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Martedì, 14 Agosto 2018

Lasciatemelo dire: la solennità dell’Assunta quest’anno per me ha il volto delle decine di migliaia di giovani – oltre 70mila! – che lo scorso fine settimana ho visto illuminare Roma con la loro presenza.

Solo qualche giorno prima un’indagine sociologica, ripresa e approfondita da un quotidiano nazionale, commentava il calo di popolarità di papa Francesco: pur restando «il più amato dagli italiani», il sondaggio fotografava un consenso che sarebbe sceso in cinque anni dall’88 al 70%. Più che le analisi in chiave politica - che riconducono essenzialmente la spiegazione di questa tendenza alle posizioni del Santo Padre in tema di accoglienza dei migranti e dell’apertura verso i poveri - sono rimasto colpito da un altro tipo di considerazioni. Se ieri, con poche distinzioni di genere, età e titolo di studio, i sondaggi attestavano che il Papa piaceva a (quasi) tutti - perfino ai non credenti e ai non praticanti - oggi il minor grado di consenso risulta espresso anzitutto da coloro che mostrano una pratica religiosa più ridotta. E fra questi un posto in prima fila lo occupano proprio i giovani. In altre parole, il vero punto dolente è la percezione fra quanti si sentono lontani dalla Chiesa, fra quanti avvertono la Chiesa come un’istituzione vecchia, che poco o nulla ha a che fare con i problemi e le domande della vita quotidiana.

Rispetto a questa lettura della situazione che interessa il nostro Paese, sarebbe banale contrapporre l’evento appena celebrato, con protagonisti proprio i giovani, provenienti da tutte le Diocesi. Inutile e fuorviante sarebbe contrapporre i ragazzi raccontati dal sondaggio con i loro coetanei che hanno riempito il Circo Massimo e Piazza San Pietro, dopo una notte bianca nelle vie e nelle chiese della capitale. Se non sono gli stessi, sono comunque fratelli tra loro e hanno in comune la stessa inquietudine, la fatica a dare gambe a un progetto di vita, il peso di una flessibilità che in realtà andrebbe chiamata per quello che davvero è, ossia precarietà.

Sono questi volti, questi cuori, queste storie che come Chiesa dobbiamo tornare a incrociare. Sono la sfida maggiore con la quale siamo chiamati a misurarci e che invoca da noi, più che risposte preconfezionate, disponibilità a camminare insieme, a starci, a sostenerci a vicenda. È la ragione per cui papa Francesco non si stanca di ripeterci che la voce dei giovani va ascoltata senza remore e timori fuori luogo. Vanno resi protagonisti del dibattito sinodale, per non ritrovarci a ottobre soltanto come vescovi che presumono di conoscere già tutto, preoccupati semplicemente di pubblicare un nuovo documento. Lo stesso tema dell’assise – I giovani, la fede e il discernimento vocazionale – esige che, più che frequentare stanze ovattate, i nostri piedi si affianchino a quelli dei nostri ragazzi, proprio come è stato nelle decine e decine di pellegrinaggi che nei giorni scorsi hanno avuto per meta santuari, storie di santi che non smettono di parlare anche al mondo di oggi, di luoghi in cui l’umano fiorisce e, spesso, patisce.

Una lezione da non archiviare troppo in fretta, quasi un compito a casa, che già guarda all’autunno, al nuovo anno, a nuove partenze. È la condizione per riprendere, anche con i giovani, a intonare il Magnificat. Con Maria trasalire alle sorprese di Dio, anche se a volte paiono strane e scomode. Con Maria imparare a scoprire da che parte sta veramente Dio, che «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote...». Dio ha le sue preferenze che sono i poveri, quelli che non contano niente, gli offesi, i vinti della terra, i rifiutati. Maria oggi ce lo ricorda e ci invita a farci, come Lei, grembo che partorisce gesti e parole che colorano di vita nuova le nostre strade e le nostre vite, rese sempre più sterili dall’egoismo e dall’arroganza.





Martedì, 14 Agosto 2018

«La Madonna, con la sua assunzione al Cielo, ci garantisce la possibilità di ascendere anche noi, se siamo, come Lei, uniti al Cristo. Con tanta Madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il Signore ci viene incontro e ci ripete “Mangia di questo Pane e avrai la vita eterna”». Era il 15 agosto 1969 quando Paolo VI, che è ormai anch’egli vicino al traguardo della santità (il prossimo 14 ottobre), pronunciava queste parole nel corso della Messa per la solennità dell’Assunta. Anche papa Francesco, che a Paolo VI spesso si richiama, il 15 agosto 2013 affermava: «Cristo è la primizia dei risorti, e Maria è la primizia dei redenti, la prima di “quelli che sono di Cristo”. È nostra Madre, ma anche possiamo dire è la nostra rappresentante, è la nostra sorella, la nostra prima sorella, è la prima dei redenti che è arrivata in Cielo».


Sono frasi che ben chiariscono il significato teologico dell’odierna festività mariana, che il Pontefice onorerà recitando a mezzogiorno l’Angelus affacciandosi alla finestra del Palazzo Apostolico, su piazza San Pietro. È l’unico impegno pubblico del Papa per questo 15 agosto, che vede in tutta Italia un fiorire di feste popolari, alcune delle quali molto antiche.
La fede del popolo cristiano nell’assunzione in cielo della Madre di Gesù in corpo e anima risale infatti ai primi secoli della cristianità, anche se il relativo dogma è stato fissato solo 68 anni fa da Pio XII. Anzi si può dire che proprio il costante e millenario sensus fidei del popolo di Dio ha fornito a papa Pacelli lo spunto per arrivare alla definizione dogmatica. Il 1° novembre dell’Anno Santo 1950, nella Costituzione apostolica Munificentissimus Deus il Papa affermava: «Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica».


Il Concilio Vaticano II riprende questo insegnamento nella Lumen Gentium, dove al numero 59 si legge: «La Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte». Testi che spiegano anche il valore teologico del dogma. Del resto già nel VII secolo un grande dottore della Chiesa indivisa, san Giovanni Damasceno, spiegava così il senso dell’assunzione: «Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte».





Martedì, 14 Agosto 2018

Ferdinando Lambruschini, arcivescovo di Perugia dal 1968 al 1981 e, prima, docente di teologia morale alla Lateranense, ebbe un ruolo decisivo nella verifica chiesta da Paolo VI al momento di licenziare definitivamente Humanae vitae. Lambruschini, che con altri sei teologi faceva parte della commissione scelta da papa Montini per la revisione finale del testo, aveva espresso un giudizio negativo. Con lui avevano votato contro Visser e Fuchs - mentre favorevoli si erano detti Colombo, Zalba, Lio e Martelet. Quattro contro tre. Siamo nel maggio ’68. Il testo su amore coniugale e regolazione delle nascite ha già subito una lunga serie di revisioni, rimaneggiamenti, bocciature. Ma quella maggioranza di 4 contro 3 sembra a Paolo VI troppo risicata. Vorrebbe almeno un voto in più. E allora chiama il teologo a lui più vicino tra quelli dissidenti, Lambruschini appunto. Parlano a lungo. Alla fine lo convince con la promessa che la nuova enciclica non sarebbe mai stata dichiarata infallibile e irriformabile. Non solo, sarebbe stato Lambruschini stesso ad annunciare alla stampa internazionale il senso del documento e a spiegare questa decisione del Papa di non chiudere a futuri sviluppi. E così avvenne.

Sembra giusto, nel cinquantesimo di Humanae vitae, tornare sul ruolo decisivo avuto da Lambruschini, non solo perché i suoi interventi sono rimasti finora un po’ in ombra, ma anche perché questi passaggi rivelati a chi scrive, suo successore sulla cattedra di teologia morale del Laterano, non si trovano in alcuna pubblicazione. E non si tratta dell’unica pagina sconosciuta. È rimasto a lungo in ombra anche l’episodio riguardante Emmanuel Milingo, segretario della Conferenza dei vescovi dello Zambia, che nell’agosto 1968, quindi dopo l’uscita di Humanae vitae, scrive al Papa. Nel nostro Paese, dice in sostanza, abbiamo lottato a lungo per far accettare ai malati le cure in pillole e ora proprio dal Vaticano ci arriva un no alla pillola? Ma come faremo a far capire la diversità? E, per quanto riguarda i contraccettivi, Milingo ricorda che nel 1960 il Sant’Offizio aveva accolto il ricorso alla "pillola" per le suore minacciate di stupro con approvazione di moralisti importanti come Palazzini, Fuchs e Zalba, oltre allo stesso Lambruschini (cfr. "Studi Cattolici", n. 27, 1961): dunque l’uso di quella "pillola" non poteva dirsi «intrinsecamente perverso». Il Papa, incuriosito, chiama Milingo in udienza e l’anno dopo, durante il suo viaggio in Africa, il 1° agosto lo consacra vescovo. Nei fatti la sottolineatura negativa di Milingo ricalcava le critiche arrivate anche da quasi 50 Conferenze episcopali. Paolo VI ne prese atto anche con benevolenza, e nei dieci anni successivi, fino alla sua morte, non parlò mai più di soli metodi naturali per la regolazione delle nascite.

Ma come si arrivò a quell’epilogo? Sul tema, in vista del Concilio, nel luglio 1962 era stato inviato dal Sant’Offizio ai padri conciliari un progetto di Costituzione dogmatica De Matrimonio et Familia che riassumeva l’insegnamento della Casti connubii di Pio XI (1930). Fino a quella data anche il metodo “Ogino Knaus” era del tutto inammissibile. Nei fatti quello schema non fu neppure discusso. Nel febbraio 1963 si pensa di andare avanti, e l’8 marzo il cardinale Suenens ottiene da Giovanni XXIII la nomina di tre teologi e tre laici che a ottobre presentano un secondo schema con parere favorevole alla pillola. Paolo VI non ne è contento e a gennaio 1964 porta la Commissione da 6 a 13 membri, poi ad aprile a 15 per un terzo schema, ma senza arrivare a un accordo. Per il Papa è un segnale, e il 23 giugno 1964, parlando ai cardinali, avoca a sé la decisione e istituisce una nuova Commissione.

Nel 1965, tra gennaio e fine marzo, si riunisce ad Ariccia e poi a Roma una sottocommissione centrale, ormai di 58 componenti, affermando che «il concetto di natura non è statico, ma dinamico» e che i pronunciamenti di Pio XI e Pio XII sui cosiddetti metodi naturali «non sono vincolanti». Segue a settembre la proposta di un quarto schema di “Costituzione pastorale” inviato al Papa e ai Padri, con relazione di maggioranza favorevole alla pillola.

Il 12 novembre 1965 arriva in Aula un quinto schema, approvato con 1.596 voti, contro 72 no e 484 proposte di correzioni e la sottocommissione deve rimettersi al lavoro. Il 29 novembre, dopo una serie di altri sviluppi burrascosi, Paolo VI approva il testo, il 3 dicembre stampato e distribuito per la votazione sul tema “De dignitate matrimonii et familiae fovenda”: 2.047 sì e 155 no. Così finisce il Concilio.

