sabato, 23 giugno 2018
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Venerdì, 22 Giugno 2018

Si è svolta oggi presso il Tribunale della Città del Vaticano la prima udienza del processo che vede imputato monsignor Carlo Alberto Capella, già consigliere presso la nunziatura apostolica di Washington, posto in arresto lo scorso 7 aprile dopo un mandato di cattura emesso dallo stesso Tribunale vaticano su proposta del promotore di Giustizia.

Capella, 50 anni, ordinato sacerdote nel 1993 nell’arcidiocesi di Milano, in servizio presso la sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato prima di approdare alla nunziatura apostolica negli Usa, è accusato di detenzione e scambio di materiale pedopornografico, con l’aggravante dell’ingente quantità. Il sacerdote, come aveva fatto già nella fase istruttoria, ha ammesso di aver compiuto «atti compulsivi di consultazione impropria di Internet» motivandoli con uno stato di profonda prostazione personale a causa del suo trasferimento da Roma a Washington. «Ho sbagliato a sottovalutare la crisi che stavo attraversando» ha detto.

L’udienza nel pomeriggio è durata due ore e mezzo e oltre all’imputato sono stati ascoltati due testimoni: un ingegnere informatico della Gendarmeria vaticana e il medico psichiatra che ha in cura il sacerdote, interrogato sia dal promotore di giustizia che dal suo avvocato di fiducia, Roberto Borgogno.

Il presidente del tribunale Giuseppe Dalla Torre ha convocato la nuova udienza per domani, quando potrebbe già arrivare la sentenza.





Venerdì, 22 Giugno 2018

Un pastore che ha saputo costruire sulla roccia e non sulla sabbia. Così l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, suo terzo successore, ha ricordato ieri durante la Messa al Santuario della Consolata il cardinale Anastasio Alberto Ballestrero nel ventesimo anniversario della morte (Bocca di Magra, 21 giugno 1998). Il porporato ha saputo vivere, ha detto Nosiglia, «una sapienza del cuore maturata e costruita dentro un carattere impetuoso e un’intelligenza vivissima. Una sapienza che gli ha permesso di guidare la Chiesa in Italia come presidente della Cei e le diocesi di Bari e di Torino affrontando con coraggio e vigore i nodi anche più intricati che si creavano quando prevalevano idee o posizioni contrapposte, non sempre verificate, e vissuta con la dovuta umiltà alla luce della fede». Nosiglia ha sottolineato l’affetto di tanti, clero e laici, che anche oggi ricordano il suo ministero di padre nella Chiesa torinese e ovunque in Italia. E ha aggiunto il suo ricordo personale legato al Convegno ecclesiale nazionale di Loreto nel 1985 dove le parole del cardinale «furono un capolavoro di saggezza e di equilibrio, un momento di pacificazione che senza rinnegare una o l’altra posizione riuscirono a riportare serenità e fiducia in tutti». È a buon punto anche il processo di beatificazione del porporato che apparteneva all’Ordine dei Carmelitani Scalzi. «La parte più impegnativa è terminata – dice don Giuseppe Tuninetti, il prete torinese che è giudice del tribunale diocesano –. Ora aspettiamo che concludano il lavoro i periti storici e i censori teologi». Sono stati ascoltati 93 testimoni oculari tra il 2014 e il 2016. Sono state sentite le monache di clausura che lo hanno avuto per confessore o predicatore, a Firenze come a Siracusa, a Milano come a Cagliari. A Bari, per la grande quantità di materiale e di persone, si è lavorato per rogatoria. Il Tribunale ha anche sentito un confratello di Ballestrero ancora vivente a Praga, nel convento del Bambino Gesù a Malà Strana. (M.Bon.)

Padre Giuseppe Caviglia, suo segretario per 25 anni, se n’è andato a gennaio dello scorso anno, ma con la certezza di aver compiuto anche l’ultimo lavoro: infatti la causa di beatificazione del suo confratello il carmelitano Anastasio Alberto Ballestrero era stata avviata solennemente il 2 ottobre 2014. A vent’anni dalla morte la figura del cardinale che fu arcivescovo di Bari (1973-1977) e di Torino (1977-1989) emerge con forza ed è sempre ricordata con grande stima e affetto. Fu lui a volere la grande ostensione della Sindone nel 1978: tre milioni di persone coinvolte in un pellegrinaggio popolare di preghiera, di penitenza e di contemplazione verso quel “Volto” che richiama la Passione del Cristo ma anche rilancia la domanda sulla sofferenza degli uomini di ogni tempo. E Ballestrero con la Sindone prese intera la sua “croce” quando si trattò di gestire le ricerche sulla datazione col Carbonio 14.

Ancora oggi i risultati di quelle ricerche, e il metodo con cui furono condotte, sono molto discussi e tutt’altro che acquisiti. Di Ballestrero rimane attuale l’ispirazione che egli seppe dare non solo al suo episcopato ma all’intera vita sacerdotale e religiosa: quella di un primato di Dio che significava, molto concretamente, non fondare su forze e circostanze umane il cammino della Chiesa, ma andare in cerca ogni volta del «coraggio della fede», anche a costo di trovarsi soli, controcorrente, criticati. Al primato di Dio il cardinale seppe unire sempre una conoscenza profonda, disincantata e però rispettosa del mondo.

A oltre 35 anni di distanza stupisce ancora l’attualità di un documento come La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, firmato dal Consiglio permanente della Cei nel pieno della presidenza Ballestrero (ottobre 1981). Vi si legge: «La crisi in corso non si risolverà a brevi scadenze né possiamo attendere soluzioni miracolistiche. Conosceremo ancora per molto tempo le contraddizioni di carattere socio-economico, le minacce della violenza e del terrorismo, la precarietà delle strutture pubbliche, la fatica di costruire l’Europa, i rischi per la pace internazionale, il dramma della fame nel mondo».

Nato a Genova il 3 ottobre 1913, entrò nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi e nel 1936 venne ordinato sacerdote. Dal 1955 al 1967 è stato alla guida dei carmelitani scalzi di tutto il mondo come preposito generale. Nominato arcivescovo di Bari, ricevette la consacrazione episcopale il 2 febbraio 1974 e l’anno successivo predicò gli Esercizi spirituali a Paolo VI e alla Curia Romana. Il 1º agosto 1977 fu chiamato a succedere al cardinale Michele Pellegrino e divenne arcivescovo di Torino. Giovanni Paolo II lo creò cardinale nel 1979. E dallo stesso anno al 1985 è stato presidente della Cei.

Morì il 21 giugno 1998 a Bocca di Magra, in Liguria, nella casa di spiritualità carmelitana dove si era ritirato. Aveva 84 anni. È sepolto nell’eremo carmelitano del Deserto di Varazze. Il ricordo di molti è legato al Convegno ecclesiale nazionale di Loreto nel 1985 (il secondo promosso dalla Cei), quando Ballestrero, insieme con il cardinale Carlo Maria Martini, seppe ribaltare il clima di confronto aspro tra le varie anime della Chiesa italiana rilanciando con forza il valore della riconciliazione. Come presidente della Cei il porporato si trovò anche a gestire una situazione completamente nuova: quella di un vescovo di Roma e primate d’Italia che, per la prima volta da 450 anni, non era italiano, il Papa polacco Karol Wojtyla. Ma la figura del cardinale va anche oltre: è l’uomo che partecipò a tutti i lavori – nella veste di superiore generale dei carmelitani – del Concilio Vaticano II, dalla sessione antepreparatoria alla conclusione dell’8 dicembre 1965.

Lui stesso ricordava come intervenne, all’ultimo minuto, sulla Costituzione pastorale dedicata al mondo contemporaneo, che il 7 dicembre doveva ancora essere approvata. Ballestrero fece invertire le prime parole, che danno il titolo al documento: non Angor et luctus, come risultava fino ad allora nella bozza, ma appunto Gaudium et spes.





Giovedì, 21 Giugno 2018

"È difficile perdonare, portiamo sempre dentro un po’ di rammarico, di astio, e quando siamo provocati da chi abbiamo già perdonato, il rancore ritorna con gli interessi". Lo ha ammesso il Papa, che nell'omelia della Messa al Palaexpo di Ginevra spiegando che "il Signore pretende come dono il nostro perdono", "la clausola vincolante del Padre Nostro".

"Dio ci libera il cuore da ogni peccato, perdona tutto, tutto, ma una cosa chiede: che non ci stanchiamo di perdonare a nostra volta", ha ribadito Francesco: "Vuole da ciascuno un'amnistia generale delle colpe altrui. Bisognerebbe fare una bella radiografia del cuore, per vedere se dentro di noi ci sono blocchi, ostacoli al perdono, pietre da rimuovere. E allora dire al Padre: ‘Vedi questo macigno, lo affido a te e ti prego per questa persona, per questa situazione; anche se fatico a perdonare, ti chiedo la forza per farlo’".

"Ciascuno di noi rinasce creatura nuova quando, perdonato dal Padre, ama i fratelli", ha garantito il Papa citando il caso di Pietro, perdonato da Gesù, e di Saulo, che "diventò Paolo dopo il perdono ricevuto da Stefano". "Solo allora immettiamo nel mondo novità vere, perché non c’è novità più grande del perdono, che cambia il male in bene", ha proseguito Francesco citando la storia cristiana: "Perdonarci tra noi, riscoprirci fratelli dopo secoli di controversie e lacerazioni, quanto bene ci ha fatto e continua a farci!". "Non arroccarci con animo indurito, pretendendo sempre dagli altri, ma fare il primo passo, nella preghiera, nell’incontro fraterno, nella carità concreta", l’invito finale: "Così saremo più simili al Padre, che ama senza tornaconto. Ed egli riverserà su di noi lo Spirito di unità".

Nella Messa al Palaexpo, «Guai a chi specula sul pane»

"Guai a chi specula sul pane! Il cibo di base per la vita quotidiana dei popoli dev'essere accessibile a tutti". A levare il grido è stato il Papa, durante l’omelia della Messa al Palaexpo di Ginevra, dove ha spiegato che "chiedere il pane quotidiano è dire anche: ‘Padre, aiutami a fare una vita più semplice’". "La vita è diventata tanto complicata, per molti è come drogata", l’allarme di Francesco: "Si corre dal mattino alla sera, tra mille chiamate e messaggi, incapaci di fermarsi davanti ai volti, immersi in una complessità che rende fragili e in una velocità che fomenta l’ansia". In questo contesto, per il Papa, "s’impone una scelta di vita sobria, libera dalle zavorre superflue. Una scelta controcorrente, come fece a suo tempo san Luigi Gonzaga, che oggi ricordiamo. La scelta di rinunciare a tante cose che riempiono la vita ma svuotano il cuore".

"Scegliamo la semplicità del pane per ritrovare il coraggio del silenzio e della preghiera, lievito di una vita veramente umana", la ricetta di Francesco: "Scegliamo le persone rispetto alle cose, perché fermentino relazioni personali, non virtuali. Torniamo ad amare la fragranza genuina di quel che ci circonda. Quando ero piccolo, a casa, se il pane cadeva dalla tavola, ci insegnavano a raccoglierlo subito e a baciarlo. Apprezzare ciò che di semplice abbiamo ogni giorno, custodirlo: non usare e gettare, ma apprezzare e custodire". Il "Pane quotidiano" è Gesù, ha ricordato infine il Papa: "Senza di lui non possiamo fare nulla. È lui l’alimento base per vivere bene". "A volte, però, Gesù lo riduciamo a un contorno", il monito: "Ma se non è il nostro cibo di vita, il centro delle giornate, il respiro della quotidianità, tutto è vano. Domandando il pane chiediamo al Padre e diciamo a noi stessi ogni giorno: semplicità di vita, cura di quel che ci circonda, Gesù in tutto e prima di tutto".

«Lasciamoci provocare dalle sfide del mondo»

«Chiediamoci allora: che cosa possiamo fare insieme? Se un servizio è possibile, perché non progettarlo e compierlo insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della carità concreta?». Dopo la visita e il pranzo all’Istituto Ecumenico Bossey, centro internazionale di dialogo e formazione del Consiglio mondiale delle Chiese immerso nel verde della campagna tra Versoix e Nyon a venticinque chilometri da Ginevra, papa Francesco ha partecipato nel pomeriggio all'incontro ecumenico nella Visser’t Hooft del Centro ecumenico ginevrino. Alle parole del segretario generale del Consiglio, Olav Fykse Tveit e a quelle della teologa anglicana Agnes Aubom, la riflessione del Papa si è soffermata sul motto scelto per questa giornata: «Camminare-Pregare-Lavorare insieme», che, come ha affermato Tveit nel corso della conferenza stampa tenuta a Bossey, riportando la conversazione privata avuta con il Papa a pranzo, è da considerarsi «la trinità ecumenica che porta all’unità».

