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Giovedì, 22 Febbraio 2018

Pubblichiamo il testo del messaggio che papa Francesco invia ai giovani e alle giovani del mondo in occasione della 33.ma Giornata mondiale della gioventù che sarà celebrata a livello diocesano il 25 marzo 2018 nella Domenica delle Palme sul tema «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30).


Cari giovani,
la Giornata Mondiale della Gioventù del 2018 rappresenta un passo avanti nel cammino di preparazione di quella internazionale, che avrà luogo a Panamá nel gennaio 2019. Questa nuova tappa del nostro pellegrinaggio cade nell’anno in cui è convocata l’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. E’ una buona coincidenza. L’attenzione, la preghiera e la riflessione della Chiesa saranno rivolte a voi giovani, nel desiderio di
cogliere e, soprattutto, di “accogliere” il dono prezioso che voi siete per Dio, per la Chiesa e per il mondo.

Come già sapete, abbiamo scelto di farci accompagnare in questo itinerario dall’esempio e dall’intercessione di Maria, la giovane di Nazareth che Dio ha scelto quale Madre del suo Figlio. Lei cammina con noi verso il Sinodo e verso la GMG di Panama. Se l’anno scorso ci hanno guidato le parole del suo cantico di lode – «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49) – insegnandoci a fare memoria del passato, quest’anno cerchiamo di ascoltare insieme a lei la voce di Dio che infonde coraggio e dona la grazia necessaria per rispondere alla sua chiamata: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Sono le parole rivolte dal messaggero di Dio, l’arcangelo Gabriele, a Maria, semplice ragazza di un piccolo villaggio della Galilea.

1. Non temere!
Come è comprensibile, l’improvvisa apparizione dell’angelo e il suo misterioso saluto: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28), hanno provocato un forte turbamento in Maria, sorpresa da questa prima rivelazione della sua identità e della sua vocazione, a lei ancora sconosciute. Maria, come altri personaggi delle Sacre Scritture, trema davanti al mistero della chiamata di Dio, che in un momento la pone davanti all’immensità del proprio disegno e le fa sentire tutta la sua piccolezza di umile creatura. L’angelo, leggendo nel profondo del suo cuore, le dice: «Non temere»! Dio legge anche nel nostro intimo. Egli conosce bene le sfide che dobbiamo affrontare nella vita, soprattutto quando siamo di fronte alle scelte fondamentali da cui dipende ciò che saremo e ciò che faremo in questo mondo. È il “brivido” che proviamo di fronte alle decisioni sul nostro futuro, sul nostro stato di vita, sulla nostra vocazione. In questi momenti rimaniamo turbati e siamo colti da tanti timori.

E voi giovani, quali paure avete? Che cosa vi preoccupa più nel profondo? Una paura “di sottofondo” che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete. Oggi, sono tanti i giovani che hanno la sensazione di dover essere diversi da ciò che sono in realtà, nel tentativo di adeguarsi a standard spesso artificiosi e irraggiungibili. Fanno continui “fotoritocchi” delle proprie immagini, nascondendosi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare loro stessi un “fake”. C’è in molti l’ossessione di ricevere il maggior numero possibile di “mi piace”. E da questo senso di inadeguatezza sorgono tante paure e incertezze. Altri temono di non riuscire a trovare una sicurezza affettiva e rimanere soli. In molti, davanti alla precarietà del lavoro, subentra la paura di non riuscire a trovare una soddisfacente affermazione professionale, di non veder realizzati i propri sogni. Sono timori oggi molto presenti in molti giovani, sia credenti che non credenti. E anche coloro che hanno accolto il dono della fede e cercano con serietà la propria vocazione, non sono certo esenti da timori. Alcuni pensano: forse Dio mi chiede o mi chiederà troppo; forse, percorrendo la strada indicatami da Lui, non sarò veramente felice, o non sarò all’altezza di ciò che mi chiede. Altri si domandano: se seguo la via che Dio mi indica, chi mi garantisce che riuscirò a percorrerla fino in fondo? Mi scoraggerò? Perderò entusiasmo? Sarò capace di perseverare tutta la vita?

Nei momenti in cui dubbi e paure affollano il nostro cuore, si rende necessario il discernimento. Esso ci consente di mettere ordine nella confusione dei nostri pensieri e sentimenti, per agire in modo giusto e prudente. In questo processo, il primo passo per superare le paure è quello di identificarle con chiarezza, per non ritrovarsi a perdere tempo ed energie in preda a fantasmi senza volto e senza consistenza. Per questo, vi invito tutti a guardarvi dentro e a “dare un nome” alle vostre paure. Chiedetevi: oggi, nella situazione concreta che sto vivendo, che cosa mi angoscia, che cosa temo di più? Che cosa mi blocca e mi impedisce di andare avanti? Perché non ho il coraggio di fare le scelte importanti che dovrei fare? Non abbiate timore di guardare con onestà alle vostre paure, riconoscerle per quello che sono e fare i conti con esse. La Bibbia non nega il sentimento umano della paura né i tanti motivi che possono provocarla. Abramo ha avuto paura (cfr Gen 12,10s), Giacobbe ha avuto paura (cfr Gen 31,31; 32,8), e così anche Mosè (cfr Es 2,14; 17,4), Pietro (cfr Mt 26,69ss) e gli Apostoli (cfr Mc 4,38-40; Mt 26,56). Gesù stesso, seppure a un livello incomparabile, ha provato paura e angoscia (cfr Mt 26,37; Lc 22,44).

«Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). Questo richiamo di Gesù ai discepoli ci fa comprendere come spesso l’ostacolo alla fede non sia l’incredulità, ma la paura. Il lavoro di discernimento, in questo senso, dopo aver identificato le nostre paure, deve aiutarci a superarle aprendoci alla vita e affrontando con serenità le sfide che essa ci presenta. Per noi cristiani, in particolare, la paura non deve mai avere l’ultima parola, ma essere l’occasione per compiere un atto di fede in Dio... e anche nella vita! Ciò significa credere alla bontà fondamentale dell’esistenza che Dio ci ha donato, confidare che Lui conduce ad un fine buono anche attraverso circostanze e vicissitudini spesso per noi misteriose. Se invece alimentiamo le paure, tenderemo a chiuderci in noi stessi, a barricarci per difenderci da tutto e da tutti, rimanendo come paralizzati. Bisogna reagire! Mai chiudersi! Nelle Sacre Scritture troviamo 365 volte l’espressione “non temere”, con tutte le sue varianti. Come dire che ogni giorno dell’anno il Signore ci vuole liberi dalla paura.
Il discernimento diventa indispensabile quando si tratta della ricerca della propria vocazione. Questa, infatti, il più delle volte non è immediatamente chiara o del tutto evidente, ma la si comprende a poco a poco. Il discernimento da fare, in questo caso, non va inteso come uno sforzo individuale di introspezione, dove lo scopo è quello di conoscere meglio i nostri meccanismi interiori per rafforzarci e raggiungere un certo equilibrio. In questo caso la persona può diventare più forte, ma rimane comunque chiusa nell’orizzonte limitato delle sue possibilità e delle sue vedute. La vocazione invece è una chiamata dall’alto e il discernimento in questo caso consiste soprattutto nell’aprirsi all’Altro che chiama. E’ necessario allora il silenzio della preghiera per ascoltare la voce di Dio che risuona nella coscienza. Egli bussa alla porta dei nostri cuori, come ha fatto con Maria, desideroso di stringere amicizia con noi attraverso la preghiera, di parlarci tramite le Sacre Scritture, di offrirci la sua misericordia nel sacramento della Riconciliazione, di farsi uno con noi nella Comunione eucaristica.

Ma è importante anche il confronto e il dialogo con gli altri, nostri fratelli e sorelle nella fede, che hanno più esperienza e ci aiutano a vedere meglio e a scegliere tra le varie opzioni. Il giovane Samuele, quando sente la voce del Signore, non la riconosce subito e per tre volte corre da Eli, l’anziano sacerdote, che alla fine gli suggerisce la risposta giusta da dare alla chiamata del Signore: «Se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1 Sam 3,9). Nei vostri dubbi, sappiate che potete contare sulla Chiesa. So che ci sono bravi sacerdoti, consacrati e consacrate, fedeli laici, molti dei quali giovani a loro volta, che come fratelli e sorelle maggiori nella fede possono accompagnarvi; animati dallo Spirito Santo sapranno aiutarvi a decifrare i vostri dubbi e a leggere il disegno della vostra vocazione personale. L’“altro” non è solo la guida spirituale, ma è anche chi ci aiuta ad aprirci a tutte le infinite ricchezze dell’esistenza che Dio ci ha dato. È necessario aprire spazi nelle nostre città e comunità per crescere, per sognare, per guardare orizzonti nuovi! Mai perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. I cristiani autentici non hanno paura di aprirsi agli altri, di condividere i loro spazi vitali trasformandoli in spazi di fraternità. Non lasciate, cari giovani, che i bagliori della gioventù si spengano nel buio di una stanza chiusa in cui l’unica finestra per guardare il mondo è quella del computer e dello smartphone. Spalancate le porte della vostra vita! I vostri spazi e tempi siano abitati da persone concrete, relazioni profonde, con le quali poter condividere esperienze autentiche e reali nel vostro quotidiano.

2. Maria!

«Io ti ho chiamato per nome» (Is 43,1). Il primo motivo per non temere è proprio il fatto che Dio ci chiama per nome. L’angelo, messaggero di Dio, ha chiamato Maria per nome. Dare nomi è proprio di Dio. Nell’opera della creazione, Egli chiama all’esistenza ogni creatura col suo nome. Dietro il nome c’è un’identità, ciò che è unico in ogni cosa, in ogni persona, quell’intima essenza che solo Dio conosce fino in fondo. Questa prerogativa divina è stata poi condivisa con l’uomo, al quale Dio concesse di dare un nome agli animali, agli uccelli e anche ai propri figli (Gen 2,19-21; 4,1). Molte culture condividono questa profonda visione biblica riconoscendo nel nome la rivelazione del mistero più profondo di una vita, il significato di un’esistenza.

Quando chiama per nome una persona, Dio le rivela al tempo stesso la sua vocazione, il suo progetto di santità e di bene, attraverso il quale quella persona diventerà un dono per gli altri e che la renderà unica. E anche quando il Signore vuole allargare gli orizzonti di una vita, sceglie di dare alla persona chiamata un nuovo nome, come fa con Simone, chiamandolo “Pietro”. Da qui è venuto l’uso di assumere un nuovo nome quando si entra in un ordine religioso, ad indicare una nuova identità e una nuova missione. In quanto personale e unica, la chiamata divina richiede da noi il coraggio di svincolarci dalla pressione omologante dei luoghi comuni, perché la nostra vita sia davvero un dono originale e irrepetibile per Dio, per la Chiesa e per gli altri.
Cari giovani, l’essere chiamati per nome è dunque un segno della nostra grande dignità agli occhi di Dio, della sua predilezione per noi. E Dio chiama ciascuno di voi per nome. Voi siete il “tu” di Dio, preziosi ai suoi occhi, degni di stima e amati (cfr Is 43,4). Accogliete con gioia questo dialogo che Dio vi propone, questo appello che Egli rivolge a voi chiamandovi per nome.