Nel marzo 1966 Paolo VI riprende il tutto, amplia la commissione a 72 membri, cardinali, vescovi, teologi, coppie di sposi. Sette sedute durissime segnano una divisione netta e clamorosa: il 25 giugno la relazione a favore della pillola ha 71 sì e 4 no. Paolo VI, inquieto, chiede consiglio a Carlo Colombo, teologo di sua fiducia, e Ottaviani a luglio gli porta una relazione firmata dai teologi Ford, Visser, Zalba e De Lestapis per il no assoluto ai metodi artificiali contraccettivi. Perciò il 29 ottobre 1966 Paolo VI dichiara che i risultati della Commissione pontificia «non possono essere considerati definitivi» e costituisce una nuova Commissione detta "segreta" con 7 teologi: Colombo, Lio, Zalba, Visser, Fuchs, Lambruschini e Martelet. Nelle sue intenzioni essa potrà garantirgli la conferma di un "no" alla pillola.

Ad aprile 1967 la relazione finale favorevole alla pillola arriva sulla stampa di tutto il mondo, Paolo VI preme per una immediata conclusione, e Ottaviani a gennaio 1968 gli presenta come decisivo un testo sulla totale illiceità della contraccezione, con titolo De nascendae prolis, fin dal titolo così tradizionale che il Papa lo boccia. Nelle settimane successive si prepara un testo finale del tutto nuovo, che Gilfredo Marengo nel suo nuovo saggio («La nascita di un’enciclica. Humanae vitae alla luce degli archivi vaticani», Libreria Editrice Vaticana) chiama «testo Martin Poupard»: preparato e corretto dallo stesso Papa. Sarebbe quello definitivo della Humanae vitae, ma prima dell’approvazione finale Paolo VI investe della questione la commissione "segreta" dei sette teologi. E qui, come detto, entra in gioco Lambruschini. Tutto risolto? Sembra proprio di no. Alla luce di quanto continua a emergere, quella dell’Humanae vitae appare proprio come una storia lunga, importante eppure ancora in via di scrittura.





Martedì, 14 Agosto 2018

Missione compiuta. A distanza di 48 ore dall’incontro del Circo Massimo e di 24 dalla mattinata di piazza San Pietro, don Michele Falabretti rilegge il duplice evento che ha portato 70mila giovani italiani all’incontro con Francesco e traccia un bilancio positivo: «Tra i ragazzi e il Papa – dice il responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile della Cei – c’è stato un reciproco, fecondo ascolto».

Se lo scopo era quello di ascoltare i giovani in vista del Sinodo, che cosa hanno detto dunque i giovani alla Chiesa e al Papa sabato e domenica?
Proprio che vogliono essere ascoltati. Noi adulti – vescovi, sacerdoti, educatori, genitori – pensiamo di saperli ascoltare, ma dobbiamo entrare nell’ordine di idee che con i giovani va speso del tempo. Altrimenti non riusciremo a capirli. Non è vero che non è più possibile educarli. Ma è possibile farlo a partire da un ascolto serio, paziente e prolungato.

E questo è avvenuto nel duplice incontro di Roma?
A mio parere sì. I ragazzi si sono raccontati al Papa con verità e libertà. E il Papa non ha mancato di farlo notare, “uscendo” molto dai confini del testo preparato, e dichiarandosi colpito dal modo con cui avevano parlato. Del resto è rimasto al Circo Massimo molto di più del previsto.

Un’indicazione di metodo valida a tutti i livelli?
Penso di sì. Molti vescovi hanno camminato con i ragazzi. E tutti mi hanno detto: “Camminando si accorciano le distanze e si aprono i cuori”. Sono tante le storie belle “fiorite” durante i cammini. Ad esempio quel padre che veniva fuori da una brutta vicenda personale e che, per recuperare il rapporto con il figlio, ha camminato insieme con lui. Oppure quel vescovo che ha spinto la carrozzina di un disabile come hanno fatto, un po’ per uno, gli altri membri del gruppo. Fino a presenze che non t’aspetti, come quella di Franco Bonisoli, ex terrorista delle Br, o di un ragazzo musulmano del Burkina Faso.

Dopo l’ascolto, come è possibile riassumere la risposta, o meglio le diverse risposte, del Papa?
Francesco ha messo in campo la sua esperienza di vita. È stato un educatore e come educatore ha cercato di travasare l’idea del bene nel cuore e nella mente dei giovani. In fondo il suo messaggio è: non lasciate morire la speranza (il discorso sui sogni), fate crescere il bene. Anche lo stesso passaggio sui falsi sogni indotti dalle pastiglie va letto così. Il Papa è un uomo che ha visto le periferie e la devastazione che certe cose producono. E perciò con affetto, proprio come un buon padre, cerca di mettere in guardia i ragazzi, affinché le loro vite non vadano perdute.

Ha accennato alle "pastiglie", uno dei passaggi forti dei discorsi del Papa. Ma, oltre la droga, ci sono altre "pastiglie" che impediscono ai giovani di coltivare i loro sogni?
Penso che una di queste “pastiglie” sia il modello di vita – spesso propagandato proprio da noi adulti – basato sul consumismo fine a se stesso. Il Papa invece ha detto che al centro della vita non ci sono le cose, ma le relazioni: accoglienza, fraternità. Il che non significa «smetto di vivere io perché deve vivere l’altro», ma «accolgo perché ce n’è per tutti e due».

C’è dunque anche un messaggio "politico" nel dialogo di sabato e domenica tra il Papa e il giovani?
Non so se si può definire tale, ma è certo che dietro le parole di Francesco c’è una idea di mondo diverso. “Politica” è invece senz’altro la metodologia adottata. Perché spingere i ragazzi a organizzare un cammino, attraversando i territori, significa dire che la Chiesa questo mondo vuole abitarlo, camminando insieme agli uomini, anche quelli di un diverso sentire. E perciò, anche se è faticoso, è possibile costruire un mondo dove ci si aspetta, ci si accoglie, ci si ascolta e ci si prende per mano.

La sintesi di tutto può essere la frase del Papa “È buono non fare il male, ma è malo (cattivo, ndr) non fare il bene”?
Sì, certo. Ed è anche un’indicazione pastorale di grande rilievo. Passare dal semplice astenersi al fare. Soprattutto per contrastare la mentalità secondo cui «la vita è talmente rischiosa la vita che devi pensare solo a te stesso». In realtà è l’esatto contrario. Guardarsi l’ombelico è l’atteggiamento dell’adolescente. Guardare a chi ci sta intorno è l’atteggiamento dell’adulto. Nel pensiero del Papa c’è l’invito a diventare adulti.

Si diceva, bilancio positivo. Ma allora, se tanti ragazzi hanno partecipato, la “generazione Gmg” non è poi morta del tutto.
Intendiamoci, non è finita la “Generazione Gmg”, intesa come disponibilità dei giovani a mettersi in gioco con la Chiesa, ma un certo modo di intendere e di vivere le Gmg. Non basta più parlare. Bisogna saper ascoltare. Ciò che invece va assolutamente salvaguardata è l’idea della convocazione, originaria della Gmg, anche come antidoto alla cultura di oggi imperniata sull’idea che ognuno si fa da solo. Non è così. E il cammino fatto insieme vuole tradurre proprio questo nuovo modo di vivere i grandi eventi come la Gmg.





Lunedì, 13 Agosto 2018

C'è Filippo Gagliardi, giovane ingegnere cresciuto in oratorio a Novara. E poi Carlotta Nobile, musicista già affermata o Giulio Rocca a trent’anni volontario dall’altra parte del mondo per l’Operazione Mato Grosso. Sono «I santi della porta accanto», giovani testimoni della fede a cui è dedicata una mostra promossa dall’Associazione don Zilli e dal Centro culturale San Paolo che inizia in queste ore da Roma il suo cammino per l’Italia per accompagnare il Sinodo dei giovani.

Sono ventiquattro i profili scelti dal giornalista Gerolamo Fazzini, che ha ideato e curato l’iniziativa con la collaborazione di Stefano Femminis, Ilaria Nava, Mariagrazia Tentori e dell’artista camerunese Afran che ne ha ridisegnato i volti. Sono tutti giovani che una malattia, un incidente oppure una mano violenta ha strappato alla vita e dei quali in molti casi è in corso il processo di beatificazione. Ma sono soprattutto «santi della porta accanto», come scrive papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete ed Exsultate, cioè modelli vicini all’esperienza quotidiana di un giovane di oggi. Testimonianza, dunque, di quanto le storie di una fede vissuta in pienezza siano molto più diffuse rispetto a quanto si pensi anche tra i ragazzi e le ragazze di oggi.

Per iniziativa del Servizio nazionale di pastorale giovanile e del Forum degli Oratori Italiani, questa mostra è stata una delle tappe della Notte bianca della fede. Allestita in un luogo estremamente significativo: la Chiesa Nuova, quella fatta costruire da san Filippo Neri per i giovani accolti dalla Congregazione dell’oratorio in quello che è oggi corso Vittorio Emanuele II, nel cuore di Roma.

Trentadue i pannelli: ventiquattro dedicati ai profili e gli altri con frasi di papa Francesco sui giovani e la santità oggi. Si parte da alcune figure del Novecento ancora straordinariamente attuali oggi: i beati Pier Giorgio Frassati, Teresio Olivelli e Alberto Marvelli, ma anche Mario Fanin e Rosario Livatino. E poi tanti giovani italiani, in grande maggioranza laici, vissuti tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila. Persone legate ad esperienze ecclesiali tra loro diverse a testimonianza di quanto nessuno abbia l’esclusiva di una vita cristiana feconda. C’è spazio poi anche per qualche figura proveniente da altri continenti, perché la santità non costruisce muri ma apre al mondo.

Realizzata in più copie e in una modalità facilmente allestibile, dopo quest’esposizione a Roma la mostra resterà a disposizione di diocesi, parrocchie e realtà giovanili che desiderino proporla come segno nell’anno del Sinodo dei giovani.
Per informazioni e prenotazioni: centroculturale.vicenza@stpauls.it





Lunedì, 13 Agosto 2018

Due giorni di passi ed esperienze di incontri e di scoperte, di parole ascoltate e meditate. Sabato 11 e domenica 12 agosto i giovani italiani che hanno accolto l’invito della Cei e delle loro diocesi a mettersi in cammino verso Roma per incontrare Francesco, alla vigilia ormai del Sinodo di ottobre, hanno potuto confrontarsi con un’esperienza originale e impegnativa, e con le parole che papa Francesco gli ha rivolto sabato sera al Circo Massimo e domenica in Piazza San Pietro. Sogni, paura, amore, clericalismo, libertà, testimonianza: ecco alcune frasi del Papa.

I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti. Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità.

Vi siete mai chiesti da dove vengono i vostri sogni? I miei sogni, da dove vengono? Sono nati guardando la televisione? Ascoltando un amico? Sognando ad occhi aperti? Sono sogni grandi oppure sogni piccoli, miseri, che si accontentano del meno possibile? I sogni della comodità, i sogni del solo benessere: “No, no, io sto bene così, non vado più avanti”. Ma questi sogni ti faranno morire, nella vita! Faranno che la tua vita non sia una cosa grande! I sogni della tranquillità, i sogni che addormentano i giovani e che fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano.

I sogni grandi sono quelli che danno fecondità, sono capaci di seminare pace, di seminare fraternità, di seminare gioia, come oggi; ecco, questi sono sogni grandi perché pensano a tutti con il “noi”.

I sogni grandi hanno bisogno di Dio per non diventare miraggi o delirio di onnipotenza. Tu puoi sognare le cose grandi, ma da solo è pericoloso, perché potrai cadere nel delirio di onnipotenza. Ma con Dio non aver paura: vai avanti. Sogna in grande.