IL TESTO INTEGRALE

Camminare per papa Francesco ha «un duplice movimento: in entrata e in uscita»: in entrata verso Cristo e in uscita verso i fratelli «per portare insieme la grazia risanante del Vangelo all’umanità sofferente».

Pregare vuol dire anche che quando «diciamo “Padre nostro” risuona dentro di noi la nostra figliolanza, ma anche il nostro essere fratelli. La preghiera – ha poi ribadito – è l’ossigeno dell’ecumenismo. Senza preghiera la comunione diventa asfittica e non avanza».

Lavorare insieme è ciò che rende «la credibilità del Vangelo» perché la credibilità è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tragico aumento di un’esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti ed ha elencato la fattiva collaborazione instaurata in cinque decenni con la Chiesa cattolica in una società in cui «i deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi» .

«Sentiamoci interpellati – ha detto il Papa – dal pianto di coloro che soffrono, e proviamo compassione». Soprattutto «incoraggiamoci a superare la tentazione di assolutizzare determinati paradigmi culturali e di farci assorbire da interessi di parte. Non possiamo disinteressarci, «e c’è da inquietarsi – ha sottolineato il Papa – quando alcuni cristiani si mostrano indifferenti nei confronti di chi è disagiato». «Ancora più triste» poi «è la convinzione di quanti ritengono i propri benefici puri segni di predilezione divina, anziché chiamata a servire responsabilmente la famiglia umana e a custodire il creato». Perché è sull’amore per il prossimo, «per ogni prossimo, il Signore, Buon Samaritano dell’umanità (cfr Lc 10,29-37) che ci interpellerà».

«Riscoprire la missione è la nuova indispensabile frontiera dell’ecumenismo»


Nel suo secondo discorso a Ginevra, davanti ai membri del Consiglio ecumenico delle Chiese, papa Francesco ha così insistito sulla missione e sulla testimonianza comune al Vangelo che i cristiani possono e debbono dare nel nostro tempo. Venuto qui a celebrare il 70° anniversario dell’istituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese, ha ringraziato i primi ecumenisti che, «spinti dall'accorato desiderio di Gesù, non si sono lasciati imbrigliare dagli intricati nodi delle controversie, ma hanno trovato l’audacia di guardare oltre e di credere nell'unità, superando gli steccati dei sospetti e della paura». Persone – ha detto – che «con l’inerme forza del Vangelo, hanno avuto il coraggio di invertire la direzione della storia, quella storia che ci aveva portato a diffidare gli uni degli altri e ad estraniarci reciprocamente, assecondando la diabolica spirale di continue frammentazioni». E se il Consiglio delle Chiese «è nato come strumento di quel movimento ecumenico suscitato da un forte appello alla missione» papa Francesco ha posto l’attenzione proprio su questo punto: «Come possono i cristiani evangelizzare se sono divisi tra loro? Questo urgente interrogativo indirizza ancora il nostro cammino e traduce la preghiera del Signore ad essere uniti “perché il mondo creda”». Il Papa ha espresso a questo proposito una preoccupazione, derivante «dall'impressione che ecumenismo e missione non siano più così strettamente legati come in origine».

«Eppure – sottolinea Bergoglio - il mandato missionario, che è più della diakonia e della promozione dello sviluppo umano, non può essere dimenticato né svuotato. Ne va della nostra identità. L’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini è connaturato al nostro essere cristiani. Certamente, il modo in cui esercitare la missione varia a seconda dei tempi e dei luoghi e, di fronte alla tentazione, purtroppo ricorrente, di imporsi seguendo logiche mondane, occorre ricordare che la Chiesa di Cristo cresce per attrazione» ha ripetuto mutuando quanto già espresso da Benedetto XVI.
«Ma in che cosa consiste questa forza di attrazione? – si è chiesto il Papa – Non certo nelle nostre idee, strategie o programmi: a Gesù Cristo non si crede mediante una raccolta di consensi e il popolo di Dio non è riducibile al rango di una organizzazione non governativa. No, la forza di attrazione sta tutta in quel sublime dono che conquistò l’apostolo Paolo: “Conoscere [Cristo], la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze”».

Francesco ha invitato dunque a non ridurre «questo tesoro al valore di un umanesimo puramente immanente, adattabile alle mode del momento. E saremmo cattivi custodi se volessimo solo preservarlo, sotterrandolo per paura di essere provocati dalle sfide del mondo». Due atteggiamenti diversi ma ugualmente deleteri per Francesco che fotografano altrettanti approcci oggi riscontrabili nel mondo cristiano: l’adattamento al mondo, o la paura del mondo che fa rinchiudere in un fortino sentendosi assediati.

«Ciò di cui abbiamo veramente bisogno – ha sottolineato il Papa - è un nuovo slancio evangelizzatore. Siamo chiamati a essere un popolo che vive e condivide la gioia del Vangelo, che loda il Signore e serve i fratelli, con l’animo che arde dal desiderio di dischiudere orizzonti di bontà e di bellezza inauditi a chi non ha ancora avuto la grazia di conoscere veramente Gesù. Sono convinto che, se aumenterà la spinta missionaria, aumenterà anche l’unità fra noi». Riscoprire la missione è dunque la nuova indispensabile frontiera dell’ecumenismo: «L’evangelizzazione segnerà la fioritura di una nuova primavera ecumenica».

«Le distanze non siano scuse, serviamo insieme il mondo»

«Camminare insieme per noi cristiani non è una strategia per far maggiormente valere il nostro peso, ma un atto di obbedienza nei riguardi del Signore e di amore nei confronti del mondo». Nella sede del Consiglio ecumenico delle Chiese (World Council of Churches, WCC) di Ginevra papa Francesco approfondisce ciò che è essenziale nel cammino ecumenico, in un luogo che è il segno di un impegno ormai storico della comunione delle oltre trecento denominazioni cristiane che insieme collaborano sulle grandi sfide che attraversano l’umanità, dalle situazioni di conflitto alle emergenze umanitarie e lavorano per il Vangelo nel mondo, la giustizia e la pace e con cui la Chiesa cattolica opera da cinquant’anni.

«Camminare, pregare e lavorare insieme» è il motto comune scelto per questo breve ma intenso ventitreesimo viaggio papale all’estero nel segno dell’ecumenismo e che intende dare un nuovo impulso all’azione comune dei credenti in Cristo. Nel quartiere immerso nel verde a due passi dall’aeroporto e dal Palexpo, nella cappella del Consiglio ecumenico delle Chiese, Francesco ha recitato la «preghiera di pentimento» ed ha ascoltato la lettura di un brano della Lettera ai Galati di san Paolo. Ed è proprio dalla lettera dell’Apostolo Paolo ai Galati, che «sperimentavano travagli e lotte interne e si affrontavano accusandosi vicenda», che Francesco prende la parola per una puntuale meditazione indicando cosa volesse dire per l’Apostolo delle genti «camminare insieme secondo lo Spirito». «Camminare secondo lo Spirito è rigettare la mondanità – afferma Francesco –. È scegliere la logica del servizio e progredire nel perdono. È calarsi nella storia col passo di Dio: non col passo rimbombante della prevaricazione, ma con quello cadenzato da «un solo precetto: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”».

«Siamo chiamati, insieme, a camminare così – ribadisce il Papa – la strada perciò passa per una continua conversione, per il «rinnovamento della nostra mentalità perché si adegui a quella dello Spirito Santo». È questa – per papa Francesco – la via da seguire anche per il cammino ecumenico, passando attraverso una «continua conversione». L’ecumenismo potrà progredire solo se, camminando sotto la guida dello Spirito, rifiuterà ogni ripiegamento autoreferenziale.

Francesco ha fatto osservare che nel corso della storia, «le divisioni tra cristiani sono spesso avvenute perché alla radice, nella vita delle comunità, si è infiltrata una mentalità mondana», perché prima sono venuti i proprio i propri interessi: «Prima si alimentavano gli interessi propri, poi quelli di Gesù Cristo»: «Stare insieme agli altri, camminare insieme, ma con l’intento di soddisfare qualche interesse di parte. Questa non è la logica dell’Apostolo, è quella di Giuda, che camminava insieme a Gesù ma per i suoi affari».

In queste situazioni «il nemico di Dio e dell’uomo – ha aggiunto il Papa riferendosi al demonio – ha avuto gioco facile nel separarci, perché la direzione che inseguivamo era quella della carne, non quella dello Spirito. Persino alcuni tentativi del passato di porre fine a tali divisioni sono miseramente falliti, perché ispirati principalmente a logiche mondane». Camminare secondo lo Spirito, significa perciò scegliere «con santa ostinazione la via del Vangelo» e «rifiutare le scorciatoie del mondo».

Per progredire nel cammino ecumenico bisogna quindi per papa Francesco «lavorare in perdita», non pensando a tutelare soltanto «gli interessi delle proprie comunità, spesso saldamente legati ad appartenenze etniche o a orientamenti consolidati, siano essi maggiormente “conservatori” o “progressisti”». Bisogna «scegliere di essere del Signore prima che di destra o di sinistra, scegliere in nome del Vangelo il fratello anziché sé stessi significa spesso, agli occhi del mondo, lavorare in perdita. L’ecumenismo è “una grande impresa in perdita”. Ma si tratta di perdita evangelica».

«Il Signore ci chiede unità; il mondo, dilaniato da troppe divisioni che colpiscono soprattutto i più deboli, invoca unità». La meta è l’unità, «la strada contraria, quella della divisione, porta a guerre e distruzioni», oltre che danneggiare «la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura» ha detto con chiarezza il Papa. Ma ha pure voluto sottolineare che «camminare insieme per noi cristiani non è una strategia per far maggiormente valere il nostro peso, ma un atto di obbedienza nei riguardi del Signore e di amore nei confronti del mondo». E «le distanze che esistono non siano scuse - ha ribadito - perché «è possibile già ora camminare secondo lo Spirito: pregare, evangelizzare, servire insieme, questo è possibile e gradito a Dio!».

IL TESTO INTEGRALE

L'arrivo e i saluti

Il viaggio ecumenico di papa Francesco a Ginevra è cominciato alle 10.05 con l'atterraggio del volo Alitalia AZ4000 all'aeroporto di Ginevra-Cointrin. È «un viaggio verso l'unità» ha detto il Papa parlando ai giornalisti sul volo. «Desideri di unità», ha ripetuto facendo riferimento al cammino ecumenico al centro di questo suo viaggio. «Grazie per il vostro lavoro, per tutto quello che farete per il successo del viaggio» ha aggiunto rivolto ai giornalisti.

Dopo la presentazione delle rispettive delegazioni e l'esecuzione degli inni nazionali con la resa degli onori militari, il Pontefice ha salutato il presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche svizzere Gottfried Locher, prima di trasferirsi al Pavillon Vip dell'aeroporto per l'incontro privato con il presidente della Confederazione svizzera Alain Berset, come avviene all'inizio di ogni viaggio internazionale.


IL PROGRAMMA DELLA VISITA A GINEVRA





Giovedì, 21 Giugno 2018

La scelta mirata del Papa di recarsi oggi a Ginevra, centro pulsante della governance globale e della diplomazia multilaterale del mondo, senza mettere piede in alcuna delle agenzie internazionali che lì hanno sede e scegliere invece la sola sede di un organismo che riunisce più di trecento Chiese cristiane di oltre 110 Paesi, il World Council of Churches, impone certamente una riflessione sulla singolare rilevanza di questo che è a tutti gli effetti un pellegrinaggio ecumenico.

«La visita di papa Francesco giunge in un momento in cui forze molto potenti cercano di dividere e polarizzare la famiglia umana», ha affermato alla vigilia di questa visita il pastore luterano Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese. Alcune di queste forze provocatrici hanno alla base conflitti di interessi, altre vengono persino alimentate dalla pretesa di una giustificazione religiosa. Perciò è tanto più importante, come ha ancora evidenziato Tveit, «porre segni di speranza che riconoscano in ogni essere umano l’immagine di Dio, e offrire a tutti la certezza di essere coinvolti nei processi che promuovono la giustizia e la pace. La visita di papa Francesco mostra quanto i cristiani abbiano in comune e quanto possano ancora fare insieme al fine dell’unità, lavorando per la dignità umana, per un mondo migliore».