3. Hai trovato grazia presso Dio

Il motivo principale per cui Maria non deve temere è perché ha trovato grazia presso Dio. La parola “grazia” ci parla di amore gratuito, non dovuto. Quanto ci incoraggia sapere che non dobbiamo meritare la vicinanza e l’aiuto di Dio presentando in anticipo un “curriculum d’eccellenza”, pieno di meriti e di successi! L’angelo dice a Maria che ha già trovato grazia presso Dio, non che la otterrà in futuro. E la stessa formulazione delle parole dell’angelo ci fa capire che la grazia divina è continuativa, non qualcosa di passeggero o momentaneo, e per questo non verrà mai meno. Anche in futuro ci sarà sempre la grazia di Dio a sostenerci, soprattutto nei momenti di prova e di buio.
La presenza continua della grazia divina ci incoraggia ad abbracciare con fiducia la nostra vocazione, che esige un impegno di fedeltà da rinnovare tutti i giorni. La strada della vocazione non è infatti priva di croci: non solo i dubbi iniziali, ma anche le frequenti tentazioni che si incontrano lungo il cammino. Il sentimento di inadeguatezza accompagna il discepolo di Cristo fino alla fine, ma egli sa di essere assistito dalla grazia di Dio.

Le parole dell’angelo discendono sulle paure umane dissolvendole con la forza della buona notizia di cui sono portatrici: la nostra vita non è pura casualità e mera lotta per la sopravvivenza, ma ciascuno di noi è una storia amata da Dio. L’aver “trovato grazia ai suoi occhi” significa che il Creatore scorge una bellezza unica nel nostro essere e ha un disegno magnifico per la nostra esistenza. Questa consapevolezza non risolve certamente tutti i problemi o non toglie le incertezze della vita, ma ha la forza di trasformarla nel profondo. L’ignoto che il domani ci riserva non è una minaccia oscura a cui bisogna sopravvivere, ma un tempo favorevole che ci è dato per vivere l’unicità della nostra vocazione personale e condividerla con i nostri fratelli e sorelle nella Chiesa e nel mondo.


4. Coraggio nel presente
Dalla certezza che la grazia di Dio è con noi proviene la forza di avere coraggio nel presente: coraggio per portare avanti quello che Dio ci chiede qui e ora, in ogni ambito della nostra vita; coraggio per abbracciare la vocazione che Dio ci mostra; coraggio per vivere la nostra fede senza nasconderla o diminuirla.
Sì, quando ci apriamo alla grazia di Dio, l’impossibile diventa realtà. «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). La grazia di Dio tocca l’oggi della vostra vita, vi “afferra” così come siete, con tutti i vostri timori e limiti, ma rivela anche i meravigliosi piani di Dio! Voi giovani avete bisogno di sentire che qualcuno ha davvero fiducia in voi: sappiate che il Papa si fida di voi, che la Chiesa si fida di voi! E voi, fidatevi della Chiesa!
Alla giovane Maria fu affidato un compito importante proprio perché era giovane. Voi giovani avete forza, attraversate una fase della vita in cui non mancano certo le energie. Impiegate questa forza e queste energie per migliorare il mondo, incominciando dalle realtà a voi più vicine. Desidero che nella Chiesa vi siano affidate responsabilità importanti, che si abbia il coraggio di lasciarvi spazio; e voi, preparatevi ad assumere queste responsabilità.
Vi invito a contemplare ancora l’amore di Maria: un amore premuroso, dinamico, concreto. Un amore pieno di audacia e tutto proiettato verso il dono di sé. Una Chiesa pervasa da queste qualità mariane sarà sempre Chiesa in uscita, che va oltre i propri limiti e confini per far traboccare la grazia ricevuta. Se ci lasceremo contagiare dall’esempio di Maria, vivremo in concreto quella carità che ci spinge ad amare Dio al di sopra di tutto e di noi stessi, ad amare le persone con le quali condividiamo la vita quotidiana. E ameremo anche chi ci potrebbe sembrare di per sé poco amabile. È un amore che si fa servizio e dedizione, soprattutto verso i più deboli e i più poveri, che trasforma i nostri volti e ci riempie di gioia.

Vorrei concludere con le belle parole di San Bernardo in una sua famosa omelia sul mistero dell’Annunciazione, parole che esprimono l’attesa di tutta l’umanità per la risposta di Maria: «Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta; […] Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi. […] Per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita. […] Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia. […] O Vergine, da’ presto la risposta» (Om. 4, 8; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54).
Carissimi giovani, il Signore, la Chiesa, il mondo, aspettano anche la vostra risposta alla chiamata unica che ognuno ha in questa vita! Mentre si avvicina la GMG di Panamá, vi invito a prepararvi a questo nostro appuntamento con la gioia e l’entusiasmo di chi vuol essere partecipe di una grande avventura. La GMG è per i coraggiosi! Non per giovani che cercano solo la comodità e che si tirano indietro davanti alle difficoltà. Accettate la sfida?





Giovedì, 22 Febbraio 2018

San Leopoldo Mandic patrono dei malati di tumore: è questo l’obiettivo della petizione ai vescovi della Conferenza episcopale Italiana avviata dai frati cappuccini del Santuario padovano lo scorso 20 gennaio. In un mese sono state già raggiunte le diecimila firme, da parte di fedeli che visitano il santuario soprattutto nel fine settimana, ma anche da persone che ne hanno avuto notizia e utilizzano i moduli disponibili sul sito www.leopoldomandic.it Già riconosciuto santo della riconciliazione (e per questo papa Francesco volle il suo corpo a Roma insieme a san Pio da Pietrelcina durante il Giubileo della misericordia) e profeta dell’ecumenismo, ora padre Leopoldo (come i fedeli continuano a chiamarlo) potrebbe essere invocato e ricordato anche per la sua costante e preziosa presenza e vicinanza ai malati come dimostrano testimonianze e anche alcuni dipinti che lo ritraggono.

Non solo, il frate confessore, originario di Castelnuovo di Cattaro nell’attuale Montenegro, morì proprio per un cancro all’esofago nel 1942, malattia che lo provò moltissimo e che sopportò sempre con umiltà e pazienza. Già negli anni Ottanta si mossero le prime raccolte firme per riconoscerlo patrono dei malati di tumore e nell’archivio del convento padovano ne sono conservate 13mila. «Il ministro generale ha fatto domanda per questo riconoscimento e ci è stato suggerito di fare questa petizione anche per cogliere l’attenzione e l’interesse dei fedeli, che si sta dimostrando davvero ampio – commenta il rettore del santuario padovano padre Flaviano Gusella –. Stiamo anche raccogliendo storie, testimonianze e attestazioni. Riconoscere san Leopoldo patrono dei malati di tumore andrebbe a sottolineare un altro importante aspetto che qualificava la sua figura: l’attenzione alla malattia, ai malati e agli operatori sanitari».





Giovedì, 22 Febbraio 2018

Si chiama 'Snehonir', che in lingua bengali sta per «Casa della tenerezza». È un piccolo centro di accoglienza per disabili, nato quasi per caso nella missione di Rohanpur, nel nord-ovest del Bangladesh, ma che ha da poco varcato il traguardo dei primi 25 anni di vita. I festeggiamenti per l’anniversario avrebbero dovuto essere celebrati nel novembre 2017, ma il viaggio del Papa in Bangladesh ha fatto sì che la data venisse spostata all’inizio di febbraio 2018.

Il centro è sorto in maniera quasi fortuita. Ricorda padre Franco Cagnasso, oggi responsabile della struttura: «Circa 25 anni fa un papà disperato consegnò alla parrocchia un bimbo, Robi Hasda, di quattro mesi gravemente denutrito, rimasto orfano di mamma. Suor Gertrude Costa, bengalese, della congregazione locale 'Regina della Pace', e i miei due confratelli Gianantonio Baio e Mariano Ponzinibbi decisero di tenerlo e trovargli una mamma adottiva. Ma, arrivato a nove mesi di età, il bambino fu colpito dalla poliomielite e rimase completamente paralizzato dal collo in giù: muoveva solo la testa. Iniziò una lunghissima, ostinata lotta di suor Gertrude, che con incredibile tenacia e anni di fisioterapia e cure, è riuscita a cambiare gradualmente e radicalmente situazione di Robi». Oggi il giovane si sposta bene in carrozzella, gioca a cricket e ha persino completato un Master in economia. Mentre egli lentamente progrediva, altri papà, mamme e parenti portarono alla missione (non esisteva ancora alcuna struttura e neppure una organizzazione per questo scopo) i loro bimbi con qualche disabilità.

La prima di esse, Flora, anche lei colpita da polio, lavora ora in un progetto della Caritas per bimbi di strada. Spiega Cagnasso: «Vedendo con quanta naturalezza bimbi 'normodotati' si mescolavano con i 'disabili', si decise, via via, di dare spazio anche a qualcuno di loro, creando una comunità molto varia: maschi e femmine, con disabilità differenti o normodotati, gruppi etnici diversi, educando i più anziani farsi carico dei piccoli. Denominatore comune, la povertà; obiettivo comune, l’aiuto reciproco, la convivenza gioiosa e senza complessi, l’impegno di dare il meglio per costruirsi un futuro se possibile indipendente ». Oggi la comunità che ha preso forma strada facendo - conta 43 membri. Padre Franco svolge il ruolo di responsabile da 6 anni in qua ma ci tiene a precisare che al cammino di 'Snehonir' hanno dato il loro contributo diversi padri e missionari laici del Pime: Faustino Cescato, Gian Battista Zanchi, Massimo Cattaneo, Francesco Rapacioli. «Io ho trovato la pappa pronta…», si schermisce padre Cagnasso, aggiungendo che «fondamentale è stato l’apporto all’iniziativa fornito da varie suore Shanti Rani: dopo Gertrude, specialmente Dipika Palma, attuale direttrice, e Carolina Murmu, non udente». Padre Cagnasso non dimentica i festeggiamenti per i 25 anni di 'Snehonir': «Arrivando a Snehonir qualche giorno prima della festa, mi colpì l’entusiasmo con cui i ragazzi si preparavano, senza stancarsi di provare e riprovare danze, canti, sfilate, storielle...

La loro gioia mi contagiava, anzi, mi conquistava. La sera della vigilia, dopo una bella processione eucaristica e un’adorazione in un piccolo campo da giochi dei nostri vicini, è arrivata la cena 'piatto in mano', dopo la quale è partita una raffica di pezzi musicali che hanno trascinato tutti sul palco. La prima è stata Susmita, poi il più piccolo, Sivajit che ha danzato per tre ore di fila sul palco con i suoi occhietti ciechi che sembravano prendere vita, e Urmilla, sordomuta, che seguiva a perfezione il ritmo, e via via tutti gli altri. Ho respirato la loro gioia di vivere, di stare insieme, di sentirsi accolti, di voler bene, di muoversi, non importa se aiutati da una stampella». Non è un caso che l’iniziativa abbia preso corpo in quella zona: la parrocchia di Rohanpur vanta una lunga presenza dei missionari del Pime e ha festeggiato nell’autunno scorso il centenario della sua fondazione. Nel corso del tempo ha svolto un ruolo importante nell’educazione e in campo sanitario.





Mercoledì, 21 Febbraio 2018

Con un grazie a quanti hanno accettato di incontrarlo, alla Chiesa locale e a papa Francesco, martedì l’arcivescovo Charles Scicluna, presidente del collegio per l’esame dei ricorsi presso la Congregazione per la Dottrina della fede, ha iniziato la missione per far luce sul “caso Barros”. Ovvero le accuse rivolta al vescovo di Osorno di aver coperto gli abusi commessi negli anni Ottanta dal sacerdote Fernando Karadima. Dopo aver ascoltato le prime due testimonianze, però, la notte tra martedì e mercoledì Scicluna si è sentito male ed è stato ricoverato all’ospedale San Carlos de Apoquindo dove è stato operato di calcoli alla cistifellea. Dovrebbe essere in grado di riprendere l’attività nel giro di dieci giorni per i medici. È, dunque, probabile che cambi la struttura della missione: l’arcivescovo della Valletta doveva stare a Santiago fino a venerdì a raccogliere informazioni. Nel frattempo, per la giornata di oggi, l’ha sostituito padre Jordi Bertomeu, sacerdote spagnolo della Congregazione, che l’ha accompagnato nel viaggio.