Siate maestri buoni, maestri di speranza e di fiducia verso le nuove generazioni che vi incalzano. “Ma come, io posso diventare maestro?”. Sì, un giovane che è capace di sognare, diventa maestro, con la testimonianza. Perché è una testimonianza che scuote, che fa muovere i cuori e fa vedere degli ideali che la vita corrente copre. Non smettete di sognare e siate maestri nel sogno.

“Padre, e dove posso comprare le pastiglie che mi faranno sognare?”. No, quelle no! Quelle non ti fanno sognare: quelle di addormentano il cuore! Quelle ti bruciano i neuroni. Quelle ti rovinano la vita. “E dove posso comprare i sogni?”. Non si comprano, i sogni. I sogni sono un dono, un dono di Dio, un dono che Dio semina nei vostri cuori. I sogni ci sono dati gratuitamente, ma perché noi li diamo anche gratuitamente agli altri. Offrite i vostri sogni: nessuno, prendendoli, vi farà impoverire. Offriteli agli altri gratuitamente.

Ragazzi e ragazze, siate voi pellegrini sulla strada dei vostri sogni. Rischiate su quella strada: non abbiate paura. Rischiate perché sarete voi a realizzare i vostri sogni, perché la vita non è una lotteria: la vita si realizza. E tutti noi abbiamo la capacità di farlo.

Il pessimismo ti butta giù, non ti fa fare niente. E la paura ti rende pessimista. Niente pessimismo. Rischiare, sognare e avanti.

La libertà di ciascuno è un dono grande, un dono che ti è dato e che tu devi custodire per farlo crescere, fare crescere la libertà, farla sviluppare; la libertà non ammette mezze misure.

I giovani sanno bene quando c’è il vero amore e quando c’è il semplice entusiasmo truccato da amore: voi distinguete bene questo, non siete scemi, voi! E per questo, abbiamo il coraggio di parlare dell’amore. L’amore non è una professione: l’amore è la vita e se l’amore viene oggi, perché devo aspettare tre, quattro, cinque anni per farlo crescere e per renderlo stabile?

L’amore non tollera mezze misure: o tutto o niente. E per fare crescere l’amore occorre evitare le scappatoie. L’amore deve essere sincero, aperto, coraggioso. Nell’amore tu devi mettere tutta la carne al fuoco.

Qual è il compito, dell’uomo nell’amore? Rendere più donna la moglie, o la fidanzata. E qual è il compito della donna nel matrimonio? Rendere più uomo il marito, o il fidanzato. E’ un lavoro a due, che crescono insieme; ma l’uomo non può crescere da solo, nel matrimonio, se non lo fa crescere sua moglie e la donna non può crescere nel matrimonio se non la fa crescere suo marito. E questa è l’unità, e questo vuol dire “una sola carne”: diventano “uno”, perché uno fa crescere l’altro. Questo è l’ideale dell’amore e del matrimonio.

L’amore è questo: vendere tutto per comprare questa perla preziosa di altissimo valore. Tutto. Per questo l’amore è fedele. Se c’è infedeltà, non c’è amore; o è un amore malato, o piccolo, che non cresce. Vendere tutto per una sola cosa. Pensate bene all’amore, pensateci sul serio. Non abbiate paura di pensare all’amore: ma all’amore che rischia, all’amore fedele, all’amore che fa crescere l’altro e reciprocamente crescono.

Se noi cristiani non impariamo ad ascoltare le sofferenze, ad ascoltare i problemi, a stare in silenzio e lasciar parlare e ascoltare, non saremo mai capaci di dare una risposta positiva. E tante volte le risposte positive non si possono dare con le parole: si devono dare rischiando se stessi nella testimonianza. Dove non c’è testimonianza non c’è lo Spirito Santo.

Penso tante volte a Gesù che bussa alla porta, ma da dentro, perché lo lasciamo uscire, perché noi tante volte, senza testimonianza, lo teniamo prigioniero delle nostre formalità, delle nostre chiusure, dei nostri egoismi, del nostro modo di vivere clericale. E il clericalismo, che non è solo dei chierici, è un atteggiamento che tocca tutti noi: il clericalismo è una perversione della Chiesa. Gesù ci insegna questo cammino di uscita da noi stessi, il cammino della testimonianza. E questo è lo scandalo – perché siamo peccatori! – non uscire da noi stessi per dare testimonianza.

Il messaggio di Gesù, la Chiesa senza testimonianza è soltanto fumo.

Sarò felice di vedervi correre più forte di chi nella Chiesa è un po’ lento e timoroso, attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente.

Non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila. Ci vuole il coraggio di rischiare un salto in avanti, un balzo audace e temerario per sognare e realizzare come Gesù il Regno di Dio, e impegnarvi per un’umanità più fraterna. Abbiamo bisogno di fraternità: rischiate, andate avanti!

Camminando insieme, in questi giorni, avete sperimentato quanto costa fatica accogliere il fratello o la sorella che mi sta accanto, ma anche quanta gioia può darmi la sua presenza se la ricevo nella mia vita senza pregiudizi e chiusure. Camminare soli permette di essere svincolati da tutto, forse più veloci, ma camminare insieme ci fa diventare un popolo, il popolo di Dio. Il popolo di Dio che ci dà sicurezza, la sicurezza dell’appartenenza al popolo di Dio… E col popolo di Dio ti senti sicuro, nel popolo di Dio, nella tua appartenenza al popolo di Dio hai identità. Dice un proverbio africano: “Se vuoi andare veloce, corri da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme a qualcuno”.

Non stiamo alla larga dai luoghi di sofferenza, di sconfitta, di morte. Dio ci ha dato una potenza più grande di tutte le ingiustizie e le fragilità della storia, più grande del nostro peccato: Gesù ha vinto la morte dando la sua vita per noi. E ci manda ad annunciare ai nostri fratelli che Lui è il Risorto, è il Signore, e ci dona il suo Spirito per seminare con Lui il Regno di Dio. Quella mattina della domenica di Pasqua è cambiata la storia: abbiamo coraggio!

Quanti sepolcri oggi attendono la nostra visita! Quante persone ferite, anche giovani, hanno sigillato la loro sofferenza “mettendoci – come si dice – una pietra sopra”. Con la forza dello Spirito e la Parola di Gesù possiamo spostare quei macigni e far entrare raggi di luce in quegli anfratti di tenebre.

Ognuno di noi, tornando a casa, metta questo nel cuore e nella mente: Gesù, il Signore, mi ama. Sono amato. Sono amata. Sentire la tenerezza di Gesù che mi ama. Percorrete con coraggio e con gioia il cammino verso casa, percorretelo con la consapevolezza di essere amati da Gesù. Allora, con questo amore, la vita diventa una corsa buona, senza ansia, senza paura, quella parola che ci distrugge. Senza ansia e senza paura. Una corsa verso Gesù e verso i fratelli, col cuore pieno di amore, di fede e di gioia. Andate così!

Rinunciare al male significa dire no alle tentazioni, al peccato, a satana, più in concreto significa dire no a una cultura della morte, che si manifesta nella fuga dal reale verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro.

Non basta non fare il male per essere un buon cristiano; è necessario aderire al bene e fare il bene. Capita di sentire alcuni che dicono: io non faccio del male a nessuno. D’accordo, ma il bene lo fai? Quante persone non fanno male, ma nemmeno il bene, e la loro vita scorre nell’indifferenza, nell’apatia, nella tiepidezza. Questo atteggiamento è contrario al Vangelo, ed è contrario anche all’indole di voi giovani, che per natura siete dinamici, appassionati e coraggiosi.

Vi esorto ad essere protagonisti nel bene! Non sentitevi a posto quando non fate il male; ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto. Non basta non odiare, bisogna perdonare; non basta non avere rancore, bisogna pregare per i nemici; non basta non essere causa di divisione, bisogna portare pace dove non c’è; non basta non parlare male degli altri, bisogna interrompere quando sentiamo parlar male di qualcuno.

Cari giovani, facendo ritorno nella vostre comunità, testimoniate ai vostri coetanei, e a quanti incontrerete, la gioia della fraternità e della comunione che avete sperimentato in queste giornate di pellegrinaggio e di preghiera.

LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO: le domande dei giovani e le sue risposte - il saluto

Il Papa: ragazzi fate grandi sogni, senza testimoni la Chiesa è fumo

Le immagini della notte bianca dei giovani

VERSO IL SINODO: TUTTI GLI ARTICOLI







Lunedì, 13 Agosto 2018

«Raccontare in diretta televisiva l’emozione di sentire l’amore di Cristo nel cuore è qualcosa di meraviglioso». Per Dina Rosa Agyemang, 23 anni, il pellegrinaggio verso Roma è iniziato con due giorni di anticipo. Lunedì scorso ha rappresentato l’Azione cattolica di Albano a Bel tempo si spera su Tv2000.

Come Dina sono tanti i giovani della diocesi albanense che sabato saranno al Circo Massimo con papa Francesco. Il loro viaggio è partito da Aprilia, dalla chiesa dello Spirito Santo. «Una parrocchia di periferia - ha precisato il direttore della Pastorale giovanile don Valerio Messina - come vorrebbe il Santo padre». Qui i ragazzi hanno partecipato a workshop organizzati dai direttori degli uffici di curia.
«Grazie al docente Giuseppe Notarstefano e all’animazione dell’associazione “La Frusta Politica” - ha continuato il sacerdote - i giovani si sono confrontati su fake news, politica, economica, impegno civile. Temi che non sono estranei al Vangelo, ma di cui si parla troppo poco».

Giovedì i ragazzi hanno visitato il Santuario Santa Maria delle Grazie di Lanuvio e hanno affidato il loro percorso alla Vergine nel santuario di Santa Maria di Galloro ad Ariccia. Venerdì hanno fatto tappa ad Albano, dove hanno pregato insieme alle sorelle Clarisse. Nella chiesa di Santa Maria della Rotonda, il vescovo della diocesi Marcello Semeraro ha celebrato la santa Eucaristia. «Viviamo tempi difficili quando lo stridore tra i valori mondani e quelli del Vangelo si fa davvero sentire - ha detto il monsignore durante l’omelia -. Questo tempo, però, deve per tutti noi diventare occasione preziosa di discernimento. Il tempo che viviamo è un autentico dono del Signore».





Lunedì, 13 Agosto 2018

Si scrive «Incontro mondiale», si legge «catechesi familiare permanente». Impegno globale per raccontare e raccontarsi ciò che la famiglia rappresenta per la Chiesa e per il mondo. Rassegna universale per spiegare quanto è stato messo in campo nell’ultimo triennio per promuovere, accompagnare, sostenere, riorientare l’impegno delle coppie, dei coniugi, dei genitori, dei figli, dei nonni. Perché gli Incontri mondiali delle famiglie si tengono ogni tre anni - ultima edizione nel 2015 a Filadelfia - secondo le indicazioni di Giovanni Paolo II che inaugurò la serie nel 1994 a Roma.

Per ogni occasione un titolo e un tema diverso. In ogni città una sottolineatura particolare che deriva dalla situazione attraversata in quel momento dalla Chiesa locale e da quella universale. Perché la vita delle famiglie non si svolge in un mondo ideale, in una realtà edulcorata, ma è strettamente connessa alla società, alla politica, al lavoro, alla scuola, ai media, al tempo libero e a tutto quanto di positivo e di negativo avviene intorno a noi. Da qui lo sforzo di offrire, durante i vari Incontri mondiali, spunti e riflessioni capaci di guardare alla dimensione della fede senza dimenticare la concretezza del vivere, le speranze delle coppie, le fatiche dei genitori. Fu così, per esempio, a Valencia nel 2006, quando al centro della kermesse c’è stata la trasmissione della fede in famiglia, mentre a Città del Messico tre anni dopo la riflessione ha riguardato la difficoltà di una formazione attenta ai valori cristiani. Ma è stata l’edizione di Milano nel 2012, quando centinaia di esperti si sono interrogati sulle modalità più opportune per armonizzare la vita cristiana delle famiglie con il lavoro e con la festa, quella entrata forse più direttamente nelle dinamiche della quotidianità familiare, con spunti capaci di far comprendere come sia sempre più complicato inquadrare gli stili di vita della postmodernità nella coerenza del Vangelo.

