giovedì, 14 dicembre 2017
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L'incontro con Don Bruno Ferrero pervisto per sabato 14 ottobre è rinviato a data da destinarsi per motivi di salute del relatore










Ultime notizie

Mercoledì, 13 dicembre 2017

Giornata importante quella di oggi per il mondo mediatico vaticano. Una parte importante del briefing dedicato alla riunione del Consiglio di cardinali – il cosiddetto C9 - che coadiuva papa Francesco nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa è stata dedicata infatti proprio alla riforma del sistema comunicativo della Santa Sede promosso dalla Segreteria guidata da monsignor Dario Edoardo Viganò.

La stessa Segreteria poi ha emesso un comunicato con ulteriori dettagli sulla riforma, mentre altri particolari sono stati forniti da monsignor Viganò in una intervista al Corriere della Sera. Con l’annuncio che a giorni andrà il nuovo portale unico e la pubblicazione dei tre nuovi loghi che identificheranno la comunicazione vaticana.

In buona sostanza viene ribadito che il sistema dei media vaticani adotta un "nuovo modello produttivo fondato sull’integrazione e la gestione unitaria", in piena sintonia con la riforma voluta da papa Francesco. In nome di un maggiore ’gioco di squadra’ per rispondere alle esigenze della missione della Chiesa a fronte delle sfide dell’ambiente digitale contemporaneo, il ripensamento sfocia in un’organizzazione del lavoro ex-novo resa possibile anche grazie al vasto programma di formazione del personale attuato fin dall’istituzione del Dicastero. Una soluzione per valorizzare le professionalità interne che trae ispirazione dalle parole del Papa pronunciate nel discorso alla prima plenaria della Segreteria per la Comunicazione.

Il fulcro del sistema, frutto di un processo di consolidamento sul piano economico e tecnico, è rappresentato dal Centro Editoriale Multimediale: una struttura unificata per la produzione quotidiana di qualsiasi tipologia di contenuto (audio, testi, video, grafica) in modalità multilingua e multicanale, che opera sotto la guida della Direzione Editoriale – che viene mantenuta ad interim dallo stesso monsignor Viganò - e in coordinamento con altri gruppi di supporto.

Al suo interno confluiranno progressivamente circa 350 unità tra redattori e tecnici provenienti da tutte le 40 redazioni linguistiche e dalle 9 istituzioni che compongono la Segreteria per la Comunicazione (a partire dal primo gennaio il percorso si completerà con l’accorpamento dell’Osservatore Romano, del Servizio Fotografico e della Tipografia Vaticana).

Si parte con un team di 70 persone ripartite in sei divisioni linguistiche - italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese – e in 4 aree tematiche: Papa; Vaticano; Chiesa; Mondo.

La diffusione dei contenuti avviene secondo un approccio complementare ai media, definito nel suo complesso assieme ad Accenture Interactive, come ’global experience agency’ che ha supportato la Segreteria per la Comunicazione nella definizione e nella realizzazione del nuovo ecosistema unificato. Tale approccio, tipico di ogni moderna media company, prevede l’impiego di ciascuna piattaforma tecnologica a disposizione.Tra queste figura anche il nuovo portale web che sarà on line a partire dai prossimi giorni all’indirizzo www.vaticannews.va nella sua versione beta in sostituzione dei siti internet a carattere informativo utilizzati in precedenza.

Vatican News diventa anche il nuovo logo che rappresenta gran parte del sistema comunicativo, nell’intento di semplificare l’immagine e di superare la polverizzazione dei marchi del passato. In particolare, sempre a partire dai prossimi giorni, il brand identificherà anche i canali social: Twitter, Facebook e YouTube per ciascuna delle redazioni linguistiche ed Instagram, con un profilo comune a tutte le lingue.

La nuova immagine comprende anche il marchio Vatican Media che coincide con tutto ciò che riguarda la produzione multimediale, indipendentemente dal mezzo di trasmissione: dai documentari fino alle dirette radiofoniche e televisive delle cerimonie papali. A completare il quadro, c’è Radio Vaticana Italia: logo riferito ad una radio di flusso a livello nazionale disponibile in DAB +, digitale terrestre e FM nell’area romana che copre l’informazione vaticana e commenta l’attualità con gli occhi della Chiesa.

Il portavoce vaticano Greg Burke nel briefing di oggi sui lavori del C9 che si sono aperti lunedì mattina e si chiudono stasera ha riferito che le sessioni di lavoro sono state in parte dedicate nuovamente ad una riflessione sulla Curia come strumento di evangelizzazione e di servizio per il Papa e per le chiese locali.

Inoltre, i cardinali hanno approfondito questioni relative a quattro Dicasteri: del Clero, dell’Evangelizzazione dei Popoli, dell’Educazione Cattolica e della Cultura. Parte rilevante dei lavori è stata dedicata alle relazioni esposte dai Superiori del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; della Segreteria per la Comunicazione e della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Il cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha illustrato la formazione del nuovo Dicastero, istituito il 1° settembre 2016, con una attenzione speciale al rapporto del Dicastero con i giovani. I cardinali hanno poi sentito padre Michael Czerny e padre Fabio Baggio, i due sottosegretari della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, che hanno spiegato il processo di organizzazione della Sezione posta ad tempus sotto la guida del Papa. L’organico conta oggi 21 persone tra staff a tempo pieno e volontari. Tutte le attività promosse nel 2017 sono emanazione della sua missione all’interno del Dicastero, che consiste nell’assistere le Chiese locali nel disegno e realizzazione di una risposta pastorale efficace ed adeguata alle sfide del mondo contemporaneo, concernenti migranti, rifugiati e vittime della tratta.

Tra le attività principali: la raccolta e la codificazione di informazioni sulle questioni migratorie direttamente dalla base, la realizzazione di diverse campagne di social media a favore di una narrativa positiva circa migranti e rifugiati, la produzione di un documento (20 Action Points) in vista dei Global Compacts su migranti e rifugiati del 2018 e l’elaborazione di una strategia globale con i principali attori cattolici (Segreteria di Stato, Conferenze Episcopali, Ong cattoliche e Congregazioni Religiose), e l’assistenza diretta ad alcune conferenze episcopali.

Il cardinale Sean Patrick O’Malley poi ha aggiornato infine gli altri membri del Consiglio riguardo ai lavori della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori, specialmente sul lavoro nell’assistere le Chiese locali. I membri della Commissione sono attualmente in scadenza, concluso il mandato triennale, quindi - ha precisato Burke - "hanno fatto proposte al Papa sulla composizione dell’organismo, che ora saranno studiate".

La prossima riunione del Consiglio di Cardinali avrà luogo nei giorni 26, 27, 28 febbraio 2018.





Mercoledì, 13 dicembre 2017

Una proposta di vita per provocare i giovani a «volare in alto». E' l'obiettivo dell'iniziativa organizzata per giovedì 14 dicembre alle 13.30, all'Università Europea di Roma, via degli Aldobrandeschi 190, con l'incontro «Stimare i giovani: una proposta di Vita», con ingresso libero. Scopo dell'incontro, spiegano i promotori, «è quello di donare un messaggio di speranza. Si vuole spiegare quando sia importante offrire proposte di vita ai giovani, per aiutarli a volare alto: attività sociali, esperienze di creatività e di condivisione, impegno nel volontariato e al servizio degli altri. A volte si pensa che le nuove generazioni cerchino proposte di basso livello o che abbiano bisogno dello sballo e del non-pensiero per essere felici. Ma non è così. Pensare questo significa arrendersi ad una mentalità perdente e rinunciataria. I fatti dimostrano che i giovani hanno una sete autentica di proposte di Vita, per dare un senso al proprio cammino».

Nell'incontro all'Università Europea di Roma porteranno la loro testimonianza i volontari di Nuovi Orizzonti, Comunità Internazionale fondata da Chiara Amirante e diffusa in molti paesi. Nuovi Orizzonti si pone l'obiettivo di intervenire in tutti gli ambiti del disagio sociale, realizzando azioni di solidarietà a sostegno di chi è in grave difficoltà, con una particolare attenzione alle problematiche dei ragazzi di strada e del mondo giovanile. Interverranno Tommaso Colella, responsabile del Centro di accoglienza e formazione di Piglio della Comunità Nuovi Orizzonti, Valentina Cason, volontaria e coordinatrice dell'Area evangelizzazione, prevenzione e sensibilizzazione di Nuovi Orizzonti, il giornalista Carlo Climati e padre Nicola Tovagliari LC, cappellano dell'Università Europea di Roma.







Martedì, 12 dicembre 2017

Venticinque gemme di un tesoro ben più ampio: l’Istituto Storico San Josemaría Escrivá ha deciso di pubblicare alcuni testi inediti della predicazione del fondatore dell’Opus Dei, datati tra il 1954 e il 1975. Nel volume En diálogo con el Señor sono raccolte infatti le meditazioni e le conversazioni tenute da san Escrivá durante gli incontri di formazione a Roma con studenti provenienti da varie parti del mondo, con i suoi collaboratori e con coloro che gli erano vicini.

«Si tratta di pagine vive, sincere, spontanee, da cui emergono i temi a lui più cari, il suo pensiero, ma anche aspetti autobiografici sull’infanzia e la vocazione che permettono di capire meglio la figura di una persona che ha offerto un messaggio importante per la santificazione della vita ordinaria e del lavoro», sottolinea Luis Cano, segretario dell’Istituto Storico e coautore del volume insieme a Francesc Castells, da anni impegnato nell’archivio generale della prelatura dell’Opus Dei.

Se finora si era lavorato sulle opere già conosciute, adesso si è pensato dunque di diffondere anche il patrimonio inedito, costituito da circa 2.000 trascrizioni (di un centinaio esiste la registrazione audio e di altrettante quella video) delle riflessioni pronunciate a braccio da san Escrivá. «C’è sempre stato un grande interesse a mettere per iscritto le sue parole: inizialmente si prendevano appunti e ci si riuniva per comporre un testo che fosse il più fedele possibile, poi si è cominciato a registrare», spiega Cano ricordando però che «solo alla fine degli anni ’60 san Escrivá ha accettato di correggere queste bozze e di farle circolare tra i membri dell’Opus».

