 25-28 giugno
Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi – 28 giugno-01 luglio
Diocesi di Patti – 01-04 luglio
Diocesi di Palermo – 04-07 luglio
Diocesi di Trapani – 07-10 luglio
Diocesi di Tempio – Ampurias – 11-14 luglio
Diocesi di Ozieri – 14-17 luglio
Diocesi di Cagliari – 17-20 luglio
Diocesi di Savona – 21-24 luglio
Diocesi di Torino – 24-27 luglio
Diocesi di Asti – 27-30 luglio
Diocesi di Pistoia – 30 luglio-02 agosto
Diocesi di Volterra – 02-05 agosto
Diocesi di Benevento – 06-09 agosto
Diocesi di Capua – 10-15 agosto
Diocesi di Aversa – 15- 18 agosto
Diocesi di Albano – 18 – 22 agosto







Martedì, 23 Aprile 2019

Nel giorno del suo onomastico, papa Francesco ha voluto donare attraverso l'Elemosineria Apostolica 6mila rosari della GMG ai giovani dell'arcidiocesi di Milano, che questa mattina hanno partecipato, nella Basilica di San Pietro, alla Messa presieduta dall'arcivescovo di Milano, Mario Delpini e un enorme uovo di Pasqua di 20 chili ai poveri accolti dalla Mensa della Caritas alla Stazione Termini a Roma.

Regalando i rosari, comunica il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti "il Santo Padre chiede ai giovani un particolare ricordo nella preghiera, con un affidamento speciale alla Vergine Maria, a pochi giorni dall'inizio del mese di maggio, dedicato alla Madonna".

Quest'anno la presenza dei giovani milanesi, per la precisione preadolescenti, a Roma assume un particolare significato perché si inserisce nel percorso diocesano "Cresce lungo il cammino il suo vigore". Un tema che, mentre richiama l'immagine del viaggio da fare insieme, offre indicazioni sulla spiritualità del pellegrinaggio. Si tratta cioè di sentirsi parte di un popolo in cui si sceglie di procedere fianco a fianco, aiutandosi vicendevolmente.

Mercoledì mattina, cioè domani mattina, i giovani ambrosiani parteciperanno all'udienza generale del Papa in piazza San Pietro.





Martedì, 23 Aprile 2019

«Attraverso la santità dei giovani la Chiesa può rinnovare il suo ardore spirituale e il suo vigore apostolico». Quello che papa Francesco scrive al n. 50 dell’Esortazione post-sinodale Christus vivit sta diventando pian piano realtà: sono molteplici infatti i segnali che dicono che la Chiesa, tanto ai vertici quanto nelle sue articolazioni locali in varie parti del mondo, sta imparando a riconoscere i tratti di una vita cristiana esemplare in figure di giovani 'normali', eppure straordinari. Figure da proporre come modelli di 'vita buona' significativi per l’oggi, esempi di una testimonianza cristiana praticabile anche dai millennials.

Qualche esempio eloquente. Il 7 aprile scorso la diocesi di Bergamo ha aperto la fase diocesana del processo di beatificazione di Giulia Gabrieli, morta all’età di 14 anni, il 19 agosto 2011, dopo due anni di sofferenze, affrontate con grande fede. Il giorno prima papa Francesco aveva approvato il decreto che riconosce le virtù eroiche di Nelson Santana, un bambino brasiliano di 9 anni stroncato da un tumore al braccio nel 1964. Lo stesso giorno, ad Assisi, centinaia di persone hanno preso parte alla traslazione del corpo del quindicenne milanese Carlo Acutis dal cimitero al Santuario della Spogliazione. Morto nel 2006 a causa di una leucemia fulminante, Acutis era stato dichiarato venerabile lo scorso 5 luglio. Acutis è uno dei giovani indicati da Papa Francesco come modelli nella Christus vivit, insieme a tre italiani (san Domenico Savio e i beati Piergiorgio Frassati e Chiara Badano) e altre figure, europee ed extraeuropee.

Il Sinodo dei giovani, celebrato lo scorso ottobre, ha riportato con forza sotto i riflettori il tema della santità giovanile. Proprio durante i lavori sinodali, il 14 ottobre 2018, s’è svolta a Roma la canonizzazione di Nunzio Sulprizio, un giovane operaio dell’Ottocento, mentre, poco prima dell’inizio del Sinodo, papa Francesco aveva dichiarato venerabile Nicola D’Onofrio studente e religioso camilliano, morto di cancro a soli 21 anni. Ma se ripercorriamo gli ultimi mesi, ci accorgiamo che sono davvero molteplici le iniziative della Chiesa volte a riscoprire modelli di santità in linea con lo stile di vita dei giovani di oggi. L’esempio più significativo riguarda la romana Chiara Corbella, giovane sposa e madre di famiglia, morta nel 2012 all’età di 28 anni; il 21 settembre 2018 si è aperta ufficialmente la sua causa di beatificazione. Poche settimane prima, il 5 luglio, Papa Francesco aveva autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto riguardante le virtù eroiche di Pietro Di Vitale, seminarista palermitano ventiquattrenne, morto nel 1940.

Non tragga in inganno il fatto d’aver citato quasi esclusivamente nostri connazionali. Gli italiani, ovviamente, non detengono il copyright della santità. Basti ricordare che il 21 marzo 2019, solo per fare un esempio recente, in Spagna sono stati beatificati 9 seminaristi martiri in 'odium fidei'. Se riavvolgiamo il nastro della memoria – sia pur limitandoci al solo 2018 – scopriremo che il 28 marzo dello scorso anno Papa Francesco aveva riconosciuto ufficialmente il martirio di Anna Kolesárová, sedicenne slovacca, uccisa nel 1944. Un martirio che, come per Maria Goretti, è avvenuto in difesa della castità. Ancora. Il 1° maggio 2018 è stato beatificato in Ungheria don Janos Brenner, ucciso all’età di 26 anni, dopo soli due anni e mezzo di ministero sacerdotale. La sua è una storia particolarmente interessante. Ancora adolescente, infatti, gli toccò di vestire i panni, in uno spettacolo teatrale, di Tarcisio, il giovane romano che nel 257 d.C. morì per proteggere l’Eucaristia che stava portando ai cristiani in carcere. Al giovane ungherese, secoli dopo, sarebbe toccata la stessa fine, quella dei martiri in odium fidei: è stato colpito a morte con 32 coltellate in un agguato, mentre stava portando l’Eucaristia a un malato. er chiudere questa breve carrellata, ri-Pcordiamo che nel novembre 2018 l’arcivescovo greco-cattolico di Beirut ha aperto il processo di beatificazione di Fathi Abboud Baladi, giovane universitario (19 anni), assassinato nel 1980. Nello stesso periodo in Brasile è stata aperta la causa di beatificazione di Marcelo Câmara, numerario dell’Opus Dei morto nel 2008 all’età di 28 anni. Non va dimenticato, infine, che due piccole Chiese asiatiche, negli ultimi anni, hanno potuto rendere onore a due loro figli giovani che si sono distinti nel cammino della santità. Parliamo del catechista Paolo Thoj Xyooj, il primo laotiano a salire alla gloria degli altari, l’11 dicembre 2016 (ucciso insieme a padre Mario Borzaga, missionario trentino degli Oblati di Maria Immacolata) e di Isidoro Ngei Ko Lat, primo birmano ad essere proclamato beato il 24 maggio 2014; anch’egli è stato catechista e amico di un missionario, padre Mario Vergara del Pime.

Questa schiera di nomi forse sorprenderà qualcuno, specie quanti – come tanti genitori e nonni – tendono ad assumere uno sguardo pessimista sui giovani di oggi o, peggio ancora, rimpiangono nostalgicamente i 'tempi andati' come se oggi lo Spirito non soffiasse più. È una tentazione pericolosa, dalla quale papa Francesco, nel- la Christus vivit, ci mette in guardia: «Oggi noi adulti corriamo il rischio di fare una lista di disastri, di difetti della gioventù del nostro tempo. (...) Lo sguardo attento di chi è stato chiamato ad essere padre, pastore e guida dei giovani consiste nell’individuare la piccola fiamma che continua ad ardere, la canna che sembra spezzarsi ma non si è ancora rotta. Così è lo sguardo di Dio Padre, capace di valorizzare e alimentare i germidi bene seminati nel cuore dei giovani».

Lo sforzo lodevole della Chiesa di additare modelli positivi e replicabili di giovani 'riusciti' e felici in quanto cristiani (e non nonostante!) si scontra indubbiamente con un contesto culturale che privilegia valori lontani da quelli del Vangelo. Scrive don Michele Falabretti, nella prefazione al catalogo della mostra 'Santi della porta accanto. Giovani testimoni della fede', promossa dal Centro culturale San Paolo: «Gran parte degli adulti (almeno dalla mia generazione in su) sono stati formati da piccoli attraverso la narrazione delle vite dei Santi. Fu un esercizio facile, quando la televisione era ancora in bianco e nero e fatta di due canali. Questo ha certamente permesso, a storie spesso eroiche, di formare la nostra interiorità. Oggi tutto questo appare più debole: si è eroi se si canta bene, se si sa danzare o recitare, persino se ci si destreggia con abilità attorno ai fornelli. Ma la dedizione agli altri in nome del Vangelo (così immaginiamo la santità) non fa parte del catalogo delle virtù eroiche di questo tempo».
Per rendere affascinante la via della santità agli occhi di un giovane occorre – fa capire la Christus vivit – trasmettere la convinzione che la chiamata di Cristo non annulla la propria umanità, ma anzi la esalta, non intruppa in un esercito che tutti omologa (la Chiesa), ma valorizza il contributo di ciascun giovane che, come tale è irripetibile e insostituibile. Come ha spiegato suor Alessandra Smerilli in un’intervista, «questo messaggio rappresenta il tentativo di uscire dalla retorica del 'progetto di Dio' dove noi abbiamo un posto assegnato, come se fossimo un mero tassello di un grande puzzle. Francesco, invece sottolinea che la vocazione consiste nello scoprire il proprio posto nel mondo, a servizio degli altri. Nello stesso tempo, ricorda il Papa, siamo chiamati a esprimere la nostra unicità lasciandoci plasmare dal vasaio che è Dio, nell’amicizia con Gesù».