Le stesse difficoltà che si sono trovati di fronte gli organizzatori della IX edizione dell’incontro mondiale ormai alle porte. Da martedì 21 agosto, fino a domenica 26, Dublino aprirà le porte alle famiglie del mondo. Un’edizione di particolare rilievo non solo perché la prima della cosiddetta "era di Amoris laetitia", ma anche perché si potranno verificare i frutti della lunga stagione sinodale (2013-2016) che ha impegnato la Chiesa intera con due assemblee generali dei vescovi e due consultazioni mondiali di laici e consacrati. Pensare che un momento di simile intensità, ricco di spunti, di dibattiti, di iniziative possa essere scivolato via senza lasciar traccia, senza aver influito positivamente nel rapporto tra famiglia e Chiesa, significa non solo ignorare lo sforzo di rinnovamento voluto da papa Francesco ma anche tenere in scarso rilievo l’azione dello Spirito che è forza dinamica, movimento di idee, sguardo aperto verso il futuro.

Si tratta della stessa ricchezza di novità che si respira in Amoris laetitia e che papa Francesco ha voluto fosse il titolo dell’incontro di Dublino, «Il Vangelo della famiglia gioia per il mondo», sintesi efficace proprio di un passaggio dell’Esortazione postsinodale (n.38) in cui Francesco auspica che l’amore tra uomo e donna, la reciprocità maschile/femminile, possa tornare a rappresentare "strade di felicità" per la Chiesa e per il mondo, dopo la lunga stagione del pessimismo, della famiglia guardata più come problema che come risorsa, delle polemiche sul gender e sulle battaglie anti-family. Ora, quelle insidie non sono scomparse, anzi spesso sono diventate più aggressive e più subdole. Ma le difficoltà, come detto reali e incombenti, non devono far passare in secondo piano tutto il positivo che Chiesa e società possono trarre da uno sguardo sulla famiglia più aperto, più inclusivo, più solidale, più disponibile a valorizzare il bene che lo Spirito suscita nonostante fragilità e debolezze, cadute e delusioni.

Il programma dell’incontro mondiale va proprio in questa direzione, nello sforzo di ripercorrere in sintesi tutti gli argomenti affrontati in Amoris laetitia. Va qui la necessità di condensare nei tre giorni del congresso teologico-pastorale una grande varietà di temi. Da quelli pastorali-spirituali-biblici (trasmissione della fede, preghiera in famiglia, preparazione al matrimonio, maternità e paternità), a quelli educativi. Dalle dinamiche di coppia agli argomenti sociali. Non esclusi neppure temi come la disabilità, l’immigrazione, l’economia, la povertà, l’arte, la pace nel mondo. E si parlerà anche di questioni complesse, su cui la Chiesa sta riflettendo con coraggio soprattutto dopo la stagione sinodale, quindi pastorale per divorziati risposati, per persone omosessuali e transessuali. Un focus sarà dedicato anche al tema degli abusi che negli ultimi anni ha investito pesantemente la Chiesa irlandese.

Insomma un programma davvero vasto, una sorta di enciclopedia della famiglia. Ogni giorno una quarantina di focus, oltre 300 relatori, quasi 800mila le persone attese dai cinque continenti per la Messa finale che Papa Francesco celebrerà domenica 26, alle 15, nel grande parco al centro di Dublino.





Sabato, 11 Agosto 2018

«Ma chi te lo fa fare?». Giulia Bongiorno si è sentita ripetere parecchie volte questa domanda dagli amici. Perché lei viene dalla “Palermo bene” e finire a Brancaccio, nel quartiere dell’emarginazione che è stato il bunker di Cosa Nostra, fa un certo effetto. «È vero, Brancaccio è un altro mondo rispetto alla zona in cui sono nata e vivo. Ma, se non ci rimbocchiamo le maniche, non cambierà mai nulla. Padre Pino Puglisi lo ripeteva e lo ha fatto in prima persona». Ventidue anni, studentessa in psicologia all’Università di Palermo, è una delle volontarie che svolgono il servizio civile nel Centro Padre Nostro, il presidio di accoglienza e riscatto che il beato ha fondato nel cuore del rione. Oggi sono una trentina. «Ho conosciuto in parrocchia la figura di don Puglisi – racconta –. E a scuola un’insegnante ci diceva: è un autentico santo perché toglie dalla strada i ragazzini che sono già impregnati di mentalità criminale. E ce lo descriveva come un uomo piccolo e semplice». Parole che sono rimaste scolpite nella mente di Giulia. «Eppure a Brancaccio non avevo mai avuto il coraggio di mettere piede». Finché non è entrata nella casa-museo di don Puglisi, nell’appartamento di fronte al quale il sacerdote è stato ucciso venticinque anni fa. «Nella sua camera – afferma – ho avvertito un richiamo». Poi l’incontro con il fratello del prete beato, Francesco. «E oggi sono qui ogni giorno, accanto agli anziani e ai bambini che il Centro Padre Nostro segue». Una pausa. E aggiunge: «Noi giovani, spesso sfiduciati in un tempo di crisi, dobbiamo seguire l’esempio di chi, come don Puglisi, ha cambiato la storia partendo dal basso».

Anche Vincenzo Costanzo è impegnato sui passi del “prete del sorriso”. Ventisette anni, educatore dell’Azione cattolica, viene dalla parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, dove don Puglisi aveva svolto il suo primo incarico da sacerdote dopo l’ordinazione. «Il suo ricordo – spiega – è ben vivo nella comunità. E non poteva essere altrimenti di fronte a un prete che ha immolato la vita per la sua gente». Nel quartiere “dimenticato” Vincenzo si occupa del recupero scolastico. «Ogni pomeriggio aiutiamo bambini e adolescenti a non rinunciare ad avere un’istruzione. Qui l’abbandono scolastico è una piaga sociale. Ed è anche sull’ignoranza che fa breccia la violenza. Padre Puglisi lo aveva compreso con lungimiranza». Poi, con soddisfazione, rivela: «Grazie a noi del Centro, comunque, anche diversi adulti hanno potuto prendere la licenza di terza media...».

Si dedica al “Free time”, ossia alle attività che riempiono il tempo libero dei ragazzi, Francesca Scalici. Ventinove anni, ha alle spalle un’esperienza nelle forze amate. «Quando sono arrivata a Brancaccio, io abituata alla disciplina e all’ordine, mi sentivo in una giungla». Adesso non lo pensa più. «Sì, sono sempre in mezzo ai bambini. Sono senza regole, ma hanno un grande bisogno di affetto. E, appena si accorgono che qualcuno è al loro fianco, ricambiano quel poco che dai loro in modo straordinario. Ogni volta mi commuovo quando ricevo le lettere in cui trovo scritto: “Ti voglio bene”». Ad accompagnare Francesca – confida lei stessa – è «il volto raggiante di padre Puglisi». E fa sapere: «Aveva ragione don Pino. Serve partire dai ragazzi. Soltanto così il messaggio può arrivare alle famiglie. Evitare che i ragazzi siano abbandonanti a se stessi e prendano brutte pieghe è fondamentale». Qualcuno sta chiamando Francesca. «Devo andare. I bambini mi aspettano di là». E fugge fra le stanze dell’auditorium che il Centro Padre Nostro ha intitolato a Giuseppe Di Matteo, il piccolo sciolto nell’acido dalla mafia. Per non dimenticare.


COME CONTRIBUIRE AL NUOVO ASILO DEDICATO A PADRE PUGLISI

Un gesto concreto di solidarietà per celebrare il 25° anniversario del martirio del beato Pino Puglisi, il prete siciliano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 di fronte alla sua casa di Palermo. Il Centro di Accoglienza Padre Nostro, voluto dallo stesso padre Puglisi nel capoluogo siciliano, e la Fondazione Giovanni Paolo II, insieme con l’arcidiocesi di Palermo, il Comune di Palermo e Avvenire intendono realizzare l’ultimo sogno del sacerdote “profeta” per il suo quartiere Brancaccio a Palermo: la costruzione del nuovo asilo nido. Posiamo insieme la prima pietra.

È possibile contribuire al “sogno” di padre Pino Puglisi attraverso:
- bonifico bancario intestato a Fondazione Giovanni Paolo II utilizzando il seguente IBAN IT84U0503403259000000160407 (va inserito anche l’indirizzo di chi versa nel campo causale);
- bollettino sul conto corrente postale n. 95695854 intestato a Fondazione Giovanni Paolo II, via Roma, 3 - 52015 Pratovecchio Stia (AR). Causale: “Asilo Don Puglisi”;
- carta di credito o PayPal sul sito www.ipiccolidi3p.it.
Partecipa al progetto con la tua parrocchia o associazione, con i tuoi familiari o amici. Facendo una donazione si avrà diritto alle agevolazioni fiscali previste dalla legge. I dati saranno trattati ai sensi dell’art.13, regolamento europeo 679/2016 (c.d. “GDPR”).







Sabato, 11 Agosto 2018

Il volto sorridente di padre Pino Puglisi spicca in un angolo del salone Filangieri, il vestibolo d’ingresso dell’episcopio di Palermo dove vengono accolte le personalità ricevute dall’arcivescovo. Fra le sei statue dipinte sulle pareti che richiamano le virtù cardinali e teologali, è stato aggiunto su un piedistallo il ritratto del martire della mafia. Quando dallo studio privato esce l’arcivescovo Corrado Lorefice, il suo sguardo si posa sul beato. Fra le mani ha la Lettera pastorale appena scritta dai vescovi della Sicilia. Si intitola Convertitevi e riprende il monito «sgorgato dal cuore» e rivolto agli affiliati delle cosche che Giovanni Paolo II lanciò venticinque anni fa dalla Valle dei Templi di Agrigento. Era il 9 maggio 1993. Il 15 settembre dello stesso anno padre Puglisi sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra di fronte all’ingresso di casa a Brancaccio, il quartiere di Palermo “bunker” della mafia di cui era parroco da meno di tre anni e che stava trasformando a partire dai ragazzi salvati dalla strada e da un destino di morte. «La bellezza dell’impostazione pastorale di don Pino non sta nell’essere stato un prete antimafia – spiega Lorefice –. No, forte dell’eredità del Concilio, aveva compreso nel concreto, a Brancaccio, che il Vangelo doveva tradursi in promozione umana. E aveva fatto fino in fondo quanto è chiamato a compiere ogni sacerdote: conoscere la sua gente e il territorio; leggerli alla luce della Parola di Dio; spronare la comunità affinché il messaggio di salvezza di Cristo diventi una proposta totale di vita, che riguarda lo spirito e il corpo, quindi anche la convivenza umana. Se il cristiano spera in cieli nuovi e terra nuova, allora si indigna di fronte ai soprusi e all’emarginazione e percorre con tutto se stesso le vie della giustizia, della solidarietà, della pace. Questo è il lascito di padre Puglisi».

Eccellenza, papa Francesco sarà fra un mese a Palermo proprio nel giorno dell’assassinio del prete della “rivoluzione evangelica”.