Grazie al libro in lingua spagnola, che inaugura la quinta serie della “Collana delle opere complete”, i 25 testi revisionati dal fondatore dell’Opus Dei sono a disposizione di tutti. «Quello di san Josemaría è un messaggio incoraggiante, di speranza, che allontana la paura: ci presenta Cristo come modello a noi vicino e Dio come un padre non da temere ma da amare, sempre pronto ad accoglierci, nonostante i tradimenti delle nostre vite», osserva Cano evidenziando l’attualità e l’universalità di tali scritti. Anche nella sua predicazione, infatti, san Josemaría «mette al centro il Vangelo perché la gente si innamori di Gesù» e ribadisce «che la santità non significa essere perfetti, i primi della classe, ma rialzarsi dopo le cadute fidandosi della misericordia di Dio». In questo senso, rileva il segretario dell’Istituto, «parla al cristiano di oggi che sperimenta quanto sia difficile essere fedeli a Dio e lo sprona ad alzarsi sempre, come l’atleta, che non si arrende nemmeno davanti agli ostacoli e alle sconfitte».

I brani inediti scelti, alcuni dei quali risalgono al 1954 e già anticipano tematiche che saranno poi confermate dal Concilio Vaticano II, sono stati «riuniti in un’edizione critico-storica, che comprende – fa notare Castells – un’introduzione storica e delle note che aiutano ad inquadrare il testo, fornendo spiegazioni sul contesto e riferimenti particolari, e aggiungendo a volte dettagli che san Escrivá, nella sua correzione, aveva eliminato». Il volume, con un prologo del vescovo Javier Echevarría, prelato dell’Opus Dei dal 1994 a dicembre del 2016, che ha potuto leggere la bozza del libro poche settimane prima di morire, è arricchito infine da «una sezione di facsimili, con le scalette originali di tre meditazioni, e da diverse foto degli incontri in questione».





Lunedì, 11 dicembre 2017

Saranno celebrati mercoledì alle 15 nella cattedrale di Acerra (Napoli), i funerali di monsignor Antonio Riboldi, vescovo emerito dalla città dell'hinterland partenopeo, ricordato spesso come il "vescovo anticamorra" per la sua lotta alla criminalità organizzata. Dopo una messa nella casa dei rosminiani a Stresa, dove il presule si è spento domenica all'alba in seguito a una lunga malattia, la salma di monsignor Riboldi è attesa per martedì nella cattedrale di Acerra, dove dalle 16 alle 21 sarà esposta alla venerazione dei fedeli. Sempre in cattedrale, martedì alle 19 il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e presidente della Conferenza episcopale campana, presiederà un momento di preghiera. La salma potrà essere venerata dai fedeli anche mercoledì, sempre in cattedrale, dalle 8.30 alle 12.30. Seguiranno, alle 15, i funerali presieduti dal vescovo di Acerra, monsignor Antonio Di Donna. La sepoltura avverrà all'interno della cattedrale, così come da desiderio del presule.

Nato a Triuggio (Milano) il 16 gennaio 1923, monsignor Riboldi aveva 94 anni. Fu vescovo di Acerra dal 1978 al 2000. Prima di arrivare in Campania, nel 1968 diede voce ai terremotati del Belice, in Sicilia, che vivevano al freddo nelle baracche.

Nominato vescovo di Acerra il 25 gennaio 1978 dal beato papa Paolo VI, monsignor Riboldi, che apparteneva all'ordine dei rosminiani, fece il suo ingresso in diocesi il 9 aprile dello stesso anno, occupando una sede vacante da 12 anni. Vi trovò una situazione non facile, dovendo «rianimare la vita ecclesiale e sostenere l'intera comunità tra le problematiche di un momento che richiede la difesa della dignità della persona». Ma le sue attenzioni si rivolsero soprattutto al contrasto alla camorra, tanto da essere messo sotto scorta.

Storica la marcia che negli anni '80 portò migliaia di giovani ad Ottaviano, città del capo indiscusso della Nco, Raffaele Cutolo. «Meglio ammazzato che scappato dalla camorra», gli avrebbe detto sua madre quando le palesò i suoi timori. «In quel momento - disse il presule in occasione dei suoi 90 anni celebrati nel 2013 nel Duomo di Acerra - mi sono sentito veramente di essere un vescovo, e ho capito cosa significava essere un prelato che deve amare la gente anche se non ricambiato, amare la Chiesa anche se non tutti ti capiscono».

Don Riboldi incontrò anche numerosi criminali in carcere, tra cui lo stesso Cutolo. Nonostante la rinuncia all'esercizio episcopale per i limiti d'età raggiunti nel 1999, il vescovo emerito aveva scelto di restare ad Acerra, che gli ha conferito un paio di anni fa la cittadinanza onoraria, e continuava a celebrare Messa nella chiesa dell'Annunziata. «I nostri contatti erano costanti - ha ricordato monsignor Antonio Di Donna, attuale vescovo di Acerra - e fino a quando le forze glielo hanno consentito ha celebrato spesso la messa domenicale in cattedrale seguendo sempre con vivo interesse la vita della diocesi e chiamandomi personalmente nei momenti importanti di questa Chiesa locale».

Anche la vita diocesana riprese vigore grazie al carisma e all'impegno di monsignor Riboldi, e lo stesso presule spesso ricordava lo stupore che gli aveva confessato l'arcivescovo di Milano di fronte a tanta vitalità, nonostante le piccole dimensioni della diocesi. Curioso e aperto alla modernità, Riboldi è stato uno dei primi vescovi a sbarcare su Internet nel 1997: fino a poco tempo fa le sue omelie arrivavano a migliaia di persone.

Cordoglio per la morte di monsignor Riboldi è stato espresso, tra gli altri, dal sindaco di Acerra, Raffaele Lettieri. «La comunità di Acerra - ha detto - ha perso un punto di riferimento importante. Monsignor Riboldi ha saputo contenere nel suo cuore tutta la gente, soprattutto quelli che soffrono e sono poveri. Le sue idee sono state e resteranno patrimonio per tutta la città».





Domenica, 10 dicembre 2017

La traduzione italiana del Padre Nostro potrebbe cambiare presto. E proprio nel senso auspicato di recente da papa Francesco. Esiste infatti già una proposta della Cei - da «non indurci in tentazione» a «non abbandonarci alla tentazione» - recepita nella nuova traduzione della Bibbia Cei e nel Lezionario, ma ancora in attesa del via libera della Santa Sede per quanto riguarda l’uso liturgico nel Messale. Quando quel via libera arriverà, la preghiera insegnata da Gesù si potrà recitare con le parole «non abbandonarci alla tentazione» in tutte le occasioni. A ricostruire il lungo lavoro di vescovi, teologi e biblisti che ha portato alla nuova versione è il cardinale Giuseppe Betori, che afferma: «Bene ha fatto il Santo Padre a porre pubblicamente la questione e anche a rilevare che la Cei il suo passo l’ha già fatto ». L’arcivescovo di Firenze, apprezzato biblista, ha seguito, infatti, il lavoro di traduzione fin dal 2000, quando era sottosegretario della Conferenza episcopale italiana. In tal modo è stato testimone oculare della convergenza sulla nuova formula - «non abbandonarci alla tentazione» di due personalità del calibro di Carlo Maria Martini e Giacomo Biffi, che non esita a definire «rispettivamente il miglior biblista e il miglior teologo all’epoca presenti nel Consiglio permanente della Cei».

Eminenza, come andarono dunque le cose?
L’inizio del lavoro risale in realtà al 1988, quando si decise di rivedere la vecchia traduzione del 1971, ripubblicata nel 1974 con alcune correzioni. Fu istituito un gruppo di lavoro di 15 biblisti coordinati successivamente da tre vescovi (prima Costanzo, poi Egger e infine Festorazzi), che sentì il parere di altri 60 biblisti. A sovrintendere questo gruppo di lavoro c’erano naturalmente la Commissione episcopale per la liturgia e il Consiglio permanente, all’interno del quale era stato creato un comitato ristretto composto dai cardinali Biffi e Martini e dagli arcivescovi Saldarini, Magrassi e Papa. Questo Comitato ricevette e vagliò anche la proposta di una nuova traduzione del Padre Nostro e, tra le diverse soluzioni, venne adottata la formula «non abbandonarci alla tentazione», sulla quale in particolare ci fu la convergenza di Martini e Biffi, i quali come è noto non sempre si ritrovavano sulle stesse posizioni. Ora, il fatto che ambedue avessero approvato questa traduzione fu garanzia per il Consiglio permanente, e poi per tutti i vescovi, della bontà della scelta. Eravamo ormai nell’anno 2000 e io fui presente a quella seduta in quanto sottosegretario della Cei.

Fu dunque un lavoro di squadra.
Esattamente. Fu un lavoro fatto dai migliori biblisti d’Italia, che furono guidati dai vescovi massimamente esperti in teologia e in Sacra Scrittura e che ebbe nei diversi passaggi del testo al vaglio del Consiglio Permanente la garanzia di un lavoro ben fatto, così da rassicurare l’intero episcopato.

Perché si scelse proprio quella traduzione?
Non è la traduzione più letterale, ma quella più vicina al contenuto effettivo della preghiera. In italiano, infatti, il verbo indurre non è l’equivalente del latino inducere o del greco eisferein, ma qualcosa in più. Il nostro verbo è costrittivo, mentre quelli latino e greco hanno soltanto un valore concessivo: in pratica lasciar entrare.

I francesi hanno tradotto ne nous laisse pas entrer en tentation, cioè, «non lasciarci entrare in tentazione». C’è differenza?
Noi abbiamo scelto una traduzione volutamente più ampia. «Non abbandonarci alla tentazione» può significare «non abbandonarci, affinché non cadiamo nella tentazione» - dunque come i francesi «non lasciare che entriamo nella tentazione» -, ma anche «non abbandonarci alla tentazione quando già siamo nella tentazione». C’è dunque maggiore ricchezza di significato perché chiediamo a Dio che resti al nostro fianco e ci preservi sia quando stiamo per entrare in tentazione, sia quando vi siamo già dentro. La Commissione degli esperti aveva fatto anche altre ipotesi, ma tutte più restrittive rispetto alla ricchezza di significato della traduzione poi scelta e approvata.