Lunedì, 22 Aprile 2019

Anche Giorgia era tra la folla che guardava al Colosseo. Sapeva che alla Via Crucis avrebbero parlato di quelli come lei che da anni tra ostacoli, denunce, minacce sono lì dove ci sono braccia da tirar fuori dal mare. Anche capitan Riccardo e Luca e molti altri volontari delle organizzazioni umanitarie europee hanno seguito, chi pregando, chi nel silenzio, chi trattenendo le lacrime, le Stazioni di un calvario che mille e mille volte hanno incontrato nello sguardo stanco e nelle cicatrici di chi finalmente non doveva più temere di vedersi afferrare. Sapevano i volontari delle Ong che durante la Via Crucis ci sarebbe stato un pensiero per loro. «Mentre nel mondo si vanno alzando muri e barriere – è stata la meditazione in una delle Stazioni –, vogliamo ricordare e ringraziare coloro che con ruoli diversi, in questi ultimi mesi, hanno rischiato la loro stessa vita, particolarmente nel Mar Mediterraneo, per salvare quella di tante famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità. Esseri umani in fuga da povertà, dittature, corruzione, schiavitù». Ma è stato difficile per tutti trattenere l’emozione quando, alla fine, Francesco ha ricordato «la croce dei migranti che trovano le porte chiuse a causa della paura e dei cuori blindati dai calcoli politici».
A bordo delle navi Giorgia Linardi c’è stata decine di volte. Ha salvato vite e ne ha visto perdere altre. A bordo ha issato gli abbracci di chi ce l’ha fatta e gli occhi sbarrati per sempre di chi non aveva più neanche un respiro. «Parlo da portavoce di Sea Watch – dice appena dopo la benedizione – ma prima di tutto da persona che da anni si batte perché nessuno sia lasciato annegare nel Mediterraneo, cosa che ho visto purtroppo diverse volte. Le parole del Papa mi toccano personalmente e toccano tutti noi: un’organizzazione fatta prima di tutto di persone». Giovani e meno giovani i quali proprio perché hanno visto quel che accade nel Mediterraneo sentono «la responsabilità di fare di tutto e di non arrendersi per salvare altre vite e testimoniare quello che accade». Sapere che il Papa «ci sostiene nella difesa di diritto alla vita in quel tratto di mare appena più a sud dei nostri o ombrelloni è per tutti da monito e incoraggiamento».


Gratitudine che gli spagnoli di Open Arms esprimono attraverso il comandante Riccardo Gatti, protagonista di migliaia di salvataggi e che con il suo equipaggio è stato minacciato dalla cosiddetta Guardia costiera libica (smitragliate comprese) e dall’incessante pressione della politica europea che non vuole testimoni scomodi in mare. «Le parole del Papa si scontrano con ciò che i poteri politici, che sembrano dilagare in Europa e nel mondo, stanno cercando di costruire: il disprezzo della vita, calpestando la dignità umana», commenta Gatti. «Con il sostegno di chi la pensa come papa Francesco continueremo nella nostra opera. Il suo messaggio, rivoluzionario di questi tempi, ci dà forza e speranza».
Dopo avere ricevuto il sostegno di tante parrocchie e gruppi ecclesiali di tutta Italia, la missione Mediterranea, che con la nave Mare Jonio è appena rientrata dal Mar Libico e già sta affrontando le prevedibili “ispezioni” per ordine di chi vorrebbe non riprendesse più il mare, nel corso delle prossime navigazioni avrà a bordo anche un sacerdote. Per tutti loro le meditazioni della Via Crucis sono state come l’abbraccio inatteso che spinge a non rassegnarsi. «Ci dà tanta forza per andare avanti, nonostante tutto. L’orrore che vediamo quotidianamente accadere nel mare Mediterraneo – ricorda il capo missione Luca Casarini, indagato per aver salvato 49 persone il 18 marzo – rischia di soffocare il nostro cuore. Di farci diventare ciechi. Guardare in faccia questo orrore, e provare a contrastarlo, opporre la vita alla morte, l’amore all’odio, ci salva. Siamo noi i salvati. E il Papa ce lo ricorda sempre. Grazie Francesco».





Sabato, 20 Aprile 2019

È Pasqua, la festa più grande. Il giorno in cui la vita vince per sempre la morte. Di fronte al Signore risorto, alla sua testimonianza di amore, l’uomo non può che stupirsi, restare in silenzio e ringraziare. Eppure proprio l’annuncio, la certezza della vita nuova porta con sé una più urgente chiamata alla responsabilità, alla comunione. Perché la gioia per crescere, per cambiare l’orizzonte della nostra speranza, va condivisa con gli altri, specie con chi fa più fatica.

Luzi: l'amore è più grande delle offese

Lo hanno capito tanti scrittori e poeti. Come Mario Luzi (1914-2005) che conclude con una bellissima preghiera in forma di poesia, le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo del 1999. Perchè la vita nuova è vittoria sull’uomo vecchio, è luce che annichilisce il buio cupo della morte.

«Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen».





Sabato, 20 Aprile 2019

«Non celebriamo un ricordo. Anche oggi, qui, Dio ama, crea, libera, conduce, perdona». È l’annuncio che da Gerusalemme – proprio dalla tomba vuota che sta all’origine del mistero della Pasqua – ha fatto risuonare di nuovo sabato l’amministratore apostolico del patriarcato latino, l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa.
Nelle stesse ore in cui il mondo ebraico celebrava il primo giorno di Pesah, la festa della liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto, i cristiani di rito latino si sono radunati per la loro Veglia pasquale. È successo come ogni anno alla mattina, come impongono le complicate regole sugli orari per le diverse confessioni nella Basilica del Santo Sepolcro. Ma nell'omelia – rivolta a tutte le comunità della Terra Santa – monsignor Pizzaballa ha comunque preso spunto dal segno pasquale della notte illuminata dalla luce del Risorto.

«Penso a quanti non riescono a vedere la luce, a causa del buio della loro notte – ha commentato il presule –. Alla notte delle nostre famiglie, divise e separate a causa dell’emigrazione, dalla necessità di lavoro; divise a causa di freddi e cinici calcoli politici; penso alla notte di tanti giovani che faticano a darsi prospettive di futuro; penso alla notte delle nostre divisioni religiose che accecano le nostre relazioni; alle nuove forme di schiavitù nel lavoro dei migranti e dei rifugiati, nelle tante forme di dipendenza». Ebbene – ha commentato Pizzaballa – «oggi ci viene annunciato che questa notte non c’è più, è finita».

È il cambiamento narrato anche dagli altri segni della Veglia pasquale che l’amministratore apostolico ha declinato nell’oggi di Gerusalemme: il fuoco benedetto fa piazza pulita dei «giudizi ingiusti e affrettati», aiutando a «riconoscere il bene» e portare giustizia «agli indifesi»; l’acqua che purifica e che richiama al Battesimo invita a non essere «rabdomanti alla ricerca di fonti improbabili» ma ad aver «sete di Dio e della sua Parola»; il pane spezzato dell’Eucaristia «sazia il nostro desiderio di senso, la nostra fame di giustizia, di uguaglianza, di diritti, di una vita bella e degna». È la Pasqua che con la sua forza torna per rinnovare Gerusalemme e da qui il mondo intero. «Ma non saremo noi a operare questo miracolo – ha concluso l’amministratore apostolico del patriarcato latino –. È da quella tomba vuota, da lì, che tutto è diventato possibile».

Una speranza che in Terra Santa, nonostante le tante ferite del conflitto, tengono accesa anche i cristiani della Striscia di Gaza. Solo venerdì – poche ore prima dell’inizio della festa ebraica e dopo le proteste per il mancato rilascio – l’amministrazione israeliana ha fatto sapere con una nota di aver accordato alcune centinaia di permessi per permettere ai cristiani di Gaza di recarsi a Gerusalemme in occasione delle festività. Si spera che possano arrivare in tempo almeno per la Pasqua ortodossa, che si celebra domenica prossima. Va però aggiunto che anche ieri – proprio nel giorno di Pesah – c’è stato un lancio di razzi dalla Striscia, fortunatamente senza conseguenze. Intanto i fedeli di rito latino hanno vissuto nella parrocchia della Sacra Famiglia i loro riti pasquali. «In un tempo difficile per la Chiesa e per il mondo – ha dichiarato all'agenzia Sir il parroco, padre Mario Da Silva – da Gaza auguriamo a tutti una buona Pasqua di Resurrezione. Davanti al sepolcro vuoto di Gesù Risorto chiediamo a Dio la pace per il mondo e la salvezza».





Sabato, 20 Aprile 2019

Dov’è ora Mercy? Me lo chiedo da venerdì sera. Eppure, fino ad allora, avevo dimenticato il suo nome. La storia no, mi era rimasta impressa. Era stata una delle prime che mi aveva raccontato suor Eugenia Bonetti quando c’eravamo incontrate, qualche anno fa, nel convento delle Figlie di Maria Santissima dell’Orto, a Roma, una mattina d’estate. Mercy, il fagottino seminudo, rannicchiato sulle sterpaglie dietro la Salaria, che chiedeva solo di poter riposare un po’. Quando tornava a casa, all’alba, la “madam” – così chiamava la donna che l’aveva comprata dai trafficanti – le ordinava di fare la doccia e la rispediva sul marciapiede.

“Dormirai quando mi avrai restituito quanto ho pagato per te”, le diceva. E Mercy obbediva per evitare le “punizioni”: il decalogo degli orrori era lungo, si andava dalle botte alla privazione del cibo, dalle bruciature di sigarette alle minacce di rappresaglie sui parenti, in Nigeria. Quella sera, però, la stanchezza l’aveva vinta. A Eugenia, la suora impicciona che si ostinava e si ostina a trattare quelle giovani in vendita come esseri umani, aveva sussurrato: “Sister, non ce la faccio più, sono sfinita…”. Mercy caduta, sotto il peso delle catene della prostituzione forzata. Il suo corpo adolescente manipolato, ferito, sfruttato, torturato, abusato infinite volte.

Ho pensato a lei mentre ho tenuto tra le mani la Croce. L’ottava stazione – quella in cui si medita sull’incontro tra Gesù e le donne – stava per terminare. Il coro intonava già il canto. La Via verso il Calvario, allestito sul Palatino, dove attendeva papa Francesco, doveva proseguire con la riflessione sulla terza caduta di Cristo, schiacciato dal legno al quale, presto, sarebbe stato inchiodato. Portare la Croce per quel tratto toccava a me e a suor Anelia Gomez da Paiva. Ci siamo avvicinate per il “passaggio di consegne”, come ci era stato spiegato. Una luna bianca e piena illuminava la Croce scura. Di fronte il Colosseo, nella sua notturna maestosità. Ho allungato le mani e l’ho presa.