Un’affermazione che trova consonanza con quanto espresso dal Papa qualche giorno fa in un’omelia a Santa Marta nella quale parlando del nostro vivere in «un mondo di schiavi» osservava che non «sono solo i cristiani a essere perseguitati ma tutti gli uomini e le donne tramite le colonizzazioni culturali, le guerre, la fame, che distruggono fisicamente e nella dignità». Perseguitati perché si è «immagine di Dio, perché il padre di ogni persecuzione non tollera che siamo immagine e somiglianza di Dio. E divide, attacca gli uomini per distrugge quell’immagine». Francesco riconosceva poi che «non è facile da capire questo», e che «ci vuole tanta preghiera per capirlo».

Un viaggio al cuore dell’ecumene non può avvenire a prescindere da questa profonda consapevolezza. Così come essere coscienti che in un mondo talmente lacerato, dove l’immagine di Dio in ogni uomo è dileggiata, dilaniata, fa ancora più male lo scandalo della divisione dei cristiani, che ferisce il corpo di Cristo e che anche di fronte al mondo non possiamo permetterci. L’evento di oggi fa comprendere che testimoniare insieme l’amore di Dio per tutti gli uomini, perché il mondo creda, è la sola strada che riconduce a Cristo, ed è la strada dell’unità.

Qui si coglie anche il perché di quello che in questi anni è diventato il leitmotiv inscritto nel servizio petrino del Vescovo di Roma, e che è stato scelto anche quale motto comune di questa visita del Papa: «Camminare insieme, pregare insieme, lavorare insieme». «Lo scandalo va superato facendo le cose insieme con gesti di unità e di fratellanza – ribadì papa Francesco nell’intervista ad Avvenire dopo il viaggio ecumenico a Lund, in Svezia –. In questo momento storico l’unità si fa su tre strade: camminare insieme con le opere di carità, pregare insieme, e poi riconoscere la confessione comune così come si esprime nel comune martirio ricevuto nel nome di Cristo, nell’ecumenismo del sangue. E queste sono tutte espressioni di unità visibile. Pregare insieme è visibile. Compiere opere di carità insieme è visibile. Il martirio condiviso nel nome di Cristo è visibile».

Il cammino ecumenico è un cammino di conversione di ciascuna Chiesa, per le singole Chiese verso l’essenziale della fede, un cammino di purificazione dalle proprie incrostazioni, di approfondimento e quindi di risalita alle sorgenti, al Vangelo. E se per il Papa, seguendo l’Unitatis redintegratio, l’ecumenismo è un «processo spirituale, che si realizza nell’obbedienza fedele al Padre, nel compimento della volontà di Cristo e sotto la guida dello Spirito», come ha più volte affermato, le differenze che finora rimangono non possono costituire ostacolo al comune servizio agli uomini e al mondo. Progredire in questo essenziale è l’insegnamento del Papa, ed è la salvezza non solo della Chiesa cattolica e di tutte le Chiese cristiane ma per l’uomo e la donna in quanto tali.





Giovedì, 21 Giugno 2018

Un unico focus, una finalità ecumenica. Per un giorno papa Francesco si trasferisce da Roma a Ginevra come pellegrino per incontrare, in occasione del suo 70° anniversario, il Consiglio ecumenico delle Chiese ( World Council of Churches - Wcc), organismo che riunisce più di trecento Chiese cristiane di oltre 110 Paesi, del quale la Chiesa cattolica non è membro ma con cui collabora e opera strettamente fin dal 1965. Un pellegrinaggio che il Papa invita i fedeli a seguire «con la preghiera» come ha chiesto ieri all’udienza generale. Nella “Città della pace”, centro della governance globale e patria del riformatore Calvino, il Papa ha scelto infatti di non fare tappa in alcuna delle agenzie internazionali che a Ginevra hanno sede, ma dedicare esclusivamente l’attenzione all’incontro ecumenico.

Francesco giunge alla chiusura dei lavori del comitato centrale, il più alto organo decisionale del Consiglio ecumenico di Ginevra proprio mentre il Centro è pieno di rappresentanti delle Chiese membri e dei partner ecumenici che rappresentano tutte le dimensioni del movimento ecumenico a livello mondiale. «Il pellegrinaggio di papa Francesco al Centro ginevrino esprime il suo desiderio di essere personalmente associato nel celebrare l’anniversario a nome dell’intera comunità della Chiesa cattolica – ha detto il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani –. Un gesto ecumenico di grande significato nel contesto storico che stiamo attraversando, che mostra i passi compiuti dalla promulgazione del Decreto sull’ecumenismo, Unitatis Redintegratio, e che vuole evidenziare la continua disponibilità della Chiesa cattolica non solo a promuovere buoni rapporti ma a progredire nel cammino con le Chiese membri del Consiglio ecumenico continuando a servire insieme il mondo e alle sfide dell’umanità del nostro tempo».

Un pellegrinaggio per riflettere dunque non solo sui passi compiuti ma per indicare come guardare avanti nel progredire verso l’unità portando le Chiese più vicine l’una all’altra, «come fossimo già uno», camminando, pregando e lavorando insieme, che è la strada dell’unita. Nel 2015, in occasione del 50° anniversario del gruppo di lavoro congiunto tra la la Chiesa cattolica e il World Council of Chuches celebrato a Roma, il Papa aveva già incoraggiato nel suo messaggio la Chiesa cattolica e il Consiglio ecumenico a promuovere modi in cui i cristiani possano svolgere insieme la missione, testimoniare insieme la comunione reale, sebbene imperfetta, alla quale partecipano tutti i battezzati. «In questi anni papa Francesco ci ha insegnato che noi cattolici con gli altri cristiani non dobbiamo continuare ad usare le nostre differenze per rimanere separati e per non collaborare. Questo è molto importante.

Ed è un insegnamento che dovrebbe essere ben recepito nella vita cattolica», come ha affermato ad Avvenire Brian Farrell, dal 2002 segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e che è oggi con Francesco a Ginevra. Il Papa partecipa in mattinata al primo dei due incontri interconfessionali con una personale meditazione nella cappella presso la sede del Consiglio ecumenico delle Chiese.

Ad accoglierlo il segretario generale del Wcc, il norvegese luterano Olav Fykse Tveit, la moderatrice Agnes Aubom, teologa anglicana originaria del Kenya e i due vice-moderatori, il metropolita Gennadios di Sassima del patriarcato ecumenico di Costantinopoli e la vescova metodista statunitense Mary Ann Swenson. Dopo il pranzo con la leadership nel prestigioso Ecumenical Institute di Bossey Francesco è atteso alla sede del Centro per il suo discorso ai membri del Consiglio ecumenico. Prima del rientro serale Roma, la Messa con i cattolici elvetici al Palexpo di Ginevra.





Mercoledì, 20 Giugno 2018

Che futuro ha un Paese che rivede ogni anno al ribasso la sua natalità (come riportano i dati Istat)? Che, rispetto agli altri Paesi avanzati, espone i minori che vivono in famiglie numerose a uno dei rischi più alti di povertà materiale ed educativa (come ci ricorda Save the Children)? Che meno riesce a dotare le nuove generazioni di formazione e competenze adeguate per vincere le sfide di questo secolo (come rivelano le ricerche Ocse)? Che con più difficoltà include i giovani nel mondo del lavoro (come indicano le statistiche dell’Eurostat)? Che relega maggiormente i nuovi entranti in lavori a bassa tutela e basso salario (come confermano gli studi di Bankitalia)? Fare in modo che i progetti di vita delle nuove generazioni siano solidi e trovino pieno successo nella loro realizzazione dovrebbe essere una delle preoccupazioni principali di un Paese interessato a mettere basi solide per il proprio futuro.

Al contrario, far scadere le scelte di lavoro, di autonomia e di formazione di una famiglia delle nuove generazioni porta progressivamente tutta la società e l’economia a implodere. Il rischio per i giovani di perdersi – non solo nel passaggio dalla scuola al lavoro ma, più in generale, nella transizione piena alla vita adulta – è ancor più alto oggi che in passato. La maggior complessità delle società moderne avanzate, la rapidità dei cambiamenti, l’accentuata specializzazione di saperi e competenze, l’elevata competitività internazionale, la crescente pervasività dell’innovazione tecnologica, rendono infatti più difficile orientarsi nelle scelte formative, più instabile il percorso professionale, più incerta la realizzazione dei propri obiettivi di vita.

L’incertezza che grava sul futuro dei giovani italiani è, inoltre, accentuata da una delle peggiori combinazioni in Europa delle seguenti tre 'i': invecchiamento demografico, indebitamento pubblico e instabilità politica. La crisi economica ha peggiorato questo quadro, in modo particolare per le nuove generazioni, frenando ancor più i loro progetti. Ma forte è il timore che le condizioni continuino a essere penalizzanti anche dopo la crisi, facendo scivolare il Paese in un percorso di bassa crescita. Non a caso, nell’impoverimento generale delle scelte professionali e di vita dei giovani italiani, la decisione cresciuta maggiormente nell’ultimo decennio è stata quella di cercare migliori opportunità altrove. La percezione di vivere in un contesto che non incentiva a dare il meglio delle proprie capacità e offre meno possibilità di valorizzazione rispetto ai coetanei degli altri Paesi europei si è molto consolidata negli ultimi anni.

Secondo i dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo, oltre tre giovani su quattro concordano con l’affermazione che, a parità di formazione, le opportunità di lavoro e realizzazione siano maggiori oltre confine (contro meno del 10% dei coetanei tedeschi). Più in generale, il ritratto che ne esce è quello di una generazione intrappolata in un presente insoddisfacente o in fuga.

A testimoniarlo sono i dati dell’enorme crescita dei Neet (under 35 che non studiano e non lavorano) e del saldo negativo tra laureati (e non solo) che lasciano il Paese e quelli che (ri)attraiamo. Entrambi questi indicatori si sono posizionati su livelli tra i peggiori in Europa. Coerentemente con tutto ciò, sono aumentati negli ultimi anni i divari nel rischio di povertà tra famiglie con persona di riferimento under 35 e over 65, a forte discapito delle prime. Lo stesso crollo della natalità è in larga parte conseguenza della condizione bloccata degli attuali giovani-adulti. In questa prima parte del XXI secolo le nuove generazioni italiane hanno, così, visto allargarsi tre divari. Il primo è quello nei confronti delle generazioni precedenti, non tanto relativamente ai livelli di benessere di partenza quanto alla possibilità di migliorare le proprie condizioni rispetto ai propri genitori.

Questo rende i giovani italiani più dipendenti dal benessere accumulato dalle generazioni precedenti che soggetti attivi di costruzione di nuovo benessere individuale e collettivo. Il secondo, come abbiamo già sottolineato, è il divario rispetto alle condizioni e alle opportunità dei coetanei degli altri Paesi europei. Il più importante è, però, il terzo divario (che se risolto sanerebbe anche i due precedenti): quello tra propri desideri e aspettative (ciò che vorrebbero poter essere e riuscire a fare), da una parte, e possibilità di effettiva e piena realizzazione, dall’altra. Un divario che rispecchia quello tra potenzialità (lasciate inespresse o sottoutilizzate) delle nuove generazioni e ciò che il Paese offre loro (in termini di strumenti di policy, di opportunità nella società e nel mondo del lavoro).

Quello che davvero servirebbe, per superare questi divari è un cambiamento culturale che sposti i giovani dall’essere considerati come figli destinatari di aiuti privati dalle famiglie a membri delle nuove generazioni su cui tutta la società ha convenienza a investire in modo solido, attraverso coerenti politiche attivanti e abilitanti. Questo significa aiutare i giovani a non dover contare solo sulla famiglia di origine ma a rendere il proprio capitale sociale e umano valore aggiunto per la costruzione del proprio stare e agire con successo nel mondo adulto. Sempre i dati del Rapporto giovani evidenziano come lo scadimento delle aspettative verso il futuro si sia accompagnato a una forte erosione della fiducia nelle istituzioni pubbliche. La stragrande maggioranza degli under 35 intervistati boccia, in particolare, i partiti, ma non risparmia banche e sindacati.