La sua visita nel 25° anniversario del martirio rientra in un itinerario che il Papa sta disegnando nella Penisola intorno a figure e luoghi significativi della Chiesa italiana. Dal Nord al Sud: da Bozzolo a Barbiana, da Nomadelfia a Loppiano, da Molfetta a Palermo. Da don Primo Mazzolari a don Lorenzo Milani, passando per Tonino Bello o Zeno Saltini, fino a don Pino, emerge l’impronta di un Vangelo che sa raggiungere attraverso coraggiosi testimoni la carne degli uomini. E Francesco vuole darci un messaggio chiaro: la Chiesa è tenuta a immettere nella storia degli uomini un fermento capace di trasfigurarla. E le forze occulte del male che sono ben presenti anche nel Mezzogiorno e qui in Sicilia non la fermeranno.

Papa Bergoglio ha già condannato la mafia a Sibari in Calabria. Come avevano fatto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Dal “convertitevi” di papa Wojtyla alle parole di Francesco, è come se si avvertisse un unico grido. È il grido dell’audacia di una Chiesa in grado di ripetere con vigore che ogni atteggiamento mafioso è antievangelico. Così, come vescovi della maggiore isola del Mediterraneo, abbiamo ripreso quell’appello del Papa santo per sollecitare le comunità cristiane, animate dall’energia e dalla gioia dell’Evangelo, ad assumere la sfida formativa come reale possibilità per vincere la mentalità mafiosa.

Don Puglisi aveva fatto dell’impegno educativo l’argine alla criminalità organizzata. E per aver scosso le coscienze nel fortino di Cosa Nostra è stato ucciso.

La sua arma, se così possiamo definirla, è stata la cultura. Il potere mafioso trova terreno fertile in un ambiente che ha carenze culturali e civiche. E ha tutto l’interesse che lo Stato non sia presente e non elevi culturalmente l’uomo. Padre Pino lo ha colto a pieno a Brancaccio. Del resto, fin da giovane è stato un efficace educatore e formatore. E ancora di più lo si è rivelato nei tre anni da parroco del suo quartiere d’origine dove ha suscitato una coscienza comunitaria secondo la quale il Vangelo deve essere lievito che cambia la storia anche di un agglomerato come Brancaccio con le sue ferite e le sue speranze. Per questo farà di tutto per avere scuole, centri per anziani e giovani, spazi aggregativi e di confronto.

Nella lotta alla mafia invitava a passare dalle parole ai fatti: i cortei, le manifestazioni non bastano, sosteneva.

È la grandezza della sua testimonianza che passava attraverso la ferialità del vissuto e si incarnava nella concretezza del quotidiano. Ecco perché aveva creato, ad esempio, nel quartiere di Cosa Nostra il Centro di Aggregazione Padre Nostro. Nel rione dove risiedeva la famiglia mafiosa emergente, il “padrino”, don Pino diceva che occorre guardare al “Padre che è nei cieli” e non a colui che è disposto a imporre il suo potere economico spargendo violenza e seminando morte. E se ogni persona sa di essere figlio di Dio, non può che liberarsi da tutti i predomini. È molto concreta la proposta cristiana di don Puglisi: una proposta che abbraccia tutta la vita e che parte da una profonda spiritualità fondata sul primato della Parola che diventa prassi, per una città degli uomini costruita guardando alla città di Dio.

Per i 25 anni dall’uccisione è stato presentato il progetto di un asilo nido a Brancaccio, ultimo sogno di “3P”.

Per certi versi il quartiere porta ancora i segni di quel 1993. Ma, come sappiamo, il sangue dei martiri è fecondo. E, nonostante le ferite sociali evidenti, Brancaccio mostra adesso potenzialità di riscatto che non sono solo idee ma anche iniziative autentiche che possono considerarsi emblematiche per l’intera Palermo. Sulla spinta di don Puglisi sono sorte scuole, centri di aggregazione, campi da gioco e forme significative di collaborazione fra istituzioni, Chiesa e associazioni. Anche l’asilo promosso dal Centro Padre Nostro e sostenuto dall’arcidiocesi va in questa direzione.

Com’è presente la mafia oggi?

Non siamo più negli anni delle stragi mafiose. Ma il venir meno di avvenimenti cruenti non può portare ad affermare che la mafia sia scomparsa. Si è solo riorganizzata secondo un’impostazione imprenditoriale, da multinazionale. Si tratta di un camaleonte che fa di tutto per non essere scorto. Pertanto non va abbassata la guardia. E aggiungo che i cristiani non possono ridurre la fede a banale sentimentalismo o a una religiosità esteriore che acquieta le coscienze dentro una realtà sociale così difficile. La fede deve essere pungolo con tutte le sue “capacità evangelicamente eversive”.

Padre Puglisi è stato l’uomo del perdono. «Me lo aspettavo», disse ai sicari che stavano per ucciderlo. E due di loro, i collaboratori di giustizia Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, raccontano di essersi pentiti grazie allo sguardo del “parrinu”.

Di fronte alla morte don Pino disegnò sulle sue labbra quel sorriso che è tipico di chi continua a guardare tutto, anche nel momento estremo, con gli occhi del Figlio di Dio, testimone della misericordia del Padre. L’ennesimo messaggio che don Puglisi ci consegna è quello del perdono che ha una forza prorompente. Come discepoli del Risorto, dobbiamo essere annunciatori di riconciliazione, persuasi che la non violenza e la concordia possano davvero cambiare le sorti dei popoli e della nostra casa comune.


COME CONTRIBUIRE AL NUOVO ASILO DEDICATO A PADRE PUGLISI

Un gesto concreto di solidarietà per celebrare il 25° anniversario del martirio del beato Pino Puglisi, il prete siciliano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 di fronte alla sua casa di Palermo. Il Centro di Accoglienza Padre Nostro, voluto dallo stesso padre Puglisi nel capoluogo siciliano, e la Fondazione Giovanni Paolo II, insieme con l’arcidiocesi di Palermo, il Comune di Palermo e Avvenire intendono realizzare l’ultimo sogno del sacerdote “profeta” per il suo quartiere Brancaccio a Palermo: la costruzione del nuovo asilo nido. Posiamo insieme la prima pietra.

È possibile contribuire al “sogno” di padre Pino Puglisi attraverso:
- bonifico bancario intestato a Fondazione Giovanni Paolo II utilizzando il seguente IBAN IT84U0503403259000000160407 (va inserito anche l’indirizzo di chi versa nel campo causale);
- bollettino sul conto corrente postale n. 95695854 intestato a Fondazione Giovanni Paolo II, via Roma, 3 - 52015 Pratovecchio Stia (AR). Causale: “Asilo Don Puglisi”;
- carta di credito o PayPal sul sito www.ipiccolidi3p.it.
Partecipa al progetto con la tua parrocchia o associazione, con i tuoi familiari o amici. Facendo una donazione si avrà diritto alle agevolazioni fiscali previste dalla legge. I dati saranno trattati ai sensi dell’art.13, regolamento europeo 679/2016 (c.d. “GDPR”).










Sabato, 11 Agosto 2018

Oltre 70mila ragazzi sono arrivati da ogni parte d’Italia a Roma per incontrare papa Francesco al Circo Massimo. Testimoni della voglia di darsi da fare, di mettersi in gioco, di trovare la propria strada. D’altra parte è proprio «per mille strade» che almeno 40mila di loro, di 195 diocesi, hanno camminato nell’ultima settimana. E qui hanno trovato altre migliaia di giovani. Un incontro che rappresenta una tappa importante nel cammino verso il Sinodo dei giovani.


IL VIDEO DELL'INCONTRO AL CIRCO MASSIMO


L’invito a non essere pessimisti, a rischiare, a sognare e ad andare avanti. Senza la scorciatoia delle pastiglie. L’esortazione a rischiare anche «nell’amore vero» - da non confondere con «l’entusiasmo amoroso truccato d’amore» - e di non rinviare il matrimonio per la carriera o altri interessi. La denuncia del clericalismo, «perversione della Chiesa», che si sviluppa quando non c’è la testimonianza cristiana, perché «dove non c’è testimonianza, non c’è lo Spirito Santo». Papa Francesco ha preparato le risposte alle domande che gli erano state anticipate. Ma ascoltando le parole e il calore con cui vengono scandite, abbandona più volte il testo scritto e in pratica parla a braccio. Davanti a sé ha le decine di migliaia di giovani stipati nel Circo Massimo per l’evento di incontro e preghiera promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana in preparazione al Sinodo di ottobre.

Rispondendo alle domande di Letizia e Lucamatteo il Pontefice ha ribadito che un giovane se «non sa sognare è un giovane anestetizzato, non potrà capire la forza della vita, i sogni ti svegliano». «È triste vedere i giovani da divano – ha aggiunto –. Giovani senza sogni che vanno in pensione a 22 anni. Il giovane che sogna cose grandi va avanti, non va in pensione presto. I sogni grandi sono capaci di seminare pace, fraternità e pace». Il Papa ha fatto l’esempio di san Francesco che «ha sognato in grande» e che «ha cambiato la storia d’Italia», anche «se dicevano che era un pazzo...». I sogni, ha spiegato il vescovo di Roma, non vengono dalle «pastiglie» che «bruciano i neuroni» e «rovinano la vita», ma sono un «dono di Dio». E poi i sogni grandi, quelli «capaci di essere fecondi, di seminare pace e fraternità», sono tali «perché pensano a tutti» non con l’"io" ma «con il "noi"». Ricordando sempre che il contrario dell’"io" non è il "tu" (questo «è il seme della guerra») ma, appunto, il "noi". Papa Francesco cita una frase di san Giovanni XXIII: «Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di bene». «Impariamola, ci servirà nella vita», rimarcando che «è la paura che ti fa pessimista».

Il tema dell’amore, quello vero, il Papa lo affronta dopo aver ascoltato la «coraggiosa» Martina, che per la forza con cui ha pronunciato il suo intervento potrebbe essere - sorride - «la nipote di san Giovanni Crisostomo». «È pericoloso parlare ai giovani dell’amore? – ha detto il Pontefice – No, non è pericoloso, perché i giovani sanno bene quando c’è l’amore e quando c’è il semplice entusiasmo truccato da amore. L’amore non è una professione. L’amore è la vita. Se l’amore viene oggi, perché devo aspettare tre, quattro, cinque anni, di finire l’università, per farlo crescere, per farlo stabile? Per questo io chiedo ai genitori di aiutare i giovani a maturare. Quando c’è l’amore, che l’amore maturi, non spostarlo sempre più avanti». «Nella vita – ha insistito il Papa - sempre prima l’amore, ma l’amore vero, e lì dovete imparare a discernere quando c’è l’amore vero e quando c’è l’entusiasmo solo». «L’amore non tollera mezze misure. O tutto o niente – ha aggiunto –. E l’amore, per farlo crescere, non vuole scappatoie: l’amore dev’essere sincero, aperto, coraggioso. E nell’amore tu devi mettere tutta la carne sulla grigliata, così diciamo noi in Argentina».