Mentre mi concentravo per tenerla ritta, senza tremare, ho sentito il nome di Mercy. Suor Eugenia – che quest’anno ha curato le meditazioni - ha voluto ricordare anche il suo corpo abbattuto dalla schiavitù, nel momento in cui i cristiani fanno memoria viva della terza caduta di Gesù. Un’associazione ardita? Non so. Ma so che non la ringrazierò mai abbastanza per averlo fatto. Perché il nome di Mercy mi ha scosso dalla tentazione del trionfalismo e dell’autocompiacimento. Di vivere la Via dolorosa di Cristo come una bella quanto momentanea emozione.

È facile portare la Croce per quarantacinque passi, li ho contati. Anzi, accompagnare Gesù fino alla stazione successiva durante la Via Crucis del Colosseo è un dono immenso. Ma quanto è difficile - per me privilegiata, nata dalla parte giusta del pianeta, con in tasca un passaporto-salvacondotto che mi apre le porte di qualunque muro – fare anche un solo passo con qualunque dei troppi crocifissi dei nostri giorni. Quante volte ho evitato di sopportare il loro “peso”? Quante li ho considerati più storie da raccontare che fratelli e sorelle da abbracciare? E quante ancora lo farò? Impossibile rispondere. Ma suor Eugenia e Mercy mi hanno regalato la consapevolezza di vivere il Venerdì Santo come una responsabilità, che va ben oltre i quarantacinque passi di una stazione. La responsabilità dello sguardo. Ora più che mai so che non ho il diritto di voltarmi dall’altra parte. Di scansare con gli occhi e la penna – la tastiera del pc, ormai – le vite crocifisse che mi è dato in dono di incontrare. Di stare lontano - per falso pudore, o paura o pigrizia - dalle loro piaghe. Di scordare il nome di Mercy.





Sabato, 20 Aprile 2019

«Sentiamo paura, rabbia, dolore, però nel nostro cuore persiste la speranza che resisteremo al potere che ci uccide». Con questa riflessione sulla prima stazione, alle 6 in punto del mattino - la foresta si sveglia all’alba -, sulle frequenze di Radio Lagunas, ha iniziato a risuonare la “Via Crucis amazzonica”.

Nell’anno del Sinodo sul “polmone del pianeta”, la Rete ecclesiale panamazzonica (Repam) - che riunisce le realtà ecclesiali impegnate negli otto Paesi nella regione - ha proposto di riflettere sulla salita al Calvario di Gesù a partire dalla realtà delle genti di Amazzonia. Tutte le genti, ma con un’attenzione speciale per i nativi, “mai così tanto minacciati”, come ha detto papa Francesco nell’incontro dell’anno scorso, a Puerto Maldonado, in Perù. E proprio il Vicariato peruviano di Yarimaguas è stato tra i primi ad aderire all’idea della Repam.

«La nostra Via Crucis amazzonica si è svolta nell’etere. Gli indigeni non vivono nel capoluogo, Lagunas, bensì distribuiti in settanta comunità lungo il fiume Huallaga. Gli spostamenti sono molto difficili e costosi. Così siamo andati noi da loro, non fisicamente ma grazie alla radio», spiega Jaime Palacios, impegnato nella campagna “Amazzonizzati”, portata avanti dalla Repam a Lagunas, tra le principali città del Vicariato di Yarimaguas. Situato nel nord del Perù, quest’ultimo, con un’estensione di 70mila chilometri quadrati, include le province di Alto Amazonas e Datem del Marañón, nella regione di Loreto, e Lamas, in quella di San Martín. Un totale di oltre 140mila persone, di cui oltre un terzo sono indigeni dei popoli Cocama, Shawi, Chamicuro, Kandoshi, Quechua, Shiwilu, Achuar, Awajun, Wampis. Il resto sono contadini.

La gran parte della popolazione, dunque, vive in villaggi isolati nel mezzo della selva. Per accompagnarli, la Chiesa ha creato una rete di emittenti locali che fanno capo a Radio Oriente. Dopo Lagunas, dunque, la Via Crucis amazzonica è andata in onda nelle altre radio del "network" comunitario, raggiungendo tutti i fedeli del Vicariato. «È’ stato un momento di forte comunione, che ha azzerato le distanze.

I popoli dell’Amazzonia, emarginati nel passato come nel presente, sentono una profonda empatia con la Passione di Gesù. Abbiamo provato a “guardarla con i loro occhi”, mettendoci dentro tutte le sofferenze patite ma anche la resistenza di queste genti, capaci di sognare un futuro diverso», racconta Palacios. La figura del Cireneo e della Veronica sono così analizzate a partire da quanti si mettono al fianco della lotta pacifica dei nativi il diritto all’esistenza.

Le “cadute” di Cristo rivivono nelle morti all’interno delle comunità per l’inquinamento o la mancanza di condizioni sanitarie minime. In Gesù inchiodato alla croce risuona il grido della terra e dei poveri. La morte, però, non ha l’ultima parola. «Incontrare Gesù nel dubbio e nel dolore di un territorio violentato, maltrattato, escluso. Sentire il grido dei figli della Terra, che lottano tutti i giorni perché tutta l’umanità abbia giorni migliori - dice la preghiera finale -. Riconoscere la speranza della resurrezione nella forza, nella resistenza, nei cammini di liberazione». Questa è la sfida che l’Amazzonia pone alla Chiesa e al mondo. Per trovare insieme nuovi cammini verso un futuro più umano.





Venerdì, 19 Aprile 2019

Sabato Santo è il giorno del silenzio, del raccoglimento, dell’attesa piena di speranza, della Risurrezione. È il giorno di Maria che la tradizione raffigura ai piedi della croce su cui muore il Figlio, abbandonato da tutti. Eppure nell’angoscia della sofferenza e della solitudine, la Madre sa vedere la luce della vita nuova che non tarderà a manifestarsi.

La Madre di fronte alla morte del Figlio

Tanti gli autori che si sono soffermati sul dolore, terribile ma intriso di speranza, della Vergine. Come Charles Péguy (1873-1914) il poeta francese che nella Passione di Maria ricorda la terribile sofferenza di una madre che vede morire il figlio.

«Era una disgrazia troppo grande.
Il suo dolore era troppo grande.
Era un dolore troppo grande.
Non si può avercela col mondo per una disgrazia che oltrepassa il mondo. [...]
Fino a quel giorno era stata la Regina di Beltà.
E non sarebbe più stata, non sarebbe più ridiventata
La Regina di Bellezza che in cielo.
Il giorno della sua morte e della sua assunzione.
Dopo il giorno della sua morte e della sua assunzione.
Eternamente.
Ma oggi diveniva la Regina di Misericordia.
Come sarà nei secoli dei secoli. […]
Lei sapeva quanto soffriva.
Lei sentiva bene quanto male aveva.
Lei aveva male alla sua testa e al suo fianco e alle sue Quattro Piaghe.
E lui in se stesso diceva: Ecco mia madre.
Che cosa ne ho fatto. Ecco cosa ho fatto di mia madre.
Quella povera vecchia. […]
Le aveva fatto fare la sua via crucis, a sua madre.
Da lontano, da vicino.
Lei aveva seguito.
Una via crucis molto più dolorosa della sua.
Perché è molto più doloroso veder soffrire il proprio figlio.
Che soffrire noi stessi.
È molto più doloroso veder morire il proprio figlio.
Che morire noi stessi».





Sabato, 20 Aprile 2019

Youssuf, Precious e Alì sono sopravvissuti al naufragio citato nelle meditazioni di suor Bonetti. Quello in cui il 4 novembre 2017 morirono 26 giovani donne. Una era la mamma di Youssuf, della Costa d’Avorio, che allora aveva solo 2 anni. Precious, nigeriana, ha perso la sua amica più cara, ed è una vittima di tratta. Anche lei era caduta in acqua, ma si era salvata. Allora aveva solo 16 anni. Come Alì, del Bangladesh, anche lui caduto in acqua. E aveva riportato delle gravi ustioni alle gambe, provocate dal carburante. Tutti e tre sono stati accolti dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di Reggio Calabria a “Casa dell’Annunziata” che ospita minori stranieri non accompagnati ed è inserito nel progetto per ragazze minori vittime di tratta. Tre storie che ben rappresentano le riflessioni di suor Bonetti, il dramma, lo sfruttamento, la morte.

Ma anche la bella ed efficace accoglienza che vede ancora una volta in prima linea, spesso da soli, i volontari. Proprio loro sono riusciti a ricostruire una famiglia per Youssuf. «Tramite “Radio popolo immigrato” siamo riusciti a rintracciare il padre in Francia dove gli era stata negata due volte la richiesta d’asilo – ci spiega Giovanni Fortugno, referente ambito immigrazione della Comunità – l’abbiamo fatto venire in Italia, in accordo con la Procura per i minori e abbiamo iniziato un training per il ricongiungimento».

Un percorso non facile. Infatti quando il papà era partito il bimbo aveva solo 4 mesi. Cosa poteva ricordare? Ora vivono in un Cas a Reggio Calabria e stanno bene, davvero un papà e un figlio, ma con che prospettive? Il papà ha ottenuto il permesso di soggiorno per casi speciali, il bimbo è inserito a scuola. « Da una tragedia siamo riuscito almeno a dare qualche prospettiva a questa famiglia – riflette ancora Fortugno – lui però non lavora, è solo assistito. Ha la patente per camion del suo Paese, riconosciuta in Francia ma non in Italia. Quindi dovrà rifare tutto l’iter ma deve prima imparare l’italiano».

E vanno avanti anche gli altri due percorsi. Precious, ora maggiorenne, è stata trasferita nel sistema di protezione per le vittime di tratta, in una casa della Fondazione Città Solidale che gestisce i servizi della Caritas di Catanzaro. E sta facendo dei corsi di tirocinio. Alì, infine, vive ancora a Casa dell’Annunziata, segue un progetto, sta prendendo la licenza media e poi sarà inserito in una delle case famiglia o in una cooperativa della Comunità.

«Questo è il nostro pane quotidiano – commenta Giovanni – e lo facciamo per vocazione perché se lo facessimo per lavoro anche noi, come tanti, dopo i tagli decisi dal Governo saremmo costretti ad abbandonare. I nostri politici sono come Pilato, se ne lavano le mani, e noi cattolici corriamo il rischio di diventare come quelli che urlavano “crocifiggilo, crocifiggilo”». Anche per questo la Comunità ha organizzato una Via Crucis particolare. «Due stazioni erano nella nostra casa per minori e una dove si prostituiscono le ragazze. E abbiamo portato le loro testimonianze. Un altro legame con la Via Crucis di Roma».