Al contrario, i valori più elevati di credibilità vengono attribuiti alla ricerca scientifica, al volontariato, agli ospedali, alle forze dell’ordine, alle piccole e medie imprese e alla scuola. Viene, insomma, attribuito maggior affidamento al 'Paese reale', a chi quotidianamente lo fa funzionare, nonostante contraddizioni e difficoltà. È interessante come, al di là della fiducia nelle relazioni più strette (in particolare quelle familiari), i valori più elevati vengano assegnati alla ricerca scientifica e al volontariato. A indicare come le nuove generazioni intravedano e sperimentino nell’innovazione tecnica e nell’impegno sociale (ancor più nella loro combinazione) spazi di un proprio protagonismo positivo.

Il ruolo delle nuove generazioni è quello di andare oltre il presente, il compito della comunità in cui vivono è incoraggiarle e sostenerle nel farlo. Devono poter essere riconosciute come nuovo di valore, e messe a loro volta in grado di generare nuovo di successo nel mondo, dal punto di vista demografico e non solo. Come ben messo in luce nello stesso Instrumentum laboris per il Sinodo sui giovani, presentato proprio ieri, devono poter contaminare positivamente (con le loro specificità, la loro visione del mondo, i propri desideri) la società, il mondo del lavoro, le istituzioni politiche, la Chiesa. Su queste pagine è stato pubblicato un accorato appello del presidente della Cei cardinale Bassetti a superare la crisi sociale e politica della «nostra diletta Italia», per il «bene delle famiglie, dei giovani e dei figli del popolo italiano».

Questo invito a prendere a cuore le sorti dell’Italia non può considerare i giovani come destinatari passivi. Solo ciò che risulta convincente e coinvolgente verso le nuove generazioni può aver successo nell’immaginare e costruire un futuro diverso, non allineato al ribasso a ciò che oggi ai giovani manca, ma commisurato al meglio di quanto essi possono dare. Perché ciò avvenga è necessario rafforzare il senso di appartenenza a un destino comune e sviluppare una visione comune di un futuro possibile e desiderato da realizzare. Questo significa anche cambiare l’approccio verso il presente, passando dal considerarlo come il tempo della difesa del benessere passato al renderlo il tempo delle scelte individuali e collettive che impegnano positivamente verso la costruzione di benessere futuro. Mettendo le nuove generazioni solidamente al centro di tale presente.

demografo Università Cattolica, coordinatore scientifico Osservatorio Giovani Istituto Toniolo





Mercoledì, 20 Giugno 2018

Domani saranno trascorsi esattamente 55 anni dall’elezione a Vescovo di Roma di Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano.

Si era conclusa da qualche mese (dicembre 1962) la prima sessione del Concilio Vaticano II, con un impegno di sapiente equilibrio e attenta apertura verso i segni dei tempi da parte di papa Giovanni XXIII, morto il 3 giugno 1963, e dai padri conciliari, desiderosi di dare alla Chiesa uno slancio di rinnovamento pastorale nella fedeltà alla Tradizione. Giovanni XXIII aveva sposato la causa dell’aggiornamento per una Chiesa più conforme ad essere quel Cristo nella storia, amico dell’umanità nelle sue problematiche e prospettive. Facevano proprio il desiderio del Papa la maggioranza dei padri, tra cui anche il cardinale Montini. Vi era però qualcuno che, con la morte di Giovanni XXIII, auspicava la chiusura del Concilio. Il 20 giugno 1963 dopo l’ultimo dei 'novendiali' (i giorni di Messe in suffragio del Papa defunto), 82 cardinali entravano in Conclave. Vi furono cinque scrutini. Due erano i nomi accreditati: Montini per i cardinali orientati al rinnovamento e Antoniutti quale candidato della Curia Romana. Ottaviani cercò di sponsorizzare Antoniutti. Ma prevalse la linea dell’aggiornamento. Alle 11 del 21 giugno 1963, la fumata bianca. Poi l’annuncio fatto dal cardinale Ottaviani dell’Habemus Papam: Giovanni Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI. Poi il nuovo Papa si affacciò per la sua prima benedizione apostolica. Con maestosa semplicità. Nel primo pomeriggio, dopo aver riconfermato nel suo ufficio di segretario di Stato il cardinale Amleto Cicognani, Paolo VI incontrò monsingor Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, ringraziandolo per il suo prezioso servizio e assicurandogli che avrebbe continuato il Concilio Vaticano II voluto sapientemente da papa Roncalli.

Tra gli appunti di Paolo VI leggiamo questi suoi pensieri nel prendere possesso degli ambienti pontificali: «Sono nell’appartamento pontificio. Impressione profonda, di disagio e di confidenza insieme. Telegrammi a casa, a Milano a Brescia, ecc., ad alcune persone amiche, telefonate. Poi è notte: preghiera e silenzio, No che non è silenzio, il mondo mi osserva, mi assale. Devo imparare ad amarlo veramente. La Chiesa quale è. Il mondo quale è. Quale sforzo! Per amare così bisogna passare per il tramite dell’amore di Cristo».

Da queste poche righe traspare l’animo con il quale Giovanni Battisti Montini si apprestava a svolgere il suo servizio pontificale quale pastore universale della Chiesa cattolica e quale Buon Samaritano per l’intera umanità.

Questa consapevolezza di voler servire la Chiesa con amore e per amore la riscontriamo durante tutto il suo ministero petrino. Dalla prima sua enciclica Ecclesiam suam, alle note del suo testamento. La stessa prosecuzione del Concilio Vaticano II è un autentico atto di amore verso la Chiesa, bisognosa di riflettere sulla sua identità, sulla sua straordinaria missione e sulla comunione tra i componenti del popolo di Dio.

Paolo VI fu vero riformatore della vita sacramentale, non solo rinnovando i riti, ma ponendo la celebrazione di questi nel contesto dell’ascolto delle Parola di Dio e nella centralità cristica.

L’amore alla Chiesa lo espresse nel richiamare alla coerente valorizzazione del celibato sacerdotale con il documento Sacerdotalis caelibatus e nella regolamentazione delle nascite nella vita sponsale con l’enciclica Humanae vitae. La sua attenzione e amore per l’umanità nel mondo moderno la troviamo ad ogni piè sospinto nei vari proclami, in quello di Bombay, nel discorso all’Onu, nell’enciclica Populorum Progressioe nell’aver voluto istituire l’annuale Giornata per la Pace il primo gennaio; nelle sue condanne contro gli sfruttamenti di categorie e popolazioni; nel suo essere presente tra gli operai o gli alluvionati e i minatori.

Il Pontificato di Paolo VI fu un tempo di ascolto, di dialogo, di precise indicazioni dottrinali e di richiamo per la Chiesa di autentica conversione per un sincero cammino ecumenico e per il modo di sentire la Chiesa come amica di chi cerca verità, giustizia e solidarietà.

In tempi non facili ha saputo essere voce sicura e cuore attento per coloro che nel nome di Cristo volevano essere fratelli e sorelle degli ultimi e dei popoli bisognosi di concreta solidarietà per uno sviluppo che desse loro dignità tra le Nazioni. Questo tentò di offrire all’intera Comunità internazionale e alla Chiesa, per una civiltà dell’amore.





Mercoledì, 20 Giugno 2018

Torna nelle librerie con un’edizione aggiornata il libro scritto dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione dedicato alla figura di Giovanni Battista Montini. Ho incontrato Paolo VI. La sua santità dalla voce dei testimoni, pubblicato dalle Edizioni San Paolo (pagine 176, euro 16), vuole aiutare il lettore a conoscere meglio la santità di un Pontefice che ha profondamente segnato la storia della Chiesa. Un libro che esce anche in vista dell’ormai prossima canonizzazione di Paolo VI, fissata per il 14 ottobre 2018. E proprio al racconto del miracolo ottenuto per intercessione di papa Montini nel 2014, all’indomani della sua beatificazione, è dedicato il nuovo capitolo dell’edizione aggiornata. È un brano avvincente - di cui pubblichiamo un breve stralcio -, che ci accompagna nel dramma vissuto da Alberto e Vanna, già genitori di Riccardo, che durante la seconda gravidanza della donna scoprono che il feto è rimasto con una ridotta quantità di liquido amniotico, considerata dai medici insufficiente per giungere alla nascita del bambino. Inizia un vero e proprio calvario fatto di visite e ricoveri, ma il cuore della bimba continua a battere. E in quei giorni una amica di Vanna le propone di affidarsi all’intercessione di Paolo VI che già aveva ottenuto un miracolo su un feto. L’abbandono alla volontà di Dio e la preghiera di intercessione a Paolo VI, hanno segnato il resto della gravidanza, che è giunta al suo termine la notte di Natale 2014 con la nascita di Amanda, una stupenda bambina sana. (E.Le.)


Pubblichiamo uno stralcio del VI capitolo («Un rebus per la scienza») del libro dell’arcivescovo Rino Fisichella, nel quale si narra la vicenda relativa al miracolo attribuito all’intercessione del beato Paolo VI

La patologia non lascia senza sofferenze mamma Vanna. Lo afferma senza remore Alberto: «Vanna stava sempre peggio, il dolore era sempre più forte, nonostante flebo, antibiotici e antidolorifici ». Eppure, Vanna non si dà per vinta: «Sono indescrivibili le sensazioni che ho provato. Eppure anche se ero caduta in un vortice nero e senza fine apparente, io sentivo che mia figlia (e non il feto come lo chiamavano i medici), si sarebbe salvata. Quando lo dicevo ai dottori, mi guardavano in modo compassionevole ». I giorni passano e viene superata di qualche giorno la ventiseiesima settimana di gestazione. Papà Alberto ricorda lucidamente questi ultimi momenti: «La notte di Natale i dolori erano più forti del solito, troppo simili a vere e proprie contrazioni, finché partimmo per l’ospedale di Borgo Roma a Verona. Il viaggio fu terribile, il silenzio interrotto solo dai lamenti per il dolore insopportabile. I medici tentarono di fermare le contrazioni, ma quando capirono che era troppo tardi, ci dissero che avevano fatto tutto il possibile, che era giunto il momento e che dovevamo essere forti… Inizialmente non volevano nemmeno chiamare l’équipe della neonatologia; per loro, ancora una volta, non c’era speranza. Non entrai in sala parto, Vanna non voleva che vedessi partorire nostra figlia morta. Restai fuori, ma sentii tutto; passai quella infinita mezz’ora a pregare davanti a un piccolo presepe che si trovava appena fuori della sala parto. E mentre scorrevano i minuti, pensavo sempre più convintamente che se eravamo lì, dopo tutto quello che avevamo passato, proprio la notte di Natale… beh, non poteva andare male, non avrebbe avuto senso! Vidi uscire la termoculla senza sapere se mia figlia era viva o morta, me la girarono e lei era lì, con gli occhi aperti che si guardava attorno, non ci potevo credere! Non feci troppo caso a tutte le problematiche che il neonatologo mi elencò nel breve tragitto fino al reparto di terapia intensiva neonatale, dentro di me ormai sapevo che ce l’avrebbe fatta». Amanda è viva. Pesa solo 865 grammi e la lunghezza è di 32 cm, ma è una bambina che vuole vivere. La mettono subito in ventilazione meccanica che viene presto diminuita fino a non averne più bisogno. L’esame toracico manifesta che tutte le parti corporee che avrebbero dovuto essere compromesse: scheletro, cuore, polmoni… non presentano malformazioni. Per alcuni mesi, la piccola rimane ricoverata in ospedale per adempimenti di routine e sottoposta a tutte le visite necessarie. Continua a crescere, alla trentanovesima settimana è già di 2,900 Kg, fino a quando l’11 aprile 2015 viene dimessa e trova finalmente tranquillità a casa. Al medico legale, a conclusione della sua indagine, non resta che attestare: «Ritengo che l’assenza di qualsiasi complicanza, sia precoce, sia tardiva, soprattutto polmonare, come l’ipoplasia polmonare e cerebrale o come la paralisi cerebrale infantile, causata dall’anidramnios molto precoce, di grado elevato e persistente per un lungo periodo di tempo, risulta senza dubbio un evento inspiegabile, unico e irrepetibile». La stessa conclusione è raggiunta dai sette medici che compongono la Consulta medica della Congregazione per le cause dei santi. All’unanimità affermano che la diagnosi effettuata dai tanti medici ginecologi nel corso della gestazione era corretta, che la prognosi risultava infausta circa la vita, e che la terapia applicata era certamente adeguata, ma inefficace. La nascita e il normale sviluppo di Amanda Maria Paola non sono spiegabili scientificamente.