L’ultima domanda al Papa l’ha fatta Dario. In questo caso papa Francesco ha interamente fatto proprie alcune frasi, «forti», del giovane infermiere. E cioè che la Chiesa «sembra sempre più distante e chiusa nei suoi rituali». Infatti «per i giovani non sono più sufficienti le “imposizioni” dall’alto», ma «servono delle prove e una testimonianza sincera di Chiesa». Invece «gli inutili fasti e i frequenti scandali rendono ormai la Chiesa poco credibile ai nostri occhi». «Dario ha messo il dito nella piaga», ha commentato il Pontefice, denunciando «lo scandalo di una Chiesa formalista, chiusa» e che quindi «non da testimonianza». Insomma «la Chiesa senza testimonianza è soltanto fumo». Rispondendo a Dario il Papa ha anche affermato che l’attuale traduzione italiana della frase «non ci indurre in tentazione» del Padre Nostro, tanto che è stata già «aggiustata» - nella Bibbia Cei ma non ancora nella liturgia - perché suona «equivoca»; mentre una versione «più appropriata» è «non abbandonarci alla tentazione», nel senso «trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi...».

Dopo il dialogo-confronto c’è stato il momento di preghiera. All’interno della quale Papa Francesco ha commentato il Vangelo proclamato, il passo in cui il giovane Giovanni corre più veloce di Pietro verso il Sepolcro vuoto. «Non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila. – ha esortato – Ci vuole il coraggio di rischiare un salto in avanti, un balzo audace e temerario per sognare e realizzare come Gesù il Regno di Dio, e impegnarvi per un’umanità più fraterna. Abbiamo bisogno di fratellanza. Rischiate, andate avanti». «Non abbiamo paura – ha concluso il Papa – Non stiamo alla larga dai luoghi di sofferenza, di sconfitta, di morte. Quanti sepolcri oggi attendono la nostra visita. Quante persone ferite, anche giovani, hanno sigillato la loro sofferenza mettendoci - come si dice - una pietra sopra». È il mandato per il ritorno a casa.

Oltre 70mila ragazzi, arrivati da da ogni parte d’Italia a Roma sono al Circo Massimo per incontrare papa Francesco. Testimoni della voglia di darsi da fare, di mettersi in gioco, di trovare la propria strada. D’altra parte è proprio «per mille strade» che almeno 40mila di loro, di 195 diocesi, hanno camminato nell’ultima settimana. L'incontro rappresenta una tappa importante nel cammino verso il Sinodo dei giovani

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Sabato, 11 Agosto 2018

Un sacerdote gesuita spagnolo, padre Carlos Riudavets, è stato ucciso venerdì 10 agosto nella zona amazzonica del Perù, a Yamakentsa (distretto di Chiriaco, provincia di Bagua) nel territorio del vicariato apostolico di Jaén.

Il prete è stato trovato privo di vita nel collegio Valentín Salegui, dove risiedeva. Il suo corpo recava i segni di una morte violenta. La notizia è stata data dalla Provincia peruviana della Compagnia di Gesù. In un comunicato la Conferenza episcopale peruviana, attraverso il suo presidente, monsignor Miguel Cabrejos Vidarte, arcivescovo di Trujillo, esprime il cordoglio in particolare alla Compagnia di Gesù e al provinciale, padre Carlos Morante Buchhammer; chiede inoltre che le autorità accertino velocemente i fatti e individuino i responsabili.

Padre Riudavets, 73 anni, si trovava da quasi 40 anni nell’Amazzonia peruviana, dove si dedicava soprattutto all'attività educativa tra le famiglie delle comunità indigene. La rete ecclesiale panamazzonica Repam precisa che padre Riudavest arrivò nel 1980 nella zona dell’Alto Marañon e che il sacerdote “era molto caro ai cittadini della zona, soprattutto tra le comunità awajún y wampis". Nella nota della Repam, si legge che “la vita di padre Carlos nella missione gesuita ci lascia una consegna, un impegno e una responsabilità. Un servizio di amore condiviso con i popoli originari, con i quali hanno preso forma progetti per il futuro che saranno contunuati da coloro che hanno intrapreso con lui l’opera educativa".






Sabato, 11 Agosto 2018

Ogni benedetto giorno. È il titolo del nuovo tour ed è il senso di ogni loro concerto. Soprattutto del prossimo, quello più atteso, a coronare i vent’anni “suonati” di carriera di un gruppo anomalo e unico nel panorama musicale italiano. Sono infatti i The Sun a fare da colonna sonora e da rabdomanti musicali all’odierno incontro dei giovani con papa Francesco al Circo Massimo. Echeggiano e campeggiano già quei “PerMilleStrade” e “Siamo qui”, slogan sintesi del viaggio e della presenza di chi si sta incamminando, con la prorompente giovinezza, sulle strade del mondo e della propria vita, unica e da condividere. Non è la prima volta che ai The Sun è chiesto, in importanti eventi ecclesiali, di sottolineare e accompagnare in suoni, ritmi e canzoni il senso di uno stare insieme in nome di un’amicizia più grande. «Ci spetta il delicato compito di fare gli onori di casa – ci dice il cantante e leader del gruppo vicentino, Francesco Lorenzi –. Solo l’idea di suonare sullo stesso palco dove poco dopo arriverà il Papa ci fa tremare di emozione. È una grande responsabilità ».

Un’esperienza che si ripete per questa ex punk band, diventata simbolo di rinascita interiore e artistica. Nell’estate del 2013 suonarono infatti alla Giornata mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, in Brasile, e il 4 ottobre dello stesso anno cantarono in occasione della visita di papa Francesco per la festa di san Francesco, patrono d’Italia. Nell’estate del 2016 tennero invece uno storico concerto alla Giornata mondiale della Gioventù di Cracovia, in Polonia, davanti a quindicimila spettatori. Stasera saranno settantamila. La collaborazione tra i The Sun e la Santa Sede dura da anni e risale all’ultimo periodo del pontificato di papa Benedetto XVI. Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, aveva invitato i The Sun nel febbraio 2013 ad aprire l’Assemblea plenaria sulle culture giovanili emergenti e la rock band si era così esibita di fronte a cardinali, vescovi, ambasciatori ed esponenti della cultura di tutto il mondo. In quell’occasione, Lorenzi aveva anche esposto i risultati di un sondaggio effettuato tramite il suo blog www.francescolorenzi. it, che metteva in luce gli aspetti che favoriscono e ostacolano il rapporto tra la Chiesa e i giovani. Il giorno successivo i The Sun erano stati ricevuti in udienza privata da Benedetto XVI.

E tra poche ore gli sguardi di decine di migliaia di giovani saranno lì a incrociare, in attesa dell’incontro con papa Francesco, i volti e gli strumenti di Francesco, di Matteo Reghelin (bassista), di Riccardo Rossi (batterista), di Gianluca Menegozzo (chitarrista) e del “quinto Sun” Andrea Cerato (chitarrista) che da turnista ingaggiato nel 2015 ha finito col trasformare di fatto l’iniziale quartetto in un quintetto. «Al Circo Massimo suoneremo per quasi un’ora prima dell’arrivo di papa Francesco – spiega Francesco Lorenzi –. Faremo una quindicina di canzoni e tra un brano e l’altro qualche presentazione delle canzoni stesse e, come nostro stile, lanceremo alcuni messaggi». Un’“onda perfetta” (per citare una delle loro più celebri canzoni) per questo oceano di giovani in attesa di papa Francesco sugli antichi spalti del Circo Massimo. Ideali portavoce, i The Sun, di un grido e di una richiesta di senso ulteriore del vivere oggi, in una “società liquida” in cui i giovani faticano a galleggiare, rischiando troppo spesso di inabissarsi. Lo sanno bene i The Sun, che per metà della loro ventennale vita artistica (traguardo festeggiato lo scorso dicembre con l’album doppio 20: 40 brani di cui 10 inediti) sono stati una band giovanile di successo (al Meeting delle etichette indipendenti del 2004 furono proclamati “miglior punk rock band italiana nel mondo” quando si chiamavano The Sun Eats Hours) e anche, fatalmente, di eccessi.

Lo raccontano sempre nei concerti, dove le loro personali testimonianze sono un surplus di realtà e autenticità in cui identificarsi e specchiarsi. Nulla va mai rinnegato di sé, come ricorda lo slogan “Ogni benedetto giorno”. Frase ad hoc del tour del ventennale partito lo scorso maggio, in cui le vecchie canzoni punk cantate in inglese, quelle postconversione in italiano e le loro testimonianze si uniscono sintetizzando tortuosità e linearità del misterioso filo della vita. Fu Francesco Lorenzi il primo a guardarsi dentro proprio quando il successo era all’apice. Non era felice, qualcosa gli sfuggiva dalle mani e dal cuore quando le luci del palco si spegnevano e quell’illusorio desiderio di conquistare il mondo incontrava il vuoto. Lo racconta bene nell’autobiografia uscita quattro anni fa, La strada del Sole( edita da Rizzoli, con la prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi), già tradotta in otto lingue e giunta all’ottava edizione. «Bisogna sempre lasciare che il Padre agisca amorevolmente e consentire che metta pace nel nostro cuore e nel nostro agire – ci confida Francesco –. Cosa non facile, soprattutto laddove domina il diktat dell’agire sempre e subito, senza aspettare. La conversione dell’attesa è proprio una delle grazie che il Signore ha operato in me. Per questo noi cominciamo ora il nostro nuovo spettacolo con l’invito: attendere, prego. Che poi diventa: amatevi, prego. Prima c’è l’attesa, poi la capacità di amare. E tra l’attesa e l’amore, in mezzo, c’è l’accoglienza».

Accoglienza dell’altro, che è in definitiva accoglienza della Parola e accoglienza di Dio. Quella conversione del cuore che Lorenzi sperimentò in sé una sera di febbraio di dieci anni fa, scegliendo di non uscire e andando, nemmeno lui sa perché, a un’adorazione eucaristica. «In questo periodo – ci confida – vivo molto l’esperienza di stare nel silenzio con il crocifisso, di stare con il Signore. Mi rendo conto che bisogna sempre tenere alto il livello di qualità dell’incontro con Dio». E avverte: «Appena si abbassa la guardia, soprattutto per chi ha a che fare con il bene o almeno lo crede, si rischia di perdersi, proprio perché ci si ritiene a posto. È sempre una questione di reale volontà, perché il combattimento è quotidiano. E stare con il Signore non dovrebbe mai diventare una mera abitudine: finiremmo col non essere davvero innamorati. Sentimento che deve sempre essere risvegliato, anche attraverso un fare memoria. Ed è quello a cui ci conduce l’Eucarestia». Riflessioni a cui il pubblico dei The Sun è avvezzo. Note di vita, note di senso, declinate poi in musica, in ritmo, in canzoni. Quelle che si intoneranno questo pomeriggio con le parole di papa Francesco. «In concerto – anticipa Lorenzi – suoneremo subito La Leggenda, molto utilizzata nei campi estivi, nei grest e negli oratori. I salesiani per alcuni anni l’hanno presa come sigla delle loro iniziative. Faremo canzoni che hanno una storia che possa richiamare esperienze formative e di comunione». In scaletta, tra le altre, anche Onda Perfetta, La Paura, Betlemme, Spiriti del Sole e Il mio miglior difetto.