Raccogliere le voci dei lauci e religiosi che chiedono le dimissioni di Barros

Dopo aver ascoltato un testimone a New York, martedì l’arcivescovo Charles J. Scicluna ha iniziato a Santiago del Cile le audizioni sul caso del vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros Madrid. Il presule maltese è stato inviato oltreoceano da papa Francesco per raccogliere direttamente le voci dei laici e religiosi che chiedono le dimissioni di Barros con l’accusa di essere stato a conoscenza di abusi perpetrati da don Fernando Karadima, di cui è stato segretario prima della nomina episcopale. Scicluna rimarrà nel Paese latinoamericano per quattro giorni che si preannunciano fitti di appuntamenti. E ieri all’inizio della sua missione ha letto una breve dichiarazione in cui ha espresso «gratitudine alle persone che si sono dichiarate disponibili ad incontrarmi nei prossimi giorni». «Il Santo Padre, che ricorda ancora con emozione la calda accoglienza ricevuta durante il suo recente viaggio apostolico in questo Paese – ha aggiunto l’arcivescovo – invia un saluto affettuoso, accompagnato dalla sua speciale benedizione, a voi e a tutto il popolo cileno».

I compiti di Scicluna

Lunedì la Conferenza episcopale cilena (Cech), ha reso noti alcuni particolari rispetto ai compiti di Scicluna, l’arcivescovo di Malta inviato da papa Francesco in qualità di presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di “delicta graviora”) alla Sessione ordinaria della Congregazione per la dottrina della fede. Nella nota stampa si precisa che, «al fine di facilitare la realizzazione dell’incontro, la nunziatura apostolica in Cile, d’accordo con Scicluna, ha fatto sapere a coloro che hanno chiesto di essere ascoltati di far arrivare previamente una relazione scritta, nella quale siano evidenziati gli elementi interessanti da esporre durante l’audizione personale».

Tali «documenti saranno consegnati a monsignor Scicluna, nel rispetto del loro carattere riservato». La Conferenza episcopale specifica anche che alcune persone hanno chiesto di mantenere riservata la propria identità e conferma il proprio ringraziamento a papa Francesco, denotando nella sua scelta «un atteggiamento di vero ascolto e vicinanza verso la realtà e le sfide della società e della Chiesa cilena». I vescovi cileni inoltre ringraziamento «per la disponibilità di tutti coloro che hanno chiesto di incontrarsi con monsignor Scicluna per presentare le loro testimonianze e a tutte le persone che liberamente si sono dichiarate disponibili a consegnare le proprie spiegazioni».

Nella sua dichiarazione di ieri Scicluna ha ringraziato per l’accoglienza e la collaborazione «il personale della nunziatura» e «in modo speciale» il nunzio Ivo Scapolo. Successivamente il diacono Jaime Coiro, portavoce dell’episcopato, ha spiegato che, per rispettare il diritto alla riservatezza degli interessati, non verranno diffusi né il numero né il nome delle persone ascoltate. E ha ribadito che la missione di Scicluna non è quella di emettere un giudizio ma di raccogliere informazioni utili sul 'caso Barros'.





Mercoledì, 21 Febbraio 2018

La liberazione da una possessione diabolica avviene grazie alla fede, alla preghiera e al digiuno, meglio se è impegnata un’intera comunità accanto a una persone che soffre per l’azione straordinaria del diavolo. Lo dimostra uno dei numerosi casi di esorcismo praticati con successo da fra’ Benigno Palilla, dei Frati minori rinnovati, alla guida del Centro regionale di formazione 'Giovanni Paolo II', istituito dalla Conferenza episcopale siciliana.

Lo racconterà durante il 14° incontro di formazione regionale per esorcisti, che si apre oggi alla Casa diocesana di Baida, sulle colline di Palermo, a cui parteciperanno 44 sacerdoti da tutta l’Isola. Una storia che offre uno spaccato nuovo dell’impegno che la Chiesa deve dimostrare nei confronti di uomini e donne martoriati nel corpo e nella mente. Per ciascuno di loro la Chiesa ha il “dovere” della misericordia.

È una storia commovente quella di Maria, una donna che frequentava la chiesetta dei frati minori rinnovati nella borgata di Sant’Isidoro, ma era posseduta da cinque anni. «Aveva reazioni durante la Messa, interferiva con l’omelia, con la lettura del Vangelo, ma i fedeli che partecipavano erano già formati a tutto questo, pregavano per lei – racconta fra’ Benigno – .Il dolore patito da questa donna era incredibile, riceveva come pugnalate nel corpo, si contorceva, poi senza ragione nutriva odio verso il marito e i figli». Ma il Giovedì Santo dello scorso anno, il padre guardiano, «che ha avuto un ruolo importante per la liberazione di una cinquantina di persone » spiega l’esorcista, chiese alle persone in chiesa un digiuno generoso per la liberazione di Maria. Il Venerdì Santo, durante la liturgia dell’adorazione della croce, avvenne la liberazione. «Mi accorsi che, nella stanzetta in cui si trovava, Maria lodava il Signore, per la prima volta.

Andai da lei – racconta fra’ Benigno – e la accompagnai a baciare la croce, ma lei la abbracciò e scoppiò in lacrime e con lei tutta l’assemblea. Al momento della Comunione, riuscì a ricevere tranquillamente l’Eucaristia. Fu un momento comunitario straordinario, una liberazione in diretta, a cui avevano contribuito tutti con la preghiera e il digiuno, anche un uomo diabetico, che non avrebbe potuto privarsi del cibo per via della malattia, e una bambina di sette anni, che aveva saputo di questa storia».

Alla veglia di Pasqua parteciparono Maria, il marito e i figli e lei ha dato una testimonianza importante: «Io mi sono sentita sempre accolta, mai esclusa ». È questo il punto su cui lavoreranno gli esorcisti di Sicilia, grazie ai contributi di esperti, due sacerdoti della diocesi di Milano don Alberto Cozzi e padre Gianfranco Maria Pessina, il coordinatore nazionale dell’Associazione internazionale esorcisti padre Paolo Carlin e monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, che affronterà domani proprio il tema dell’atteggiamento evangelico che ogni battezzato deve avere verso quei 'poveri', che sono le vittime dell’azione straordinaria del diavolo. «Bisogna stare molto attenti ad avere un atteggiamento giusto nei confronti di chi soffre per vessazioni, possessioni, invece spesso queste persone non esistono nell’anagrafe della Chiesa – ribadisce fra’ Benigno –, sono considerate lo scarto.

A volte si ha paura, magari di essere contagiati, ma il primo contagiato dovrei essere io perché sto da diciotto anni in mezzo a loro. Queste persone già portano una croce, immaginiamoci se una comunità prende le distanze da loro. Occorre avere sensibilità, misericordia, il Papa ci ha invitato ad avere per loro amore di predilezione ».





Martedì, 20 Febbraio 2018

Trecento giovani arriveranno dal 19 al 24 marzo in Vaticano in vista del Sinodo dei vescovi di ottobre che sarà dedicato proprio alle nuove generazioni.

"Tra un mese, dal 19 al 24 marzo verranno a Roma - ha spiegato papa Francesco dopo l'Angelus di domenica 18 febbraio - circa 300 giovani da tutto il mondo per una riunione preparatoria al Sinodo di ottobre. Desidero però fortemente che tutti i giovani possano essere protagonisti di questa preparazione. Perciò, essi potranno intervenire online attraverso gruppi linguistici moderati da altri giovani. L’apporto dei 'gruppi della rete' si unirà a quello della riunione di Roma. Cari giovani, potete trovare le informazioni sul sito web della Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Vi ringrazio del vostro contributo per camminare insieme!".

Nella settimana precedente la domenica delle Palme, i giovani dai cinque continenti si riuniranno dunque per presentare le loro esperienze e le loro istanze. Ad aprire i lavori, il 19 marzo, sarà papa Francesco che rivolgerà un saluto e risponderà alle domande dei ragazzi.

"Si tratta un evento in cui i giovani saranno gli attori e i protagonisti. Non si parlerà soltanto 'dì loro, ma saranno loro stessi a raccontarsi: con il loro linguaggio, il loro entusiasmo e la loro sensibilità. Il prossimo Sinodo dei Vescovi vuole essere, infatti, non solo un Sinodo 'sui' giovani e 'per' i giovani, ma anche un Sinodo 'deì giovani e 'con' i giovani", ha spiegato nella conferenza stampa il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale della Segreteria del Sinodo dei Vescovi.
"Una parola-chiave, più volte ripetuta dal Papa, è ascolto. In questa Riunione pre-sinodale ascolteremo i giovani dal vivo", ha
aggiunto il cardinale Baldisseri.

Chi sono i giovani che partecipano alle riunioni pre-sinodali con papa Francesco

"Ci saranno anche giovani non cattolici, non cristiani, non credenti perché l'ascolto dei giovani si realizzi il più possibile a 360 gradi". In particolare, sul sito della Santa Sede viene specificato che "ciascuna Conferenza episcopale e ciascun Sinodo delle Chiese cattoliche orientali ha designato propri rappresentanti, in modo da dar “voce” a tutti i giovani impegnati cristianamente in ogni parte del pianeta".
"A costoro si aggiungeranno giovani provenienti dai seminari e dalle case di formazione alla vita consacrata maschile e femminile; i rappresentanti di associazioni, movimenti e comunità ecclesiali; ragazzi che frequentano scuole e università cattoliche. Altri giovani arriveranno in rappresentanza del mondo della cultura, del teatro, della musica e dell’università, dell’impegno sociale e del volontariato, della formazione politica, del mondo militare e dello sport. Ci saranno ancora, giovani appartenenti alle altre Confessioni Cristiane e alle altre Religioni, e anche ragazzi che hanno vissuto o vivono situazioni particolari, come il carcere, la tratta di persone, la tossicodipendenza e giovani diversamente abili. E vi saranno anche giovani non credenti o appartenenti ad associazioni giovanili non confessionali.
Infine, saranno presenti diversi educatori, provenienti dai seminari, dalle case di formazione, dalle università e dalle scuole, dai collegi e dagli istituti educativi, dalle organizzazioni che aiutano i ragazzi che vivono situazioni difficili".

#Synod2018: hashtag, sito, whatsApp e pagine social per i giovani

Oltre al sito Synod2018 è nata una pagina Facebook, un account Twitter e uno Instagram, tutti canali multilingue.
"Con i nostri consigli - ha spiegato Filippo Passantino, uno dei giovani presenti alla conferenza stampa - e le nostre intuizioni abbiamo offerto uno sguardo giovane per parlare ad altri giovani. L’obiettivo della presenza in rete è quello di creare un’interazione con i nostri coetanei di tutto il mondo e agevolare la loro partecipazione. Abbiamo proposto loro già da qualche mese di condividere e “postare” sui social media anche selfie e video. Abbiamo pensato che per aprire a tutti le porte del Sinodo sarebbe stato importante trasformare i canali social in un forum aperto a tutti".
"Abbiamo suggerito - ha proseguito Filippo - di rilanciare storie e problemi che viviamo quotidianamente. Ci è sembrata significativa la vicenda di Alessio, che racconta con un autoscatto davanti a un aereo la difficoltà dei ragazzi che sono costretti a lasciare la loro terra perché non c’è lavoro. Sono numerosi i messaggi che abbiamo ricevuto. Da tutto il mondo. Dall’Australia Angela, ad esempio, ha raccontato come si sta preparando alla riunione pre-sinodale alla quale parteciperà. Sui social sono state pubblicate anche foto e video delle nostre riunioni. Vogliamo testimoniare la nostra volontà di coinvolgere il maggior numero di ragazzi possibile sui sentieri digitali, perché attraverso questi canali possa giungere, durante la riunione pre-sinodale, anche la loro esperienza concreta".