Martedì, 19 Giugno 2018

Una figura di grande spessore, quella di padre Vincenzo Coli, 75 anni, custode per 17 anni (dal 1981 al 1989 e dal 2001 al 2009) del Sacro Convento di Assisi, venuto a mancare oggi all’ospedale di Foligno.

I rappresentanti del mondo religioso e le autorità civili hanno espresso cordoglio per la perdita dell’amato francescano, da sempre attento ai temi della pace e del dialogo. “L'intera comunità francescana conventuale del Sacro Convento rende grazie a Dio per il dono di questo fratello e a lui per il servizio fedele e appassionato alla fraternità, alla Chiesa e alla società. Accompagniamo questo momento - ha dichiarato il Custode del Sacro Convento di Assisi, padre Mauro Gambetti - con la preghiera sulla tomba di San Francesco”.

Anche il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, monsignor Domenico Sorrentino, ricorda padre Coli per il grande impegno e collaborazione esercitati nel corso del suo ministero. “Di padre Coli – rende noto monsignor Sorrentino – si ricordano in particolare l’impegno profuso per l’attività pastorale del Santuario e la collaborazione espressa anche nella vita diocesana come vicario episcopale per la Basilica di San Francesco”.

Molti sono stati gli impegni per il dialogo e la pace di cui fu protagonista, a partire dall’incontro con l’allora segretario del partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, l’8 ottobre 1983, contrassegnato dalla stretta di mano tra i due, a quello con Tareq Aziz nel febbraio del 2003, come estremo tentativo di evitare la guerra in Iraq. Il suo impegno per la pace è passato anche attraverso il primo storico incontro interreligioso del 27 ottobre 1986, per la preghiera comune per la pace nel mondo, lo Spirito di Assisi, durante il quale salutò l’arrivo di papa Giovanni Paolo II e dei tanti leader religiosi.

Al suo nome è collegata l’inaugurazione (avventa nel 2006 e in parte ancora da completare) dei restauri della volta della Basilica Superiore di San Francesco devastata dal sisma che colpì l’Umbria nel settembre del 1997.

La camera ardente è stata allestita nella Cappella delle reliquie della Basilica di San Francesco. Le esequie si terranno giovedì 21 giugno alle 16 presso la Basilica Inferiore di San Francesco.





Martedì, 19 Giugno 2018

La Caritas lettone ha lanciato un concorso di lavoro a maglia: preparare un paio di calze ai ferri da donare a Papa Francesco che sarà il 24 settembre in Lettonia.

Il paio più bello sarà donato al Papa, mentre tutti gli altri andranno alla Caritas Ucraina che le distribuirà nelle zone della guerra: “sarà un dono caldo e nazionale per il Papa” ma anche “un gesto di solidarietà e amicizia” per il popolo ucraino, spiega il comunicato della Caritas.

Mentre si lavora a maglia o per sostenere l’iniziativa, tutti sono chiamati a “pregare per la pace nel mondo e per le altre intenzioni del Papa”. Ci sarà un punto di raccolta delle calze nel mese di agosto ad Aglona, dove il pontefice celebrerà una messa, o potranno essere inviate alla sede Caritas a Riga.





Martedì, 19 Giugno 2018

Si scrive Sinodo, si legge speranza. Così, in pratica, il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario dell'istituzione sinodale, ha riassunto il senso dell'Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo dei giovani, presentato oggi (CLICCA QUI PER IL TESTO COMPLETO) ai giornalisti nella sala stampa della Santa Sede. Speranza, che manca, speranza che il Papa e la Chiesa - proprio attraverso l'Assemblea di ottobre - vuole contribuire a ridare ai giovani. «L’ascolto che abbiamo messo in campo durante questi ultimi anni in vista del Sinodo - ha fatto notare il porporato - ci ha restituito una mancanza di speranza piuttosto generalizzata: anziché coltivare una speranza affidabile e vivere a partire da essa, molti giovani tentano continuamente la sorte: le scommesse in ogni campo aumentano esponenzialmente, il gioco d’azzardo si amplia tra i giovani, nelle nostre città si moltiplicano le sale da gioco in cui si smette di sperare, affidando la propria vita ad un improbabile colpo di fortuna. Effettivamente, quando si perde la speranza si tenta la fortuna». Dunque il Sinodo deve essere l'occasione per «ritrovare la speranza della vita buona, il sogno del rinnovamento pastorale, il desiderio della comunione e la passione per l’educazione».

Naturalmente si parla non una generica e immanente speranza, ma di quella cristiana. E allora Baldisseri ha espresso un triplice auspicio: «Per tutti i giovani, perché in un mondo che sta rubando loro affetti, legami e prospettive di vita, riscoprano la bellezza della vita a partire dalla felice relazione con il Dio dell’alleanza e dell’amore. Per la Chiesa, perché in un momento non facile riacquisti, attraverso un percorso di autentico discernimento nello Spirito, un rinnovato dinamismo giovanile. Ed infine per il mondo intero, perché tutti gli uomini e le donne possano riscoprire di essere destinatari privilegiati della buona notizia del Vangelo».

EDITORIALE In ascolto della realtà giovanile. Cosa manca e cosa c'è di Francesco Ognibene

Un'altra parola cardine, anzi quella centrale nel tema del Sinodo, citata abbondantemente nel corso della Conferenza stampa è stata la «vocazione». Don Rossano Sala, uno dei segretari speciali di questo Sinodo, ha sottolineato: «Una delle grandi debolezze della nostra pastorale oggi risiede nel pensare la “vocazione” secondo una visione ristretta, che riguarderebbe solo le vocazioni al ministero e alla vita consacrata. La perdita della cultura vocazionale ci ha fatto precipitare in una società “senza legami” e “senza qualità”. Secondo la visione cristiana dell’uomo, la questione riguardante l’identità e l’unità della persona può avere solamente una risposta vocazionale. Se manca la dinamica vocazionale non ci può che essere una personalità frammentata, caotica, confusa e informe. Invece è da riconoscere che la vocazione è la parola di Dio per me, unica, singolare, insostituibile, che offre consistenza, solidità, senso e missione, all’esistenza di ciascuno». Risulta dunque «evidente - ha concluso il salesiano - che solo all’interno di una rinnovata e condivisa “cultura vocazionale” che valorizza ogni tipo di chiamata trova senso l’impegno specifico per la cura delle vocazioni “di speciale consacrazione”».

Il gesuita Giacomo Costa, l'altro segretario speciale del Sinodo sui giovani, si è soffermato invece sul discernimento: «Riemerge con forza la necessità che il Sinodo si trasformi in una occasione di crescita della Chiesa nella capacità di discernere, in modo da rendere davvero generativo, anche oggi, quel patrimonio spirituale che la storia della Chiesa ci consegna perché ancora una volta possiamo “lavorarlo” in modo che porti frutto. Alcune delle esperienze raccolte durante il lavoro di preparazione mostrano la ricchezza che scaturisce quando questo avviene. Optare per il discernimento, anziché per soluzioni preconfezionate, implica assumere un rischio, ma è soprattutto un atto di fede nella potenza della Spirito, che fin dall’antichità invochiamo come Creatore».

E proprio a proposito di questo, è stato chiesto, durante la conferenza stampa, perché nel documento si usi l'espressione Lgbt. Il cardinale Baldisseri ha risposto rimandando al documento finale dell'incontro presinodale del quale, nel marzo scorso sono stati protagonisti i giovani. «Ci hanno fornito un testo e noi lo abbiamo citato».

Sta qui in effetti una delle novità del processo redazionale che, come ha fatto notare il vescovo Fabio Fabene, sottosegretario del Sinodo, ha portato alla stesura delll'Instrumentum Laboris. Oltre alle risposte delle Conferenze episcopali, fonte consueta, si è fatto riferimento al Seminario internazionale sulla condizione giovanile, tenutosi a settembre del 2017, al questionario on line attivo da giugno a dicembre dello scorso anno, alla Riunione presinodale e anche ai contributi che singoli giovani, o gruppi di giovani, dei cinque continenti hanno inviato alla Segreteria del Sinodo.

Anche durante l'Assemblea di ottobre, ha annunciato Fabene, «è previsto uno spazio di comunicazione indirizzato direttamente ai giovani. Verranno utilizzati i social media (in particolare Facebook, Instagram e Twitter), con le tempistiche ed i linguaggi propri delle reti sociali. Si avrà così la possibilità di un’interazione giornaliera, anche attraverso immagini e video. Naturalmente - ha aggiunto - tra gli Uditori, oltre agli educatori dei vari campi, ci sarà un numero considerevole di giovani, anche con particolari esperienze che faranno riflettere sulle difficili situazioni di vita di tanti giovani. Non mancheranno, come in tutti i Sinodi, i Delegati Fraterni di diverse confessioni cristiane e Invitati Speciali di altre religioni».





Martedì, 19 Giugno 2018

Se la Chiesa vuole continuare a essere credibile agli occhi dei giovani e aiutarli a trovare la loro strada deve avere l'onestà e l'intelligenza di mettersi in cammino assieme a loro. Anzi, deve avere il coraggio di trasformare tutta la propria vita in un cammino alla ricerca di Dio. In termini "tecnici" questo stile si chiama "discernimento" e appartiene fin dai tempi antichi al patrimonio della comunità dei credenti il cui orizzonte, la meta, il motivo di tutto è la santità. Solo riscoprendo questo sitle la Chiesa potrà aiutare i giovani a diventare davvero santi, realizzando le loro aspirazioni più profonde. Un'esigenza che richiede di essere più "smart", ovvero capaci in modo dinamico - ma sempre fedele alla propria identità - di confrontarsi con l'intero mondo dei giovani, in tutte le loro variegate espressioni e condizioni.

CLICCA QUI PER IL TESTO INTEGRALE

In estrema sintesi è questo il percorso proposto dall'Instrumentum laboris, il documento di lavoro della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si svolgerà dal 3 al 28 ottobre 2018 e sarà dedicata al tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. In 67 pagine il testo raccoglie il lungo cammino di preparazione partito nell'autunno 2016 e caratterizzato da numerosi eventi significativi in tutto il mondo.

Il documento è stato presentato stamattina nella Sala Stampa vaticana alla presenza del cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, del vescovo Fabio Fabene, sotto-segretario, di padre Giacomo Costa e di don Rossano Sala, segretari speciali della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.

Il testo è diviso in tre parti, ispirate dal metodo indicato dall'Evangelii gaudium di papa Francesco: riconoscere, interpretare e scegliere. Molte le "fonti" del documento: oltre al Documento preparatorio inviato alle Conferenze episcopali nel gennaio 2017, ci sono le risposte al questionario incluso, le conclusioni del Seminario internazionale sulla condizione giovanile svoltosi nel novembre 2017, le oltre 100mila risposte giunte al Questionario online rivolto ai giovani, il Documento finale della Riunione presinodale svoltasi lo scorso marzo.

Nella prima parte del documento la Chiesa si mette in ascolto della realtà dei giovani, indicando le numerosissime sfide che le nuove generazioni oggi si trovano ad affrontare nel contesto in cui vivono. Moltissimi i temi presentati che toccano ogni dimensione della vita.

Nella seconda parte tutto viene riletto alla luce dl patrimonio teologico e biblico attorno al grande tema del discernimento vocazionale. In quattro capitoli l'avventura di essere giovani viene interpretata alla luce della Parola di Dio.

Infine nella terza parte vengono indicati i cammini di conversione pastorale e missionaria che partono dal discernimento come stile di una Chiesa in uscita. "Non possiamo pensare che la nostra offerta di accompagnamento al discernimento vocazionale risulti credibile per i giovani a cui è diretta - si legge al numero 139 - se non mostreremo di saper praticare il discernimento nella vita ordinaria della Chiesa, facendone uno stile comunitario prima che uno strumento operativo".

Infine la conclusione ricorda che la giovinezza rimane ancora oggi un "tempo per la santità": è questa la prospettiva che la Chiesa deve continuare a proporre.