Perché questa nuova traduzione non è ancora nell’uso liturgico?
Nel 2001 la Congregazione per il culto emanò nuove disposizioni sulle traduzioni: la Liturgiam authenticam, che dovrà essere rivista, come ha segnalato papa Francesco dopo aver pubblicato il motu proprio Magnum Principium. Quel documento raccomandava traduzioni più letterali, per cui dovemmo rivedere tutto il lavoro di traduzione della Bibbia sotto la supervisione di un gruppetto di esperti guidati da tre vescovi: Caprioli, Monari e Bianchi. Insieme con loro lavorarono, oltre a me, otto biblisti di riconosciuto valore. Il tutto fu trasmesso ai vescovi, che suggerirono non poche modifiche, la maggior parte delle quali furono accolte, ma non toccarono la proposta di traduzione del Padre Nostro, e alla fine, nell’Assemblea della Cei del 2002, venne approvata l’intera traduzione con 202 “Sì” su 203 votanti. Il testo del Padre Nostro, se ben ricordo, fu votato e approvato a parte, per non avere nessun dubbio. La recognitio della Santa Sede arrivò nel 2007 e l’edizione della Bibbia Cei è quella del 2008.

E per l’uso liturgico?

In seguito si passò al Messale, perché il Padre Nostro si recita anche durante la Messa e in altri riti liturgici. La proposta fu quella di trasferire nel Messale la traduzione del Padre Nostro che era stata approvata nella Bibbia. E così avvenne. Questa traduzione, però, per poter entrare nell’uso liturgico deve essere “vidimata” dalla Santa Sede con quella che ora, in base alle nuove norme volute dal Papa, è una approbatio. Ma questo manca ancora. Non sappiamo se la Santa Sede ce la farà cambiare, ma si può pensare che il testo proposto venga approvato, considerato anche l’apprezzamento che sembra emergere per esso nelle parole del Santo Padre nella recente intervista sul Padre Nostro. Invece il nuovo Lezionario, cioè il libro delle letture durante la Messa, è già stato approvato dalla Santa Sede e qui il testo del Padre Nostro contiene la formula «non abbandonarci alla tentazione».

In definitiva, quando arriverà l’approbatio, anche nella preghiera che recitiamo individualmente si dovrà dire «non abbandonarci alla tentazione»?

Penso di sì, perché sarebbe strano avere una preghiera nella liturgia diversa da quella del catechismo e della vita spirituale. Forse ci vorrà un’altra approvazione da parte dei vescovi? Ma i vescovi una volta che hanno approvato il cambiamento per il Messale, ritengo che implicitamente l’hanno approvato anche per tutte le occasioni in cui si recita la preghiera del Signore.


Il tema sollecitato dal Pontefice: «Cado io, non è Lui che mi spinge»

A porre l’attenzione sulla traduzione della preghiera insegnataci da Gesù è stato il Papa stesso. Nel corso della settima puntata del programma di Tv2000 “Padre nostro” condotto da don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, Francesco ha infatti sottolineato come l’espressione secondo cui «“Dio induce in tentazione” non sia una buona traduzione». Anche i francesi – ha aggiunto il Papa – «hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non lasciarmi cadere nella tentazione”. Sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». Dalla conversazione del Papa con don Pozza è nato anche il libro “Padre nostro” di papa Francesco, edito da Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana (pagine 144; euro 16) in cui, tra l’altro, il Pontefice sottolinea che «quello che ti induce in tentazione è Satana, quello è l’ufficio di Satana».





Domenica, 10 dicembre 2017

Adesso la “traccia” argentina per mettere a punto orientamenti pastorali su Amoris laetitia è “magistero autentico”. La decisione del Papa di pubblicare sugli Acta apostolicae sedis – la “Gazzetta ufficiale” della Santa Sede – la lettera dei vescovi della regione di Buenos Aires con i criteri applicativi del discusso capitolo VIII, “Accompagnare, discernere e integrare le fragilità” fa chiarezza, incoraggia e offre uno schema semplice ed efficace alle conferenze episcopali regionali e alle diocesi. Nei giorni scorsi il testo diffuso nel settembre 2016, con cui i vescovi argentini offrivano il loro contributo per una guida pastorale a proposito delle persone divorziate e risposate, è comparso sugliActa(numero di ottobre 2016, pagg. 1071-1074). Insieme alla lettera dei vescovi, c’è – come più volte ribadito su queste pagine – la risposta di Francesco, esplicita e definitiva: «Il testo è molto buono e spiega in modo eccellente il capitolo VIII di Amoris laetitia. Non c’è altra interpretazione. Sono sicuro che farà molto bene».

Parole difficilmente equivocabili, che però avevano fatto arricciare il naso ai soliti difensori del tempo che fu, secondo cui la lettera, essendo corrispondenza privata, non poteva rappresentare un riferimento valido e universale, soprattutto su un argomento così controverso. Ora il Rescriptum, cioè la nota finale al testo e alla risposta del Papa, firmata dal cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, chiude una volta per sempre lo stucchevole dibattito: «Il Papa ha deciso che i due documenti vanno intesi come magistero autentico ( velut Magisterium authenticum) ».

Altro che corrispondenza privata, questo è invece lo schema che Francesco stesso indica per accompagnare le persone divorziate risposate che intendono riavvicinarsi alle comunità ecclesiali sulla via del pentimento e del discernimento, offrendo loro tutte le risorse concrete e spirituali di cui la Chiesa dispone, compresi “in alcuni casi”, anche i sacramenti. Non si tratta di un percorso né facile né banale, ma di un confronto complesso e denso di sofferenza che i vescovi argentini sintetizzano in dieci punti. Il spiega come il cammino penitenziale non debba obbligatoriamente concludersi con l’accesso ai sacramenti, ma possa comprendere «altre forme di integrazione proprie della vita della Chiesa» (n.4). E che, quando le circostanze lo permettono, rimane valida l’indicazione della “continenza sessuale”, come scriveva Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio. Poi lo snodo più contestato che i vescovi argentini argomentano in questo modo: «Se si giunge a riconoscere che, in un determinato caso, ci sono dei limiti personali che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in ulteriori mancanze danneggiando i figli della nuova unione, Amoris laetitia apre la possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia» (n.6).

In più punti, nel documento, si chiarisce che non si tratta di una norma valida in tutte le circostanze, ma di un cammino di discernimento dinamico, in cui i fedeli sono chiamati ad un confronto franco con la propria coscienza e con il sacerdote che li accompagna. Cosa cambia con la pubblicazione di questo testo negli Acta? È facile immaginare che conferenze regionali e diocesi saranno incoraggiate a proporre, a loro volta, linee guida e orientamenti pastorali per accompagnare le persone separate in nuova unione alla riscoperta del loro cammino di fede. Per quanto riguarda la Chiesa italiana, hanno già pubblicato linee-guida importanti le Conferenze episcopali della Campania e della Sicilia. Altre hanno messo a punto Orientamenti già calibrati su quanto indicato dal Papa e si preparano ad annunciarne la pubblicazione. Un passo ormai irrinunciabile per togliere Amoris laetitia dal girone delle polemiche sterili e inserirla fruttuosamente nella realtà della vita quotidiana.





Sabato, 09 dicembre 2017

«Una vita vertiginosa carica di lavoro, viaggi a non finire a piedi, in treno, in nave, in barca, a cavallo…; creando dal nulla sessantasette opere tra asili, scuole, collegi, ospedali, orfanotrofi, laboratori… tutto per propagare la forza del Vangelo, che le aveva dilatato il cuore perché appartenesse a tutti». Fu questa la vista di santa Francesca Cabrini – o Francesca Saverio Cabrini, il nome che lei scelse in onore del grande gesuita apostolo dell'Oriente – ha ricordato ieri Bergoglio. Il Papa ha ricevuto stamattina in udienza le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, in occasione del primo Centenario della morte della loro fondatrice, nata a Sant’Angelo Lodigiano (Lodi) il 15 luglio 1850 e salita al Cielo, a Chicago, Il 17 dicembre del 1917. Presente, insieme alla madre generale delle religiose cabriniane Barbara Louise Staley, anche l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, nativo di Codogno (Lodi), la cittadina dove la santa iniziò il suo apostolato prendendosi cura di un orfanotrofio affidatole dal parroco.

Quella “battuta” di Leone XIII

Nel cuore di Francesca Cabrini, ha ricordato il Papa, c’era la Cina, come per san Francesco Saverio, ma «fu la lungimiranza di Papa Leone XIII che, con una battuta, le fece cambiare rotta: “Non ad oriente, Cabrini, ma all’occidente!”». La giovane Madre, che aveva da poco fondato le Missionarie del Sacro Cuore, «doveva aprire i suoi occhi per vedere dove Dio la inviava in missione. Non dove lei voleva andare, ma dove Lui aveva preparato per lei la strada, la strada del servizio e della santità. Ecco l’esempio di una vera vocazione: dimenticare sé stessi per abbandonarsi pienamente all’amore di Dio».

Dopo tanti anni, ha continuato Francesco, la realtà dei migranti a cui la santa dedicò la vita è cambiata, ma il fenomeno resta di un’importanza e di un’urgenza immutate. E il carisma della santa lodigiana «è di un’attualità straordinaria», perché «i migranti hanno bisogno certamente di buone leggi, di programmi di sviluppo, di organizzazione, ma hanno sempre bisogno anche e prima di tutto di amore, di amicizia, di vicinanza umana; hanno bisogno di essere ascoltati, guardati negli occhi, accompagnati; hanno bisogno di Dio, incontrato nell’amore gratuito di una donna che, col cuore consacrato, ti è sorella e madre».