«Questa esperienza, tra il lungo cammino, l’incontro con il Papa e la veglia, sarà molto forte e toccante. Ma io, a 15 anni, purtroppo non la volli fare – confessa Francesco –. Gli altri The Sun invece sì: Riccardo a 16 anni e Matteo a 14 parteciparono alla Gmg del 2000. Anche Gianluca. La band c’era già, nella fase punk. E io quella volta fui la pecora nera. Mi ricordo che chiedevo loro cosa andassero a fare a Roma in pieno agosto a fare tutta quella fatica». Poi toccò proprio a Francesco, per primo, percorrere la strada più impervia: la conversione. Conducendovi poi i suoi tre amici, nella vita e nella musica, e rimettendo insieme la band a fine 2008 dopo il rivoluzionario “strappo” di qualche mese prima. «Oggi andare a incontrare il Papa con i giovani – riflette –, andare a portare questa nuova energia, questa esperienza di vita e il mio servizio, significa per me fare pace col passato e ringraziare Dio per avermi dato questa possibilità, oggi». Sono stati 7.300 i giorni trascorsi insieme in vent’anni, un numero che campeggia nei loro nuovi concerti. Un numero che comprende ovviamente anche l’altra metà del loro sodalizio, quello punk, quello anche buio, quello che per Riccardo aveva significato anche alcolismo. Insomma, “ogni benedetto giorno”. Il messaggio per ogni giovane, oggi.





Sabato, 11 Agosto 2018

Compie 120 anni nel 2018, ha ricordato il Custode, la prima fotografia della Sindone, quella di Secondo Pia, che rivelò al mondo lo stupefacente “negativo” fotografico del Volto. Dopo tanto tempo l’interesse per la Sindone è più vivo che mai: curiosità della gente, dibattito nel mondo scientifico, attenzione pastorale. Gli ultimi tre Papi sono venuti a venerare il Telo durante le ostensioni pubbliche del 1998, 2010, 2015.

Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e Custode pontificio della Sindone, il telo che avrebbe avvolto il corpo di Cristo deposto dalla croce, ha avuto ieri la gioia di aprire il Duomo a un pubblico nuovo, e ad una “ostensione diversa”: 2500 giovani sono sfilati nella notte davanti alla cappella per la venerazione straordinaria decisa in occasione del grande pellegrinaggio dei giovani d’Italia a Roma per incontrare papa Francesco. Era tutto nuovo: non una ostensione pubblica per tutti ma un momento di preghiera dedicato ai giovani, nell’ambito di un “cammino” spirituale e pastorale insieme. Nuovissima anche l’installazione: entrando in Cattedrale i giovani hanno trovato una pietra spezzata a metà, inondata di luce e circondata di profumi. Come la pietra del Sepolcro a Gerusalemme, che custodisce una tomba vuota… poi hanno “salutato” la cappella di Pier Giorgio Frassati, il giovane delle otto beatitudini.

Nuova è stata anche la “accoglienza” della Sindone: il Telo non è stato esposto sull’altar maggiore ma è rimasto nella cappella - protetto dai vetri ma scoperto, ai piedi dei ragazzi che sono sfilati lentamente. Questo modo diverso di guardare la Sindone, di trovarsi l’immagine molto più “vicina” è stato studiato appositamente non per gusto di novità ma per cercare una soluzione migliore al contatto con l’immagine sindonica. Una soluzione che comprende anche lo studio e l’applicazione di un sistema di luci adeguato, mantenendo sempre intatte le condizioni ottimali di conservazione (temperatura, umidità, ecc.).

Nel suo discorso il custode Nosiglia ha sottolineato queste novità ricordando che la Sindone rappresenta oggi soprattutto un valore «pastorale». Ieri i ragazzi delle 17 diocesi di Piemonte e Valle d’Aosta erano accompagnati da altri giovani polacchi, francesi, latinoamericani che avevano incontrato nelle precedenti Giornate Mondiali. Si sono ritrovati tutti a Valdocco per la Messa alle 18, e hanno poi proseguito insieme verso il Duomo. Un “fiume” di giovani come non si vedeva da tempo. I temi scientifici, gli “scoop” che non mancano mai in questi periodi, rimangono sullo sfondo. «Dal 1898 il Telo – ha detto fra l’altro Nosiglia – è stato sottoposto a indagini di ogni genere; ed è stato oggetto di polemiche, strumento di strategie editoriali e pubblicitarie, anche in campo scientifico, lontanissime dalla vera ricerca e dai suoi obiettivi. Ma la Sindone ha rappresentato anche il terreno di confronto e di incontro, serio e rispettoso, per tanti scienziati che, ciascuno dalle proprie posizioni, hanno lavorato insieme e contribuito a conoscere meglio il Telo».





Sabato, 11 Agosto 2018

Di certo faranno chiasso, molto chiasso, d’altra parte è stato lo stesso papa Francesco a chiederlo: i giovani si facciano sentire. Ma sapranno anche vivere il silenzio della preghiera ed essere protagonisti di un dialogo schietto e pacato. E così, con tutta questa sinfonia di toni, oggi i 70mila ragazzi, o anche più, che da ogni parte d’Italia si ritroveranno al Circo Massimo a Roma si faranno testimoni della voglia di darsi da fare, di mettersi in gioco, di trovare la propria strada. D’altra parte è proprio «per mille strade» che almeno 40mila di loro, di 195 diocesi, hanno camminato nell’ultima settimana, tutti contemporaneamente anche se su percorsi e itinerari molto diversi. Hanno attraversato città e campagne, montagne e pianure, seguendo antiche vie di pellegrinaggio oppure percorsi del tutto inediti, pensati per andare a scovare quei preziosi punti di riferimento sul territorio in grado di raccontare loro una storia e indicare così la direzione da seguire.

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I social network come Facebook, Twitter e Instagram hanno testimoniato le piccole grandi esperienze dei pellegrini, le loro fatiche, le loro feste, i loro momenti d’incontro, di preghiera e di riflessione. Ma anche le loro "peripezie logistiche", gli acquartieramenti, i pasti, i momenti condivisi. Nel loro incedere si sono coinvolti sempre più con la storia dell’Italia, con le sue usanze e le sue bellezze e, si spera, con il fascino di sentirsi chiamati a essere responsabili in prima persona del nostro Paese.

Oggi, quindi, l’hashtag #permillestrade lascia il posto a #siamoqui, che accompagnerà i pellegrini nella loro ultima tappa, a Roma, assieme al Pontefice. Dopo i cammini dei giorni scorsi i pellegrini raggiungeranno la capitale in modi diversi: alcuni camminando – e per questi sarà di fatto l’ultima tappe del pellegrinaggio – altri con i mezzi di trasporto. Alcuni sono già ospiti delle parrocchie romane da ieri, altri arriveranno direttamente al Circo Massimo, altri ancora si aggiungeranno alle migliaia di pellegrini. I cancelli saranno aperti nel primo pomeriggio e poi ci sarà spazio per la musica, con i «The Sun».

Poi l’accoglienza di papa Francesco e il momento culminante, nel quale risiede la ragione dell’intero evento: la veglia di preghiera per la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» che si terrà dal 3 al 28 ottobre prossimi. L’incontro di oggi, infatti, si propone come la risposta concreta della Chiesa italiana alla richiesta di rimettere al centro le nuove generazioni radicata nel lungo lavoro di preparazione al Sinodo. A indicare lo stile scelto è stato, nei giorni scorsi, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei: «I giovani non sono un oggetto di cui la Chiesa si interessa, ma un soggetto vivo – ha detto alla conferenza stampa di presentazione dell’appuntamento di oggi e domani –. Saranno loro a dirci cosa vogliono dalla Chiesa».

Dopo la veglia al Circo Massimo è prevista la cena, seguita dalla festa trasmessa in diretta televisiva: sul palco saliranno, tra gli altri, Alex Britti, Clementino, Mirkoeilcane, Perturbazione, Banda Rulli Frulli. La serata, condotta da Andrea Delogu, porta il titolo di «Vado al Massimo».

Alla fine i giovani potranno partecipare alla Notte Bianca che vedrà numerose chiese di Roma aperte, con spazi dedicati all’incontro, alle confessione, alla presentazione di storie e volti di testimoni. E all’apparire dell’alba si ritroveranno tutti insieme in piazza San Pietro per la celebrazione dell’Eucaristia con papa Francesco. Infine altre «mille strade» li riporteranno alla loro estate, ai cammini che li attendono a casa.







Venerdì, 10 Agosto 2018

Decine di migliaia di ragazzi e ragazze si sono messi in marcia da ogni parte di Italia e stanno per raggiungere Roma per l'incontro di due giorni con papa Francesco in vista del Sinodo dei giovani.

VERSO IL SINODO: TUTTI GLI ARTICOLI

Per chi si trova lontano da Roma o è impossibilitato a raggiungere la capitale in tivù su Tv2000 (visibile Canale 28 digitale terrestre, 18 di tivùsat, 146 di Sky) e in radio, grazie al circuito InBlu, a partire dalle 15.45 di sabato 11 agosto e fino a domenica dopo l'Angelus del Papa, è possibile seguire la diretta della due giorni dei giovani con Francesco.

Sui social per seguire in diretta i commenti e le emozioni di chi sta partecipando all'incontro del Circo Massimo si possono cercare e utilizzare gli hashtag #PerMilleStrade #SiamoQui #VadoAlMassimo.

Vediamo più nello specifico gli orari: l'evento prende il via con l’arrivo a Roma sabato 11 agosto dei partecipanti delle tante diocesi al Circo Massimo che aprirà i cancelli alle 13.30. L'arrivo di papa Francesco è previsto intorno alle 18.30. Da programma a quell'ora il Pontefice saluta i 70mila ragazzi e risponde anche alle domande di alcuni di loro.

Dopo la Veglia di preghiera alle 20.30 papa Francesco fa il suo intervento dal palco del Circo Massimo. Segue la grande festa, "Vado al Massimo", organizzata dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, che inizia alle 21.30 con Alex Britti, il rapper Clementino e Mirkoeilcane, accompagnati dalla presentatrice Andrea Delogu che si alternano sul palcoscenico fino alle 23.

L'arrivo del Papa tra i giovani, il dialogo con alcuni di loro e la Veglia di preghiera al tramonto possono vengono trasmessi in diretta anche sul programma su Rai 1 "A sua immagine" che farà diversi collegamenti per raccontare l'incontro dei giovani italiani con papa Francesco in preparazione alla XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che in ottobre sarà sul tema: "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale".

La Notte bianca delle chiese di Roma, con l'aperture delle Basiliche romane conclude la prima giornata della manifestazione.

COME SEGUIRE DA CASA L'INCONTRO TRA IL PAPA E I GIOVANI

Nella giornata di domenica 12 agosto alle 6.30 è prevista l’apertura dei varchi di piazza San Pietro, con la celebrazione della Messa alle 9.30. Papa Francesco - da programma - incontra i giovani alle 11.30 prima della recita dell'Angelus.

Tv2000 offre le immagini in diretta e in studio a commentare la seconda giornata di Francesco con i giovani ci sono Marco Ronconi, teologo e professore di religione; Gabriella Serra, presidente nazionale della Fuci e alcuni giovani impegnati nel cammino del Sinodo tra cui Gioele Anni, Margherita Anselmi, Lorenzo De Luca.

Sempre su Tv2000 e in radio attraverso i collegamenti di Inblu viene raccontato anche a partire dalle 18.30 l'incontro vocazionale al Circo Massimo dei giovani del Cammino Neocatecumenale con Kiko Arguello.