Martedì, 19 Giugno 2018

Pochi giorni fa nella basilica romana di San Lorenzo al Verano centinaia di fedeli hanno celebrato il sesto anniversario della morte di Chiara Corbella Petrillo, moglie e madre stroncata a soli 28 anni da un tumore il 13 giugno 2012. Da allora la sua luminosa storia di vita e di fede, sintetizzata l’anno seguente nel volume Siamo nati e non moriremo mai più (edizioni Porziuncola), ha raggiunto migliaia di persone in tutto il mondo: infatti a oggi il libro è stato tradotto in 11 lingue (fra cui inglese, francese, spagnolo, polacco, croato, portoghese) ed è diventato un bestseller da oltre 80 mila copie. Gli autori, Simone Troisi e Cristiana Paccini, erano amici di Chiara e sabato 23 giugno alle ore 21, presso la chiesa di San Pietro Apostolo a San Pietro in Volta ( Venezia), porteranno la loro testimonianza: da fidanzati e poi da sposi hanno condiviso il loro cammino con quello di Chiara e di suo marito Enrico.

Insieme a una dozzina di famiglie di amici che hanno accompagnato la ragazza con la preghiera e la vicinanza fino alla sua morte, formando il “Rosary Group”, i coniugi Troisi fanno parte dell’associazione nata un anno fa e intitolata alla giovane mamma romana, che sta promuovendo l’apertura della causa di beatificazione tramite il postulatore carmelitano, padre Romano Gambalunga; il religioso ha portato a termine il processo di canonizzazione della prima coppia di sposi iscritta nel canone dei santi il 18 ottobre 2015: i coniugi Louis Martin e Marie-Azélie Guérin, i genitori di santa Teresa di Lisieux.

A presiedere l’associazione (tutte le informazioni sul sito multilingue www.chiaracorbellapetrillo.it) è un altro amico, Massimiliano Modesti, marito di Daniela Salernitano, ginecologa che ha seguito le tre gravidanze di Chiara: i primi due figli, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, sono vissuti per pochi minuti a causa di gravi malformazioni congenite; Francesco (che oggi ha sette anni) è nato sano mentre la madre aveva scoperto un cancro durante la gestazione. Le cure tempestive, subito dopo il parto, non sono riuscite ad arrestare la malattia, accolta con serenità pur nel dolore.





Lunedì, 18 Giugno 2018

Papa Francesco «ha in animo di visitare il Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra in occasione del 70° anniversario della sua fondazione». Lo aveva detto il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Greg Burke, confermando le notizie provenienti nei giorni precedenti dalla Svizzera. «La visita – aveva aggiunto il portavoce vaticano - avrà luogo giovedì 21 giugno e sarà – ha precisato Burke nel corso della Conferenza stampa di presentazione delle iniziative per le celebrazioni del 70° anniversario del Consiglio - un pellegrinaggio ecumenico come quello effettuato dal Papa a Lund in Svezia nel 2016».

Alla conferenza stampa di presentazione, il 2 marzo scorso, hanno preso parte parte il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e il reverendo Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

I primordi dell'organismo risalgono al 1937, ma solo dopo la II Guerra mondiale esso ebbe un'effettiva fondazione (1948). Attualmente consta di 349 membri di tutte le principali tradizioni cristiane, in gran parte protestanti, anglicane e ortodosse. La Chiesa Cattolica partecipa come «osservatrice», mentre è membro a pieno titolo della commissione “Fede e costituzione”.

Il cardinale Koch ha anticipato che Francesco vedrà il presidente della Conferenza episcopale svizzera, visiterà la sede del Consiglio e celebrerà la Messa per la comunità cattolica locale.

Il reverendo Fykse Tveit ha anche aggiunto che il Pontefice «si rivolgerà al Comitato centrale. Pregheremo insieme e ci riuniremo nel centro ecumenico. Vedremo anche di trovare il modo per raccontare tutto questo in diversi modi attraverso i media: per far partecipare non solo coloro che saranno presenti fisicamente, ma anche gli altri, i quali potranno così vedere ed ascoltare ciò che questa visita significa per il Consiglio ecumenico delle chiese e per tutto il movimento ecumenico».

Secondo il segretario del Consiglio la visita è «una affermazione molto forte da parte di papa Francesco e della Chiesa cattolica romana del fatto che stiamo in realtà lavorando insieme. Ma non stiamo solo lavorando - ha aggiunto -. Allo stesso tempo, stiamo pregando e operando insieme. E questo sarà il tema della visita del Papa. Penso che sia una riaffermazione di qualcosa che è cresciuto nel corso di molti anni, a livello istituzionale, attraverso il “joint working group” e una rappresentanza all’interno delle nostre commissioni; con una presenza nel nostro lavoro».

L'intensa «e fruttuosa» collaborazione è stata confermata anche dal cardinale Koch, che rispondendo a una domanda ha anche spiegato perché la Chiesa cattolica non è membro dell'organismo, ma solo osservatrice. «Giovanni Paolo II l'ha spiegato molto bene - ha ricordato -. Il Papa in particolare ha una responsabilità particolare per l'unità dei cristiani, lo stesso ministero petrino è un ministero per l'unità. Per questo la collaborazione è più importante della questione dell'essere membro o no». C'è poi, ha aggiunto, «una questione di numeri». «La Chiesa Cattolica è la Chiesa più grande» e in pratica, ha fatto intendere il porporato, non può essere assimilata a comunità più piccole come se si fosse in un Parlamento.

Il programma della visita a Ginevra

La partenza sarà alle 8.30 dall'aeroporto di Roma Fiumicino per arrivare a Ginevra intorno alle 10.

IL PROGRAMMA UFFICIALE

A ricevere il Papa all'aeroporto di Ginevra - oltre al presidente della Confederazione Svizzera Alain Berset e ai vescovi svizzeri, al nunzio apostolico e l’Osservatore della Santa Sede presso l’Onu di Ginevra - come da protocollo per le visite del Papa in Svizzera, anche due ex guardie pontificie, mentre il colonnello Cristoph Graf, Comandante della Guardia Svizzera Pontificia, sarà al seguito papale.
Dopo una cerimonia di benvenuto e un incontro privato con il presidente della Confederazione Svizzera in una sala dell'aeroporto, alle 11.15 ci sarà una preghiera ecumenica nel Centro del Cec, durante la quale il Papa pronuncerà un'omelia.

Il pranzo sarà alle 12.45 con la leadership Cec nell'Ecumenical Institute di Bossey e alle 15.45 ci sarà un incontro ecumenico, in cui il Pontefice terrà un discorso.

La giornata si chiuderà con la Messa celebrata dal Papa nel Palexpo alle 17.30. Dopo la Messa, ci sarà anche un saluto con otto membri coreani del Consiglio mondiale della Chiese, (organizzazione ecumenica a cui fanno riferimento circa 500 milioni di cristiani non cattolici nel mondo), quattro provenienti dalla Corea del Nord e quattro dalla Corea del Sud.

Alle 19.15 il congedo. Bergoglio ripartirà alle 20, per arrivare all'aeroporto di Roma Ciampino è previsto per le 21.40.






Domenica, 17 Giugno 2018

«Alcuni hanno ridotto l’Amoris laetitia a una sterile casistica di 'si può' e 'non si può'. Non hanno capito nulla». Il vero cuore dell’Esortazione postsinodale che raccoglie «i frutti del provvidenziale percorso sinodale sulla famiglia compiuto da tutta la Chiesa», non è il contestato capitolo ottavo – 'Accompagnare, discernere e integrare le fragilità' – ma il quarto, in cui il Papa parafrasa l’inno alla carità di san Paolo nella prospettiva dell’amore coniugale. Il fatto che ieri Francesco, rivolgendosi al Forum delle associazioni familiari, abbia sentito la necessità di ribadire la centralità del legame stabile tra uomo e donna come architrave della famiglia in una prospettiva che è garanzia di futuro per la Chiesa e per la società non è casuale. Non è la prima volta, dopo oltre due anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, che il Papa invita a mettere da parte letture segnate da assilli normativi e da dubbi dottrinali per sottolineare invece la necessità di comprendere il senso autentico e profondo della vita di coppia. Fondamentale è accompagnare donne e uomini nella vita matrimoniale, facendo loro gustare la bellezza di un percorso che si nutre di pazienza, tolleranza, carità, disponibilità, gratitudine, benevolenza, capacità di sopportazione, apertura al perdono da offrire e da ricevere. Cioè proprio i punti che costituiscono la trama dello straordinario capitolo quarto del documento papale.

Percorso non facile, per cui forse sarebbe necessario – ha osservato ancora il Papa – anche «un catecumenato per il matrimonio», ma irrinunciabile. Se non si cresce nell’amore coniugale, se l’alleanza di coppia non è fondata su reciprocità e complementarietà, se cioè non diventa paradigma armonioso capace di dare testimonianza di coerenza cristiana ma anche civile, fuori e dentro casa, tutto il resto diventa poco credibile. Che senso avrebbero le rivendicazioni sociali del Forum senza famiglie capaci di «andare con coraggio incontro agli altri, di non chiudersi nel proprio comodo ma di cercare punti di convergenza con le persone, di gettare ponti andando a scovare il bene ovunque si trova»? Di fronte a famiglie che cercano con fatica e sacrificio di modellarsi sulla lunghezza d’onda del Vangelo, capaci di cogliere la voce dello Spirito anche quando parla attraverso le fragilità, richiamare ogni volta l’elenco dei divieti e dei permessi diventa, più che inutile, quasi dannoso. «Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme» (Al 37). E invece no, ha insistito ancora una volta ieri il Papa. Quell’approccio tutto giocato sul formalismo prescrittivo rappresentava una proposta parziale, e ha determinato infatti risposte sempre più tiepide e poi anche esodi consistenti dalle nostre comunità di cui le statistiche sul crollo dei matrimoni sono tra le conseguenze più evidenti. Più delle norme, ha messo in luce ancora Francesco, conta la «gioia dell’amore». E si tratta di una gioia che supera anche i dubbi della fede. Perché «può darsi che anche due non credenti, se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio», ha detto il Papa prendendo ancora una volta in contropiede i rigoristi. Ma si tratta di una riflessione del tutto coerente. Ciò che è sinceramente umano è anche autenticamente cristiano. E un percorso di vita buona, come quello fondato sull’amore di una coppia che cerca il bene per sé e per i propri figli, per la comunità in cui vive, non può che essere aperto alla luce dell’infinito.

Il segno della gioia, titolo dell’Esortazione postsinodale, è anche quello su cui si giocherà il prossimo Incontro mondiale delle famiglie in Irlanda, dal 21 al 26 agosto, «Il vangelo della famiglia, gioia per il mondo ». A sottolineare che un amore con le caratteristiche evidenziate nel fondamentale quarto capitolo – carità e tenerezza, accoglienza e amabilità – è gioiosa premessa di crescita per gli sposi, per i figli, per tutta la comunità. «Non vi è infatti argomento migliore della gioia che, trasparendo dall’interno, prova il valore delle idee e del vissuto». Ecco l’autentica e straordinaria rivoluzione evangelica di Amoris laetitia proposta da Francesco.

La gioia a cui fa riferimento il Papa non è inutile romanticismo ma ha i profili dell’alleanza fondata su una scelta libera e accogliente, un patto senza riserve, capace di alimentare progetti e fiducia. Questo in fondo è anche il senso dell’amore indissolubile. Non vincolo prescrittivo ma misura divina nutrita dal dono della grazia che è ricchezza per la famiglia ma anche, offrendo garanzie di tenuta e di stabilità, risorsa per il bene comune. Punto d’arrivo di un percorso educativo all’amore che non si può né improvvisare né imporre per decreto.





Sabato, 16 Giugno 2018

«La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita». Lo scrive papa Francesco nel capitolo quinto dell’Esortazione Gaudete et exsultate in cui spiega che il cristiano non è chiamato solo a un combattimento «contro il mondo e la mentalità mondana», ma anche «a una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male». Satana esiste – assicura ancora il Papa – è un essere personale che ci tormenta. Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa liberazione perché il suo potere non ci domini». Sbagliato quindi pensare che il demonio sia «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura, un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti». Così si finisce preda della corruzione morale, perché si tratta di «una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché "anche Satana si maschera da angelo della luce" (2 Cor 11,14). Come distinguere se «una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo?», si chiede ancora il Papa. «L’unico modo è il discernimento» che è un dono e una grazia. Include, certo, ragione e prudenza, ma «le supera, perché si tratta di intravedere il mistero del progetto unico e irripetibile che Dio ha per ciascuno e che si realizza in mezzo ai più svariati contesti e limiti».