L’hashtag #Synod2018 raggrupperà i tanti messaggi provenienti da tutto il mondo. "E a tutto il mondo - ha spiegato ancora il giovane Passantino - abbiamo voluto lanciare una domanda ogni mese per ascoltare le voci e le preoccupazioni dei nostri coetanei. La domanda di questo mese è: “Cosa potrebbe fare la politica e la società per i giovani?”. Ce lo chiediamo un po’ tutti, mentre le nostre risposte variano in base alle nostre aspettative. Ma crediamo che qualcosa vada fatta per evitare storie come quella di Alessio".
"Abbiamo proposto - ha concluso il giovane - di creare anche un altro canale di comunicazione, quello di WhatsApp, dedicando un numero di cellulare ai messaggi. Insomma, abbiamo provato ad aprire diverse porte perché nell’aula della riunione pre-sinodale possano entrare molte più delle 300 persone invitate. Il nostro auspicio è che ciò si possa davvero realizzare".

La pagina internet del Sinodo ha già avuto 500mila contatti, ha spiegato ancora il cardinale Baldisseri. I partecipanti al questionario online sono stati circa 221mila. Di questi, 100.500 sono coloro che hanno risposto a tutte le domande: 58mila ragazze e 42.500 ragazzi. Quasi 51mila partecipanti, che corrispondono al 50,6% dei questionari completati, sono ragazzi compresi fra i 16 e i 19 anni, a dimostrazione che proprio i più giovani si sono dimostrati maggiormente sensibili all’iniziativa. Il continente più rappresentato è l’Europa, con il 56,4%, seguono l’America Centro-Meridionale con il 19,8% e l’Africa con il 18,1%. Tra i partecipanti che hanno completato il questionario, il 73,9% si dichiarano cattolici che considerano importante la religione,
mentre i restanti sono cattolici che non considerano importante la religione (8,8%), non cattolici che considerano importante la religione (6,1%) e non cattolici che non considerano importante la religione (11,1%).





Lunedì, 19 Febbraio 2018

Il più anziano tra 216 porporati


Proprio domenica 18 febbraio ha tagliato un traguardo ragguardevole quello dei 99 anni che lo rende il porporato più anziano del collegio cardinalizio composto ora da 216 porporato.
Si tratta dell’arcivescovo colombiano, classe 1919. José de Jesús Pimiento Rodríguez, arcivescovo emerito di Manizales, creato cardinale proprio da papa Francesco durante il Concistoro del 28 febbraio del 2015. Una storia la sua veramente singolare ¬ come ha raccontato e anticipato proprio il 18 febbraio scorso il portale di informazione religiosa Il Sismografo per essere una delle figure ecclesiali più significative del suo Paese di questo cardinale che divenne giovane prete novello nel lontano 1941 ma anche per essere uno degli ultimi padri conciliari ancora viventi assieme all’italiano oggi vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, classe 1923. José de Jesús Pimiento Rodríguez fu infatti nominato giovanissimo vescovo ausiliare di Pasto nel 1955 da Pio XII. Solo quattro anni dopo nel 1959 viene trasferito da Giovanni XXIII alla sede titolare di Montería come nuovo vescovo nella diocesi colombiana, dove è rimasto fino al 29 febbraio 1964, quando è stato trasferito a Garzón (Huila).

Portò lo spirito del Vaticano II in Colombia

Nell’arco di questi anni oltre a partecipare al Concilio Vaticano II ha ricoperto importanti incarichi all’interno della Celam (Consiglio episcopale latino-americano) portando importanti contribuiti durante le assise di Medellin (1968) , Puebla (1979) e Santo Domingo (1992). Nel luglio 1972 è stato eletto presidente della Conferenza episcopale colombiana, incarico mantenuto per due mandati fino al 1978. Il 22 maggio 1975 Paolo VI lo ha promosso alla sede arcivescovile di Manizales, che ha guidato per 21 anni, durante i quali ha dato grande impulso all'applicazione dei decreti del Vaticano II.

Ha ricevuto la berretta cardinaliza a Bogotà nel 2015

Il cardinale Pimento Rodríguez risiede da 19 anni nel Foyer de Charité San Pablo, a Bucaramanga, da dove partì verso Bogotà - nel settembre 2017 - per conoscere e incontrare per la prima volta papa Bergoglio durante la sua visita in Colombia. A motivo dell'età avanzata, l'arcivescovo José de Jesús Pimiento Rodríguez, non ha raggiunto Roma per il Concistoro del 14 febbraio del 2015, ma ha ricevuto la porpora il 28 febbraio dello stesso anno nella Cattedrale primaziale di Bogotá, nel corso di una cerimonia alla presenza del nunzio apostolico in Colombia, l’arcivescovo l’italiano Ettore Balestrero. Fu l’attuale primate di Colombia il cardinale Rubén Salazar Gómez, arcivescovo di Bogotá, ad imporgli la berretta e a consegnargli l'anello cardinalizio. Al porporato allora 96enne fu assegnato il titolo come cardinale presbitero della chiesa romana di San Giovanni Crisostomo a Monte Sacro Alto. Dal 26 maggio 2016, giorno della morte dell’italiano Loris Francesco Capovilla (lo storico segretario di Giovanni XXIII ), è il più anziano cardinale vivente.





Domenica, 18 Febbraio 2018

L’università è il luogo dove si vive una particolare tensione tra il patrimonio di conoscenze da tramandare e le necessarie innovazioni che consentono di mettere a frutto quanto ricevuto per costruire un futuro migliore. Si tratta di declinare in modo armonico e fecondo lo straordinario bagaglio di conoscenze accumulate con le problematiche del nostro tempo che esigono un di più di sapienza e discernimento. Il secondo elemento non può prescindere dal primo, come non ci sono frutti senza radici. In un’epoca che tende a rendere evanescente il senso del tempo e della storia, assorbiti nell’assolutizzazione mediatica e consumistica del presente, l’Università Cattolica rappresenta per la comunità ecclesiale e per la società civile italiana un luogo privilegiato dove formare le nuove generazioni non ad estraniarsi dalla realtà o a perseguire solo il loro interesse, ma a diventare protagonisti di un cammino che sia capace di operare un discernimento profondo sulla loro vita e sul corso della storia.

Fin dalla sua nascita, secondo le intenzioni di padre Agostino Gemelli e dei suoi collaboratori, l’Ateneo dei cattolici Italiani doveva assolvere al compito di custodire e trasmettere il patrimonio di sapere coltivato nei secoli passati da illustri istituzioni accademiche e da straordinarie figure di studiosi che hanno saputo coniugare la scienza con la fede, la ricerca con l’impegno concreto. Da questa solida fondazione del sapere e dalla capacità di misurarsi con le innovazioni deriva la più grande risorsa per garantire un utile e fecondo contributo allo sviluppo futuro dell’umanità, alle prese con sfide epocali. «Questo ingente e non rinviabile compito chiede, sul livello culturale della formazione accademica e dell’indagine scientifica, l’impegno generoso e convergente verso un radicale cambio di paradigma, anzi – afferma papa Francesco– verso una coraggiosa rivoluzione culturale» (Costituzione apostolica, Veritatis gaudium, n. 3).

Questo obiettivo può essere raggiunto sviluppando in modo ancora più incisivo tre condizioni che appartengono all’identità e alla missione dell’Università Cattolica. La prima condizione è quella di rispondere in modo efficace e appropriato alle attese profonde di chi si accosta all’Università Cattolica cercando una formazione integrale capace di dare qualificate conoscenze umane e scientifiche utili ad elaborare una sapiente visione della vita, di promuovere un’alta professionalità che sia in grado di contribuire alla costruzione del bene comune, di far maturare un impegno generoso di testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale, familiare e sociale. L’accompagnamento degli studenti nel loro discernimento vocazionale, inteso in senso ampio come capacità di riconoscere e mettere a frutto i doni ricevuti, esprime lo spirito e la missione dell’Ateneo dei cattolici italiani. La fedeltà a questo impegno è alla base dell’alto e crescente interesse verso l’Università Cattolica che in questi ultimi anni si è tradotto in un rilevante aumento delle immatricolazioni, ancor più indicativo se consideriamo la difficile stagione che sta vivendo il mondo universitario nel nostro Paese.

La seconda condizione per fare tesoro dell’eredità ricevuta e affrontare con decisione le necessarie innovazioni è quella di saper tendere nel migliore dei modi l’arco dell’impegno nel presente tra memoria e profezia, usando tutti gli strumenti attraverso cui non solo si favorisce la trasmissione del sapere da generazione a generazione, ma si sviluppano le condizioni per una visione della realtà capace di incidere sulle grandi questioni del nostro tempo. La crescente mobilità umana con le sue attese e le sue tragedie, la cura della casa comune che richiede un radicale cambiamento di mentalità per contrastare il degrado dell’ambiente, l’uso saggio e responsabile delle conoscenze tecnico-scientifiche in ambito medico per assicurare a tutti la salute e un corretto approccio etico alle problematiche del nascere e del morire, la necessità di ripensare l’economia e la finanza per un sistema più equo che riconosca e tuteli il primato del diritto al lavoro, soprattutto per i giovani. Sono solo alcune delle problematiche che possono trovare nell’Università Cattolica un’efficace risposta attraverso la ricerca, l’alta formazione delle nuove generazioni e qualificati contributi sul piano culturale e sociale. Sfide così importanti non possono essere affrontate da una singola istituzione. È possibile farlo - ed è la terza condizione - in un contesto vitale e dinamico come quello del cattolicesimo italiano da cui l’Università Cattolica del Sacro Cuore nasce e a cui offre il suo prezioso contributo.

Un tale legame, lungi dall’essere penalizzante, costituisce una risorsa formidabile per la formazione delle nuove generazioni e per la diffusione di una cultura d’ispirazione cattolica, in un clima di positiva collaborazione e di reciproco sostegno. La celebrazione della 94ª Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si svolgerà domenica 15 aprile 2018 si colloca pertanto all’interno di un’osmosi vitale e di uno scambio continuo nella consapevolezza che possiamo essere 'eredi e innovatori' solo nello spirito di chi operando per il Regno dei cieli «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche » ( Mt 13,52). Il comune impegno per rendere i giovani protagonisti della storia è sollecitato e incoraggiato anche dal Sinodo dei vescovi che nel prossimo ottobre affronterà il tema « I giovani, la fede e il discernimento vocazionale ». In questo contesto di rinnovata e diffusa attenzione ai giovani, all’Università Cattolica è chiesto un particolare impegno per operare in sinergia con la comunità ecclesiale e la società civile perché - come ha affermato papa Francesco -: «la stretta interazione reciproca impedisce il divorzio tra la ragione e l’azione, tra il pensare e il sentire, tra il conoscere e il vivere, tra la professione e il servizio» ( Santiago, Università Cattolica del Cile, 17 gennaio 2018).





Sabato, 17 Febbraio 2018

Una parola lasciata cadere con non chalance nel mezzo di una frase un po’ scherzosa, alla fine di una lunghissima conversazione, ma che contiene una conferma non di poco conto.

La scena di questa inaspettata “rivelazione” da parte di Bergoglio è stata quella del tradizionale incontro quaresimale del Papa con il clero della diocesi di Roma, tenutosi giovedì mattina nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

Dopo aver risposto alle domande rivoltegli dai sacerdoti, il Papa è stato ringraziato dal vicario generale, l’arcivescovo Angelo De Donatis, che ha poi presentato un volume di cui Francesco ha omaggiato i presenti, dal titolo «Cari fratelli nel sacerdozio... Testi dei vescovi di Roma al clero romano per l’Ufficio delle letture delle ferie di Quaresima».