«Tutto posso in Colui che mi dà forza»

Dove trasse santa Francesca, esile donna che non era potuta entrare in convento per problemi di salute, una tale energia apostolica («aveva attraversato per ben ventiquattro volte l’oceano per assistere i migranti nelle Americhe, e, instancabile, si era spinta fino alle Ande e anche in Argentina»)? «Fu solo per la sua unione con Cristo, sul modello di san Paolo, da cui prese il suo motto: Tutto posso in Colui che mi dà la forza» ha detto Bergoglio.

E santa Cabrini «visse della spiritualità del Sacro Cuore di Gesù. Passo dopo passo, la sua fu un’esistenza interamente protesa a consolare e a far conoscere e amare il Sacro Cuore. E questo la rese capace di guardare al cuore di quanti avvicinava e assisteva per corrispondervi in maniera coerente».

Ieri a Roma si è celebrata anche una Messa per la chiusura dell'anno cabriniano, celebrata dal vescovo emerito di Lodi Giuseppe Merisi.





Sabato, 09 dicembre 2017

Ieri, festa dell' Immacolata Concezione, si è concluso a Roma l'anno cabriniano promosso dalle Suore dell'Istituto delle Missionarie del Sacro di Gesù, fondato da santa Francesca Cabrini. La Messa è stata celebrata nel santuario di via Sicilia da Giuseppe Merisi, vescovo emerito di Lodi, alla presenza delle superiore delle Missionarie e dei laici consacrati.

Francesca Cabrini, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano (Lodi), rimasta orfana dei genitori, avrebbe voluto farsi suora ma la salute con glielo consentì. Da maestra in un orfanotrofio di Codogno, radunò un gruppo di donne che condivise con lei il sogno della missione accanto ai compatrioti emigrati: nacquero così le Suore missionarie del Sacro Cuore. Nel 1889 Cabrini partì per New York: in America furono numerosi i frutti della sua opera. Evangelizzatrice instancabile, morì nel 1917 a Chicago.

In mattinata Merisi ha incontrato, sempre a Roma, anche Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide De Gasperi. Insieme hanno visitato la tomba dello statista presso la Basilica di San Lorenzo al Verano.





Venerdì, 08 dicembre 2017


L’8 dicembre la Chiesa celebra la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Si tratta del dogma, cioè della verità di fede, che stabilisce che Maria di Nazareth non è stata toccata dal peccato originale, fin dal primo istante del suo concepimento.

Cosa dice il catechismo

«Dio – recita in proposito il Catechismo della Chiesa cattolica – ha scelto gratuitamente Maria da tutta l’eternità perché fosse la Madre di suo Figlio: per compiere tale missione, è stata concepita immacolata. Questo significa che, per la grazia di Dio e in previsione dei meriti di Gesù Cristo, Maria è stata preservata dal peccato originale fin dal suo concepimento». Non si può infatti pensare che Dio, somma perfezione e somma purezza, possa aver ricevuto la natura umana da una creatura toccata, anche se brevemente, dal peccato.

La chiamata di Pio IX

A proclamare il dogma fu l’8 dicembre 1854 papa Pio IX con la bolla “Ineffabilis Deus”. Un testo magisteriale in cui tra l’altro si legge la seguente, bellissima espressione: «La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale». Lo stesso Pontefice dichiarò che durante il suo forzato esilio a Gaeta aveva fatto voto, in riposta a una chiamata interiore, che nel caso avesse ricevuto la grazia di tornare a Roma e della ricostituzione dell’ordine cristiano in Europa, si sarebbe impegnato per la promulgazione del dogma.

Così Maria si presentò a Lourdes

Il dogma si ricollega anche ad alcune apparizioni mariane. In particolare nel 1858 Bernadette Soubirous, la santa veggente di Lourdes riferì che la Vergine si era presentata con le parole «Io sono l’Immacolata Concezione». Ancora prima, nel 1830 Catherine Labouré, novizia nel monastero di Rue di Bac, fece coniare una medaglia con il testo di una preghiera "vista" durante un’apparizione della vergine Maria: «O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi».

Il monumento in Piazza di Spagna

Ogni anno l’8 dicembre il Papa rende omaggio, in piazza di Spagna alla statua della Vergine Maria. Lo farà anche Francesco, il cui arrivo è previsto intorno alle 16. Papa Bergoglio pregherà davanti al monumento ai cui piedi depositerà dei fiori. Subito dopo, novità di quest’anno, si recherà in visita privata ella basilica di Sant’Andrea delle Fratte, per venerare il quadro della “Madonna del Miracolo". La chiesa si trova a pochi minuti di distanza a piedi da piazza di Spagna ed è retta dai Frati Minimi che in una lettera parlano di «un dono grande per la nostra comunità che vogliamo accogliere con sincera riconoscenza e condividere anche con voi che ci seguite da vicino e da lontano». Francesco è il secondo Papa che entra in Sant’Andrea delle Fratte, dopo san Giovanni Paolo II, che vi giunse in visita pastorale il 28 febbraio 1984. Il quadro della Vergine di Sant’Andrea delle Fratte, opera straordinaria del siciliano Natale Carta – ricordano i frati nella nota – ritrae l’Immacolata della Medaglia Miracolosa, apparsa in questa stessa basilica all’israelita Alfonso Ratisbonne, convertendolo a Cristo. Era il 20 gennaio 1842. Il monumento all’Immacolata Concezione, comunemente detto di piazza di Spagna, anche se si trova nella vicinissima piazza Mignanelli è stato progettato dall’architetto Luigi Poletti. La statua è opera di Giuseppe Obici, mentre la colonna proviene dagli scavi romani. Il monumento fu inaugurato l’8 dicembre 1857 grazie al lavoro di 220 vigili del fuoco.





Giovedì, 07 dicembre 2017

Il nuovo pastore che veglierà sulla «salute spirituale» dei parigini sarà un uomo che aveva a lungo già curato pure i malesseri del corpo. Per guidare l’arcidiocesi della capitale di Francia, papa Francesco ha scelto monsignor Michel Aupetit, attuale vescovo di Nanterre, nella stessa regione parigina. Succederà il prossimo 6 gennaio al cardinale André Vingt-Trois, che il mese scorso ha raggiunto il limite dei 75 anni, dopo mesi tribolati segnati in particolare da un lungo ricovero. L’annuncio, in contemporanea con la Sala Stampa vaticana, è stato dato in entrambe le diocesi francesi.

Prima di entrare in Seminario in età adulta ed essere ordinato sacerdote a 44 anni, Michel Aupetit aveva esercitato per 12 anni la professione di medico generico nella banlieue parigina di Colobes nella parte a nord della Capitale. Il nuovo arcivescovo è nato a Versailles il 23 marzo 1951 e quindi ha 66 anni compiuti. Come detto si tratta di una vocazione adulta: entra in Seminario nel 1990 a 39 anni d’età. Viene ordinato sacerdote il 24 giugno 1995 e viene incardinato nell’arcidiocesi di Parigi. Nella regione della Capitale, ha poi assunto tutti i successivi ministeri pastorali: vicario della parrocchia Saint-Paul-Saint-Louis e cappellano dei Licei del quartiere del Marais (François Couperin, Charlemagne et Saint-Germain, Victor Hugo) dal 1995 al 2001; parroco di Notre-Dame de l’Arche d’Alliance dal 2001 al 2006; decano del decanato Pasteur-Vaugirard dal 2004 al 2006. Proprio nel 2006, il cardinale Jean-Marie Lustiger aveva voluto Michel Aupetit come vicario generale dell’arcidiocesi. Poi, il 2 febbraio 2013, giunge la nomina a vescovo ausiliario della Capitale con l’ordinazione episcopale il 19 aprile 2013. Il 4 aprile 2014 viene trasferito nella diocesi di Nanterre, diocesi che accoglie anche il quartiere direzionale della Défense, ovvero il cuore transalpino degli affari e della finanza.

Alla luce del percorso personale dell’arcivescovo eletto di Parigi, la sua nomina è considerata come una scelta all’insegna della continuità. Ma al contempo, il percorso del presule colpisce per la varietà eccezionale delle responsabilità ricoperte in poco più di un ventennio di sacerdozio. Sul piano nazionale, presso la Conferenza episcopale transalpina, monsignor Aupetit è stato eletto quest’anno alla guida del Consiglio «per la famiglia e la società», incaricato anche di molte delle questioni fra etica e politica che hanno agitato negli ultimi anni il dibattito politico e sociale in Francia, spingendo migliaia di fedeli a scendere in piazza nel corso della scorsa legislatura, contro il «matrimonio per tutti» voluto dall’allora esecutivo a guida socialista.

Il presule è stato anche il referente episcopale dei «Cantieri del Cardinale», organismo incaricato fra l’altro della costruzione di nuove chiese nelle otto diocesi della regione parigina. Inoltre, a livello diocesano, monsignor Aupetit ha presieduto Radio Notre-Dame, importante emittente radiofonica, e la Commissione per l’arte sacra. Fra le responsabilità passate, pure quella di cappellano per i licei del quartiere parigino del Marais.

Ma è la bioetica il principale campo di predilezione a cui il presule ha dedicato una mezza dozzina di volumi, su temi come la contraccezione, le minacce sull’embrione, il fine vita, intervenendo non di rado nel dibattito pubblico. Sono temi sui quali Michel Aupetit ha pure insegnato per un decennio fino al 2006 presso l’Ospedale universitario di Créteil, prima di essere invitato dal cardinale Vingt-Trois a coordinare l’unità di riflessione bioetica dell’arcidiocesi.

In una recente intervista al settimanale Famille chrétienne dedicata proprio alla bioetica, l’arcivescovo eletto si era espresso con la franchezza e l’incisività che tutti gli riconoscono: «La coscienza è come sotto anestesia nel nostro Paese. Ma essa riemergerà, in un modo o nell’altro». Fra le qualità personali più spesso citate nelle ultime ore, figurano pure la giovialità e uno spiccato dono di buon gestore diocesano.