Sabato, 20 Aprile 2019

Questo Sabato in cui cessa il fremito del tempo è il giorno dopo l’ultimo di Gesù Nazareno. Un solenne silenzio ferma l’aria intorno alla Città. Il suo respiro è sospeso sia per chi dorme, sia per chi veglia. Il silenzio dell’innocente è ingannevole sollievo per chi l’ha voluto sopprimere; sogno da soprassalto per chi non ha reagito in tempo, querela e supplica per chi lo rivendica vivo. Insopportabili persino ai carnefici sono, spesso, i latrati dei condannati, così come i corrotti vagiti dei morenti per forza, le urla disumane che escono dalla violenza della tortura e della menzogna, dalla vergogna dei corpi in croce. Quando tutto, finalmente, tace, l’innocenza asfissiata regala la pace vuota della fine. Sulle eretiche colline del mondo, nei suoi fossati di malvagità, il silenzio leva il coro della resa.

Nella coscienza laica dell’uomo occidentale tutto finisce, ormai, con la morte. Pochi pensano ancora a una vita che verrebbe dopo. L’ultimo giorno combacia con l’ultimo battito del cuore con cui si va a estinguere ogni residua attività vitale. Pur se in un angolo di storia lontano, anche nel caso della morte di Gesù fu più o meno così. La folla che lo volle sospeso sul Golgota, si era dileguata, il giorno dopo, convinta di aver liberato la città da un malfattore; le autorità che avevano deciso la condanna a morte, oggi cercavano di persuadere sé stesse di diritto e giustizia. Anche i Dodici erano pronti ad accettare che tutto fosse finito con quell’ultimo grido d’abbandono che essi, del resto, non avevano nemmeno voluto sentire. Il giorno dopo la sua morte pochi dovevano pensare a Gesù come se fosse ancora vivo. Alcune donne, sì, quelle che non riuscivano a spegnere il legame con lui. Era quel cordone d’amore che le stringeva alle Sue braccia, al Suo Volto, che non voleva saperne di spezzarsi. L’eternità nasce dalla resistenza che le persone amate radicano nel nostro cuore.

Dentro il silenzio del Sabato era avvolto il lutto delle madri, delle sorelle, delle spose. Come dice Haydée ne Il conte di Montecristo: «Vi sono due sguardi: lo sguardo del corpo e quello dell’anima. Lo sguardo del corpo può qualche volta dimenticare, ma quello dell’anima non dimentica mai». E proprio in virtù di quell’impossibile smemoratezza, lo strazio del lutto, i capelli scarmigliati, la cenere sul capo, si trasformano in una strana potenza, un’ipotesi di ritorno, una ferita che - come direbbe don Tonino Bello - diventa feritoia. Il sabato diventa un tempo sospeso, un’idea di passaggio, l’intuito di una trasformazione. La culla per una nuova creazione. Sotto la coltre dell’afonia, nel deserto del rigore, si cela il fuoco della più fervente attività: l’aurora di domani.

La prima goccia a sciogliere il gelo sarà fatta di lacrime: quelle che Gesù stesso aveva versato sul corpo cadavere di Lazzaro e che ora si mescolano con quelle del pianto di Maria per essere fonte che «zampilla per la vita eterna». Il silenzio si fa vivace di attesa; la speranza è lievito per la terra che aspira a rigenerarsi in un nuovo mattino. Un mistero che tocca la nostra civiltà che non si è arresa dinanzi alla morte e che coltiva, in un sabato laico, tutte le scienze, volgendole ad aprire un tempo, ancora, per un corpo altro e per un’umanità diversa da quella mortale. E ancor più solerte è il silenzio del cristiano, carico di Sapienza, dedito a costruire una creatura capace di comunione, una qualità nuova all’umano, nel tempo che verrà.

Essa si nutre del Corpo consegnato che oggi la terra abbraccia, nel suo seno di madre. Se ne fa membra, se ne fa mistero. Respira quella Sua innocenza per restituire il Silenzio dell’inizio, placenta di perdono, matrice di riconciliazione, carne integra e liberata dal male. «Nei momenti bui bisogna avere il coraggio di tacere. Senza rancore. E il demonio si scoprirà ». Viviamo questo invito del nostro caro Padre, papa Francesco, in modo che domattina possiamo correre ancora a godere del mondo, alle prime luci dell’alba.





Venerdì, 19 Aprile 2019

Come di consueto nel pomeriggio del Venerdì Santo, papa Francesco ha presieduto nella Basilica Vaticana la celebrazione della Passione del Signore. Un solenne rito in cui viene letto il Vangelo di Giovanni (18,1-19, 42) che si conclude con la morte di Gesù e la sua deposizione nella tomba. Nel corso di questa liturgia l'omelia è pronunciata dal predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa.

Il video della celebrazione:

L'omelia di padre Raniero Cantalamessa

"Oggi vogliamo contemplare il Crocifisso proprio in questa veste: come il prototipo e il rappresentante di tutti i reietti, i diseredati e gli ‘scartati’ della terra, quelli davanti ai quali si volta la faccia da una altra parte per non vedere”. È l’inizio dell’omelia, riportata dall'agenzia Sir, tenuta da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, durante la celebrazione della Passione del Signore, presieduta questo pomeriggio dal Papa nella basilica di San Pietro. “Gesù non ha cominciato ora, nella passione, ad esserlo. In tutta la sua vita egli ha fatto parte di loro”, ha fatto notare il religioso, fin dalla nascita in una stalla e nella presentazione al tempio, “un vero e proprio certificato di povertà nell’Israele di allora”.

“Durante la sua vita pubblica, non ha dove posare il capo: è un senzatetto”, il ritratto di Cantalamessa, che ha sottolineato come durante l’interrogatorio di Pilato Gesù “è il prototipo delle persone ammanettate, sole, in balia di soldati e sgherri che sfogano sui poveri malcapitati la rabbia e la crudeltà che hanno accumulato nella vita. Torturato! ‘Ecce homo!’, Ecco l’uomo!, esclama Pilato, nel presentarlo di lì a poco al popolo. Parola che, dopo Cristo, può essere detta della schiera senza fine di uomini e donne avviliti, ridotti a oggetti, privati di ogni dignità umana”.

“Se questo è un uomo”: lo scrittore Primo Levi ha intitolato così il racconto della sua vita nel campo di sterminio di Auschwitz, ha proseguito il domenicano, secondo il quale “sulla croce, Gesú di Nazareth diventa l’emblema di tutta questa umanità ‘umiliata e offesa’. Verrebbe da esclamare: ‘Reietti, rifiutati, paria di tutta la terra: l’uomo più grande di tutta la storia è stato uno di voi! A qualunque popolo, razza o religione apparteniate, voi avete il diritto di reclamarlo come vostro”.

“Nobody knows the trouble I have seen. Nobody knows, but Jesus”: Nessuno sa il dolore che ho provato; nessuno, tranne Gesù”. A citare lo spiritual cantato dagli schiavi afroamericani del Sud è stato padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore, presieduta questo pomeriggio dal Papa nella basilica di San Pietro. “Uno scrittore e teologo afro-americano che Martin Luther King considerava suo maestro e ispiratore della lotta non violenta per i diritti civili, ha scritto un libro intitolato ‘Jesus and the Disinherited’, Gesú e i diseredati”, ha ricordato il religioso citando Howard Thurnman: “In esso, egli fa vedere che cosa la figura di Gesù aveva rappresentato per gli schiavi del Sud, di cui lui stesso era un diretto discendente. Nella privazione di ogni diritto e nella abiezione più totale, le parole del Vangelo che il ministro di culto negro ripeteva, nell’unica riunione ad essi consentita, ridavano agli schiavi il senso della loro dignità di figli di Dio”.

“In questo clima sono nati la maggioranza dei canti negro-spiritual che ancora oggi commuovono il mondo”, ha commentato Cantalamessa: “Al momento dell’asta pubblica essi avevano vissuto lo strazio di vedere le mogli separate spesso dai mariti e i genitori dai figli, venduti a padroni diversi. È facile intuire con che spirito essi cantavano sotto il sole o nel chiuso delle loro capanne”.

Il significato più profondo della passione e morte di Cristo “non è quello sociale, ma quello spirituale”. Ne è convinto padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, che nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore, presieduta dal Papa questo pomeriggio nella basilica di San Pietro, ha fatto notare che “quella morte ha redento il mondo dal peccato, ha portato l’amore di Dio nel punto più lontano e più buio in cui l’umanità si era cacciata nella sua fuga da lui, cioè nella morte. Non è il senso più importante della croce, ma è quello che tutti, credenti e non credenti, possono riconoscere ed accogliere”.

“Se per il fatto della sua incarnazione il Figlio di Dio si è fatto uomo e si è unito all’umanità intera, per il modo in cui è avvenuta la sua incarnazione egli si è fatto uno dei poveri e dei reietti, ha sposato la loro causa”, ha spiegato il religioso: “Si è incaricato di assicurarcelo lui stesso, quando ha solennemente affermato: ‘Quello che avete fatto all’ affamato, all’ignudo, al carcerato, all’esiliato, lo avete fatto a me; quello che non avete fatto ad essi non lo avete fatto a me’”.

“Ma non possiamo fermarci qui”, l’invito del domenicano: “Se Gesù non avesse che questo da dire ai diseredati del mondo, non sarebbe che uno in più tra di loro, un esempio di dignità nella sventura e nulla più. Anzi, sarebbe una prova ulteriore a carico di Dio che permette tutto questo”. Il Vangelo, infatti, “non si ferma qui; dice anche un’altra cosa, dice che il crocifisso è risorto! In lui è avvenuto un rovesciamento totale delle parti: il vinto è diventato il vincitore, il giudicato è diventato il giudice, ‘la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo’”.

“L’ultima parola non è stata, e non sarà mai, dell’ingiustizia e dell’oppressione”, ha detto Cantalamessa: “Gesú non ha ridato soltanto una dignità ai diseredati del mondo; ha dato loro una speranza!”. Nei primi tre secoli della Chiesa, ha fatto notare il predicatore della Casa Pontificia, la celebrazione della Pasqua non era distribuita come ora in diversi giorni: Venerdì Santo, Sabato Santo e Domenica di Pasqua: “Tutto era concentrato in un solo giorno. Nella veglia pasquale si commemorava sia la morte che la risurrezione. Più precisamente: non si commemorava né la morte né la risurrezione come fatti distinti e separati; si commemorava piuttosto il passaggio di Cristo dall’una all’altra, dalla morte alla vita”.