Le possessioni diaboliche sono un fatto reale, non vanno confuse con le malattie psichiatriche ma non avvengono per caso. Sono, di norma, il frutto di una vita morale corrotta perché il diavolo ci attacca là dove siamo deboli e non smette di ingannarci. Parola di padre Raffaele Talmelli, uno che questo tema scomodo e un po’ inquietante lo conosce bene. Non solo perché è esorcista della diocesi di Siena, ma anche perché, da psichiatra e da psicologo, è in grado di individuare il margine sottile che separa l’intervento del demonio dalle patologie mentali.

Il Papa nell'Esortazione Gaudete et exsultate ci mette in guardia dal considerare "malattie psichiche" tutti i casi di possessione narrati nei Vangeli. A quel tempo, spiega, non era facile tracciare un confine tra malattia e possessione. Oggi invece è più agevole?
Ridurre le narrazioni evangeliche a malattie psichiche è fuorviante. Vorrei ricordare che fra i casi narrati c’è anche quello dell’apostolo Giuda di cui è scritto: "Satana entrò in lui" (Gv 13,27; Lc 22,3). Certo non si può dire che Giuda manifestasse strani sintomi, né si può incolpare l’ambiente sfavorevole: viveva con Gesù, gli Apostoli e la Madonna. Eppure… era ladro (Gv 12,6) e alla fine vendette persino Gesù Cristo. Il Papa quando scrive che il diavolo «non ha bisogno di possederci; ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi» (GE, 161), ci aiuta a ricollocare la demonologia entro la vita morale.

Che rapporto c’è tra demonologia e vita morale?

Una malsana pubblicità ha portato a pensare che la possessione demoniaca sia una sorta di meteorite che cade dal cielo e colpisce qualche sventurato. È invece, di norma, il frutto di una vita morale corrotta. La Tradizione della Chiesa ci insegna che – fatta eccezione per alcuni santi che hanno subito esperienze diaboliche come "purificazione passiva" – «la possessione ordinariamente non avviene che in peccatori». E, come ha dimostrato Giuda, si possono liberamente coltivare i vizi nonostante l’abbondanza delle grazie riversate da Dio. Gesù incontra il primo indemoniato in una sinagoga; l’Evangelista scrive letteralmente che quell'uomo "era dentro uno spirito impuro" (Mc 1,23) e mette così in luce quale possa essere il terribile approdo della corruzione morale.


E come si colloca il problema delle malattie mentali?
La confusione tra malattie mentali e fenomeni diabolici avviene perché spesso si parla di malattie mentali come "malattie dell’anima". È bene essere chiari: le malattie dell’anima sono i peccati e i vizi, cioè "atti umani" che, per essere tali, richiedono la "piena avvertenza e deliberato consenso". Il demonio ci istiga al peccato, ci incita a reiterare i comportamenti peccaminosi fino a renderli "abiti operativi stabili", cioè vizi. Le malattie mentali, per loro natura, intaccano proprio la "capacità di intendere e di volere"; ciò comporta che, per quanto esse possano produrre comportamenti riprovevoli, la responsabilità morale del soggetto agente sia fortemente condizionata dalla gravità della malattia stessa. La Chiesa da sempre invita a "rettamente distinguere" tra intervento diabolico straordinario e malattie psichiche, e a consultare "persone esperte in medicina e psichiatria, competenti anche nelle realtà spirituali" in modo da evitare clamorosi errori. La Conferenza Episcopale Toscana nel 2014 ha pubblicato precise Indicazioni Pastorali nelle quali si stabilisce, addirittura, che "in presenza di disturbi psichici o fisici di difficile interpretazione il sacerdote non procederà al Rito dell’esorcismo maggiore […] Se una persona è affetta da disturbi psichici, praticarle preghiere di esorcismo sarebbe puramente illusorio e dannoso".

È proprio vera l’affermazione di Baudelaire: "la più grande astuzia del diavolo è quella di farci credere di non esistere"?
A me pare che oggi moltissime persone credano nel diavolo, persino atei! Ai nostri giorni, credo che l’astuzia del diavolo sia un’altra: polarizzare l’attenzione di cristiani e non cristiani su falsi obiettivi, come ad esempio sul paranormale o, peggio, su comuni sintomi psichici. In questo modo si distoglie lo sguardo dalla realtà in cui il Maligno agisce quotidianamente: «Le guerre, le ingiustizie, gli egoismi, l’induzione alla prostituzione, la pedofilia, la pornografia, la disgregazione della famiglia, le bestemmie conclamate, la cultura dell’indifferenza, dell’ateismo pratico, dell’arrivismo, della sensualità sfrenata», come scriveva il vescovo Giuseppe Zenti. Devo aggiungere che il diavolo ci attacca dove siamo deboli, e le "debolezze di mente" ci rendono più vulnerabili. Per questo il cristiano è sì incoraggiato a far ricorso alla preghiera, ma anche "a fare uso dei mezzi naturali utili a conservare e a ricuperare la salute, cercando di vincere la malattia". Alla luce di quanto accade, credo che si potrebbe parafrasare così la frase di Baudelaire: «Non dimenticate mai che il più grande inganno del Diavolo è quello di convincere che la sua presenza è da cercarsi negli sbalzi d’umore, nei pensieri ossessivi, nell'insonnia, nei vomiti incoercibili, nelle fobie, nelle voci minacciose, nei rituali ossessivi. In una parola: nell'ambulatorio dello psichiatra».

Come si concilia l’infinita bontà divina con la presenza del demonio e dell’inferno? Non sembrerebbe una contraddizione sul piano logico?
La ragione stessa ci invita a comprendere che non tutto rientra nella nostra logica: il dono della grazia "supera le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo". Per i cristiani, la ragione si apre alla trascendenza; per gli gnostici la trascendenza distrugge la ragione. Sul problema del demonio e dell’inferno, vorrei rispondere con le parole di papa Benedetto: «Dio non è un incantatore, che, alla fin fine, sistema tutto e realizza il suo happy end. È un vero padre; un creatore che afferma la libertà, anche quando essa lo rifiuta. Per questo la volontà salvifica di Dio non implica che tutti gli uomini giungano necessariamente alla salvezza. C’è la potenza del rifiuto. […] È proprio l’incondizionata grandezza dell’amore di Dio a non escludere la libertà del rifiuto e, quindi, la possibilità della dannazione».





Sabato, 16 Giugno 2018

Dare una mano al Papa: e chi non vorrebbe farlo, subito, adesso? L’occasione sta arrivando, ed è davvero alla portata di tutti. Domenica 24 giugno la Chiesa italiana dà vita alla colletta per l’«Obolo di San Pietro», il fondo alimentato da piccole e grandi donazioni da tutto il mondo e che fornisce linfa alla «Carità del Papa». Alla proposta aderiscono migliaia di parrocchie, convinte che si tratta di un gesto semplice ma eloquente: destinare il ricavato della colletta durante le Messe domenicali per consentire al Papa di aiutare ancor più necessità, persone e situazioni, spesso attraverso il suo elemosiniere monsignor Konrad Krajewski, appena creato cardinale. Avvenire da sempre accompagna questa operazione curando i manifesti che la Cei invia a tutte le parrocchie, ma da qualche anno abbiamo pensato che non basta: il Papa va aiutato più concretamente. Ecco allora la nostra proposta alle parrocchie, che rinnoviamo anche in vista della Giornata per la Carità del Papa 2018, in programma tra due domeniche: il ricavato della vendita delle copie di Avvenire diffuse in parrocchia – come d’abitudine o anche solo una tantum – può essere interamente sommato alla colletta delle Messe. Avvenire da parte sua, oltre a rinunciare alla sua parte della vendita in parrocchia, aggiunge il corrispettivo delle copie acquistate nelle edicole.
L’iniziativa ha un successo crescente per la sua immediatezza: basta ordinare le copie – nel numero che si ritiene di poter vendere – e poi organizzare la diffusione con una piccola squadra di volontari, ad esempio il gruppo giovani, gli scout, le famiglie, i pensionati... Tutto per la Carità del Papa. Di anno in anno, chi in Avvenire segue questa iniziativa s’ingegna per semplificare l’ordine delle copie. E ora alla sezione di www.avvenire.it dedicata all’operazione – facilmente individuabile scorrendo l’home page, sulla colonna di destra – e al numero verde del Servizio clienti (800.820084) si aggiunge la casella dedicata di posta elettronica (caritapapa@avvenire.it) alla quale inviare nome del proprio referente parrocchiale o del parroco, contatto telefonico, indirizzo della parrocchia e numero di copie richieste per domenica 24. A questo impegno Avvenire aggiunge il consueto invio a tutte le parrocchie italiane – già effettuato nei giorni scorsi, attraverso una copia cellophanata del giornale – del manifesto per comunicare la Giornata, da appendere alla porta della chiesa o in bacheca. «Consentire alla generosità del Papa di arrivare più lontano – scrive il segretario generale della Cei monsignor Nunzio Galantino in una sua lettera a tutti i parroci, allegata al manifesto – è un compito alla nostra portata, ognuno per le sue possibilità». Possiamo così «abbracciare insieme a lui l’umanità che attende, oggi e sempre, chi sappia ripeterci nei fatti che siamo figli di un Dio "ricco di misericordia"», come dice lo slogan della Giornata 2018.
Alla proposta aderisce sempre più convintamente anche l’Azione Cattolica, la cui segretaria generale Carlotta Benedetti ha inviato una lettera insieme al direttore generale di Avvenire Paolo Nusiner a tutti i presidenti parrocchiali per spiegare che «celebrando i 150 anni della nostra associazione questa Giornata è una rinnovata occasione per agire efficacemente per il Bene» offrendo «un esempio della straordinaria vitalità e dello spirito di iniziativa dell’Azione Cattolica».


Treviso: San Vincenzo, Emporio. E quotidiano


La piccola e attiva San Vincenzo de’ Paoli della parrocchia cittadina di Sant’Agnese, quasi quattromila abitanti e una bella chiesa a due passi dal Duomo di Treviso, ha aderito con gioia all’iniziativa di «Avvenire» a sostegno della Carità del Papa, e lo ha fatto con il supporto generoso della parrocchia. Il gruppo, guidato dalla presidente Marina Boldrin, ha scelto da tempo la strada dell’incontro personale nelle famiglie, un incontro discreto e attento ai bisogni dei più poveri e fragili, che chiede anche ai volontari di farsi umili e a loro volta bisognosi di accoglienza nelle case delle persone. La San Vincenzo locale collabora al «Progetto carità» cittadino, insieme alle altre parrocchie di Treviso. Un progetto che ha tra i suoi fiori all’occhiello l’«Emporio solidale Beato Enrico», dove le persone che vivono un periodo di difficoltà possono fare la spesa gratuitamente, anche grazie al recupero delle eccedenze alimentari. Il lavoro di rete che coinvolge le diverse parrocchie, il Centro di ascolto, la San Vincenzo e la Caritas permette di collaborare nella vicinanza alle diverse situazioni di fragilità e di difficoltà economica di singoli e famiglie. Con lo stile del beato Enrico da Bolzano, il santo laico venuto dal nord, che 700 anni fa percorreva le strade della città chiedendo l’elemosina redistribuendole poi tra i più poveri.
Alessandra Cecchin

Vigevano: «Un piccolo gesto che allarga il bene»

Riso, castello, solidarietà. Sono i pilastri che reggono la comunità civile e parrocchiale di Valle Lomellina (in provincia di Pavia, diocesi di Vigevano), 2.245 abitanti al confine tra Lombardia e Piemonte. L’unità pastorale che comprende anche Semiana, Breme e Sartirana, retta da don Piero Rossi Borghesano (classe 1954, parroco a Valle da novembre 2017), ha aderito con entusiasmo alla colletta nazionale per la Carità del Papa (domenica 24 giugno) aggiungendo alle offerte delle Messe anche il ricavato della vendita di copie di Avvenire. «Non ero al corrente dell’iniziativa di Avvenire e quando mi è stata proposta non ho esitato ad aderire ordinando copie del quotidiano», spiega don Borghesano. «Lo facciamo con entusiasmo perché ogni piccola goccia può essere utile nel mare della carità. Anche nella mia parrocchia precedente, a Mortara, ho sempre aderito alla Giornata per la Carità del Papa informando i fedeli sulla destinazione delle offerte (ne leggiamo spesso anche sui giornali). A questo gesto ci è sembrato opportuno aggiungere l’iniziativa intrapresa dal quotidiano». Terra di riso, quella di Valle, con la presenza di due grandi aziende per la trasformazione del prodotto, un castello a dominare il centro del paese e la solidarietà che, in occasione della Giornata del 24 giugno, coinvolge l’edicola di Valle Lomellina, prima distributrice di Avvenire secondo le indicazioni della parrocchia di San Michele (con la preziosa supervisione di Mara Cherubini dell’Azione Cattolica locale).
Matteo Ranzini