«Riceviamo un piccolo testo nel quale sono state raccolte delle meditazioni da Paolo VI a Papa Francesco – ha detto De Donatis ¬– sono delle letture da utilizzare in questo tempo di Quaresima come seconda lettura del Breviario, in modo che l’impegno della preghiera possa essere comune. E rifletteremo un po’ su quello che i nostri Vescovi, in questi anni, ci hanno consegnato proprio sulla vita sacerdotale. Credo che ci farà bene, perché poi questo ci preparerà ad altri passaggi che vivremo – spero – in futuro sull’approfondimento del nostro essere preti a Roma, oggi».

«Io l’ho visto e mi è piaciuto tanto» è stato il commento del Papa, «ci sono due vescovi di Roma [recenti ndr] già santi [Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II ndr]. Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I, la sua causa è aperta. E Benedetto e io, in lista di attesa: pregate per noi!».

Giovanni Battista Montini sarò quindi canonizzato nei prossimi mesi, parola di Francesco.

Del resto lo scorso 6 febbraio la riunione ordinaria dei membri della Congregazione delle cause dei santi aveva dato all’unanimità il via libera al miracolo attribuito all’intercessione del beato Paolo VI. Ora manca solo la firma al decreto finale da parte del Pontefice argentino, che evidentemente non tarderà molto.

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Sabato, 17 Febbraio 2018

Papa Francesco ha nominato 9 nuovi Membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Cinque donne e quattro uomini. Prof. Benyam Dawit Mezmur (Etiopia); Sr. Arina Gonsalves, RJM (India); On. Neville Owen (Australia); Sig.ra Sinalelea Fe’ao (Tonga); Prof. Myriam Wijlens (Paesi Bassi); Prof. Ernesto Caffo (Italia); Sr. Jane Bertelsen, FMDM (UK); Sig.ra Teresa Kettelkamp (USA); Sig. Nelson Giovanelli Rosendo Dos Santos (Brasile).

Istituita il 22 marzo 2014 con documento autografo di Papa Francesco, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha il compito specifico di proporre al Papa “le iniziative più opportune per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili, sì da realizzare tutto quanto è possibile per assicurare che crimini come quelli accaduti non abbiano più a ripetersi nella Chiesa”. La Commissione, quindi, ha funzione consultiva, è al servizio del Santo Padre ed è composta da un massimo di diciotto Membri nominati dallo stesso Pontefice “per un periodo di tre anni, salva riconferma”.

Le conferme: Papa Francesco ha confermato il Cardinale Seán O’Malley, OFM Cap., come Presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (PCTM) e nominato in questo organismo consultivo sedici (16) membri, inclusi nove nuovi membri. I sette membri riconfermati sono: Dr. Gabriel Dy-Liacco (Filippine); S.E. Mons. Luis Manuel Alì Herrera (Colombia); P. Hans Zollner, SJ (Germania); Prof. Hanna Suchocka (Polonia); Sr. Kayula Lesa, RSC (Zambia); Sr. Hermenegild Makoro, CPS (Sud Africa); Mons. Robert Oliver (USA).

La dichiarazione del Cardinal O’Malley: “Il nostro Santo Padre, Papa Francesco, ha prestato molta considerazione e preghiera nel nominare questi membri. I commissari appena nominati aggiungeranno una prospettiva globale nella protezione dei minori e degli adulti vulnerabili. Il Santo Padre ha assicurato la continuità del lavoro della nostra Commissione, che è quello di assistere le chiese locali di tutto il mondo nei loro sforzi di proteggere dalle ferite tutti i bambini, i giovani e gli adulti vulnerabili.”

Tra i membri della Commissione anche vittime di abusi: Vittime/sopravvissuti di abusi sessuali clericali sono inclusi tra i membri annunciati oggi. Sin dalla fondazione della Commissione, persone che hanno sofferto per gli abusi e genitori di vittime/sopravvissuti sono stati membri. Come è sempre stato prassi della Commissione, la PCTM supporta il diritto di ogni persona che sia stata abusata a rivelare o non rivelare pubblicamente le proprie esperienze. I membri nominati oggi hanno scelto di non farlo pubblicamente, ma solo all’interno della Commissione. La PCTM crede fermamente che la loro privacy sia un valore da rispettare.

Ascoltare le persone che sono state abusate: la chiesa ha bisogno di sentire le loro voci: Come deciso dai membri fondatori nell’Assemblea Plenaria di settembre 2017, la nuova membership della PCTM e lo staff inizieranno il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano. L’approccio “prima le vittime/sopravvissuti per primi” continua a essere centrale in tutte le politiche e programmi educativi della Commissione. La PCTM desidera ascoltare direttamente le voci delle vittime/sopravvissuti, in modo che il consiglio offerto al Santo Padre sia realmente permeato dalla loro saggezza ed esperienze.

Plenaria in Aprile: La sessione di apertura della Plenaria di aprile inizierà con un incontro privato con diverse persone che hanno avuto esperienza dell’abuso. I membri, quindi, discuteranno varie proposte per promuovere un dialogo continuativo con vittime/sopravvissuti da tutto il mondo. Sono state intraprese consultazioni per diversi mesi allo scopo di creare un “Gruppo Consultivo Internazionale di Sopravvissuti” (ISAP), una nuova struttura definita dalle voci di vittime/sopravvissuti e fondata sull’esperienza del Survivor Advisory Panel della Commissione Nazionale Cattolica per la Tutela in Inghilterra e Galles.





Sabato, 17 Febbraio 2018

Amoris laetitia è un testo che punta a diffondere coraggio e serenità nelle famiglie, «un liberante messaggio sulla gioia dell’amore». Si può e si deve discuterne, ma senza divisioni e senza contrapposizioni. Anzi avviando «discussioni fraterne», «con amichevole affetto per tutti coloro che sono di opinione diversa ». Vista la gamma molto ampia di argomenti affrontati dall’Esortazione postsinodale pensare che il dibattito si possa chiudere in breve sarebbe fuorviante e forse anche ingiusto. Il confronto è benvenuto, ma si deve portare avanti su un piano di rispettosa, reciproca attenzione.

L’indicazione arriva da un cardinale-teologo che è forse tra i più profondi conoscitori dell’Esortazione postsinodale. Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, non è soltanto uno dei teologi più ascoltati dal Papa, ma anche l’esperto a cui lo stesso Francesco ha affidato la relazione introduttiva al Concistoro del 21 febbraio 2014 sul 'Vangelo della famiglia'. Un intervento coraggioso che ha aperto la strada al dibattito sinodale ed è considerato una sorta di 'bozza' ideale di Amoris laetitia. Il saggio che arriva in questi giorni in libreria – Il messaggio di Amoris laetitia. Una discussione fraterna (Queriniana pagg.77, euro 10) a quasi due anni di distanza dalla pubblicazione del testo di papa Francesco, non intende affatto avere toni ultimativi ma offrire spunti di riflessione per orientare il dibattito in modo più razionale e meno violento. E Kasper per primo dà prova di riflessione dialogante. Certo, le opinioni, al solito, sono espresse in modo chiaro, sintetico, efficace, ma senza la pretesa di escludere altri contributi anche di segno diverso.

L’analisi abbraccia, in modo riassuntivo, l’intero percorso dell’Esortazione postsinodale, senza soffermarsi soltanto sulla solita diatriba - 'sì o no la comunione ai divorziati risposati'? - ma anche senza eludere il discorso. Proprio su questo tema il contributo di Kasper appare di profondo equilibrio e di grande finezza. Rispetta il pensiero autentico del Papa, senza pretendere di arruolarlo né tra i rigoristi né tra i lassisti. Ribadisce che il criterio di giudizio per tutte le situazioni critiche è quello del discernimento, che è segno di considerazione e gesto di prudenza. In qualche modo una conferma della risposta arrivata da Papa Bergoglio nel dialogo con i confratelli gesuiti durante il viaggio in Perù dello scorso 19 gennaio, l’esigenza cioè di superare la logica del 'fin qui si può, non qui non si può'.

Ogni situazione va contestualizzata, analizzata nelle sue premesse e nei suoi sviluppi, considerata alla luce delle particolari e uniche condizioni in cui si è concretizzata. Di fronte allora al dilemma di una coppia di divorziati risposati – per arrivare al contestato capitolo VIII – che si interroga sul senso del nuovo legame e sulla coerenza del proprio cammino di fede, Amoris laetitia – spiega Kasper – «non dà una concreta risposta diretta», soprattutto evita di entrare nella casistica che risulterebbe comunque incompleta, prescrittiva e quindi incapace di abbracciare tutte le possibilità. Offre però tre criteri di giudizio che il cardinale di origini tedesche sintetizza così. Il primo è quello dell’integrazione. Il Papa spiega con chiarezza che matrimoni civili, unioni di fatto e unioni tra persone omosessuali «non corrispondono alla visione cristiana del matrimonio», ma anche in queste situazioni possono esserci elementi positivi quando presentano «relazioni durature, in presenza di mutuo affetto e di un vincolo di fedeltà, di responsabilità e cura reciproca come la cura e l’educazione dei figli».

Matrimonio sacramentale e unioni irregolari (il Papa avrebbe posto l’aggettivo tra virgolette, Kasper non le usa) non sono sullo stesso piano, ma le persone coinvolte possono essere invitate a partecipare alla vita della Chiesa «verso la piena realizzazione dell’ideale». Il secondo criterio è il discernimento tra divieto oggettivo e colpevolezza soggettiva. Qui entra in gioco il ruolo della coscienza personale e di coppia, che secondo la visione di Francesco ha una dignità inviolabile.

La Chiesa, ha spiegato in Amoris laetitia, ha il compito di contribuire alla formazione delle coscienze, non di sostituirsi a un giudizio personale. Il terzo criterio è quello ispirato dall’amore e dalla misericordia che deve sempre guidare l’applicazione di una legge. Kasper spiega che in questo caso il riferimento va a Tommaso secondo cui «ogni legge generale è incompleta poiché non prevede tutte le circostanze concrete e pertanto non può in anticipo regolare concretamente tutte le situazioni».

C’è una differenza sostanziale da questa 'etica della situazione', ispirata dalla prudenza e la 'teologia delle situazioni' che pretenderebbe di ignorare la legge generale. In questa logica, osserva ancora il porporato teologo, «non si può condannare o escludere» una persona per sempre. Una svolta nella teologia morale? Kasper preferisce parlare di un «cambio di paradigma» nel solco della tradizione, «una sfida all’ulteriore riflessione teologica e a ripensare la prassi pastorale», un invito a recuperare «il carisma del discernimento spirituale» non per aprire «un’epoca di fatali conflitti, ma di una nuova gioia ( laetitia) nella Chiesa».





Venerdì, 16 Febbraio 2018

Dal 2009 vescovo ausiliare di Roma

Monsignor Giuseppe Marciante, attualmente vescovo ausiliare di Roma è il nuovo pastore della diocesi siciliana di Cefalù. Subentra a monsignor Vincenzo Manzella che lascia per limiti di età. Nato a Catania il 16 luglio 1951, il vescovo eletto ha compiuto gli studi filosofico-teologici presso lo Studio Teologico San Paolo di Catania conseguendo la Licenza in missionologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Ordinato sacerdote il 5 ottobre 1980, è stato vicario parrocchiale e poi parroco per l'arcidiocesi di Catania, così come a Roma dove ha guidato la comunità parrocchiale di San Romano Martire (1989-2009) ed è stato prefetto della XII Prefettura (1995-2009). Nominato vescovo ausiliare di Roma con la titolarità di Tagora il 1° giugno 2009, ha ricevuto la consacrazione episcopale l’11 luglio, con l’incarico della cura cura pastorale del Settore Est.