La parola “pasqua”, infatti, significa passaggio: “passaggio del popolo ebraico dalla schiavitù alla libertà, passaggio di Cristo da questo mondo al Padre e passaggio dei credenti in lui dal peccato alla grazia”. “È la festa del capovolgimento operato da Dio e realizzato in Cristo; è l’inizio e la promessa dell’unico rovesciamento totalmente giusto e irreversibile nelle sorti dell’umanità”, ha commentato Cantalamessa: “Poveri, esclusi, appartenenti alle diverse forme di schiavitù ancora in atto nella nostra società: Pasqua è la vostra festa!”.

“La croce contiene un messaggio anche per coloro che stanno sull’altra sponda: per i potenti, i forti, quelli che si sentono tranquilli nel loro ruolo di ‘vincenti'”. Lo ha spiegato padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nell’omelia della celebrazione della passione del Signore, presieduta questo pomeriggio dal Papa nella basilica di San Pietro. “Ed è un messaggio, come sempre, d’amore e di salvezza, non di odio o di vendetta”, ha proseguito: “Ricorda loro che alla fine essi sono legati allo stesso destino di tutti; che deboli e potenti, inermi e tiranni, tutti sono sottoposti alla stessa legge e agli stessi limiti umani”.

“La morte, come la spada di Damocle, pende sul capo di ognuno, appesa a un crine di cavallo”, ha ricordato il religioso: “Mette in guardia dal male peggiore per l’uomo che è l’illusione dell’onnipotenza. Non occorre andare troppo indietro nel tempo, basta ripensare alla storia recente per renderci conto di quanto questo pericolo sia frequente e porti persone e popoli alla catastrofe”.

“La Chiesa ha ricevuto il mandato del suo fondatore di stare dalla parte dei poveri e dei deboli, di essere la voce di chi non ha voce e, grazie a Dio, è quello che fa, soprattutto nel suo pastore supremo”, ha affermato il religioso, secondo il quale “il secondo compito storico che le religioni devono, insieme, assumersi oggi, oltre quello di promuovere la pace, è di non rimanere in silenzio dinanzi allo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti. Pochi privilegiati posseggono beni che non potrebbero consumare, vivessero anche per secoli e secoli, e masse sterminate di poveri che non hanno un pezzo di pane e un sorso d’acqua da dare ai propri figli”. “Nessuna religione può rimanere indifferente, perché il Dio di tutte le religioni non è indifferente dinanzi a tutto ciò”, l’appello finale.





Venerdì, 19 Aprile 2019

Il "gioco infame" dei populismi con le paure della gente. Il dramma dei morti nell'"immenso cimitero" del Mediterraneo "vergogna per l'Europa". Steve Bannon e Aleksandr Dugin "sacerdoti" di tali populismi che "allontanano i problemi reali" e "organizzano danze intorno a un vitello d'oro". È severo il giudizio sulle nuove forze populiste e sovraniste che emerge dall'articolo "Verso le elezioni europee" pubblicato oggi da Civiltà Cattolica e scritto da monsignor Jean-Claude Hollerich, gesuita, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell'Unione europea (Comece).

QUI IL TESTO COMPLETO

In vista della consultazione di fine maggio, il presidente della Commissione dei vescovi europei rileva che "le paure nell'Europa dei nostri giorni sono molteplici e, ben mescolate, conducono, con l'ascesa dei populismi, a una destabilizzazione delle nostre democrazie e a un indebolimento dell'Unione Europea". Per Hollerich, "oggi il senso di benessere sembra scomparso e aver dato vita a molteplici paure, che reclamano un'identità europea cristiana, pur declinandosi in desideri politici che sono in netta contrapposizione con una prospettiva cristiana fondata sul Vangelo".

Nell'analisi di Hollerich, "l'angoscia si definisce come una paura senza un oggetto concreto. Questa angoscia umana, analizzata dalla filosofia di Sartre, destabilizza l'uomo; in effetti, la molteplicità di paure vaghe portano a tale angoscia". "Alcune politiche populiste ne approfittano e danno un nome agli oggetti di tali paure, che allora possono trasformarsi in aggressività. Per rimuovere le nostre paure ci vengono presentati dei nemici: i migranti, l'islam, gli ebrei ecc. Che gioco infame con le nostre paure!" denuncia il presule.

Per Hollerich, "la mancanza di rinnovamento del Concilio Vaticano II, un cattolicesimo basato sui riti potrebbero spiegare perché i populismi attirano anche un certo numero di cattolici praticanti": "i riti e l'ordine, considerati insieme, costituiscono un luogo con un passato immaginario che spesso pretende di rappresentare 'l'Occidente cristiano'".

E su un punto-chiave delle "paure" evocate da populismi e sovranismi Hollerich è drastico: "Il dramma dei rifugiati e dei migranti nel Mediterraneo è una vergogna per l'Europa. Il Mediterraneo, che per la sua posizione geografica è come un mare interno che collega l'Europa, l'Asia e l'Africa, è diventato un muro di separazione fatto di acqua. Esso diventa un immenso cimitero".

Per il capo dei vescovi della Ue, "l'Europa, che sta perdendo la propria identità, si costruisce identitarismi, populismi, in cui la nazione non è più vissuta come comunità politica, ma diventa un fantasma del passato, uno spettro che trascina dietro di sé le vittime delle guerre dovute ai nazionalismi della storia. I populismi vogliono allontanare i problemi reali, organizzando danze intorno a un vitello d'oro".

Il vescovo non risparmia i teorici dei nuovi nazionalismi. "Un cristianesimo autoreferenziale, con opinioni conservatrici e basato sulla tradizione - osserva mons. Hollerich -, rischia di veder emergere punti comuni con questa negazione della realtà e rischia di creare dinamiche che alla fine divoreranno il cristianesimo stesso. Steve Bannon e Aleksandr Dugin sono i sacerdoti di tali populismi che evocano una falsa realtà pseudo-religiosa e pseudo-mistica che nega il centro della teologia occidentale, che è l'amore di Dio e del prossimo".





Venerdì, 19 Aprile 2019

Alle 21.15 la Via Crucis presieduta da papa Francesco. Le meditazioni sono state affidate a suor Eugenia Bonetti (CHI E').

Ecco i testi (DAL BOLLETTINO VATICANO)

Con Cristo e con le donne sulla via della Croce

Sono ormai trascorsi quaranta giorni da quando, con l’imposizione delle ceneri, abbiamo iniziato il cammino quaresimale. Oggi abbiamo rivissuto le ultime ore della vita terrena del Signore Gesù fino a quando, sospeso sulla croce, gridò il suo ”consummatum est”, ”tutto è compiuto”. Raccolti in questo luogo, nel quale migliaia di persone hanno subito in passato il martirio per essere rimasti fedeli a Cristo, vogliamo ora percorrere questa “via dolorosa” insieme a tutti i poveri, agli esclusi dalla società e ai nuovi crocifissi della storia di oggi, vittime delle nostre chiusure, dei poteri e delle legislazioni, della cecità e dell’egoismo, ma soprattutto del nostro cuore indurito dall’indifferenza.

Una malattia quest’ultima di cui anche noi cristiani soffriamo. Possa la Croce di Cristo, strumento di morte ma anche di vita nuova, che tiene uniti in un abbraccio terra e cielo, nord e sud, est e ovest, illuminare le coscienze dei cittadini, della Chiesa, dei legislatori e di tutti coloro che si professano seguaci di Cristo, affinché giunga a tutti la Buona Notizia della redenzione.

I Stazione - Gesù è condannato a morte

Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. (Mt 7, 21)

Signore, chi più di Maria tua Madre ha saputo essere tua discepola? Lei ha accettato la volontà del Padre anche nel momento più buio della sua vita, e con il cuore in pezzi ti è stata accanto. Colei che ti ha generato, portato in grembo, accolto tra le braccia, nutrito con amore e accompagnato durante la tua vita terrena non poteva non percorrere la stessa via del Calvario e condividere con te il momento più drammatico e sofferto della tua e della sua esistenza.

Signore, quante mamme ancora oggi vivono l’esperienza di tua Madre e piangono per la sorte delle loro figlie e dei loro figli? Quante, dopo averli generati e dati alla luce, li vedono soffrire e morire per malattie, per mancanza di cibo, di acqua, di cure mediche e di opportunità di vita e di futuro? Ti preghiamo per coloro che ricoprono ruoli di responsabilità, perché ascoltino il grido dei poveri che sale a te da ogni parte del globo. Grido di tutte quelle giovani vite, che in modi diversi, sono condannate a morte dall’indifferenza generata da politiche esclusive ed egoiste. Che a nessuno dei tuoi figli manchi il lavoro e il necessario per una vita onesta e dignitosa.

II Stazione - Gesù prende la croce

Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso,prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. (Lc 9, 23)

Signore Gesù, è facile portare il crocifisso al collo o appenderlo come ornamento sulle pareti delle nostre belle cattedrali o delle nostre case, ma non è altrettanto facile incontrare e riconoscere i nuovi crocifissi di oggi: i senza fissa dimora, i giovani senza speranza, senza lavoro e senza prospettive, gli immigrati costretti a vivere nelle baracche ai margini della nostre società, dopo aver affrontato sofferenze inaudite. Purtroppo questi accampamenti, senza sicurezza, vengono bruciati e rasi al suolo insieme ai sogni e alle speranze di migliaia di donne e uomini emarginati, sfruttati, dimenticati. Quanti bambini, poi, sono discriminati a causa della loro provenienza, del colore della loro pelle o del loro ceto sociale! Quante mamme soffrono l’umiliazione nel vedere i loro figli derisi ed esclusi dalle opportunità dei loro coetanei e compagni di scuola!

Ti ringraziamo, Signore, perché ci hai dato l’esempio con la tua stessa vita di come si manifesta l’amore vero e disinteressato verso il prossimo, particolarmente verso i nemici o semplicemente verso chi non è come noi. Signore Gesù, quante volte, anche noi, come tuoi discepoli ci siamo dichiarati apertamente tuoi seguaci nei momenti in cui operavi guarigioni e prodigi, quando sfamavi la folla e perdonavi i peccati. Ma non è stato altrettanto facile capirti quando parlavi di servizio e di perdono, di rinuncia e sofferenza. Aiutaci a saper mettere sempre la nostra vita al servizio degli altri.