Giovedì, 07 dicembre 2017

La purificazione della memoria per dare nuovo slancio all’impegno comune. La preghiera come «carburante del viaggio verso la piena unità». L’importanza di non fermarsi, di non indugiare sui risultati raggiunti, perché «nella vita spirituale, come nella vita ecclesiale, quando si sta fermi sempre si torna indietro». Sono alcuni dei passaggi del discorso rivolto dal Papa alla presidenza della Federazione luterana mondiale, guidata dal nuovo presidente l’arcivescovo nigeriano Musa Panti Filibus.

In particolare nella sua riflessione Francesco ha sottolineato come «pregando, si possa ogni volta vederci gli uni gli altri nella prospettiva giusta, quella del Padre, il cui sguardo si posa su di noi amorevolmente, senza preferenze o distinzioni. E nello Spirito di Gesù, nel quale preghiamo, ci riconosciamo fratelli. Questo è il punto da cui partire e ripartire sempre. Da qui guardiamo anche alla storia passata e ringraziamo Dio perché le divisioni, anche molto dolorose, che ci hanno visto distanti e contrapposti per secoli, negli ultimi decenni sono confluite in un cammino di comunione, nel cammino ecumenico suscitato dallo Spirito Santo. Esso ci ha portato ad abbandonare gli antichi pregiudizi, come quelli su Martin Lutero e sulla situazione della Chiesa Cattolica in quel periodo. A ciò ha contribuito notevolmente il dialogo tra la Federazione luterana mondiale e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, condotto dal 1967; un dialogo – ha continuato – di cui fare memoria grata oggi, a distanza di cinquant’anni, anche riconoscendo alcuni testi particolarmente importanti, quali la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione e, da ultimo, il documento "Dal conflitto alla comunione"».

E il pensiero, come ovvio è tornato all’anno scorso, allo storico viaggio a Lund in Svezia durante il quale il Papa ha partecipato all’apertura delle celebrazioni per il 500° anniversario della Riforma di Lutero. Un evento contrassegnato da una dichiarazione congiunta, firmata insieme all’allora presidente della Federazione luterana, il vescovo Munib Yunan. Un momento storico che nelle parole del Pontefice sta a significare come non ci si possa rassegnare «alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi. Abbiamo – disse il Papa a Lund il 31 ottobre 2016 – la possibilità di riparare a un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri». Soprattutto in considerazione del fatto «che la nostra divisione si allontanava dal disegno originario del popolo di Dio» «ed è stata storicamente perpetuata da uomini di potere di questo mondo più che per la volontà del popolo fedele».

Di qui l’invito, ribadito nell’udienza odierna, all’annuncio del Vangelo che è «priorità del nostro essere cristiani nel mondo». Un annuncio di cui «l’unità riconciliata è parte indispensabile». E che va “tradotta” in una testimonianza comune sul terreno della prassi. Per procedere insieme verso il Signore infatti «non bastano buone idee, ma occorre muovere passi concreti e tendere la mano. Ciò vuol dire, soprattutto, spenderci nella carità, guardando ai poveri, ai fratelli più piccoli del Signore (cfr Mt 25,40): sono i nostri indicatori preziosi lungo il cammino».





Giovedì, 07 dicembre 2017

San Nicola, conosciuto nella tradizione popolare soprattutto dei Paesi nordici come elargitore di regali, «è precursore dell’Avvento che indica in anticipo il Natale, il quale rappresenta per noi uomini, con la nascita di Gesù Cristo, il più grande dono fattoci da Dio». Lo ha detto ieri a Bari, nella basilica di San Nicola, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, durante la concelebrazione eucaristica in occasione della festa del santo patrono di Bari. Nella pietà popolare san Nicola riveste la stessa missione che ha Giovanni Battista nelle Sacre Scritture, ha proseguito Koch.

Il Battista «ha indicato, al di là della sua persona, Gesù Cristo» e «si è messo a disposizione come voce per rendere percepibile Cristo, la Parola». Ciò che conta non è la voce, ma la Parola. In questo spirito d’Avvento san Nicola, «uomo generoso e pieno di amore, che si è preso cura dei piccoli e dei poveri», ha vissuto «come voce per la Parola, che è Cristo», ha spiegato il porporato. «L’Eucaristia è Sacramento dell’unità, ma proprio in questo Sacramento noi cristiani siamo divisi, oggi come ieri», ha aggiunto. La celebrazione dell’Eucaristia «ci pone davanti alla sfida molto seria di ricercare con tutte le forze quell’unita per cui Gesù ha pregato nel Cenacolo. E qui si delinea la missione particolare della città e della Chiesa di Bari», ha aggiunto Koch, per il quale i santi sono protagonisti dell’unità ecumenica.

«Questo l’abbiamo sperimentato in modo particolarmente intenso in occasione della permanenza delle reliquie di san Nicola a Mosca e San Pietroburgo», ha affermato il cardinale riferendosi al pellegrinaggio di una costa del santo che dal 21 maggio al 28 luglio è stata esposta in Russia dove è stata venerata da oltre due milioni di fedeli. «Viviamo oggi questa solennità in comunione con tutte le Chiese d’Italia», ha detto l’arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci, ricordando che da ieri la festa di san Nicola è, per volontà della Conferenza episcopale italiana, “memoria obbligatoria”. «Questa solennità ha il sapere di precetto natalizio per tutti i baresi», ha proseguito Cacucci. L’arcivescovo ha inoltre evidenziato che «Bari è segno eloquente di un cammino ecumenico in tutta la Chiesa» e ha ricordato che esattamente un anno fa il capoluogo pugliese accolse la visita di Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli.

Per l’occasione l’arcidiocesi ha realizzato un volume che tra l’altro raccoglie la lectio magistralis e i discorsi che Bartolomeo ha tenuto durante la sua visita. La festa di san Nicola non è finita ieri ma avrà un’appendice di rilievo. Il metropolita di Volokolamsk, Hilarion Alfeev, presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca, il 18 dicembre riceverà una laurea honoris causa dalla Facoltà teologica pugliese. Il mattino successivo, giorno della solennità di san Nicola secondo il calendario giuliano, celebrerà la Divina Liturgia nella cripta della basilica.





Mercoledì, 06 dicembre 2017

Costruire il buon vicinato è un’arte. Che nasce da uno «sguardo contemplativo» sulla città. E chiama all’alleanza tutti quanti «apprezzano la grazia di vivere nello stesso territorio». L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, pronuncia il suo primo Discorso alla città e alla diocesi durante i Primi Vespri per la solennità del patrono sant'Ambrogio che la metropoli e l'arcidiocesi celebrano il 7 dicembre. Lo fa questo pomeriggio nella Basilica di Sant'Ambrogio. Nella sua riflessione sottolinea che tutti possono fare qualcosa per «la costruzione della convivenza fraterna». Anche il singolo cittadino. Anche il singolo fedele. Magari riscoprendo e attualizzando, nelle concrete circostanze della propria vita, l’antica «regola delle decime», attestata nella Bibbia, che «invita a mettere a disposizione della comunità in cui si vive la decima parte di quanto ciascuno dispone». Una logica ancor più feconda se «proiettata anche sui corpi sociali e sulle azioni che regolano la costruzione della Milano e della Lombardia del domani». Così «la società si fa comunità». Cercando di superare la «desolazione registrata dalla parola» del poeta Eugenio Montale quando scriveva: Milano è un enorme conglomerato di eremiti».

«Per un’arte del buon vicinato. Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? (Mt 5,47)», è il titolo del primo Discorso alla città e alla diocesi del nuovo arcivescovo di Milano, Mario Delpini. A questa celebrazione sono invitati, in particolare, i sindaci del territorio ambrosiano e le autorità, assieme agli esponenti delle «famiglie internazionali», che Delpini incontra prima del rito. Ed è con un incalzante «elogio dei rappresentanti delle istituzioni dediti alla prossimità», quelli che «si fanno carico della promozione del bene comune» e «della pace sociale», che si apre il Discorso dell’arcivescovo. Parole controvento, in tempi di «scetticismo, risentimento e disprezzo» verso le istituzioni, la politica, i corpi sociali. Dai sindaci alle forze dell’ordine, dal mondo della scuola a quelli della sanità e del sociale, fino ai volontari che aiutano i clochard: tutti vuole ricordare, Delpini, tessendo «l’elogio degli onesti e dei competenti, dei generosi e dei coraggiosi», e chiamando gli «altri», i giovani, i pensionati «in piena efficienza» a rimboccarsi le maniche.

Il modello? Delpini lo addita nell’esordio del Discorso: Ambrogio. Funzionario pubblico. E poi vescovo. Nella scia del patrono, la Chiesa vuole promuovere pace e unità anche oggi. Ecco, allora, Delpini «formulare a nome della comunità cristiana e della Chiesa ambrosiana», la «proposta» di «un’alleanza», convocando «tutti per mettere mano all’impresa di edificare in tutta la nostra terra quel buon vicinato che rassicura, che rasserena, che rende desiderabile la convivenza dei molti e dei diversi, per cultura, ceto sociale e religione». Una proposta che trova ispirazione e fondamento in Evangelii gaudium 71: «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze», scrive papa Francesco. Costruire buon vicinato è «impresa comune di cittadini e istituzioni, di fedeli e pastori della comunità cristiana e delle altre religioni», riprende Delpini: «una impresa corale che riconosce il contributo di ciascuno e chiede a ciascuno di non vivere la città come servizi da sfruttare o pericoli da temere, ma come vocazione a creare legami».
È al servizio di questa vocazione che si devono impegnare la politica e le istituzioni, tanto più in una società «ammalata» di individualismo, esposta «al rischio di essere sterile, senza bambini e senza futuro», e dove tutti sono più soli e manipolabili. Ecco, allora, la necessità di ridefinire lo stato sociale, il welfare state, «quale welfare relazionale, comunitario, generativo e rigenerativo», suggerisce Delpini riflettendo sugli articoli 2 e 3 della Costituzione italiana.