Forlì: «La nostra unità pastorale fa spazio ai poveri»

«L’adesione alla giornata della Carità del Papa non è solo un gesto isolato per aiutare Pietro nel sostenere i poveri ma anche il segno di una pastorale integrata che ci fa sperimentare sul territorio quello che papa Francesco c’invita a fare tutto l’anno». È quanto sostengono don Davide Brighi, 45 anni, da 3 parroco dell’unità pastorale della Cava di Forlì, di Castiglione, Villagrappa e Villanova, e Gabriella Pivi, che per la giornata della Carità del Papa del 24 giugno hanno ordinato 70 copie di Avvenire all’edicola cittadina di Massimo Mancini. «L’iniziativa ci aiuta a unire le quattro parrocchie dell’unità pastorale – spiega don Davide, laureato in teologia alla Gregoriana e insegnante all’Istituto di Scienze religiose per le diocesi della Romagna – formando una mentalità d’impegno civile ed ecclesiale, come chiede papa Francesco». Costituita da ottomila abitanti e 3.700 famiglie, l’unità pastorale comprende la principale parrocchia in città (Cava) e tre parrocchie di periferia, «dove questa iniziativa ci offre un’occasione di pastorale integrata», precisa il parroco, che conclude: «Avvenire ci aiuta anche a formare un gruppo di cultura cattolica nell’unità pastorale per incidere nella cultura e nella comunicazione». L’iniziativa è stata condivisa dai 25 membri del consiglio dell’unità pastorale, per rafforzare le attività caritative del Papa» ma presentando anche quelle locali: «Il centro di ascolto, le attività della Caritas, la Casa dei nonni (un centro diurno gestito da una famiglia della Giovanni XXIII), il gruppo di famiglie che a turni con altre parrocchie della diocesi prepara la domenica pomeriggio dai 50 ai 100 pasti per la cena della mensa Caritas, conoscendo in questo modo la povertà concreta sul nostro territorio di persone e famiglie italiane e straniere».
Quinto Cappelli

Cuneo: «I nostri volontari con il giornale»

La parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Bernezzo è una piccola comunità di duemila persone che si trova all’inizio della Valle Grana, a 10 chilometri da Cuneo. Ha manifestato fin da subito entusiasmo per l’iniziativa di Avvenire a sostegno della Carità del Papa: «Abbiamo aderito con grande piacere – racconta Anna Stano, collaboratrice e presidente parrocchiale di Ac – raccogliendo l’invito dell’Azione Cattolica nazionale. Quando si parla di Papa Francesco, le persone si dimostrano molto sensibili. Finita la Messa, ci posizioneremo fuori dalla chiesa insieme ai chierichetti e distribuiremo il giornale sul sagrato».
Per la comunità di Bernezzo è un giorno speciale perché si celebra anche la festa patronale: «C’è una grande fiducia nel Papa, l’anno scorso sono stati tutti generosi. Abbiamo persino raccolto più offerte di quanto ci aspettassimo». La parrocchia, guidata da don Roberto Mondino, è estremamente vivace durante tutto l’anno. Nella struttura delle Opere parrocchiali si svolge la gran parte delle attività, a partire dal catechismo settimanale e dall’oratorio del sabato pomeriggio per i ragazzi, gestito dagli animatori "grandi" e da quelli più giovani. L’edificio ospita anche un salone parrocchiale a disposizione dell’intero paese più un teatro, sede ufficiale della Compagnia del Bun Imur, ovvero "del buonumore": come da antica tradizione piemontese, anche a Bernezzo da decenni la compagnia teatrale amatoriale, nata in parrocchia con l’Azione Cattolica prima della guerra, propone commedie in dialetto del territorio, interpretate da attori più e meno giovani. E poi, c’è la Caritas parrocchiale con il centro di ascolto e la distribuzione dei viveri, l’antica Confraternita dell’Annunziata che organizza ogni anno una suggestiva Novena allo Spirito Santo, e anche la Casa di riposo Don Dalmasso, con oltre 50 ospiti.
Danilo Poggio





Sabato, 16 Giugno 2018

“La santità non riguarda solo lo spirito, ma anche i piedi, per andare verso i fratelli, e le mani, per condividere con loro. Le Beatitudini evangeliche insegnino a noi e al nostro mondo a non diffidare o lasciare in balìa delle onde chi lascia la sua terra affamato di pane e di giustizia; ci portino a non vivere del superfluo, a spenderci per la promozione di tutti, a chinarci con compassione sui più deboli. Senza la comoda illusione che, dalla ricca tavola di pochi, possa “piovere” automaticamente il benessere per tutti”.

Ho letto e riletto con attenzione queste parole, pronunciate ieri da Papa Francesco. Le ho lette e rilette sentendole profondamente mie, al punto di scegliere di rilanciarle a mia volta, come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Non mi nascondo quanto sia complesso il fenomeno migratorio: risposte prefabbricate e soluzioni semplicistiche hanno l’effetto di renderlo, inutilmente, ancora più incandescente.

Crediamo nel diritto di ogni persona a non dover essere costretta ad abbandonare la propria terra e in tale prospettiva come Chiesa lavoriamo in spirito di giustizia, solidarietà e condivisione.

Crediamo altresì che la società plurale verso la quale siamo incamminati ci impegni a far la nostra parte sul versante educativo e culturale, aiutando a superare paure, pregiudizi e diffidenze.

Nel contempo, crediamo nella salvaguardia della vita umana: nel grembo materno, nelle officine, nei deserti e nei mari. I diritti e la dignità dei migranti, come quelli dei lavoratori e delle fasce più deboli della società, vanno tutelati e difesi. Sempre.

L’Italia, che davanti all’emergenza ha saputo scrivere pagine generose e solidali, non può essere lasciata sola ad affrontare eventi così complessi e drammatici. Proprio perché crediamo nell’Europa, non ci stanchiamo di alzare la voce perché questa sfida sia assunta con responsabilità da tutti.

Assicuro che le comunità cristiane, forti della loro “origine mediterranea”, non mancheranno di offrire – accanto all’accoglienza – un contributo di pensiero in ordine all'elaborazione di una prospettiva di una pacifica convivenza nel Mediterraneo.

Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve

Presidente della Conferenza Episcopale Italiana






Venerdì, 15 Giugno 2018

Papa Francesco è "commosso" per la "prontezza e generosità" della diocesi di Valencia nella scelta di accogliere le persone in arrivo con la nave Aquarius. Lo ha scritto in una lettera l'arcivescovo di Valencia, il cardinale Antonio Cañizares riportando le parole di Francesco e ringraziando a sua volta i suoi concittadini: "Il Papa mi ha detto di riferirvi che è commosso per il nostro comportamento e si felicita e congratula con la diocesi di Valencia per la prontezza e la generosità con cui ha reagito, e l’esempio di carità che si sta dando nei confronti di queste povere persone".

L'arcivescovo di Valencia ha scritto - come riporta il Sir - nel messaggio inviato alla sua diocesi dopo essere stato ricevuto in udienza privata in Vaticano, in merito all'accoglienza nei confronti dei migranti della nave Aquarius e di altre due navi militari italiane che sbarcheranno a Valencia domenica: "Stiamo seguendo con vero e appassionato interesse, stupore, compassione e vergogna – scrive il cardinale Cañizares nel testo -, durante lunghi e angosciosi giorni, le traversie di 629 persone attraverso il Mediterraneo, un mare che sta diventando una tomba anonima, insaziabile e divoratrice che si è presa tantissime vittime dell’ingiustizia, degli egoismi dei potenti, delle crudeltà disumane, di bastardi interessi di mafie inconfessabili e delle chiusura in se stesse delle nazioni, senza ascoltare come si dovrebbe i Paesi più poveri da cui provengono queste vittime”.

La vicenda dell’Aquarius, afferma, "ha travolto le nostre coscienze e ci ha rialzati in piedi per accudire chi bussa alla porta del cuore e alla coscienza collettiva dei popoli e delle nazioni. È un appello alle persone di buona volontà e soprattutto alla coscienza umanitaria e cristiana".

Il cardinale ricorda che, dopo l’arrivo al porto di Valencia, sarà organizzata l’accoglienza e la distribuzione dei profughi nelle diverse zone della Spagna. "Dal primissimo momento la diocesi si è messa a disposizione" per "accogliere, aiutare, sostenere e curare coloro che arrivano”, ricorda, ed è pronta "ad accogliere, proteggere, promuovere ed integrare i migranti e rifugiati" come insegna papa Francesco. "Lo abbiamo fatto sapere alle nostre autorità della comunità autonoma, locale e nazionale e all'opinione pubblica - precisa -. Faremo tutto il necessario che rientra nelle nostre possibilità: senza calcoli".

La Delegazione diocesana per le migrazioni, la Caritas diocesana, l’Università Cattolica con "medici, infermieri, docenti, linguisti", gli Ordini e le Congregazioni religiose, il seminario, le parrocchie, le famiglie, i sacerdoti, i laici, i volontari, le associazioni – conclude – "tutti si sono offerti e sono disposti a collaborare per dare una risposta cristiana di amore, carità e giustizia a questa situazione di emergenza".


Intanto questa è la posizione della nave Aquarius, davanti a lei, molto vicina, la nave Dattilo della Guardia Costiera che la sta scortando verso la Spagna dopo il rifiuto dell'Italia a lasciarle sbarcare. A bordo di entrambe le 629 persone - uomini, donne, bambini e minori non accompagnati - che erano state soccorse da mezzi militari italiani sabato scorso, una settimana fa. Queste persone hanno trascorso fin adesso 6 notti in mare, più la notte che avevano passato sui gommoni partiti dalla Libia, dove molti di loro - lo stanno raccontando in queste ore a chi li assiste a bordo - hanno vissuto esperienze spaventose. Viaggeranno ancora per almeno altri due giorni. Le navi hanno circumnavigato la Sardegna tenendosela come riparo perché il mare era troppo grosso per procedere direttamente verso la Spagna.





Giovedì, 14 Giugno 2018

Hanno ripreso, "con maggiore celerità il loro cammino", le cause di beatificazione di Giorgio La Pira e don Giulio Facibeni. Lo ha spiegato l'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, nell'intervento all'assemblea annuale del clero fiorentino a Lecceto, esattamente un anno dopo il decreto con cui la Chiesa proclamò venerabile il cardinale Elia Dalla Costa.

"Si tratta, come sappiamo, di procedure lunghe e ben ponderate - ha proseguito Betori rivolgendosi ai sacerdoti della diocesi -, ma è bene che la memoria di questi testimoni tra noi dell'opera della grazia, come pure la memoria degli altri per i quali è stata avviata la causa di beatificazione, resti viva tra noi".

Nel suo intervento l'arcivescovo ha richiamato anche la visita di papa Francesco a Barbiana, sulla tomba di don Lorenzo Milani, e le sue parole su come essere preti in questo tempo: "La ricerca di Dio come unico assoluto della vita, la dimensione propriamente sacerdotale della nostra missione, il nostro servizio alla Parola di Dio nell'ascolto delle parole degli uomini e nella promozione della presa della parola da parte del popolo".

Ma anche "il servizio ai poveri, la missione educativa nei riguardi dei giovani, la difesa della dignità e del primato della coscienza di fronte a ogni possibile manipolazione e oppressione, la fedeltà sempre alla Chiesa", ha concluso Betori ricordando come "su questa eredità e su come va riletta nell'oggi la proposta pastorale di don Milani" la Chiesa fiorentina ha riflettuto in un convegno, "i cui contenuti dovranno diventare oggetto di confronto tra noi non appena saranno pubblicati".






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