III Stazione - Gesù cade la prima volta

Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. (Is 53, 4)

Signore Gesù, sulla strada ripida che porta al Calvario, hai voluto sperimentare la fragilità e la debolezza umana. Che cosa sarebbe la Chiesa oggi senza la presenza e la generosità di tanti volontari, i nuovi samaritani del terzo millennio? In una notte gelida di gennaio, su una strada alla periferia di Roma, tre africane, poco più che bambine, accovacciate per terra scaldavano il loro giovane corpo seminudo attorno ad un braciere. Alcuni giovanotti, per divertirsi, passando in macchina hanno gettato del materiale infiammabile sul fuoco, ustionandole gravemente. In quello stesso momento, è passata una delle tante unità di strada di volontari che le ha soccorse, portandole in ospedale per poi accoglierle in una casa-famiglia. Quanto tempo è stato e sarà necessario perché quelle ragazze guariscano non solo dalle bruciature delle membra, ma anche dal dolore e dall’umiliazione di ritrovarsi con un corpo mutilato e sfigurato per sempre?

Signore, ti ringraziamo per la presenza di tanti nuovi samaritani del terzo millennio che ancora oggi vivono l’esperienza della strada, chinandosi con amore e compassione sulle tante ferite fisiche e morali di chi ogni notte vive la paura e il terrore del buio, della solitudine e dell’indifferenza. Signore, purtroppo molte volte oggi non sappiamo più scorgere chi è nel bisogno, vedere chi è ferito e umiliato. Spesso rivendichiamo i nostri diritti e interessi, ma dimentichiamo quelli dei poveri e degli ultimi della fila. Signore, facci la grazia di non rimanere insensibili al loro pianto, alle loro sofferenze, al loro grido di dolore perché attraverso di loro possiamo incontrarti.

IV Stazione - Gesù incontra Maria sua Madre

Una spada ti trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. (cfr Lc 2, 35)

Maria, il vecchio Simeone ti aveva predetto, quando hai presentato il piccolo Gesù al tempio per il rito della purificazione, che una spada avrebbe trafitto il tuo cuore. Ora è il momento di rinnovare il tuo fiat, la tua adesione al volere del Padre, anche se accompagnare un figlio al patibolo, trattato come un malfattore, provoca un dolore straziante. Signore, abbi pietà delle tante, troppe mamme che hanno lasciato partire le loro giovani figlie verso l’Europa nella speranza di aiutare le loro famiglie in povertà estrema, mentre hanno trovato umiliazioni, disprezzo e a volte anche la morte. Come la giovane Tina, uccisa barbaramente sulla strada a soli vent’anni, lasciando una bimba di pochi mesi.

Maria, in questo momento tu vivi lo stesso dramma di tante madri che soffrono per i loro figli che sono partiti verso altri Paesi nella speranza di trovare opportunità per un futuro migliore per loro e le loro famiglie, ma che, purtroppo, trovano umiliazione, disprezzo, violenza, indifferenza, solitudine e persino la morte. Dona loro forza e coraggio.

V Stazione - Il Cireneo aiuta Gesù a portare la croce

Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. (Gal 6, 2)

Signore Gesù, sulla via del Calvario hai sentito forte il peso e la fatica di portare quella ruvida croce di legno. Invano hai sperato nel gesto di aiuto da parte di un amico, di uno dei tuoi discepoli, di una delle tante persone di cui hai alleviato le sofferenze. Purtroppo solo uno sconosciuto, Simone di Cirene, per obbligo, ti ha dato una mano. Dove sono oggi i nuovi cirenei del terzo millennio? Dove li troviamo? Vorrei ricordare l’esperienza di un gruppo di religiose di diverse nazionalità, provenienze e appartenenze con le quali, da oltre diciassette anni, ogni sabato visitiamo a Roma un centro per donne immigrate prive di documenti, donne spesso giovani, in attesa di conoscere il loro destino, in bilico fra espulsione e possibilità di rimanere. Quanta sofferenza incontriamo, ma anche quanta gioia in queste donne nel trovarsi di fronte religiose provenienti dai loro Paesi, che parlano le loro lingue, che asciugano le loro lacrime, che condividono momenti di preghiera e di festa, che rendono meno duri i lunghi mesi trascorsi tra sbarre di ferro e asfalti di cemento!

Per tutti i cirenei della nostra storia. Perché non venga mai meno in loro il desiderio di accoglierti sotto le sembianze degli ultimi della terra, coscienti che accogliendo gli ultimi della nostra società accogliamo te. Siano questi samaritani portavoce di chi non ha voce.

VI Stazione - La Veronica asciuga il volto di Gesù

Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Mt 25, 40)

Pensiamo ai bambini, in varie parti del mondo, che non possono andare a scuola e che sono, invece, sfruttati nelle miniere, nei campi, nella pesca, venduti e comperati da trafficanti di carne umana, per trapianti di organi, nonché usati e sfruttati sulle nostre strade da molti, cristiani compresi, che hanno perso il senso della propria e altrui sacralità. Come una minorenne dal corpicino gracile, incontrata una notte a Roma, che uomini a bordo di auto lussuose facevano la fila per sfruttare. Eppure poteva avere l’età delle loro figlie… Quale squilibrio può creare questa violenza nella vita di tante giovani che sperimentano solo il sopruso, l’arroganza e l’indifferenza di chi, di notte e di giorno, le cerca, le usa, le sfrutta per poi buttarle nuovamente sulla strada in preda al prossimo mercante di vite!

Signore Gesù, rendi limpidi i nostri occhi perché sappiamo scoprire il tuo volto nei nostri fratelli e sorelle, in particolare in tutti quei bambini che, in molte parti del mondo, vivono nell’indigenza e nel degrado. Bimbi privati del diritto a un’infanzia felice, a un’educazione scolastica, all’innocenza. Creature usate come merce di poco valore, vendute e comperate a piacimento. Signore, ti preghiamo di avere pietà e compassione di questo mondo malato e di aiutarci a riscoprire la bellezza della nostra e altrui dignità come esseri umani, creati a tua immagine e somiglianza.

VII Stazione - Gesù cade la seconda volta

Insultato, non rispondeva con insulti, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. (1Pt 2, 23)

Quante vendette in questo nostro tempo! La società attuale ha perso il grande valore del perdono, dono per eccellenza, cura per le ferite, fondamento della pace e della convivenza umana. In una società dove il perdono è vissuto come debolezza, tu, Signore, ci chiedi di non fermarci all’apparenza. E non lo fai con le parole, bensì con l’esempio. A chi ti tormenta, tu rispondi: “Perché mi perseguiti?”, ben sapendo che la giustizia vera non può mai basarsi sull’odio e sulla vendetta. Rendici capaci di chiedere e donare perdono.

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Signore, anche tu hai sentito il peso della condanna, del rifiuto, dell’abbandono, della sofferenza inflitta da persone che ti avevano incontrato, accolto e seguito. Nella certezza che il Padre non ti aveva abbandonato, hai trovato la forza di accettare la sua volontà perdonando, amando e offrendo speranza a chi come te oggi cammina sulla stessa strada dello scherno, del disprezzo, della derisione, dell’abbandono, del tradimento e della solitudine.

VIII Stazione - Gesù incontra le donne

Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. (Lc 23, 28)

La situazione sociale, economica e politica dei migranti e delle vittime di tratta di esseri umani ci interroga e ci scuote. Dobbiamo avere il coraggio, come afferma con forza Papa Francesco, di denunciare la tratta di esseri umani quale crimine contro l’umanità. Tutti noi, specialmente i cristiani, dobbiamo crescere nella consapevolezza che tutti siamo responsabili del problema e tutti possiamo e dobbiamo essere parte della soluzione. A tutti, ma soprattutto a noi donne, è richiesta la sfida del coraggio. Il coraggio di saper vedere e agire, singolarmente e come comunità. Soltanto mettendo insieme le nostre povertà, esse potranno diventare una grande ricchezza, capace di cambiare la mentalità e di alleviare le sofferenze dell’umanità. Il povero, lo straniero, il diverso non deve essere visto come un nemico da respingere o da combattere ma, piuttosto, come un fratello o una sorella da accogliere e da aiutare. Essi non sono un problema, bensì una preziosa risorsa per le nostre cittadelle blindate dove il benessere e il consumo non alleviano la crescente stanchezza e fatica.

Signore, insegnaci ad avere il tuo sguardo. Quello sguardo di accoglienza e misericordia con cui vedi i nostri limiti e le nostre paure. Aiutaci a guardare così alle divergenze di idee, abitudini, vedute. Aiutaci a riconoscerci parte della stessa umanità e a farci promotori di cammini arditi e nuovi di accoglienza del diverso, per creare insieme comunità, famiglia, parrocchie e società civile.

IX Stazione - Gesù cade la terza volta

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca, era come agnello condotto al macello. (Is 53, 7)

Signore, per la terza volta sei caduto, sfinito e umiliato, sotto il peso della croce. Proprio come tante ragazze, costrette sulle strade da gruppi di trafficanti di schiavi, che non reggono alla fatica e all’umiliazione di vedere il proprio giovane corpo manipolato, abusato, distrutto, insieme ai loro sogni. Quelle giovani donne si sentono come sdoppiate: da una parte cercate e usate, dall’altra respinte e condannate da una società che rifiuta di vedere questo tipo di sfruttamento, causato dall’affermazione della cultura dell’usa-e-getta. Una delle tante notti passate sulle strade a Roma, cercavo una giovane giunta da poco in Italia. Non vedendola nel suo gruppo, la chiamavo insistentemente per nome: “Mercy!”. Nel buio, l’ho scorta accovacciata e addormentata sul ciglio della strada. Al mio richiamo s’è svegliata e m’ha detto che non ne poteva più. “Sono sfinita”, ripeteva… Ho pensato a sua madre: se sapesse che cosa è accaduto alla figlia, piangerebbe tutte le sue lacrime.

Signore, quante volte ci hai rivolto questa domanda scomoda: “Dov’è tuo fratello? Dov’è tua sorella?”. Quante volte ci hai ricordato che il loro grido straziante era giunto fino a te? Aiutaci a condividere la sofferenza e l’umiliazione di tante persone trattate come scarto. È troppo facile condannare esseri umani e situazioni di disagio che umiliano il nostro falso pudore, ma non è altrettanto facile assumerci le nostre responsabilità come singoli, come governi e anche come comunità cristiane.

X Stazione - Gesù è spogliato delle sue vesti

Rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità. (Col 3, 12)

Denaro, benessere, potere. Sono gli idoli di ogni tempo. Anche e soprattutto del nostro, che si vanta degli enormi passi avanti fatti nel riconoscimento dei diritti della persona. Tutto è acquistabile, compreso il corpo dei minorenni, derubati dalla loro dignità e dal loro futuro. Abbiamo dimenticato la centralità dell’essere umano, la sua dignità, bellezza, forza. Mentre nel mondo si vanno alzando muri e barriere, vogliamo ricordare e ringraziare coloro che con ruoli diversi, in questi ultimi mesi, hanno rischiato la loro stessa vita, particolarmente nel Mar Mediterraneo, per salvare quella di tante famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità. Esseri umani in fuga da povertà, dittature, corruzione, schiavitù.