Attenzione: «Le istituzioni possono propiziare le condizioni, ma il buon vicinato è frutto di un’arte paziente e tenace, quotidiana e creativa. La parola di Gesù, che invita i suoi discepoli a farsi protagonisti dell’edificazione della fraternità oltre la carne e il sangue, indica un percorso che affascina e impegna tutti gli uomini e le donne di buona volontà: "se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?"». Ecco, allora, l’elogio del «gesto minimo», che riconosce e realizza il «bene possibile» rispondendo alle sfide di questo tempo di cambiamenti. L’arte del buon vicinato «comincia con uno sguardo» aperto all’incontro e alla prossimità, come quello fra Gesù e Zaccheo; «pratica volentieri il saluto e l’augurio, il benvenuto e l’arrivederci» (che dovrebbero essere «doverosi» per i cristiani «abituati a scambiarsi il segno della pace durante la Messa»); si esprime in piccole premure «provvidenziali» per chi è solo, anziano, malato; ed è «fantasiosa nel creare occasioni per favorire l’incontro». Ecco, quindi, la proposta di riscoprire la «regola delle decime», sul piano personale (un esempio: sei studente o insegnante? Ogni dieci ore di studio, dedicane una a chi fa fatica a studiare) come su quello sociale (dal lavoro all’economia all’urbanistica).
La comunità cristiana «si mette volentieri a servizio per promuovere quest’arte del buon vicinato», come accade quotidianamente fra parrocchie e oratori, Caritas e centri di aiuto alla vita. La Chiesa ambrosiana fa e farà la sua parte. Come conferma il Sinodo minore «da poco avviato» in diocesi, conclude Delpini, «il cui scopo – come espresso bene dal titolo "Chiesa dalle genti" – è favorire una Chiesa che nel suo quotidiano sappia essere sempre più accogliente e capace di unità, mostrando come Dio ci rende un popolo solo, guarendo le paure che seminano diffidenza e donandoci la gioia che genera comunione e solidarietà».





Mercoledì, 06 dicembre 2017

Più di duecento pagine proposte come un «assaggio che può far venire l’acquolina di andare alla fonte». E la fonte è il magistero del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna scomparso lo scorso 6 settembre. È lui l’autore del volume «Prediche corte, tagliatelle lunghe», un’antologia di discorsi, omelie, catechesi e relazioni che il porporato ha pronunciato dal febbraio 2004 al giugno 2017. Il libro postumo (Edizioni Studio Domenicano; 209 pagine; 13 euro) esce il 7 dicembre. Avvenire anticipa alcuni brani di Caffarra e la prefazione dell’arcivescovo suo successore, Matteo Maria Zuppi. I curatori del volume, il domenicano Giorgio Carbone e il giornalista Lorenzo Bertocchi, definiscono il cardinale «un autentico maestro e padre nella fede» e spiegano che i suoi interventi sono come «una grande tavola imbandita di ogni ben di Dio». Nel libro «c’è un bel piatto di tagliatelle» che sono «buone per tutti i gusti» e rappresentano «spunti per l’anima offerti da uno chef d’eccezione». Bertocchi e Carbone ricordano anche che il porporato era sì «timido e schivo» ma anche dotato «di una punta di amabile ironia» tanto che sul «comodino aveva sempre qualche libro di Giovannino Guareschi». Dieci i capitoli che hanno i seguenti titoli: «Decifrare il senso»; «Il nostro contemporaneo»; «L’incontro decisivo»; Credere e amare»; «Attira tutti a sé»; «Guardate al principio»; «Guidare a un incontro»; Non c’è pace senza verità»; «Fatti per la libertà e il bene»; e «La morte non ha più alcun potere».


Le cinque insidie per la Chiesa di oggi

L'alternativa ad una Chiesa senza dottrina non è una Chiesa pastorale, ma una Chiesa dell’arbitrio e schiava dello spirito del tempo: praxis sine theoria coecus in via, dicevano i medioevali. Questa insidia è grave, e se non vinta causa gravi danni alla Chiesa. Per almeno due ragioni. La prima è che, essendo la Sacra Doctrina niente altro che la divina Rivelazione del progetto divino sull’uomo, se la missione della Chiesa non si radica in essa, che cosa la Chiesa dice all’uomo? La seconda ragione è che quando la Chiesa non si guarda da questa insidia, rischia di respirare il dogma centrale del relativismo: in ordine al culto che dobbiamo a Dio e alla cura che dobbiamo all’uomo, è indifferente ciò che penso di Dio e dell’uomo. La quaestio de veritate diventa una questione secondaria.
La seconda insidia è dimenticare che la chiave interpretativa della realtà tutta ed in particolare della storia umana non è dentro la storia stessa. È la fede. San Massimo il Confessore ritiene che il vero discepolo di Gesù pensa ogni cosa per mezzo di Gesù Cristo e Gesù Cristo per mezzo di ogni cosa. Faccio un esempio molto attuale. La nobilitazione dell’omosessualità, alla quale assistiamo in Occidente, non va interpretata e giudicata prendendo come criterio il mainstream delle nostre società; oppure il valore morale del rispetto che si deve ad ogni persona, il che è metabasis eis allo genos, cioè passaggio a un altro genere, direbbero i logici. Il criterio è la Sacra Doctrina circa la sessualità, il matrimonio, il dimorfismo sessuale. La lettura dei segni dei tempi è un atto teologale e teologico.
La terza insidia è il primato della prassi [insidia di origine marxista]. Intendo il primato fondativo. Il fondamento della salvezza dell’uomo è la fede dell’uomo, non il suo agire. Ciò che deve preoccupare la Chiesa non è in primis la co-operazione col mondo in grandi processi operativi, per raggiungere obiettivi comuni. L’insonne preoccupazione della Chiesa è che il mondo creda in Colui che il Padre ha mandato per salvare il mondo. Il primato della prassi conduce a quella che un grande pensatore del secolo scorso chiamava la dislocazione delle Divine Persone: la seconda Persona non è il Verbo ma lo Spirito Santo.
La quarta insidia, molto legata alla precedente, è la riduzione della proposta cristiana ad esortazione morale È l’insidia pelagiana, che Agostino chiamava l’orrendo veleno del cristianesimo. Questa riduzione ha l’effetto di rendere la proposta cristiana molto noiosa, e ripetitiva. È solo Dio che nel suo agire è sempre imprevedibile. E infatti al centro del cristianesimo non sta l’agire dell’uomo, ma l’Azione di Dio.
La quinta insidia è il silenzio circa il giudizio di Dio, mediante una predicazione della misericordia divina fatta in modo tale che rischia di far scomparire dalla coscienza dell’uomo che ascolta la verità che Dio giudica l’uomo.

Il presepio? E' già annuncio

Il presepio è rappresentazione della nascita del Salvatore, e anche di come fu accolto, o rifiutato. È quindi rappresentazione del primo incontro degli uomini con Cristo, e in quel primo incontro nella storia subito si vide chi Lo accoglieva e lo riconosceva come senso della vita, e Lo adorava orientando a Lui la sua vita, e chi Lo rifiutava e anche Lo combatteva. Le semplici figure dei presepi da sempre annunciano la presenza di Cristo e mettono in guardia contro il sempre ricorrente rischio di non accoglierLo. Ma fare il presepio è già una dichiarazione e un annuncio: far posto a Gesù Bambino nei luoghi dove quotidianamente si vive vuol dire che si intende far posto a Lui nella vita, e che si intende portargLi i doni delle nostre opere.
Immaginiamo che in una scuola si voglia celebrare il Natale. Può essere che ci sia qualche insegnante nelle scuole che… per rispetto a qualche bambino musulmano presente in aula parli e presenti il Natale come la festa del solstizio, con l’inevitabile presenza di Babbo Natale, e gli immancabili sermoni sulla pace e la solidarietà. Si trasforma cioè una narrazione storica in un “mito” che offre lo spunto per esortazioni moralistiche.
Si compie in realtà un’operazione ideologica, che viene imposta al bambino, sradicandolo dalla tradizione in cui vive. […] L’oblio della tradizione o la sua trascuratezza ci fa ripartire dal niente, costringendoci a costruzioni ideologiche dettate dal momento.


No al supermercato delle religioni

Gesù Cristo è la stessa verità. Mosè non ha fatto che trasmettere la Legge; altri hanno trasmesso una dottrina religiosa o morale: Gesù Cristo invece non ci procura solo il dono della Verità, ma Egli stesso è questo dono, perché è il Verbo fatto carne. È questa singolarità ed unicità di Cristo che conferisce all’avvenimento che oggi celebriamo [il Natale] un significato assoluto ed universale, per cui, pur essendo un avvenimento accaduto dentro alla storia, ne è il centro e il fine. A causa di ciò che oggi è accaduto, la storia umana è rimasta per sempre divisa in due tempi: prima di Cristo-dopo Cristo. Questa posizione di Cristo fa sì che Egli non possa essere collocato nel “super-mercato delle religioni” dove l’uomo entrando “compra” ciò che meglio risponde alle sue esigenze. La posizione di Cristo nella storia dell’umanità non consente che Egli sia relativizzato; che il cristianesimo sia computato come una fra le altre religioni. Chi relativizza il Cristo, anche se poi ne esalta la persona, in realtà lo ha già abbandonato.
Il principale nemico della nostra fede è l’indifferentismo o relativismo religioso. Esso consiste nel ritenere che tutte le religioni si equivalgono; che in ordine al culto che noi dobbiamo a Dio è indifferente ciò che noi pensiamo di Lui; che in ordine alla nostra appartenenza alla Chiesa non hanno rilevanza le nostre idee in fatto di religione, ma riteniamo forse più rilevanti le nostre idee politiche. Quale è stata la vera guarigione del cieco? La sua fede. Egli ha riconosciuto in Gesù il suo Signore e gli si è prostrato davanti.