Il primo messaggio alla nuova comunità

Nel suo primo messaggio alla nuova comunità, Marciante esprime gratitudine per la decisione del Papa e ribadisce la sua totale fiducia in Dio sottolineando che "qualunque sia stata la ragione per cui un indegno e peccatore come me è stato posto in questo ministero, l’ho accettata con timore di prendermi cura di voi e con il desiderio di pregare per voi. Perciò, non potendo fare appello a miei meriti, invoco la Sua infinita misericordia e dove tace il merito, il dovere alza la voce". "Dopo i primi turbamenti, normali, dinanzi a una nuova chiamata – aggiunge –, mi sono tornate alla memoria le parole del Risorto a Pietro: “Pietro mi ami tu? […] Pasci le mie pecorelle”. Allora mi son chiesto: è ancora vivo in me l’amore per Cristo? Se è vivo, allora, non posso tirarmi indietro!".

Manzella da quasi nove anni a Cefalù

Come detto Marciante subentra a monsignor Manzella. Quest’ultimo, classe 1942, ordinato sacerdote il 1° luglio 1967, è stato nominato vescovo di Caltagirone il 30 Aprile 1991 ricevendo la consacrazione episcopale il 29 giugno successivo. Il trasferimento a Cefalù risale al 17 Settembre 2009. Tra i vari incarichi, attualmente è delegato della Conferenza episcopale siciliana per le problematiche sociali, del lavoro, della giustizia e della pace





Venerdì, 16 Febbraio 2018

«Le presunte notizie di una malattia paralizzante o degenerativa sono false. Fra due mesi Benedetto XVI compie 91 anni e, come lui stesso ha detto recentemente, sente il peso degli anni, come è normale a questa età». Questa la dichiarazione diffusa ieri della Sala stampa vaticana, che ha voluto così smentire alcune affermazioni fatte dal fratello di Benedetto XVI, monsignor Georg Ratzinger, nel corso di un’intervista rilasciata al settimanale tedesco «Neue Post» e poi ripresa dal sito ufficiale della Santa Sede, «Vatican News».

Georg riferiva di una specie di paralisi che obbligava il fratello Joseph «a ricorrere alla sedia a rotelle. La più grande inquietudine è che la paralisi possa finire per arrivare al suo cuore e allora potrebbe essere finita in fretta». E aggiungeva: «Prego ogni giorno per chiedere a Dio la grazia di una buona morte, in un buon momento, per me e mio fratello. Entrambi abbiamo questo grande desiderio».

Il tema della morte era stato citato nei giorni scorsi dallo stesso Benedetto XVI, che in una lettera al giornalista del «Corriere della Sera» Massimo Franco aveva scritto di essere «in pellegrinaggio verso Casa» definendo «un po’ faticoso quest’ultimo pezzo di strada». Le sue condizioni di salute però, ha voluto puntualizzare la Santa Sede, non sono minate da una patologia particolare, ma sono il riflesso dell’età. Di quei 90 anni che il prossimo 16 aprile diventeranno 91.





Giovedì, 15 Febbraio 2018

«La scintilla della vita è accesa dal buon Dio. E solo il Signore la può spegnere. Nessuno può arrogarsi il diritto di fare altrettanto». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, entra nella vicenda di dj Fabo legata anche alla decisione del tribunale di Milano di rimettere ieri gli atti alla Consulta perché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio nel processo a Marco Cappato. Il porporato parla da Arezzo, la diocesi che ha guidato per dieci anni come vescovo e dove oggi è tornato per la festa della Madonna del Conforto, la ricorrenza religiosa a cui gli aretini sono più legati. Incontrando i giornalisti, nella conferenza stampa nel Palazzo vescovile, affiancato dal “padrone di casa”, il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, l’arcivescovo Riccardo Fontana, il presidente della Cei affronta la questione del suicidio assistito. «Come Chiesa diremo sempre “no” a ogni forma di eutanasia», afferma. E al tempo stesso «occorre evitare l’accanimento terapeutico. Il che significa assicurare fin quando è possibile le cure e ogni possibilità di nutrimento». Poi cita papa Francesco spiegando che «deve prevalere l’anima del Buon Samaritano, ossia dell’accompagnamento del malato o di chi è in condizioni di stato vegetativo lenendo il più possibile il dolore».

La campagna elettorale: abbassare i toni

Guardando alla campagna elettorale verso il voto del 4 marzo, il cardinale Bassetti chiede di «abbassare i toni» e di «stare accanto alla povera gente che va ascoltata». Poi ribadisce: «Non sono ammesse promesse elettorali che sappiamo fin dall’inizio che non saranno mantenute. Perché tutti riusciamo a fare due conti e siamo in grado di comprendere quando le promesse sono irrealizzabili». Quindi il richiamo a governare e amministrare l’Italia con «lo stile del buon padre di famiglia» visto che «c’è bisogno più che mai di lavoro» e il Paese «va rammendato».

Anche il “caso” Macerata con il delitto di Pamela di cui sono accusati quattro nigeriani è commentato dal cardinale. «I fatti non vanno strumentalizzati – ammonisce Bassetti –. I media sono chiamati a pacificare gli animi, non a esasperarli. Si deve unire nella verità e ripeto nella verità. Mai dividere perché proprio la parola “diavolo” ha in sé il riferimento alla divisione».

Il Papa emerito e quella partitura...

Questi sono anche i giorni in cui ricorrono i cinque anni dalla “conclusione” del ministero petrino di Benedetto XVI. E, mentre si torna a parlare delle condizioni di salute del Papa emerito, il cardinale Bassetti definisce la rinuncia «il gesto più coraggioso che un Pontefice possa compiere» e che è stato fatto «in piena onestà e libertà». Il presidente della Cei racconta di essere andato a trovare Ratzinger più volte nel monastero “Mater Ecclesiae” dove si è ritirato all’interno delle mura vaticane. «È sempre un piacere incontrarlo – sottolinea l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve –. Il Papa emerito mette a fuoco benissimo ogni tema. E, quando gli cito Perugia, la lega a Leone XIII, il Papa della “Rerum novarum” che è stato proprio pastore a Perugia». Poi riferisce un aneddoto. «Conoscendo la sua passione per la musica – dice Bassetti – gli ho regalato gli inni musicati di san Costanzo e sant’Ercolano. Ebbene, mi è stato riferito che Benedetto XVI si è messo al pianoforte in prima persona per suonarli, tanto era incuriosito dalle partiture».

Ad Arezzo un ritorno a casa

Per Bassetti la giornata di oggi ad Arezzo è come un ritorno a casa. Piena la Cattedrale. Prima e dopo la Messa strette di mano e parole di affetto a tanta gente della diocesi che ha voluto “riabbracciare” il vescovo creato cardinale e poi diventato presidente della Cei e si è ritrovata ai piedi della sacra immagine mariana che il 15 febbraio 1796 si illuminò miracolosamente liberando la città dal terremoto. A invitare il porporato l’arcivescovo Riccardo Fontana che ha voluto proprio Bassetti ad inaugurare il Sinodo diocesano i cui lavori cominceranno l’8 aprile. Alla celebrazione del mattino presenti i 470 sinodali.

Nell’omelia il cardinale mette in guardia dal «clericalismo» che è «il contrario della comunione» e che si traduce in una «Chiesa che punta ai posti di potere». Dal pulpito dice di voler «aprire» il suo «cuore con sincerità» e scuote la Chiesa italiana osservando che «spesso la pastorale è ridotta a essere un discorso troppo alla buona o troppo generico» e che anche la catechesi «ha contenuti poveri e riferimenti alla Parola di Dio solo esortativi, senza tenere conto della forza dell’annuncio». Ecco perché è urgente una «conversione pastorale» che «tocchi davvero il cuore e la mente».

Il presidente della Cei esorta, quindi, a essere «Chiesa sinodale» in cui «ciascun membro viene valorizzato come pietra viva, scelta e preziosa», in cui «tutti portano i pesi dell’altro» e «si gareggia nello stimarsi a vicenda», in cui «si declina nella vita quotidiana e ordinaria il discernimento comunitario», in cui «camminiamo insieme» e si «cresce attraverso il dialogo». Tutto ciò fa sì che «Cristo possa rompere anche schemi stantii nei quali pretendiamo di imprigionare lo Spirito che invece ci sorprende sempre per la sua costante creatività».

Nell’omelia Bassetti descrive anche il giusto approccio alla devozione mariana. Guai se è fine a se stessa. «Maria ci indica Gesù», afferma con forza il cardinale. E aggiunge: «La Vergine ci spinge ad ascoltare il Signore. Come disse ai servi nelle Nozze di Cana, così ripete a noi: fate quello che vi dirà. Non lasciamo cadere nel vuoto nessuna delle sue parole: ascoltiamolo. Non preoccupiamoci di altro». Quindi il richiamo. «Nella vita familiare e personale, in quella privata o pubblica, nel lavoro e nel riposo, sempre “fate” quello vi dirà».

L'arcivescovo Fontana: le tre virtù della Madonna

Nell’Eucaristia del pomeriggio è l’arcivescovo Fontana a mettere il Sinodo diocesano sotto la protezione della Madre di Dio. Nell’omelia il presule indica tre virtù della Madonna: la «fede», la «perseveranza» e la «ragionevolezza di capire le logiche di Dio». Quindi afferma: «Maria che è la prima cristiana ci aiuta e mai ci abbandona». Perciò «non possiamo avere paura del nuovo». Neppure dei migranti che «sono un dono: sosteniamo la loro integrazione e non contestiamo la loro presenza».





Mercoledì, 14 Febbraio 2018

Poche ore sono bastate. Per l’esattezza poco più di 24. Quante in pratica ne sono passate dall’ormai famoso "clic" del Papa. E in quelle 24 ore, praticamente un solo giorno – il primo dopo l’apertura ufficiale – le iscrizioni sono schizzate. A ieri mattina erano già 14.492 i pellegrini e 425 i gruppi iscritti alla Giornata mondiale della gioventù di Panama. Tutti idealmente in fila dietro Francesco, l’iscritto numero uno. Emozione e grande gioia i sentimenti nel Comitato organizzatore locale. «Domenica mi sono svegliato (Panama è indietro di 6 ore rispetto a Roma, ndr) con la notizia che il primo pellegrino, papa Francesco, si è iscritto», ha fatto sapere l’arcivescovo della diocesi dell’Istmo, José Domingo Ulloa Mendieta. «Apprezziamo questo gesto compiuto proprio nel giorno della Madonna di Lourdes. È come se attraverso il Santo Padre Maria portasse un messaggio a tutti i giovani del mondo, e cioè che non dobbiamo avere paura».

La diocesi che ospiterà la Gmg ha anche diffuso ieri un comunicato in cui ringrazia il Papa e fa presente che «le istruzioni dettagliate per il processo di iscrizione sono disponibili nelle cinque lingue ufficiali della Giornata (italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese) al seguente sito http://panama2019.pa/it/iscrizione-pellegrini/.

Nel Comitato si considera «una pietra miliare» l’apertura delle iscrizioni. E come sottolinea il segretario generale, Victor Chang Gonzales, «l’averla compiuta nel tempo previsto ci dà tranquillità. Papa Francesco ha detto che sarà un evento di grazia e fraternità e così lo stiamo preparando. Come organizzatori vediamo la mano di Dio a ogni passo e la grazia ci aiuta e motiva a lavorare giorno per giorno».