Aiutaci, Signore, a riscoprire la bellezza e la ricchezza che ogni persona e ogni popolo racchiudono in sé come tuo dono unico e irripetibile, da mettere a servizio della società intera e non per raggiungere interessi personali. Ti preghiamo, Gesù, affinché il tuo esempio e il tuo insegnamento di misericordia e di perdono, di umiltà e di pazienza ci renda un po’ più umani e, dunque, più cristiani.

XI Stazione - Gesù è inchiodato sulla croce

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. (Lc 23, 34)

La nostra società proclama l’uguaglianza in diritti e dignità di tutti gli esseri umani. Ma pratica e tollera la disuguaglianza. Ne accetta perfino le forme più estreme. Uomini, donne e bambini sono comprati e venduti come schiavi dai nuovi mercanti di esseri umani. Le vittime della tratta sono poi sfruttate da altri individui. E infine gettate via, come merce senza valore. Quanti si fanno ricchi divorando la carne e il sangue dei poveri!

Signore, quante persone ancora oggi sono state inchiodate su una croce, vittime di uno sfruttamento disumano, private della dignità, della libertà, del futuro. Il loro grido di aiuto ci interpella come uomini e donne, come governi, come società e come Chiesa. Come è possibile che continuiamo a crocifiggerti, rendendoci complici della tratta di esseri umani? Donaci occhi per vedere e un cuore per sentire le sofferenze di tante persone che ancora oggi sono inchiodate sulla croce dai nostri sistemi di vita e di consumo.

XII Stazione - Gesù muore sulla croce

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mc 15, 34)

Anche tu, Signore, hai sentito, sulla croce, il peso dello scherno, della derisione, degli insulti, delle violenze, dell’abbandono, dell’indifferenza. Solo Maria tua madre e altre poche discepole sono rimaste là, testimoni della tua sofferenza e della tua morte. Il loro esempio ci ispiri a impegnarci a non far sentire la solitudine a quanti agonizzano oggi nei troppi calvari sparsi per il mondo, tra cui i campi di raccolta simili a lager nei Paesi di transito, le navi a cui viene rifiutato un porto sicuro, le lunghe trattative burocratiche per la destinazione finale, i centri di permanenza, gli hot spot, i campi per lavoratori stagionali.Signore, ti preghiamo: aiutaci a farci prossimi ai nuovi crocifissi e disperati del nostro tempo. Insegnaci ad asciugare le loro lacrime, a confortarli come hanno saputo fare Maria e le altre donne sotto la tua croce.

XIII Stazione - Gesù è deposto dalla croce

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. (Gv 12, 24)

Chi ricorda, in quest’era di notizie bruciate alla svelta, quelle ventisei giovani nigeriane inghiottite dalle onde, i cui funerali sono stati celebrati a Salerno? È stato duro e lungo il loro calvario. Prima la traversata del deserto del Sahara, ammassate su bus di fortuna. Poi la sosta forzata negli spaventosi centri di raccolta in Libia. Infine il salto nel mare, dove hanno trovato la morte alle porte della “terra promessa”. Due di loro portavano in grembo il dono di una nuova vita, bimbi che non vedranno mai la luce del sole. Ma la loro morte, come quella di Gesù deposto dalla croce non è stata vana. Tutte queste vite affidiamo alla misericordia del Padre nostro e di tutti, ma soprattutto Padre dei poveri, dei disperati e degli umiliati.

Signore, in quest’ora, sentiamo risuonare ancora una volta il grido che Papa Francesco levò da Lampedusa, meta del suo primo viaggio apostolico: «Chi ha pianto?». E ora dopo infiniti naufragi, continuiamo a gridare: «Chi ha pianto?». Chi ha pianto?, ci domandiamo di fronte a quelle 26 bare allineate e sovrastate da una rosa bianca? Solo cinque di loro sono state identificate. Con o senza nome, tutte, però, sono nostre figlie e sorelle. Tutte meritano rispetto e ricordo. Tutte ci chiedono di sentirci responsabili: istituzioni, autorità e noi pure, con il nostro silenzio e la nostra indifferenza.

XIV Stazione - Gesù viene posto nel sepolcro

È compiuto. (Gv 19, 30)

Il deserto e i mari sono diventati i nuovi cimiteri di oggi. Di fronte a queste morti non ci sono risposte. Ci sono, però, responsabilità. Fratelli che lasciano morire altri fratelli. Uomini, donne, bambini che non abbiamo potuto o voluto salvare. Mentre i governi discutono, chiusi nei palazzi del potere, il Sahara si riempie di scheletri di persone che non hanno resistito alla fatica, alla fame, alla sete. Quanto dolore costano i nuovi esodi! Quanta crudeltà si accanisce su chi fugge: i viaggi della disperazione, i ricatti e le torture, il mare trasformato in tomba d’acqua.

Signore, facci comprendere che siamo tutti figli dello stesso Padre. Possa la morte del tuo figlio Gesù donare ai Capi delle Nazioni e ai responsabili delle legislazioni la consapevolezza del loro ruolo a difesa di ogni persona creata a tua immagine e somiglianza.

Conclusione

Vorremmo ricordare la storia della piccola Favour, di 9 mesi, partita dalla Nigeria insieme ai suoi giovani genitori in cerca di un futuro migliore in Europa. Durante il lungo e pericoloso viaggio nel Mediterraneo, mamma e papà sono morti insieme ad altre centinaia di persone che si erano affidate a trafficanti senza scrupoli per poter giungere nella “terra promessa”. Solo Favour è sopravvissuta: anche lei, come Mosè, è stata salvata dalle acque. La sua vita diventi luce di speranza nel cammino verso un’umanità più fraterna.

Al termine della tua Via Crucis ti preghiamo, Signore, affinché ci insegni a vegliare, insieme a tua Madre e alle donne che ti hanno accompagnato sul Calvario, nell’attesa della tua resurrezione. Essa sia faro di speranza, di gioia, di vita nuova, di fratellanza, di accoglienza e di comunione tra i popoli, le religioni e le leggi. Perché ogni figlio e figlia dell’uomo sia riconosciuto davvero nella sua dignità di figlio e figlia di Dio e mai più trattati da schiavi.





Venerdì, 19 Aprile 2019

«Per me essere diventato prete, alla bella età di 71 anni, è stata ed è una grandissima gioia; anche perché è il coronamento di un percorso che avevo intrapreso da giovane, che poi si era interrotto per seguire la strada del matrimonio, e ora giunge a compimento».

Giuseppe, per tutti “Pino” e ora “don Pino” Mangano, nato a Corato (Bari), ma residente da cinquant’anni prima a Bologna e poi in provincia, a San Pietro in Casale, è stato ordinato sacerdote nel settembre scorso dall’arcivescovo Matteo Zuppi, nella Cattedrale di San Pietro. Insieme a lui è stato ordinato anche un altro ormai ex diacono permanente, Luca Zauli, 60 anni. Entrambi hanno la particolarità di essere stati sposati, avere avuto dei figli (nel suo caso anche tre nipoti, tanto che lo chiamano “il prete nonno”) ed essere divenuti presbiteri dopo essere rimasti vedovi.

«Sono entrato in Seminario a 11 anni – ricorda don Pino – e ho studiato prima a Bisceglie, poi a Molfetta. A vent’anni sono venuto a Bologna per frequentare un Seminario del tutto particolare: quello dell’Onarmo creato da don Giulio Salmi per preparare cappellani del lavoro. Però dopo un anno di studi teologici ho abbandonato, mi sono iscritto all’università dove mi sono laureato in scienze politiche e poi mi sono sposato».

Un matrimonio durato 36 anni, fino alla morte della moglie nel 2008, e segnato da gioie, come la nascita del figlio Francesco, ma anche da molte prove. «Mia moglie dopo poco tempo che eravamo sposati si ammalò e le sono stato accanto nella sofferenza – ricorda –. Ma quella dura esperienza mi ha confermato e rafforzato nella fede, che ho sempre messo in pratica facendo catechismo e animazione in parrocchia». E proprio dalla moglie Pino ebbe anche l’incoraggiamento a riprendere, una volta che lei fosse scomparsa, la strada del presbiterato che aveva abbandonato da giovane. Nel 2001 andò in pensione, dopo aver lavorato per 32 anni alla Sip, poi Telecom; e da allora ha ripreso gli studi di teologia, ottenendo il baccalaureato nel 2005 e la licenza nel 2016. Nel frattempo, nel 2013 era diventato diacono permanente, ma solo di recente ha deciso di chiedere al nuovo arcivescovo Zuppi la possibilità di essere ordinato sacerdote; e nel marzo 2018 gli è arrivata la conferma che lo sarebbe divenuto a settembre.

«Diventare prete alla mia età mi suscita “timore e tremore” – confida don Piano – ma sono certo che la grazia di Dio, datami nel sacramento dell’Ordine, mi sosterrà. Del resto il mio primo padre spirituale, don Bruno Salsini (il secondo, anche lui scomparso, è stato don Giovanni Ravaglia) aveva previsto: “Riceverai tutti i Sacramenti”. Sento soprattutto la responsabilità della nuova paternità verso la comunità che mi è stata affidata. Mi ispiro ai miei santi padri spirituali e sono contento che molti fedeli mi dicano: “Ti sentiamo più vicino come prete, perché hai vissuto anche l’esperienza del matrimonio, come noi”.





Venerdì, 19 Aprile 2019

Venerdì Santo è il giorno dei grandi interrogativi: perché il male, perché il dolore innocente, perché la sofferenza? Domande che trovano risposta nella Croce solo se la si guarda nella prospettiva della Risurrezione. Se il Venerdì Santo è già illuminato dalla Pasqua.

Turoldo e il vuoto del Venerdì Santo

Sono le inquietudini che hanno segnato il percorso, il cammino spirituale, culturale, umano di padre David Maria Turoldo (1916-1992), presbitero, teologo, filosofo e poeta che arriva a scrivere:

«No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
è al Venerdì Santo
quando Tu non c’eri
lassù.
Quando non una eco
risponde
al suo grido
e a stento il Nulla
dà forma
alla Tua assenza».

Mettere in fuga la morte

Ma proprio la croce è il luogo in cui si manifesta in modo più tragicamente chiaro l’amore di Dio per l’uomo. Cristo infatti è venuto nel mondo per vincere la morte. Ancora Turoldo.

«Tu sei venuto tra noi
per mettere in fuga la morte
per snidare e uccidere la morte.
Anche a Te la morte fa male
per questo sei amico
di ognuno segnato dal male
e ogni male
Tu vuoi condividere».