Mercoledì, 06 dicembre 2017

Celebrazioni, presepi, concerti. Avvento e Natale nel segno dell’abbraccio con l’Emanuele alla Porziuncola di Assisi, la minuscola chiesa cara a san Francesco – dove è sempre aperta la porta della misericordia – che si trova nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ai piedi della città umbra. Anche quest’anno i Frati minori francescani propongono un programma ricco di iniziative che permetteranno ai fedeli in visita ad Assisi e a Santa Maria degli Angeli, di prepararsi al Natale del Signore, di celebrarlo «con la lode e il ringraziamento affinché possa poi essere declinato, una volta tornati a casa, nella vita di tutti i giorni, nell’incontro con il fratello riconoscendovi il Signore che ancora sceglie di bussare alla porta della vita di ciascuno», spiegano i francescani. E aggiungono: «Il suo desiderio? Nascere in coloro che lo accoglieranno per portarvi pace, amore e vita, nell’unità e nella verità».


L’8 dicembre, per la prima volta, il Museo della Porziuncola apre le porte ad un concerto in occasione della Solennità dell’Immacolata Concezione. Nel corso dei secoli, infatti, il ruolo centrale della Vergine nella vita e nella spiritualità del convento e della Basilica papale di Santa Maria degli Angeli ci viene consegnato da alcune preziose opere conservate al museo. Il tutto ha avuto origine dallo stesso Francesco d'Assisi, che ebbe una singolare comprensione del ruolo della Madonna nella storia della salvezza. Al centro del concerto la magnifica voce del tenore frate Alessandro, le armonie dell’arpa di Maria Chiara Fiorucci e la forza del soprano Elisa Bovi. Verranno proposti brani della tradizione popolare mariana attraverso un ampio arco temporale che va dalla musica medievale passando per quella romantica sino alla contemporanea.


Nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, dal 17 al 23 dicembre, verrà proposto il Settenario in preparazione al Natale. Al mattino della vigilia, domenica 24 dicembre, ci saranno le celebrazioni eucaristiche secondo l’orario solito festivo, mentre nel pomeriggio ci sarà una sola Messa (della Vigilia di Natale) alle ore 17.30. Seguiranno i primi Vespri di Natale con il canto della «Kalenda» e alle 23.30 la Veglia e la Messa nella Notte di Natale, presieduta da padre Giuseppe Renda, custode della Porziuncola.


Per il 25 dicembre, tra le altre celebrazioni, la Messa di Natale delle 11.30 sarà presieduta dal cardinale Agostino Vallini, nominato circa un mese fa legato pontificio delle Basiliche papali di Assisi. Domenica 31 dicembre le celebrazioni, che si terranno secondo l’orario festivo, si concluderanno con i primi Vespri della solennità della Santissima Madre di Dio – con il canto del «Te Deum» di ringraziamento – e la Messa di fine anno con i giovani che, com’è tradizione, accorrono da tutta Italia per trascorrere il Capodanno ad Assisi con i frati della Porziuncola. Il tema di quest’anno è «… nella tua Terra». Presiede padre Graziano Malgeri.


Il nuovo anno si aprirà con le celebrazioni della solennità della Santissima Madre di Dio e la preghiera dei secondi Vespri «in cappella papale» con il canto «del Veni, Creator Spiritus». Il giorno dellìEpifania ci sarà il consueto bacio del Bambino presso la cappella del presepe.


Altri concerti sono in programma in queste settimane. Il 26 dicembre, alle 17, nel chiostro del Convento si terrà «E il Verbo si fece carne», rappresentazione sul Natale con la partecipazione di Elisa Bovi e frate Alessandro. Il 29 dicembre, alle 21, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli è prevista la rassegna corale «Natale in-coro» organizzata dall’Associazione regionale cori dell’Umbria. Il 5 gennaio, alle 17, nella cappella del presepe, si terranno i «Canti natalizi» con Andrea Ceccomori (flauto), Maria Chiara Fiorucci (arpa) e il soprano Elisa Bovi assieme a frate Alessandro. Il 6 gennaio, alle 17, torna «E il Verbo si fece carne». Il 7 gennaio, alle 15.30, nella Basilica si svolgerà il concerto dell’Epifania con il coro “Laudesi Umbri di Spoleto” diretto da padre Matteo Ferraldeschi.


Infine, dall’8 dicembre al 7 gennaio, tutti i pellegrini potranno visitare nei locali del santuario e nel chiostro del convento la classica mostra internazionale di presepi «Un mondo di presepi». Tra le novità della nuova esposizione, l’allestimento permanente del presepe provenzale, nuovo presepe giunto dalla Corea del Sud e un altro realizzato a partire da materiali di recupero.


Info sul sito della Basilica www.porziuncola.org per il programma dettagliato.





Sabato, 02 dicembre 2017

Un presepe per rendere omaggio ai cristiani “martiri” nostri contemporanei che negli ultimi 17 anni hanno perso la vita pur di non rinnegare il Vangelo. È la sacra rappresentazione che viene proposta dai Frati minori francescani conventuali del Sacro Convento di Assisi nel cuore della cittadina umbra. Al centro un Bambinello circondato dai bossoli: 444 in tutto, tanti sono gli uomini e le donne uccisi per motivi religiosi dal 2000 ad oggi secondo i dati dell’agenzia Fides. Così i Frati di Assisi vogliono ricordare i sacerdoti, i religiosi e le religiose, gli operatori pastorali assassinati in odio alla fede che erano impegnati in condizioni precarie e di estrema povertà nelle periferie del mondo.

L’inaugurazione è prevista venerdì 8 dicembre quando si terranno l’accensione e la benedizione dell’albero di Natale e del presepe nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco d’Assisi. La Natività sui 444 bossoli verrà posta sotto l’albero di quindici metri offerto dalla Regione Liguria. Alle 17 è in programma la Messa nella Basilica Inferiore di San Francesco presieduta dal prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Beniamino Stella. Al termine della celebrazione, si svolgerà alle 18.15 la cerimonia di accensione e benedizione introdotta dal custode del Sacro Convento di Assisi, padre Mauro Gambetti, durante la quale verranno consegnati doni ai bambini e alle famiglie più bisognose. Tra i presenti all’evento natalizio preti di “periferia”, missionari, profughi e poveri ospitati dalla Caritas diocesana di Assisi.

Per maggiori informazioni www.sanfrancesco.org.





Sabato, 02 dicembre 2017

Pensano che la disoccupazione a Napoli possa essere «sconfitta andando a diminuire l’età pensionabile, passando da un sistema a ripartizione a uno a capitalizzazione» e che il bullismo vada affrontato con «uno sportello d’ascolto obbligatorio per ogni istituto ». Sono alcune delle conclusioni dei 400 studenti che, da lunedì scorso e fino a ieri, si sono incontrati a Ponticelli, periferia est di Napoli, all’istituto Sannino, provenienti da 23 scuole diverse della città. Di età compresa tra i 15 e i 18 anni, hanno come obiettivo «cambiare il mondo attraverso l’educazione inclusiva, lo sport e l’arte».

Non sono sognatori, seguono una intuizione, nata più di venti anni fa, da Bergoglio quando era ancora arcivescovo in Argentina: le «Scholas occurrentes», (che oggi sono presenti in 190 paesi con una rete di 446.133 scuole) e che sono un luogo dove crescere, con le stesse opportunità, avvicinandosi all’impegno civile e confrontandosi sui piccoli e grandi temi riguardanti la propria città. A Napoli come a Buenos Aires. In pratica, spiega Maria Paz Jurado, coordinatrice mondiale di Scholas, «le problematiche non hanno frontiere. Quindi pur avendo cultura, lingua e formazione diverse, sono tantissime le preoccupazioni in comune ». Perciò il metodo di lavoro proposto può essere standard. Il lavoro, infatti, condiviso dal ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca scientifica, segue lo stesso canovaccio: ogni giorno si inizia con la ricreazione, un momento in cui arte, sport e tecnologia si mescolano, affinché i partecipanti si conoscano tra di loro, prendano confidenza con lo staff e partecipino alla selezione dei temi per realizzare una vera e propria scuola di cittadinanza attiva.

A Napoli si è lavorato su disoccupazione, bullismo e discriminazione. Poi, prosegue la coordinatrice, «i ragazzi si sono divisi in gruppi e hanno interrogato specialisti, trovato informazioni nuove, letto articoli e selezionato cosa manca qui ed ora». Ieri mattina, la giornata conclusiva per presentare le loro proposte al direttore del carcere minorile di Nisida Gianluca Guida, al presidente della fondazione Avog (Associazione volontari Don Guanella) Ciro Froncillo, alla referente dell’ufficio scolastico regionale per la prevenzione del bullismo Marina de Blasio, al referente del Miur Pierluigi Vaglioni, al docente Marco Scancarello, esperto di innovazione digitale e ai tanti docenti presenti.

I ragazzi hanno messo penna su carta le loro proposte: contro il bullismo – hanno detto – oltre allo sportello d’ascolto, sono necessari progetti scolastici ed extrascolastici, per permettere loro di riconoscerlo, e un’ora di educazione civica, da aggiungere al programma dell’offerta formativa. Sulla disoccupazione giovanile hanno proposto l’inserimento di un’ora a settimana, in orario curricolare, di avviamento al lavoro per raggiungere una preparazione più pratica e più adeguata alle richieste del mondo del lavoro. Poi, le modifiche al sistema pensionistico, così come adottato in altri Paesi. Infine, la creazione di gruppi informativi per la conoscenza delle leggi in materia di lavoro tramite i social network perché spesso i giovani non sono a conoscenza di varie opportunità, come ad esempio il progetto “garanzia giovani”. Infine, hanno chiesto una rivalutazione dell’immagine di Napoli e dei giovani: si «emigra – scrivono – con la speranza di trovare più opportunità, ma si sottovaluta il proprio territorio che andrebbe valorizzato in diversi ambiti come il turismo». E dopo Napoli, il progetto Scholas arriva a Palermo, poi, a Milano.





Venerdì, 01 dicembre 2017

Collocare la Natività al centro della storia, come punto di collegamento tra l’antico e il nuovo Testamento. È quanto propone a partire da domenica 3 dicembre, il Presepe biblico di Baggio, quartiere alla periferia ovest di Milano, ospitato in un’area sotto la chiesa parrocchiale di Sant’Apollinare (in piazza Sant’Apollinare). Un Presepe che ha avuto un ispiratore di grande prestigioso: il cardinale Carlo Maria Martini.