La Gmg di Panama, la prima in Centro America, si terrà dal 22 al 27 gennaio 2019. Al momento gli organizzatori sono impegnati, in stretto contatto con la Santa Sede, nella pianificazione degli eventi centrali, che si svolgeranno tutti sul lungomare di Panama. Definito anche il contratto per i kit dei pellegrini, mentre è in via di definizione l’assicurazione per quanti prenderanno parte alla Gmg. È stata anche avviata la trattativa con i ristoranti per i pasti ed è stata pubblicata la catechesi preparatoria. Infine, sottolinea Chang Gonzales, «sono iniziate le prove per il coro e l’orchestra, più di 300 persone, e abbiamo firmato il contratto per i paramenti liturgici dei vescovi e dei sacerdoti. La verità è che stiamo lavorando intensamente, perché tutto sia pronto a tempo debito e nel migliore dei modi».

Un altro snodo fondamentale del cammino di preparazione sarà l’Incontro preparatorio in programma dal 6 al 10 giugno prossimo a Panama. «Questo appuntamento – affermano gli organizzatori – ci consentirà uno scambio di vedute con le delegazioni di pastorale giovanile di tutto il mondo, in modo da presentar loro come ci stiamo preparando». Infine sono state definite anche le grandi linee dei gemellaggi pre-Gmg («i giovani oltre che a Panama saranno ospitati dalle diocesi di Costarica e Nicaragua»), delle catechesi («saranno allocate nelle 100 parrocchie di Panama, nelle palestre e nelle sale riunioni delle scuole») e dell’ospitalità («i ragazzi alloggeranno nelle famiglie e in scuole pubbliche e private»).

La Croce della Gmg ora è in Guatemala

Si trova attualmente in Guatemala la croce consegnata da san Giovanni Paolo II ai giovani nel 1984 e che, insieme con una copia dell’icona Salus Populi Romani, gira per il mondo segnando il percorso di avvicinamento alle diverse Gmg. Una croce che per definizione non conosce confini, avendo in pratica visitato negli oltre trent’anni di storia della Gmg tutti o quasi i Paesi del mondo. Anche la preparazione verso Panama conferma la regola. Consegnata il 9 aprile 2017 a Roma da papa Francesco ai panamensi, ha finalmente potuto toccare il suolo di Cuba, cosa mai avvenuta in precedenza. È giunta infatti sull’isola l’11 ottobre scorso e vi è rimasta fino al 10 novembre, toccando tutte le diocesi. Da lì si è recata ad Haiti, nella Repubblica Dominicana e a Portorico. E dai primi di gennaio sta attraversando il Guatemala, per poi arrivare via terra a Panama, percorrendo poi tutti i Paesi del Centroamerica. «Siamo particolarmente felici di questo itinerario e della tappa cubana in particolar modo – affermano gli organizzatori –. A Cuba in particolare la croce ha suscitato ovunque gioia e preghiere». In precedenza, in Messico, si è fermata anche sui luoghi colpiti dai recenti terremoti, donando speranza e consolazione alle popolazioni colpite dal sisma».





Mercoledì, 14 Febbraio 2018

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, per le Chiese di rito romano inizia la Quaresima, tempo di preparazione alla Pasqua che quest’anno sarà domenica 1° aprile. E nella giornata odierna il Papa presiederà una celebrazione nella forma delle “Stazioni” romane. Più precisamente la liturgia stazionale inizierà alle 16.30, nella chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino. Seguirà la processione penitenziale verso la Basilica di Santa Sabina dove il Pontefice celebrerà la Messa con il rito di benedizione e di imposizione delle ceneri. Nel suo Messaggio quaresimale, in cui sottolinea il rischio di far raffreddare il cuore e mette in guardia dai falsi profeti, Francesco indica come rimedio «assieme alla medicina, a volte amara, della verità» quello «della preghiera, dell’elemosina e del digiuno». Significativamente il titolo del Messaggio è: “Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti” (Mt 24,12). Come noto, nelle Chiese di rito ambrosiano la Quaresima inizierà invece domenica prossima.

Per vocazione e missione mi sono ritrovato, nei miei venticinque anni di vita sacerdotale, a operare pastoralmente nell’ambito del pensiero e della cultura. Se c’è un luogo in cui la Chiesa assomiglia a un ospedale da campo – per riprendere l’immagine più che opportuna di papa Francesco –, è precisamente questo, dove le domande sono esigenti e continue, le ricerche di senso sono intense, talvolta estreme, nella loro vulnerabilità, e la fame di Dio è, sì, latente, ma anche nascosta sotto un dolore umano non sempre confessato, un grande vuoto, tanta sofferenza, in conflitto e in solitudine nel modo di confrontarsi con la vita o con la fede. Per questo, chi lavora nel settore della cultura non può essere un semplice uomo d’ufficio o gestore di sacrestia. Pur lavorando da tanti anni in un’università, mi vedo in effetti come un prete di strada, poiché la cultura, nella sua fantastica e drammatica vitalità, è questo: è essere in mezzo alla strada, è il disarmante spazio aperto della vita. La cultura è uno straordinario motore di ricerca, nel quale la complessa ansietà del vivere è sempre presente. Un territorio che non è facile, ma è appassionante. E questo campo pastorale mi ha insegnato il valore dell’ascolto.

L’ascolto è già di per sé un modo di prendersi cura, una maniera di occuparsi delle ferite del cuore umano. Un sacerdote non deve essere necessariamente un megafono. Spesso quel che Dio gli chiede è di essere un’umile antenna. Non è tenuto a tirar dritto per Gerusalemme senza guardare né a destra né a sinistra, indifferente al dramma degli altri. Tante volte, quel che Dio gli chiede è di essere il Buon Samaritano di turno. L’amore di Cristo per gli umani è un amore senza riserve, è una misericordia che ci apre alla vastità, facendo leva sui punti di partenza già esistenti, ancorché fragili e insufficienti nel turbinio della vita. La pastorale deve provare a essere un’arte dell’ospitalità. Solo chi è disposto ad ascoltare le domande fino in fondo può dare risposte. Se c’è una cosa che ho imparato lavorando nel campo della cultura, è il significato spirituale della sete. Di questo ringrazio Dio ogni giorno. C’è tanta sete nel cuore umano. Il cuore, potremmo dire, è uno sconfinato serbatoio di sete. Sete d’amore. Sete di verità. Sete di riconoscimento. Sete di ragioni di vivere. Sete di un rifugio. Sete di nuove parole e di forme nuove. Sete di giustizia. Sete di umanità autentica. Sete di infinito. E Gesù s’identificò con gli assetati. Una delle sue ultime parole sulla croce fu: «Ho sete» ( Gv 19,28). La sete diviene così un’ermeneutica necessaria non solo per raggiungere il cuore umano, ma anche per comprendere il mistero di Dio.

Quando il Santo Padre volle parlare con me perché collaborassi agli Esercizi di Quaresima, gli dissi che io sono solo un povero prete, ed è la verità. Lui m’incoraggiò a condividere dalla mia povertà. Mi è allora venuto in mente di proporre un ciclo di meditazioni molto semplici sulla sete, intitolandolo “Elogio della sete”. La sete è un tema biblico, elaborato molte volte dalla tradizione cristiana, ed è al tempo stesso una mappa reale, molto concreta, che ci aiuta a tenerci sintonizzati con la vita di tutti i giorni. Mi interessa soprattutto una spiritualità del quotidiano.

(Traduzione di Pier Maria Mazzola)





Martedì, 13 Febbraio 2018

Il 14 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. Come dice san Paolo, è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male», si legge nell’orazione colletta all’inizio della Messa del Mercoledì delle Ceneri. Questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, è un tempo di cambiamento interiore e di pentimento che «annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2018.


Il numero 40

Nella liturgia si parla di “Quadragesima”, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Si legge nel Vangelo di Matteo: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame».

Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona.

Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo. Tornando alla Quaresima, essa è un «accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione e ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire», ha spiegato Benedetto XVI nel 2011.

Le ceneri

Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno e astinenza dalle carni (così come lo è il Venerdì Santo, mentre nei Venerdì di Quaresima si è invitati all’astensione dalle carni). Come ricorda uno dei prefazi di Quaresima, «con il digiuno quaresimale» è possibile vincere «le nostre passioni» ed elevare «lo spirito». Durante la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte. Secondo la consuetudine, la cenere viene ricavata bruciando i rami d’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. La cenere imposta sul capo è un segno che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza.

Nel ricevere le ceneri l’invito alla conversione è espresso con una duplice formula: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Il primo richiamo è alla conversione che significa cambiare direzione nel cammino della vita e andare controcorrente (dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio). La seconda formala rimanda agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19). La Parola di Dio evoca la fragilità, anzi la morte, che ne è la forma estrema. Ma se l’uomo è polvere, è una polvere preziosa agli occhi del Signore perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità.

Il rito ambrosiano

A differenza del rito romano, in quello ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri dal momento che la Quaresima inizia domenica 18 febbraio quando che vengono imposte le ceneri durante le Messe festive della giornata. Una delle particolarità del rito ambrosiano, durante la Quaresima, è quella dei cosiddetti venerdì ‘aliturgici’, parola tecnica che significa “senza liturgia eucaristica”. Chi entra, in un venerdì di Quaresima, in una chiesa di rito ambrosiano trova sull’altare maggiore una grande croce di legno, con il sudano bianco: simbolo suggestivo del Calvario e segno di abbandono. Si crea così un vero e proprio senso di vuoto, acuito dal fatto che per tutto il giorno non si celebra la Messa e non si distribuisce ai fedeli la comunione eucaristica.

I segni: digiuno, elemosina, preghiera

Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Esso «costituisce un’importante occasione di crescita», scrive papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno, perché «ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario» e «ci fa più attenti a Dio e al prossimo» ridestando «la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame».

Il digiuno è legato poi all’elemosina. San Leone Magno insegnava in uno dei suoi discorsi sulla Quaresima: «Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di “misericordia” abbraccia molte opere buone ». Così il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una privazione. Non è un caso che nelle diocesi e nelle parrocchie vengano promosse le Quaresime di fraternità e carità per essere accanto agli ultimi. Secondo papa Francesco, «l’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello».

La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono «le due ali della preghiera» che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio. E san Giovanni Crisostomo esorta: «Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia». Per papa Francesco, «dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi».

Il conteggio dei giorni

Già nel IV secolo vi è una Quaresima di 40 giorni computati a ritroso a partire dal Venerdì Santo fino alla prima domenica di Quaresima. Persa l’unità dell’originario triduo pasquale (nel VI secolo), la Quaresima risultò di 42 giorni, comprendendo il Venerdì e il Sabato Santo. Gregorio Magno trovò scorretto considerare come penitenziali anche le sei domeniche (compresa quella delle Palme). Pertanto per ottenere i 40 giorni (che senza le domeniche sarebbero diventati 36) anticipò, per il rito romano, l’inizio della Quaresima al mercoledì (che diventerà “delle Ceneri”). Attualmente la Quaresima termina con la Messa nella Cena del Signore del Giovedì Santo. Ma per ottenere il numero 40, escludendo le domeniche, bisogna, come al tempo di Gregorio Magno, conteggiare anche il Triduo pasquale.


La liturgia

Come nell’Avvento, anche in Quaresima la liturgia propone alcuni segni che nella loro semplicità aiutano a comprendere meglio il significato di questo tempo. Come già accaduto nelle settimane che precedono il Natale, in Quaresima i paramenti liturgici del sacerdote mutano e diventano viola, colore che sollecita a un sincero cammino di conversione. Durante le celebrazioni, inoltre, non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l’“Alleluia”. Tuttavia la quarta domenica di Quaresima, quella chiamata del “Laetare”, vuole esprimere la gioia per la vicinanza della Pasqua: perciò nelle celebrazioni è permesso di utilizzare gli strumenti musicali, ornare l’altare con i fiori, le vesti liturgiche sono di colore rosa.