Venerdì, 19 Aprile 2019

Vive il suo ministero tra i binari o nella cappella della stazione ferroviaria di Porta Nuova a Torino. A chi lo avvicina per una confessione, per una benedizione, o un saluto, un consiglio spirituale, non si sottrae mai perché si dice convinto che il suo essere qui nella veste di “cappellano di stazione” rappresenti il «segno che Dio è ovunque e ovunque si può portare la sua misericordia». È la storia del frate minore francescano Pier Giuseppe Pesce, classe 1930, che ha scelto da quattro anni come avamposto di evangelizzazione, su mandato dell’arcidiocesi di Torino, una piccola chiesa, andata in disuso, collocata in fondo al binario 20. «Un luogo bellissimo e carico di storia – racconta orgoglioso – dove cerco di portare la Parola di Dio e far sentire la Sua voce in mezzo a questo frastuono».

Tra i fedeli ci sono anche i clochard e i clienti dei negozi della stazione. E mercoledì il religioso francescano ha celebrato, per la prima volta, la Messa di Pasqua per ferrovieri e viaggiatori nella sala d’attesa della famiglia reale. Un gioiello nascosto: una sala affrescata concepita nel 1861, anno dell’Unità d’Italia. Destinata alla prima classe, veniva usata anche dai Savoia. Normalmente non è accessibile. Per l’occasione, vista la solennità del momento, è stata letta anche la “preghiera dei viaggiatori” composta proprio da fra’ Pier Giuseppe. Una sfida la sua di essere qui permanentemente con questo ministero particolare aperto a tutti grazie anche al sostegno della direzione e del management della stazione. «Devo dire che anche da parte del gruppo dirigente di Porta Nuova – spiega – ho avvertito un rispetto. Quindi nessun pregiudizio ideologico verso tutto ciò che rappresenta il sacro. E sono venuti incontro a tante mie richieste».

Tra le scommesse vinte anche una in particolare: che ogni domenica dall’altoparlante (lo stesso usato per l’annuncio dei treni regionali e dei Frecciarossa) arrivi l’invito alla Messa. Un altro sogno? «Beh sarebbe bello – confida – che ai ferrovieri possano vedersi riconosciuta l’ora dedicata alla celebrazione eucaristica come ora di lavoro».

Nel corso di questi anni per molti macchinisti e uomini e donne del personale di Trenitalia come di Italo è diventato un confidente. «Mi capita – dice il frate con un passato accademico come docente di teologia morale alla Pontificia Università Antonianum di Roma e di giudice della Sacra Rota – di celebrare anche i funerali per alcuni di loro...».

Ogni mattina fra’ Pier Giuseppe lascia il convento di San Bernardino per recarsi qui. E grazie alla sua presenza tra le carrozze come negli uffici dei controllori è avvenuta la benedizione di ogni anfratto della stazione che non veniva fatta da metà Anni ’90. Ma questa vocazione di prete amico dei ferrovieri ha radici antiche. Da molti anni padre Pesce è il vice-postulatore della causa di beatificazione di Paolo Pio Perazzo, “il ferroviere santo” e terziario francescano, che fu anche sindacalista, con una storia simile a molti santi sociali torinesi.

«Ho scelto di tornare a Torino anche per questo – spiega – sapendo che nella città del Perazzo mancava un cappellano». E proprio al dirigente delle ferrovie, oggi venerabile, vissuto tra il 1846 e il 1911, il religioso ha dedicato un’agile biografia Venerabile Paolo Pio Perazzo. Un ferroviere testimone del Vangelo alla scuola di san Francesco d’Assisi (Edizioni Ldc-Velar, pagine 48, euro 3,50). Cappellano dunque nel solco di una grande figura. «Spero che venga presto fatto santo. Credo che il suo esempio di uomo di fede e carità – è l’augurio finale – mi aiuti nel cercare di evangelizzare il “popolo dei binari” e di essere come lui amico di tutti, in particolare dei poveri».





Giovedì, 18 Aprile 2019

Prima la lavanda dei piedi alle donne recluse nel penitenziario di Perugia. Poi quella con i giovani: dell’università, del mondo del lavoro e profughi. Nel Giovedì Santo del cardinale Gualtiero Bassetti il presidente della Cei ha ripetuto due volte il rito della lavanda dei piedi nella sua arcidiocesi, quella di Perugia-Città della Pieve. «Sorelle carcerate» ha chiamato le detenute del ramo femminile dove ha celebrato l’Eucaristia al mattino. «Mi sono commosso durante la preghiera che ha scritto una di loro ricordando chi soffre di più», ha confidato porporato. Ed è rimasto colpito dall’asciugamano ricamato dalle carcerate: un «gesto umile che esprime la delicatezza del cuore», ha tenuto a far sapere il cardinale.

Nel pomeriggio la Messa in Coena Domini nella Cattedrale del capoluogo umbro. Stavolta sono stati protagonisti i ragazzi. Quelli della pastorale giovanile per «evidenziare l’importanza dell’Esortazione apostolica Christus vivit di papa Francesco frutto del recente Sinodo sui giovani», ha detto Bassetti. Un testo che «dice come la Chiesa, la famiglia, l’intera società debbano abbracciare e accompagnare i ragazzi», ha precisato. Poi ecco i giovani di una cooperativa («Benedico ogni iniziativa che favorisce l’occupazione», ha affermato il cardinale). Infine alcuni richiedenti asilo. «Lo straniero non è fonte di preoccupazione ma risorsa», ha osservato Bassetti. E ha aggiunto: «Il problema del nostro Paese non sono gli immigrati ma il lavoro che manca e manca seriamente». Quindi il richiamo alle «famiglie in crisi, che si sfasciano talvolta per ragioni futili» e l’invito a «santificare il giorno del Signore che è giorno di riposo e di servizio all’altro».


Nell’omelia il presidente della Cei ha sottolineato come «Eucaristia e carità siano il fondamento della vita cristiana». E ha definito il Sacramento dell’altare «un vulcano, una sorgente di fuoco dentro di noi che ci deve spingere ad accogliere il prossimo». Perché è «il Vangelo stesso che ci chiede un amore incondizionato verso Dio e verso i fratelli». Citando l’Ultima Cena, il cardinale ha spiegato che l’Eucaristia è segno della «presenza perenne di Cristo in mezzo a noi e di comunione di amore che ci fa Chiesa e popolo di Dio». E ha chiarito che «la Pasqua cristiana, pur cadendo ufficialmente una volta l’anno, si perpetua sempre nel pane e nel vino» consacrati. Infine il monito: «Abbiamo tutti bisogno di continuo rinnovamento interiore per passare dalla schiavitù del peccato alla libertà di figli di Dio».





Giovedì, 18 Aprile 2019

«Sapete perchè è facile l’integrazione in sanità? Perchè se avete medici e infermieri di religioni diverse non dovete tribolare a fare i turni a Natale e nelle feste religiose». Bishara Shoukair, direttore dell’ospedale cattolico Sacra Famiglia di Nazareth, è un musulmano dotato di uno spiccato humour e spiega così come si possa praticare una sanità d’eccellenza in un territorio perennemente in guerra e che mescola da secoli etnie e culture, lingue e religioni.

Sono più di sessant’anni che i Fatebenefratelli gestiscono il nosocomio di Nazareth, al centro, da alcuni anni, di importanti investimenti che ne hanno fatto una delle strutture di riferimento per la sanità israeliana. Un presidio importante tra le opere missionarie in Terra Santa, cui la Chiesa dedica la colletta nella giornata del 19 aprile. «Per noi che abbiamo il carisma dell’Ospitalità - spiega fra Massimo Villa, priore della Provincia Lombardo Veneta dell'Ordine ospedaliero, che gestisce l'ospedale - offrire le nostre competenze e il nostro modo di intendere e di praticare la cura in un simile crogiolo di fedi e di culture è seguire passo per passo le orme di San Giovanni di Dio».

La storia di questo nosocomio è quella di molte missioni cattoliche: ha rischiato diverse volte la chiusura, è stato requisito in occasione di entrambe le guerre mondiali e oggi dà lavoro a 600 dipendenti ed effettua 2.400 parti all’anno.

Gli ospiti sono in gran parte arabi, quindi «in ospedale parliamo arabo, scriviamo in inglese ma curiamo in ebraico» spiega Bishara Shoukair, il quale sottolinea che la dotazione tecnologica e l’organizzazione sono perfettamente integrate nel sistema sanitario israeliano, che è basato su un sistema di assicurazioni (che coprono 153 dei 163 milioni di shekel di fatturato) e opera con una logica di libero mercato.

Negli ultimi anni è stata rinnovata radicalmente l’intera struttura con la costruzione di una nuova ala e oggi, con 12mila mammografie all’anno, il Sacra Famiglia-Fatebenefratelli è il primo centro del Nord Israele nella diagnosi e cura del tumore al seno. E’ anche il più grande centro di colonscopia ed endoscopia. Primati che in Medioriente hanno un peso diverso rispetto all’Europa, riconosciuti dal severissimo sistema di accreditamento isrealiano e ottenuti attraverso continui investimenti, che condurranno la struttura a chiedere la certificazione della Joint Commission International, cioè la più alta nel mondo ospedaliero.





Giovedì, 18 Aprile 2019

Il Triduo Pasquale che inizia con la Messa in “Coena Domini” del Giovedì Santo è, per dirla con papa Francesco «il fulcro di tutto l’anno liturgico». Il momento in cui il credente è chiamato a riflettere sulle radici più profonde della sua fede, ad abbracciare nella croce l’umiltà di un Dio che accetta la sofferenza più terribile per amore delle sue creature. Un mistero di dolore e di dono di sé che ha colpito e interrogato anche tanti scrittori e autori laici.

Dostoevskij ovvero perché Gesù non è sceso dalla croce

Nei “Fratelli Karamazov” l’ultimo suo romanzo, il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881) interpreta la morte di Cristo in croce come una garanzia della libertà dell’uomo, chiamato sì ad amare Dio, ma per sua scelta, senza costrizioni.

«Tu non scendesti dalla croce,
quando per schernirti e per provocarti ti gridavano:
“Scendi dalla croce, e crederemo che sei proprio tu!”.
Non scendesti perché, anche questa volta,
non volesti rendere schiavo l’uomo con un miracolo,
perché avevi sete
di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo.
Avevi sete di amore libero,
e non dei servili entusiasmi dello schiavo
davanti al padrone potente
che lo ha terrorizzato una volta per sempre».






Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla - Atto normativo

sito registrato nella