Idea nata agli Esercizi spirituali nel 1960

La sua storia inizia nell'agosto del 1960 quando l'allora giovane studioso gesuita, padre Carlo Maria Martini, tiene un corso di Esercizi spirituali nell'eremo di San Salvatore a Erba. Tra i presenti c'è anche un operaio della Borletti, Egidio Negrini, partigiano e cattolico impegnato nel sociale, nel sindacato e nella sua parrocchia, quella di Sant'Apollinare a Baggio, dove tra le molte cose cura la realizzazione annuale del presepe in chiesa. Quell'incontro nell'eremo di San Salvatore darà a Negrini l'idea di allargare lo sguardo sulla Navità, inserendola in un vero e proprio percorso biblico, che proponesse al visitatore i momenti più importanti dell'Antico e del Nuovo Testamento. Ci vorranno tre anni prima che il progetto si concretizzi, con l'inaugurazione, in una cripta sotto la chiesa parrocchiale di 350 metri quadrati, della scena della Natività: un vero e proprio racconto, in parole, musica e movimento, della Notte Santa. Il tutto con materiale di recupero.

Negli anni realizzate 55 scene

Ma il progetto era più ampio e con il passare degli anni alla Natività vennero affiancate decine di scene che rappresentano momenti salienti delle Sacre Scritture, partendo dalla Creazione del mondo e la comparsa di Adamo ed Eva. Nel giro di pochi anni di queste scene ne vennero realizzate ben 55, quasi sempre in movimento e, negli Anni Sessanta e Settanta, anche con la presenza di alcuni animali vivi. La morte nel 1991 di Egidio Negrini rappresentò un momento difficile per il Presepe biblico di Baggio, anche perché nuove norme di sicurezza imponevano interventi strutturali considerevoli.

Chiusura e riapertura

Ci furono così alcuni anni di chiusura, che privò gli abitanti del quartiere e della città di Milano di un appuntamento diventato ormai tradizionale nei giorni di Natale. La svolta nel dicembre 1995 quando il parroco don Lodovico Cerri diede il via libera a un gruppo di parrocchiani volontari di riportare in vita questo Presepe biblico. Tutto venne smontato e ricostruito fedele all'orginale ma a norma come previsto dalle legge sulla sicurezza. Tredici mesi di duro lavoro e il Presepe, anche se non ancora completo nel suo percorso, viene inaugurato nel Natale 1996.

E a sorpresa tra i primi visitatori giunge anche quel gesuita che nel 1960 ispirò Negrini, Carlo Maria Martini che nel 1980 era diventato arcivescovo di Milano. Martini restò sorpreso, ignorando che quest'opera fosse il frutto di quegli Esercizi spirituali. In soli dodici giorni quell'anno ci furono oltre ottomila visitatori nelle ore pomeridiane di apertura. Segnò di fatto la nuova vita del Presepe biblico di Baggio.

Ogni anno una nuova scena

In questi ultimi 22 anni la visita al Presepe biblico è tornato a essere un appuntamento importante per il quartiere di Baggio e per la città. Oltre 65mila i visitatori in questi anni di tutte le età. Un percorso che offre l'occasione per un "ripasso" delle Sacre Scritture. Non è raro vedere genitori e nonni spiegare ai più piccoli l'episodio biblico realizzato nella scena del Presepe. E diversi volontari aiutano i visitatori lungo il percorso, che quest'anno si arrichisce di una nuova scena: la conversione di Saulo (san Paolo) sulla via di Damasco. Un nuovo tassello di questo percorso che ripercorrere la storia dell’uomo dalla Creazione sino alla diaspora degli Apostoli per diffondere il messaggio di Gesù. Un percorso raccontato in 53 scene, la gran parte delle quali con statuine in movimento. Un impegno, quello dei volontari del Presepe biblico, sostenuto dalla passione per il presepe, tanto che i visitatori potranno trovare all’uscita anche dei presepi artigianali costruiti dagli stessi volontari per raccogliere fondi da destinare al mantenimento del presepe stesso.

Quando si può visitare il Presepe?

Il primo appuntamento è per domenica 3 dicembre alle 15 (fino alle 18.30) per la prima delle aperture nelle domeniche di dicembre (stesso orario). Dal 24 dicembre 2017 al 7 gennaio 2018 sarà visitabile tutti i giorni (orario 15-18.30), con la possibilità di visite guidate fuori orario per gruppi o scolaresche (info al 392.4298167). Prevista una apertura straordinaria e in orario serale (dalle 19.30 alle 22.30) mercoledì 13 dicembre in occasione di una iniziativa di quartiere con l’apertura serale dei negozi. Un’opportunità in più per una visita al Presepe biblico che lascia davvero affascinati ogni volta.





Mercoledì, 29 Novembre 2017

La Sala stampa della Santa Sede ha confermato che Giulio Mattietti, aggiunto del direttore generale dell’Istituto per le Opere di religione (Ior), «ha cessato il suo servizio lunedì 27 novembre». Lo ha fatto dopo che l’Ansa aveva scritto che Mattietti è stato «allontanato» dall’incarico due giorni fa, e «scortato» fuori dal Vaticano. Al momento non si conoscono i motivi della decisione che appare «decisamente improvvisa». L’Ansa riferisce inoltre che nei giorni passati ci sarebbe stato un analogo provvedimento a
carico di un dipendente dell’Ior, ma non ci sono conferme in proposito.

La nomina di Mattietti, già stimato funzionario dello stesso Ior, risale a due anni fa: il 24 novembre 2015 papa Francesco si era recato di mattina nella sede dell’Istituto, dove si era intrattenuto con il Consiglio di Sovrintendenza presieduto dal francese Jean-Baptiste de Franssu, per una ventina di minuti, comunicando la nomina del nuovo direttore generale, Gian Franco Mammì, anche lui una scelta interna, che sarebbe stato coadiuvato proprio da Giulio Mattietti, in «attesa della scelta di un nuovo vice direttore».

In realtà, in questi due anni Mattietti ha svolto proprio il ruolo di vice di Mammì in qualità di "Aggiunto al Direttore con funzioni delegate", come si legge anche nel Rapporto Ior 2016, diffuso dall’Istituto lo scorso giugno. Mammì e Mattietti, si leggeva nel Rapporto, costituiscono la Direzione dello Ior che «è responsabile di tutta l’attività operativa dell’Istituto e ne risponde al Consiglio di Sovrintendenza».

Giulio Mattietti ha lavorato per molti anni allo Ior e prima di approdare alla direzione generale era stato responsabile di un settore molto delicato, come quello dell’Information Technology. La sua nomina, in concomitanza con quella di Mammì al posto di Rolando Marranci, era stata interpretata come segno del ritorno a valorizzare le risorse professionali interne all’Istituto, dopo un periodo che aveva visto l’ingresso allo Ior di professionalità esterne.

Dopo le dimissioni intervenute il 1° luglio 2013 di Paolo Cipriani e Massimo Tulli, rispettivamente direttore generale e vice, era diventato direttore ad interim Ernst von Freyberg, all’epoca presidente del Consiglio di Sovrintendenza, mentre come vicedirettore era stato chiamato Rolando Marranci, che aveva lavorato alla Bnl dal 1980 al 2011. Marranci poi era diventato direttore generale il successivo 30 novembre.

La nota dello Ior

«I provvedimenti enfatizzati in questi giorni dai mezzi di comunicazione sono pienamente legittimi e si inquadrano nelle normali e fisiologiche vicende della gestione». Così fa sapere l’Istituto per le Opere di Religione (Ior), in una stringata nota pubblicata sul suo sito internet, in merito all’allontanamento dal suo incarico del direttore generale aggiunto Giulio Mattietti. «La mancata divulgazione degli stessi» provvedimenti «da parte dell’Istituto», si legge ancora, «ha inteso unicamente tutelare gli interessati» e «molti dei dettagli pubblicati sulla stampa sono non corretti e lo Ior prende le distanze da tali affermazioni». La nota si conclude ribadendo che «il percorso di rinnovamento intrapreso dall’Istituto prosegue regolarmente e senza esitazioni sotto la guida degli organi di governance e la supervisione delle autorità preposte».





Mercoledì, 29 Novembre 2017

Sarà presto disponibile un calendario dell’Avvento tutto online che è stato presentato dal primate d’Irlanda, l’arcivescovo di Armagh (che si trova nell’Irlanda del Nord-Ulster) Eamon Martin, a pochi giorni dall’inizio del tempo forte che porta al Natale. Ogni giorno si potrà «aprire una porta virtuale» e si troveranno indicazioni e suggerimenti per la preghiera e la riflessione che aiuteranno a «mettere Cristo al centro» in queste settimane. Un’attenzione particolare sarà rivolta alla famiglia, nel contesto dell’Incontro mondiale delle famiglie che sarà ospitato in Irlanda il prossimo agosto.


Il calendario sarà disponibile da domenica 3 dicembre sul sito dei vescovi irlandesi e su quello dell’Incontro mondiale (www.catholicbishops.ie e www.worldmeeting2018.ie). Non ci si prepara «in un attimo, ma occorre del tempo e così ogni giorno dell’Avvento è un tempo che ci consente di camminare e riflettere sulla gioia del Vangelo. Il nostro calendario online è una risorsa utile in questo viaggio», ha dichiarato l’arcivescovo Eamon Martin alla presentazione. E ha osservato che l’Avvento è «un tempo di attesa, di conversione e di speranza». In particolare il cammino verso il Natale sarà anche l’occasione per «riflettere sui doni delle nostre famiglie e che cosa ci offrono nelle parrocchie, scuole e nella società». Sempre nella presentazione l’arcivescovo irlandese che siede sulla cattedra di san Patrizio ha indicato una novità: «Ho accolto con particolare interesse l’inserimento nel calendario dell'Avvento della recente Esortazione apostolica Amoris laetitia. Chiedo a ciascuno di ripartire dal valore della famiglia e di riscoprirne i tesori di questo patrimonio in questo periodo liturgicamente forte».






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