Venerdì, 10 Agosto 2018

La Chiesa non ha altri modi di essere presente nella società che vivendo la sua vocazione al servizio a partire dai piccoli, dai poveri, dallo straniero, dall’orfano e dalla vedova. Nella festa del santo martire Lorenzo cui è dedicata la Cattedrale diocesana, l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei si è soffermato sul comandamento dell’amore fraterno, senza il quale – ha detto – «è impossibile piacere a Dio». Una comunità di credenti in cui non circola più amore – ha aggiunto – «è come una pianta in cui non circola più linfa. Un corpo in cui non circola più il sangue della vita». Ma allo stesso modo «una città, una nazione, che invece che sulla solidarietà e sul bene comune tendesse a fondarsi sull'egoismo e sul privilegio, avrebbe smarrito il senso profondo del suo ruolo ordinatore e della sua finalità civilizzatrice ed umanizzante».
E in questa riflessione sulla vocazione alla ricerca del bene comune, sulla chiamata propria a tutti i credenti di essere fermento e “Chiesa in uscita”, Bassetti ha richiamato l’insegnamento del cardinale Carlo Maria Martini. «La missione del cristiano – diceva l’arcivescovo di Milano – che cammina nel mondo è quella che consiste nel rendersi disponibile al servizio, all'attenzione ad ogni persona e alla dedizione di sé agli altri fino al dono della vita. Sono parole che ritengo profondamente attuali per la nostra Chiesa e la nostra città». Non prendiamo scorciatoie – ha aggiunto in proposito Bassetti – «l'essere cristiani non caratterizzato soltanto dai doveri che abbiamo verso Dio o la nostra famiglia, ma dal vivere per gli altri e questo è il vero modo di mettere Dio al primo posto, come ha fatto San Lorenzo». Un impegno che si traduce in servizio al Padre e all’uomo, in tutti i settori del vivere. «Anche la carità, cosiddetta politica, che stimola le persone a mettere i propri talenti e le proprie energie a servizio del bene comune per la costruzione della città e dello stato deve nascere dal desiderio di servizio disinteressato». «Di conseguenza, come diceva il beato Paolo VI, che tra poco più di due mesi verrà canonizzato – ha aggiunto il presidente della Cei –, la carità deve investire la politica con la propria forza di illuminazione, energia di dedizione, capacità di servizio. Certo tutto questo esige un impegno pedagogico ed educativo molto forte; ma se non si fossero mossi in questo senso i nostri padri, noi oggi non avremmo una carta costituzionale, che rimane un orientamento sicuro».





Venerdì, 10 Agosto 2018

Clare Crockett, da giovane, sognava di diventare una stella della Tv. Ma la notorietà che ha tenacemente inseguito ora la sta raggiungendo (anzi: l’ha già conquistata) in modo del tutto imprevedibile. Proprio come piace alla Provvidenza.

Già, perché Clare è una suora irlandese, morta in Ecuador nel 2016 a soli 33 anni di età. Dotata di un non comune talento artistico, una bellissima voce, un fisico attraente e un sorriso accattivante, avrebbe potuto sfondare nel mondo dello spettacolo. C’era quasi riuscita: a soli 15 anni era stata assunta come presentatrice di programmi televisivi per giovani per Canale 4, uno dei più importanti del Regno Unito e successivamente si era interessato di lei il canale statunitense Nickelodeon. Aveva pure recitato, anche se in una parte secondaria, nel film Sunday del regista Charles McDougall.

Poi però, in seguito a una radicale conversione, la giovane che sognava il cinema e intanto passava il tempo libero tra feste, discoteche e alcol, è diventata suor Clare Crockett della Trinità e del Cuore di Maria. Il 16 aprile 2016 è morta, con altre cinque ragazze, a causa del crollo di un edificio in cui si trovava, durante il terremoto che colpì Playa Prieta in Ecuador.

A distanza di qualche anno, le sue consorelle hanno realizzato un docu-film su di lei, dal titolo “O tutto o niente”. La notizia è che il documentario sta facendo conoscere la storia di suor Clare letteralmente in tutto il mondo. E ora il film è disponibile anche in italiano.

Suor Beatriz Liaño, che - nel suo minuscolo ufficio di Roma, a due passi da Piazza Farnese - si dedica alla comunicazione, mi mostra sul Mac un file Excel con una lista che ha dell’incredibile: «Abbiamo ricevuto oltre mille richieste di proiezione del film, da tutto il mondo: dall’Argentina all’Australia, da Cuba alle Filippine, dal Ghana all’Indonesia… Oltre, ovviamente, che dai Paesi dove suor Clare aveva lavorato, ossia Irlanda, Regno Unito, Spagna ed Ecuador». Continua: «Le testimonianze che ci arrivano, dalle migliaia di persone che hanno già visto il film, ci dicono che nessuno rimane indifferente alla testimonianza di suor Clare».

Il successo planetario di “O tutto o niente” ricorda quello del documentario “L’ultima cima”, dedicato a don Pablo Dominguez, un giovane prete spagnolo appassionato di montagna, morto a 42 anni nel 2009, durante un’arrampicata. In entrambi i casi siamo in presenza di storie forti nella loro semplicità: storie che raccontano di una dedizione totale, senza riserve e di una felicità autentica trovata abbracciando Dio. Lo documenta pure una bellissima testimonianza, disponibile sul Web, in cui suor Clare si racconta ai giovani presenti alla Gmg di Madrid nel 2011.

Per Clare - nata nel 1982 a Derry, in Irlanda, cattolica per tradizione ma senza convinzione - l’incontro sorprendente con Cristo accadde durante la Settimana Santa del 2000, quando si trovò a partecipare, “per caso”, a un incontro di preghiera in Spagna con le Serve del Focolare della Madre, giovane congregazione religiosa spagnola. Al termine, una suora trovò Clare in lacrime, mentre ripeteva: «Gesù è morto per me. Mi ama!... Perché nessuno me l’ha detto prima?». Tale esperienza segnò profondamente la ragazza che da tempo aveva tagliato i ponti con la Chiesa.

L’intuizione di cambiare totalmente vita, dopo il rientro in Irlanda e la partecipazione alle riprese di “Sunday”, arriva improvvisa, una notte. Mentre, ubriaca, Clare sta vomitando nel bagno di una discoteca, sente che Gesù le parla: «Perché mi continui a ferire?». Di lì a pochi giorni, mentre si trova in un importante hotel di Londra per lavoro, avverte chiaramente che la sua vita non ha senso se non donata totalmente a Cristo. E decide. Non la fermano né le suppliche della sua famiglia né le promesse del suo manager.
L’11 agosto 2001, a 19 anni, entra come postulante delle Serve del Focolare della Madre e l’8 settembre 2010 pronuncia i voti definitivi. Successivamente presta servizio in varie comunità delle Serve del Focolare della Madre, in Spagna, negli Stati Uniti e, finalmente, in Ecuador. Lì, alcuni anni dopo, troverà la morte. Ma non la parola "fine".

Per richiedere il film, gratuitamente, collegarsi al sito dedicato a suor Clare CLICCA QUI





Venerdì, 10 Agosto 2018

Una fila colorata di magliette fradice di sudore sono quelle di ottocento ragazzi che sotto la canicola di un sole tropicale salgono cantando da via Merulana accalcandosi davanti a Santa Maria Maggiore. Per questa tappa del loro cammino l’alzata è suonata all'alba e da San Pietro a qui hanno fatto sei chilometri a piedi. In silenzio entrano nella basilica. Recitano la preghiera a Maria di padre Louis de Grandmaison poi - prima di ascoltare le parole di don Pigi Banna che li accompagna - i canti con il coro aperti da Molly della Cattolica di Milano seguendo il libretto con le mappe, le letture e le preghiere interamente fatto da loro per questo pellegrinaggio delle sette chiese a Roma.

Sono gli studenti appena diplomati e universitari del movimento fondato da don Luigi Giussani che hanno voluto preparare così il prossimo appuntamento di sabato e domenica con papa Francesco. Vengono da diverse città italiane, un gruppo anche da Madrid e a loro si uniranno altri milleduecento che hanno risposto senza riserve alla chiamata. Uno di loro, lo chiamano Pepe, apre la pagina con il messaggio di don Juliàn Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, inviato per questa occasione: «Perché andare a Roma nel cuore dell’estate? Perché qualcuno ci ha convocato, il Papa… Ci ha invitato qualcuno di cui ci fidiamo. Quali ragioni abbiamo per fidarci? Dobbiamo guardare alla nostra esperienza. Ce lo ha ricordato papa Francesco con le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: “Rabbì […], dove dimori?”. Egli rispose: “Venite e vedrete”.

Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui… avete incontrato questo sguardo?«. «Convocandovi a Roma insieme al Papa, il Signore metta ciascuno di voi davanti alla grande domanda che rivolse a Pietro sulla riva del lago – scrive ancora Carrón – quel mattino in cui aveva cucinato del pesce per i Suoi amici: “Mi ami tu?”. È bellissimo che non ve la risparmi proprio in questo momento della vostra vita. Siete amici per questo, per aiutarvi a rispondere ciascuno personalmente e con semplicità alla domanda di Gesù». «Come rispondiamo a questo invito? – riprende don Pigi Banna – mettendo in gioco tutto quel che siamo, tutta la nostra vita. Tutta la domanda di ciò che siamo. Ecco perché non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione di portare la domanda che più abbiamo a cuore ». E ritorna alle parole di Carrón: un pellegrinaggio è sempre un gesto di mendicanza. Per questo andiamo a Roma come mendicanti, perché Cristo ci tenga la mano sulla testa».

Da qui il giro delle sette chiese. «Lo facciamo – dice don Banna all’inizio – ripercorrendo il cammino dei pellegrini di questa città, lungo la memoria di martiri e santi che hanno segnato la storia della Chiesa e perciò la nostra storia che ci ha portato qui. In alcune chiese celebreremo la Messa, in altre faremo testimonianze o assemblee altre le visiteremo semplicemente. Andando dal Papa, domandate, mendicate la conoscenza nuova che Cristo ha promesso a chi lo segue con la semplicità di un bambino e domandate a Cristo: “Dammi perfino questo atteggiamento, perché da solo non me lo so dare”». Fuori intanto li attende il sole implacabile e lo sciame di ragazzi si dirige al Colle Oppio, a un passo dal Colosseo, per consumare insieme un pranzo al sacco prima di ripartire per Santa Croce in Gerusalemme. Hanno l’aria distesa ma anche compresa di quello che stanno compiendo e del perché sono qui. E ne parlano con semplicità e pertinenza. Nel gruppetto degli studenti romani seduti sull’erba Marco viene da Tor Bella Monaca. Si è appena diplomato e insieme a Giovanni iscritto a Giurisprudenza - e non si è perso una parola di quanto ha ascoltato nella riflessione nella basilica commentano e parlano della loro esperienza, del loro sentirsi voluti bene e come il fatto di essere qui oggi sia la conseguenza della fiducia all’incontro che li ha segnati in questi anni. 'Noi siamo stati chiamati come giovani non come movimento' riprende Edoardo di Roma Tre. E anche per il suo amico Cristian, con il quale divide il kebab, questa è una possibilità nuova di approfondire quello che si è vissuto.





Giovedì, 09 Agosto 2018

Ci sono cammini che neanche la fatica riesce a smorzare, quando l'attrazione della mèta conquista sul serio il cuore.

E se il pellegrinaggio fisico fa comunque macinare chilometri sotto il torrido sole di questi giorni, il viaggio interiore non è meno intenso. Lo è da un lato perché il silenzio di alcuni tratti di strada permette di ascoltarsi e far emergere desideri profondi, dall'altro perché l'apertura verso l'altro - in questo caso i compagni di cammino - è sempre un viaggio promettente e arricchente.

Il camminare di questi giorni educa perché aiuta a vivere un'esperienza di apertura alla vita e di esplorazione del proprio mondo interiore. Scoprendo come il Signore stesso cammini accanto a ciascuno, aprendo strade di futuro e accompagnando con tenerezza i tratti complessi da attraversare.








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