Le letture delle Messe domenicali

In questo Anno liturgico (ciclo B) la prima domenica di Quaresima rimanda ai quaranta giorni di Cristo nel deserto durante i quali il Signore viene tentato da Satana (Marco 1,12-15) e contiene il monito: «Convertitevi e credete nel Vangelo». In questa Domenica la Chiesa celebra l’elezione di coloro che sono ammessi ai Sacramenti pasquali. La seconda domenica di Quaresima è detta di Abramo e della Trasfigurazione perché come Abramo, padre dei credenti, siamo invitati a partire e il Vangelo narra la trasfigurazione di Cristo, il Figlio amato (Marco 9,2-10). La terza domenica di Quaresima riporta la cacciata dei mercanti dal tempio con la frase di Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Giovanni 2,13-25). La Chiesa in questa domenica celebra il primo scrutinio dei catecumeni e durante la settimana consegna loro il Simbolo: la Professione della fede, il Credo. La quarta domenica di Quaresima presenta le parole di Cristo a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Giovanni 3,14-21). Nella quinta domenica di Quaresima il Signore annuncia la sua morte e risurrezione con questa similitudine: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,20-33). Infine c’è la Domenica delle Palme in cui si fa memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e durante la quale viene letta la Passione di Cristo.

Quaresima e Battesimo

Da sempre la Chiesa associa la Veglia pasquale alla celebrazione del Battesimo: in esso si realizza quel grande mistero per cui l’uomo, morto al peccato, è reso partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti. Fin dai primi secoli di vita della Chiesa la Quaresima era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede per giungere a ricevere il Battesimo a Pasqua. Successivamente anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a Cristo. Nelle domeniche di Quaresima si è invitati a vivere un itinerario battesimale, quasi a ripercorrere il cammino dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il Battesimo, in modo che l’esistenza di ciascuno recuperi gli impegni di questo Sacramento che è alla base della vita cristiana.

Francesco: attenzione ai falsi profeti che fanno spegnere la carità

Ha per tema un versetto tratto dal Vangelo di Matteo “Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti” il Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2018. Bergoglio mette in guardia da «alcuni falsi profeti» che «inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo». Essi possono essere «incantatori di serpenti» che «approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro», afferma il Papa. Oppure possono essere «ciarlatani» che offrono «soluzioni semplici e immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti!». Francesco indica anche ciò che può contribuire a spegnere la carità, il che si traduce in «mancanza di amore». Innanzitutto c’è «l’avidità per il denaro»; poi la «violenza» contro quanto è ritenuto «una minaccia alle nostre “certezze”: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, l’ospite di passaggio, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese»; l’incuria del Creato; e nelle comunità ecclesiali i segni di mancanza di carità sono «l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l’ardore missionario». Come «dolce rimendio» il Papa propone la preghiera, l’elemosina e il digiuno.

Torna l’iniziativa «24 ore per il Signore»

Nel Messaggio per la Quaresima 2018 il Pontefice lancia la nuova edizione dell’iniziativa “24 ore per il Signore”. Un’«occasione propizia», la definisce Francesco, che «invita a celebrare il sacramento della Riconciliazione in un contesto di adorazione eucaristica». L’appuntamento quaresimale si svolgerà venerdì 9 e sabato 10 marzo ispirandosi al versetto del Salmo 130: “Presso di te è il perdono”. «In ogni diocesi – chiarisce Bergoglio – almeno una chiesa rimarrà aperta per 24 ore consecutive, offrendo la possibilità della preghiera di adorazione e della Confessione sacramentale». In passato, in occasione dell’iniziativa, Francesco aveva confessato alcuni penitenti nella Basilica Vaticana: quest'anno la celebrazione penitenziale con il Papa si terrà venerdì 9 marzo alle 17 nella Basilica di San Pietro. “24 ore per il Signore” è organizzata da cinque anni dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

Gli impegni del Papa

Francesco presiederà la Messa del Mercoledì delle Ceneri il 14 febbraio alle 17 nella Basilica di Santa Sabina a Roma, prima stazione quaresimale dove è presente una forte salita, simbolo degli sforzi necessari alla conversione del cuore. La processione penitenziale partirà alle 16.30 dalla chiesa di Sant’Anselmo. Domenica 18 febbraio inizieranno ad Ariccia gli Esercizi spirituali per la Curia romana a cui parteciperà anche Francesco, che saranno predicati dal sacerdote portoghese José Tolentino Mendonça, teologo e poeta, e che si concluderanno venerdì 23 febbraio. Venerdì 9 marzo alle 17 nella Basilica di San Pietro si terrà la celebrazione penitenziale presieduta dal Pontefice. Nel corso della Quaresima è prevista la visita a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo sabato 17 marzo nei luoghi di Padre Pio. Domenica 25 marzo il Pontefice presiederà la Messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore alle 10 in piazza San Pietro.






Martedì, 13 Febbraio 2018

«Perché io? Perché mi ha fatto un atto di misericordia?», continua a chiedersi dal luglio 2008 suor Bernadette Moriau, 78 anni, francescana francese dallo sguardo gioviale e discreto, dopo aver vissuto interminabili pianti per la gioia di non poter dare una risposta alla “grazia” ricevuta: «È il mistero di Dio». Domenica il suo volto e il suo modo delicato di esprimersi sono divenuti di colpo familiari a milioni di francesi e non solo, nella giornata in cui monsignor Jacques Benoît-Gonnin, vescovo di Beauvais, ha riconosciuto il carattere «prodigioso- miracoloso» della guarigione subitanea della religiosa, sopraggiunta proprio un decennio fa, di ritorno da un pellegrinaggio a Lourdes compiuto per la ricorrenza giubilare dei 150 anni dalle apparizioni a santa Bernadette Soubirous.

Dopo aver ispirato a san Giovanni Paolo II la data della Giornata mondiale dei malati, Lourdes ha dunque celebrato domenica questa ricorrenza e i 160 anni dagli eventi di Massabielle accogliendo la notizia della 70ª guarigione ufficiale che ha raggiunto proprio una persona al servizio dei malati: un’infermiera dell’estremo Nord francese, primogenita di una famiglia operaia numerosa, divenuta religiosa a soli 19 anni, prima di vivere un calvario personale lungo un quarantennio do- vuto al manifestarsi della dolorosissima sindrome della cauda equina. Un tunnel clinico degenerativo senza ritorno, avevano sempre pronosticato i medici, dopo 4 operazioni vane, le dosi quotidiane di morfina, la sedia a rotelle, un piede divenuto deforme. In un sobrio filmato di una dozzina di minuti, accessibile sul sito Internet della diocesi di Beauvais (a Nord di Parigi), suor Bernadette spiega la sua storia fino alla sua disponibilità, dopo la guarigione, a tornare al servizio dei malati.

Nonostante l’età, vuole «testimoniare le meraviglie di Dio» vissute nel profondo delle proprie membra. All’inizio di luglio del 2008, su suggerimento amichevole di un medico e dopo lunga riflessione, suor Bernadette decide di tornare a Lourdes, questa volta come malata fra i malati. Di fronte alla Grotta di Massabielle, resta colpita dalla «presenza misteriosa di Maria e della piccola Bernadette». Poi, durante la benedizione dei malati alla Basilica sotterranea San Pio X, prova intensamente la sensazione interiore della «presenza di Gesù».

EDITORIALE Toccare il mistero di Luciano Moia

L’8 luglio, come milioni di altri pellegrini, è di ritorno con addosso la fatica del viaggio su un corpo già tanto provato. L’11, nel pomeriggio, sta pregando in cappella con un’altra religiosa, quando avviene l’imprevedibile: «Ho provato un benessere in tutto il corpo, un rilassamento e un calore. Sono rientrata nella mia camera e là una voce mi ha detto: “Togli i tuoi apparecchi”. E io, non sapendo cosa mi capitava, non mi sono posta domande. Non sapevo cosa accadeva. Ho tolto tutto. E lì sorpresa. Potevo muovermi, non avevo più male. Il mio piede che era storto si è raddrizzato. E sono crollata. Ho pianto per diversi giorni». Giungerà poi, come una liberazione, una passeggiata di cinque chilometri fra i boschi.

Nell’ultimo decennio, invece, anche l’intensa batteria di controlli medici e psichiatrici per constatare ogni volta l’inspiegabilità dell’accaduto. Senza pretese, il sorriso umile di suor Bernadette interroga ormai la Francia laica e il mondo. È il sorriso di una religiosa felice di poter accompagnare di nuovo i malati in fase terminale. «Quando passi, ci fa bene», le dicono.





Lunedì, 12 Febbraio 2018

Al termine dell’Angelus Papa Francesco si è iscritto come pellegrino alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà nel gennaio 2019 a Panama. Francesco ha simbolicamente confermato la sua presenza all’evento iscrivendosi cliccando su un tablet, che gli è stato portato due giovani che lo hanno raggiunto dopo la catechesi. Il Pontefice ha poi invitato i giovani a prepararsi e a “vivere con fede e con entusiasmo questo evento di grazia e di fraternità sia recandosi a Panama, sia partecipando nelle proprie comunità”.





Sabato, 10 Febbraio 2018

«Credere non vuol dire odiare l'altro, ma amare tutti». Padre Yoannis Lahzi Gaid, egiziano copto-cattolico, primo segretario di un Papa di rito orientale cattolico e di lingua madre araba, ha incontrato al Cairo la delegazione nazionale Unitalsi, in Egitto per organizzare un inedito itinerario di fede. Ai giornalisti al seguito ha parlato della Chiesa Cattolica in Egitto e del significato del dialogo di Francesco con il mondo arabo.

Padre Gaid, come svolge il proprio ruolo pastorale la Chiesa Cattolica locale in un momento di tensioni come questo?

«Lo fa mostrandosi ed agendo come strumento di pace. Ma anche di aiuto concreto: l'educazione delle nostre scuole, la sanità negli ospedali, il lavoro della caritas. Sempre servendo tutti senza distinzioni. Così facendo offre una testimonianza di fede, di speranza, di dialogo e di mano tesa verso tutti».

Che significato hanno gli incontri di Papa Francesco con il grande Imam di al-Azhar, al- Tayyb?

«Sono la prova che si può dialogare e anche tra persone di diverse religioni. Tutte le distanze sono risultate inesistenti. Prima non c'era dialogo, ma distanza, c'era un po' di ostilità. Adesso, c'è un'amicizia profonda, c'è stato uno spezzare il pane tra il Grande Imam e Papa Francesco a Santa Marta. Tutte queste distanze si sono mostrate inesistenti. Esistevano solo perché non c'era il dialogo. L’incontro tra i due prova che le persone possono volersi bene e dare testimonianza. Quando il Grande Imam è venuto in Vaticano il Papa gli ha detto: “Il nostro incontro è un messaggio a noi cristiani e ai nostri amici musulmani”. Credere non vuol dire odiare l'altro ma voler bene a tutti».

L'Unitalsi è in Egitto per organizzare un pellegrinaggio lungo le tappe della sacra famiglia. Cosa ne pensa?

« Credo sia un'occasione per dare risalto a un aspetto della Chiesa egiziana già molto considerato. Il viaggio del Santo Padre è, esso stesso, frutto della fuga in Egitto. Il tema del viaggio, lo stemma, la medaglia, della visita apostolica dell’aprile 2017, rappresentavano la fuga in Egitto. Nella Bibbia e nella storia, anche quella della Chiesa, l'Egitto è sempre stato ricordato come terra che ha ospitato Cristo e la sua famiglia. Ma ci sono anche persone egiziane non cristiane che hanno cercato di dare forza a questa tradizione che onora il nostro Paese. Per la prima volta nella storia dell'Egitto moderno, nella nuova costituzione si fa riferimento a questo evento storico. Il viaggio del Papa ha sottolineato questo aspetto ma questa tradizione era già profondamente radicata nella società, nella Chiesa cattolica e ortodossa, ma anche nella comunità islamica».






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